LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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I° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: REPLICA DI ALCIDE DE GASPERI
(Roma, 24-28 aprile 1946)

Il I° Congresso nazionale della Democrazia Cristiana si svolge a Roma dal 24 al 28 aprile 1946. Alcide De Gasperi è contemporaneamente il Segretario politico della DC, il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Affari Esteri (I Governo De Gasperi). Il Governo da lui guidato è composto dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale.
Insieme ai temi della ricostruzione del Paese e del Trattato di pace, i principali argomenti del dibattito politico vertono sulla scelta tra Monarchia e Repubblica e sulle imminenti elezioni per l'Assemblea Costituente.
Il documento seguente riporta la replica di De Gasperi a seguito del dibattito congressuale.

* * *

Dirò qualche cosa, ma non potrò rispondere a tutti. Non lo potrò anche se, come sempre accade, molti hanno l'idea che un Congresso debba decidere su questo e su quello, e che tutti i complessi e dettagliati problemi che vi sono affacciati debbano venire discussi e deliberati come se si dovesse dar fondo all'universo. Questo in particolare è un Congresso che si svolge alla vigilia di una campagna elettorale in cui tutti ci dobbiamo misurare nelle piazze contro le forze avversarie. Non si tratta qui di una assise la quale dovrà stabilire quello che la Costituente dovrà fare in concreto, perché questo sarà il lavoro di elaborazione delle Commissioni competenti; si tratta invece di stabilire le direttive generali, e per questo è sufficiente che poniamo l'occhio soprattutto ai principi fondamentali e alle questioni centrali.
Ho detto l'altro giorno che la battaglia che i democratici cristiani intendono combattere è soprattutto quella per la civiltà italica e cristiana. Questa mia affermazione, confortata da qualche esempio pratico, ha suscitato la reazione da parte di qualche giornale avversario: uno specialmente mi ha rivolto un monito in tono benevolo, che benevolmente e modestamente lo ho accettato e che accetto, ben lieto che anche qualche mia parola eventualmente andata nell'improvvisazione al di là del mio pensiero abbia avuto come effetto un articolo così moderato, così disciplinato, così quieto e tranquillo, così lontano da ogni violenza come quello che è apparso su l'Unità di ieri mattina. Certe volte gli estremi si toccano, ed io sono felice che l'articolo de l'Unità, sotto il titolo "Attento De Gasperi", abbia concluso con la necessità di non usare violenze. E benché, assolutamente a torto, si sia fatta accusa a me di avere fatto appello alla violenza privata, sono d'accordo con la conclusione di quell'articolo e prego l'avversario e gli amici comunisti di essere anch'essi d'accordo con la stessa fermezza e con la stessa sincerità con le quali sono d'accordo su questo punto tutti i democratici cristiani.

"Attento De Gasperi"

In questo articolo de l'Unità che mi ha "messo sull'attenti" si dice che "le informazioni circa i fatti, lugubri e tristi, che sono descritti in quei necrologi non sono esatte". Posso anche ammettere che qualche particolare non sia esatto: io peraltro non ero presente e devo fidarmi delle mie informazioni, che non sono né della polizia né dei carabinieri ma dei servizi informativi e di stampa dei Partito. (Una voce: "Ci sono i testimoni"). Sta bene: è un testimone oculare di Andria, che conforta la mia versione di quei fatti e le mie conclusioni. Ma se alcuni particolari come afferma l'on. Di Vittorio - possono non essere esatti, qualora questi particolari abbiano importanza io non lascerò passare l'occasione per rettificarli. È, del resto, difficile ricostruire esattamente certi episodi di violenza.
Comunque noi non facciamo colpa di quanto è accaduto alla Direzione del Partito comunista, ma questi deplorevoli episodi di violenza sono compiuti da parte di persone che, sul luogo ove si verificano, sono conosciute per comunisti. Vero è che anche i comunisti hanno le tendenze, pur nella loro grande disciplina, e che ci sono di quelli che forse abusano del nome comunista per compiere atti che non sono ufficialmente né voluti né riconosciuti, ma ciò non vuol dire che non si debbano prendere en bloc gli atti di questa massa di agitatori che arrivano a compiere simili eccessi, e che non si debba dire: Capi dei partiti, voi e noi dirigenti siamo solidali nella ferma determinazione di voler garantita la libertà e nel dover combattere in ogni modo la violenza, perché solo così arriveremo, attraverso le vie della libertà e della democrazia, a creare uno Stato che non sia contestato e contrastato, nel campo interno e di fronte al foro internazionale. Finora la libertà di voto è stata assicurata, come si è visto nelle elezioni amministrative, tolte poche e dolorose eccezioni; questo è riuscito al Governo, per merito anche del Ministro dell'Interno e più ancora per una cresciuta maturità del popolo, perché in confronto a quello che è avvenuto nel '19, adesso si scorge una sana maturità, maggiore nelle grandi masse. Tuttavia non basta: bisogna che difendiamo questa libertà, questa sicurezza di libertà, perché da questo dipende il lavoro per la Costituzione e per la collaborazione futura. Ecco perché io ho invitato gli uomini del Partito a "tendere i muscoli e tutte le energie dello spirito" per combattere questa battaglia per la difesa della libertà e del metodo democratico, aggiungendo ad un certo punto che se non c'era altro modo di impedire di essere sopraffatti, occorreva ricordarsi che chi è aggredito dalla violenza ha il diritto di difendersi.
Sempre l'articolo de l'Unità già citato "Attento De Gasperi", nella conclusione dice: "il nemico fascista è ancora in agguato; c'è una organizzazione segreta che domani può rivivere e riprendere il comando". Il mio pensiero è questo: ci sarà, c'è una quale e organizzazione, ed è naturale dato che molti ex-fascisti sono serrati nei campi, molti sono nascosti, molti sono rifugiati nelle Alpi. Sono naturali le organizzazioni e i movimenti di reazione - perché un movimento di reazione ne crea un altro: così è sempre avvenuto nella storia - ma se non ha il consenso popolare e se c'è dall'altra parte il rispetto della libertà, il fascismo non ha nessuna prospettiva di vivere e di riuscire nei suoi tentativi e nelle sue manovre. Quello che gli può dare qualche possibilità di vivere e di riuscire è solo che il popolo sia costretto a pensare che non si sia cambiato padrone e che le violenze continuino come metodo prima dei fascisti ed oggi degli altri.

Risposta a Togliatti

A proposito dello scambio di telegrammi avuto l'altro giorno con Togliatti, io gli ho risposto con poche frasi. una diceva: "Noi siamo preoccupati soprattutto dell'unità morale del popolo italiano", e questo è chiaro. Questa unità è pregiudiziale in un programma e in una linea di marcia per la battaglia elettorale. E poi aggiungevo: "Ovunque, in ogni momento in cui si tratti di collaborare per la ricostruzione del Paese e per il rinnovamento democratico dell'Italia, noi saremo lieti di dare il concorso dell'opera nostra". Quindi non è che io abbia respinto o abbia cercato dì attenuare le possibilità di collaborazione che si affacceranno nella Costituente. Ma la prima condizione per una collaborazione tra partiti politici è la franchezza, la probità e la sincerità dei programmi e della condotta: bisogna che tutti dicano integralmente che cosa pensano.
E se io ho parlato tanto di Cristianesimo e di Chiesa cattolica, correndo anche il rischio grave di essere chiamato clericale e di tirare in ballo lo spettro dell'anticlericalismo, io spero e mi auguro che i comunisti facciano altrettanto e parlino con coraggio del comunismo, di tutto il comunismo.
Ciò non toglie che si possa collaborare per il bene comune, senza dire che questa è anzi una condizione pregiudiziale perché la collaborazione su un campo pratico e su un programma esecutivo non faccia nascere sospetti di venire meno ai propri principi da una parte o dall'altra, di mascherare quella chiarezza dei programmi che è invece una condizione perché si faccia la collaborazione. Ecco perché ad un certo momento come Segretario del Partito avevo diritto di abbandonare quella posizione che come Presidente del Consiglio mi è imposta dalle mie convinzioni e dalle regole di governo, e avevo diritto di dire schiettamente a questa assise del Partito, alla quale mi sono presentato quale Segretario del Partito stesso, come penso e come intendo guidare la battaglia elettorale, da parte mia senza far torto all'avversario. E infatti nel telegramma di risposta a Togliatti, quale seconda condizione ho detto che se le elezioni avverranno in libertà, questa stessa libertà domani ci renderà capaci di qualsiasi collaborazione.
Io sono un fanatico della democrazia: mi sono dedicato con particolare impegno, nel Governo e fuori, alla causa della libertà e penso che non vi è altra strada per salvare la democrazia stessa che quella della libertà e del rispetto delle procedure della libertà. Così siamo giunti ad una conclusione nella difficile questione della scelta istituzionale, che abbiamo superato venerdì. Questo rispetto della libertà e della democrazia, questo metodo di fare appello alla massa della popolazione, ci ha portato a poter marciare su un binario, su due rotaie, una della libertà e l'altra della democrazia, che finiscono e si fermano alla stazione che si chiama unità del Partito democratico cristiano.
Per questo non sono d'accordo con Ravaioli sul concetto di "tendenza", essendo contrario a qualsiasi differenziazione abituale nel Partito, all'infuori di quelle previste dalle strutture statutarie. Le "tendenze" nel nostro campo non giovano che agli avversari, che se ne rendono sovente istigatori.

I rapporti con i socialisti

Circa i rapporti con i socialisti, mi pare che sia stato accennato dall'on. Grandi nel suo eccellente discorso che la Direzione del Partito dette un'ottima prova quando, ad un certo momento durante l'altra crisi di governo, mi incaricò di scrivere una lettera a Nenni proponendo una "mezzadria" che in realtà era un po' più del 50 per cento. Gli esempi di collaborazione da parte della Democrazia Cristiana non sono mancati: noi non abbiamo nessuna obiezione di principio, una volta che siano salvaguardate le nostre linee e le nostre direttive. Che cosa è stata del resto tutta la vita del Partito Popolare, se non questo tormento di non poter fare a meno di collaborare nell'interesse dello Stato, anche a costo di corresponsabilità mai comode?
E quale potrà essere, sul terreno della proporzionale, l'avvenire del nostro Partito? Ma ora, nel momento elettorale, nel momento della battaglia, vi dico soltanto: andate, combattete per vincere nella maggiore misura possibile; poi si faranno i conti...
I programmi esecutivi non si devono fare semplicemente per confluenza di tendenze, ma sopra concreti oggetti di legislazione e concreti criteri di governo. Spero che alla Costituente troveremo la strada per formare una maggioranza che dia all'Italia una nuova Costituzione, ma ho molte pregiudiziali da avanzare e direi che, al punto in cui siamo, è tutt'altro che certo.
Mi è stato detto: ricordati del Congresso socialista di Firenze. Non ho avuto la possibilità di assistervi, ma ho letto nelle relazioni dei giornali e dell' Avanti! che nel programma socialista, nelle linee direttive per la Costituzione e per la struttura del nuovo Stato, ci sono già dei postulati che sono lontani dal nostro programma. Vogliamo fare un Governo cominciando a dire che non ci interessa se sarà una o saranno due le Carriere, per aspettare - come è toccato disgraziatamente ai nostri amici francesi- di essere (...)(1) all'ultimo momento su un punto così essenziale?
La questione del sistema bicamerale è veramente essenziale perché contiene un principio di equilibrio; eppure a Firenze si è detto: una sola Camera. In altri campi non ho visto alcunché di assolutamente antitetico alle nostre visioni; però in quel Congresso non si è detto niente (evidentemente non si è ancora formato un concreto orientamento), non si è elaborato il programma su numerosi importanti argomenti, tra cui, ad esempio, quello della scuola: non si dice altro che la scuola deve essere affidata allo Stato, non una parola di più.

Rispetto per la religione

Come potremmo contare noi di trovare alleati sicuri, per esempio, sulla questione del diritto matrimoniale? In Francia esiste il matrimonio civile e il divorzio, siamo fuori ormai da ogni contatto col matrimonio religioso: è un altro punto di partenza. Ma in Italia le cose sono diversamente, e poi non dimenticate che, se anche non lo fossero, l'Italia è qualche cosa di ben diverso: è una Nazione cattolica di convinzioni e di sentimenti, e cattolica si è mantenuta anche per un lungo periodo, nonostante l'oscillazione nelle leggi, in quanto si tratta di mantenere il rispetto verso la religione e l'applicazione di questo rispetto pure nella vita quotidiana e nel matrimonio. Non in senso intollerante: Gonella l'ha già detto Non pensiamo ad uno Stato cristiano che presupponga una unità di pensiero che non esiste: teniamo conto della libertà e anche della libertà religiosa, ma noi dobbiamo preoccuparci di come questa legislazione si svilupperà.
Se potessimo fare come ha fatto sinora il Governo attuale per esigenze imprescindibili di un Governo di coalizione e di emergenza, e potessimo accantonare certe questioni, lo faremmo. Ma bisogna tener conto che alla Costituente questi problemi si affacceranno di nuovo: è una sfinge che interroga tutti i partiti e sarà indispensabile per noi rispondere e precisare le rispettive posizioni, a meno che non vogliamo ricorrere a certe scappatoie come quella adottata in Francia per la proprietà.

Il decentramento amministrativo

Riguardo poi ad un altro punto programmatico fondamentale della Democrazia Cristiana, il decentramento amministrativo, noi abbiamo detto che, più ancora che una Corte Suprema costituzionale, il decentramento è una modifica strutturale necessaria per la libertà. Io ho veduto bene dalla Presidenza del Consiglio il funzionamento della macchina statale: ho trovato impiegati eccellenti, e quando si condanna tutta la burocrazia si fa torto a questi bravissimi servi dello Stato che si sacrificano per la collettività. Questa sana burocrazia bisogna farla rivivere, bisogna farla rinascere, perché sarà fonte di stabilità per lo Stato. Permettetemi perciò di salutare in questo momento i poveri impiegati dello Stato, che sono così maltrattati e cercano tenacemente di resistere come possono e di mantenere una linea oggettiva che guarda sopratutto, e al di fuori delle tendenze, al cittadino e ai suoi rapporti con lo Stato e l'autorità. Gli impiegati statali, i carabinieri e i pubblici dipendenti ottengono facilmente solo biasimo e rimprovero, ma se non ricordassi le vittime cadute, per esempio, nella lotta al separatismo in Sicilia, io sarei un ingrato ed un cattivo uomo di Stato, e lo stesso vale per tutti coloro che hanno una responsabilità.
Se la parola "repubblica" - come ha detto al Congresso un colorito oratore napoletano - non deve voler dire tumulto e caos, bisogna che quanto più è largo l'autogoverno del popolo, tanto più si fermi la disciplina degli organi dello Stato sotto un Governo che ha tutte le responsabilità. Non è più possibile l'accentramento: è fatale che i movimenti separatisti o annessionistici si pascino e si alimentino di questo fatale andare delle cose, di questo convocare tutti a Roma, di questo decidere tutto attraverso i Ministeri. Forse non sarà neanche sufficiente l'entusiasmo del popolo e la forza della Costituente a vincere questa macchina così accentrata e pesante.
Un'altra differenza con i socialisti domani potrà sorgere quando si ha in mente che le riforme devono essere fatte dallo Stato, attraverso lo Stato e da organi di Stato o dallo Stato investiti, quando si pensa a riforme rapidamente deliberate, in poche formule ristrette e generalizzate: allora è difficile pensare ad un utile decentramento. È indispensabile, ad esempio, che le riforme agrarie si facciano con il sistema regionale, sia pure entro un quadro generale definito dal Parlamento centrale. Questo è uno, ma si potrebbero fare altri esempi. Si è d'accordo noi democratici cristiani, in questo, con i nostri amici di sinistra? E fino a quando, e fino a quale misura?

Le possibilità di collaborazione

In ogni momento sorge un'idea mitica, da Comitato di salute pubblica o da Commissione centrale dei piani, con metodi generalizzatori così rapidi che non danno la possibilità di ottenere la collaborazione di tutti gli interessi. Ecco perché quando parliamo di solidarismo, intendiamo dire che noi desideriamo che nel Partito vengano anche gli industriali e i proprietari, purché essi accettino il nostro programma e lo spirito del nostro programma: perché la Dc ha bisogno, e tutti abbiamo bisogno, di collaboratori a questo riguardo, perché altrimenti l'espropriare attraverso i burocrati o attraverso i Commissari di Stato costituisce un metodo che ha fatto fallimento altrove e che mette in pericolo l'equità, la giustizia e la stessa libertà del popolo.
I socialisti dichiarano di voler contribuire al seppellimento del vecchio anticlericalismo, che potrebbe risorgere soltanto quando si temesse di vedere cadere lo Stato sotto il pericolo del giogo teologico. Evidentemente queste parole sono l'involucro di una buona intenzione, di una buona volontà dei socialisti, di un certo sforzo fatto da chi non vuole inasprire argomenti del passato, argomenti polemici che come tali vanno riconosciuti ed accettati. Però non so quando si potrà vedere la definizione e si proverà a saggiare che cosa si intende per "Stato cristianamente ispirato" e che cosa si intende per "Stato laico", e quando si proverà a trovare un punto di intesa fra i sostenitori di questo e di quello. Intanto io prego gli avversari di non esagerare loro stessi, e sopratutto di non allarmarsi se io in Congresso esalto i valori morali della libertà e della tradizione cristiana: 1) perché questa è una manifestazione che non è mai mancata, quando occorreva farla, né da parte mia né dei miei colleghi e quindi non può essere considerata una novità; 2) perché se lo faccio oggi, in questo momento di battaglie elettorali, è perché questi valori non vengano offuscati per renderli inani e vuoti.
Ho sentito qui cose molto interessanti dette da alcuni colleghi e da altri oratori sulla collaborazione. Quello della collaborazione è un serio problema di domani, di cui già oggi si sentono e si prevedono le difficoltà, che potranno essere affrontate bene se si uscirà dalla battaglia elettorale in forze; cioè, non in forze che non ci competono per il pensiero fondamentale che rappresentiamo, ma nella giusta rappresentanza e proporzione delle nostre forze, del nostro pensiero e delle tradizioni cristiane. Non si vogliono trucchi, non si domandano apporti di comunisti che sono comunisti, di socialisti che sono socialisti, ma desideriamo che si lasci liberamente scegliere e decidere coloro che condividono con noi le nostre convinzioni.
Ora, queste sono le direttive, e non si ha nessun bisogno in un Congresso di stabilire quello che sarà l'indomani. Io ho una vecchia fisima a questo riguardo: credo che il discutere al Congresso del Partito la tattica che si deve seguire nel futuro - non la linea direttiva, perché questo è giusto che si discuta e anzi è un compito del Congresso - non sia possibile. La tattica viene decisa a responsabilità di coloro che sono eletti ed impegnati, sia pure col controllo della Direzione, del Consiglio Nazionale ecc., e così anche la collaborazione con gli altri gruppi. Prima veniva fatta la polemica tra destra e sinistra, e veniva espressa la paura che ci fosse la destra a diminuire e svuotare il nostro programma originale di riforme. Dinanzi a fatti come quelli avvenuti, volete dire che le collaborazioni possono spingerci contro corrente e sopratutto che ci si possa voltare contro gli interessi della massa del popolo e dei lavoratori? No, questo pericolo non c'è.

L'azione sindacale

Con ciò mi pare di avere toccato a sufficienza la questione delle coalizioni o delle collaborazioni possibili. Una cosa voglio dire a proposito dell'aspetto concreto che è necessario assuma il Partito: bisogna fare uno sforzo sopratutto nei problemi sociali ed economici di grande contrasto di interessi, sforzo che non è facile compiere. Noi abbiamo avuto l'elaborazione della nostra Commissione tecnica, ma non è semplice nel momento opportuno riuscire a gettare a tempo nella discussione una soluzione concreta su un dato problema: ho accennato alla mezzadria, così come potevo fare con altri problemi consimili. Bisogna perciò che ci sia assolutamente un contatto, una collaborazione fra il Partito e i rappresentanti nostri nella Confederazione sindacale, con le Acli e l'Icas.
L'unità sindacale è una bella cosa solo a condizione che contemporaneamente il Partito si muova e si muovano le altre organizzazioni che possono elaborare dei principi e delle soluzioni di cui i rappresentanti che stanno nell'unità sindacale si alimentino costituendo veramente una corrente, altrimenti avviene quello che ha detto, da buon tattico, Grandi: di sentire ad un certo momento la solidarietà sindacale, lasciando cadere qualsiasi altra proposta esterna. Poiché noi siamo i più scrupolosi, poiché la nostra incertezza proviene dal desiderio di giustizia e di non far torto a nessuno, tutte queste circostanze debbono essere superate. Dove ci sono dei giovani, nel senso di "intraprendenti", occorre metterli vicino ai prudenti, cercando con rapidità una formula risolutiva. Però fatelo presso le vostre Sezioni, presso i vostri Comitati provinciali, presso la Direzione: si tratta di organizzare tutte le forze che abbiano competenza in agricoltura, in economia, nell'industria, nella finanza, perché il Governo non si fa con idee generali le quali si ispirino ad entusiasmo e spirito di sacrificio, né la civiltà cristiana si salva con affermazioni generiche, ma si pone in essere con lo sforzo concreto per trovare soluzioni che corrispondano veramente ai bisogni della popolazione.

Stato ed economia

Merlin ci ha fatto rilevare che si pecca di eccessivo protezionismo statale. In verità, siamo in un periodo di transizione ed in un regime ancora eccezionale e di guerra. Vi è anche il commercio con l'estero che attraversa un periodo di transizione, ma è anche qui necessità bellica, se pensate che l'America, Paese della libera iniziativa, ha dovuto imporsi una bardatura di guerra; e non parliamo poi dell'Inghilterra, la quale è pure il Paese della libertà per eccellenza. Perciò noi faremo al contrario dei fascisti, che appena andati al potere parlarono contro le bardature di guerra e infatti le tolsero, ma ne aggiunsero altre peggiori.
Bisogna andare adagio per non cadere in un caos, pur affermando il principio della libertà. Noi abbiamo tanta ammirazione per questo principio, che è, in realtà, tutta la nostra speranza per la ripresa dell'Italia. Questa nostra ripresa la poniamo infatti in piccola misura (forse il 10 per cento) nell'intervento dello Stato, e per il 90 per cento nella crescita, nell'energia, nel genio di questa forza libera. E stato fatto osservare con ragione dal Ministro dell'Industria come le miniere di Carbonia, messe in mano ad un bravo democratico cristiano come Chieffi e per lo sforzo mirabile degli operai, hanno potuto portare, nonostante le difficoltà, la produzione da 35.000 a 100,000 tonnellate al mese.
Io ritengo che in materia di economia e di commercio il segreto della soluzione di questi problemi non stia negli estremi, cioè nel libero monopolio da parte di liberi imprenditori, ma che il segreto stia nella commistione e nella collaborazione dei due fattori, assieme alla vigilanza, al controllo ed all'intervento diretto dei rappresentanti del lavoro. Io credo che questo sia il concetto al quale bisogna ricorrere per evitare da una parte gli eccessi dell'autorità e il pericolo della coazione eccessiva da parte dello Stato e degli Enti pubblici, e dall'altra per evitare che le industrie, e anche l'agricoltura, siano fonti di eccessivo arricchimento per un individuo o per una famiglia e portino come conseguenza la povertà in una larga schiera di lavoratori.

L'organizzazione del Partito

Ma devo toccare gli argomenti secondo gli accenni che sono stati fatti dagli oratori. Decentramento del Partito e Statuto, ha detto Merlin. Ora, la sua esperienza di organizzatore del Partito in tanti anni è questa: quando un partito o per volontà di individui, o per struttura interna, o per debolezza di uomini, o per fatalità di circostanze, come per esempio è avvenuto in passato nel periodo di transizione dalla guerra ad un inizio di pace - viene governato da pochi uomini, senza contatto con la periferia, la macchina si arrugginisce, si aggrumano attorno ai suoi rappresentanti diffidenze e reazioni che poi, esaminate le cose attentamente, non hanno ragione di essere. Senza dubbio, gli organi centrali dovrebbero essere i supremi regolatori di una attività, che potrà essere regionale, provinciale o comunale. Sono d'accordo però che il Partito si decentri più che è possibile, in particolare per la discussione dello Statuto. Io ho sempre sostenuto il metodo decentrato, data specialmente la. possibilità delle Assemblee locali di mandare delegati agli organi centrali, perché solo così si otterrà una volontà cosciente e consapevole, rappresentante il pensiero dei molti che trasfonderanno al centro il pensiero della periferia.
Rispondendo ad Onesti, delegato di Andria, vorrei dire d'aver appreso con grande soddisfazione che questa città - che secondo i giornali dovrebbe essere il centro e il focolaio di un vasto incendio - ha invece in sé tante riserve di forze democristiane, tanto più meritorie in quanto queste riserve si sviluppano e si rafforzano in un ambiente di intimidazione. A proposito delle Puglie, e precisamente di Cerignola, in alcune lettere mi si descrivono gli orrori avvenuti ultimamente con la uccisione di due persone, una delle quali era democristiana, a colpi di arma da fuoco e di mitra tirati contro nostri amici del Partito, tanto che il Segretario della Sezione ha corso il rischio di essere colpito anche lui. In questa località, dieci minuti dopo, per una certa strada è passato anche l'on. Di Vittorio, al quale è stato pure sparato contro, per fortuna senza conseguenze. I giornali hanno detto subito che quegli sparatori erano "qualunquisti". Saranno stati pseudo-comunisti, falsi comunisti, tutto quello che si vuole, però portavano la "stella rossa"! Ora, queste lettere che mi hanno inviato io le manderò al Governo, perché pensarci è obbligo del Governo, ed è giusto.

Occupazione e Mezzogiorno

Devo ora accennare ad un altro punto fondamentale: le Camere del Lavoro non devono agire come uffici di collocamento. È una vecchia e dibattuta questione. i più anziani dei congressisti ricorderanno che intorno agli uffici di collocamento c'è sempre stata una lotta, perché è sempre stato un punto dove si può garantire o non garantire la libertà e si può abusarne facilmente. Quindi, sarà uno sforzo della legislazione futura cercare il modo di garantire contatti diretti fra le organizzazioni sindacali, e in genere le organizzazioni rappresentative di interessi, e gli uffici di collocamento. Però si deve poterli realizzare in maniera tale, che si sia sicuri che si giudichi secondo il bisogno dei lavoratori disoccupati. Oggi abbiamo gli uffici del Lavoro e le cose vanno come possono, in un periodo sconquassato come il presente, ma vanno senza dubbio in modo non soddisfacente. È un problema che bisognerà risolvere con spirito di solidarietà con le classi lavoratrici.
Problemi del Mezzogiorno: sono talmente complessi che, giustamente, ci vorrebbe un Congresso di settimane. In realtà, si tratta di problemi particolari, di trasformazione agraria, fondiaria, industriale, di irrigazioni, di bonifiche. Don Sturzo aveva una straordinaria competenza in proposito, sopratutto essendo stato Segretario dell'Associazione dei Comuni: è qui che s'impara in concreto a governare, in queste associazioni, in queste attività. Lui, che era teologo, scrittore, poeta, musicista e letterato, aveva fatto questo tirocinio, approfondito questi problemi, ed era più preparato alla politica di chiunque altro. Ai suoi tempi, si diceva che, dopo Giolitti, era lui che conosceva meglio l'amministrazione dello Stato. Questo vuol dire che una persona, anche educata ad astrazioni o a principi generali, dedicandosi ad un lavoro concreto può veramente affrontare anche grandi problemi: perché governare vuol dire conoscere, conoscere vuol dire esaminare, ed esaminare vuol dire faticare sul concreto e sui problemi nei loro veri termini, che vengono rappresentati dalle condizioni economiche, dagli interessi e dalle aspirazioni del popolo.
La disoccupazione è un problema intorno al quale il Governo fatica, per riuscire a risolverlo soltanto in parte. Ma il problema è arduo, cosi per i lavoratori della terra come per i lavoratori dell'industria. Ora si è sospeso lo sblocco dei licenziamenti nelle industrie, ma questo problema si ripresenterà da capo con maggiore insistenza. Questi problemi sono tali da incutere timore, ma io ho fede: ho fede che veramente si possano risolvere se si troverà la via della concordia, la via dei nervi a posto e dello spirito di sacrificio, lo spirito di essere servitori del popolo e di questa Italia portata alla rovina dalla guerra, ma dalla quale risorge, e risorge per l'energia dei suoi figli, attraverso questo tormento. Risorgerà se si avrà fede nelle forze della democrazia e della libertà, e se non si ricorrerà a capovolgimenti rivoluzionari che non porterebbero ad altro che allo sconquasso della produzione agraria e industriale ed all'abbandono da parte di coloro che ci possono aiutare. Anche il problema della disoccupazione, con un grande sforzo e con la solidarietà dei lavoratori, che sono i protagonisti principali di questa tragedia, potrà essere superato. Ed io sarò orgoglioso di poter dire sorridendo agli altri partiti, che sono perplessi ed esitanti ed hanno la paura del domani per lo sviluppo economico e per la difficoltà di questi problemi da risolvere: vi mettiamo a disposizione anche l'ottimismo di una concezione cristiana della vita!

Da dove arrivano certe armi

Vorrei ora rispondere ad un'accusa che si è fatta ieri su un giornale. Io nel mio precedente discorso al Congresso avevo parlato di certe armi che arrivano in qualche porto italiano, e qualche voce di congressista aveva gridato il nome di uno Stato. Io però al riguardo ho negato più volte e decisamente: "No, no, è troppo lontano!", e quelli delle prime file lo possono attestare e confermare. Ripeto di non aver fatto assolutamente l'insinuazione che mi si è voluta attribuire, non l'ho fatta per il mio posto di responsabilità e perché non ho sull'argomento accuse da fare. Se avessi accuse da fare, le farei francamente e ufficialmente, com'è mio costume. Ma non l'ho fatto perché non ci credo.
Non ho nemmeno accennato a responsabilità di politica estera nei confronti dei comunisti, ma ne ha accennato più di un oratore. Io trovo naturale che uno Stato come la Russia, che è uno Stato proletario per eccellenza, incontri la solidarietà di quelli che lo conoscono meglio di noi e di quelli che sono congiunti ai suoi governanti da una comune origine ideologica. Non credo e non so in che misura vi sia anche un legame più diretto, oltre la naturale, logica connessione psicologica. Qualcuno vi ha accennato e vi hanno accennato molti socialisti al Congresso di Firenze. Dico che, se mai ci fosse quel legame più diretto, ne sarei lieto, perché i nostri amici comunisti potrebbero ottenere dalla Russia quella protezione che ottengono i comunisti di altri Stati che ci sono vicini e che disgraziatamente sono con noi in contrasto di programmi di azione e di aspirazioni.

Un desiderio

Si è fatto cenno ad una mia eventuale giubilazione per poi respingerla, e me ne dispiace perché da lungo tempo aspiro a ritornare un po' sulle mie montagne ed a rifarmi i muscoli, se non proprio sulle rocce delle Dolomiti - ove passati i cinquant'anni non è molto consigliabile cimentarsi - almeno nelle meno faticose salite di montagna, e se mi si giubilasse... (interruzioni: "No, no!". Si grida: "Viva De Gasperi!"). Ritengo, comunque, che in tempi normali sia giusto evitare la combinazione di un uomo che stia al Governo e contemporaneamente abbia il timone di un partito politico: questo tanto per la povera vittima, quanto per una certa distribuzione di funzioni che può essere utile al Partito ed utile anche al Governo, perché io mi sono trovato nella condizione di non poter mai appellarmi all'appoggio del Segretario Politico del mio Partito...
Se voi non prenderete per il momento questa risoluzione, io vi dico subito che verrà il momento, non molto lontano, che mi ritirerò dalla vita pubblica. Avrei un desiderio, una passione sola, che morirà con me, ed è questa: di lavorare nei miei ultimi anni nel Partito come gregario, come propagandista, come giornalista, e di tenere sempre alta la bandiera di cui per tutta la vita sono stato e di cui sono così fiero. Domanderò di rientrare nei ranghi perché è il mio solo personale desiderio, e perché preferisco al posto di Presidente del Consiglio un posto donde si possa lavorare sulle menti degli uomini più che sulla burocrazia e sull'amministrazione, e preferisco un posto donde si possano lanciare le idee e illuminare le menti. Se non sarà oggi, sarà domani, ma voglio che non ci si dimentichi di questa mia preghiera che vi faccio, di poter servire ancora il mio Partito anche quando non potrò servire direttamente il mio Paese, per dar prova che non si invecchia mai quando si è giovani nelle idee e si è giovani nel cuore.
Un altro desiderio nutro ancora: l'altro giorno, allo stadio, gli sportivi triestini mi hanno offerto il modello della campana di San Giusto(2). Ebbene, io vi dico che se ho un altro desiderio, è questo: di potermi simbolicamente aggrappare alla fune di questa campana e di suonarla a stormo per l'unità della nostra Patria, della nostra Italia, per la civiltà cristiana!

On. Alcide De Gasperi
I° Congresso Nazionale della DC
Roma, 24-28 aprile 1946

* * *

(1) "Il Popolo" riporta esattamente questo testo: "di essere maggio- (a capo) -rizzati all'ultimo momento...". Evidentemente è saltata una riga.
(2) Lunedì 22 aprile (domenica 21 era Pasqua) si era giocata la partita di calcio Roma-Triestina, nell'intervallo fra il primo e il secondo tempo De Gasperi, in una breve cerimonia, aveva riaffermato con vibranti parole l'italianità di Trieste. Rappresentava il Coni l'avv, Onesti, la Roma il suo Presidente on. Baldassare. Giocavano nella Roma Amedei e il triestino Krieziu, nella Triestina Nereo Rocco.

(fonte: biblioteca Butini)


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