LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

 

I° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: RELAZIONE DI ATTILIO PICCIONI
(Roma, 24-28 aprile 1946)

Attilio Piccioni, Vice Segretario politico della DC, svolge al I° Congresso nazionale della Democrazia Cristiana una relazione sulla scelta che il Partito deve compiere in merito all'imminente referendum su Monarchia e Repubblica. Su tale scelta già si era svolto una indagine tra gli iscritti al partito che portava ad una netta prevalenza per la Repubblica.

* * *

Repubblica o monarchia

Non a caso è stato predisposto questo ordine di esposizione: prima, i principi fondamentali che dovranno costituire la sostanza viva e vitale di quei nuovi ordinamenti sociali e politici, dettati a noi, inderogabilmente, dalla tradizione del nostro pensiero, dalla visione generale della vita che sta alla base di ogni nostra attività, dalla aderenza attuale del nostro programma alla condizione del Paese; e poi la forma che lo Stato dovrà assumere nella sua definitiva struttura e che non può non essere condizionata a quella sostanza fondamentale.
Dobbiamo tuttavia riconoscere che nel travaglio affannoso e complicato di questa prima, lunga ripresa di vita libera e democratica il problema della forma istituzionale ha preso gli spiriti, è stato agitato nel Paese, discusso nelle Assemblee, ha diviso gli animi in maniera forse eccessiva, certo in maniera tale da alterare sensibilmente la giusta proporzione prospettica che ci deve pur essere nell'opera di chi imprende a ricostruire, mercé l'intervento attivo di tutto il popolo, l'edificio vasto e complesso dello Stato moderno. Ma se così è stato, mentre da una parte non può non prendersene atto come elemento di retta valutazione politica, dall'altra non possiamo però non ricordare lo sforzo compiuto dalla Democrazia Cristiana per contenerlo entro i giusti limiti e nelle sue naturali proporzioni, sforzo che è stato troppo spesso scambiato, da avversari e da amici, come proposito di conservazione ottusa o come tentativo di eludere le proprie iniziative e responsabilità, mentre in effetti mirava — come i risultati fin qui ottenuti hanno dimostrato — a chiarificare stabilmente sentimenti, propositi e risoluzioni, in mezzo a noi e fuori di noi, e a incidere nelle coscienze il convincimento che la tragica situazione nostra non si riassumeva in un solo problema, risolto il quale ogni altra difficoltà sarebbe stata facilmente superata.
Esso invece ci appariva come uno dei gravi problemi che si ponevano dinanzi a noi e che attendevano, non dall'impulso del sentimento o del risentimento la sua soluzione, ma dalla naturale consapevolezza del nuovo destino di tutto un popolo. Posizione, quindi, la nostra, volutamente formativa, educativa, responsabile e non passivamente neutrale, elusiva o, peggio ancora, negativa. Ma essa era anche suggerita a noi da considerazioni più strettamente politiche. La così detta tregua istituzionale che seguì alla liberazione di Roma e che fu riconfermata dopo la liberazione del Nord fu un fatto morale e giuridico insieme: almeno come tale fu giustamente valutato da noi. Fu imposta dalle necessità ferree della guerra che continuava sul nostro territorio, fu voluta dagli alleati liberatori e occupanti, fu reclamata da questo bisogno dell'unità viva di tutto il popolo che si stava sanguinosamente cimentando nell'eroico sforzo della liberazione, del riscatto, della rinascita, e fu prevista anche dalla prima libera democratica assemblea di Bari. Avvertirono un po' tutti che una tale tregua rispondeva forse, più che ad una necessità di emergenza, ad un dovere morale e che, partendo essa dalla premessa giuridicamente posta a Salerno, della convocazione della Costituente, attraverso la quale il popolo liberamente avrebbe scelto le forme istituzionali del suo Stato, non avrebbe defraudato il popolo del suo diritto, non avrebbe accantonato le responsabilità, ne impedito che il rinnovamento sociale e politico si compisse.
Ma, voi direte, e alcuni tra voi hanno già detto: c'era modo e modo di intendere e di praticare la tregua istituzionale. Noi — al contrario di altri troppo presto dimentichi di essa — abbiamo scelto, anche perché Partito di Governo, quello che ci sembrava il più leale, il più onesto, il più aderente agli interessi del Paese e del Partito. Ma progressivamente abbiamo chiarito la posizione nostra: nel settembre del '44, a tre mesi dalla liberazione di Roma, a pochi giorni da quella di Firenze, il Consiglio nazionale dichiarò solennemente che «nessuna pregiudiziale legava il Partito all'istituto monarchico», ponendo così la premessa della indiscutibile libertà del partito in ordine a tale problema. Nell'agosto del '45, a tre mesi dalla liberazione del Nord, il Consiglio nazionale, allargato con tutti i Segretari provinciali, «prendeva atto della netta prevalenza repubblicana nei quadri del Partito» e indiceva, allo scopo di determinare con precisa e democratica esattezza l'orientamento di esso, una inchiesta interna su tale questione.
Intanto non si inibiva che del problema e delle sue soluzioni si trattasse sulla stampa nostra e a noi vicina, da uomini del Partito, si discutesse nelle nostre Assemblee sezionali e provinciali, si fissassero orientamenti di maggioranza o di minoranza al riguardo. E tutto questo non già per spirito di debolezza direttiva o di incauta tolleranza, ma col proposito di chiarificare e rendere consapevoli ed evidenti sentimenti ed idee nella fiducia ferma che attraverso l'applicazione di questo fondamentale metodo della libertà, l'unità del Partito, nelle cose essenziali, si approfondisse, e la distinzione e varietà nelle altre si affermasse, nel largo respiro della disciplina e della fedeltà sostanziale alle premesse e alle mete massime del nostro Movimento.
Così, repubblicani e monarchici hanno potuto mettere a raffronto le proprie valutazioni e le proprie preferenze, hanno potuto convivere e operare insieme per il bene del Partito e del Paese, hanno potuto persuadersi — quelli almeno che al di sopra di ogni preferenza formale o istituzionale pongono la loro coscienza democratica cristiana — che anche domani l'unità del Partito può, deve essere un fatto che sorpassa ogni distinzione contingente e provvisoria, un bene inestimabile che si pone come forza che supera ogni personale valutazione storica ed ogni divergenza occasionale. Ed il risultato più confortante e costruttivo lo abbiamo visto nelle elezioni amministrative, nelle quali i democratici cristiani, tutti i democratici cristiani, hanno profuso le loro energie per raggiungere quella vittoria che ci fa orgogliosi ma anche pensosi, che è vittoria della Democrazia Cristiana, semplicemente, senza ulteriori qualificazioni.
Ma oggi la tregua istituzionale è finita: le elezioni per la Costituente e per il referendum sono state indette; ma oggi siamo qui raccolti in quel Congresso a cui fu rinviata, per esigenza democratica interna e per necessità di espressione unitaria della Democrazia Cristiana di tutta Italia, la decisione finale anche in ordine a tale questione.
Ed eccoci, appunto, qui per questo.
Uno dei dati necessari, anche se non il solo, per una ragionevole soluzione non può non essere il risultato della inchiesta interna, la quale si è conclusa, come era logico, in occasione delle elezioni di voi delegati al Congresso.
I dati a noi pervenuti da 86 Comitati provinciali sono i seguenti: su 836.812 votanti, 503.085 hanno votato per la soluzione repubblicana, 146.061 per la soluzione monarchica e 187.666 per la posizione di neutralità o così detta "agnostica" in considerazione del referendum istituzionale in atto.
Una percentuale cioè del 60 per cento per la repubblica, del 17 per cento per la monarchia e del 23 per cento per la posizione agnostica. Da notare che per questa ultima posizione rimarrebbe sempre da chiarire la distinzione tra repubblicani e monarchici, in quanto essa, in fondo, è una posizione di riserva in ordine alla specificazione definitiva: ed a conforto di tale interpretazione vi sono esempi di indiscussa rilevanza.
Alcune considerazioni su tali risultati si impongono: la prima è quella che riguarda l'interpretazione dell'opinione dei non pochi democratici cristiani che non hanno votato in tale inchiesta.
Non ritengo sia di grande importanza. Poiché l'interessamento spiegato dai repubblicani e dai monarchici è stato notevole e press'a poco di pari intensità e si è sviluppato in un clima di uguale libertà per tutti, si deve ritenere che la decisione delle convinzioni contrapposte negli assenti, non sia stata tale da determinarli urgentemente a intervenire nella votazione: ciò vale per gli uni e per gli altri, ma deve pure valere, quindi, per assumere il risultato come indice proporzionale delle varie opinioni degli assenti. Ne può pretendersi che la loro opinione debba ingrossare l'indice dei così detti "agnostici", in quanto anche questa posizione non è mera indifferenza, ma affermazione positiva di un orientamento combattivo, quanto gli altri. Mi pare quindi che sia onesto non soltanto per una esigenza democratica, connaturata con ogni esperimento elettorale, ma anche per le valutazioni fatte — assumere gli indici come rivelatori delle graduazioni delle opinioni negli iscritti.
Quali i motivi che hanno determinato le distinzioni indicate? Potrei ritenermene dispensato se si deve tener conto dell'ampiezza polemica con la quale il dibattito si è svolto fin qui.
Comunque li riassumerò nel modo più obiettivo e sintetico che mi è possibile.

Dicono i repubblicani:

In teoria: la repubblica è l'espressione istituzionale più coerente ed aderente ad un integrale ordinamento democratico, elimina ogni privilegio politico di casa e di casta, rompe ogni incrostazione parassitaria che si aggruma fatalmente intorno ad una istituzione ereditaria, garantisce l'equilibrio e il sano sviluppo e il controllo più aggiornato delle forze realmente operanti nel Paese.
In concreto, cioè storicamente: la monarchia italiana ha mancato alla sua funzione naturale di garantire la Costituzione dello Stato e più propriamente di salvaguardare da ogni attentato le libertà civili e politiche degli italiani, i loro inalienabili diritti di uomini e di cittadini. In che modo? Piegando di fronte alla violenza sopraffattrice della marcia su Roma; piegando di fronte al colpo di stato del 3 gennaio 1925, alla instaurazione della dittatura totalitaria e della diarchia, alla stessa ingerenza delle norme regolanti la successione al trono, alle avventure belliche della dittatura fino alla rovina del Paese. È vano dire — essi aggiungono — che i partiti, anche il Parlamento, anche il popolo, hanno piegato, poiché essi sono stati travolti dalla violenza del partito, combinata con la complicità monarchica, se la monarchia travolta non fu. Tale ultimo baluardo non si rivelò mai tale, e se non potè esserlo per intima impotenza, inutile continuare a tenerlo ancora in piedi.
E concludono: non bisogna perdere il contatto con le masse del popolo più attive ed efficienti nella vita sociale e lo si perderebbe se venisse ostacolata tale esigenza che, alla loro coscienza, appare, oltre tutto, come esigenza di giustizia.

I monarchici a loro volta osservano:

La responsabilità storica degli ultimi venti anni non può essere addebitata per intero alla Monarchia: essa fu e deve essere condivisa da altre forze sociali e politiche: lo scatenarsi della insana campagna, proveniente da più parti, contro lo Stato borghese e liberale, la degenerazione dell'istituto parlamentare, la debolezza dei partiti, la disgregazione o deviazione delle altre forze al servizio dello Stato, il crescente paralizzante centralismo di questo.
Comunque se responsabilità ci fu essa è del monarca, non dell'istituzione. L'istituzione, aggiungono i monarchici, ha anche le sue benemerenze storiche, costituisce una tradizione. Non impunemente un popolo rinuncia alle proprie tradizioni per correre l'avventura di innovazioni cui è impreparato.
L'istituzione monarchica, essi insistono, rinnovata e adeguata alle nuove contingenze storiche può esercitare oltre che una funzione di continuità, quella di un equilibrio più saldo e più stabile, al di sopra dei partiti e delle fazioni cui la Repubblica è fatalmente soggetta.
Infine, i monarchici concludono: masse contro masse, non si può nascondere che ve ne sono ancora di notevoli, in qualche regione, che custodiscono, bene o male, il sentimento monarchico. Anche il contatto con esse conta qualcosa.

Veniamo agli agnostici o neutrali. Bisogna avvertire che questa non è una posizione che possa ricondursi a quella tenuta fin qui dal Partito — che non era di per sé agnostica, come si è detto, ma formativa e provvisoria — ma è una posizione nuova condizionata dal referendum intorno alla questione istituzionale, con l'accordo di tutti i partiti e di tutti gli interessati, e poiché il referendum come tale si appella alla espressione della volontà del singolo, quale necessità vi è di definire preventivamente la posizione del Partito? Il referendum non implica appunto la libertà di coscienza del cittadino nella sua risposta al quesito che gli viene posto? Il Partito una sola cosa dovrebbe dire, secondo essi: dichiarare solennemente ed unitariamente la sua accettazione del risultato del referendum quale esso sia, e proclamare la sua leale fedeltà al risultato stesso.

Come vedete, sono impostazioni sufficientemente motivate e rispettabili, ma che dal punto di vista delle esigenze intrinseche di un grande Movimento come il nostro e delle sue prospettive storiche, impongono una più approfondita e risolutiva presa di posizione del Partito.
Conviene qui porre subito una premessa la quale è strettamente collegata con lo svolgimento del referendum istituzionale.
Che cosa ha voluto dire e dal punto di vista strutturale e dal punto di vista più propriamente politico tale innovazione, accettata, come compromesso di mediazione, da tutte le forze interessate e in contrasto, compresi noi democratici cristiani, la cui tesi preferita — nell'ultima fase conclusiva — come è noto, era quella del referendum intercostituente?
Ha voluto dire precisamente questo: che la questione istituzionale veniva riservata alla interpellazione diretta del popolo e con efficacia decisiva. È dunque un atto di democrazia diretta, una manifestazione di volontà direttamente deliberante. Il concetto, la forma, le varie esigenze della democrazia rappresentativa in atto sono in questo momento accantonate. L'atto sovrano del popolo si esaurisce, si compie con la dichiarazione della volontà del singolo — e quindi di tutti — senza la mediazione di un mandato di fiducia qualsiasi, per il tramite di un partito qualsiasi.
Quale dunque può o deve essere la funzione di un partito in un tale momento?
Il Partito deve orientare, suggerire, consigliare, ma non può non riconoscere la condizione di autonomia in cui viene posta la coscienza individuale dal fatto stesso del referendum — al di sopra di ogni facile scappatoia pratica —. Perché se le cose si potessero prospettare diversamente, a che cosa si ridurrebbe la differenza tra questa forma di consultazione e quella normale ad ogni democrazia rappresentativa?
E perché allora tanto battagliare di contrasti intorno all'adozione o meno del referendum stesso?
La posizione dunque, a mio avviso, del Partito può riassumersi nei seguenti termini:
1 - il Partito, in relazione alla sua funzione storica, che intende continuare a svolgere e potenziare nella vita politica italiana, non può ignorare il problema, o minimizzarne la portata;
2 - il Partito ricorda che non è stato esso — nella logica dello sviluppo delle sue premesse ideologiche e dottrinarie per le quali sia la soluzione repubblicana che quella monarchica non può dirsi organicamente ad esse connaturata — a porre il problema, ma bensì a porlo sono state le funeste vicende storiche che hanno travagliato l'Italia nell'ultimo ventennio;
3 - l'espressione della volontà della maggioranza del Partito in senso repubblicano, implica un giudizio storico e politico su tali vicende che il Partito non può non far suo;
4 - il Partito riconosce che la soluzione repubblicana aderisce allo spirito delle istituzioni democratiche e rappresentative che esso vuole costruire ma non deve sopraffarle o comunque deviarle;
5 - di fronte al referendum istituzionale preventivo, che rimette la decisione alla diretta espressione della volontà individuale, la libertà delle coscienze non può dirsi violata dalla indispensabile funzione di orientamento che il Partito è chiamato ad assolvere;
6 - la convivenza in seno al Partito di quanti nutrono opinioni o apprezzamenti diversi su tale problema e sulla sua soluzione, non viola la disciplina fondamentale del Partito, poiché la unità di esso si realizza e deve svilupparsi nel profondo del suo spirito animatore cristiano e democratico, e lo sforzo costante e concorde di tutti i democratici cristiani deve essere fermamente indirizzato a permeare di quello le nuove istituzioni;
7 - il Partito accetterà incondizionatamente e lealmente il risultato del referendum istituzionale quale esso sia.
In questi termini mi pare possa essere riassunta la posizione leale ed onesta che il Partito assume su tale questione. È una posizione che può distinguerci e differenziarci, ma non deve dividerci.
Essa tien conto di tutti i dati storici e politici di cui questa vicenda istituzionale è intessuta; non è presa a cuor leggero da noi, o con entusiasmi giacobini, che anzi, avremmo preferito venisse risparmiata all'Italia quest'altra non facile prova. Ma la storia, come la Provvidenza, ha le sue vie, ed è vano pretendere di sbarrarle o tagliarle.
Né le istituzioni umane possono concepirsi come immutabili o eterne. O la lenta evoluzione o il precipitare degli eventi e l'incalzare delle responsabilità, le logorano e le consumano. Il segno del loro fatale trapasso sta nel distacco della coscienza pubblica dal loro destino. Noi ci troviamo in uno di tali momenti della nostra storia: riconosciamolo.
Non ci attardiamo ad indulgere troppo ai nostri sentimenti o risentimenti.
Come nelle ore più travagliate della vita individuale, affidiamoci piuttosto alla luce della retta ragione. E soprattutto impegniamo ogni nostra energia a vivere la vita sociale e politica, con più stretta e costante aderenza, con fermo e tenace controllo, con abnegazione e passione di cittadini votati al bene comune. Non è nostra missione, di noi democratici cristiani, quella di presidiare e sviluppare la libertà umana, nell'ansia di liberare, di innalzare i valori della persona umana? Non è quella di attuare incessantemente una più profonda, concreta, visibile giustizia sociale, per il benessere anche materiale dei più umili? Teniamo fede tenacemente ad essa!
Tra meno di quaranta giorni il problema istituzionale sarà risolto: come potrebbe dunque dividerci?
Ma dopo comincerà, forse, il periodo più duro della nostra rinascita. Prepariamoci, applichiamoci ad esso con ardente fede nella nostra verità, e con reale spirito di sacrificio. Non indeboliamo la nostra forza! Solo in rapporto ad essa, ricordiamolo, noi potremo agire e costruire: costruire quel mondo migliore verso cui il nostro spirito cristiano ci rende anelanti e che insieme ad una progrediente giustizia, ha per mèta più vicina la pacificazione. Siamo certi che la posizione repubblicana che il Partito — come io penso — assumerà, in ordine al problema che ci occupa, risponderà anche a questo supremo, non più prorogabile imperativo: la pacificazione del nostro Paese.

Attilio Piccioni
I° Congresso Nazionale della DC
Roma, 24-28 aprile 1946

(fonte: biblioteca Butini)


torna indietro home page stampa la pagina Portale della Democrazia Cristiana - un progetto ideato dall'Istituto "Renato Branzi" di Firenze
hogan interactive, hogan stivali scarpe, hogan scarpe 2015, hogan scarpe italia, hogan scarpe outlet, hogan scarpe 2014