LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL PRIMO GOVERNO DELLA REPUBBLICA: REPLICA DI ALCIDE DE GASPERI ALL'ASSEMBLEA COSTITUENTE
(Roma, 15 luglio 1946)

Dopo il referendum sulla scelta tra Monarchia e Repubblica, le elezioni per l'Assemblea Costituente del 2 giugno 1946, e l'elezione di Enrico De Nicola come Capo provvisorio dello Stato il 28 giugno 1946, Alcide De Gasperi presenta le dimissioni del suo I° Governo il giorno stesso dell'insediamento di De Nicola, il 1 luglio 1946.
Ricevuto nuovamente l'incarico di formare il nuovo Governo, Alcide De Gasperi costituisce il suo II° Governo il 13 luglio 1946 con una coalizione composta da DC, PCI, PSIUP e PRI. Il 15 luglio 1946 presenta il primo Governo della Repubblica all'Assemblea Costituente, e il 25 luglio replica agli intervenuti al dibattito.
L'ordine del giorno che approva le dichiarazioni del Governo passa con 389 voti favorevoli, 53 contrari e 7 astenuti.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. (Segni di attenzione). Onorevoli colleghi, ho seguito con molta attenzione ed interessamento il dibattito, sempre utile e spesso elevato, di questa Assemblea, senza fare distinzioni fra maggioranza e minoranza. E chiedo scusa se, in qualche momento, ho dovuto assentarmi per ragioni di servizio. La mia assenza non era certo diretta contro l'opposizione. So l'utilità del controllo dell'opposizione e so che un Governo ha il dovere di ascoltarla, poiché nell'Assemblea vi è parità di doveri e di diritti.
Prima di entrare nel merito di alcuni argomenti che hanno formato oggetto del dibattito, ad integrazione, o discussione, o a critica delle dichiarazioni del Governo, permettete che io faccia un'introduzione generica rivolgendo la mia attenzione a taluni discorsi, per qualche rilievo particolare.
Ringrazio in modo speciale l'amico Lussu per aver proclamato qui che nessuno può invidiare il Governo, che viene citato a Parigi come un imputato. Questa affermazione risponde sufficientemente a chi vuol vedere nel compito che mi sono assunto una leggerezza ed un senso di irresponsabilità che credo finora di non aver dimostrato.
Il mio assenso più vivo va specialmente al discorso dell'amico Grandi, segretario della Confederazione generale del lavoro. L'ho sentito con grande commozione, ricordando i meriti di quest'uomo che tutta la sua vita ha dedicato all'elevazione della classe operaia; e ricordando il coraggio che ha dimostrato in momenti così critici. Coraggio quando ha dichiarato "che lo Stato democratico non deve essere ricattato"; coraggio quando ha detto che "le caratteristiche dell'azione sindacale sono la gradualità e il riformismo"; coraggio quando ha affermato l'universalità della Confederazione generale del lavoro, alla quale desidera che tutte le correnti aderiscano; coraggio quando ha rivendicato la libertà per tutti i servizi ausiliari che non trattino direttamente e sostanzialmente la questione sindacale, naturalmente riservata ai sindacati.
Ringrazio anche l'onorevole Lombardo per la sua realistica e profonda esposizione di politica economica estera con riguardo speciale alla ripresa industriale.
Gli onorevoli Pellizzari, Bianchi e Gronchi ci hanno richiamato alla importanza della scuola. È vero: non le avevamo dato particolare rilievo, non perché volessimo accantonare la questione ma perché intendevamo riservarla ad un maggiore studio e a una più tranquilla deliberazione di questa Assemblea.
L'onorevole Persico ha fatto una critica molto oggettiva del sistema elettorale. Gli sono grato per taluni accenni che vorrebbero introdurre nel sistema proporzionale una maggiore libertà degli elettori, perché questi accenni corrispondono alla mia tendenza personale e, direi, alle conclusioni della mia esperienza di tutta una vita.
Gli onorevoli Pecorati e Valiani hanno espresso qui la passione e l'angoscia dei giuliani. Essi hanno riscosso dall'Assemblea un attestato di simpatia ed un applauso che ha manifestato l'unanimità della nostra volontà e l'unanimità della nostra solidarietà con i nostri fratelli giuliani.
L'amico Lombardi, uscito testè dal Ministero, ha fatto un'esposizione economica lucida e originale, ripetendo anche argomenti che egli aveva trattati e sostenuti in seno al Consiglio dei ministri. Ma la libertà maggiore e la più facile logica che si possono mantenere da un banco dell'Assemblea anziché dal banco del Governo hanno suscitato in me un certo senso d'invidia.
Gli onorevoli Angelini e De Martino hanno fatto una proposta originale circa la ricostruzione: l'uno per la ricostruzione edilizia, l'altro - che è un perito industriale che ha presieduto la prima esposizione della ricostruzione a Salerno - circa l'organizzazione di commissioni che dovrebbero essere organi del Comitato centrale della ricostruzione. Io credo che i colleghi dello stesso Comitato siano d'accordo che queste proposte meritino la nostra considerazione.
Infine ringrazio in modo particolare l'onorevole Pacciardi per il suo caldo contributo ad una politica estera dignitosa e costruttiva del nostro paese.
A molti altri avrò occasione di accennare durante la trattazione degli argomenti che formano l'oggetto delle mie conclusioni.
L'onorevole Nitti, un po' all'acido corrosivo, mi ha fatto una critica per i metodi seguiti e per le risultanze ottenute nella combinazione ministeriale e fra l'altro ha detto che nessun paese in Europa ha tanti ministri e sottosegretari come l'Italia. Non ho avuto tempo di confrontare tutte le statistiche, ma alcune ne ho viste. Il Gabinetto di Sua Maestà britannica è composto di 20 ministri, compreso il Primo Ministro; vi sono poi 15 ministri fuori del Gabinetto; i sottosegretari di Stato sono 42, oltre a 14 posti di rango equiparato. Sono dunque 35 ministri e 56 fra sottosegretari ed equiparati: in totale 91. (Applausi al centro).
Devo poi dire che anche i nostri amici francesi, se questo è un peccato, peccano nella stessa misura e anche di più. Essi sono venti al Ministero, oltre i sottosegretari, e dell'attuale Governo, oltre i venti ministri, fanno parte due vicepresidenti senza portafoglio e due ministri di Stato senza portafoglio. Se mai, non è un'invenzione mia né un peccato mio, è una epidemia. (Si ride).
Egli mi ha fatto accusa di avere inventato all'ultimo momento dei ministeri, di averne aumentato il numero, introducendo quello della marina mercantile. Devo osservare anzitutto che il numero resta quello di prima, perché altri ministeri sono caduti; ma quello della marina mercantile, come ho accennato nelle dichiarazioni, non è una invenzione dell'ultimo momento. È stato creato per tener conto del desiderio degli armatori e dei marittimi. Vi sono dei documenti, delle domande formali che del resto non è la prima volta che sono state presentate. L'amico Corsi, che si trovava a dirigere prima il sottosegretariato della marina mercantile, mi può essere testimonio che egli stesso alcuni mesi fa, quando non si parlava né di crisi, né di nuovi ministri, né di titolari di ministeri, aveva dimostrato l'opportunità di fare del sottosegretariato o un ministero o, in ogni modo, un Alto Commissariato autonomo che corrispondesse all'importanza del momento.
Poi v'è stata la critica di aver pregato l'amico Micheli di dirigere la marina da guerra (Commenti) - non so se sia stato l'onorevole Nitti od altri - come se si dovesse sempre giudicare dal punto di vista della competenza tecnica l'investitura di un ministero. Credo che l'Assemblea difficilmente potrebbe adattarsi a questa soluzione.
In certi momenti non bisogna mettere il tecnico. Noi abbiamo una speciale situazione nel personale della marina, tutto rispettabile, con diverse correnti che corrispondono alla situazione politica che noi abbiamo superato. Mettere un vecchio, autorevole e saggio parlamentare di fronte agli ammiragli è opera politica di opportunità. Quindi non si tratta di una questione di giornali umoristici ma di una questione molto seria (Commenti), e il punto di vista nostro è stato quello di sottoporre tutte le forze armate ad uomini politici di sicura fede, di abilità e saggezza e questo devo anche dirlo a proposito della facile dichiarazione che è venuta da tante parti: perché non riducete il numero dei ministri? È un postulato di diversi partiti, e anche del mio; un postulato ideale, evidentemente; ma non è che noi siamo arrivati alla necessità di mantenerli o di aumentarli di uno, per la così detta dosatura, perché la dosatura andava benone anche con dodici. No! È che quando voi unite in un periodo, bene o male di avanzato sviluppo, dei ministeri, sotto una sola persona, dovete avere le persone adatte per queste concentrazioni. E non è sempre facile.
La mia poca esperienza - che non sarà come quella dell'onorevole Nitti - mi dice però che prima di far cambiamenti bisogna andare adagio. Certo, noi abbiamo trovato razionale che i Ministeri delle forze armate siano riuniti in un solo dicastero. È una mèta a cui questo od un altro Governo deve arrivare, perché si tratta di semplificazioni di servizi, si tratta di una contrazione che risulta dalle esigenze della guerra, o meglio della pace. Però bisogna scegliere il momento giusto. E ci siamo posta la questione se in un momento in cui bisogna mandar via moltissima gente, in cui c'è la smobilitazione, c'è una questione di depressione morale anche in qualche parte - accenno alla marina - sia opportuno significare, simboleggiare anche nelle persone, questa smobilitazione, questa concentrazione, al di là di quello che è assolutamente necessario. Sono considerazioni oggettive che ci hanno portato a non poter corrispondere a questo razionale, logico desiderio che molti partiti, che fanno parte anche dell'attuale Governo, avevano espresso.
L'onorevole Togliatti, nel suo sereno e ampio discorso, nella prima parte, ha rivolto a me un monito speciale, dicendomi che "il suo Governo - cioè il mio - sarà tanto più vitale e riuscirà a lavorare tanto meglio, quanto più esso si presenterà e funzionerà non come un Governo del partito democratico cristiano, con appendici più o meno considerevoli provenienti da altri gruppi politici, ma come un Governo di coalizione. Questa è una necessità non soltanto parlamentare, ma di politica generale". Ora, mi domando se, specialmente prendendo in considerazione i due partiti di sinistra, si possa parlare di appendici. I dicasteri economicamente più importanti, senza parlare della giustizia e degli esteri, cioè quelli delle finanze, dei trasporti, dell'assistenza postbellica, del lavoro, dell'industria e commercio, dei lavori pubblici, sono controllati da rappresentanti molto degni di questi partiti. Quindi non è che si possa parlare di appendici. Si deve parlare di struttura sostanziale. Niente di riforme economiche, niente di riforme sociali e finanziarie, niente di riforme essenzialmente politiche, niente può venir fatto senza il concorso, la corresponsabilità di questi miei cari colleghi. Quindi, non mi pare che si possa sospettare il Ministero, che qui si presenta, come un Ministero democristiano o come un Ministero personale. Senza dire che il Ministero dei lavori pubblici è stato, affidato alla esperienza e provata abilità dell'amico Romita, il quale vi troverà un campo d'azione importantissimo perché è notorio che, in questo momento, il compilare un programma di lavori pubblici e saperlo attuare è uno dei compiti principali, una delle ambizioni essenziali che può avere un partito riformatore.
Riguardo poi al programma economico-finanziario, mi si è detto che noi siamo entrati troppo in dettaglio; ci siamo sforzati di arrivare a chiarire tutti i settori su cui verteva una discussione, in modo da trovare una linea di corrispondenza per tutti i settori e per un periodo che corrispondesse press'a poco all'attività che poteva avere questo Ministero.
Evidentemente non diamo fondo all'universo, non tutte le riforme potranno essere compiute, ma avviate sì, iniziate sì, se avremo la concordia fra noi e se avremo una ferma volontà di attuarle.
Il programma economico-finanziario è naturalmente, nelle sue linee sostanziali, un programma difficile; cioè l'attuarlo è cosa difficile perché, come ho accennato, non è un programma che possa venire da libri o da premesse ideologiche ma è un programma che è imposto dalle circostanze, è il binario su cui camminare, e corrisponde ad esigenze oggettive al di fuori di noi e al di sopra dei partiti.
In quest'opera, io credo preziosa la collaborazione dell'onorevole Corbino. Ho avuto l'impressione di essere davanti ad un uomo non solo di grande preparazione, non solo di somma integrità e rappresentante dei veri lavoratori - è venuto dalla gavetta e per forza propria è arrivato al sommo della cultura universitaria e perciò rappresenta un'esperienza in se stesso, di quello che può essere la vita del ceto medio, dell'uomo colto e del lavoratore - e credo che nella sua preparazione scientifica egli sia temprato da questo senso di esperienza ad una certa duttilità, anche quando si tratta di deviare da certe tesi nei momenti in cui è assolutamente necessario.
Egli è nel Comitato di ricostruzione - che deve essere potenziato, che ha già cominciato i suoi lavori e che rappresenta un collegio non soltanto entro il Ministero, ma che funziona col concorso di rappresentanti di altri enti e categorie - uno dei primi collaboratori, e la linea economica e finanziaria che ne uscirà dovrà tener conto di tutta la situazione così come man mano si evolve, purché si sia tutti d'accordo sopra la linea programmatica anti-inflazionistica.
Si è fatto cenno alla passata discussione sul cambio della moneta e si è accusato l'onorevole Corbino di averlo impedito. Devo dire la verità che Corbino è stato contrario, si è battuto per questa tesi, per ragioni teoriche e pratiche. Ma, oltre a questo, c'è stato un rapporto della Banca d'Italia che era tecnicamente contrario, ed in quel momento, quando abbiamo presa la decisione, che cioè non lo si poteva fare entro quel termine stabilito - prima delle elezioni eccetera - siamo arrivati a tale conclusione per la impossibilità della tempestiva esecuzione. Quindi non vorrei che si desse all'intervento suo un significato che lo faccia quasi apparire come lo spettro di Banco che domani potesse allungare ancora la mano e strappare un'altra concessione in favore del mondo capitalista contro i desideri dei partiti riformatori. Debbo dire che in questi giorni egli è stato poco assiduo a quest'Assemblea perché sempre occupato nelle questioni salariali e sindacali, onde contenere le agitazioni operaie, ed ha dovuto svolgere un'opera per la quale sembrerebbe in teoria che egli non sia né adatto, né disposto.
Ma, rispondendo all'onorevole Togliatti, il quale mi dice che il Ministero deve essere di coalizione e non del partito democratico cristiano e non, soprattutto, un Ministero personale, io dico: d'accordo; però il pericolo non sta qui. Il pericolo è in quella irrequietudine in cui si trovano i partiti perché le elezioni sono troppo vicine. Se noi avessimo due anni innanzi e potessimo fare davvero un patto nell'interesse del nostro paese, una tregua politica per poter risanare la situazione finanziaria, credo che ci potremmo dire felici. Non l'abbiamo; però la dobbiamo sostituire con una specie di "tregua repubblicana".
Ricordatevi come siamo arrivati a superate tutte le difficoltà che si opponevano al referendum ed alla risoluzione della questione istituzionale: ci siamo arrivati con grande impegno, facendo sacrifici da una parte e dall'altra, e ci siamo arrivati - soprattutto - senza conflitti esterni, smentendo tutte le dicerie che c'erano in giro e che arrivavano anche sul banco dei ministri.
Questa unità, questa calma, questo spirito costruttivo del popolo italiano è senza dubbio merito delle masse, soprattutto; ma io credo che sia anche un merito dei capi di partito. E quando ci siamo l'un l'altro felicitati, in un Consiglio dei ministri, per il risultato pacifico di queste elezioni, ricordo di aver detto: "si vede che quando i capi vogliono, l'unione, la pace e l'ordine sono possibili". (Applausi al centro).
Io non voglio negare né sminuire il merito del ministro dell'interno il quale, senza dubbio, con grande zelo ha vigilato perché l'ordine fosse mantenuto e la libertà garantita devo aggiungere però che il povero ministro dell'interno, e il Presidente con lui, se avessero dovuto contare solo sopra le quattro "forze armate miste" che dovevano assistere ciascuna sezione per mantenere l'ordine, evidentemente avrebbero contato su forze assolutamente insufficienti. L'ordine è stato mantenuto dalla volontà dei partiti...

Una voce. Dal popolo italiano.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri Ministro dell'interno e, ad interim degli affari esteri. Senza dubbio il popolo italiano ha in sé il merito di aver mantenuto la calma; però quando questo non avviene, è segno che qualche turbamento è introdotto dal di fuori.
Io dico: vogliamo, onorevole Togliatti, vogliamo fare un Ministero che veramente, per i sette od otto mesi, lavori con tutto lo zelo a risolvere i problemi di politica estera e di politica interna italiana?...

Una voce. Meno scioperi.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. Bisogna che manteniamo l'ordine e bisogna che diciamo onestamente ai nostri partiti: è il momento del sacrificio...

Voci a sinistra. Sacrifici da tutte le parti. Bisogna dare lavoro e pane.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. Quindi, il mio appello è questo. Vi saranno in ottobre o in novembre le elezioni amministrative. Ma, vigendo la proporzionale, non cade il mondo se un voto di più o di meno va a questo o a quel partito. Non giustifica questo un accanimento tale che investa tutto il problema politico e quindi, in realtà, se abbiamo volontà e se il Governo è vigile ed assecondato dai partiti, noi potremo arrivare fino all'ineluttabile termine della campagna elettorale prossima, per la prossima Camera, con una certa tregua repubblicana. E la chiamo "tregua repubblicana" perché si tratta, non di salvare un Ministero qualsiasi, ma di salvare la democrazia, e la Repubblica. (Applausi).
Io conto che l'amico Togliatti, il quale mi ha aiutato nel passato Ministero con la sua autorità ad ottenere questa concordia possa oggi che è più libero...

Voci. Questo è il guaio! (Ilarità).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. ...e non ha più impacci e incarichi di Ministero, dal suo posto di capo di partito, contribuire ancor di più a consolidare e a tenere compatto dietro i suoi ministri, e attraverso i suoi ministri anche un poco dietro di me, il suo partito che rappresenta forze così degne di considerazione.
Ed ora vengo al problema che è forse il principale, del quale non si è parlato molto, ma che era sottinteso in quasi tutti i discorsi: il problema dell'ordine pubblico. Per essere preciso, dirò quello che in parte ho detto e che in parte intendo dire ai prefetti, in modo che essi possano a questa dichiarazione pubblica richiamarsi in confronto di tutti. La dirò perché l'Assemblea, sentendola e approvandola, dia maggior forza alle parole del Governo.
Ai prefetti dirò: 1°) fedeltà nella forma e nella sostanza al regime che il popolo si è dato, alla Repubblica italiana (Vivi generali applausi): ogni debolezza a questo riguardo verrà repressa e punita; 2°) difesa della autorità, del prestigio, del decoro del nuovo Stato.
Un prefetto repubblicano (fino a che le nuove leggi autonomistiche non abbiano modificato l'organismo pubblico) deve essere più forte, più dignitoso, più rispettato che mai, perché egli incarna la democrazia. Non deve avvenire, non deve più ripetersi (e aspetto i risultati di inchiesta per provvedere) quello che è avvenuto a Rovigo, dove un prefetto è stato trascinato al balcone e costretto a parlare, dopo essere stato malmenato. Ciò non può corrispondere alla autorità del nuovo Stato, all'autorità repubblicana. (Vivi applausi al centro e a destra).
Quanto ho detto vale naturalmente per tutte le autorità dello Stato, ma in particolare per le forze adibite all'ordine. E qui bisogna dire anche a tutti gli organi dell'ordine che Repubblica non vuol dire rilassatezza, mancanza di disciplina, mancanza di stile. Repubblica vuol dire maggiore e più schietta coscienza di servire la causa del popolo e del proprio paese. (Vivi, generali applausi).
Dichiaro da questo posto dell'Assemblea Costituente che se a tale coscienza non si corrisponderà, prenderemo tutti i provvedimenti per suscitarla e per ravvivarla. (Approvazioni).
Nelle vertenze sindacali e sociali, nei problemi del lavoro, di disoccupazione e della terra, i prefetti - e con essi tutte le autorità - devono avere la massima comprensione delle legittime esigenze e fare il massimo sforzo per andar loro incontro, facendo da mediatori, ricordando che questo è Governo di popolo e per il popolo; ma dovranno nello stesso tempo reagire con la massima risolutezza contro atti di violenza e violazioni della legge, (Applausi al centro e a destra).
La violenza, tanto padronale che operaia, chiama la violenza; le armi chiamano le armi; le imposizioni con minaccia di morte reclamano una reazione più profonda e pericolosa. Noi qui in quest'aula - noi vecchi, noi anziani - abbiamo passato dei momenti simili e, poiché non abbiamo avuto il coraggio di affrontare l'impopolarità ed impedire in certi momenti lo sfogo violento, abbiamo dovuto pagare con la perdita della libertà e con la dittatura per venti anni! (Applausi al centro).
Il Governo, per celebrare la nascita della Repubblica, ha fatto un grande atto di pacificazione. Esiste però una legge contro la rinascita del fascismo. Bisogna vigilare ed intervenire contro il troppo provocante atteggiamento di qualche amnistiato e stare soprattutto in guardia contro l'abuso di certa stampa che minaccia di indebolirci di fronte allo straniero. (Applausi al centro e a sinistra).
Ma, come dissi - per quanto l'onorevole Nitti, risalendo a Nietzsche, abbia parlato di Stato, di volontà, di potenza - lo Stato non può da solo riuscire in quest'opera di ordine pubblico: ci vogliono i partiti, i capi dei sindacati, le organizzazioni di categorie.
Se noi, che siamo responsabili di partiti, oltreché ministri (ed in questa funzione la responsabilità è altrettanto grave ed ampia), faremo il nostro dovere appellandoci al senso innato di disciplina del popolo italiano, lo potremo condurre a salvamento.
Due cose contemporaneamente non si possono fare: non è lecito sedere al Consiglio dei ministri, partecipare alla responsabilità della amministrazione, avere i vantaggi dell'apparato statale, e contemporaneamente fare l'opposizione nei giornali e nella propaganda! (Applausi). Questo non è diretto in particolare contro nessuno, ma vale per tutti. Ciò disgrega la democrazia, annulla il metodo democratico e rende fatale la dittatura. Non sarà questo o quel Ministero in crisi; in tal caso, come dissi prima, sarà in crisi la democrazia, sarà in pericolo la Repubblica.
Quanto ai prefetti, dirò ed inculcherò l'imparzialità più assoluta, una superiorità dignitosa sopra i partiti: la legge, lo spirito della legge; niente altro.
E non mi vengano a dire che io ho desiderato avere il Ministero dell'interno per fare le elezioni! Cosa vecchia! Le elezioni non si fanno più. Le fa il popolo le elezioni. Dopo l'introduzione della scheda di Stato, è impossibile pensare a certi pasticci che si facevano un tempo per guadagnare mandati attraverso il prefetto o il Ministero dell'interno. (Applausi). Comunque, se qualche prefetto o qualche autorità dello Stato si richiamasse a me per fare il contrario, sarà denunciato e sarà severamente punito.
Siamo però in situazione molto triste. Io non voglio esagerare ma devo dire siamo agli inizi di una brutta china. Bisogna opporsi con coraggio, fin da principio. Quando l'altro giorno, a Mantova, si è arrivati, durante uno sciopero, a dover chiedere il permesso alla camera del lavoro per entrare o uscire dalla città, siamo proprio in quella situazione che voi ricorderete, amico Mazzoni, del tempo passato, che ci ha portato alle squadre fasciste e agli stessi sistemi. (Applausi al centro e a destra - Rumori a sinistra).
Un momento, so benissimo... (Interruzioni) lasciatemi spiegare, so benissimo che in generale le camere del lavoro intervengono per ordinare, sedare ed arginare i movimenti. (Rumori).

Una voce a sinistra. E allora lo dica!

DE GASPERI Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. Però, amici comunisti ed amici socialisti, noi dobbiamo essere d'accordo che questo debba avvenire con la forza della legge e dell'ordine. (Rumori a sinistra).
Amici miei, vi sono armati in tutti i campi. Non abbiamo avuto il tempo né la possibilità, col vostro concorso, di poter disarmare, né a sinistra né a destra, ed io confesso che in questo momento il pericolo maggiore può venire da reazioni armate, che mi ricordano il fascismo, e quindi sono altamente preoccupato a non dare a questa gente nessun pretesto, nessuna ragione, soprattutto ai proprietari di campagne, di armarsi, perché non si sentono sicuri da eventuali violenze e coazioni, (Applausi al centro e a destra - Rumori a sinistra). Mi pare che sull'ordine pubblico siamo d'accordo. (Commenti).

Una voce a sinistra. I fascisti sono armati!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. Non credo che il Governo abbia mai dato l'ordine di sparare sugli scioperanti. (Rumori a sinistra - Commenti). Però devo dire, amici dei sindacati, che noi abbiamo per primi interesse a controllare la piazza perché, disgraziatamente, in certi luoghi dove i prefetti hanno avuto il coraggio di fare degli arresti, quando si sono esaminate le carte degli arrestati, si è visto che talvolta si aveva da fare, non con lavoratori autentici, ma con della vera teppa. (Applausi a destra e al centro Rumori e interruzioni a sinistra).
Passiamo ad altro argomento, sul quale forse saremo più d'accordo, o almeno, non avremo bisogno di esprimere le nostre differenze in modo così deciso.
Devo, cioè, occuparmi di certe affermazioni fatte dall'onorevole Finocchiaro Aprile, dal punto di vista della politica estera oltre che interna.
Egli ha detto, e non dubito che il testo stenografico possa non essere esatto:
"Voi sapete che nei due trattati di pace, l'uno americano e l'altro britannico, era compresa, e non so se sia ancora compresa, la clausola della smilitarizzazione delle due maggiori isole mediterranee. Già erano venuti funzionari in Sicilia. Le due potenze si erano divisi i porti e gli aeroporti, avevano cominciato a comperare terreni e avevano mandato numerosi funzionari, soprattutto siculi-americani, che non avevano taciuto lo scopo della loro venuta in Sicilia. Io seppi che il Governo italiano, nella imminenza del trattato di pace, che avrebbe dovuto essere stipulato alla fine di settembre 1945, aveva dato disposizioni perché i capi degli uffici affrettassero i lavori di preparazione per le consegne. Lessi io il telegramma del Governo italiano".

FINOCCHIARO APRILE. Due telegrammi.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. Non c'è nessuna traccia di quello che lei ha affermato. È vero questo: che in uno degli abbozzi del trattato di pace si parlava di smilitarizzazione delle isole. Questo è esatto. Ma non c'è mai stata ombra di accettazione da parte nostra o possibilità da parte nostra, o comunque di adesione alla situazione da lei indicata, cioè che le due isole fossero non soltanto smilitarizzate ma rese indipendenti, eventualmente in confederazione, al di fuori dell'Italia. E mai il Governo, alla fine del settembre 1945 - vedo l'onorevole Parri, che me ne farà fede - mai il Governo ha pensato di fare qualcosa di simile di dare ordine di preparare le consegne in Sicilia. Le informazioni dell'onorevole Finocchiaro Aprile sono veramente fantastiche.
E vorrei ricordare anche questo. Quando il Governo, il 4 ottobre 1945, prese la decisione di confinare Finocchiaro Aprile e i due suoi colleghi...

FINOCCHIARO APRILE. Il primo ottobre.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. ...io ho la data del 4 ottobre; sono tre giorni di più... il Governo aveva agito sotto l'impressione di un memoriale, presentato da quei signori ai ministri degli esteri a Londra, il primo settembre del 1945. Ricordate? Io ero andato allora, in quella bruttissima situazione, a cercare di salvare il salvabile e ottenere qualcosa di buono per l'Italia; in quel momento mi son visto arrivare un telegramma di quei signori: "Il popolo siciliano agogna a che la grande isola sia eretta a Stato sovrano, salvo la sua eventuale partecipazione ad una confederazione di Stati italiani o di altri Stati mediterranei". (Interruzioni).
Poiché, fino a prova contraria, non voglio credere a mala fede, penso che l'onorevole Finocchiaro Aprile ed i suoi amici siano stati vittime di qualche subalterno che credeva di interpretare le disposizioni dei Governi alleati, mentre è notorio che il 9 agosto l'ambasciatore inglese a Roma rendeva nota, attraverso l'Ansa, una lettera diretta il 14 giugno dal signor Malcolm, capo della cancelleria dell'ambasciata.
Nella lettera, rispondendo alla richiesta del capo separatista perché Churchill e Eden si pronunziassero a favore del separatismo stesso, il diplomatico inglese richiamava l'attenzione di Finocchiaro Aprile sulla dichiarazione fatta alla Camera dei Comuni il 27 ottobre 1944 dal sottosegretario di Stato per gli esteri in riferimento al movimento per l'indipendenza siciliana.
Questa dichiarazione suonava così: "Sono a conoscenza che questo movimento esiste ed è presentemente attivo. È altresì giunto a mia conoscenza che si ritiene tale movimento trovi l'appoggio degli Alleati. Sono pertanto lieto di cogliere l'occasione per affermare che, per quanto riguarda il Governo di Sua Maestà il Re, tutte le voci a questo proposito sono del tutto destituite di fondamento".
E va ricordato che a questa dichiarazione, di cui ho il testo, si è associata anche l'America. Credo che da quel momento gli uomini di buona fede potevano ritenere di essere stati vittime di una falsa informazione.
Quanto ai maltrattamenti della "sbirraglia italiana", come ha detto con una cattiva parola nell'aula della Costituente l'onorevole Finocchiaro Aprile, devo ricordare che se vi sono fatti che vanno condannati, essi saranno puniti: il Governo è pronto a farlo, e non chiede altro se non che siano denunciati.
Ma devo affermare che in questo conflitto vi sono stati in un anno 30 carabinieri morti e 42 feriti, due agenti morti e sette feriti, e non conto i militari di truppa.
Inoltre, da rivelazioni fatte in quest'ultimo periodo, è risultato che si intendeva sequestrare ed eventualmente sopprimere molte autorità della Sicilia, e soprattutto l'onorevole Aldisio, segnalato come responsabile delle misure di difesa dell'italianità dell'isola. E colgo l'occasione per ripetere a lui tutta la mia simpatia e la riconoscenza della nazione. (Vivissimi applausi al centro e a destra).
L'onorevole Finocchiaro Aprile ha accennato anche ad un argomento scottante, a cui anche qualche altro ha accennato, cioè l'intervento della Chiesa nella campagna elettorale. È un argomento che non è di mia competenza e potrei fare a meno di toccarlo. (Commenti). Però una parola va detta per spiegare, ed eventualmente per conciliare.
Prima di tutto, quando si parla di "donnaccole e suore" e si attribuisce a loro il successo del partito che ho ancora l'onore di presiedere (per poco, onorevole Nitti: deporrò questa carica prossimamente), si esagera veramente sul numero. Secondo le statistiche, le suore in Italia - di tutte le specie - raggiungono il numero di centomila. Come si vede, su 8 milioni e più, tale cifra non rappresenta davvero un contributo decisivo al successo della Democrazia cristiana.
Devo anche credere che "l'apparato della Chiesa" (come lo designa l'amico Togliatti in un articolo su Rinascita) non sia, almeno organizzativamente, così forte, così compatto, così uniforme, come l'apparato del partito comunista. (Si ride - Applausi al centro e a destra).
Ad ogni modo, l'onorevole Togliatti sa, per averlo io spesso ripetuto rispondendo alle sue rimostranze, che il mio partito non ha chiesto mai l'intervento ufficiale dei rappresentanti della Chiesa. (Si ride - Commenti). Dovete distinguere in ogni modo, se vogliamo arrivare ad un chiarimento con forze notevoli che agiscono in Italia, dovete distinguere bene tra due casi.
Altro è il diritto che reclama la Chiesa per un insegnamento e per misure disciplinari entro la Chiesa, che riguardano naturalmente i quadri della Chiesa e i suoi aderenti, i quali hanno anche il mezzo di ricorrere a superiori istanze, come chi viene escluso dal partito democratico cristiano o dal partito comunista; altro è se vi è abuso di potere per atto coattivo diretto di intervento nelle elezioni, come è previsto negli articoli 69 e 70 della legge. (Commenti Interruzioni).
Ma non bisogna fare tutto un fascio dei due casi, che sono molto differenti. Nel primo caso, evidentemente, gli articoli sono inoperanti. Vediamo invece di comprendere la preoccupazione della Chiesa. Se sarà infondata, tanto meglio, ma esiste una grossa preoccupazione che la libertà religiosa vada perduta; e sapete perché? Perché disgraziatamente là dove, in alcuni paesi d'Europa, c'è stato un rivolgimento in un certo senso, la gerarchia è stata o soppressa o imprigionata o la sua libertà è molto ridotta, anche nelle sue funzioni più proprie. E allora voi dovete pensare che in Italia, ove è il Capo di questa Chiesa cattolica (Vivissimi applausi al centro e a destra), la preoccupazione possa essere viva, tanto più in quanto noi siamo chiamati a fare una Costituzione. Nella Costituzione non si parla soltanto di programma economico e sociale, si parla in prima linea di principi e non soltanto dei diritti della persona umana, ma di libertà, di scuola, di limiti, di rapporti fra Chiesa e Stato. Che in tale vigilia la Chiesa abbia sentito il dovere di dire la sua parola, non ve ne dovete meravigliare. Sapete cosa dobbiamo fare? Dobbiamo fare una buona Costituzione, dobbiamo garantire la libertà e i Patti lateranensi, e la Chiesa sarà felice di limitare il suo intervento al puro necessario. (Applausi al centro e a destra - Interruzioni all'estrema sinistra).
Devo poi aggiungere che non si può negare che nel clero vi sono molte vittime e quindi c'è anche un risentimento contro il Governo, che non è in grado di scoprire gli autori di queste uccisioni. Ne abbiamo una serie che io ho fatto annotare ed esaminare e che il collega che mi ha preceduto al Ministero dell'interno ha esaminato. Per nessuna di esse c'è un qualsiasi indizio che il delitto risalga a ragioni non politiche. Si tratta di gente che viene soppressa e poi, data l'omertà e il terrorismo di certe zone, non è possibile ottenere testimonianze di nessun genere; i morti sono morti e non è possibile scoprire i responsabili.
Questo stato di cose non riguarda soltanto il clero ma riguarda anche altre categorie di persone; riguarda anche altri membri di tutti i partiti, intendiamoci bene. Non si tratta quindi solo del clero e questo fatto di uccisioni invendicate produce inquietudine e un senso di dissoluzione. E bisogna che noi ci mettiamo d'accordo perché il delitto e l'uccisione scompaiano dalle nostre file e scompaiano dai metodi della vita politica italiana. (Applausi al centro e a destra).
Ora parlo di un argomento meno acceso: il grano.
"L'amico La Guardia" l'avete sentito; avete sentito il suo serio monito circa la scarsezza del grano nel mondo. Se non bastasse, proprio ieri ho ricevuto una lettera dal Governo inglese che mi ricorda che il Governo italiano era presente alla conferenza dei cereali di Londra, tenutasi in aprile, e ultimamente anche alla Delegazione dell'alimentazione e dell'agricoltura a Washington, e che ha avuto occasione, attraverso i nostri osservatori - e questo è vero - di constatare che veramente le risorse sono molto limitate. Bisogna dirle queste cose, perché noi abbiamo dovuto assistere ad un certo franamento da parte dei prefetti e da parte degli interessati, quasi che fossimo ormai in carnevale, in tempi di abbondanza, e si potesse esagerare. Vi sono stati dei prefetti che hanno concesso 300 grammi, altri hanno concesso 280 grammi, altri vogliono migliorare l'abburattamento, altri vogliono il pane bianco.
Ora, signori, bisogna dir questo: noi, per quanti ammassi facciamo, non avremo abbastanza del nostro prodotto e dovremo cercare almeno 20 milioni di quintali all'estero; ma abbiamo difficoltà a comperarlo: difficoltà per la moneta e difficoltà per la ricerca del grano stesso. Quindi, non dobbiamo, prima di tutto, dare la sensazione di leggerezza, e in secondo luogo non possiamo permetterci deviazioni come quelle che ho accennate. Ho richiamato con un telegramma i prefetti in questo senso: che in materia annonaria non possono agire autonomamente, neanche sotto le pressioni tumultuanti; devono dare la responsabilità ai Dicasteri dell'alimentazione e dell'agricoltura, che sono chiamati a decidere in materia.
E bisogna poi reagire anche contro una certa propaganda, che purtroppo non è di un solo settore, quella della facilità circa gli ammassi. Si dice: perché non avete aumentato la quota agli agricoltori, come era stato promesso prima? Perché? Perché, data la situazione mondiale, date le statistiche che ci venivano fornite e le pressioni di coloro che devono poi intervenire per aiutarci, siamo dovuti tornare su quella nostra decisione e ripristinare la situazione dell'anno scorso. Bisogna pure che si persuadano anche gli agricoltori che noi non siamo padroni assoluti della nostra situazione economica e che siamo una parte del mondo, tributari di altri paesi che hanno maggiori risorse del nostro. Inoltre non possiamo dimenticare - e questo è stato già detto, mi pare, dall'onorevole Lombardo, o da altri - che in paesi non abituati al tesseramento, paesi della libertà più assoluta, si è introdotto il razionamento, e in modo molto più severo che da noi, mentre il mercato nero non è tollerato come da noi, o come non vorrei che venisse più tollerato. (Commenti).
Faccio quindi appello, oltre che agli agricoltori (gli ammassi relativamente non vanno male, perché quest'anno, al 22 del mese corrente, c'erano 13 milioni di quintali; nel 1943, con un raccolto di 66 milioni, anziché di 60, ne avevamo, a questa data, 11; ma vi sono ancora vaste zone in cui si trova resistenza, dovuta in gran parte anche alla campagna di stampa) ai giornalisti, perché sentano che si tratta non di un problema di Governo ma di un problema sociale che si pone ad ogni Governo; si tratta di compiere un atto di solidarietà, altrimenti non solo andiamo alla fame ma è in giuoco l'inflazione. Vi sono agricoltori ingordi che credono di vendere sul mercato nero e di ingrossare il loro portafogli.
Pensino che se ci sarà la fame, ci saranno le agitazioni; se ci saranno le agitazioni, ci saranno aumenti salariali e, se ci saranno aumenti continui di salari, si arriverà all'inflazione e le agognate ricchezze degli agricoltori si tradurranno in carta straccia. (Commenti).
Voi sapete che l'U.N.R.R.A. finisce - l'avrete sentito dal direttore generale - e quindi è necessario di trovare un qualche cosa, un qualche espediente internazionale che sostituisca l'U.N.R.R.A., o che per lo meno in gran parte la supplisca. Quindi non possiamo in partenza consumare più di quello che possiamo calcolare come consumabile.
Qui, per esempio, vedo un telegramma in cui si parla che il bracciantato agricolo avventizio ha chiesto l'assegnazione di 150 chilogrammi pro capite in sostituzione della normale razione di pane che è di 80 chilogrammi. Il tentativo di componimento fino ad ora non ha raggiunto alcun risultato; ma bisogna che i prefetti, che i partiti dicano; noi non possiamo incominciate a largheggiare, altrimenti ci troveremo questo inverno di fronte ad una situazione difficilissima.
A questo riguardo vorrei proprio fare un appello alla stampa. Credo che se c'è un Governo che ha lasciato libertà di stampa - troppa dicono - è stato il Governo della democrazia. La libertà di stampa impone però dei sacrosanti doveri, che sono soprattutto quelli della solidarietà sociale. Io spero che gli organi di stampa si persuadano che questo è un dovere assoluto; e soprattutto che alla radio nessuno mi venga a fare discorsi contro gli ammassi. Se un altro anno non si potranno fare, ne discuteremo, ma quest'anno si fanno, e non bisogna dare il cattivo esempio, per cui qualcuno trovi la scusa egoistica di non voler date quello che deve dare.
Un altro argomento che è stato toccato - e che ci è stato fatto rimprovero di avere accennato troppo rapidamente - è quello della lotta contro le epidemie e le malattie. Vorrei osservare che l'alto commissario per l'igiene ha sviluppato una notevolissima attività e che i Ministeri precedenti hanno messo a disposizione molti fondi. Ultimamente sono stati messi a disposizione 2 miliardi contro la tubercolosi, senza parlare di tutta l'opera che si è dedicata a combattere la malaria.
Riguardo alla mortalità infantile, sono lieto di poter dire che i dati pubblicati in una rivista riguardano l'evoluzione fino al 1944; invece possiamo notare che dopo l'intervento dell'azione del Commissariato dell'igiene la mortalità infantile è diminuita sensibilmente, specie nelle città sopra 1 100 mila abitanti. A Roma, per esempio, nel 1944 la percentuale era del 123,8 per mille e oggi è dell'85,7 per mille.
Riguardo alla tubercolosi, il fondo straordinario è di 2 miliardi. È verissimo che la mortalità è notevole e più che raddoppiata; ma in parte ciò è dovuto al ritorno dei reduci ed in parte alla denutrizione delle classi lavoratrici. Si è trovata una terribile situazione dei consorzi antitubercolari, poiché erano in grande dissesto, non soltanto economico, ma anche per mancanza di attrezzatura. In conseguenza, si è dovuto provvedere a date una migliore sistemazione ai sanatori. Per la sistemazione di reduci, si è attrezzato un sanatorio a Metano, che funziona tuttora. Si è dovuto, con lo stanziamento di fondi, sovvenzionare soprattutto i consorzi provinciali, i quali hanno avuto già 800 milioni per l'immediato ricovero in sanatori e case di cura di tubercolotici non assicurati. Si è assunta a carico dell'Alto commissariato, metà della retta di ricovero per i bambini predisposti, con una spesa di 200 milioni; si sono pagate tutte le rette arretrate per circa 250 milioni; si è avuto un notevole incremento di posti-letto per tubercolotici, potenziando l'attrezzatura esistente; è in corso la messa in efficienza di un grandioso villaggio sanatoriale a Sondalo, con un primo fondo assegnato di 250 milioni; è in corso lo sviluppo di un centro sanatoriale ad Arco per la provincia di Milano; un nuovo sanatorio a Pesaro.
Si sono impiegati molti aiuti che provengono anche dall'U.N.R.R.A. e dal "Dono Svizzero" e si è bloccato presso l'A.R.A.R. il materiale sanitario per utilizzarlo in questi sanatori. Si sono, quindi, ottenuti notevoli risultati. C'è stata anche una diminuzione dei casi di tubercolosi, ma una diminuzione troppo piccola per essere consolante: il flagello continua, i mezzi devono essere aumentati. Il Governo terrà d'occhio questo problema di assoluta necessità per l'igiene pubblica.
Ciò vale anche per la malaria. Avete letto sui giornali che in Sardegna si sta organizzando, con l'aiuto della "Rockfeller", una lotta concentrata contro la malaria, che dovrebbe servire come esempio per estenderla ad altre province. C'è già una fortissima riduzione di nuovi casi di malaria: da 103 mila nel 1945 sono scesi a 49 mila nel 1946. Ciò è dovuto agli illustri funzionari che sono alla testa di queste imprese e, soprattutto, all'amico Bergami che presiede l'Alto Commissariato.
Ora vengo ad una questione politica che riguarda i poteri dell'Assemblea.
I poteri dell'Assemblea, come è noto, sono fissati nel decreto legislativo 16 marzo 1946, n. 98. Il 28 febbraio 1946 fu davvero una giornata terribile e troppo piena per il Consiglio dei ministri: la seduta durò dalle 11,30 della mattina fino alle 10 di sera con una breve sospensione. Fu quel famoso Consiglio in cui si presero decisioni fondamentali circa il referendum e circa l'Assemblea. Era, allora, in discussione anche un secondo referendum, cioè se - seguendo l'esempio francese - si dovesse sottoporre a referendum, oltre la questione istituzionale, anche la questione dei poteri dell'Assemblea. Per il senso di un eccesso di complicazione, per la difficoltà tecnica, si finì con l'escludere questo secondo referendum, sostituendolo però con un impegno formale dei partiti rappresentati, degli uomini che rappresentavano i partiti al Governo; impegno che nel comunicato veniva fissato come segue: "Dopo aver approvato le disposizioni concernenti il referendum sulla questione istituzionale e la determinazione dei poteri e della durata della Costituente, tutti i ministri hanno preso impegno solenne di spiegare opera efficace affinché i loro partiti rispettino le disposizioni stesse nello svolgimento dell'azione politica durante la Costituente e nei confronti di questa".
La Consulta prese atto di tale impegno a grande maggioranza.
Circa le disposizioni che riguardano i poteri dell'Assemblea Costituente, nella relazione alla Consulta si rilevò anzitutto che in base al decreto fondamentale di Salerno (noi ci siamo preoccupati di mantenere l'unità giuridica con quel decreto-legge antecedente), il Governo doveva continuare ad esercitare il potere legislativo ordinario "finché (sono parole del decreto di Salerno) non sarà entrato in funzione il nuovo Parlamento". Però il progetto che sottoponevamo alla Consulta rendeva responsabile il Governo di fronte all'Assemblea e istituiva un ulteriore collegamento tra Assemblea e Governo "facultando quest'ultimo - facoltà che è prevedibile sarà largamente esercitata per i problemi di maggiore importanza, così come diceva la relazione - a sottoporre alla Assemblea qualunque argomento sul quale ne ritenga opportuna la deliberazione".
Ora io credo di poter fare, a nome del Governo, questa dichiarazione generale. Noi teniamo a che la continuità giuridica non venga intaccata. Ma, salvo la forma, in sostanza vogliamo tener conto della volontà e anche dei desideri dell'Assemblea. Quindi: 1°) faremo il più largo uso dell'articolo 3 del decreto 16 marzo 1946, sottoponendo prima della deliberazione, e comunque prima della promulgazione, all'Assemblea Costituente i disegni di legge, anche se non riguardino le materie avocate già alla competenza della Costituente; 2°) intendiamo che anche la Costituente possa intervenire di sua iniziativa per l'esame di qualche disegno di legge. (Interruzioni). La parola "qualche" significa questo o quel disegno di legge. È evidentemente, compito dell'Assemblea deliberare la procedura, esaminando le proposte che l'apposita Giunta riterrà opportuno prospettarle. Si tratterà, a mio avviso, di creare un organismo il quale possa deliberare, avere sott'occhio i disegni di legge e decidere se il Governo debba essere invitato a sottoporli all'Assemblea; oppure, data la poca loro importanza o gli impegni che l'Assemblea possa avere in un determinato momento, se debba il Governo provvedere direttamente.
Circa i modi con cui questo diritto dell'Assemblea potrà essere esercitato, invito il Presidente dell'Assemblea, e l'Assemblea stessa, a volere, secondo le procedure stabilite, determinarli. Il Governo li accetterà.
Si è fatto accenno ad una specie di Commissione di controllo. Preferirei che si trattasse di più Commissioni, ciascuna con una propria sfera di competenza tecnica, onde assicurare un esame critico più oggettivo ai disegni di legge, i quali, come si sa, concernono materie molto eterogenee. Comunque, ripeto che il Governo è disposto a tener conto delle deliberazioni dell'Assemblea e degli organi ai quali essa vorrà deferire la funzione di collaborazione legislativa col Governo. Con ciò credo di essere venuto incontro alle proposte fatte e agli ordini del giorno che trattano di questa materia.
Ed ora un'ultima parola sulla politica estera.
Chi sa perché, dopo che un giornale ha dato il primo esempio, anche qualche membro della Costituente è venuto qui a proclamare che io non ho nessun diritto di riconoscermi come un Talleyrand redivivo. Io non ho mai avuto questa ambizione non l'ho affatto, perché so che fra le grandi abilità di Talleyrand c'è stata anche quella di tradire il suo paese; io non voglio affatto imitarlo. Ma devo dire di più, che quello era il diplomatico abile dell'800 e che voler rifare il giuoco suo, sarebbe come presentarsi a Parigi o a Londra in parrucca. (Commenti).
E qui l'onorevole Nitti mi ha rimproverato di aver curato poco i contatti a Londra, di non aver saputo riprendere l'animo dell'Inghilterra antica nostra amica, ed ha portato l'esempio di come lui, in altre occasioni, abbia avuto miglior abilità e fortuna.
Eh! lo so, onorevole Nitti. Voi avete avuto i vostri contatti con gli inglesi dopo Vittorio Veneto, dopo che gli eserciti italiani avevano contribuito alla vittoria degli Alleati con grandi sacrifici. Voi stesso potevate rappresentare un'Italia che aveva dato un contributo essenziale dalla parte giusta della barricata. A me è toccato, andando a Londra, di trovare che più ancora che negli strati superiori, dirigenti, nella psicologia popolare, gli italiani erano ricordati soprattutto per il pazzo tentativo di strozzare l'impero inglese impossessandosi del canale. E quella vigilia di Alessandria, quando si temeva l'arrivo dei tedeschi e degli italiani non si dimentica così facilmente, e non facilmente si crede alle nostre parole.
Onorevole Nitti, non io, ma un mio autorevole collega ebbe recentemente occasione di parlare con uno degli alti rappresentanti del Foreign Office; un autorevole collega che non ha peccati di fascismo sulla sua coscienza e nel suo passato. Quando egli si mostrò stupefatto della durezza con cui quell'illustre signore si opponeva alle insistenze dell'amico per una pace giusta, sapete cosa disse l'autorevole inglese? Disse: "Vede, a lei fa impressione questo mio linguaggio, ma lei deve ricordare che io ero a questo medesimo tavolo quando ho ricevuto la dichiarazione di guerra del vostro governo fascista!".
Con questo non voglio scusare le mie eventuali insufficienze. Però molto lavoro è stato fatto, lavoro che è dovuto soprattutto all'ambasciatore Carandini e ai suoi colleghi e collaboratori, nel campo della cultura, nel campo dei contatti, e la situazione in quel riguardo è modificata notevolmente modificata. Però siamo ben lontani dalla reciproca comprensione.
Sapete come inglesi illustri, intelligenti e di buona volontà accolgono la nostra reazione nella questione di Trieste? L'accolgono con irritazione. Sono veramente persuasi di essersi battuti per un anno diplomaticamente per ottenere la soluzione in nostro favore e sono meravigliati che il popolo italiano non sia entusiasta ed abbia ancora tali reazioni. Io non ho davvero sulla coscienza, come neppure i miei colleghi che hanno trattato, di aver dissimulato la situazione. Ho sempre ripetuto a tutti, ai più alti ed ai più subordinati: badate che Trieste è un punto nevralgico; ed è una disgrazia per l'Italia che sia un punto nevralgico, non solo per la coscienza italiana ma anche per le grandi potenze. È una disgrazia, ma è così. Non possiamo farne a meno. La nostra reazione sarà naturale, non potremo superarla!
Questo discorso l'ho fatto a tutti con grande franchezza e siccome nel primo periodo mi sono sempre comportato con molta moderazione, tanto che all'estero ne erano contenti, ed invece a casa non erano contenti di me, avevo diritto di credere che quando, viceversa, anch'io reagissi, facendomi interprete del sentimento del popolo italiano, venissi creduto, e che questa reazione venisse accolta come istantanea e ragionevole. Ma direi che la stessa irritazione c'è anche in America. Ed io comprendo che questa azione diplomatica si è svolta con sforzo e fatica tale da mettere in crisi la pace ripetutamente e dopo lo sforzo delle cancellerie e dei negoziatori; comprendo il senso di liberazione che può averli animati quando finalmente credettero di aver trovato un espediente qualsiasi per uscirne. Ma noi abbiamo la responsabilità, dinanzi alla nazione e, più che alla nazione, dinanzi alla cooperazione internazionale, dinanzi all'Europa e al mondo di dire: quell'espediente non va, quell'espediente non conduce ad una mèta, quell'espediente ci metterà in più grossi guai in un tempo prossimo.

CORSINI. Perché Trieste è italiana e deve rimanere italiana.

Una voce a sinistra. È la guerra!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. Che Dio disperda il presagio. Non pensiamo alla guerra! Noi ne saremmo in ogni caso vittime.
Io prego la stampa di tener conto di questo stato d'animo degli inglesi e degli americani, come l'ho pregata altre volte di tener conto dello stato d'animo russo. Inglesi e americani hanno torto, quando denunziano en bloc come fascismo rinato ogni reazione nazionale in questa questione nazionale, come hanno torto i russi quando chiamano neo-fascista ed anti-comunista ogni reazione che riguardo alla frontiera è totale e non fascista. Bisogna però che la stampa si padroneggi, che non pubblichi certi articoli che - adoperando un gergo passato, una argomentazione di altri tempi non sono più consoni con la situazione di una Italia democratica e che deve inquadrarsi ed inserirsi nella nuova democrazia del mondo. (Applausi al centro). Riconosciamo che anche la Russia ha speciali vincoli con la Jugoslavia e che per essa la internazionalizzazione è un passo per venirci incontro; ma è insufficiente, non è durevole ed implica per noi la perdita del centro-sud istriano, che dovremo perdere definitivamente per l'italianità. Aggiunte ad altre perdite di questa guerra, queste condizioni diventano difficilmente sopportabili. Si può dire che a Pola, dove 30 mila tra operai, artigiani e pescatori chiedono di emigrare verso l'Italia, essi siano fascisti? Si può dire che non rispondano veramente ad una situazione di fatto quando rinunziano alla loro vita attuale, ed anche a parte dei loro possessi, e chiedono al Governo di organizzare la loro partenza e di emigrare verso l'interno? Si può forse pensare che siamo noi intellettuali a creare artificiosamente dal punto di vista nazionale, un postulato impossibile, o che si tratti di risucchi di fascismo? Sono operai, artigiani, pescatori, contadini, cittadini, ceti medi, gente che lavora, che abbandona il posto del lavoro, piuttosto che abbandonare il nesso con l'Italia. Quando si fanno critiche alla mia politica estera, o meglio alla politica estera mia e dei governi passati ed ai miei collaboratori, bisogna distinguere i tempi. Se volete avere un giudizio generale su quello che avremmo dovuto e potuto fare, dovete ricordare le date.
Noi siamo in armistizio. I rapporti internazionali ci fu lecito riprenderli lentamente: Carandini andò a Londra solo nel novembre del 1944, Tarchiani a Washington nel febbraio del 1945, Saragat a Parigi il 21 aprile del 1945. Appena alcuni mesi dopo avemmo l'autorizzazione ad usare gli indispensabili mezzi diplomatici, come il cifrario e la valigia. Il 19 settembre 1945 siamo già alla decisione di Londra.
Ora, a Londra - è questo a cui dobbiamo richiamarci - a Londra (forse un po' anche per la maniera cauta degli italiani che hanno rappresentato gli interessi d'Italia), si è arrivati a questa decisione chiara il problema economico di Trieste e di Fiume si deve assommare nella internazionalizzazione dell'amministrazione del porto, con collegamenti ferroviari, eventualmente in raccordo con Fiume; il problema nazionale, invece, nella ripartizione dei territori fra le due nazioni con una linea etnica. Per questa linea etnica si è mandata una commissione; c'è un rapporto dei quattro. E non dimenticherete che c'è un rapporto in cui è detto quali distretti sono italiani e quali città sono slave. Questo rapporto, firmato da tutti e quattro, attribuisce a noi assolutamente la parte sud-ovest dell'Istria, proprio quella che oggi non verrebbe all'Italia, e nemmeno sarebbe internazionalizzata, ma abbandonata alla Jugoslavia.
Allora vi ricorderete venimmo qui alla Consulta con la sensazione di aver fatto dei sacrifici; avevamo tentato di aggrapparci alla linea Wilson ed invece si era parlato di linea etnica e di proporzione. Però, quando si venne a delineare ed a tracciare questa linea, si vide che quella americana era relativamente vicina a quella Wilson e quella inglese era tollerabilmente lontana; le altre non potevano essere materia di discussione.
E allora, il 2 maggio, fummo sentiti altra volta e io venni via con la convinzione - non smentita nei colloqui privati - che Trieste era sicura e che purtroppo era in discussione Pola. Questa è l'informazione che io portai al Consiglio dei ministri. Si sospesero allora le trattative. Perché? Forse con riguardo proprio alle elezioni che si stavano facendo in Italia, perché si temeva, ed erano in questo tutti d'accordo, che una decisione potesse influire sfavorevolmente sulle elezioni in senso antidemocratico.
Poi si ripresero le trattative, che furono fatte in assoluto segreto. Avreste voluto che il Presidente del Consiglio o il ministro degli esteri fosse andato a Parigi a scodinzolare presso i redattori dei giornali americani od inglesi per scoprire che cosa si discutesse e che cosa si fosse deliberato, a rischio di avere notizie inesatte e cervellotiche?
La ragione dell'assoluto segreto è evidente: si era certi che non si sarebbe venuti a nessun risultato se la pubblicità fosse intervenuta ad intorbidare le discussioni. Si facevano tutti gli sforzi per concludere, pur lasciando egualmente malcontente le due parti.
La soluzione, dunque, a nostro sfavore è del 2 luglio. Mi è stato detto che il ministro degli esteri doveva fare una politica manovrata.
Primo: l'armistizio impone che nessun trattato possa venir concluso senza il permesso della Commissione di controllo.

Una voce a sinistra. Questo non concerne le Nazioni Unite.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. Secondo: la situazione è tale che se anche qualcuno avesse voluto fare un trattato segreto, prima di concluderlo sarebbe già stato svelato.
Terzo: eravamo talmente dipendenti per la benzina, per il carbone e per il grano, che se anche avessimo voluto farlo, non avremmo potuto. Dico di più. Credo che, oltre questi impedimenti estrinseci, ci fosse un impedimento intrinseco. Dovevamo fare un accordo con la Russia? Che cosa potevamo offrire per avere Trieste? Le colonie? Erano occupate dagli inglesi. Il Dodecanneso? Era reclamato dalla Grecia, e la Grecia era sostenuta dagli anglo-americani.
Potevamo offrire l'Alto Adige? Questo è qualche cosa che la Russia non vuole, perché non intende ingrossare troppo - credo - un secondo Stato germanico; comunque la sua direttiva è chiara.
E allora che cosa si poteva fare? Barattare Trieste? C'è un ministro italiano che potrebbe barattare Trieste? E in ogni caso con che cosa?
Si parla sempre di accordi con gli slavi. Ma l'amico Togliatti sa che io ho tentato in cento maniere di avvicinare gli slavi. C'era anche la buona occasione, perché era qui, come rappresentante della Jugoslavia, un mio ex collega della Camera austriaca e, in tempi tristi, filo-italiano contro altri slavi. Impossibile!
Sono allora ricorso alla Russia chiedendone formalmente la mediazione. E quando ho capito che la Russia non voleva farlo, forse per correttezza verso gli Alleati, sono ricorso a tutti e tre gli Alleati insieme per vedere se ci fosse la possibilità di riuscire.
Gli slavi rispondevano sempre che sono stati imbrogliati una volta dagli italiani - e si riferivano evidentemente ai trattati dell'altro dopo guerra - e che in questo giuoco non entravano più. Questo imbroglio si riferisce a quello che ieri veniva qui detto circa le correnti Bissolati, Sforza, eccetera, eccetera. Ricordate le difficoltà che vi sono state perfino nelle trattative per l'evacuazione dei partigiani e degli appartenenti all'esercito che hanno combattuto con Tito. Ricordatevi quale difficoltà ha dovuto superare la missione Palermi, per quanto essa sia stata l'unica che poté avvicinare i rappresentanti slavi. È poi avvenuto che qualche rappresentanza non ufficiale è stata bene accolta e io ne ho subito fatto tesoro. Ma voi potete credere che se ci fosse stata la possibilità, veramente sul serio, di accordarsi con questi nostri antagonisti, Togliatti, che è un uomo di prim'ordine e che è un amico di Tito, non avrebbe avuto, almeno lui, l'occasione per dimostrate alla nazione... (Applausi al centro). L'onorevole Togliatti ha fatto ogni sforzo e si è trovato in questa occasione a dover lasciare dividere le proprie forze a Trieste stessa, ove una parte dei comunisti filoslavi lo accusa di essere troppo italiano o di essere filoitaliano.
Dico anche che senza dubbio è una disgrazia che i sentimenti cristiani di Bidault non abbiano potuto servirci di richiamo per averlo più generoso verso di noi. Ma almeno lì non abbiamo una organizzazione, non abbiamo dato nessuna speranza, non siamo ancora riusciti a questa che dovrebbe essere veramente una internazionale di giustizia auspicata tra i partiti di ispirazione cristiana. Ma il Comintem, l'organizzazione internazionale del comunismo, che è succeduta all'organizzazione internazionale del socialismo (Interruzioni all'estrema sinistra) era una forza politica. (Interruzioni - Commenti).
Non voglio dire niente che possa diminuire la vostra collaborazione. Dico anzi che, nonostante questo, non è stato possibile né a me né a voi di ottenere un risultato diverso. Dico questo perché in ciò vi è naturalmente implicita anche una giustificazione mia. (Interruzioni all'estrema sinistra).
In ogni caso io, per la storia e nell'interesse del nostro paese, respingo l'accusa di aver fatto una politica contro la Russia. (Interruzioni all'estrema sinistra - Commenti). Assolutamente no!

Una voce. E Il Popolo? (Commenti - Interruzioni).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. Dobbiamo distinguere tra la politica fatta dal Governo e la campagna elettorale... (Commenti - Interruzioni) tanto è vero che la prova migliore è che la Russia stessa, nell'ultimo periodo, ha fatto una politica di benevolenza per l'Italia. Se il ministro degli esteri si fosse mostrato indegno di questa benevolenza, certamente essa non l'avrebbe fatta.

Una voce a sinistra. L'ha fatta per il popolo! (Interruzioni Commenti).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. Voi vi appellate alla stampa...

Una voce a sinistra. Alla stampa democratica cristiana.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. Va bene. Prima di tutto voi sapete bene, data la situazione della nostra stampa, che un Governo non può assumere la responsabilità di tutto quello che si pubblica. (Interruzioni a sinistra - Commenti).

Una voce a destra. Non abbiate riguardo!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. Vi ricorderò che io per ben due volte, alla conferenza della stampa, ho fatto appello nell'interesse del paese e dell'unità...

Una voce a sinistra. Lo faccia come capo partito!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri... per sospendere gli attacchi. Vi aggiungo... (Interruzioni a sinistra - Proteste a destra) che il Governo russo ne ha preso nota; allora prego anche voialtri di prendere nota. (Commenti).
Io deploro tutti gli attacchi contro gli Stati, domani chiamati a decidere sopra le nostre sorti, che per lo meno sono attacchi imprudenti. Però, se faccio appello alla responsabilità della stampa e dei partiti, bisogna che faccia appello anche ad un certo senso di comprensione di chi al di fuori interpreta questi nostri atteggiamenti. Talvolta avviene che qualche attacco diretto contro il partito comunista venga interpretato come attacco al comunismo in genere o contro la Russia in particolare. (Interruzioni a sinistra).
Talvolta avviene che certe esagerazioni in una certa stampa, in senso favorevole, provochino la reazione in senso sfavorevole dall'altra parte. Avviene anche di avere l'impressione che se in Italia il partito comunista non avocasse quasi a sé la rappresentanza, direi ufficiosa, psicologica, ideologica di tutto quello che avviene in Russia, sarebbe più facile avere il consenso per molte cose che in Russia... (Applausi al centro e a destra).
Accenno ora alla questione dell'Alto Adige; questione risollevata recentemente alla Camera dei Comuni. C'è un largo settore nell'opinione pubblica inglese che pensa ancora all'Alto Adige di Andrea Hofer, all'Alto Adige pittoresco del concorso forestieri, all'Alto Adige di montanari che non abbiano subita l'infezione di grandi movimenti in Europa. Questo è un sogno, è un anacronismo. Comunque, non una parola uscirà oggi da me per turbare quello che in Alto Adige si sta compiendo.
Posso annunciare che il progetto di autonomia si sta elaborando d'accordo con tutti i partiti, non solo di Trento, ma anche di Bolzano, compreso - le consultazioni sono state molto attive - quel partito che portava finora la bandiera separatista come pregiudiziale assoluta. Completeremo questi accordi, che, naturalmente, per la parte costituzionale devono essere sottoposti a quest'Assemblea; completeremo questi accordi con delle convenzioni di carattere economico e di comunicazioni con l'Austria.
Siamo disposti a venire incontro più che sia possibile, sia dal punto di vista delle esportazioni, come pure delle importazioni e delle comunicazioni; mi auguro che i desideri espressi anche pubblicamente, in discorsi fatti da uomini di Stato austriaci, possano venire accolti, che cioè noi possiamo fare del nostro Alto Adige un ponte di vera cooperazione fra i popoli, un ponte di vera internazionalità.
Debbo ricordare altresì, non senza commozione, una riunione tenutasi recentemente a San Dalmazzo di Tenda dall'amico Brusasca, che rappresentava l'interessamento del Governo, e dirvi che, comunque le sorti possano cadere, quei nostri valligiani sono italiani, si sentono italiani e tra i primi sono i partigiani, quelli che hanno combattuto col maquis, che sollevano la bandiera dell'italianità. (Applausi al centro e a destra).
Signori, se ci confortate del vostro appoggio, andremo a Parigi, vi faremo il massimo sforzo, chiameremo a concorso tutte le buone volontà, ci avvarremo di tutte le esperienze tecniche. E qui devo rivolgere un particolare ringraziamento ai diplomatici (sia ai politici sia a quelli di carriera) che finora hanno lavorato su questo duro e angusto terreno, dovendo dichiarare che l'accusa en bloc di essere essi rappresentanti del fascismo non ha fondamento.
Ho trovato tanto zelo, tanto impegno patriottico nel difendere la linea del Governo (tesi la cui responsabilità naturalmente risale al Governo) in tutte le forze tecniche del Ministero, che sono convintissimo che anche da qui innanzi potremo utilizzarle nell'interesse della pace internazionale, con quello spirito nuovo della nuova democrazia europea mondiale, con lo spirito che rinnega ogni egoismo nazionalista, con quello spirito soprattutto che vuole aprire un varco all'avvenire della Repubblica italiana. (Prolungati applausi al centro - Grida di: Viva l'Italia!).
Ora devo dire qualche cosa a proposito degli ordini del giorno. Alcuni sono molto importanti e li vorrei riservare allo studio del Consiglio dei ministri perché contengono elementi che debbono essere tradotti in provvedimenti legislativi; altri sono di direttiva e riguardano soprattutto la difesa di nostri postulati nella politica estera.
Così io prego l'onorevole Russo Perez di associarsi all'ordine del giorno presentato dall'onorevole Molè e dall'onorevole Persico, che mi pare sia il più breve e il più significativo. Lo stesso mi pare di dover chiedere all'onorevole Benedetti, almeno per la prima parte, per quello che riguarda il testo. Lo spirito è un po' diverso, per dire la verità, soprattutto per il lato della fiducia. Anche quello dell'onorevole Bertone mi pare una raccomandazione che il Comitato della ricostruzione dovrà studiare e trasformare in provvedimenti.
Non mi pare che conti sulla mia approvazione l'onorevole Nobile: il suo ordine del giorno, se è una raccomandazione, merita considerazione come tanti altri; se intendesse avere un carattere di direttiva, non potrei - in questo momento - accettarlo.
Riguardo al premio della Repubblica, è questa una questione finanziaria che dobbiamo vedere, a parte le nobilissime intenzioni delle firmatarie, alle quali, naturalmente, mi associo. Dobbiamo, tuttavia, considerare l'effetto finanziario, prima di prendere una decisione...

Una voce a sinistra. La prenderà Corbino! (Commenti).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro dell'interno e, ad interim, degli affari esteri. Io devo dire che questa mania di fare di una persona il bersaglio continuo rende impossibile una collaborazione cordiale ed attiva al Governo. Mi pare che questa sia una tattica sbagliata. Mi pare che per voi, se Corbino non ci fosse, lo vorreste inventare per avere sempre un bersaglio. (Commenti).
In ogni modo, intendo accettare l'ordine del giorno Molè, naturalmente per tutto il Governo. Prego l'Assemblea di pronunciarsi sopra la direttiva politica con riguardo particolarmente a quella internazionale, esprimendosi sull'ordine del giorno Molè.

On. Alcide De Gasperi
Assemblea Costituente
Roma, 25 luglio 1946

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di giovedì 25 luglio 1946 dell'Assemblea Costituente)


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