LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LE TRATTATIVE DI PACE: INTERVENTO DI ALCIDE DE GASPERI IN UN DIBATTITO ALLA CONSULTA NAZIONALE
(Roma, 12 gennaio 1946)

Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei ministri e Ministro degli Affari Esteri, affronta una delle più urgenti questioni che l'Italia ha davanti: le trattative di pace con le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. La Consulta Nazionale, da poco insediata, affronta il 12 gennaio 1946 un dibattito sulla situazione internazionale. De Gasperi interviene con il discorso seguente, a cui seguirà il 21 gennaio successivo la replica al dibattito.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro degli affari esteri. (Vivi applausi - Segni di attenzione). Il 27 dicembre 1945, presa appena notizia del comunicato di Mosca, chiedevo d'incontrarmi con i tre ambasciatori delle Potenze che avevano partecipato al Convegno, per comunicare loro che il Governo italiano era ben lieto che si fosse deciso di riprendere le trattative per la pace ma che si rammaricava che le nuove precisazioni procedurali dessero l'impressione che fosse andato smarrito quel particolare riconoscimento ch'era stato dato il 3 agosto, a Potsdam, all'Italia definita "prima tra le Potenze dell'Asse a rompere con la Germania, alla cui sconfitta essa ha dato un materiale contributo".
Non si trattava naturalmente di questioni formali di precedenza, ché noi siamo sinceramente desiderosi che anche altri Stati abbiano la loro pace il più presto possibile, e siamo anzi convinti che un buon trattamento degli Stati balcanici, quale essi ebbero già dalla Russia in sede d'armistizio, non possa riflettersi che benevolmente anche nei nostri confronti.
Aggiungevo inoltre espressamente che avevamo la massima comprensione per le difficoltà che i Tre Grandi avevano dovuto superare per un accordo costruttivo, di cui noi apprezziamo tutta l'importanza, ma sentivamo il dovere di riaffermare: primo, che l'Italia si trova in una specifica posizione di cobelligeranza, a lei propria, e che di ciò è debito di equità tener giusto conto; secondo, che l'Italia deve avere il modo di esprimere preventivamente i suoi desiderata e discutere le proposte altrui senza essere posta innanzi a soluzioni autoritarie.
Ho il piacere di comunicare che il 2 gennaio l'ambasciatore degli Stati Uniti d'America ha ricevuto istruzioni d'informarmi "che le conclusioni raggiunte a Mosca riguardo al trattato di pace sono basate sugli accordi raggiunti a Potsdam e che il riconoscimento, contenuto nel documento di Potsdam, dello sforzo bellico dell'Italia, quale cobelligerante, non è stato in alcun modo invalidato. L'ambasciatore ha ricevuto inoltre istruzioni di assicurare il Ministero degli esteri d'Italia che il Governo degli Stati Uniti continua naturalmente ad aderire alla dichiarazione fatta nel giugno 1945 al Governo italiano, che cioè, stando al proposito del Governo degli Stati Uniti, prima che il trattato di pace con l'Italia sia redatto in forma definitiva, sarà data al Governo italiano piena opportunità di discutere il trattato stesso e di esporre il punto di vista italiano".
Posso aggiungere ad integrazione, ad autorevole integrazione, un telegramma di risposta ad un messaggio, arrivatomi mezz'ora fa dal presidente degli Stati Uniti Truman.
Il telegramma dice: "Apprezzo il suo messaggio del 16 dicembre ed esprimo ogni desiderio perché il suo Governo abbia successo nell'urgente compito di rendere il popolo dell'Italia realmente responsabile dell'atteggiamento della propria comunità e nazione. Confido che l'Italia verrà messa in grado di concludere con le Nazioni Unite un trattato di pace che soddisferà i nostri comuni bisogni e desideri. A tale scopo voi potete contare sul buon volere e l'amichevole collaborazione degli Stati Uniti, come io so di poter contare sul vostro. - Harry Truman". (Vivi applausi).
Del pari la risposta inglese dice sostanzialmente: l'importante è che a Mosca si sia raggiunto l'accordo per riprendere a Londra, dopo un'interruzione così lunga, i lavori dei sostituti dei ministri degli esteri. Inoltre si afferma che il Governo di Sua Maestà userà della "sua influenza per assicurare che i punti di vista degli italiani siano presi in considerazione prima che qualsiasi testo definitivo venga redatto e che lo stesso Governo non ha ragione di pensare che tale non sia l'intenzione degli altri Governi interessati. Il Governo di Sua Maestà inoltre non ritiene che la posizione dell'Italia sia peggiore di quel che era a Potsdam, poiché - a suo modo di vedere - la posizione dell'Italia non è in alcun modo stata modificata dalle decisioni di Mosca e, per quanto consta al Governo di Sua Maestà, i sentimenti verso di essa dei Tre Grandi sono immutati".
Prendiamo atto con molta soddisfazione di tali dichiarazioni e di tali propositi. L'illustre uomo che dirige la politica estera di quel grande paese, e che ce le fa trasmettere, ci ha dimostrato anche nelle passate trattative una grande comprensione, una perfetta lealtà, della quale non è lecito dubitare, ed un senso di giusta valutazione della posizione dell'Italia. Non è Bevin che nel suo primo grande discorso alla Camera dei Comuni del 20 agosto 1945 ha pronunciato queste parole: "Ma venne il tempo in cui gli italiani stessi si volsero contro il fascismo e la dittatura e si affiancarono agli Alleati nella lotta contro il nazismo, alla cui disfatta essi hanno dato un sostanziale contributo"?
Noi vi ringraziamo di questa parola, signor Bevin; "sostanziale contributo" significa più ancora del "materiale contributo" di cui parla il comunicato di Potsdam. Ma non sorprendetevi, illustre amico, se gli italiani sono stati male impressionati di una enunciazione che attribuisce a 21 Stati il diritto di decidere dei trattati e quindi anche del destino d'Italia, perché partecipanti alla guerra "con sostanziali contingenti", e se fra questi sfilano anche paesi che alla vittoria contribuirono certamente in minor grado che l'Italia.
Deploro che qualche nostro giornale, in una reazione fondamentalmente legittima sia andato troppo oltre, in modo che all'estero, contrariamente certo alle intenzioni degli scrittori, si sia avuta la falsa impressione che in Italia non si sappia adeguatamente apprezzare il contributo ben diversamente sostanziale che i maggiori paesi alleati offrirono alla liberazione della penisola e l'incalcolabile e decisivo apporto che gli Alleati - America, Inghilterra, Russia - in massima misura diedero alla vittoria del mondo.
Tutti coloro che combatterono in Italia, tutti coloro che vi mantengono contatti e amici, relazioni culturali e sociali, sanno che la gratitudine del popolo italiano è profonda e sincera. È sincera soprattutto perché si tratta di comprensione e riconoscimento reciproco.
Quando Churchill, nel suo messaggio all'Italia del 4 maggio 1945, ringraziava il Presidente Bonomi "per il contributo dato dalle forze regolari italiane e dai patrioti dietro le linee" e affermava che "la consapevolezza di aver contribuito a questa vittoria... sarà fonte di nuova energia per il popolo italiano", rispondeva ai sentimenti di riconoscenza espressi entusiasticamente agli Alleati dal popolo italiano liberato e pieno di fede nella democrazia e nei nuovi ordinamenti del mondo; e quando egli concludeva augurando la nostra prossima inserzione "fra le Nazioni Unite per l'opera più produttiva della pace", egli tirava la logica conclusione della nostra opera che egli già fin da Yalta aveva così caratterizzato: "Sarebbe men che giusto se io non tendessi omaggio agli impagabili servizi, di cui non si può ancora narrare tutta la storia, che gli italiani, uomini e donne delle forze amate, sul mare, per terra e dietro le linee nemiche, al nord, rendono continuamente alla causa comune".
È vero, questa storia non si può narrare tutta nemmeno oggi e parte forse rimarrà sempre ignorata; ma alcune statistiche si vanno precisando: dall'armistizio al 31 luglio 1945, delle nostre forze di terra, 196.000 uomini ausiliari, 4 gruppi di combattimento, 31.231 fra morti e dispersi; l'intera marina italiana messa a disposizione degli Alleati nel Mediterraneo, nell'Atlantico, nei porti, negli arsenali, oltre 100 piroscafi della marina mercantile; e per sapere che cosa e come fece si leggano le dichiarazioni dell'ammiraglio Cunningham. Dell'aviazione, 23 reparti raggiunsero le basi alleate. Quali le loro prestazioni? Ci richiamiamo agli elogi del generale Eaker e alle statistiche: 4000 azioni belliche nel corso di 11.000 voli per più di 24.000 ore. Ove volano? Ci chiedevamo spesso a Roma quando noi li vedevamo passare sopra le nostre teste.
Eccovi una indicazione del 28 dicembre 1944:

Telegramma al raggruppamento caccia... dal maresciallo Tiro:
"Congratulazioni a tutti i piloti che ieri hanno colpito il 21` corpo. Grossi fuochi sono stati visti nella notte del 18 dicembre. Attacchi particolarmente efficaci".

E un altro del 2 maggio 1945:

Allied Military Mission, tramite Balcany Air Force - 2 maggio 1945 (per radio messaggio):
"Desidero ringraziarvi per la vostra prontezza d'azione nelle richieste d'intervento aereo inviatevi tramite questa missione durante la battaglia di Serajevo. Gli attacchi sulla zona di Zenica furono perfetti, Appoggio stretto. Incuteste panico agli unni, e i partigiani entrarono nella città appena gli aerei si allontanarono. Gli attacchi sui 400 automezzi furono pure di grande importanza. Sebbene poco si possa dire dell'appoggio aereo nei comunicati ufficiali, i comandanti partigiani sono rimasti impressionati. Il comandante della quarta divisione ha inviato un messaggio di ringraziamento alla missione ed io lo inoltro a voi".
Air Vice Marshall G. H. Mills. Balcany Air Force
all'Air Vice Marshall Brodie - Roma 8 giugno 1945
"Ora che ho ripreso ufficialmente il controllo dei gruppi italiani che hanno lavorato con la Balcany Air Force sarei felice se potesse ringraziarli da parte mia per l'ottimo lavoro compiuto quando erano con noi. L'audacia e lo spirito dimostrato nelle loro missioni hanno contribuito non poco al successo delle nostre operazioni nei Balcani ed hanno meritato loro l'ammirazione delle unità della R.A.F. a fianco delle quali hanno combattuto".

Ah, perché questa solidarietà in guerra (attuata anche fra le forze di terra in tutta la penisola balcanica) non ha fruttato ancora quell'avvicinamento italo-jugoslavo che abbiamo finora invano cercato? (Commenti). Perché non si ricorda che fu l'Italia democratica a contribuire decisamente sul Carso alla liberazione degli slavi del sud? (Approvazioni). E tornando ad uno sguardo generale, che cosa potremo aggiungere ancora al riconoscimento fatto nella riunione plenaria della Commissione alleata già il 24 agosto 1944 dal generale Browning, capo della Missione Alleata per l'esercito?
"Penso che pochi si rendano pienamente conto di come si sia comportato bene l'esercito italiano. Con il nostro aiuto, è stato organizzato dal caos un esercito, fin dal principio, di oltre 300.000 uomini, con personale recuperato, con generali ex prigionieri di guerra portati dall'Inghilterra, ecc. Il Corpo italiano di liberazione ha combattuto bene ed ha subìto molte perdite. La parte servizi e reparti ausiliari ha assolto un compito immenso riparando vie di comunicazione, lavorando nei porti, ecc., e così permettendo di risparmiare personale alleato, L'esercito italiano ha lealmente cooperato quale cobelligerante, praticamente, in silenzio e senza alcun attrito. Vorrei che tutti si rendessero conto di ciò e che l'esercito italiano avesse il suo giusto e meritato riconoscimento sia nella stampa sia nell'animo degli Alleati, per il prezioso contributo dato alla causa alleata".
Sì, e potremo aggiungere, che poi vennero i cinque gruppi di combattimento con i loro morti, e nel centro-sud e nel nord la guerra partigiana, concordata e finanziata dal Governo democratico italiano, guerra che è costata attorno a 30 mila vittime fra combattenti e fucilati per rappresaglia. (Commenti). E poi si dia uno sguardo alle nostre città semidistrutte, si calcolino le spese dell'occupazione, prolungatasi per il tardare della pace, e si dica se il nostro apporto fu o no sostanziale. Certo gli italiani hanno molto da espiare, certo non possono fare confronti con i sacrifici imposti dalla guerra al popolo russo, all'americano, all'inglese, ma forse possono sostenere il paragone con qualche Stato minore che siederà fra i suoi giudici. (Vivi applausi).
Ed eccovi il nocciolo della questione: noi ci siamo allarmati non per la procedura, ma per la sostanza. Abbiamo temuto che la procedura contenesse un apprezzamento di merito. Ci siamo sbagliati? Poiché ce l'hanno già detto espressamente americani ed inglesi e poiché possiamo supporre che la Russia, la quale fu la prima a riconoscere il Governo democratico italiano e ci ha sempre dimostrato il più vivo interessamento per il nostro sviluppo sociale-economico, sarà dello stesso parere, noi non ci inquieteremo più oltre degli accidenti quando sia salva la sostanza. Se nel casellario delle nazioni, i giuristi ci hanno archiviato come se la storia si fosse arrestata l'8 settembre 1943, noi ci appelleremo alla testimonianza vivente dei commilitoni e di quanti guardano all'avvenire.
Una di queste testimonianze, recentissima, perché del 20 dicembre 1945, merita di essere citata: è una lettera da Washington del maggior generale Alfredo Grünter, capo di stato maggiore del generale Clark: "Ho avuto il piacere di servire come capo di stato maggiore presso il generale Mark W. Clark per almeno due anni in Italia. Il mio contatto con il popolo italiano mi ha riempito di ammirazione per lui e grande è il mio desiderio di vedere l'Italia emergere successivamente dalle difficoltà presenti. Ho sempre altamente apprezzato l'Italia e l'aiuto effettivo datoci dal popolo italiano dopo il nostro sbarco in Italia".
Mancherei alla sincerità trascurando che questo ampio riconoscimento è congiunto a qualche amichevole consiglio. "Cercate - egli aggiunge - di subordinare l'azione dei partiti all'unità necessaria per gl'interessi della nazione. Io sono sicuro che ella non si sentirà offesa da questi consigli gratuiti. D'altra parte mi rendo pienamente conto che è molto facile in questi casi indicare un obiettivo da raggiungere, ma che è molto difficile raggiungerlo".
Sì, generale, è molto difficile, ma facciamo un grande, quotidiano, tenace sforzo per raggiungere tale mèta. Nonostante le grandi difficoltà (dopo venti anni di dittatura, non dimenticatelo!) faremo le elezioni amministrative e quelle politiche, vi daremo la prova della nostra sincera fede nella democrazia, e ci sono sempre presenti le condizioni essenziali del risanamento e della vitalità di uno Stato democratico quali: una magistratura indipendente, forze d'ordine ben organizzate e incorruttibili, un costume di libertà e di tolleranza, una morale severa nei rapporti di società e d'affari. Ma le commozioni della guerra, le conseguenze della spoliazione e della disfatta fascista non sono superabili che col tempo e a prezzo di sacrifici immensi. Noi ringraziamo gli Alleati, specie l'America, per gli aiuti che ci dànno, senza l'arrivo dei quali non sarebbe possibile assicurate al popolo italiano il minimo per non perire di fame.
Ma l'avvenire dell'Italia, il destino del suo sviluppo democratico dipende dal nuovo ordinamento che, nei trattati di pace, si darà il mondo.
Noi siamo impegnati a sradicare il fascismo affinché più non risorga, e tale è il nostro volere, ma la nostra opera sarebbe vana se il mondo si ricostruisse sui princìpi della forza, se le nazioni venissero mutilate e ferite negli organi vitali della loro esistenza o nella loro dignità: una nuova ondata di egoismi nazionali (Dio sperda il triste presagio) si rovescerebbe sul mondo e nessun popolo resisterebbe a lungo alla reazione. (Applausi).
Noi siamo per la nuova organizzazione delle nazioni, ora convocata a Londra e alla quale abbiamo inviato un fraterno e nostalgico saluto; noi siamo per una collaborazione europea, ma bisogna che questa si fondi su una politica ricostruttiva e d'ampio orizzonte. Che cosa contano le frontiere o le formule diplomatiche se non si guadagnano i popoli?
A salvate la Francia contribuì nel 1914 non la frontiera, ma il sentimento popolare italiano che rese impossibile non solo l'intervento accanto agl'imperi centrali, ma anche lo schieramento neutrale sui suoi confini.
In tale senso noi ci prepariamo ai nuovi cimenti della pace.
Farebbero male, all'interno, coloro che trascurando la realtà d'una prima guerra perduta dalla dittatura, non fossero disposti a riconoscere i torti fatti ai popoli vilmente e temerariamente aggrediti. E qui volgo il mio pensiero espiatorio alla Francia, verso la quale venne perpetrato un fratricidio morale (Vivi applausi), ai paesi balcanici, vittime di una megalomania folle e in particolare alla Grecia (Vivi applausi), paese che era stato sempre fra i nostri amici e speriamo ridivenga tale (Vivi applausi); ma errore gravissimo commetterebbe, all'estero, chi dimenticasse che il popolo italiano ha espiato le colpe dei suoi reggitori, ha fatto una seconda guerra per riabilitarsi dalla prima ed offre oggi la piena garanzia di essere maturo per un regime democratico fondato sulle quattro libertà e sulla cooperazione internazionale. (Vivissimi prolungati, generali applausi)

On. Alcide De Gasperi
Consulta Nazionale
Roma, 12 gennaio 1946

(fonte: biblioteca Butini)


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