LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LE TRATTATIVE DI PACE: REPLICA DI ALCIDE DE GASPERI IN UN DIBATTITO ALLA CONSULTA NAZIONALE
(Roma, 21 gennaio 1946)

Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei ministri e Ministro degli Affari Esteri, affronta una delle più urgenti questioni che l'Italia ha davanti: le trattative di pace con le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. La Consulta Nazionale, da poco insediata, affronta il 12 gennaio 1946 un dibattito sulla situazione internazionale. De Gasperi interviene con il discorso seguente, a cui seguirà il 21 gennaio successivo la replica al dibattito.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro degli affari esteri. (Vivissimi applausi - Segni di attenzione). Riguardo alla mia prima relazione, mi si è fatto rimprovero di non aver parlato di politica interna e di non aver parlato come Presidente del Consiglio. A me pare che il primo mio dovere, in questo tragico momento della nostra storia, sia quello di tenere viva e alta, sopra i partiti e le contingenze, la preoccupazione del nostro destino come nazione.
Non è, questa che facciamo, politica semplicemente di un Governo che passa: è un rendiconto della nazione italiana innanzi al mondo. Bisogna averne la piena, assoluta consapevolezza. Dovevo forse esaminare al microscopio delle nostre miserie e ansie la situazione presente e non piuttosto il passato e l'avvenire del nostro paese visti al telescopio della nostra responsabilità storica? Ecco perché, riservandomi di parlare di politica interna in altra occasione, ho creduto - e sono appena arrivato in tempo alla vigilia di gravi decisioni - di richiamare l'attenzione della Consulta e dell'opinione pubblica sul problema principale di politica internazionale. Qualcuno m'ha detto anche: «Perché non hai esposto il tuo piano, se ne hai? Perché non hai esposto il programma di Governo almeno nella politica estera?». Ora, io avevo un vivo desiderio che qui si facesse davvero una discussione di politica estera, che ci fosse davvero, nella soluzione di tante difficoltà, il concorso dell'opinione pubblica. Se il popolo italiano nulla seppe delle decisioni della guerra, deve sapere della pace. Qui non si difendono privilegi, interessi di famiglie regnanti, feudi di signori, né petroli, né tesori minerari, ma in patria, nelle colonie, nella «diaspora», solo il diritto alla vita e al lavoro di un popolo. (Vivi applausi).
Mi si è detto: "Perché hai presentato o letto una specie di 'Libro bianco'?". Dovevo pure valermi di questa assemblea per tenere un discorso alla finestra; e se il mio discorso si fosse giudicato da quel punto di vista, e si fosse compreso che era il naturale epilogo di una mossa istintiva e necessaria contro pericoli di procedura e più ancora contro minacce di sostanza, forse il giudizio di taluni oppositori sarebbe stato diverso.
Qualcuno mi ha detto: "Nel tuo riassunto, nel tuo riepilogo, sei stato troppo ottimista nel prestar fede alle dichiarazioni generiche degli Alleati". Certo, io mi sono ricordato di un detto di un grande storico, il quale, commentando un certo documento di papa Lambertini, pieno di lodi per un re che non le meritava affatto, o che lo deluse poi, dice: "Nel giudicare questo documento o questo linguaggio bisogna tener conto del fatto che coi gran signori il miglior modo di far loro capire quello che debbano fare è dì presentarlo come se lo avessero già fatto". (Commenti).
Devo ammettere che in un colloquio recente col nostro ambasciatore a Mosca la diplomazia russa si è espressa in modo molto cauto e tale da giustificare il senso di urgenza che mi fece credere necessario di ricordare, quasi in un riassunto ufficiale, i riconoscimenti di cobelligeranza o, come si è detto un po' ironicamente da qualche giornale, i certificati di lode al popolo e all'esercito italiano.
Io comprendo che questo dovevamo e potevamo fare solo in confronto degli Alleati coi quali avevamo combattuto insieme. Dobbiamo tener conto che ai russi - disgraziatamente gli italiani li hanno conosciuti solo come nemici (Approvazioni) - non c'è stata occasione di porre direttamente sotto gli occhi uno sforzo di riabilitazione, mentre i popoli balcanici mostrano alla grande madre Russia le ferite delle aggressioni patite. È difficile far comprendere a chi non ci vede da vicino e non ci ha accompagnato durante le fasi della guerra, le fasi contraddittorie di questa guerra, quanto il popolo italiano sia stato incatenato, come abbia subìto le suggestioni e come sia stato vigilato e comandato in ogni momento dai tedeschi, ben più forti e ben più decisi di noi. Piccolo esempio sì, ma evidente, quello dell'armata sul fronte francese, ove era ovvio che lo schieramento fosse difensivo e improvvisamente, con un ordine folle, si volle trasformare in offensivo.
Mi si è fatto anche l'appunto che nell'esposizione dei meriti di cobelligeranza non ho dato un riconoscimento proporzionato all'opera dei partigiani. Confesso che dalla relazione ciò poteva apparire, ma solo per chi non sapesse che in altre occasioni io l'avevo solennemente fatto; e poi aggiungo che ne sentivo meno il bisogno perché l'opera insurrezionale, specialmente nell'alta Italia, dei partigiani è nel mondo da tutti apprezzata e riconosciuta, mentre disgraziatamente - sia per i nostri dissensi interni, sia perché sono stati sparsi su una superfice incontrollata, sia perché si sono svolti in un periodo molto più lungo - i fatti riguardanti l'esercito e la marina sono meno noti e sono stati anche meno apprezzati negli ambienti internazionali.
D'altro canto, aggiungo che accetto ben volentieri le integrazioni che hanno fatto diversi oratori, come Argenton, che ci raccontò dell'opera degli italiani nei combattimenti del Friuli entro le formazioni di Tito, come Paladin che ci confermò che i volontari italiani avevano occupato Trieste il 30 aprile, come Fazio il quale ricordò l'opera e la collaborazione fraterna con i francesi del maquis nelle zone di frontiera.
Altra accusa è stata quella di non essere entrato nel merito delle trattative. Volevo prima sentire un poco la voce di coloro che rappresentano le varie correnti dell'opinione; e la discussione è stata molto ampia.
Non credo che sia equo il giudizio di chi ha detto o ha scritto che fu una discussione inutile e vuota.
Per la verità, ci sono stati alcuni discorsi troppo generici e troppo retorici che ricordavano i tristi tempi della degenerazione parlamentare, che, speriamo, nella nuova Costituzione non torni più. (Applausi). Ed a sentire questi discorsi e questa retorica ci si ricordava quello che Mirabeau diceva di Sieyès: "che sembrava, a sentirlo, un metafisico che trotterellava sempre su un mappamondo" (Si ride).
Però, accanto a queste disquisizioni generiche, vi sono stati dei contributi positivi, dei quali sono molto grato ai consultori che hanno parlato. Ricordo soprattutto, sulle questioni di confine, i colleghi Bettiol, Cosattini, Pecorari, Fazio, Granello ed altri.
Nella discussione generale, due tesi in contrasto hanno fatto capolino: l'una, che vorrebbe spiegare un certo atteggiamento meno equo o meno comprensivo dei nostri postulati con l'affermazione che all'interno i partiti democratici non hanno fatto abbastanza per distruggere il fascismo; ed un'altra, che noi non potremo difenderci dall'accusa di fascismo se non accusando gli stessi nostri Alleati di essere stati complici nello sviluppo dello stesso regime fascista.
Per dirvi la verità, non intendo entrare a discutere queste due tesi, però è certissimo che influiscono entrambe assai poco sopra il corso delle trattative e sopra le decisioni.
Sono argomenti dialettici che, data una volta una certa posizione, preso una volta un certo atteggiamento, per altre ragioni servono di motivazione dialettica. E non è un argomento dialettico quello di Tito, per esempio, che ci fa passare tutti per fascisti? Non è una speciosità polemica anche quella di usare in confronto degli Alleati argomenti come questi: che avendo trattato e discusso e concluso il gentlemen agreement con Mussolini, con ciò stesso hanno una corresponsabilità del regime interno italiano? Può essere questa una giustificazione morale per noi, perché non abbiamo fatto di più per combatterlo; non potevamo avere né il coraggio né la speranza di riuscire nella lotta. Però non possiamo negare che i responsabili primi siamo noi. Non soltanto in quanto questo regime molti italiani lo hanno appoggiato, ma anche perché molti altri lo hanno subìto e tollerato. Vi sono dei peccati di omissione nella storia che fatalmente presto o tardi si pagano.
Venendo all'argomento specifico della posizione della Russia riguardo a questa polemica, io penso (e questa può essere una illazione mia personale) che la Russia ritenga di avere la missione nazionale di proteggere gli Stati che hanno speciali vincoli di sangue e speciali rapporti geografici e che questa sia la vera, sostanziale ragione del suo atteggiamento, atteggiamento che noi dobbiamo considerare non capriccioso, e non di per sé ostile alla posizione dell'Italia.
La fatalità si rivela nel contrasto, al contatto delle due zone di influenza e al punto di contrasto degli interessi di una nazione in confronto dell'altra.
Credo che sia confortevole, soprattutto, in questa nostra discussione, rilevare il pensiero unitario espresso autorevolmente nei discorsi dei Presidenti Bonomi, Nitti, Parri e di illustri parlamentari, come Ruini, e di consultori come Mazzotti, Giovannini, Annunziata, Benedetti, Di Vittorio, Mariani; e in modo speciale le dichiarazioni dei rappresentanti delle organizzazioni sindacali, perché sono e significano non soltanto l'appoggio cospicuo dei lavoratori, ma soprattutto un consolidamento dell'unità nazionale che invano, in altri tempi, gli uomini di Stato hanno desiderato e invocato. (Vivi applausi).
Nella discussione generale si è insinuata una piccola polemica circa la Spagna. L'attuale Governo ha trovato all'attivo dell'Italia un credito di 5 miliardi che doveva mete pagato in 25 anni in semestralità che duravano fino al 30 giugno 1967. L'opera del Governo, e di chi fece le trattative è consistita in questo: ottenere - con il trattato che abbiamo firmato il 10 gennaio 1946 a Roma - la restituzione anticipata delle quote dovuteci fino al 1954 per 1 miliardo e 370 milioni e la disponibilità di 150 milioni di pesetas, ossia di poter importare, per il 1946, 200 milioni di merci spagnole, 800 tonnellate di olio, 600 tonnellate di cacao, 1 milione di unità internazionali di olio vitaminico e altri generi. Per il sughero, darò informazioni più esatte agli interpellanti.
Ora, la politica generale del Governo non ha alcun rapporto con questo trattato, come non aveva alcun rapporto il trattato di commercio franco-spagnolo con la politica estera della Francia.
La nostra politica si è allineata, come già riferii al Consiglio dei ministri a suo tempo, dopo Potsdam, con quella della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e della Francia. Il nostro ambasciatore non è intervenuto nella politica interna della Spagna ma si è adoperato soltanto per salvate le vite di coloro che erano stati imprigionati, o per ottenere la riduzione della pena.
Non discuto le ragioni di coloro che chiedono una politica più ardita di iniziativa; però non bisogna dimenticare che una politica ardita non quadra con la situazione armistiziale, ond'è che per ora non mi pare che altro possiamo fare se non esprimere il vivissimo desiderio che l'evoluzione della politica spagnola eviti nuovo sangue e suggelli la concordia del popolo spagnolo.
Ma torniamo a noi. Mi si è mosso rimprovero, da un collega, di una certa ermeticità nella politica dei rapporti con le grandi potenze. L'onorevole Ruini ha ricordato che Cavour aveva dovuto dichiarare a Nigra di avere solo tre carte in mano per il giuoco. Ora qui non valgono i confronti. Nessuno di noi può paragonarsi a Cavour o a Nigra e molto meno chi parla; però io credo che anche se ci fosse Cavour, quanto a carte non ne avrebbe più di quelle che ho io. (Applausi - Commenti). Quello che dico ora voglio confermarlo leggendo parte della mia lettera a Byrnes, al quale la inviai il 22 agosto 1945, cioè pochi giorni prima che si radunasse a Londra la conferenza.
Nonostante il vivo interessamento dei nostri ambasciatori, e nonostante frequenti contatti con i rappresentanti degli Alleati anche qui in Italia, noi, per la verità, fino alla vigilia, non sapevamo quale sarebbe stata la procedura e se ci avrebbero dato la possibilità non dico di negoziare, ma di esporre il nostro pensiero.
Io ho passato insieme con i miei colleghi ore di angoscia per questa incertezza e perché certe dichiarazioni pubbliche, ufficiali e semiufficiali, ci lasciavano temere che si tornasse al vieto metodo di dettarci le condizioni senza averci sentiti. E allora, dopo un viaggio dell'ambasciatore Tarchiani, il quale mi aveva esattamente informato sulla posizione del Governo americano, decisi di scrivere personalmente al ministro degli esteri statunitense, assumendo la responsabilità di rompere il ghiaccio. La lettera è stata pubblicata in America.
Comunque, vi dirò che, dopo una prefazione personale in cui esponevo le ragioni del mio intervento, precisavo il punto di vista generale nei seguenti termini: "La più sostanziale riparazione che l'Italia può offrire è il concorso del suo lavoro e della sua cultura alla costruzione del nuovo mondo. Sebbene l'Italia abbia sparso per il globo, nella gara pacifica del progresso, tanti dei suoi figli (e molti ne abbia accolti con spirito fraterno l'America) pure la sua popolazione è ancora concentrata in una piccola penisola, spossata da una lunga tirannia e stremata dalla guerra. Tuttavia le doti naturali di sobrietà e di laboriosità, la secolare tradizione della morale cristiana e del diritto antico possono fare ancora di questo popolo un ponte sicuro di quella civiltà occidentale che fu la preoccupazione prima dei grandi uomini di Stato americani quando, Wilson come Roosevelt, presero la grave decisione della guerra. L'America ci ha dato già, a Potsdam, la prova di aver compreso che ciò sarà possibile solo se la pace restituirà al popolo italiano la dignità di popolo libero e la certezza che nessuna delle condizioni essenziali al suo sviluppo gli venga tolta o menomata. Voi avrete, signor ministro, occasione di informarvi su quelle che la coscienza del popolo italiano ritiene condizioni essenziali, sulle ragioni obiettive e soggettive che le segnalano come tali. Alle principali voglio solo accennare rapidamente ed in ordine di importanza".
E qui venivo a parlare del confine orientale con la Jugoslavia. Ecco le mie parole:
"Riconosciamo che dal punto di vista etnico ed economico la Jugoslavia ha diritto ad una rettifica delle frontiere, pur liberamente concordate nel 1920 a Rapallo fra i due Stati, e pensiamo che per tale rettifica si possa prendere per base la linea proposta nel 1919 dal Presidente Wilson. Tale linea rappresenta per noi la dolorosa perdita di due città italiane, Fiume e Zara, e di circa ottantamila italiani, mentre ricongiunge alla Jugoslavia più di centomila slavi. Riteniamo però di dover chiedere che sia tenuto debito conto della necessità di salvaguardare l'autonomia delle città di Fiume e Zara mediante la concessione di speciali statuti. Per quanto riguarda il resto dei territori (ed ecco, onorevole Cosattini, che l'ho detto già allora io) pur non essendo possibile tracciare una chiara linea di discriminazione etnica, il Governo italiano è disposto a pattuire con la Jugoslavia, sotto l'egida delle Nazioni Unite, o comunque ad accettare l'impegno reciproco di garanzie linguistiche e di autonomie locali per le minoranze. Lo Stato italiano tiene anche presente l'importanza che il porto di Trieste ha per gli Stati finitimi, ed è pronto a collaborare per raggiungere un accordo che assicuri sia al porto come alle comunicazioni ferroviarie un ordinamento che corrisponda a tali condizioni particolari. Con la Jugoslavia, l'Italia sente il bisogno di collaborare nei rapporti economici e nei pacifici traffici, onde, se richiesta, accetterà di smilitarizzare Pola, purché altrettanto sia fatto per la base navale di Cattaro ed a condizione che la completa indipendenza dell'Albania costituisca nell'Adriatico un ulteriore elemento di sicurezza e di equilibrio".
Mi si è detto: siete stati troppo perentori per la linea Wilson. Ma la linea Wilson era la linea americana, la linea che compariva in un abbozzo americano che circolava; e d'altro canto era quella che aveva consigliato Steed, notoriamente grande amico degli jugoslavi. Era quella che corrispondeva alla tendenza italo-jugoslava del patto di Roma al quale furono partecipi molti democratici; e qualcuno dei più autorevoli è qui presente. Era insomma la linea di compromesso ancora possibile, alla quale molti slavi avevano allora aderito; quindi sembrava la più adatta a servire quale base di discussione. E difatti, nelle discussioni di Londra, s'è seguita come base questa indicazione; dico come base perché si è arrivati alla conclusione che si dovesse prevalentemente tener conto della linea etnica.
Ho detto prevalentemente. È chiaro che il problema economico con ciò non si risolve; è chiaro che il problema economico richiede delle zone franche, delle convenzioni particolari; richiede soprattutto, sia per la funzione del porto di Trieste, sia anche per la vitalità stessa delle popolazioni alle frontiere, la collaborazione dell'Italia e della Jugoslavia.
Ecco perché, non soltanto come direttiva generale, ma per la necessità stessa della soluzione del problema, una collaborazione dei due paesi è assolutamente indispensabile.
E noi l'abbiamo vivamente cercata.
Qualcuno mi ha rimproverato che a questa constatazione già fatta nel mio primo discorso non ho aggiunto che la Jugoslavia non ha accettato. C'è sempre tempo per acuire un contrasto. La verità è che da parte nostra non è mancata occasione - e direttamente e attraverso le ambasciate, soprattutto l'ambasciata di Mosca, e intervenendo e facendo intervenire di fatto la Russia, l'Inghilterra, gli Stati Uniti - di esprimere il nostro desiderio, in maniera sincera e precisa, senza mettere condizioni assolute. Soltanto abbiamo detto che, siccome la passione per le vittime delle frontiere, per i deportati, era così viva in Italia, bisognava naturalmente fare qualche cosa per tranquillizzate il cuore angosciato delle madri. Non ci siamo riusciti. E quando penso che in altri tempi io stesso fui tra i collaboratori con gli jugoslavi, ed ancora conservo grata memoria dell'appoggio che l'onorevole Smodlaka - oggi, se non erro (io ufficialmente non lo posso sapere) rappresentante della Jugoslavia a Roma - dava a noi italiani quando ci battevamo per l'università italiana a Trieste; quando penso a questa attività passata, mi pare impossibile che fra uomini di questi precedenti e di buona volontà non si possa trovare la via di discorrere tranquillamente e di vedere se, seppellendo odii e risentimenti, non si possa trovare una via di avvicinamento alla pacificazione. (Applausi).
Qui devo fare una dichiarazione specifica riguardante Fiume, perché i fratelli di Fiume me ne hanno pregato. Essi hanno diritto che io confermi qui quello che durante la discussione di Londra dissi anche ai rappresentanti delle Nazioni Unite; cioè che la rinuncia italiana alla sovranità su Fiume non potrebbe in nessun modo implicare, da parte del Governo italiano, un disconoscimento dell'antico diritto della città all'autogoverno, diritto che ha avuto la sua più ampia espressione nel trattato di Rapallo, col quale veniva sancita la libertà e l'indipendenza in seguito consacrate dal voto plebiscitario dato dal popolo alla Costituente Fiumana. (Vivi applausi).
E passiamo ad altri guai.
La frontiera settentrionale del Brennero. Nella prima conferenza di Londra di ciò non fu parola. Però nella lettera a Byrnes avevo scritto: "Nelle regioni dell'Alto Adige la situazione dal 1919 ha subìto cambiamenti notevoli. L'Italia vi ha costruito grandi centrali elettriche, che per le province di Bolzano e dì Trento, rappresentano il 13,6 per cento di tutta la produzione nazionale. L'energia elettrica potenziale esistente in tali regioni è l'unica riserva che resti all'Italia del nord per sviluppare le industrie nella vallata del Po e per la rete nazionale delle comunicazioni ferroviarie".
Aggiungevo poi una dichiarazione riguardante le istituzioni democratiche da rinnovarsi in quella regione: "L'Italia democratica del 1919 e del 1922 aveva assicurato agli abitanti di lingua tedesca parità culturale e rappresentanza nel Parlamento. Ed erano allora in corso trattative per creare autonomie locali in tutta la Venezia Tridentina. La dittatura fascista rovesciò ogni struttura locale. Ma ora il Governo democratico italiano, d'accordo con l'Amministrazione militare alleata, ha già provveduto per le scuole tedesche, ed è in corso di elaborazione un ordinamento di autonomie locali, come quello deliberato per la Val d'Aosta, sicuro presidio d'ogni legittima libertà".
Sapete che, nel frattempo, il Governo ha emanato - e voi avete dato parere favorevole - tre leggi riguardanti uno statuto particolare per la minoranza: una, riguardante la lingua d'ufficio; l'altra, la più importante, riguardante le scuole; la terza, riguardante la cittadinanza.
Abbiamo, inoltre, dichiarato - e stiamo per attuare questo impegno - che, se vi saranno obiezioni locali alle modalità di queste leggi, siamo disposti a sottoporle ad una nuova elaborazione, a sentire il parete di una commissione locale.
Questo è già, in via di fatto, l'instaurazione di un auto-governo, di una autonomia locale, la quale, naturalmente, non può riguardare soltanto la parte tedesca della provincia di Bolzano ma anche tutta la Venezia Tridentina.
Disgraziatamente, in quella regione si è creata una psicologia completamente falsa. Tutta la zona dell'Alto Adige è stata tagliata fuori, preclusa da qualsiasi contatto con l'Italia; prima, durante la guerra, perché ebbe uno statuto particolare, divenne quasi una provincia della Germania, amministrata da Innsbruck; e poi, anche durante il periodo successivo, attraverso l'amministrazione alleata. Ben mi guardo dal fare qualsiasi osservazione alla assai benemerita amministrazione degli Alleati: però devo dire che, accanto agli uomini responsabili, ai quali non possiamo che rivolgere elogi, ci furono altri che diffusero la notizia essere ormai probabile, anzi fatale, che quella parte d'Italia venisse riannessa al Tirolo. E così, per la mancanza di contatti diretti, che noi non potevamo avere, non tanto per la diversa giurisdizione, quanto per la scarsezza dei trasporti, si creò una impressione di abbandono. Gli uomini non solo italiani, non solo ladini, ma anche tedeschi, i quali avevano optato nel 1939 per l'Italia, si credettero abbandonati e credettero di aver sbagliato. Avvenne in certe valli ladine; e prego non soltanto gli italiani di ricordarlo ma anche i giornalisti esteri, i quali parlano superficialmente di confine a Salorno o di confine napoleonico o sopra la Chiusa, che al di là, verso nord, vi sono delle valli completamente ladine, il che vuol dire italiane. (Vivi applausi).
E queste valli desiderano, quando possano esprimere questo desiderio liberamente, di essere congiunte alle altre valli ladine, come la Val di Fassa e quella di Livinallongo, che sono riconosciute italiane. Potete ben pensare, poiché queste valli come la Badia e la Gardena appartenevano al mio collegio elettorale nel 1921, che io abbia in proposito un'esperienza particolare. Ricordo quando nel 1921 persuasi Credaro ad associare quelle vallate al collegio elettorale italiano. Presentatomi per la prima volta a Sant'Ulrico di Val Gardena, ora Ortisei, dove tutto appariva tedesco, come le scritte degli alberghi, i servizi urbani, eccetera, cominciai a parlare tedesco per scrutare l'atteggiamento dei volti; e dopo i primi periodi qualcuno mi interruppe in dialetto ladino: "Ma parli italiano, che ci capiamo meglio".
Ci si lagna assai che noi, nella legge sulla cittadinanza, abbiamo distinto fra i cittadini i quali nel 1939 optarono per la Germania e si trasferirono colà, e quelli i quali, pur avendo optato, rimasero al di qua dei confini.
Ora io credo di poter dichiarare, a nome del Governo, che saremo estremamente larghi nell'applicazione di questa legge, non creeremo nessuna persecuzione, non allontaneremo nessuno di buona fede che sta al di qua del Brennero, né lo costringeremo ad andare ramingando al di là. Però, innanzi a tanta comprensione o se volete a tanta umanità e a tanta fratellanza, pretendiamo almeno la lealtà di riconoscere che questo è l'unico confine in Europa in cui i tedeschi possono parlate ancora la loro lingua e possono vivere e svilupparsi. (Applausi).
Oggi nessuno vorrebbe avere optato volontariamente. Tutti vorrebbero richiamarsi alla coazione; ma io ricordo bene gli ultimi mesi di vita di quel grande patriota che fu l'arcivescovo di Trento monsignor Endrici; e ricordo come egli scriveva al suo clero e come egli riuscì, facendo semplicemente appello alla ragionevolezza, a ottenere una linea di condotta equa e fiduciosa verso la civiltà italiana. Era possibile avere la libertà di optare anche per l'Italia e lo hanno dimostrato molti tedeschi; ed oggi noi non possiamo abbandonare gli italiani e questi tedeschi, come se in quel momento non avessero avuto del coraggio affermando la civiltà italiana e la fiducia nell'avvenire democratico della nostra nazione. (Vivi applausi).
In verità sarebbe una triste sorte se il ministro degli esteri italiano, che dal 1915 fino al 1919 si batté per la liberazione degli italiani, ottenuta poi col concorso degli eserciti alleati, oggi dovesse abbandonare italiani e ladini e tedeschi optanti per l'Italia al prevalere di chi invece optò per Hitler, e se gli Alleati, per una strana aberrazione, giungessero a proporre una soluzione che in coscienza non è assolutamente accettabile. (Vivissimi generali applausi).
L'illustre amico Renner, presidente della Repubblica, in una recente manifestazione, si è appellato a ragioni di sicurezza e di difesa. Quando mai l'Italia ha passato il Brennero per offesa contro la nazione germanica? E quante volte il Brennero non fu, invece, la porta delle invasioni germaniche verso l'Italia? (Vivi applausi).
Se mai - ed io non lo faccio - taluno avesse diritto di invocare ragioni strategiche, questo sarebbe lo Stato italiano. Ricordo che negli ultimi giorni del 1943, nelle ore di ansia, durante il Governo Badoglio, alla vigilia dell'armistizio, quando trapelavano le notizie che qualche cosa doveva avvenire, ma ancora non si sapeva precisamente né quando né come, io accompagnai dal maresciallo alcuni patrioti alpini repubblicani i quali avevano tutto un piano per sbarrare le linee ai tedeschi nelle montagne dell'Alto Adige, piano che venne preso molto sul serio e che sarebbe stato applicato, forse salvandoci da tanti guai, se poi, per mancanza di uomini, di comprensione reciproca e per altre ragioni che è inutile discutere, disgraziatamente l'armistizio non fosse avvenuto troppo presto il giorno 8, per cui questa operazione, che era di straordinaria importanza, non poté essere tentata.
Ma questa è una prova dell'importanza di quelle montagne, e se ragioni di difesa possono essere invocate queste possono esserlo soltanto dalla nazione italiana, (Vivi applausi).
Frontiera occidentale. Scrivevo nell'agosto scorso:
"Sulla frontiera occidentale con la Francia, non dovrebbero nascere difficoltà. Per allontanare ogni possibile sospetto da parte della Francia, il 28 febbraio scorso abbiamo concluso un accordo che, con grande nostro sacrificio, abbandona ogni nostra aspirazione sulla Tunisia ed ogni nostra protezione su quei nostri connazionali, lavoratori, artigiani e professionisti che, con la loro attività, tanto hanno contribuito allo sviluppo economico del paese. Allora il Governo francese assicurava che non intendeva avanzare alcuna altra richiesta, tranne quella riguardante il Fezzan. Oggi si presentano richieste di rettifiche sulla frontiera occidentale; anche qui non abbiamo intenzione di mantenere un atteggiamento rigorosamente intransigente".
Molte cose sono venute dopo. Permettetemi di limitarmi a fare la dichiarazione che le nostre direttive in confronto della Francia sono queste:
1) fare ogni sforzo per cementare l'amicizia con la Francia, che deve essere un elemento permanente nella politica futura, ma evitare scrupolosamente modificazioni che tale amicizia possano mettere oggi o domani in pericolo;
2) non dimenticare che il corpo d'Italia è malato e che la sua reattività istintiva o morbosa sarà tanto maggiore quanto più numerose saranno le mutilazioni infertele contemporaneamente.
Mi associo all'augurio espresso dall'onorevole Fazio: che la statua del Redentore, posta su quelle montagne ed il ricordo della comune resistenza per la libertà possano fra noi e la Francia essere simbolo e presagio di una pace e schietta e costruttiva. (Vivi applausi).
Isole dell'Egeo, Accennando alle isole dell'Egeo scrivevo:
"L'Italia, dal 1912 in qua, ha profuso milioni e milioni per opere pubbliche, per bonifiche agricole, per attività industriali e artigiane, per la coltura e per la valorizzazione artistica delle isole dell'Egeo. Il popolo italiano di buon grado vedrà tali isole affidate alla Grecia quale contributo di riparazione e pegno di amicizia tra le due nazioni mediterranee. Peraltro, agli italiani residenti in Rodi, la cui opera è stata per tanti anni intimamente connessa con la vita economica delle isole, dovrebbe venire data, mediante la concessione di determinate garanzie, la possibilità di continuare la propria attività".
Colonie. Questa era la formula del 22 agosto sulle colonie:
"Prima dell'impresa di Mascolini contro l'Etiopia l'Italia democratica non ha mai considerato le sue colonie come strumenti di impero, ma come zone di lavoro per l'esuberanza della popolazione italiana. Sotto questo stesso aspetto le considera anche l'Italia democratica di oggi onde, in ipotesi, fra gli interessi del lavoro italiano e il metodo di amministrazione fiduciaria non dovrebbe esistere incompatibilità di principio. In pratica, però, tale metodo collettivo non corrisponde alle particolari esigenze delle colonie italiane, data specialmente la fondamentale differenza fra la concezione e la prassi coloniale italiana a carattere migratorio e quella anglosassone, principalmente basata sulle materie prime e sui mercati.
"Desidero accennare a due questioni, che, secondo informazioni ricevute, sembrano essere più discusse: il destino della Cirenaica e quello dell'Eritrea.
"Ci pare di capire che, mentre non vengono sollevate obiezioni circa la sovranità italiana in Tripolitania, quanto alla Cirenaica si desiderano garanzie strategiche, atte a dare completa sicurezza.
"Noi pensiamo che tale sicurezza possa ottenersi mediante creazione di zone strategiche e basi aeree e navali nonché mediante altre garanzie nella zona di Tobruch e di altre zone, senza private l'Italia dell'altipiano cirenaico che essa ha già, in pratica, trasformato in territorio atto ad accogliere la sua emigrazione agricola.
"Del pari, se forse ancora per la Somalia può mettersi in discussione il sistema dell'amministrazione fiduciaria, per la nostra vecchia colonia dell'Eritrea il mantenimento della sovranità italiana sembta essenziale, e ciò è pienamente conciliabile con le esigenze dell'Etiopia per uno sbocco al mare, per il quale l'Italia ha costruito la strada Dessiè-Assab. Tale accesso potrà essere garantito sia entro i confini italiani sia, ove lo si richieda, mediante rettifiche di frontiera".
Anche qui lo sviluppo delle trattative ha fatto cammino.
Io ringrazio in modo particolare il senatore Einaudi per quanto di interessante ha detto circa il sistema coloniale e, soprattutto, per il rilievo che egli ha fatto circa l'attività italiana in queste colonie.
Essenziale mi pare anzitutto lo stabilire: si vuole risolvere la questione coloniale italiana in senso punitivo, come sanzione, perché non saremmo degni di partecipare all'opera di civiltà nel campo coloniale insieme con le altre nazioni del mondo? In tal caso noi chiediamo che l'ONU, cioè l'Organizzazione internazionale, faccia una inchiesta serena sopra l'attività italiana nelle colonie, sopra i progressi fatti da quelle popolazioni, sopra gli investimenti che L'Italia ha fatto per uno scopo di civiltà e di cultura.
Invece, se si tratta di imporre garanzie di sicurezza, non avremo difficoltà ad ammetterle.
Se, infine, si tratta di controlli o consigli di vigilanza, non facciamo opposizioni. Dirò di più: qualunque sia l'amministrazione che sembra accettabile ad altri in altre colonie, anche noi l'accetteremo. Ma è certo che l'amministrazione delle colonie deve essere legata con vincoli particolari con la metropoli, perché - per noi, in modo particolare - essa è un problema di lavoro.
Non è possibile che le colonie vengano affidate ad una amministrazione di sei o sette Stati contemporaneamente, con la stessa forza e con la stessa possibilità di intervento.
Non è possibile, a meno che non debbano rimanere colonie completamente avulse da responsabilità e da interventi diretti sostanziali da parte di una potenza amministratrice.
Io penso, contrariamente a quello che taluno ha qui espresso, che ci possa essere ancora qualche speranza circa le nostre colonie. Sapete perché? Soprattutto perché sono colonie non ricche. (Commenti).
E a meno che non si voglia pensare a soluzioni di carattere militare, nel qual caso non è più in questione la sorte d'Italia, ma quella del mondo, della nuova costruzione del mondo, a meno, dicevo, che non si voglia pensare ad una soluzione militare, io non credo che ci sarà gara per sfruttare petroli che non ci sono, miniere che non esistono. La gara per trasformare il deserto in bonifica non ci sarà, e queste terre o torneranno agli italiani o dove era il deserto tornerà il deserto. (Vivissimi generali applausi).
Comunque, io vorrei ripetere una dichiarazione, in modo particolare dopo quanto ha esposto il senatore Einaudi. Noi siamo per l'autonomia delle genti delle colonie. Più presto questa evoluzione si perfezionerà, più facilmente vi potremo collaborare. Noi siamo per tutte le forme di amministrazione e non creiamo delle pregiudiziali di irresponsabilità o sovranità assoluta nel senso militare; domandiamo soltanto che ci venga affidata l'amministrazione in base alla esperienza che abbiamo saputo fare e che ci venga affidata in modo che la possiamo veramente compiere.
Ancora una questione che è stata toccata in questo largo dibattito: quella delle riparazioni.
La formula più concreta che è stata finora presentata, anzi appena accennata nelle discussioni, è stata quella dell'America relativa ai beni italiani all'estero. Ma io spero che, a seguito di maggior riflessione, questa proposta si troverà inutile, come è di fatto inaccettabile. È possibile trasferire da un paese all'altro la proprietà di una grande industria senza, forse, che questa ne soffra nella sua consistenza tecnica; ma è impossibile trasferire la proprietà di un ristorante modesto, di una azienda artigianale, di una piccola colonia agricola senza stroncarla e ridurne l'antico proprietario in una situazione di miseria, dato che di regola il mercato locale non ha bisogno di operai vecchi e senza mezzi, e perché anche la valuta italiana eventualmente fornita dal Governo italiano non avrebbe forse sufficiente capacità di acquisto in paesi stranieri.
Ne consegue che l'espropriazione degli italiani all'estero equivarrebbe alla punizione di elementi i quali neppure durante la guerra avevano contravvenuto alle leggi e agli interessi dei paesi ospiti, ove non contavano che amici. Ne conseguirebbe un'enorme distruzione di valori che non gioverebbe né all'economia italiana né all'economia internazionale.
Ci sarebbe un secondo effetto disastroso per l'avvenire; direi quasi uno stroncamento di ogni normale movimento migratorio. Se anche lo straniero, chiamato amichevolmente da altro paese per costruirvi una nuova dimora e al quale nessuno aveva imposto di mutare nazionalità, potesse, in qualunque momento, vedersi spogliato dei frutti della sua fatica che, fiducioso nell'ospitalità di chi l'accolse, aveva posto nelle sue mani, se tutto ciò potesse accadere, non come sanzione di un abuso di ospitalità ma per il fatto esclusivo di un Governo lontano sui cui atti l'emigrato non può minimamente influire, allora verrebbe meno in chi è disposto a lasciare la propria terra il primo incentivo alla speranza di far fortuna, all'ansia di crearsi una prosperità.
Tutti gli Stati americani sanno assai meglio di noi europei quanto sia grande la capacità costruttiva di pochi uomini in un paese nuovo. Scoraggiare questi uomini, distruggerne il potere e le speranze, significherebbe impoverire il mondo.
In verità, se io vi devo dire il mio stato d'animo alla vigilia di nuove trattative, dovrei dichiarare che la mia trepidazione è grande e profonda. Tutta una politica pazza di aggressioni fasciste è contro di noi. (Approvazioni).
Il consultore Zoccoli mi ha ricordato l'espressione di un colonnello inglese che ricordava l'attacco ad Alessandria.
Eh, lo so. È uno degli argomenti principali che si muovono contro di noi anche per la nostra opera coloniale.
Se l'impero inglese ha potuto temere, ad un certo momento, che gli italiani al comando dei tedeschi, passato il Mediterraneo, cercassero di prendere alla gola l'impero britannico e gli tagliassero le vie per l'India, non si può pretendere che questo pericolo corso non influisca sopra la mentalità e sopra le precauzioni che si intendono prendere.
È, per questo che nelle proposte che facevamo, riguardanti le colonie, mettevamo innanzi la questione strategica e dicevamo: prendete pure le vostre precauzioni; non possiamo pretendere che ci crediate sulla nostra parola. Vi affermiamo però che in Italia si consoliderà il regime democratico e che mai una simile follia si ripeterà nella nostra storia.
Abbiamo contro di noi tutta una propaganda, fatta con molta abilità, di fotografie di orrori, di album color sangue, di mutilazioni, di stragi; ed io, quando sono comparso dinanzi al tavolo verde nella Lancaster House, ho visto che ormai i banchi ne erano pieni. Che cosa dobbiamo fare noi? Opporre fotografia a fotografia - e le abbiamo - album ad album, prove di mutilazioni a prove di mutilazioni? Ma a che cosa serve? Dovremmo proprio accettare come un destino inesorabile dell'umanità il triste presagio dell'Adelchi morente "la man degli avi insanguinata / seminò l'ingiustizia, i padri l'hanno / coltivata col sangue; e ormai la terra / altra messe non dà"?
Noi ci rifiutiamo di disperare. Rinunciamo a questa polemica, a questa propaganda di orrori per quanto le tristi vicende balcaniche e la guerra che si svolse fra quelle stirpi ci dessero molti documenti.
Diciamo invece che bisogna vivere e sperare in un mondo migliore. L'ho detto altre volte, ma è una professione di fede che mi piace ripetere. Credo in due forze essenziali nella vita internazionale per quanto riguarda l'Italia. Credo al cammino del nostro pensiero e della nostra civiltà. Gli americani desiderano - gli americani specialmente - che noi, nel trattato, assumiamo l'impegno di difendere, di mantenere e salvaguardare le quattro libertà. L'ho già dichiarato un'altra volta qui; nessuna difficoltà, perché non abbiamo bisogno di copiare formule altrui, basta richiamarsi alla nostra istoria: non è un caso che i morti delle Fosse Ardeatine siano così vicini a centinaia e migliaia di martiri che sono morti per la libertà della fede, perché questi e quelli sono morti per la libertà delle coscienze, per la libertà e la dignità della persona umana. (Vivi applausi).
E ho fede, accanto al cammino della civiltà, nelle forze del lavoro.
Ho ascoltato con commozione il discorso di Mariani che, rappresentando la camera del lavoro di Milano, è l'interprete di uno dei più grandi centri operai, e soprattutto mi sono rallegrato della notizia che mi ha portato ieri il ministro del lavoro, annunciandomi l'accordo fra industriali ed operai per la smobilitazione dell'industria, con grandi sacrifici delle due parti, ma in particolar modo degli operai. Bisogna prendere atto di questo trionfo della moderazione, della ragionevolezza, della coscienza di solidarietà degli uni e degli altri, specie dei lavoratori. (Approvazioni).
Bisogna prenderne atto per la cosa in sé, e bisogna prenderne atto anche in una discussione di politica estera, perché purtroppo in qualche giornale anche estero si esagerano talora i movimenti operai quasi che tutta l'Italia fosse in convulsione continua, scambiando inevitabili manifestazioni dì malcontento come uno spirito di decomposizione dello Stato.
Ora preghiamo i giornalisti di prendere atto che ben più importante è questo accordo di solidarietà, che dovrebbe incitare anche dall'altra parte il credito anche estero ad essere meno restio nell'esercitare la sua funzione. (Applausi).
Dirò che allo stesso ottimismo sono giunto trattando con i reduci. Ci sono manifestazioni, torbidi; ci sono stati degli episodi dolorosi. Ma pensate alla psicologia di queste centinaia e migliaia di uomini che tornano dai campi di concentramento. Pensate alla disperazione che li prende quando, dopo aver sognato un paese dove la vita sia ricostituita, si trovano dinanzi a rovine; e soprattutto quando si trovano dinanzi a dissensi che non comprendono e quando non possono capire le difficoltà di cui non conoscono la fatalità. Quindi, ci vuole pazienza. Bisogna cercarli e nello scambio delle idee e dei sentimenti ricostituire l'unità nazionale.
Ho parlato con parecchi di loro, ed accanto all'aculeo dei loro bisogni ho sentito anche un profondo inalterato amore per il loro paese, amore che è stato acuito dalla desolazione attraverso la quale sono passati.
E direi che mi pare quasi provvidenziale che ieri mi sia arrivato da un paese del Trentino il diario di un marinaio, il cui contenuto è di tale importanza che meriterebbe di venire stampato. Un modesto marinaio, il quale si trovava a Lero l'8 settembre, racconta la storia della sua odissea, veramente straordinaria.
La storia dei nostri patimenti non è ancora scritta.
Abbiamo sentito dall'illustre generale Oxilia la storia della divisione "Garibaldi" e dei suoi combattimenti nel Montenegro. Abbiamo sentito raccontare gli orrori i patimenti che hanno sofferto molti di coloro che, datisi alla guerriglia, dovevano attraversare zone inospitali e correre il rischio di essere presi per avversari; coloro che sulle giogaie dell'Olimpo vissero quattro mesi senza vesti, completamente nudi, bruciacchiandosi il corpo dinanzi a grandi fuochi, per non perire di freddo. Ed ogni volta che ne incontro uno, sento un tragico romanzo nuovo, e ripeto: veramente la storia dei patimenti degli italiani è immensa; non si è ancora costruita ma ce n'è già abbastanza oggi per chiedere che si riconosca che è una storia di espiazioni per gli errori commessi da altri.
Se leggo questo diario, vedo il modesto marinaio che passa in tre anni penosissimi da un'isola all'altra, da un ospedale all'altro, per finire a Bombay e da Bombay ritorna ad Alessandria ove incontra migliaia di altri prigionieri italiani chiusi, come egli scrive, entro reticolati, come gabbie, sotto gli ardori del deserto, e sento che i prigionieri lontani gli hanno dato un solo incarico, quello di baciare il suolo della patria, e ne sono profondamente commosso.
"Giurai - continua il diario - dinanzi a loro di fare tutto ciò che le mie forze mi permettono, perché le loro parole mi facevano soffrire e mi strappavano il cuore. Poi, finalmente, il 14 ottobre sbarcai a Taranto, e ho visto tutto in quelle condizioni. Mi misi le mani agli occhi e piangevo pensando a quei poveretti che stanno a soffrire e sperano di trovare una tetra migliore".
E al Presidente nulla domanda ma conclude:
"Le invio questo diario solo con la speranza che non vada cestinato, e perché cerchiate di far passare qualche parola sul cuore di tutti gli italiani, per poter ancora far diventare unita l'Italia; e che sapessero amarla, come noi anche da lontano ci siamo sacrificati e l'abbiamo amata anche contro la morte".
Il nome non conta. Questo è il reduce ignoto, è il linguaggio di centinaia e migliaia di reduci. (Vivissimi generati applausi).
Anch'egli uomo di popolo, uomo di lavoro. Mi pare che tutto questo, al di là delle formule giuridiche e dei trattati, mi consoli e mi conforti a sperare. Ché se il popolo italiano manterrà queste sue virtù essenziali e non cederà più a seduzioni di mitologie politiche, ma marcerà sulla larga via della libertà e della fratellanza umana, l'Italia riprenderà il suo cammino nel mondo. (Vivissimi, generali, prolungati applausi - Moltissime congratulazioni).

On. Alcide De Gasperi
Consulta Nazionale
Roma, 21 gennaio 1946

(fonte: biblioteca Butini)


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