LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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II° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI ALCIDE DE GASPERI
(Napoli, 17 novembre 1947)

Al momento della celebrazione del II° Congresso nazionale, la situazione istituzionale italiana si è stabilizzata (la scelta istituzionale per la Repubblica è avvenuta in un clima di serenità e la stesura della nuova Costituzione procede positivamente nell'Assemblea costituente), la situazione politica è incandescente, con gli attacchi durissimi dei social-comunisti contro De Gasperi e la DC, la situazione economico-sociale del Paese è drammatica, con le urgenze della ricostruzione materiale e morale dell'Italia (miseria, fame, prezzi, conflitti di lavoro, agitazioni nelle campagne, necessità di sostegno alimentare dall'estero).
Il discorso di apertura viene svolto dal Presidente del Congresso, on. Salvatore Aldisio, a cui seguono la relazione sulla situazione politica e organizzativa da parte del Partito del Segretario politico on. Attilio Piccioni, la relazione sulle attività nell'Assemblea costituente da parte del Presidente del Gruppo democristiano on. Giovanni Gronchi, la relazione sullo Statuto del Partito da parte dell'on. Stanislao Ceschi.
Il 17 novembre interviene il Presidente del Consiglio on. De Gasperi, e il giorno successivo il Vice Segretario on. Taviani tiene la relazione sul tema principale del II° Congresso (i problemi del lavoro).

* * *

Amici, scendendo ieri a Napoli il mare era tranquillo e sulle sue onde serene anche i miei pensieri si volgevano alla pace, tanto più che sapevo che poco prima di me era passato l'onorevole Di Vittorio, diretto a Foggia con pensieri e con propositi conciliativi. Disgraziatamente, durante il percorso mi è accaduto di leggere l'Unità con la risoluzione del Comitato Centrale del Partito comunista(1). Era un viatico triste per il mio viaggio, per la mia venuta al Congresso, perché quella risoluzione è un manifesto di guerra.
Ho compreso e raccolgo il significato delle interruzioni in quanto vogliono dire che noi vogliamo concentrare tutte le nostre forze per la pacificazione degli animi. Non accetterei però le interruzioni se volessero essere interpretate come un invito ad abbandonare le basi della democrazia e della libertà; non l'accetterei!
Dicevo che il documento del Comitato Centrale del PCI è un manifesto di guerra, impastato di menzogne nelle premesse, dirette - come è scritto nell'Unità - contro il «governo dello straniero», contro il «governo della miseria», contro «il governo della reazione e della guerra». Questo titolo viene giustificato affermando che il governo da me presieduto è il governo degli «imperialisti americani», un governo invocato e favorito dal Vaticano, dalle «forze reazionarie e dai socialisti di destra».
Si parla del pericolo della perdita dell'indipendenza nazionale; si dice che vogliamo trasformare il Paese «in campo di battaglia» e si definisce insidia perfino l'offerta e l'accettazione del grano per il pane del popolo.

Le cifre ci danno ragione

Io mi domando se coloro che hanno vergato questo manifesto e l'hanno deliberato e lanciato al popolo credono veramente che oltre ad un «Cominform» vi sia anche un «Americanform» di cui noi saremmo i complici. Su questo punto vi prego di seguirmi nella mia confutazione con fatti e cifre.
All'arrivo del grano qui a Napoli con la prima nave che lo trasportava dall'America appartenente all'Ausa, cioè alla società che rappresenta questa azione di soccorso, ho tenuto un discorso brevissimo ma che aveva due sentimenti nello sfondo: la riconoscenza da una parte e dall'altra la dignità e la indipendenza nazionale. Ora quando leggo che in un discorso di ieri(2) si mentisce innanzi al popolo, dando ad intendere che l'aiuto dell'America non è stato invocato da noi come una necessità per il pane, ma che altre possibilità vi siano state, vi richiamo alla realtà della situazione. Il raccolto fu di 46 milioni di quintali, invece dei 63 dell'anno scorso, e per questo abbiamo dovuto e dobbiamo importare una quantità imprevista di grano. L' Ausa, cioè l'America, ce ne fornisce per 115 mila tonnellate al mese, che non sono però sufficienti e dobbiamo importarne da altri Paesi, e consumare in parte i nostri ammassi. Di qui, poiché bisogna comperare anche su altri mercati, la necessità di avere contributi in denaro, crediti in denaro. Questo per il grano.
Per il carbone: nella scorsa primavera avevamo raggiunto almeno un terzo delle disponibilità prebelliche. Adesso ci avviciniamo già alla misura prebellica, ed abbiamo costituito anche qualche piccola scorta. Siamo sicuri per dicembre-gennaio, perché abbiamo gli impegni formali dell'Ausa. Solo a questo patto c'è un Governo in Italia, comunque si chiami, che può assumere tranquillamente la responsabilità di non lasciare mancare il pane al popolo e il carbone all'industria.
Per gli olii minerali, per la benzina, per il rame e per la gomma, per le altre materie prime, le importazioni furono nell'ultimo trimestre sufficienti. Noi abbiamo potuto con i crediti a nostra disposizione, importare grassi, legumi, pesce, zucchero che hanno avuto influenza calmieratrice sul mercato interno. La discesa dei prezzi è appena iniziata e ci vuole una continuità di importazioni; e ci vuole sopratutto nei produttori e nei consumatori la convinzione che queste importazioni continueranno. Ora vi dico - ed è facile profezia - che se il ritmo delle importazioni potrà continuare, i prezzi dovranno ribassare.
Però è necessario che il Congresso americano che oggi(3) si raduna voti i contributi che il Governo degli Stati Uniti ha proposto per aiutare l'Italia e la Francia. È poi anche necessario che nel Paese vi sia tranquillità, quiete e ordine, perché ad un popolo in continue convulsioni nessuno è disposto a concedere prestiti.

È indispensabile ispirare fiducia

Sembra dal manifesto. comunista che noi siamo coinvolti in una cospirazione di guerra. Attraverso quali vie noi avremmo cospirato contro la pace? Attraverso la Commissione che abbiamo mandato in America, presieduta da Ivan Matteo Lombardo? Attraverso il nostro ambasciatore? Attraverso la Commissione che compera grano e carbone? Attraverso Campilli, al quale mando il mio e il vostro caldo saluto? Campilli e Tremelloni a Parigi, poi Campilli a Washington; uomini che dalla mattina alla sera non si occupano della guerra, ma delle industrie che bisogna salvare, del pane che bisogna assicurare e delle materie prime che dobbiamo importare e che sono in lotta contro interessi e diffidenze all'unico scopo di ottenere per il popolo italiano, quanto è necessario alla sua esistenza e alla sua ripresa.
Perché mai, e come mai, se non per interessi diversi da quello italiano, si può osteggiare questa forza, cercando di diminuirla e sabotarla addirittura nel Paese?
Amici miei, in queste ultime settimane, ho incontrato parecchie Commissioni del Senato, del Congresso americano inviate in Europa per esaminare sul luogo la situazione. Ottanta fra deputati e senatori saranno passati innanzi a me, hanno discusso con me; ho sentito le loro obiezioni ed ho cercato con il concorso dei tecnici di combatterle, di confutarle; ho cercato di persuaderli che noi eravamo un popolo sereno, un popolo che lavorava, un popolo che meritava incoraggiamento e sopratutto che le nostre condizioni esigevano veramente un contributo straordinario. C'è chi va raccontando che l'America vuole intervenire in Europa semplicemente per i fatti suoi. Io vorrei che costoro, se sono in buona fede, avessero assistito a quelle discussioni.
Quando vi trovate dinanzi ai rappresentanti del l'agricoltura, ai rappresentanti dell'industria, ai rappresentanti del consumo che hanno voce nel Congresso e nel Senato americano, essi vi dicono: «Ma in America si nota già un aumento di prezzi, il Governo degli Stati Uniti esporta generi in Europa e questo fa rincarare i prezzi». Ecco le obiezioni che il governo americano si sente dire dalle proprie masse. È questa la prima obiezione che noi dobbiamo confutare considerando le necessità nostre assolute.
Poi, c'è un'altra obiezione: «Ma voi avete il bilancio in regola come Stato, avete un'amministrazione severa, non fate soltanto le spese necessarie per favorire i vostri elettori, largheggiate troppo, forse non avete la possibilità di restringere il consumo come fa l'Inghilterra?» E allora vengono le risposte che potete immaginare, che avete letto anche nei giornali.
Quando voi siete riusciti a persuaderli della situazione economica, allora sorge ancora un dubbio: «Ma questi aiuti e questi contributi che noi possiamo darvi sia in forma di doni, sia in forma di prestiti troveranno comprensione da parte del vostro popolo o non ci capiterà, come è capitato all'Unrra, in certi Paesi, di dispensare milioni e milioni di dollari di generi di consumo e di trovare non solo la resistenza dei popoli, ma anzi inimicizia e attacchi verso l'America, Paese di capitalisti e di oppressori?»
E allora la mia risposta è stata questa: se voi faceste questo come elemosina, forse vi toccherebbe quello che avviene agli individui e spesso ai popoli. Raccogliereste ingratitudine, perché nell'atto è insita la umiliazione, la misconoscenza, appena passato il bisogno. Ma aggiungevo: non è che noi non comprendiamo che cosa volete da noi e non è che noi non diamo un contributo di comprensione. Il contributo è di unirci a voi per la lotta della libertà e della democrazia, il contributo è di inserire lo Stato italiano nella collaborazione internazionale in modo che venga garantita la pace.
Dico collaborazione internazionale non dalla parte di un blocco, non dalla parte di tendenze che non vogliono garantire la pace ed evitare la guerra. Questo è il contributo nostro alla pace, il contributo della nostra capacità alla civiltà e alla ricostruzione dell'Europa e del mondo.
E si soggiunge ancora: «Questi soccorsi straordinari di emergenza che sono oggetto di deliberazioni del Congresso americano convocato oggi, sono una prima fase, ma poi deve venire la grande fase del Piano Marshall(4). Questo non può fondarsi sopra aiuti temporanei, provvisori, limitati. Deve essere collaborazione economica, una essenziale collaborazione sopratutto fra gli Stati europei, con la solidarietà degli Stati Uniti, una collaborazione di grande estensione, di lunga durata.
Passato questo periodo di aiuti momentanei, sarete in grado di offrirci la vostra collaborazione pacifica ed economica, in modo che noi possiamo avere fiducia in voi e che voi abbiate fiducia in noi?»
Ecco il problema della fiducia nella ricostruzione dell'Europa, al quale dobbiamo rispondere con tranquillità e fermezza di propositi e di lavoro, astenendoci da tutto quello che la fiducia può infirmare.
Io mi rivolgo ai capi che hanno scritto il manifesto comunista e dico loro: voi sapete, perché conoscete gli uomini che sono al Governo, voi sapete che noi non agiamo per spirito di partito, per spirito fazioso, ma che noi agiamo nell'interesse del Paese. Siete voi che, per seguire la vostra concezione internazionale, vi dimenticate di essere sopratutto italiani.

Un'accusa smentita

Ci si accusa, nello stesso manifesto, di contrasti con l'Oriente filo-sovietico. Il Ministro degli Esteri Sforza, in una intervista che avete letto nel Popolo di ieri(5) smentisce, citando i fatti, questa accusa. Abbiamo stipulato accordi con la Polonia, accordi con la Cecoslovacchia, con la Bulgaria. Abbiamo accettato l'accordo con la Jugoslavia, e non senza scrupoli; non per ragioni politiche: anzi le ragioni politiche ci hanno fatto superare le obiezioni di carattere economico. E dico «non senza scrupoli» perché noi avevamo la sensazione che forse non potevamo prendere un impegno così grave per alcuni anni, quello di fornire prodotti industriali; che forse noi corriamo il rischio di mancare di parola, perché, mentre diamo, non sappiamo se la Jugoslavia potrà darci, come è obbligata, le materie prime destinate alla costruzione delle macchine che dobbiamo fornirle per il piano quinquennale.
Tuttavia, al fine di dimostrare agli jugoslavi che noi faremo sforzi in tutta la nostra economia per essere loro utili, purché essi ci mettano in condizione di poter superare ogni difficoltà e riuscire così ad affrontare in un'atmosfera più favorevole i problemi spinosi che sono nati con la creazione delle nuove frontiere, abbiamo dichiarato, come Governo, di autorizzare il Ministro degli esteri a firmare l'accordo. Questo è l'atteggiamento del così detto «governo nero», detto nemico dei Paesi satelliti della Russia.
L'altra accusa corrisponde al titolo di «Governo della miseria». In verità, siamo tutti d'accordo: non è possibile considerare il barometro dell'economia come uno strumento che possa venire ad arte maneggiato e manovrato dal governo. Ci sono certe accuse relative a fatti che sfuggono evidentemente all'azione dei governo sia all'interno che all'estero. I prezzi all'estero aumentano e non voglio vantarmi di tutte le conseguenze favorevoli, come non posso accettare tutte le accuse sfavorevoli: Dico però che un minimo si può affermare, e cioè che la flessione dei prezzi che c'è stata in certi generi è spiegabile con l'aumento di produzione; per certi altri è spiegabile e dovuta alla politica del credito, alla restrizione del credito e alle importazioni: politica che appartiene ad una direttiva del Governo.
Sarebbe proceduta questa politica, e fino ai suoi effetti immediati nel prezzi al dettaglio, se ci fosse stato il clima, se ci fosse stato uno spirito di cooperazione. Ma in Italia, e più ancora fuori d'Italia, si sente come un puzzo acre di guerra civile; si parla sempre di agitazioni, si esasperano anche le richieste legittime. Questi continui scioperi, queste continue agitazioni producono una inquietudine all'interno, in tutti coloro che si occupano di imprese e debbono rischiare i loro depositi all'estero, e questa inquietudine viene esagerata anche attraverso le trasmissioni di stampa che parlano di un Paese incerto che sta sulle onde e che non trova l'«ubi consistam», una posizione tranquilla per il suo sviluppo. In Italia, come in Francia, non c'è quiete. In Italia c'è De Gasperi, in Francia c'è un socialista come Ramadier. Entrambi non hanno quiete, non hanno pace, perché entrambi vogliono gli interessi del Paese.

Non speculare sulla fame

Voi troverete giusto che anche sotto l'impressione degli ultimi avvenimenti non dimentichi però le responsabilità dei ceti degli imprenditori e dei proprietari: licenziamenti annunciati e non eseguiti per la maggior parte, ma che hanno potuto produrre una inquietudine naturale nelle masse operaie, riduzione dei pagamenti, cioè acconti invece di salari.
Tutto questo ha creato una situazione precaria. Ho parlato con questi operai ed ho sentito che tutta la politica, per alcuni di loro, per quelli che non sono organizzati, per quelli che non sono ammaestrati e addottrinati secondo una certa stregua, la politica è quella della famiglia. Dicono: «io ho tre figli e sono tre settimane che non mi pagano o mi pagano acconti e tiro avanti come posso. Una sorella mi aiuta, un'altra famiglia mi aiuta,ma dopo tre o quattro settimane non potrò andare avanti così».
Ed io ho sentito che questa era la verità ed ho sentito la responsabilità di coloro che si adagiano ed usano questa tattica allo scopo di ottenere l'appoggio della agitazione operaia per premere sul Governo, affinché esso prenda il denaro del pubblico e lo investa in imprese le quali per la incapacità della loro direzione sono prive di qualsiasi base di rendimento. Dal canto suo il Governo ha fatto tutto quello che doveva fare. Abbiamo istituito un fondo proprio per quelle industrie che sono in più grave pericolo, cioè per le industrie meccaniche. Di questo fondo, che può salire in certi periodi fino a 30 miliardi, abbiamo già distribuito nelle prime settimane 4 miliardi e 200 milioni. Sessantasette sono le domande, ma il comitato, che non è il Governo, ma è composto di persone fuori del Governo, ha la parola d'ordine fondamentale, la direttiva di non dare niente che sia denaro sprecato. Piuttosto diamo acconti agli operai, invece che immetterli in imprese che cercano di vivere senza una base naturale.
Abbiamo stabilito un aiuto per i licenziati in seguito a liquidazione, in modo che nei primi mesi non abbiano a temere che la famiglia resti senza alcuna sovvenzione. In genere ci sforziamo di mediare.
Non c'è sciopero, non c'è agitazione in cui il Governo non intervenga fino all'esaurimento delle proprie forze. E qui permettete di mandare uno speciale saluto di ringraziamento a Fanfani, il quale, insieme al Ministro dell'Agricoltura Segni non conosce né giorno né notte per comporre, con spirito pacifico e costruttivo, i conflitti che nascono troppo di frequente e troppo rapidamente.
Si ha la sensazione - e credo che l'amico Fanfani l'abbia quando viene al Consiglio dei Ministri tutto pallido ed affranto dall'aver passato la notte in queste condizioni - si ha la sensazione che tutti quegli sforzi fino all'esaurimento potrebbero riuscire, se ci si lasciasse parlare direttamente con gli operai.
La pregiudiziale politica, le agitazioni politiche in umano tutto: è come un arsenico corrosivo che emana dalla stampa, da certa stampa.
Leggetela ogni giorno per vedere se c'è una parola di pace, una parola costruttiva, un'ammissione che il Governo possa prendere provvedimenti opportuni.

I Consigli di gestione

Possibile che questo Governo De Gasperi non faccia niente o faccia tutto alla rovescia? Dove si fonda questo giudizio assolutamente negativo? Nella volontà di creare nel Paese una tale agitazione, una tale successione di atti di violenza che superino tutte le barricate della democrazia, per la conquista del potere. Queste mire non interessano i lavoratori.
Si è lanciata, in mezzo a questa agitazione per i licenziamenti o a proposito dei licenziamenti, quasi si trattasse di un rimedio a tutti i mali e che si potesse applicare con un decreto, l'idea dei Consigli di gestione. Ma vedete, amici miei, non bisogna lasciarsi prendere dalle parole. Quello che vale è lo spirito. Quando si introdussero le corporazioni fasciste troppo ingenui e deboli cattolici hanno scritto che quello era il nostro programma, perché noi in verità fin dal secolo XVIII abbiamo preconizzato, favorito ed acclamato la corporazione.
Ed allora non c'era la libertà di poter dire francamente il nostro pensiero perché nessun giornale nemmeno quelli cattolici, aveva il coraggio di stampare tutto. Ed allora io, che ero degente in una sala clinica, mi sono sforzato, attraverso parecchi articoli di studio sulle corporazioni francesi, sulla storia delle corporazioni, di dimostrare che tutto dipende dallo spirito con cui queste corporazioni sono costituite e si muovono, e che non bisogna lasciarsi abbagliare dalle parole(6). Ed oggi vi dico lo stesso, amici miei. Noi riconosciamo che il consiglio di gestione, se inteso come uno strumento di cooperazione, di coordinamento e di solidarietà sociale, può essere una fortuna per l'Italia. Ma ditemi voi: siete sicuri che questo spirito di collaborazione, che è necessario, animi la maggior parte di coloro che propongono i consigli di gestione ed eventualmente ne fanno parte?
Ed allora vi domando: non è giusto quello che ho detto? E non ciò che mi fanno falsamente dire? Non è giusto quello che ho detto, e cioè che il Governo non vuole imporre questi organismi, come ha fatto Mussolini con le corporazioni, ma vuole che nascano dalla esperienza (e parte della esperienza è già fatta, con una certa forma di consigli) e da un tentativo di accordo fra coloro che devono collaborare nei consigli di gestione? E proprio un delitto dire questo?
Nell'agosto scorso quando fu formato il Governo, avevo visto con straordinario piacere che si era riusciti a trovare la tregua anche con le commissioni interne a cui era stato demandato perfino il compito di regolare i licenziamenti. E mi sono detto: Se questo è stato possibile, sarebbe anche possibile, magari in qualche riunione notturna al Ministero del Lavoro, presieduta dall'amico Fanfani, affrontare il problema non con la diffidenza, non con l'ostilità, non con un principio di conquista e di lotta, ma con un senso di solidarietà, che deve rendere corresponsabili gli imprenditori e gli operai, in un momento in cui la produzione è tutto e la distribuzione deve ancora iniziarsi. Questo è il punto che bisogna considerare.
In tempi pacifici si possono fare tutti gli esperimenti che si vogliono: se non vanno si correggono; se uno statuto non va lo si applica diversamente. Ma oggi in cui tutto dipende dalla produzione, e se questa si ferma si arresta la vitalità del Paese, bisogna andare avanti con prudenza. Il nostro principio lo discuterete voi domani al Congresso: né voglio prevenire le vostre decisioni. Ma risalendo alle affermazioni che abbiamo fatte, il nostro principio partecipazionista è per la forma della collaborazione. Bisogna scegliere il momento giusto ed il modo giusto per poter sviluppare e tessere uno strumento, un volano dell'industria, un volano della produzione, che ci spinga non indietro, ma avanti.
L'altra accusa è la presunta collaborazione coi neo-fascismo. Ebbene, signori, abbiamo presentato qualche settimana fa una legge alla Camera, un disegno di legge sui modi e sulle misure per combattere il sorgere del neo-fascismo ed in genere i movimenti antirepubblicani. Il disegno di legge avrebbe dovuto essere già stato esaminato, deliberato e promulgato se Togliatti e Nenni non avessero svolto un'attività a base di interrogazioni e di mozioni di sfiducia, costringendo il Governo ad affrontare lunghe discussioni e la Costituente a trascurare il compito principale al quale essa è stata chiamata, nonché l'esame delle leggi e delle proposte di maggiore importanza.

Contro tutte le armi, contro tutti gli squadrismi

Di Vittorio nel trattare con l'amico Scelba, al quale permetterete che mandi un caldo saluto perché è un altro collaboratore insonne del Governo, Di Vittorio - e di questo non ci si può meravigliare, perché ha acquisito la sua formazione mentale in altri Paesi - ha proposto semplicemente, e dicendolo in tono di convinzione: «ma non potete ricorrere all'art. 19 della legge comunale e provinciale, stroncare tutto ed abolire, sopprimere i giornali di partiti che sono fascisti o che si crede lo siano?».
Scelba ha risposto: «sarebbe possibile ma bisognerebbe che invece di Scelba mi chiamassi Mussolini».

Inquietudini comprensibili

Ecco amici miei, alcuni pensieri fondamentali, alcune direttive su questo argomento delicato. Siamo d'accordo che deve essere evitata la ricostituzione del partito fascista e di organizzazioni che ne rivendicano la eredità. Chi ha dato il tragico esempio di calpestare la libertà non può invocarla per aver il modo di insidiarla un'altra volta.
Chi esalta la dittatura che ci ha portato alla catastrofe nazionale non ha il diritto di richiamarsi ai metodi di democrazia che esso stesso ha conculcato e tuttavia rinnega. Riconosco perciò che nelle ragioni di inquietudine di questi giorni ci può essere un giusto fondamento. Tutti coloro che hanno sofferto la prigionia e peggio è naturale che si allarmano. Bisogna venir loro incontro, deve essere soppresso principalmente ogni tentativo di organizzazione paramilitare. Però - mi si rimprovera sempre di adoperare questa parola, ma è il modo migliore per richiamare sulle maggiori verità l'attenzione del pubblico - però l'intervento dello Stato contro questo squadrismo o neo-squadrismo o minaccia di squadrismo fascista riuscirebbe inefficace se esso non fosse legittimato con criteri generali contro tutti gli squadrismi e contro tutte le armi.
Voi sapete bene, amici miei che applaudite - perché le situazioni si conoscono e si intuiscono - che questa è la verità: urge il disarmo di tutti. Questo è il problema principale dell'ordine pubblico in Italia. Non è che lo abbiamo scoperto adesso. Si è proceduto in tal senso anche per il passato e voi nei giornali avete letto spesso le notizie sul rastrellamenti di armi.
Procederemo più intensamente, più metodicamente su questa via, e se tutti siamo d'accordo, se i comunisti vorranno aiutarci a togliere le armi di qualunque provenienza siano, concorreranno anche essi stabilmente a fugare lo spettro della guerra civile.
Ma, durante la discussione alla Camera, deputati comunisti autorevoli per i quali io ho un certo debole, perché erano miei collaboratori, onesti e diligenti collaboratori, hanno perso la pazienza in modo da proclamare che è venuta senz'altro l'ora del diritto dell'autodifesa, attraverso l'autosquadrismo. No. Nego che in qualsiasi misura si possa ricorrere a questa forma che conduce fatalmente alla guerra civile. Se le forze del Governo non sono sufficienti, è giusto che vi siano legittime difese, ma la difesa organizzata deve essere attuata solo da forze alle dirette dipendenze dello Stato e sotto la responsabilità politica dello Stato.
Mi si rimprovera anche l'applicazione dell'amnistia. Ma voi comprenderete bene che, se si vuol fare un rimprovero di aver concesso amnistia, allora chi non ha peccato getti la prima pietra; se invece si parla dell'applicazione dell'amnistia, entriamo nel campo dei giudici. Il Governo non interviene, non può intervenire per quanto possa deplorare certe assoluzioni e certe sentenze.
Ci saranno anche delle ingiustizie a sfavore dei fascisti, lo posso ammettere; individualmente lo posso ammettere. Quando si applicano o amnistia o leggi punitive generali, è difficile esser veramente equi di fronte a casi singoli. Ma lo dico a coloro i quali credono di lamentarsi di certi provvedimenti, di avere un po' di pazienza. Noi ne abbiamo avuta per venti anni. Fummo trattati così noi nel '26, dopo le devastazioni tumultuose degli anni precedenti: leggi di soppressione di partiti, danni alle persone e alle cose, prigione, persecuzione fino a costringere a fuggire all'estero, mentre si diceva che i partiti erano la corruzione e la disgregazione. Ricordino questo coloro che in quei tempi proclamarono tali misure o le subivano senza protestare. Alla Repubblica non osino chiedere di più della libertà di vivere e di guadagnare; la libertà di vivere e di guadagnare che a noi tutti allora non fu concessa.
Non organizzino né tentino di organizzare dei movimenti che con il solo nome e con la loro sola partecipazione danno pretesto e talvolta forse giustificazione a reazioni frettolose; e quando credono di essere stati lesi a torto da una misura che promana dalla guerra civile, se hanno nel cuore veramente un sentimento di affetto per la loro terra, attendano un giudizio spassionato che potrà essere dato in situazione costituzionale più consolidata e più serena.

Per la pacificazione

Noi tendiamo alla pacificazione, ma essa non è una imposizione di legge, né un decreto di Governo, essa è un'atmosfera, che ha bisogno di venire sentita, che ha bisogno di venire corroborata dall'adesione popolare. Bisogna crearla questa atmosfera e noi siamo qui con questo proposito e altri partiti hanno lo stesso intendimento.
Bisogna lasciare tempo al tempo. E ai giovani che forse per eredità familiare, per sentimenti familiari, forse per un sentimento che ha trascinato dal '22 anche persone che di per sé la violenza non volevano e che oggi cercano di costituirsi un programma di necessità entro la vita politica, a questi giovani io dico: ricordatevi di due cose: non cercate di scusare il passato, cercate di illuminare solamente i lati buoni.
Sappiamo anche noi che non tutto fu male, che non tutto era volontà di male; ma ricordatevi due cose: la guerra civile che il fascismo ha provocato fu fratricida, orribile, e la guerra dell'Asse rischiò di essere la tomba della Nazione. Se sono in buona fede ed hanno la passione della rinascita del Paese, si inseriscano nel quadro della democrazia secondo le varie tendenze, secondo i metodi della libertà. Non si giustifica la reazione con un esistente o presunto terrorismo di sinistra.
Anche con l'energica opposizione ai residui fascisti non è inconciliabile l'attendere pazientemente la chiarificazione di certi atteggiamenti parlamentari e delle direzioni dei partiti in un momento di flusso e di riflusso in cui la evoluzione di uomini e di cose non è ancora terminata.
Se un partito di destra o di sinistra accetta il gioco della democrazia, sarebbe stolto ricacciarlo indietro verso una psicologia di guerra, che ha superato o sinceramente tenta di superare.

Una speranza dura a morire

La democrazia non è semplicemente uno Statuto; la Repubblica non è semplicemente una bandiera: è sopratutto una convinzione e un costume; costume di popolo. È necessario che ci persuadiamo che il regime democratico è veramente un regime molto duro, un regime che esige un addestramento e una vigilanza continua. Bisogna creare con lo sforzo quotidiano la democrazia nell'abitudine, nel Parlamento, nel Governo, nei partiti e nelle associazioni. Ogni giorno è necessario riconquistare la democrazia, dentro di noi contro ogni senso di violenza, fuori di noi con la esperienza della libertà.
Ho delle confessioni da fare in proposito. Nei momenti più tristi della guerra, essendo deputato di Trento al Parlamento viennese, sfidai in un discorso i governanti di quello Stato paternalistico proclamando la certezza che la nostra causa fatalmente, inevitabilmente sarebbe stata vittoriosa, perché seguiva la corrente inesorabile, fatale della democrazia e del principio nazionale. Quando rileggo quel discorso, oggi, sono in grado di fare una critica. Abbiamo ripetuto gli stessi errori al momento dello Aventino, quando ci siamo ritirati di fronte agli attacchi mussoliniani, credendo che la libertà, logicamente, fatalmente, avrebbe avuto causa vinta, e la dittatura sarebbe crollata per mancanza di ogni sostegno. Abbiamo commesso un errore.
Dopo lo Stato austriaco a carattere autoritario e paternalistico, si è inventato lo Stato-partito, lo Stato del partito unico, come fu lo Stato fascista e come è lo Stato comunista. Anche quando eravamo uniti nella cospirazione, durante il periodo clandestino, vedendo collaborare le Potenze occidentali - che avevano coltivato in sé la tradizione delle libertà politiche e della libertà in genere - con la Unione Sovietica, abbiamo avuto la speranza che da quella collaborazione nascesse un mondo nuovo ove la libertà e la giustizia sociale si fondessero, e con questa fede abbiamo unito i nostri sforzi a quelli dei partiti di sinistra, ivi compreso il Partito comunista.
Oggi ancora sentiamo parlare in Francia, da parte della destra, di reprimere la stampa ed imprecare contro i partiti (ricordate la campagna del fascismo contro i partiti come tali?) irridendo (badate bene, è l'espressione identica a quella pronunciata da Mussolini) irridendo ai melanconici difensori dei principii immortali della libertà. Noi non siamo di questo parere, anche se dobbiamo dire che qui vi è una collusione fra tali idee della destra, o di alcuni capi della destra francese, e le idee dei partiti di sinistra che oggi reclamano repressioni e leggi eccezionali.

Non bastano le baionette

Si chiede al Governo di salvare la libertà e la democrazia: il Governo lo farà senza dubbio. Una prudenza strategica e qualche volta uno stato di fatto dovuto pure a imprevidenza di qualche organo locale, non hanno consentito di evitare alcuni gravi e luttuosi incidenti. Cercheremo di migliorare, cercheremo di aumentare la vigilanza e l'energia. Però rispondo ai trepidi borghesi che ci fanno rimprovero, che la libertà e la democrazia non si salvano solo con le baionette o solo con l'azione di vigilanza del Governo, ma si salvano sopratutto con il proprio coraggio; non si salvano rinserrandosi spaventati dietro le gelosie e non pensando ad altro che a salvare i propri interessi.
Occorre specialmente che i ceti medi si uniscano all'iniziativa dell'apostolato sociale e dimostrino le virtù della democrazia che sono: pazienza, coraggio, energia, tenacia e fede. Mi è parso di sentire, ho sentito in questi giorni nei giornali come uno scricchiolio nella struttura dell'opinione pubblica - è un pò improprio il termine - e mi sono ricordato di quegli improvvisi mutamenti che si ebbero nel periodo della «marcia su Roma». Ho notato un lasciar correre, un lasciare andare, un nascondere come è successo per qualche prefetto e qualche questore - la realtà e la crudezza dei fatti, per non correre il rischio di sentirsi chiedere: come ti sei regolato per impedire quanto è accaduto?
Questo scricchiolio in. genere si manifesta con proposte di conciliazione, con proposte di pace, con una certa nota di sentimentalità: e, se queste notizie sono sincere, io mi inchino; ma se da un ulteriore esame si rivelano come il tentativo di evitare di affrontare e risolvere i. problemi, e sopratutto come il tentativo di non manifestare l'alternativa che si è scelta fra il coraggio e la paura, allora si tratta di segni che bisogna avvertire.
Se l'opinione pubblica, se la stampa, se i ceti medi e gli operai onesti, non influenzati da una campagna perversa, avranno il coraggio, il Governo farà la parte sua. Però, vedete: una nazione per essere degna di conservare la libertà deve essere anche compresa da un senso di responsabilità che comporta rischi. Inoltre, una nazione può essere formalmente libera dai suoi statuti, ma non è vitale se oltre la libertà non coltiva la morale, la distinzione del bene dal male.

Nessun monopolio

Resistete, resistete voi che siete oppressi dal dopoguerra, voi che con fatica trovate il modo di sbarcare il lunario, voi che vi trovate osteggiati e stretti da opposte tendenze; resistete in nome del bene contro il male; abbiamo la coscienza che la Nazione si deve muovere su due direttrici: una è la libertà e l'altra è la giustizia.
E qui permettete una parentesi che riguarda specialmente il Partito,ma anche il Paese; perché attraverso il Partito si vede il Paese; una parentesi che mi pare mi sia stata suggerita durante la discussione. Il Partito è uno strumento che cerca di perfezionarsi di anno in anno; bisogna che ciò sia. Non si può mai pretendere da una decisione di Congresso un miglioramento totale.
Anche qui è questione di pazienza, è questione di educazione civica, è questione di esperienza. Ora il dovere è che voi, oggi e domani, quando tratterete dello Statuto e della preparazione elettorale, vi proponiate il problema così perché questa è la verità: la funzione del Partito va armonizzata col diritto e con la funzione delle persone. del Partito, cioè l'organizzazione democratica, non deve livellare la personalità; ma la personalità deve coordinare il proprio impeto creativo e propulsivo in uno sforzo che corrisponda alle possibilità della massa che segue; non deve distanziarsi perché andrebbe a finire all'isolamento o alla dittatura; non deve lasciarsi deprimere perché ciò significherebbe regolare il passo con i meno agili.

Il popolo giudica

Questo è un problema del Partito anche nei confronti del Paese. Oggi c'è necessità di un'avanguardia che lotti contro l'istinto della conservazione e che lotti con una evoluzione ideale, ma c'è anche la necessità insopprimibile di un freno realistico che consideri le circostanze di fatto e misuri le distanze. Bisogna che il Partito non sia una macchina che produce come che sia; bisogna che la macchina giunga a funzionare giovandosi dell'opera e dell'esempio dei migliori.
E necessario, amici miei, giunto a questo punto, che voi facciate uno sforzo particolare per inquadrare il Partito nella Nazione e diventare Partito nazionale.
Ora vi dico: nessun bloccardismo da parte nostra, ma saggia considerazione di uomini che possano dare al Paese la propria competenza, anche se non sono formalmente iscritti. Io vi dico questo perché altra via non rimane: o blocchi o considerazione di queste eccezionali situazioni. Nel vostro giudizio che è sovrano, nelle vostre decisioni, nelle vostre commissioni, nei vostri comitati, tenete a mente questo: un partito vince non per il numero dei suoi iscritti o non soltanto per questo; vince per la forza di interpretazione della volontà del Paese.

La cortina fumogena dei blocchi

Chiudo la parentesi. Niente dunque bloccardismi, marce comuniste. In tutti Paesi si sono visti i comunisti farsi promotori di concentrazioni, o per la difesa dell'antifascismo o della repubblica o della libertà, per preparare dietro la cortina variopinta di questa società a garanzia limitata a conquista del potere al comunismo; concentrazioni che con una tattica truffaldina, con una estensione del patto di azione socialista, hanno finito per rendere insopportabile il governo a tre, perché ora erano tre, ora due, secondo la convenienza.
Ma anche i socialisti di qualsiasi osservanza hanno una comunità di origine storica e possono avere pure affinità di base. Ma che dire di quei borghesi che aderiscono al blocco essendo o rimanendo borghesi? Se sono ingenui, si disinganneranno presto, se sono furbi, dimostrano di essere preoccupati di conservare il mandato parlamentare, più che della salute del popolo italiano. E il popolo giudicherà.
Lo so, la scusa dei blocchi si adduce la cosiddetta dominazione assoluta della Democrazia cristiana nello Stato. Avrei molti dati e fatti da portarvi. Volete sapere quale è la manomissione democratico-cristiana in quella che sì chiama politica estera, sopratutto cioè quella politica che ci viene rimproverata e che faremmo per preparare la guerra insieme all'America contro la Russia, ecc.? Volete sapere quali sono le vie diplomatiche segrete di cui ci valiamo? Ecco qui: dei dodici capi missione che abbiamo all'estero e che sono organi di trasmissione del pensiero e di collaborazione con l'estero, di dodici, dico, tre sono democratici cristiani, tre provengono dal Partito d'azione, due dal Partito liberale, due repubblicani, uno socialista e per completare il campionario c'è anche un comunista.
Ora mi domando se questa larghezza di criteri usata, non so se a torto od a ragione, può far supporre una cospirazione di cui ci viene fatta accusa da parte dei comunisti. Evidentemente una simile cospirazione sarebbe impossibile anche se l'illustre e benemerito rappresentante del Ministero degli Esteri non appartenesse e non fosse iscritto al partito repubblicano. Non vi dico poi se scendiamo ai consoli generali: la proporzione è ancora più a sfavore nostro. Voi forse vi lagnerete di questo. Può essere che abbiate ragione, ma certo è che hanno torto coloro che dicono che noi mettiamo le mani da per tutto.

I falsi agnelli

Potrei passare in rassegna anche le posizioni cosiddette eminenti nel campo amministrativo. Se qualcuno desidera i dati li metto a sua disposizione. Anche lì i posti importantissimi sono ricoperti da persone che non sono iscritte e non hanno nessun rapporto con il nostro Partito. Comunque, ciò non può dare il minimo pretesto alle coalizioni di partiti liberi contro quei dominatori e quei tiranni che sono i democratici cristiani.
La verità è che l'anticlericalismo di vecchia maniera è un pretesto per Nenni, come l'indipendenza nazionale è un pretesto per Togliatti. L'uno e l'altro cercano il modo di far l'Italia socialcomunista di contrabbando, mancando alla legge fondamentale della probità politica, denunciando cioè al Paese una merce diversa da quella che importano. Passata la dogana del suffragio popolare, quando gli ingenui e furbeschi bloccati e bloccardi apriranno la cassa, invece di trovarvi dentro l'indipendenza nazionale di Togliatti e lo Stato laico di Nenni vi scopriranno i soviet; la stella rossa invece della testa di Garibaldi.
Permettete un accenno personale. A me si riserva alternativamente l'accusa di essere debole come Facta o dittatore come Dollfuss. Non sono Facta, perché «non nutro fiducia», ma ho la certezza che tutto Il popolo italiano del '47 maturato fra tante prove, ha guadagnato il senso della realtà e sa che io lo servo con intenzioni oneste e con spirito di sacrificio. Non sono nemmeno il povero cancelliere austriaco, vittima della tirannia nazista, perché dietro di me non vi sono milizie che mi spingono in una cruda, inesorabile alternativa di scelta fra un regime autoritario e la tirannia marxista, ma dietro di me vi sono le immense folle d'Italia organizzate e qui e fuori, anche non organizzate, a me unite nell'attaccamento alla democrazia, alla libertà, alla civiltà cristiana che ci sorregge come Nazione.

Fedeltà alla democrazia

Credo - e ve ne ho dato prova - nel regime democratico come metodo e sostanza di responsabilità della maggioranza e di rispetto dei diritti della minoranza o delle minoranze, e se la maggioranza dell'Assemblea si dichiarasse contro il Governo da me presieduto mi ritirerei immediatamente, anche se fosse una maggioranza dovuta a furbeschi connubii, che mi farebbero temere assai per l'avvenire del Paese.
Ma non si attenda da me e dai miei colleghi che disordini di piazza e preannunci rivoluzionari, anche se Togliatti ha parlato di una rivoluzione democratica, non si attenda da me e dai miei colleghi che tali tumulti mi facciano disertare il posto affidatomi e confermatomi dalla fiducia del popolo italiano.
Vi ripeto questa affermazione - è necessario farlo perché venga messa a verbale - non si attenda da me e dai miei colleghi che disordini di piazza e preannunci rivoluzionari - rivoluzione democratica ha detto Togliatti - mi facciano disertare un posto affidatomi e confermatomi dalla fiducia del popolo italiano. Vi prego di seguirmi con un poco di calma. Ho da farvi ancora una dichiarazione personale. Scusatemi l'immodestia di questa dichiarazione, ma è necessario che io la faccia.
Ho consapevolezza della gravità del momento in Italia e fuori. Ho dinanzi gli esempi di quello che avviene di un uomo che in tale situazione è battuto. Vi dico: avvenga quello che vuole, non tradirò mai la democrazia e la Repubblica. Lo dico innanzi a voi rappresentanti del nostro Partito e di otto milioni di elettori: lo dico e lo confermo e così Dio mi aiuti!
Ma c'è chi tradisce la democrazia e la Repubblica. Sono coloro che contro un Governo che ha dietro di sé una maggioranza parlamentare, e si è impegnato a fare appello al popolo indicendo le elezioni entro il più breve termine, aizzano le masse cercando ogni pretesto per provocare un conflitto sanguinoso tra forza pubblica e dimostranti. Lo so, ci sono ingenui, ma ci sono anche i cinici, i quali sognano avventatamente o cinicamente, sognano un mucchio di morti caduti dinanzi alla difesa degli organi dello Stato, per poter additare alla esecrazione del popolo il Governo massacratore.

Contrabbando delle sinistre

Siete voi, signori, che volete lo spargimento di sangue fraterno per suscitare un'ondata di sdegno che spazzi il Governo e vi dia il potere. La vostra tattica è nota. Parlo naturalmente con i nostri avversari ed è inutile che faccia nomi. Dopo aver soffiato sul fuoco a pieni - polmoni atto primo - vi presenterete poi in mentite vesti di agnello e di pacificatori e cercherete la passerella di un governo apparentemente di conciliazione e di unione nazionale e in realtà incapace di esistere e dì ricostruire. Ed allora il Paese sarebbe veramente diviso da un solco profondo in due blocchi antagonistici che dietro la finta conciliazione affilerebbero le armi della guerra civile. Da una parte vi sarebbe chi nel terrore, nella viltà, adatterebbe rapidamente il suo animo e i suoi interessi alla nuova dittatura nascente, dall'altra chi ricorrerebbe alla violenza e alla rappresaglia.
No, non per questo amici miei, abbiamo combattuto la lotta di resistenza, non per questo abbiamo sofferto e cospirato, non per questo abbiamo sofferto per 20 anni durante la dittatura fascista.

Un centro irresistibile

Contro le seduzioni della violenza e il pericolo della tirannia, sia che essa rappresenti un ricordo dell'antica o si affacci in veste nuova. Dico anche per voi, per voi cioè avversari, perché noi, persistendo in questa battaglia, non ci battiamo per l'interesse e per il trionfo di una parte, ma per la libertà di tutti. Agite democraticamente nell'Assemblea e nella preparazione elettorale, lasciate la libertà agli altri e nessuno avrà di mira la vostra.
Non misconosciamo le tendenze idealistiche dei comunisti, non neghiamo loro la cittadinanza in democrazia, purché si svestano delle loro bardature cospirative, diano prova nelle prossime elezioni di restare fedeli al metodo democratico. Ma io temo di contare invano sulla loro ragionevolezza. La Democrazia cristiana ha fatto purtroppo la triste esperienza che al disopra dello Stato essi pongono il partito e che certe operazioni di politica interna seguono un concetto e un impulso di politica internazionale.
La Democrazia cristiana non ha ambìto, né ambisce di essere sola in questa lotta, né sola ha voluto essere finora in un Ministero nel quale quattro membri del Gabinetto appartengono alla corrente liberale o al gruppo di centro che moralmente fa capo all'onorevole Nitti, e uno alla corrente repubblicana;, e se essi, per il modo con cui il Governo fu costituito, non impegnano determinati gruppi parlamentari, esonerano la Democrazia cristiana dalla responsabilità politica relativa, e, infatti, per la eminente posizione che occupano, dànno un sostanziale contributo alla opera del Governo nell'interesse del Paese; e con la loro probità e con la loro indipendenza costituiscono una prova e una malleveria che il Governo non è né vuol essere uno steccato chiuso riservato agli interessi di un solo partito.
Le forze organizzate della Democrazia cristiana e quelle che con lealtà e con coerenza interiore chiedono di cooperare con essa per la salvezza della Patria, si trovano ora innanzi a un compito ben precisato e a compiti d'emergenza imposti dalle inesorabili esigenze della vitalità del nostro Paese e alla situazione internazionale.
Ripeto, senza importazione di grano e carbone e delle materie prime noi avremo in Italia la fame e la chiusura delle fabbriche. Le necessarie importazioni sono solo possibili col concorso degli Stati Uniti, e, in misura minore, degli altri Paesi amici. Questo concorso è raggiungibile senza sminuire la nostra indipendenza politica, senza impegnare il nostro avvenire economico; ma esso è escluso se non facciamo una politica di cordiale fiducia, di amicizia leale, di collaborazione sincera e pacifica entro il quadro delle Nazioni Unite. Questa prima azione di emergenza, su cui delibera il Congresso americano oggi convocato, che va ricambiata da parte nostra con un senso universalistico di ricostruzione europea, coordinato alle iniziative ed alle risorse degli Stati Uniti, è prevista dal Piano Marshall.
L'Italia deve partecipare a questo sforzo di ripresa economica con fede sicura nella pace, con fermi propositi, coordinando i propri interessi a quelli degli altri Paesi europei e con la volontà tenace di essere elemento di pace democratica e ricostruttiva; centro di equilibrio fra la libertà condizione e premessa indispensabile - e la giustizia sociale, mèta a cui devono tendere incessantemente i nostri sforzi di rinnovamento, di riforme e di ricostruzione.

Niente conflitti fatali

In tal senso abbiamo agito a Parigi, a Londra e Washington, sempre preoccupati di essere ponte e non fossato; e bandendo all'interno ed all'estero, con l'ottimismo di ricostruttori tenaci, ogni elemento di guerra, ogni interpretazione del mondo, secondo la fatale dialettica di un inevitabile conflitto fra popoli ricchi e popoli proletari, dialettica che non ha nemmeno il pregio di essere nuova perché fu la dialettica di guerra di Hitler e di Mussolini.
Questo processo ricostruttivo del Piano Marshall si perfezionerà in primavera; ma fin d'ora e nel breve periodo che ci separa dalle elezioni, per riuscire, ha bisogno di un contributo di reciproca lealtà, di reciproca fiducia, di lavoro ricostruttivo e di un senso di volontà e di stabilità democratica.
Bisogna fare ogni sforzo perché nelle prossime settimane la Democrazia cristiana dia il suo valido contributo affinché l'Assemblea Costituente assolva il compito affidatole dal popolo il 2 giugno, stabilisca finalmente la Repubblica democratica con il suo statuto e con i suoi organi, renda possibile immediatamente la elezione della Camera e del Senato.
Frattanto dovremo garantire l'assoluta libertà. della preparazione delle elezioni. Ma specialmente in questo sforzo teniamo per ermo che la decisione popolare del 2 giugno in favore della Repubblica va difesa come premessa assoluta della nostra stabilità e come sviluppo democratico; che alla repubblica va assicurata la lealtà e la fedeltà degli organi dello Stato e che al regime repubblicano si dovranno ottenere e consolidare le più larghe adesioni possibili, concentrando tutti gli sforzi degli uomini liberi nel proposito fermissimo che la Repubblica Italiana, in armonia col suo Statuto, debba essere e sia Repubblica. di popolo e per il popolo italiano. Non repubblica di un partito, di una classe.
Senza dubbio, pur nell'uguaglianza di diritti, il lavoro è destinato a ottenere nella Repubblica una posizione prevalente fino a raggiungere gradualmente quella del primato. La Democrazia cristiana intende favorire questa evoluzione, nella quale sono direttamente interessati i ceti medi, professionisti e lavoratori manuali e con la quale non è inconciliabile il contributo direttivo degli imprenditori, socialmente illuminati e costruttivamente capaci.
Vi debbono contribuire sopratutto gli amici sindacalisti e le organizzazioni sindacali di tutte le categorie. Già lo dissi precedentemente; ogni volta che ho potuto avere conoscenza diretta dei lavoratori ho trovato e sentito che l'intesa era possibile.
Un deputato inglese di sinistra, non cattolico, ma cristiano, che è venuto recentemente in Italia, mi esprimeva il suo stupore ed il suo rammarico perché fra i movimenti di sinistra e la cristianità, nei vari Paesi da lui visitati, vi fosse un solco così profondo. Nel colloquio, come era doveroso, ho ammesso che anche i cattolici, sopratutto i ceti clericali in cui non è penetrato ancora il concetto della funzione sociale della proprietà, non sono scevri di colpa, ma la dottrina sociale della Chiesa e la sua opera immensa di carità fra gli umili, durante e dopo le guerre, danno ben diversa testimonianza.
Oh, se anche in Italia si avverasse quello che Attlee mi diceva una volta dell'Inghilterra: come il socialismo, nella sua accezione laburista, suppone il Cristianesimo, noi potremmo parlare agli operai organizzati, anche se socialisti e non simpatizzanti per il nostro Partito, con la sicurezza di essere compresi, quando facciamo richiamo alla realtà economica ed agli interessi dei lavoratori, inquadrati e coordinati con gli interessi del Paese. Lo facciamo talvolta, e spesso lo fanno sopratutto con efficacia e valore i nostri sindacalisti, ai quali voglio che arrivi direttamente l'espressione della mia gratitudine e della mia ammirazione. Ma troppo spesso questi operai non è possibile raggiungerli. Anche qui una propaganda dottrinale insidiosa crea le cortine di gas fumogeno e avvelenato.

Non insultate il cristianesimo

Commemorando la rivoluzione sovietica di ottobre l'Avanti! pubblicò recentemente l'inno russo di Vladimiro Maiakowski, dedicato alla gioventù comunista. Lo avete letto? Leggetelo! «Strappa le redini a Dio! - grida il poeta al giovane rivoluzionarlo. - Strappa le redini a Dio! Troppo è durato l'inganno dei suoi falsi miracoli. Creeremo da noi sulla terra le leggi degli uomini, fuori dai suoi tabernacoli!».
Non è semplice prodotto letterario. Così sono stati imbevuti di questa ideologia ateistica e così, sta pure con attenuazione sincera o tattica, non dico tutti, ma molti fra gli ispiratori e gli iniziati, ancora pensano e dicono. A costoro io dico: non insultateci, chiamandoci estranei alla nazione e servi dello straniero, voi che in terra straniera andate a cercare perfino i vostri inni. Noi difendiamo l'ideale umanistico della civiltà greco-latina che su queste spiagge venne spiritualizzato, rinnovato e fecondato dal Cristianesimo; difendiamo non interessi stranieri, ma la nostra storia, la nostra vitalità, la nostra cultura. Ed all'inno di Maiakowski noi preferiamo l'«Inno di Mameli». Sentite, amici, in queste parole c'è un proposito che deve essere fermo, come le decisioni che si prendono nei momenti più gravi della vita. Non vogliamo che l'Italia diventi un museo di quadri vecchi, di statue mute. Vogliamo che queste immagini ispirate dalla divinità e create dall'arte, serva di Dio, durante i secoli della nostra civiltà, siano vive e parlino anche al popolo. Parlino soprattutto ai lavoratori e li incoraggino nella lotta per la loro esistenza e per la loro elevazione.

On. Alcide De Gasperi
II° Congresso Nazionale della DC
Napoli, 17 novembre 1947

* * *

(1) L'Unità, n. 270, 16 novembre 1947.
(2) Discorso di P. Togliatti a Milano- Vedi l'Unità, n. 271, 18 novembre 1947.
(3) Cioè il 17 novembre 1947.
(4) Dal nome del Segretario di Stato americano. Le origini e le finalità di questo «piano» (Erp) vennero indicate in un discorso di Marshall tenuto ad Harvard (5 giugno 1947); nel luglio dello stesso anno si riunì a Parigi la prima «Conferenza per la cooperazione economica europea», i risultati della quale furono la base del «Foreign assistance act», votato dal Congresso americano il 3 aprile 1948.
(5) Il Popolo, n. 269, 16 novembre 1947.
(6) Si veda per questi studi: A. DE GASPERI, I Cattolici dall'opposizione al governo, Bari, Laterza, 1955.

(fonte: biblioteca Butini)


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