LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

 

II° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: RELAZIONE DI ATTILIO PICCIONI
(Napoli, 15-19 novembre 1947)

Al momento della celebrazione del II° Congresso nazionale, la situazione istituzionale italiana si è stabilizzata (la scelta istituzionale per la Repubblica è avvenuta in un clima di serenità e la stesura della nuova Costituzione procede positivamente nell'Assemblea costituente), la situazione politica è incandescente, con gli attacchi durissimi dei social-comunisti contro De Gasperi e la DC, la situazione economico-sociale del Paese è drammatica, con le urgenze della ricostruzione materiale e morale dell'Italia (miseria, fame, prezzi, conflitti di lavoro, agitazioni nelle campagne, necessità di sostegno alimentare dall'estero).
Il discorso di apertura viene svolto dal Presidente del Congresso, on. Salvatore Aldisio, a cui seguono la relazione sulla situazione politica e organizzativa da parte del Partito del Segretario politico on. Attilio Piccioni, la relazione sulle attività nell'Assemblea costituente da parte del Presidente del Gruppo democristiano on. Giovanni Gronchi, la relazione sullo Statuto del Partito da parte dell'on. Stanislao Ceschi.
Il 17 novembre interviene il Presidente del Consiglio on. De Gasperi, e il giorno successivo il Vice Segretario on. Taviani tiene la relazione sul tema principale del II° Congresso (i problemi del lavoro).

* * *

Dal Congresso di Roma al Congresso di Napoli

Questo II Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana si tiene a un anno e mezzo di distanza dal I: a taluno può sembrare eccessivo questo intervallo di tempo e da censurare che ciò si sia verificato o quanto meno da auspicare che per l'avvenire i Congressi Nazionali siano tenuti con normale regolarità.
lo non starò a ripetervi le ragioni che ne hanno determinato il rinvio a questa data, poiché sono note a tutti voi, e sono ragioni oggettive e valide.
Dirò soltanto che il lungo spazio di tempo intercorso tra il I e il II Congresso Nazionale ha almeno consentito il dispiegamento di una esperienza nella vita del Partito e a tutti noi di seguirla e rivalutarla oggi, e trarre da essa gli elementi e i motivi per un giudizio consapevole e maturo sull'azione passata e precisi e chiari riferimenti orientatori sull'azione futura.
Di tale esperienza io non intendo rifare oggi la cronaca minuta e particolareggiata; essa, nelle sue varie fasi, attraverso le varie vicende, or liete, or meno liete, per le quali è passata, è certamente presente alla vostra memoria e al vostro spirito.
Vorrei invece richiamare dinanzi a voi gli aspetti più significativi e gli insegnamenti più fecondi per rispondere a quella appunto che, a mio avviso, è la funzione caratteristica e pratica di queste grandi assise politiche di Partito: giudicare il passato, tracciare una guida verso l'avvenire.
Sono tre a mio avviso le direttive di orientamento e di valutazione che debbono guidarci in questo non facile compito:
1) Il problema della organizzazione del Partito e della sua efficienza.
2) La condizione della vita politica interna del Partito e della sua libertà e sviluppo.
3) Le relazioni esterne in rapporto alla situazione politica generale e agli altri partiti, nel che sta appunto la sua massima responsabilità di fronte al Paese.

Situazione organizzativa

L'organizzazione del Partito è stata — come deve essere — una tra le massime preoccupazioni della Direzione uscita dal I Congresso Nazionale. Non è chi non veda che essa costituisce il fondamento primo della vita, dello sviluppo, dello sforzo di azione e di conquista di un grande partito moderno, non esaurisce certamente in sé le ragioni di vita di un movimento politico, non ne può essere il fattore unico e dominante sotto pena di inaridire le sorgenti ideali, gli impulsi innovatori, lo slancio di perenne ringiovanimento, la insorgenza spontanea di originali forme di vita, non ne può certo diventare la camicia di Nesso insostituibile e mortificatrice; ma ne è certo la condizione indispensabile per la sua riduzione a organismo unitario e operante, per stimolarne e regolarne la crescita, per foggiarlo a strumento atto ad affrontare le varie battaglie e a vincerle.
Ogni vittoria come ogni sconfitta misura positivamente o negativamente anche la efficienza dell'organizzazione.
Ora voi ricordate certamente in quali condizioni di difficoltà lo sforzo organizzativo del nostro Partito si sia dovuto attuare, dominato soprattutto dalla necessità di una certa improvvisazione; di far presto più che bene; di unificare l'azione organizzativa del centro-sud, liberato un anno prima, con quella del nord; di adeguare strutture e funzionalità alle urgenze incombenti delle lotte elettorali, amministrative e politiche, di aggiornare i vecchi schemi organizzativi alle mutate esigenze psicologiche, sociali e politiche del nuovo tempo.
Tuttavia, malgrado questo, un risultato notevole è stato raggiunto, un passo avanti decisivo verso un assetto organizzativo più rispondente è stato fatto, specialmente in questo ultimo scorcio di tempo.
I dati, le cifre, le notizie che vi riferirò ne sono la riprova sicura:
le Sezioni del Partito effettivamente funzionali e in regola con la Direzione Centrale sono 8.495;
i Comitati sono 93;
i Comitati regionali — costituiti secondo le prescrizioni del nuovo Statuto — sono 14. Gli altri sono in via di formazione.
I Comitati provinciali, per un maggior coordinamento e potenziamento della vita sezionale nell'ambito della provincia, hanno cominciato ad attuare l'ordinamento zonale, così come non poche Sezioni, in misura per ora meno larga, ma con risultati apprezzabili e tali da consigliarne la più vasta applicazione, vanno sperimentando la suddistinzione e moltiplicazione nucleare, al fine di raggiungere una penetrazione organizzativa più capillare.
La campagna per il tesseramento per l'anno in corso si è conclusa con risultati veramente soddisfacienti e attraverso rigorosi controlli, raggiungendo nuovamente il limite massimo toccato nel 1946, dopo avere superato le contingenti circostanze di ambientazione che avevano determinato una certa flessione nel tesseramento stesso. Il quale — come è risaputo — nella concezione e nel tipo della nostra organizzazione, liberamente aperta allo spontaneo polarizzarsi verso di essa nei momenti decisivi di larghi strati dell'opinione pubblica, non ha né può avere quel valore di impegno quasi esclusivo e decisivo che ha invece per altre organizzazioni ma che è indirizzato a costituirne la élite permanente e attiva che sostanzia di sé la funzionalità del Partito.
Ciò è così vero e così rispondente all'istintivo atteggiarsi della massa che si segue da far considerare forse al nuovo Consiglio Nazionale la opportunità di adottare eventualmente anche un tipo di adesione meno formale della tessera vera e propria.
Comunque il tesseramento del 1948 supererà — ne siamo sicuri — quello del '47.
La Direzione del Partito si è costantemente preoccupata di seguire con attenzione lo sviluppo e il potenziamento dell'organizzazione locale, di dare ad essa il più valido impulso in congruenza con le condizioni e le difficoltà locali, di mantenere vivo il dibattito dei problemi politici e organizzativi in uno scambio frequente e intenso fra centro e periferia.
Non riferirò le numerose circolari partite dal centro, con istruzioni, valutazioni, indirizzi su tali problemi, ma voglio sottolineare le iniziative numerose e utili prese per convegni di dirigenti interregionali, regionali e provinciali, corsi vari di aggiornamento per dirigenti locali, ecc. Ritengo che si debba insistere su questa direttiva.
Ma accanto ad esse non possono non essere ricordati i vari Movimenti e Uffici che concentrano alcune attività particolari nel vasto quadro di una vita di Partito più moderna e più ricca e determinata da esigenze essenziali e inderogabili.
Se io dovessi per ciascuno di essi descrivervi le varie attività e le iniziative prese e i risultati raggiunti, mi occorrerebbe almeno tanto tempo quanto ne ho prefissato per la mia relazione completa. Consentirete quindi che io mi limiti a brevi cenni riassuntivi.

Movimento femminile

Del Movimento Femminile debbo dichiarare che si afferma vigorosamente attraverso una instancabile attività delle sue dirigenti e aderenti. La loro azione si svolge — in piena unità di indirizzo con gli organi centrali del Partito — in vista degli obiettivi fondamentali riservati al Movimento Femminile: la conquista del mondo femminile e la formazione della coscienza politica delle donne.

Movimento Giovanile

I giovanissimi hanno trovato nei Gruppi Giovanili l'organizzazione e l'ambiente nei quali portano un particolare attivismo a vantaggio del Partito, infaticabili nelle competizioni elettorali ed altri momenti più salienti.
Molti dei migliori sono via via chiamati a compiti di responsabilità di Partito, dopo essersi formati attraverso gli incarichi dei Gruppi, ambiente di passaggio e preparazione di dirigenti e di iscritti.
I nostri Gruppi Giovanili sono la maggiore organizzazione giovanile politica; ad essa deve guardare con vivo compiacimento e considerazione tutto il Partito, anche perché continui a muoversi sempre — come fin qui — nell'orbita strutturale e disciplinare della organizzazione unitaria.

Segreteria SPES

Due obiettivi prevalenti si è posti nell'ultimo anno; il primo: dare all'azione di penetrazione della D.C. nell'opinione pubblica un tono e una intensità adeguati al ritmo della battaglia politica. Il secondo: curare la formazione politica degli iscritti, dei propagandisti e degli attivisti, nonché dei dirigenti e delle Sezioni sull'opera svolta del Partito nel Paese, nella Costituente e nel Governo. In un anno è stata certamente compiuta una mole di lavoro invidiabile e invidiata. Metodi nuovi sono stati escogitati per far sì che il nostro Partito sia continuamente presente all'attenzione del popolo e per far fronte ad una polemica costante, dura e serrata.
Si è adottato il giornale murale, lanciato su scala nazionale come mezzo di grande divulgazione e utilizzato per gli avvenimenti più importanti e nei momenti più agitati e sensibili. È stata condotta una intensa campagna per la diffusione dei quadri murali con la parola d'ordine «ogni sezione un quadro murale», e con un concorso nazionale e 38 concorsi provinciali a premi per il migliore quadro murale.

Ufficio Lavoratori

Dopo il Congresso delle ACLI del settembre '46, quello che era già l'Ufficio Sindacale del Partito si trasformò in Ufficio Lavoratori, perché venne unificata l'azione della corrente sindacale cristiana — la cui espressione fu riassunta nelle ACLI — con un accordo tra D.C., ACLI e Icas per la formazione di un organo di collegamento: il Comitato di Intesa Sindacale (C.I.S.) che «assicura unità d'indirizzo e efficacia di azione alla corrente sindacale cristiana». L'Ufficio Lavoratori mantiene lo stretto contatto del Partito col CIS partecipando allo sviluppo di un lavoro più organico in questo settore, sia per la diffusione e preparazione dell'attività e coscienza sindacale, sia per la determinazione di un indirizzo sindacale omogeneo ed efficiente.

L'impegno elettorale

Si aggiunga il grande sforzo elettorale cui è stato sottoposto, da quello politico del 2 giugno a quello amministrativo del 10 novembre, da quello regionale siciliano a quello romano del 12 ottobre scorso. Se il 2 giugno rappresentò un grande successo, il 10 novembre segnò una innegabile flessione dovuta ad un complesso di cause che non starò per ora ad illustrare.
Ma le elezioni regionali siciliane — pure in mezzo alla più aspra bufera di attacchi, denigrazioni e calunnie contro la D.C. — segnarono una ripresa promettente; in esse operarono con fraterna concordia entusiastica gli amici della Sicilia e gli amici democristiani di ogni parte d'Italia.
Il risultato fu certo significativo per allora, se, in base ad esso, fu consentita la formazione del primo Governo Regionale Siciliano incentrato essenzialmente intorno alla D.C.
Ad esso e all'Assemblea Regionale Siciliana, prima incarnazione di questa nostra antica e fervida idea regionalista, vada il nostro saluto fraterno ed augurale.
Infine le recenti elezioni di Roma hanno ricondotto il Partito alle primitive posizioni del 2 giugno, anzi proporzionalmente le hanno migliorate. Accennando a tali elezioni, non posso non evocare con commozione profonda il ricordo del giovane Gervasio Federici, purissimo martire della nostra idea, immolato dall'odio politico fratricida, spregiatore di ogni umana e cristiana libertà.
Da quanto vi ho esposto potrete considerare come le nostre ansie e preoccupazioni, le nostre fatiche e le nostre speranze non ci abbiano lasciati riposati o inoperosi in questi 18 mesi di vita intensa e multiforme.
Certo le deficienze, le lacune, le insufficienze sono state e sono tuttora notevoli e talvolta gravi; certo le difficoltà non sono state tutte superate; c'è ancora molto da fare, da migliorare, da perfezionare. Ma di una cosa non mancherete, spero, di darci atto: della nostra buona volontà, delle nostre rette intenzioni, di un tenace spirito di devozione incondizionata al Partito, dell'ardente passione con la quale abbiamo cercato di servirlo in ogni ora della sua battaglia.

VITA INTERNA DEL PARTITO

Sua libertà e sviluppo

Con quale spirito noi — dicendo noi intendo dire la passata Dirczione Centrale — abbiamo voluto guidare, animare, vivificare la complessa organizzazione del Partito?
Con spirito di libertà e di democrazia.
Noi sappiamo, sentiamo di essere ancorati ad un fondamento, più che ad una premessa, che tutti ci unisce e che non è una comune credenza di ordine intellettuale, ma molto di più, un credo morale, una esigenza profonda della nostra coscienza, la sua vitale ragion d'essere. Noi crediamo ai valori eterni del Cristianesimo così nella vita privata come in quella pubblica; noi ci sentiamo vincolati ad un impegno, ad un dovere, ad una missione: di attuare, con ogni sforzo e con la gradualità che l'esperienza del mondo ci suggerisce e ci impone, tali valori, progressivamente ma inflessibilmente, nella vita comune, nella vita sociale; noi vogliamo operare anche in questo campo per ricondurre il mondo a Cristo e Cristo nel mondo.
Su questo fondamento comune, illuminati da questa comune mèta, la libertà per noi non è una concessione o un atteggiamento esteriore, è una esigenza spirituale, e la democrazia non è un metodo ma è il modo di essere, l'espressione operante della nostra personalità, il respiro, direi quasi, della nostra coscienza individuale nei rapporti con la vita civile.
Ora, nella vita interna del Partito, noi ci siamo sempre preoccupati di rimanere rigorosamente fedeli a questi nostri princìpi di disciplina interiore e di pratica esterna.
Quante volte i nostri avversari non hanno cercato di speculare su una presunta permanente crisi interna del nostro Partito, non hanno preconizzato la sua fatale divisione, non hanno gonfiato a questo pratico effetto l'accentuarsi di una o di altra tendenza, prevedendo un contrasto sostanziale incomponibile. Essi hanno puntualmente mancato ogni previsione perché sono stati incapaci di tenere presente quale è la sostanza viva che ci unisce; essi non hanno valutato giustamente questo spirito di autentica libertà che circola in mezzo a noi, e la fedeltà, che per noi è un dovere, alla stretta pratica democratica.
Oggi il Partito si presenta a questo II Congresso unito, forte, compatto, con inalterata, neppure appannata, la sua anima cristiana, con la varietà dei temperamenti che in esso confluiscono, delle posizioni dialettiche e pratiche che lo caratterizzano, tutte operanti per la sua affermazione e la sua conquista unitaria. Di tale risultato mi piace dare atto al fervore di devozione al Partito manifestato praticamente da tutti i nostri amici, fossero essi giovani, lucidi di ingegno, ardimentosi nelle concezioni, impazienti nelle realizzazioni, o meno giovani, maturi di riflessione, prudenti nelle visioni particolari, un poco più cauti nell'attuazione.
Ma non c'è, non ci deve essere, un contrasto, una antitesi, in mezzo a noi, tra giovani e vecchi, se non nella misura fatale che è nella vita quotidiana, di sempre, e che la vita risolve da sé nella utilizzazione, nella fusione creativa e permanente dell'entusiasmo giovanile e della ponderatezza virile.

Programma del Partito

Un altro aspetto del problema delle tendenze è quello che concerne il programma del Partito. Alcuni lamentano una specie di insufficienza — se non di assenza — di programma: essi vorrebbero una più ardita e netta presa di posizione su alcuni problemi attuali specie nel settore economico-sociale, e su questo possiamo essere d'accordo; e l'aver posto all'o.d.g. di questo Congresso i problemi del lavoro e quelli del Mezzogiorno — così attuali e preminenti — è un segno eloquente di tale accordo.
Dove invece il dissenso sussiste è quando si pone l'esigenza di una specie di decalogo o di dodecalogo programmatico del Partito, credendo che sforzandosi di raccogliere in 10, 12 scheletrici paragrafi tutto il suo programma, voglia dire salvare o potenziare la vitalità di esso.
Intanto non è affatto vero che il programma — anche inteso semplicemente come enunciazione di posizioni e di direttive — sia inesistente e insufficiente. Chi si prenda la pena di scorrere tutte le mozioni e risoluzioni che il Partito ha adottato su l'uno e sull'altro argomento attraverso i suoi massimi organi dirigenti, chi abbia modo di rileggersi la esaurientissima relazione Gonella al I Congresso Nazionale, si persuaderà da sé che, in linea di sviluppo logico e di saldatura non soltanto ideologica con le elaborazioni programmatiche precedenti sia dell'antica e gloriosa Democrazia Cristiana che del Partito Popolare, il programma generale del Partito, nelle sue linee maestre, nelle sue fondamentali impostazioni, economiche, sociali e politiche, nel suo contenuto caratteristico e vitale, è chiaro concreto e operante.
Ma se per programma si intende — come forse taluni mostrano di ritenere, restringendolo ad una necessaria attualizzazione — la presa di posizione di fronte ad uno o ad altro problema contingente e incombente, allo scopo di tracciarne la soluzione da noi voluta, è chiaro che ciò può essere, deve essere opera dei massimi organi del Partito, nella loro costante aderenza agli sviluppi di situazioni particolari, nella loro sostanziale fedeltà ai princìpi informatori del programma generale.
Saranno i Congressi Nazionali, i Consigli Nazionali, i Gruppi Parlamentari chiamati ad affrontare e risolvere i problemi concreti.
Sarebbe fatica grossa e vana quella di volerli imprigionare e quasi disseccare in formule aprioristiche e pressoché immutabili.

L'unità sindacale

Un'ultima considerazione, e concludo questa parte, su un problema di particolare rilevanza e delicatezza: l'unità sindacale.
Voi avrete notato che quasi ad ogni riunione del Consiglio Nazionale — e talvolta anche della Direzione del Partito — ci siamo trovati nella necessità di ribadire il nostro proposito di mantenere, difendere, potenziare l'unità sindacale, ma a certe condizioni.
Perché? Non già perché essa venisse ostacolata o apertamente combattuta da qualche settore o corrente del Partito: le poche manifestazioni che in tal senso qua e là si sono verificate, hanno costituito generalmente una posizione di critica e non di volontà di rottura; ma perché di fronte alla sua pratica attuazione, al suo dispiegamento in iniziative di vario genere non sempre o non del tutto di carattere sindacale, al suo ordinamento e funzionalità interna, alle mète finalistiche che talvolta, non per sottintesi ma con notazioni chiare ed esplicite, venivano poste all'attività sindacale unitaria, si ponevano necessariamente e in primo piano problemi di natura essenzialmente politica.
Conseguentemente siamo stati costretti a richiamare la necessità di attenersi allo spirito e alla sostanza del patto unitario, mettendo in evidenza la esigenza prettamente sindacale dell'organizzazione, denunciando lo sfruttamento politico che di essa si veniva facendo a beneficio di una sola corrente, deprecando che quella forza che dovrebbe rimanere a salvaguardia dei giusti interessi dei lavoratori e del diritto del lavoro, venisse distorta a fini di parte e inquinata nella sua stessa dinamica interna da volontà agitatorie collegate con maldissimulate preoccupazioni di natura prettamente politica.
Quale è stato il risultato? A voi constatarlo. Io posso dirvi che, malgrado la battaglia splendidamente condotta dai rappresentanti della corrente sindacale cristiana (ricordo per tutti gli amici Rapelli e Pastore), malgrado lo spirito di sacrificio, di fedeltà, di abnegazione, con il quale essi — al centro e alla periferia — continuano il loro sforzo costruttivo nell'interesse dei lavoratori e per la salvaguardia della loro organizzazione unitaria, non si può certo dire che tale organizzazione abbia raggiunto una apprezzabile spoliticizzazione, tale da farla veramente ritenere come l'espressione fattiva e operante degli interessi economici e sociali delle grandi masse lavoratrici.
La battaglia continua: ne è lecito disperare del suo auspicato miglior risultato; non è lecito — a mio avviso — disperare poiché da parte nostra ogni sforzo, ogni assidua cura deve essere posta per la difesa e la conquista di sempre migliori condizioni di vita delle classi lavoratrici.
Il primato del lavoro, che è inciso, prima che nel nostro programma, nel nostro cuore di democratici cristiani, è una conquista lenta, dura, difficile, ma deve essere raggiunta, deve impegnare ogni nostra energia, ogni nostro sacrificio per essere raggiunta.
L'unità sindacale è un mezzo ordinato a questo fine — noi lo riconosciamo — non bisogna però operare in modo che per dissensioni o inframmettenze o sopraffazioni politiche, essa diventi la contraffazione dell'unità e la negazione di quel primato democratico del lavoro che è l'aspirazione comune e giusta di tutte le classi lavoratrici.

Rapporti esterni

E nei rapporti esterni con la situazione politica generale e con gli altri partiti, quale la linea seguita, quali le responsabilità assunte in questo anno e mezzo di vita?
All'indomani delle elezioni del 2 giugno per la Costituente e del referendum istituzionale, noi ci trovammo — su un piano di primaria responsabilità — di fronte a tre problemi di grave portata.
1) Il problema del trapasso da una all'altra forma istituzionale.
Il referendum aveva consacrata la nascita della Repubblica italiana, in coerenza anche con la deliberazione del nostro I Congresso Nazionale. In quell'occasione di eccezionale valore storico il nostro Partito, e per esso e con esso il suo Capo che era anche Capo del Governo, nulla omisero perché la fedeltà assoluta alla volontà popolare, democraticamente espressa fosse mantenuta e operasse inflessibilmente.
Rifulse allora, in cristallina evidenza, la fede democratica di Alcide De Gasperi e la sua mirabile capacità di Governo. Non ve n'era bisogno; ma vi furono riconoscimenti eloquentissimi da parte di quegli stessi nostri avversari che oggi si compiacciono sciaguratamente di irridere all'una e all'altra.
Il trapasso avvenne con tranquillità e regolarità, rare volte vedute nella storia, e la Repubblica Italiana si avviò, nell'ordine e nella nuova legalità, verso i suoi fausti destini.
Ma anche nel Partito il trapasso segnò un momento di apprensione: adesioni e titubanze anche rispettabili, valutazioni storiche diverse, avevano operato nel periodo immediatamente precedente in mezzo a noi; fu superato ogni sterile irrigidimento, il senso della realtà storica, la coscienza dei doveri civici e della loro graduazione, l'attaccamento alla sorgente spirituale del nostro movimento, la responsabilità dei gravi compiti che incombevano, valsero a determinare quel largo spirito di comprensione reciproca, che rinsaldò, cementò ancora di più l'unità del Partito, questa unità che dobbiamo tutti abituarci a considerare come il nostro bene supremo.
2) L'attività della Costituente per la creazione della nuova Costituzione. Di essa vi parlerà più diffusamente l'amico Gronchi, Presidente del Gruppo Parlamentare.
3) Il problema del Governo. Le elezioni del 2 giugno avevano conchiuso la fase di Governo ciellenistica, imposta dalla guerra di liberazione e dalla situazione di emergenza: si apriva una nuova fase di responsabilità democratica e diretta. Fu attuato — con il nostro deliberato consenso e con quello del Gruppo Parlamentare — l'esperimento di Governo Tripartito con la minore partecipazione del Partito Repubblicano Storico. Perché fu attuato tale esperimento?
Per dare una larga base democratica al primo Governo della Repubblica Italiana, in coerenza con i risultati elettorali del 2 giugno e con le necessità del trapasso istituzionale: per consentire la riprova sperimentale delle possibilità effettive di Governo nella collaborazione con il Partito Comunista e con il Partito Socialista, sulla base di un programma precedentemente concordato e sotto la direzione politica della D.C., quale Partito più forte.
L'esperimento si rivelò quasi subito inefficiente e sterile di risultati positivi. Il Tripartito in realtà non era tale perché comunisti e socialisti se non una identità, costituivano un blocco compatto in seno al Governo: le valutazioni contrastanti intorno ai singoli problemi paralizzavano ogni attività proficua, e quando, pur con estrema fatica, un qualche accordo veniva raggiunto nel Governo, l'opposizione insorgeva subito nel paese attraverso la stampa e la propaganda per opera di quegli stessi partiti che collaboravano al Governo.
Di ogni insufficienza e inconcludenza veniva ritenuta, col solito sottinteso demagogico, responsabile la D.C. e la sua direzione politica di Governo.
Situazione intollerabile per il Paese — nel quale la sfiducia si allargava progressivamente e paurosamente; situazione umiliante — a dir poco — per la D.C. la quale, attraverso il Consiglio Nazionale e la Direzione, non mancava occasione di richiamare i cosiddetti collaboratori alla solidarietà ministeriale, alla lealtà della collaborazione, alla considerazione dei superiori interessi del Paese, ben altra cosa dallo sfruttamento dell'uno e dell'altro Dicastero a prevalente vantaggio di partito.
Ricordo una prima insurrezione contro questo andazzo di cose del Gruppo Parlamentare nella sua riunione del settembre 1946, nella quale ebbi modo di sintetizzare il mio pensiero, parlando di "coabitazione forzata", sottintendendo evidentemente l'impulso, il desiderio di ricercare una abitazione meno incomoda.
Venne la scissione del Partito Socialista, connessa con l'aggravarsi della situazione economica e psicologica del Paese e si aprì la prima crisi del Tripartito: per l'assenteismo — ostinato e politicamente ingiustificato — delle altre forze di sinistra, socialisti autonomisti compresi, si chiuse con un nulla o quasi di fatto.
Fu un tentativo per trovare un poco di spazio, di aria, di rapporti migliori di coabitazione; non ebbe fortuna.
Ma denunciava l'acutizzarsi del disagio, la precarietà dell'esperimento: poteva almeno servire come richiamo, come allarme: se non che, mi sia consentito dirlo, l'intuizione psicologica dei nostri coinquilini era veramente ottusa, se non inesistente. La psicologia di massa è, pare, la loro sola bussola di orientamento e quel che è peggio, della loro massa, esclusivamente, ignorandone ogni altra.
La crisi di sfiducia si allargava sinistramente nel Paese con conseguenze funeste nella situazione economica e finanziaria oltreché nelle prospettive dell'ordine democratico interno e dei rapporti internazionali.
Fu il crollo del Tripartito, irreparabile e definitivo. Le fasi della crisi del maggio sono troppo recenti perché io debba ricalcarle. La D.C. cooperò per due diverse soluzioni, una a larga base nazionale, l'altra di una compagine di centro sinistra. L'una e l'altra fallirono per incomprensione, per ostinazione, per fatua credulità sulla inguaribile debolezza costituzionale della D.C. e sulla presunta, imbelle pavidità dei suoi esponenti. Fu un grossolano errore, una puerile illusione.
De Gasperi in quel drammatico momento, sentendosi forte del consenso del suo partito, sorretto dalla pubblica opinione, trovò in sé l'energia, il coraggio, la lungimiranza necessari per prendere l'iniziativa, mutare il metodo, assumersi la responsabilità di dare al Paese un governo più omogeneo, un Governo che governasse, con il concorso di tecnici di alto valore e di larga estimazione.
Fu il IV Governo De Gasperi, nato tra ostilità crude, combattuto con asprezza inusitata, ma vivo e vitale, perché rispondente a necessità profonde della vita nazionale.
Ho ricordato questa vicenda per additarvi la linea politica seguita dal Partito, per considerarne insieme lo sviluppo evolutivo in senso democratico, non involutivo, come gli avversari si affannano a voler contrabbandare.
La D.C. per un anno intero non si è rifiutata, anzi si è pazientemente prestata a trovare una base di proficua collaborazione vicendevole con comunisti e socialisti: sapeva, ciò che non ha mai dimenticato, la netta, invalicabile antitesi di princìpi, di concezioni, di metodo che la divide irriducibilmente dal marxismo e dai partiti per i quali il marxismo è legge e norma di vita insostituibile.
Tuttavia non disdegnò il tentativo di collaborazione e comprensione democratica: c'era da risanare, da ricostruire il Paese.
Ma quando invece di camminare si regrediva, invece di risanare e di ricostruire si disgregava o non ci si muoveva, la democrazia, l'autentico spirito democratico che è libertà, che è responsabilità, che è attività costruttrice, imposero di rompere gli intingi, di assumere con volontà la responsabilità di operare per il bene del Paese anche da soli, ma sempre nel rispetto dei diritti della rappresentanza democratica.
Come dunque non dovrebbe farci sorridere la taccia — ripetuta fino all'insulsaggine — di antidemocrazia?
Questo problema della democrazia e dell'antidemocrazia dovrebbero invece porselo quegli altri minori partiti democratici che per un culto troppo astratto e particolaristico di quella, rischiano di ridurla logora e sterile facendo veramente, anche se inconsciamente, il giuoco di questa. Non può essere qui in discussione la favola stupida della dittatura della Democrazia Cristiana: è invece realisticamente da considerare, graduandola, ogni possibilità di reale, onesta, efficiente collaborazione con le altre forze autenticamente democratiche nell'interesse del Paese, al di là di schemi, preconcetti, pregiudizi o incantamenti che la situazione reale del Paese non può a lungo sopportare, se lo sforzo comune è e deve essere quello del suo risanamento.
La Democrazia Cristiana non si è mai rifiutata a queste oneste efficienti collaborazioni, anzi le cerca: questo è lo spirito antidemocratico da cui sarebbe animata. Concludo, o amici, su questo capitolo venturoso della vita del Partito, dichiarando che esso ne esce rafforzato, compatto, consapevole delle proprie possibilità e delle proprie responsabilità. Con intatta la propria fede democratica, con approfondito il proprio amore alla libertà, irrobustita la propria essenziale vocazione sociale.

On. Attilio Piccioni
II° Congresso Nazionale della DC
Napoli, 15-19 novembre 1947

(fonte: biblioteca Butini)


torna indietro home page stampa la pagina Portale della Democrazia Cristiana - un progetto ideato dall'Istituto "Renato Branzi" di Firenze
hogan interactive, hogan stivali scarpe, hogan scarpe 2015, hogan scarpe italia, hogan scarpe outlet, hogan scarpe 2014