LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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II° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: RELAZIONE DI PAOLO EMILIO TAVIANI
(Napoli, 15-19 novembre 1947)

Al momento della celebrazione del II° Congresso nazionale, la situazione istituzionale italiana si è stabilizzata (la scelta istituzionale per la Repubblica è avvenuta in un clima di serenità e la stesura della nuova Costituzione procede positivamente nell'Assemblea costituente), la situazione politica è incandescente, con gli attacchi durissimi dei social-comunisti contro De Gasperi e la DC, la situazione economico-sociale del Paese è drammatica, con le urgenze della ricostruzione materiale e morale dell'Italia (miseria, fame, prezzi, conflitti di lavoro, agitazioni nelle campagne, necessità di sostegno alimentare dall'estero).
Il discorso di apertura viene svolto dal Presidente del Congresso, on. Salvatore Aldisio, a cui seguono la relazione sulla situazione politica e organizzativa da parte del Partito del Segretario politico on. Attilio Piccioni, la relazione sulle attività nell'Assemblea costituente da parte del Presidente del Gruppo democristiano on. Giovanni Gronchi, la relazione sullo Statuto del Partito da parte dell'on. Stanislao Ceschi.
Il 17 novembre interviene il Presidente del Consiglio on. De Gasperi, e il giorno successivo il Vice Segretario on. Taviani tiene la relazione sul tema principale del II° Congresso (i problemi del lavoro).

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I problemi del lavoro

Dobbiamo innanzitutto proclamare il dovere e il diritto che ogni uomo ha di lavorare. La Democrazia Cristiana si è sempre battuta e si batterà con ogni vigore affinché il diritto di lavorare sia rigorosamente rispettato non soltanto per i lavoratori iscritti al proprio partito o professanti le proprie idee, ma per tutti i lavoratori.

Politica emigratoria

Molteplici sono le cause che rendono il potenziale di lavoro italiano di gran lunga esuberante alle concrete possibilità di utilizzazione interna. Pertanto non è possibile pensare ad una politica di pieno impiego della mano d'opera in Italia senza ricorrere all'emigrazione.
Proprio in casa nostra, prima che altrove, proprio perché siamo i più interessati in causa, si deve ancora tracciare una sana e rinnovata politica emigratoria. Occorre innanzitutto un organo capace di fare questa politica e un tale organo tuttora manca. Molto si è parlato di un Consiglio Superiore dell'Emigrazione, il cui progetto è stato altresì esaminato dal Consiglio dei Ministri. Potrà anche non apparire la soluzione ideale. Ma è inutile perdersi nella ricerca di formule che per l'uno o l'altro verso contengono uguali e maggiori difetti. L'esperienza mostra i guai dell'emigrazione collettiva. Non la si può del tutto eliminare, perché per talune categorie di lavoratori o per altre ragioni connaturate alla necessità occorre aver presto a disposizione un dato numero di lavoratori; ma non può essere la sola. Vi è l'emigrazione individuale e familiare che nasce per vie naturali, dallo spontaneo incontro tra domanda e offerta. Essa meglio soddisfa alle aspirazioni e alle tendenze dei singoli: consente una contrattazione verso il migliore trattamento, moltiplica le iniziative, lascia il lavoratore arbitro della sua sorte e di decidersi con piena cognizione di causa, allarga infine la sfera dell'assistenza attraverso le varie istituzioni. Può nascere la speculazione per opera di ingaggiatori, ma adeguati controlli sono in grado di evitarla.
Un augurio ed un proposito: fare di Napoli il centro dell'emigrazione transoceanica.

Politica salariale

Una iniqua uguaglianza separa oggi non tanto questa da quella categoria di lavoratori quanto i lavoratori che hanno familiari a carico da quelli che vivono soli o comunque hanno familiari che percepiscono un reddito. Sono stati i sindacalisti democratici cristiani i primi a sostenere chiaramente questo principio; sono stati i nostri sindacalisti i primi a mettere in evidenza come l'aumento indiscriminato di salario si risolva in definitiva in un miglioramento per i lavoratori che vivono soli o che hanno familiari che pure lavorano e guadagnano, mentre grava tutto a danno dei lavoratori che hanno familiari a carico.
Noi reclamiamo modifiche al sistema degli assegni familiari nel senso di proporzionare gli assegni al costo del mantenimento delle persone a carico e chiediamo che similmente si agisca per i sussidi di disoccupazione. Anche il problema degli statali, la categoria che forse più di ogni altra sopporta il peso della crisi economica odierna, va secondo noi affrontato e risolto con provvidi ed efficaci aumenti degli assegni familiari.

La previdenza

La previdenza sociale richiama senz'altro il problema della sua riforma.
Chi sono oggi i titolari delle previdenze?
Non tutti i lavoratori, ma solo determinate categorie. Stabilita da leggi diverse e con criteri i più svariati, la previdenza deve invece interessare tutti i lavoratori subordinati ed autonomi, perché anche questi ultimi hanno impegni inderogabili per la salvaguardia della loro integrità fisica e della loro salute. Si impone, dopo quanto già fatto per l'agricoltura, l'unificazione dei contributi anche per gli altri settori.
Circa gli Istituti previdenziali, una unificazione completa sarebbe oggi pericolosa, ma ciò che dal lato funzionale è omogeneo, e deve quindi operare senza discontinuità e divisioni artificiose, non va diviso e si deve cioè unire nella malattia ciò che appartiene alla malattia (come ad esempio la tubercolosi) o che richiede medesime prestazioni (come le cure per la maternità), senza distinzione fra tipo di malattia o cause di essa o fra categorie di soggetti. Parimenti dicasi per la disoccupazione rispetto al collocamento, per gli infortuni e per la invalidità e la vecchiaia rispetto ad altre speciali gestioni o trattamenti separati.
In secondo luogo non si può ulteriormente obbligare i lavoratori e i loro familiari alle penose odissee da un Istituto all'altro, da un ufficio all'altro, da una domanda all'altra. Alle sette libertà della relazione Gonella dello scorso anno occorreva forse aggiungerne un'ottava: la libertà della burocrazia. Bisogna concretarla innanzitutto qui nella previdenza, nella assistenza. Occorre a questo scopo una ben congegnata disarticolazione periferica, con un organo unico operante nell'ambito del Comune, a cui siano affidate le immediate funzioni di erogazione, di gestione locale, di controllo e di informazione.
In terzo luogo i lavoratori, insieme con i datori di lavoro, saranno chiamati ad assumere le responsabilità della gestione con una diretta partecipazione nell'amministrazione di tutti gli organi centrali e periferici. Non si deve dimenticare che i lavoratori sono i soggetti della previdenza.
È necessario poi l'aumento delle pensioni della previdenza sociale.

Consigli di gestione

Ad attenuare il distacco che separa l'imprenditore dai lavoratori si chiede il consiglio di gestione, che noi concepiamo come "consiglio di efficienza". Il consiglio di gestione non deve contrapporre su basi paritetiche lavoro e capitale, perché in questo caso non farebbe altro che approfondire all'interno dell'azienda il dissidio inerente alla questione sociale, mantenere divergenti lavoro e capitale su quei problemi concreti della produzione nei quali una convergenza è spesso possibile al di sopra di ogni squilibrio e contrasto: una convergenza morale di valutazioni in vista del bene comune.
Noi concepiamo il "consiglio di efficienza" composto da rappresentanti di ciascuna categoria di lavoratori, di dirigenti, di impiegati, di operai, da eleggersi democraticamente nell'ambito delle categorie stesse. Lo concepiamo come organo collegiale in riunioni periodiche, oppure su richiesta della direzione dello stabilimento o della amministrazione dell'impresa. Pensiamo che esso debba essere consultato obbligatoriamente dalla direzione per la predisposizione o per la qualifica dei piani di lavorazione o di organizzazione.
Resta con ciò inteso che il consiglio di gestione e di efficienza deve realizzare quella collaborazione fra lavoratori e imprenditori che tanto feconda può essere, sia sul piano produttivo che su quello amministrativo, e non costituisce una antitesi che sarebbe gravemente dannosa al processo produttivo, né deve ledere l'unità di comando dell'azienda, senza la quale non vi è ordinata e perciò feconda attività produttiva.
Attualmente in tutte le aziende meccaniche-siderurgiche dell'IRI, della Montecatini e della FIAT funziona il consiglio di gestione e un recente provvedimento lo ha istituito in altre aziende statali come la Società carbonifera sarda. Il partito sosterrà lo sforzo che già sta facendo la nostra corrente sindacale (come documenta la mozione conclusiva delle ACLI) affinché in una atmosfera di collaborazione fra le parti i consigli di gestione si costituiscano anche in quelle altre grandi aziende, dove ancora non esistono.
Solo se, per la opposizione pregiudiziale di una parte o per spirito fazioso dell'altra, non si dovesse giungere alla soluzione di questa questione, spetterà al Governo intervenire, come del resto ha già fatto con spirito di comprensione per le classi lavoratrici in altre recenti e talvolta gravi vertenze.
Ciò che il deve ad ogni costo evitare è che il consiglio di gestione, ideato per promuovere la collaborazione all'interno della azienda, in armonia, con lo stesso articolo costituzionale, con le esigenze dell'azienda, finisca per essere uno strumento di conflitto. In questo caso la crisi industriale che già stiamo attraversando, si accrescerebbe, anche perché verrebbe meno sul piano internazionale la fiducia della nostra industria, con evidente danno, prima ancora degli industriali, delle classi più umili dei lavoratori.
Purtroppo non di rado le elezioni per il consiglio di gestione sono avvenute sulla base di liste a carattere politico e un partito particolarmente se ne è servito come di leva di manovra nell'ambito delle aziende ed anche fuori di esse. Ora, a questo proposito, è bene dichiarare che la Democrazia Cristiana non si è mai prestata e non si presterà mai ad essere strumento delle forze economiche conservatrici, o anche soltanto espressione degli interessi particolari dei ceti padronali; ma nessun rispetto umano e neppure alcuna preoccupazione di non apparire sufficientemente orientali a sinistra indurranno la Democrazia Cristiana a prestarsi alle manovre di partiti che, speculando sulle giuste esigenze delle classi lavoratrici, agiscono in conformità ad interessi che non sono precisamente quelli dei lavoratori, né in particolare dei lavoratori italiani.

Problema dei lavoratori della terra

C'è innanzi tutto il problema dei braccianti. La sua soluzione non può essere che una sola: quella di fare sì che non ci siano più braccianti. Ma il problema principale da risolvere consiste nel trasformare questi erogatori di fatica (cui non si richiedono speciali attitudini ne particolare preparazione tecnica, ma solo forza e resistenza), in lavoratori coscienti ed evoluti cui si dischiudono le possibilità di un più sereno avvenire. Se la immediata trasformazione dei braccianti in piccoli proprietari appare, per una serie di circostanze tecniche ed economiche, un programma impossibile a realizzarsi immediatamente, è invece possibile conseguire una piena loro partecipazione ai risultati della produzione attraverso dei contratti di partecipazione, meno gravi, ma altrettanto importanti, del problema della mezzadria. Pur tendendo alla massima diffusione della piccola proprietà, e quindi ritenendo giusti ed opportuni tutti quei provvedimenti ed accorgimenti che favoriscono la trasformazione di zone mezzadrili in zone di piccola proprietà, noi pensiamo che l'istituto della mezzadria non sia superato dalle esigenze tecniche e sociali del mondo contemporaneo.
Noi però abbiamo dell'istituto mezzadrile una concezione dinamica e innovatrice; e questa concezione abbiamo costantemente sostenuta contro coloro che la considerano cristallizzata in uno schema giuridico inamovibile.
Rinnovando il principio della divisione a metà dei prodotti e delle spese, eretto a mitica concezione delle forze conservatrici, l'azione del nostro Partito e dei nostri uomini di Governo impose e fece accogliere variazioni sostanziali alla quota di riparto e suffragò poi validamente (anche nei lavori della Commissione ministeriale che costituiscono la base universalmente accettata per le nuove situazioni mezzadrili) il principio della quota di conguaglio in contrapposto a quello disintegratore detto degli "apporti" e a quello immobilizzatore dei "patti aggiunti".
Da queste e dalle altre conquiste contrassegnate dagli studi, dalle proposte e dall'azione conciliatrice e realizzatrice degli uomini della Democrazia Cristiana deve apparire chiaro quale meraviglioso contributo il nostro Partito abbia portato alla soluzione di un conflitto che ha angosciato la vita economica e politica italiana per oltre due anni.
I mezzadri oggi sanno che devono alla Democrazia Cristiana se tante nuove mete sono state conseguite; ma sappiamo anche che la Democrazia Cristiana ritiene che queste mete non siano definitive, bensì premessa per ulteriori sviluppi. Ulteriori progressi noi particolarmente reclamiamo al fine di immettere sempre più il mezzadro alla compartecipazione nelle aziende, soprattutto tenuto conto della sua comproprietà nelle scorte, nonché al fine di tutelare sempre più i figli in tenera età della famiglia mezzadrile.
Infine, noi siamo per la libertà dal grande affitto intermediario, di quel contratto cioè per il quale il reddito conseguito attraverso le coltivazioni del fondo viene ripartito oltre che fra i proprietari fondiari ed i lavoratori manuali, anche fra questi ed il grande affittuario. Chi conosce l'agricoltura siciliana sa a quali inconvenienti di ordine sociale, morale, politico ed economico, da luogo l'esistenza dei grandi affittuari non coltivatori diretti. Questa è una delle piaghe più gravi che la nostra riforma agraria deve estirpare.
A questo proposito noi proponiamo da un canto il ritorno dei proprietari alla gestione diretta delle terre affittate, e cioè la fusione in una sola persona fisica del proprietario fondiario e del capitalista imprenditore; e dall'altra la fusione delle imprese affittate da parte dei lavoratori costituiti in cooperative, e cioè la fusione in una sola persona giuridica dell'imprenditore e dei lavoratori.
È bene subito accennare che mentre nel caso del grande affitto di tipo industriale questi spostamenti di funzione economica dovranno costituire il risultato di riforme graduali (e ciò per non provocare gravi e dannose ripercussioni nella produzione), nei confronti del grande affitto non di tipo industriale tali spostamenti possono e devono essere accelerati e imposti con provvedimenti radicali. Infine per la piccola proprietà coltivatrice noi seguiamo un indirizzo politico e di legislazione economica e tributaria che tenga conto delle sue esigenze particolari, la difenda contro le tendenze accentratrici e monopolizzatrici, ne favorisca il potenziamento e lo sviluppo, assista tecnicamente l'impresa coltivatrice e faciliti il trasferimento della terra nelle mani dei coltivatori.

La legge sindacale

A proposito dei problemi sindacali, la legge dovrà ora completare gli articoli della Costituzione e precisare la formazione delle rappresentanze sindacali sia nell'azienda che per le categorie di aziende. La costituzione legale delle rappresentanze sindacali si rende necessaria, sia per soddisfare gli obblighi che si assumono nella stipulazione dei contratti e poter così rendere questi efficaci per tutti gli appartenenti ad una categoria di aziende, sia per ottenere una maggiore serietà ed un maggior controllo nella elezione delle rappresentanze stesse. A questo proposito noi sosteniamo anche il riconoscimento giuridico delle commissioni interne, riconoscimento che potremo prendere come base del buon accordo che è stato già raggiunto tra CGIL e Confindustria.

Lo sciopero

La legge sindacale che noi auspichiamo dovrà anche occuparsi dello sciopero. Nei riguardi di questo problema è preoccupante lo stato d'animo che si è andato diffondendo un po' in tutti gli strati sociali. Stato d'animo che, reagendo alle esagerazioni delle ondate di scioperi, giunge persino a negare la legittimità della facoltà di sciopero. È bene dichiarare che lo sciopero è per noi, come del resto è sempre stato per la scuola sociale cristiana, logica e specifica conseguenza del diritto alla legittima difesa.
Guai se l'esasperazione a cui indubbiamente conduce l'abuso degli scioperi, e particolarmente di quelli a scopo politico, dovesse trascinare qualcuno all'idea di soffocare o eliminare la facoltà dello sciopero! Non è con la reazione violenta e isterica che si realizza l'ordine e la legalità; non è comprimendo l'esercizio della libertà che si difende la libertà. Ma altra cosa è opprimere, altra cosa è disciplinare.
Attraverso il metodo democratico occorre disciplinare con leggi la facoltà dello sciopero, che dovrà esercitarsi nell'ambito e nei limiti della legge, così democraticamente stabilita. La legge dovrà innanzi tutto stabilire se possano limitarsi le categorie nei riguardi dello sciopero. Ed a questo proposito io sono per la esclusione dallo sciopero dei lavoratori dei servizi pubblici essenziali. Vero è che, come è stato osservato, possono essere più utili o soltanto più rilevanti certi lavori che pur non rientrano nelle categorie dei servizi pubblici. Effettivamente, non esiste in teoria una linea di demarcazione precisa fra lavori essenziali di carattere pubblico e lavori meno essenziali di carattere privato. Ma, siccome in pratica una linea di demarcazione è pure necessaria, non ne vediamo altra migliore ed all'infuori di questa, che è del resto quella tradizionale della scuola sociale cristiana.
Stabiliti i limiti di estensione, occorre anche che la legge precisi taluni limiti per quanto riguarda il metodo. Bisogna finirla con gli scioperi ordinati dall'alto, per cui alla facoltà dello sciopero si sostituisce l'obbligo dello sciopero.

Conclusione

Resta ancora da dire sul metodo con cui si intendono affrontare e risolvere i problemi del lavoro: e anche a questo proposito vorrei che vi fosse una parola serena e molto precisa. Come cristiani, noi non siamo pessimisti; abbiamo fiducia negli uomini, abbiamo fiducia nei lavoratori, e al metodo dell'odio, della violenza, dell'oppressione, della guerra, del sangue, noi contrapponiamo la fiducia nella forza delle nostre idee e della nostra disposizione a qualsiasi sacrificio per il loro trionfo, il metodo della persuasione, della comprensione, della democrazia e della pace.
Utile e feconda è la concorrenza fra le categorie economiche, necessaria all'evoluzione della composizione, della fisionomia e forse dell'essenza stessa delle classi sociali; stolto sarebbe negare le posizioni concorrenziali e ostacolare l'evoluzione, interpretando l'interclassismo come accettazione quetistica in un regime sociale stagnante. Tuttavia nella concorrenza e nell'evoluzione noi non erigiamo a sistema la lotta, ma la solidarietà. Questa è la sostanziale invalicabile divergenza, fra noi e l'estrema sinistra marxista.
Ma non per questo noi siamo secondi ad alcuno nel sentire, nell'interpretare e nel soddisfare le giuste aspirazioni, le esigenze del popolo e in particolare delle categorie più umili. Anzi, noi sappiamo che il popolo, il popolo italiano, vuole lavorare in un regime di pace, di libertà, di giustizia. La Democrazia Cristiana, partito di popolo e per il popolo, si impegna dinanzi a tutti i suoi iscritti, a tutti i suoi simpatizzanti, a tutti gli italiani, per una politica di lavoro, che sia di pace, di libertà, di giustizia.

On. Paolo Emilio Taviani
II° Congresso Nazionale della DC
Napoli, 15-19 novembre 1947

(fonte: biblioteca Butini)


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