LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL GOVERNO TRIPARTITO DC-PCI-PSI: REPLICA DI ALCIDE DE GASPERI ALL'ASSEMBLEA COSTITUENTE
(Roma, 25 febbraio 1947)

Dopo il suo viaggio negli Stati Uniti nel gennaio 1947, e dopo la scissione socialista, Alcide De Gasperi presenta il 20 gennaio le dimissioni del suo II° Governo. Il giorno successivo, il 21 gennaio, il Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola conferisce nuovamente a De Gasperi l'incarico di formare il governo, che sarà costituito da una alleanza a tre: Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista.
De Gasperi presenta il suo III° Governo all'Assemblea Costituente l'8 febbraio 1947. Il 25 febbraio replica al dibattito dell'Assemblea, la quale procede a votare un ordine del giorno di approvazione delle dichiarazioni del Presidente del Consiglio. L'ordine del giorno passa con 292 voti favorevoli, 107 contrari e 1 astenuto.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevoli colleghi, ho fatto le dichiarazioni programmatiche a nome del nuovo Governo sabato 8 febbraio; oggi 25, dovrei rispondere, reagire o associarmi a 53 oratori: compito troppo analitico per la vostra pazienza e poco adatto ad offrirvi una sintesi che sia base del vostro giudizio e quindi del vostro voto. Mi scusino quindi i colleghi se non li prenderò a partito uno ad uno e cercherò di riassumere i loro discorsi, quando è possibile, nell'anonima considerazione degli argomenti.
Anche questa volta però giova fare una osservazione preliminare. Io venni qui a farvi delle dichiarazioni a nome del Gabinetto: certo la concezione e lo stile delle dichiarazioni portavano la mia impronta personale, ma il contenuto del discorso rifletteva il programma approvato da tutti i membri di questo Governo di coalizione, ed era una risultante degli accordi elaborati durante la formazione del Ministero e sanciti dal Consiglio dei ministri.
È strano che si debba fare una constatazione tanto ovvia; eppure, dopo settimane di discorsi, dei quali molti per comodità polemica tentarono di isolarmi da ogni corresponsabilità che altri avessero assunto nel passato o nel presente, inchiodandomi solo sul banco degli imputati, è forse necessario avvertire ch'io nella replica intendo mantenermi fedele al principio della solidarietà ministeriale, senza di cui nessun sistema di coalizione, tripartito o no, potrà mai resistere nella nostra vita politica. Non risponderò quindi né come persona, né come uomo di parte, ma come portatore di una responsabilità collettiva nel passato e nel presente.
Questi limiti reprimono la mia vena oratoria e mi privano di quell'illuminazione che sembra sopravvenire sui miei ex colleghi, quando da questo banco passano nei liberi settori dell'anfiteatro. (Si ride).
Tre colleghi, già miei colleghi di Governo, hanno parlato del cambio della moneta; io non ne tratterò, perché è materia riservata all'esposizione del ministro del tesoro, ma poiché nel dibattito qui svoltosi s'è fatta questione soprattutto della decisione del Consiglio dei ministri dell'11 gennaio 1946, decisione presa dal primo Gabinetto da me presieduto, conviene non lasciare correre delle relazioni romanzate.
È già stato detto che la storia del cambio risale al giugno 1944, e che la prima fase, durata un anno intero, si chiuse nel giugno 1945, col disimpegno degli alleati dal proposito di stampare i nuovi titoli in America. Quando la questione venne sottoposta a noi, la Banca d'Italia, utilizzando le nostre risorse interne ancora esistenti, era riuscita a stampare una quantità notevole di biglietti, ma in una diffusa memoria presentata al Consiglio fissava alcune condizioni indispensabili, a parere della sua commissione tecnica, per poter effettuate il cambio nella primavera del 1946. Le principali di tali condizioni erano:
che si stampasse un documento di identificazione per ogni capo famiglia;
che si attuasse la stampa di circa 100 milioni di moduli di diverso tipo;
che si mettessero a disposizione della Banca 700 autocarri e 36 automobili;
che fossero attuate particolari misure di sicurezza per le quali era necessario il concorso di parecchie decine di migliaia di uomini;
che si ottenessero dagli alleati garanzie per il cambio nelle terre occupate (Dodecanneso, colonie, Venezia Giulia);
e che gli alleati stessi rinunciassero alla richiesta, ripetutamente fatta, di avere, per riguardo ai loro pagamenti, una comunicazione del piano di cambio due mesi prima della sua entrata in vigore.
Alla fine del lungo rapporto la Banca esprimeva per suo conto parecchi dubbi circa la possibilità di compiere l'operazione entro il termine desiderato.
La discussione del Consiglio dei ministri, che era stata preparata da una riunione dei ministri tecnici, cercò di evitare la decisione di merito, essendo ormai noto che la maggioranza era per il cambio, mentre il ministro del tesoro non credeva alla sua utilità.
Il dibattito quindi si svolse intorno al quesito se i mezzi tecnici e i provvedimenti di pubblica sicurezza ritenuti necessari si potessero garantire anche durante il periodo nel quale coincidevano le elezioni amministrative e soprattutto i macchinosi preparativi per il referendum e le elezioni politiche; e finì con la votazione di un ordine del giorno Togliatti del seguente tenore: "Il Consiglio dei ministri deplora che non sia possibile procedere, prima dell'inizio delle consultazioni popolari, al cambio dei segni monetari cartacei, operazione che avrebbe consentito allo Stato di procedere più rapidamente al risanamento delle finanze e di conseguenza al miglioramento della situazione economica generale".
Questa è la storia documentata nei verbali del Consiglio dei ministri, ed io la cito non tanto per la cosa in sé, quanto per provare un'altra volta che, guardando le cose dal di fuori o all'indietro, riesce difficile di farsi un'idea dello stato di necessità nel quale si trova chi deve prendere una decisione, che troppo spesso equivale alla scelta del male minore.
L'incalzare e l'incrociarsi degli avvenimenti spiegano l'ineluttabile realtà, di cui, quando la pressione è cessata, si tentano spiegazioni che attribuiscono ai protagonisti maggiore libertà di azione di quella che hanno avuto.
Il ritmo del tempo è stato in questo immediato dopoguerra travolgente e non è umiliante l'ammettere che esso ha superato e supera ancora gli uomini e le loro capacità di sopportazione e di ricostruzione. Ciò vale per tutto il mondo; non è disonorevole ammettere che la società italiana non costituisce una eccezione.
Avevo rinunziato a diffondermi sulle origini della crisi, pensando che un'analisi mia difficilmente sarebbe stata accolta come una conclusione oggettiva, e che ad ogni modo, nell'interesse del paese, conveniva affrontare l'avvenire, invece che indugiarsi sulla situazione critica del passato, Ma parecchi oratori. e, più autorevolmente degli altri, l'onorevole Togliatti, non furono del mio parere.
Secondo me, della crisi bastano le cause accidentali per spiegarla: le dimissioni del ministro degli esteri, proprio alla vigilia della firma del trattato; la secessione di una parte del partito socialista che modificava, almeno in dimensione, la coalizione ministeriale, il voto del congresso repubblicano che parlava di una nuova politica e di un nuovo Governo. Tutto ciò infirmava il prestigio e la consistenza della compagine governativa. Un rimpasto, sostituendo singoli ministri, avrebbe dato all'operazione un carattere antipaticamente personalistico. D'altro canto i ripetuti attacchi sulla stampa, anche in occasione dei mio viaggio in America, non mettevano in causa anche la persona del Presidente del Consiglio? Era più schietto, più logico, più democratico che egli stesso affrontasse la questione in toto. È anche vero che in tale circostanza ritornai al pensiero dell'allargamento della base governativa, in verità non per calcoli di partito, ma perché dinanzi alle responsabilità che si sarebbero dovute assumere nella politica estera ed in quella economico-finanziaria due cose parevano necessarie per il bene del paese: maggiore efficienza ed unità di condotta, un consenso e una corresponsabilità più larga che fosse possibile.
Diedi così modo al Capo dello Stato di consultare i parlamentari più autorevoli, i quali nelle consultazioni designarono ad unanimità la mia persona. Avevo dato le dimissioni con estrema rapidità, perché il 10 febbraio, con la sua angosciosa alternativa, non era più lontano e speravo di poter rapidamente concludere. È superfluo chiedersi perché la crisi divenne anche questa volta un serpe strisciante fra esitazioni di gruppi e difficoltà personali. Se mai c'era necessità di una giustificazione postuma della crisi, questa si trova nelle pieghe del suo svolgimento e nella presa di posizione dei partiti durante e dopo la soluzione.
L'onorevole Saragat ha pronunciato qui un discorso fine ed elegante; a molte sue affermazioni fondamentali, quale quella ove egli si dichiara contrario alla dittatura anche provvisoria, aderisco cordialmente ed aderirei a molte altre, se egli, coi suoi amici, non volesse ad ogni costo assumere la funzione dei veri oppositori.
Come avrebbe potuto precisare questa sua opposizione il nuovo Gruppo socialista, se, in mancanza della crisi totale, avesse mantenuto i suoi rappresentanti nel Ministero?
Sarebbero stati anche questi ministri "oppositori veri" o il Gruppo avrebbe assunto una posizione indefinibile? Il chiarimento della crisi era dunque, presto o tardi, inevitabile.
E che dire del discorso dell'onorevole Pacciardi che mette in causa tutto il Ministero passato, nel quale i suoi amici avevano una parte notevole?
In verità, fra gli oppositori veri, i sostenitori condizionati e gli oppositori ministeriali, ci troveremmo come l'asino di Buridano, a non saper scegliere la pastura.
Ma, gli imprescindibili interessi del paese, i bisogni del popolo italiano, l'ora decisiva per il consolidamento della Repubblica reclamano da noi un nuovo sforzo collettivo, e noi ci proponiamo di compierlo, fondandoci sul senso di solidarietà reclamato dal nostro destino ed espresso dal nostro programma al quale i partiti della maggioranza hanno aderito e al quale confidiamo che anche altri colleghi daranno il loro appoggio.
Senonché, l'onorevole Togliatti stesso ci dice che la crisi è dovuta anche ad un certo disagio sopravvenuto fra i partiti governativi e in particolare fra il partito democratico cristiano e il partito comunista L'onorevole Cappi ha risposto per quanto riguarda il mio partito; io, come Presidente del passato Gabinetto, mi limiterò ad osservare che la diagnosi del male fatta dall'onorevole Togliatti non mi pare completa.
Secondo l'onorevole Togliatti, la causa vera sarebbe la mancata attuazione del programma precedente dovuta al fatto che i ministri democratici cristiani sarebbero venuti meno agli impegni presi innanzi agli elettori. Egli non ha fatto esatto riferimento di quali impegni intenda parlare. Riforma fondiaria, riforma industriale? No, perché nel programma governativo non si è mai preso impegno di attuarle nelle presenti condizioni. Si è detto anzi espressamente che bisogna prepararle, per quando i gravissimi problemi di emergenza, quali la ripresa della produzione e la stabilizzazione finanziaria, avranno creato per tali soluzioni le premesse indispensabili; ed è ciò che riguardo all'agricoltura è in corso, coi provvedimenti di bonifica e di miglioramento del ministro Segni. Si riferisce forse alla riforma fiscale ed alla imposta patrimoniale straordinaria? No certo, perché su tale materia e sul termine della possibile applicazione non è mai nato, fra i membri comunisti del Governo e gli altri, tale dissidio da rendere inevitabile la separazione della propria responsabilità, dimettendosi dal Gabinetto.
Nel Gabinetto abbiamo sempre trovato modo di comporre tutte le differenze, ma le difficoltà ci vennero dal di fuori.
Il Consiglio dei ministri dovette spesso occuparsi per spegnere incendi, per fortuna soltanto simbolici, scoppiati nella stampa e nella propaganda, od a causa di operazioni politico-elettorali, tentate o compiute al di fuori della responsabilità governativa.
È un fatto invece che la solidarietà ministeriale, nonostante qualche temporanea incrinatura, sempre contenuta, non ebbe l'integrativa, indispensabile, logica conseguenza della solidarietà fra i partiti della coalizione.
Nel Consiglio, superando difficoltà oggettive in faticose discussioni, si prendevano decisioni unanimi circa i provvedimenti possibili contro la carestia e la disoccupazione, ma nelle piazze mi si impiccava in effigie come affamatore del popolo, o nei manifesti mi si denunciava come traditore della patria, sia che tornassi da Parigi o che partissi per l'America. Mi Pare accertato che i simbolici impiccatori ed i manifesti non provenissero dall'apparato democratico cristiano. (Si ride). Non voglio dedurre che nelle polemiche, negli atteggiamenti si possa sempre tagliar netto fra il torto e la ragione, fra l'attacco e la difesa.
Comunque, guardando l'avvenire, accetto l'augurio dell'onorevole Togliatti per una migliore collaborazione e soprattutto che ci sia possibile fare ancora insieme un lungo cammino nell'interesse delle classi popolari; ma non mi stancherò di affermare che il segreto della riuscita sta nel distinguere nettamente il settore dei propri impegni da quello della libertà dei propri movimenti. L'onorevole Togliatti ha ricordato a tal proposito una mia intervista. Fu, se non erro, alle Azzorre che a certi intervistatoti americani, i quali mi avevano posta l'insidiosa domanda: "come mai voi, cristiani, collaborate coi comunisti?", ho risposto che la collaborazione impegnava le due parti solo per un programma concreto di Governo lasciando impregiudicate e al libero dibattito questioni di dottrina, di ideologia, di sistema politico ed economico.
Non è onesto affermare, ed attuare nella pratica, questa distinzione, la quale non vale solamente in confronto del vostro partito, ma che nel nostro caso è più doverosa, appunto perché, se fra voi e noi nel campo della giustizia sociale ci sono molte affinità, tra voi e noi però c'è tutta una storia di dottrine insegnate e di regimi applicati che formano appunto le caratteristiche del comunismo storico, quale in diversi aspetti si è cristallizzato in tutti i paesi?
L'onorevole Togliatti ha cercato di gettare un ponte anche in materia costituente. Mi auguro che si riesca, ma se il ponte è necessario, è appunto perché si tratta di creare una comunicazione tra due sponde lontane che hanno assunto spesso, nel corso degli avvenimenti politici degli ultimi decenni, forme e carattere di trincee più che di fossati.
Se non ho male compreso, il segretario generale del partito comunista crede, altresì, che la collaborazione sarebbe più agevole se il Presidente del Governo democratico fosse semplicemente "democratico" e non anche "cristiano".
Su questo punto egli prende abbaglio.
In Italia, culla della civiltà cristiana, il mezzo di sollevare le minori obiezioni possibili contro una collaborazione sul terreno economico, politico e contingente, è quello di dimostrare anche visibilmente che essa non è inconciliabile con una coscienza fedele ai principi ed alle esigenze della tradizione cristiana. (Vivissimi applausi al centro).
Se l'onorevole Togliatti intende installarsi nel tripartito col corteo di altri minori satelliti, l'onorevole Nenni, invece, il quale non rifiuta il compromesso presente, respinge però il connubio ed intende preparare l'avvento di un Governo di lavoratori; il che evidentemente - poiché nemmeno il travaglio di questi ultimi anni rende meritevoli noi di questo onorifico titolo (Applausi al centro e a destra) - significa Governo a prevalenza ed a direzione social-comunista. È sempre la formula "dal Governo al potere" ma espressa più cautamente.
In fondo, parafrasando una frase di Prampolini, egli dichiara di votare per l'attuale Governo, per far dispetto all'onorevole Giannini (Si ride).
Questa specie di suffragio indiretto, anzi di suffragio-carambola (Si ride) non è molto lusinghevole (Applausi al centro e a destra); ma forse potremo consolarci con la speranza che sarà vero anche il contrario; cioè che quando all'onorevole Nenni capitasse di scrivere o di parlate contro di noi, sarà per fare un piacere all'onorevole Giannini o a qualche altro, non per sostanziale antitesi contro di noi. (Applausi al centro).
Fuori scherzo, però, nella concezione fondamentale sono pienamente d'accordo con l'onorevole Nenni: questo è un Governo di emergenza che ha per compito di provvedere alla soluzione dei problemi economici più urgenti; di consolidare il regime repubblicano e di preparare il terreno per le riforme più importanti. Per il resto, fare le elezioni il più presto possibile e rendere arbitro il paese della direttiva politica ed economica dell'indomani. Dipende dalla buona volontà di tutti che l'impostazione per la battaglia di domani non ci renda impossibile la collaborazione efficace per risolvere il grave compito di oggi. (Approvazioni).
Il discorso più aderente alla realtà quotidiana è stato quello del collega Tremelloni che ha conservato sui banchi dell'opposizione quelle qualità di Governo che abbiamo apprezzate accanto a noi.
Le condizioni attuali della vita economica, egli ha detto, limitano le nostre esigenze.
Bisogna condizionare il fine ai mezzi, creare una gerarchia dell'urgenza, fra il fondamentale e l'accessorio. Noi ci esasperiamo mutuamente dando schiaffi al vento; i partiti possono ricorrere a degli slogans, ma il Governo cammina per strade obbligate; ecco il suo veridico linguaggio. Sono pienamente d'accordo quando egli, ricordando le celebri inchieste parlamentari del passato, preconizza una collaborazione dei tecnici coi politici; credo meno all'efficacia di un superministero degli affari economici, benché non neghi che ad un certo punto della nostra evoluzione si possa tornare a quello che fu il Ministero dell'economia nazionale. Né mi spavento della pianificazione e dei controlli, purché si rispetti l'iniziativa privata e la parola d'ordine sia quella che anche un nostro cultore di filosofia sociale ha invocato: "solidarismo".
Meno obiettivo m'è parso il discorso dell'onorevole Di Vittorio, il quale ha affermato che l'azione sociale del passato Governo è stata nulla. Strana constatazione per un rappresentante di quella Confederazione che nei momenti più difficili abbiamo sempre consultato e che, avendo assistito a molte trattative su problemi del lavoro o dell'impiego, ha più degli altri cognizione delle difficoltà oggettive che impediscono o hanno ritardato certe riforme; noi abbiamo fatto fiducia alla segreteria della Confederazione e dobbiamo riconoscere che talvolta essa è intervenuta ad evitare disordini ed illegalità. Ma altre volte essa non ha potuto attuare l'auto-disciplina nelle categorie del lavoro. (Interruzione dell'onorevole Di Vittorio - Commenti).
Vecchio sindacalista, sono convinto che una forte ed efficace organizzazione sindacale è lo strumento necessario per promuovere la democrazia e la giustizia sociale, purché essa sia al di sopra dei partiti e riconosca e faccia riconoscere la legalità repubblicana. (Vivi applausi al centro).
Prego i miei amici di non applaudirmi, altrimenti potrebbe sembrare che quelli che non applaudono non siano d'accordo, mentre sono evidentemente d'accordo anch'essi. (Si ride - Applausi al centro).
Qualche oratore ci accusa di marcare il passo, specie per quanto riguarda provvedimenti speciali contro il fascismo e contro il movimento monarchico.
In quanto al fascismo abbiamo applicato parecchie volte provvedimenti di polizia e vi proporremo di richiamare in vigore il decreto legislativo del 1945, che in armonia colla politica smobilitatrice, iniziata con l'amnistia, avevamo lasciato cadere. E in quanto al movimento pretendentista, sarete chiamati a decidere su progetti concreti che ho già indicato. Ma a ragione l'onorevole Nenni ha avvertito che non bisogna contare troppo su misure di polizia, ed io aggiungo che la psicologia dell'ex perseguitato e carcerato politico mi ha fatto sempre esitante a dettate provvedimenti che assomigliassero, sia pure con intenzioni più legittime, a quelle leggi eccezionali contro le quali abbiamo combattuto e sotto le quali abbiamo sofferto! (Vivi applausi al centro).
Tuttavia è innegabile che, in seguito al modo e alla misura imprevista con cui l'amnistia fu applicata e all'impudenza o all'incoscienza di taluni amnistiati più responsabili del disastro nazionale, si impone la necessità di provvedere non tanto contro la loro pericolosità, quanto con riguardo alla legittima reazione di chi ha sofferto e resistito alla dittatura. (Vivissimi applausi a sinistra e al centro).
In quanto alla monarchia, prima del 2 giugno ognuno aveva il diritto di considerarla dal punto di vista dei legami storici o dei vincoli del giuramento, ma oggi, dopo il referendum, nessuno ha il diritto di rifiutarsi all'applicazione leale e onesta della decisione popolare. Noi, Governo, abbiamo l'obbligo di fare ogni sforzo affinché le istituzioni repubblicane siano difese e consolidate in un clima di libertà, ma nessuno ha il diritto di richiamarsi alla libertà per negare i risultati vincolativi del referendum che stanno alla base del regime democratico. (Vivissimi applausi a sinistra e al centro).
E qui devo dire qualche cosa anche all'amico onorevole Pacciardi. Egli ritiene che noi siamo in un periodo di salute pubblica e immagina che il Governo possa agire al di fuori delle norme giuridiche dello Stato liberale che hanno creato delle guarentigie per i funzionari e specie per la magistratura. Abbiamo compiuto, egli ragiona, una rivoluzione: questo è un Governo provvisorio ed è assurdo innestare un regime provvisorio sopra una sopravvivente legalità. Ora, lasciamo stare, che questa tesi della mancata continuità giuridica è fondamentalmente e storicamente inesatta, ma, politicamente parlando, non rinunceremo noi, accettandola, all'argomento più forte che abbiamo contro il pretendente e i suoi sostenitori e contro tutti coloro che preferirebbero tornate al regime monarchico? Verremmo ad ammettere che l'atto legale del plebiscito popolare celebrato da 23 milioni di italiani non è stato un atto libero di rinnovamento, ma un colpo di forza, rinunziando all'immenso vantaggio che abbiamo nella storia del mondo d'aver compiuto il passaggio nelle libere e consapevoli forme della democrazia. (Vivi applausi).
Perché non esaltare quest'atto solenne, legittimo, definitivo del popolo italiano e dar troppa importanza a inconvenienti formali, che vanno eliminandosi, e di cui domani non si parlerà più?
Quando il commissario della Repubblica sostituì il ministro della real casa trovò giacenti presso l'ex segreteria reale molti diplomi di onorificenza concessi nei primi quattro mesi del 1946: di questi, numerosi erano quelli intestati ad ufficiali delle forze armate alleate.
Il commissario si limitò ad archiviare detti diplomi, provvedendo alla consegna solo nei casi in cui gli interessati ne facessero richiesta. Si trattava, infatti, di documenti ormai di pertinenza di terzi che il commissario non poteva né sopprimere né rifiutarsi di consegnare, tanto più che, come si è fatto per l'ordine militare di Savoia, divenuto ordine militare d'Italia, si è parlato nella stampa della possibilità di convertire tali ordini, quando siano stati dati per ragioni obiettive, in equivalenti ordini repubblicani.
L'onorevole Pacciardi sembra pieno di diffidenza verso il consigliere di Stato Baratono, commissario al Quirinale. Il curriculum vitae di costui dimostra in lui una concezione rettilinea dei suoi doveri di funzionario, al servizio non di un partito, ma del paese.
L'onorevole Pacciardi non può avere l'impressione che avemmo noi dopo il colpo di Stato del 25 luglio, quando vedevamo il Baratono sottosegretario alla Presidenza di Badoglio preparare per il Consiglio dei ministri i primi decreti per l'abolizione del partito nazionale fascista e di tutti gli organi dipendenti, il decreto relativo agli arricchimenti dei gerarchi e quello dell'epurazione, che fu poi approvato dal Consiglio dei ministri, ma non pubblicato per il sopraggiungere dell'8 settembre. Baratono fu l'ultimo ad abbandonare il suo posto, finché il suo successore, il famigerato Barracu, non diede l'ordine di trovarlo vivo o morto e lo costrinse a fare la vita del sottosuolo. Ho visto anche il suo curriculum vitae, come egli intervenne contro otto funzionari di polizia di Milano, che, con la complicità e la protezione del federale della città, costituivano un centro di corruzione, sì che avevano persino imposto il monopolio della fornitura dello champagne nelle case di prostituzione; come affrontò a Torino il federale Gazzotti e il podestà Sartirana, liquidando l'uno e l'altro, provandone le scorrettezze e denunziando il potente segretario federale per malversazioni nella gestione dei fondi dell'ente opere assistenziali, sulla cui cassa si era fatta persino gravare la spesa per l'acquisto dei purosangue donati a Starace. Non credo, onorevole Pacciardi, che possiamo impunemente rinunziare a questi uomini, anche se provengono dal periodo monarchico, perché abbiamo tutto il diritto di credere che, monarchia o Repubblica, essi si sentono intimamente vincolati dalla loro coscienza alle leggi scritte e non scritte della lealtà e dell'onestà. (Vivi applausi).
In quanto al Senato, esso è stato abolito con decreto del 24 giugno 1946, n. 48; ci siamo solamente rimessi alla Costituente perché decida sulle poche prerogative personali di cui fruiscono i cento senatori non epurati.
L'onorevole Pacciardi ha parlato anche delle forze armate; ne ha parlato più concretamente l'onorevole Cingolani svolgendo il suo ordine del giorno.
Circa l'unificazione dei ministeri intendo rispondere anche alle obiezioni degli onorevoli Lombardi, Nobile e Bencivenga con le seguenti osservazioni che mi paiono conclusive.
1) Il trattato di pace e la situazione finanziaria comportano solo forze armate ridotte con bilancio ridotto.
Per tre piccole forze armate e con una politica militare difensiva il ministero unico può essere sicuramente adeguato e sufficiente. A mano a mano che l'unità verrà attuata, essa consentirà anche sensibili economie di bilancio.
2) La fusione permetterà anche di eliminate gradualmente le sperequazioni nel trattamento del personale e di realizzare una maggiore omogeneità di armamento e di equipaggiamento e una semplificazione dei servizi di rifornimento.
3) Se le maggiori Potenze mondiali, con una politica militare espansionistica, si sono decise per l'unificazione, come mai la si potrà ritenere inopportuna e inattuabile in un caso come il nostro di inevitabile contrazione delle forze armate?
Sappiamo che vi sono molte difficoltà e che bisogna procedere per gradi. Arriveremo subito all'unificazione di direzione; esamineremo poi l'opportunità e la misura dell'unificazione amministrativa, in materia di servizi, equipaggiamento, mezzi di trasporto a terra.
L'unificazione amministrativa non potrà essere perfezionata che in un secondo tempo con la collaborazione del nuovo Parlamento, ma intanto conveniva ottenere l'unità di direzione.
Vi faccio notare, onorevoli colleghi, che ad ogni crisi la questione si è presentata e si è finito col dire: "Non siamo pronti, aspettiamo; creiamo intanto un comitato". Abbiamo dovuto, però, concludere che finché vi sono tre ministri, il comitato non lavora e che bisogna creare un fatto compiuto per arrivare, gradualmente, alla unificazione.
Non vi è dubbio che il ministro Gasparotto, il quale conosce il problema ed ha già ottenuto la collaborazione dei tre ministri uscenti, marina, guerra, aeronautica, con il concorso dei tre capi di stato maggiore, terrà conto delle preoccupazioni manifestate anche in questa Assemblea e procederà, con fermezza, ma con prudenza, verso la meta dell'unità che è ormai una delle riforme risolutive della democrazia moderna.
Assicuro infine l'onorevole Bencivenga che dall'attuale Ministero non sono da temere né disparità di trattamento né persecuzioni e che tolleranza e giustizia verranno usate verso tutti coloro che se ne renderanno degni per lealtà e nobiltà di condotta.
L'onorevole Benedettini fa grave torto alla lealtà degli ufficiali che nella quasi totalità hanno giurato alla Repubblica ed a quella dei funzionari che faranno analogo giuramento.
Nessuno è forzato, nessuno è coartato, né tali saranno e sono le sanzioni regolamentari, da imporre una qualsiasi pressione maggiore di quella legge suprema dell'onore che vale in tutti i regimi ed in tutte le età.
Ed ora alcune osservazioni circa particolari oggetti del dibattito.
Pensioni di guerra. Abbiamo avuto, in un primo tempo, l'idea di affidare ad apposito sottosegretario il disbrigo delle pensioni: ma, riservando ad altro termine una decisione in proposito, quel che importa è di superare l'intasamento degli attuali servizi, causato da difficoltà di locali e da scarsezza di personale.
Nel 1923 la direzione generale disponeva di milleduecento esperti impiegati; oggi, dopo un ciclo di altre guerre, gli addetti alle pensioni di guerra non sono più di 816. Abbiamo disposto che si adibissero alle pensioni alcune centinaia di impiegati resisi liberi in altri dicasteri, ma la questione dei locali, che è la più grave, dovrà essere risolta fra breve.
Ci sono ancora 401.154 pratiche di pensioni inevase; arrivano 25 mila domande al mese, e i servizi, nonostante ogni impegno, riescono a definirne, in progetti completi di pensione, soltanto 12.000.
Circa l'ordine del giorno degli onorevoli Nobile, Uberti, Li Causi ed altri, il ministro della difesa ha già accolto in via di massima il voto dell'Associazione nazionale mutilati di iscrivere i grandi mutilati affetti di invalidità totale in un albo d'onore con adeguato trattamento economico.
Specie dopo il discorso dei collega Parri, sento il dovere di rinnovare l'assicurazione che la nuova ripartizione dei servizi dell'assistenza post-bellica non recherà danno all'assistenza stessa. Le difficoltà non dipendono dallo svolgimento dei servizi, ma dalla scarsezza dei fondi che è una triste realtà, sia che i servizi siano concentrati in un solo dicastero o affidati alle due amministrazioni dell'interno e del lavoro.
Già il Ministero della assistenza post-bellica aveva insistito perché si erogassero nuovi fondi, giacché gli insufficienti stanziamenti concessi dal Tesoro per l'anno finanziario l° luglio 1946-30 giugno 1947 andavano già, in gennaio, esaurendosi. Bisognerà quindi fare nuovi sacrifizi perché gli aiuti indispensabili a tante benemerite categorie non vengano meno.
Dichiaro, per altro, che non ho nessuna obiezione di principio alla creazione di un miglior organismo unificato per l'assistenza in genere. Ho ritenuto, però, che non sarebbe stato possibile creare un organismo di carattere permanente, innestandolo sopra un organismo che, per quanto necessario, aveva una durata limitata ed uno scopo specifico di guerra.
A questo riguardo dichiaro all'onorevole Parri che sono completamente d'accordo che si debba arrivare ad organi autonomi, nel senso che siano sottoposti al controllo dello Stato, ma si basino essenzialmente sul consenso e sulla cooperazione delle parti interessate, sia per il turismo che per l'emigrazione e, in quanto possibile, anche per l'assistenza.
Naturalmente, finché tutto si attende dallo Stato ed è difficile che l'iniziativa privata contribuisca in misura notevole, dobbiamo riconoscere che questa è una meta a cui dobbiamo tendere, ma che non è di facile attuazione entro i prossimi mesi.
Parecchie osservazioni sono state fatte sulla legislazione agraria.
Confermo che il progetto per il ritorno alla normalità elettiva dei consorzi agrari è già stato approvato dal C.I.R. e dovrebbe passare prossimamente al Consiglio dei ministri.
La legge sulla concessione delle terre ha avuto una discreta applicazione: dal I° settembre 1946 sono stati concessi 108.000 ettari, dei quali 46.000 in Sicilia. La proroga degli affitti sta nell'immediato programma del Governo, come l'estensione del lodo, estensione che non dovrà avvenire meccanicamente, ma permettere una applicazione elastica, secondo la diversa coltura e le diverse esigenze regionali.
La legislazione di miglioramento agrario e sulla bonifica sta sommamente a cuore al Governo, che farà ogni sforzo possibile per lo sviluppo dell'agricoltura e l'equa ripartizione del suo rendimento.
Conveniamo anche nell'opportunità di ricostituire le amministrazioni normali dei vari enti di previdenza, volgendo particolare attenzione alle prestazioni assistenziali in agricoltura. Ma tali progressi dipendono dalla pace sociale nelle campagne che bisogna ristabilire con criteri di legalità.
All'onorevole Lombardo, che in un notevole discorso ha parlato anche del futuro indirizzo della produzione agricola, e all'onorevole Quintieri, che esprime nel suo ordine del giorno la stessa preoccupazione, do assicurazione che se il Governo deve tendere per ora ad accrescere la produzione di derrate, che importiamo, non perde però di vista i nuovi indirizzi necessari per incoraggiare l'esportazione di alcune produzioni ora in difficoltà, come la seta e gli agrumi.
Convengo con l'onorevole Bulloni, che ha richiamato l'attenzione del Governo sul problema essenziale dell'ordine pubblico. Si sono fatti dei progressi, ne faremo degli altri. Bisogna arrivare al disarmo. Se tutti i partiti ci aiutassero a reperire le armi, rimaste un po' ovunque (Applausi al centro) come triste eredità del conflitto, libereremmo l'opinione pubblica da un incubo che suscita fantasmi di guerra civile. Sono fantasmi, ma danneggiano all'interno e all'estero.
Il Governo ha la ferma volontà di riuscire.
Scuola. Coloro che hanno accusato il ministro Gonella di favorire la scuola privata in confronto della scuola statale sono male informati.
L'onorevole Gonella ha anzi posto un freno alle troppo facili parificazioni: durante la sua amministrazione ha riconosciuto soltanto sedici scuole private, di cui cinque rette da religiosi e undici da insegnanti laici, cifra esigua se la si confronti con quella dei ministri precedenti (Arangio Ruiz 140, Molè 355). Di fronte a queste, furono istituite 7.000 nuove scuole elementari dello Stato, sia fondando nuove classi, sia sdoppiando le classi numerose.
Il nuovo tipo di scuola popolare associata al sussidio di disoccupazione, che si inaugura in questi giorni a Roma e che occuperà mille maestri e professori, sarà diffuso, se non mancheranno i mezzi, a tutte le regioni.

TEGA. Bisogna aumentare le pensioni ai maestri!

DE GASPERI, Presidente dei Consiglio dei ministri. Va detto all'onorevole Colonnetti, che ha svolto speciale ordine del giorno, che il Governo si è preoccupato e si preoccupa dell'alta cultura universitaria. I contributi del Ministero a favore delle università si sono quintuplicati: è ancora pochissimo e si sono dovuti chiedere altri stanziamenti, che dipendono naturalmente dalle possibilità di bilancio.
Si è fatta molta critica, non solo in questo dibattito, alla cosiddetta legislazione commissariale. Sarà bene ricordare come è nata e come si è svolta.
La legislazione commissariale si inizia ancora nel 1943 con un decreto Badoglio, sulla nomina di commissari per enti pubblici, allo scopo di eliminare dirigenti fascisti; si applica poi, in via di fatto, dal Governo militare alleato e dai comitati di liberazione nazionale e forma infine oggetto di altri particolari decreti dell'anno 1944. Quello del 12 settembre si riferisce alle aziende di credito, quello del 19 ottobre alle imprese private concessionarie di pubblici servizi, quello del 2 novembre agli enti parastatali di assicurazione e di assistenza, quello del 23 novembre alle organizzazioni sindacali fasciste. L'esecuzione di ognuno di questi decreti, e quindi la nomina dei commissari, era affidata al ministero competente per materia.
I commissari potevano venir nominati nei casi ove l'azienda non potesse altrimenti funzionare: quando occorresse comunque, nell'interesse pubblico, rimettere in attività una azienda sospesa, e finalmente quando i precedenti fascisti o di illecita speculazione politica dei titolari non dessero garanzia di servire ai compiti della ricostruzione.
Le gestioni commissariali avrebbero dovuto cessare sei mesi dopo la cessazione dello stato di guerra, ma per la mancata ricostituzione delle amministrazioni ordinarie si dovette prorogare il termine fino al 31 marzo 1947, fatta eccezione degli enti parasindacali che sono stati prorogati fino al 30 giugno.
Secondo uno specchietto statistico inviatomi oggi, e purtroppo ancora incompleto, il numero totale dei commissari nominati dai vari ministeri dal 1944 ad oggi fu di 203 e quelli ancora in carica a tutt'oggi sono 133; devo però avvertire che mancano ancora le cifre esatte dei commissari nominati dai Ministeri del tesoro e delle finanze, per quanto riguarda il periodo precedente alle elezioni.
Di questi commissari, i deputati sono una ventina.
Non intendo qui interferire su altri incarichi nelle amministrazioni normali; sulla loro compatibilità morale statuirà, come crede, l'Assemblea, ma, ricordando le cifre, ho voluto prospettare le proporzioni del settore sul quale è vertita la polemica.
Ed ora vengo alla questione delle borse.

TEGA. Pilotti?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ho ricevuto ieri un documento che mi riservo di sottoporre al ministro della giustizia e per questo mi astengo dal fare in questo momento delle dichiarazioni.
Vengo, dunque, alla questione delle borse. Come è stato documentato da dichiarazioni rese pubbliche dei ministri Morandi e Sforza, del direttore generale del tesoro e da un verbale del direttore generale Antonucci, l'onorevole Campilli ignorava l'invio dei telegrammi diramati dalla direzione generale del tesoro alle borse.
Ne fu occasionalmente informato nelle circostanze a tutti note, ventiquattro ore dopo, quando era già avvenuta la ripercussione in borsa.
Non conosceva e quindi non poteva informare.
Esclusa così ogni responsabilità personale del ministro Campilli, esaminiamo ora oggettivamente il fatto in sé per stabilirne la natura e ridurlo alle sue vere proporzioni. Il primo telegramma spedito dalla direzione generale del tesoro alle borse in data martedì 11, ore 13,30, chiedeva che fosse comunicato l'ammontare complessivo dei depositi relativi al 25 per cento effettuati nel mese di gennaio.
Questo e non altro. Era quindi una semplice richiesta di rilevazione globale di dati statistici relativi allo scorso mese.
Il telegramma non poteva provocare, come non provocò, alcuna reazione al ribasso tanto che le borse nei giorni 12 e 13 continuarono il loro movimento al rialzo. Il secondo telegramma è stato spedito il giorno seguente e cioè mercoledì 12 alle ore 20,20. La disposizione che ripristinava l'obbligo della denuncia mensile dei riporti effettuati sui titoli azionari era diretta a conoscere l'ammontare globale - e non nominativo - dei riporti effettuati mensilmente dagli agenti di cambio, banche e banchieri.
Anche questa disposizione tendeva, pertanto, ad un accertamento statistico. La disposizione, conosciuta dopo la chiusura di borsa di giovedì 13, determinò una flessione dei titoli nel dopo borsa del giovedì e nelle prime ore della seduta di venerdì.
Il turbamento fu originato non dalla disposizione in se stessa, ma - come dimostrerò - da arbitrarie interpretazioni, non condivise peraltro dalla generalità degli operatori, le quali vollero vedere nella disposizione stessa l'indice di un indirizzo generale governativo interventista in borsa, o, come taluno riteneva, un accertamento di dati utili per la istituenda imposta sul patrimonio.
Che si trattasse di un'impulsiva ed inconsistente interpretazione lo dimostra il fatto che il ribasso fu di limitata importanza e durò poche ore.
Le quotazioni di chiusura di venerdì segnano già una ripresa e quelle del successivo sabato riguadagnano per intero le quotazioni precedenti la pubblicazione del telegramma. La borsa continuò anzi nel rialzo nei giorni successivi e ciò nonostante che le disposizioni - contrariamente a quanto si è falsamente affermato - non siano mai state revocate e siano tuttora in vigore.
Le disposizioni non erano dunque di tal natura da provocare un rimarchevole movimento di ribasso. Vediamo ora, sulla base d'inoppugnabili dati statistici, se l'hanno provocato di fatto.
Il numero indice dei corso delle azioni pubblicato sul giornale Il Sole a cura della giunta tecnica della Edison passa da punti 1.298 del giorno 13 a punti 1.252 del giorno 14 con una diminuzione percentuale del 3,6. Siffatta diminuzione rientra nei limiti della normalità, come è facile rilevare dagli stessi numeri indici, pubblicati da Il Sole, che per i mesi di dicembre e gennaio segnano varie altre volte ribassi della stessa importanza e cioè: il 13 dicembre 3,6; il 27 dicembre 3,5; il 31 dicembre 3,3; il 7 gennaio 3,1; l'8 gennaio 3,4; il 13 gennaio 3,5; il 14 gennaio 3,8.
Si faccia attenzione alle date e si noti che: nei giorni 12 e 13 dicembre e nei giorni 13 e 14 gennaio si è avuto un ribasso assai più sensibile di quello registrato il 13 e 14 febbraio, dopo cioè la pubblicazione della disposizione in questione, e questo perché una flessione dei corsi delle azioni a metà del mese si verifica sempre, per ragioni ben note ai tecnici, nei periodi in cui il mercato è orientato al rialzo.
Si è poi parlato di ingenti volumi di titoli trattati: anche su questo punto valgano le cifre a smentire fantasiose affermazioni. Basta esaminare i listini di borsa per accertare che il movimento è normale e che anzi nei giorni 14 e 15 le trattazioni hanno avuto una portata inferiore a quella dei giorni precedenti.
Posso concludere così, sulla base di elementi oggettivi, che le disposizioni non potevano di per se stesse essere causa di turbativa del mercato e che di fatto non lo sono state.
Oltre i commenti di giornali finanziari e gli articoli di esperti di riconosciuta competenza, ciò è stato esplicitamente riconosciuto dalle organizzazioni rappresentative delle banche e degli agenti di cambio.
L'Associazione bancaria italiana, a firma del suo presidente, Stefano Siglienti, dichiara tra l'altro che il provvedimento può ritenersi in sé di limitata portata sotto il profilo tecnico e pertanto non poteva dar luogo a preoccupazioni per i singoli contraenti, ma esso "è stato interpretato come un indice di ulteriori interventi governativi nei mercati finanziari; si è cioè avuta la sensazione che esso non fosse che il primo atto di una politica intesa ad imbrigliare l'attività borsistica".
L'Associazione italiana agenti di cambio, a firma del suo presidente, dichiara che "dopo gli opportuni chiarimenti ed i dati forniti dai singoli comitati direttivi delle borse valori italiane, ritiene di poter affermare che le note disposizioni diramate dalla direzione generale del tesoro non avrebbero dovuto, di per se stesse, determinare un serio turbamento del mercato, e che soltanto arbitrarie interpretazioni potevano far ritenere che esse fossero l'inizio di successivi provvedimenti. Comunque nei giorni di giovedì 13 e venerdì 14 corrente l'andamento del mercato ufficiale fu regolare, mentre le flessioni di prezzi si verificarono soltanto nel breve periodo del dopo borsa di giovedì 13 e nella prima parte della riunione ufficiale di venerdì 14. Ciò esclude anche, per i normali quantitativi di titoli trattati, la possibilità che si siano sviluppate rilevanti operazioni speculative".
È dimostrato, quindi: 1°) che il ministro non ha conosciuto preventivamente le disposizioni emanate dalla direzione del tesoro; e poteva non conoscerle in quanto si trattava di competenza della divisione del tesoro; 2°) che le disposizioni non erano, per la loro portata, tali da creare un rovesciamento dell'andamento del mercato; 3°) che questo rovesciamento non c'è stato. La flessione verificatasi è stata di breve durata, di modesta ampiezza e contenuta entro limiti minori di altre, verificatesi nei mesi di dicembre e di gennaio, e il mercato ha subito ripreso la sua tendenza al rialzo nonostante che le disposizioni siano state mantenute.
Egregi colleghi, ho voluto diffondermi in dettaglio su questo argomento, non perché le prove già addotte durante la passata polemica non bastino a pienamente chiarire la posizione del ministro Campilli, ma perché non si poteva tollerare che nemmeno la più piccola ombra cadesse sul ministro del tesoro, il quale, anche nella missione recente, ha ottenuto un personale successo ch'egli dovrà utilizzare in prossimi negoziati (Applausi al centro) e che all'interno è chiamato a promuovere, nel Consiglio dei ministri e innanzi a questa Assemblea, dei provvedimenti finanziari straordinari che non potrebbero essere portati a fondo senza il concorso di una generale fiducia.
Ed ora qualche parola di politica estera, della quale la trattazione fu scarsa da parte dell'Assemblea.
Ringrazio l'onorevole Saragat per il suo amichevole atteggiamento in armonia coll'opera preziosa che egli volle concedermi durante l'elaborazione del trattato. Una tale cooperazione in difesa degli interessi del paese ci lascia nell'animo dei vincoli di cameratismo che non vengono annullati dai dissensi politici. Lo si sentì anche nei discorsi degli onorevoli Corbino e Nenni.
Mi è dispiaciuto solo che l'ex Presidente dell'Assemblea abbia potuto ritenere, a proposito della firma, ch'io volessi trascurare i diritti dell'Assemblea stessa. Essa avrebbe potuto, egli dice, inviare almeno un appello agli altri parlamenti.
Non so se egli abbia saputo che una analoga proposta ho fatto io stesso nella riunione dei capi gruppo, ma che non fu considerata come fattibile senza ingaggiare ad un tempo una discussione dell'Assemblea che l'avrebbe impegnata sul merito del trattato.
Devo ripetere qui nel modo più formale, anche in confronto di altri che hanno sollevato tale dubbio, che la firma è stata data solo con riserva della ratifica dell'Assemblea e ciò risulta già dallo stesso testo delle credenziali dell'ambasciatore Di Soragna. Ma, poiché i giuristi di qualche Potenza volevano far valere una interpretazione contraria, cioè che l'Assemblea fosse già vincolata con la firma, fu presentata, prima della firma stessa, una dichiarazione possibilmente ancora più esplicita la quale avvertiva che il plenipotenziario italiano era autorizzato ad apporre la sua firma, subordinandola però, come la legge prevede, alla decisione sovrana dell'Assemblea. E di tale dichiarazione il segretario generale a Parigi prese atto prima della cerimonia e dopo aver, come pensiamo, consultato le cancellerie competenti.
Lupi Di Soragna aveva l'ordine di rifiutare la firma, qualora non fosse ben chiaro che essa sarebbe condizionata all'approvazione di questi Assemblea.
Siamo ancora in tempo, dunque, di fare l'appello che è formulato in un ordine del giorno che il Governo, naturalmente, per quanto gli spetta, non può che approvare. Del mio viaggio in America ho inserito nella mia relazione solo alcuni rapidi cenni.
Ne avrei potuto menar vanto, perché, senza dubbio esso fu un successo politico che portò anche alcuni notevoli vantaggi economici, ed altri ne assicurò per l'immediato avvenire. Ma gli avvenimenti incalzavano e, potendosi prevedere una discussione circa il nostro atteggiamento di fronte alla pace, ho voluto evitare che si potesse parlare del viaggio in tale connessione. Ma, poiché l'onorevole Valiani mi ha rimproverato di non aver risposto al brindisi di Byrnes, che i giornali del resto non riferirono esattamente, devo ricordargli che ho evitato di obiettare immediatamente al primo segretario di Stato americano, di cui ero ospite, ma gli dissi subito che gli avrei risposto pubblicamente a Cleveland. E lo feci con maggiore solennità, in quel discorso che fu trasmesso per radio in tutta l'America, quando, citando il messaggio di un presidente americano, rilevai che un popolo perde l'onore se aderisce in spirito ad un trattato che non può considerate giusto.
Anzi, a Washington stessa, il giorno seguente a quello del banchetto, nella conferenza stampa all'ambasciata, smentii recisamente d'aver discussa e contrattata la firma verso concessioni economiche.
Di questa pubblica dichiarazione m'ero dimenticato io stesso; ci pensò un'agenzia fotografica a provarlo, cogliendomi col suo obiettivo nel momento, come l'agenzia stessa attesta, che facevo ai giornalisti la dichiarazione in argomento.
Onorevoli colleghi, l'onorevole Togliatti ha citato il presidente del Congresso americano Martin; ciò risveglia in me un ricordo personale.
Quando entrai nell'aula del Congresso americano nella quale erano radunati i rappresentanti ed i senatori, mi colpì il fatto che nella tribuna della presidenza sedevano, l'uno accosto all'altro, i due presidenti, Martin per i rappresentanti e Vandenberg per i senatori. Quando il presidente democratico della Repubblica fece il suo ingresso, si alzarono democratici e repubblicani applaudendo; quando entrò il Gabinetto democratico si levarono in piedi, fra applausi, tanto i democratici che i repubblicani. Questo senso della continuità e della permanenza dell'istituzione al di sopra del mutare dei governi e del prevalere dei partiti, è lo spirito veramente repubblicano, uno spirito cioè universale di tutta la comunità che non conosce parti, ma dà vita all'unità della nazione. (Vivi applausi al centro e a destra).
Esiste un partito di maggioranza che tiene temporaneamente l'amministrazione, ma non esiste uno Stato-partito: ciò avviene perché la comunità non è assorbita e ristretta dal Governo centrale, ma nel decentramento vi ha come una ossatura che protegge i nervi vitali dalla soffocazione e permette il fiorire delle libertà locali e delle libertà associative.
Nell'Ohio i nostri emigrati, che hanno fatto carriera e sono entrati nei governi dei comuni o dello Stato, mi dicevano di non saper più capire i violenti conflitti personali che inquinano la vita politica europea. "Qui ci si batte, anche con mezzi spettacolari, durante la campagna elettorale: ma cessata la campagna, torniamo al tavolo comune e la discussione assume veramente un carattere impersonalistico". (Commenti).
Onorevoli colleghi, voi voterete secondo coscienza; ma, comunque voterete, spero che la mia presenza qui per la terza volta non attribuirete ad altra ragione che al senso di responsabilità che a me, socio fondatore, per dir così, di questa Repubblica, ha imposto di non disertare, nel momento storico in cui l'Assemblea è chiamata a darle un regime solido, libero e giusto. (Vivissimi applausi).
Il tempo corre ed i problemi incalzano: ma il primo problema rimane quello di dare alla Repubblica una base solida nei suoi istituti rappresentativi, i quali, superando partiti ed interessi, costituiscano l'espressione politica definitiva della nostra millenaria civiltà.
Seguirà il compito, altrettanto innovatore, di creare una burocrazia imparziale che obbedisca solo alla legge; una magistratura leale, ma indipendente; forze armate fedeli al giuramento ed al culto delle virtù militari; università degne e libere custodi delle nostre tradizioni scientifiche; sindacati che esprimano liberamente, ma disciplinatamente, le aspirazioni e gli impulsi delle forze del lavoro.
Quanto più libero è lo spirito che si respirerà in queste istituzioni autonome, tanto più largo sarà il settore della nostra comunanza, tanto più sicura quella parte di vitalità comune che si svolge al di fuori della lotta quotidiana ed ha carattere superiore e permanente, perché sugge dal terreno della nostra civiltà ed è perciò stesso la res pubblica che svolge la sua vita sopra di noi e la continua dopo di noi. (Vivissimi applausi).
È negli organi del lavoro, onorevoli colleghi, sotto questi presidi istituzionali di libertà e di solidarietà, che il popolo italiano, nei comuni, nelle regioni, nelle Camere potrà attuare senza scosse eversive o lotte cruente quella riforma economica che è reclamata dalla giustizia sociale. (Vivissimi, prolungati, reiterati applausi).

On. Alcide De Gasperi
Assemblea Costituente
Roma, 25 febbraio 1947

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di martedì 25 febbraio 1947 dell'Assemblea Costituente)


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