LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA RATIFICA DEL TRATTATO DI PACE: REPLICA DI ALCIDE DE GASPERI ALL'ASSEMBLEA COSTITUENTE
(Roma, 31 luglio 1947)

Il Trattato di pace fu firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. Il disegno di legge per la ratifica del Trattato fu presentato dal Governo il 27 giugno 1947. Il Presidente del Consiglio De Gasperi, il 23 luglio 1947, intende inserire nell'ordine del giorno dei lavori dell'Assemblea per il giorno successivo anche la discussione sul suddetto disegno di legge. Questa volontà è contrastata dall'on. Vittorio Emanuele Orlando, molto critico anche verso lo stesso Trattato firmato.
De Gasperi interviene il 23 luglio 1947 a sostegno della sua tesi. Il dibattito parlamentare sulla ratifica del Trattato di pace inizia il 24 luglio e si conclude il 31 luglio 1947. Il documento seguente è il testo della replica di De Gasperi.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. (Segni di attenzione). Onorevoli colleghi, tenterò di riassumere il significato di questo dibattito; ma soprattutto richiamerò l'attenzione vostra sul senso vero del voto che l'Assemblea è chiamata a dare.
Permettete che vi rilegga la dichiarazione che ho fatta all'Assemblea, quando comunicai che il Governo aveva deciso di firmare il trattato:
"Potrà la firma avere carattere consensuale?
"Gli Alleati non ci faranno il torto di credere che la nostra resistenza al trattato sia stata una meschina ed ipocrita manovra. Dalla più profonda intimità del mio spirito ho espresso io stesso nelle solenni conferenze internazionali, in forma pacata ma ferma, la nostra convinzione di uomini liberi e democratici; il modo con cui fu combinato questo trattato e i termini nei quali fu imposto non ne fanno uno strumento atto a realizzare un nuovo assetto internazionale del mondo.
"A noi non è stata concessa nessuna partecipazione né alla negoziazione, né alle deliberazioni; del trattato non abbiamo, quindi, né davanti alla nostra nazione, né innanzi al mondo internazionale, corresponsabilità veruna.
"La nostra firma non può mutare la realtà, come si è svolta e quale fu denunziata in ogni fase della Conferenza.
"Essa non può cancellare il fatto che, nonostante la Carta Atlantica e la stessa recente Costituzione francese, il trattato dispone dei popoli senza consultarli, né può eliminare il fatto, purtroppo incontrovertibile, che la nostra economia da sola, nonostante ogni buon volere, non può portate il peso di cui il trattato la grava. "Mancheremmo alla lealtà, se intendessimo avallare con la nostra firma l'immeritata umiliazione imposta alla flotta - nonostante la sua efficace e riconosciuta partecipazione alla guerra accanto agli Alleati - l'insufficiente considerazione del nostro contributo alla lotta per la liberazione, e se lasciassimo credere che ci acquieteremo alla totale eliminazione delle colonie e alla rinuncia a qualsiasi rivendicazione nei confronti della Germania.
"Non rifiutare la firma richiesta vuol dire, dunque, che il Governo italiano non intende pregiudizialmente fare atto di resistenza contro l'esecuzione del trattato, nell'eventualità che esso, perfezionato dal consesso dei parlamenti, in forza delle prevedute ratifiche, entrasse in vigore; significa che l'Italia vuole dare prova di buona volontà e di ogni possibile sforzo ragionevole per liquidare la guerra; vuol dire che l'Italia, nonostante il contenuto del trattato, non dispera, non vuole disperare del suo avvenire e dell'avvenire dei mondo".
Queste le dichiarazioni, che abbiamo qui pronunciate all'atto della firma. Queste le dichiarazioni, che bisogna premettere ad ogni conclusione del nostro dibattito. Il significato del voto, dunque, per quanto riguarda le clausole, è questo: il voto non può implicare una adesione intrinseca, ma solo un impegno ad eseguire lealmente. È in fondo, considerate bene, anche la formula di Benedetto Croce. Quando Benedetto Croce dice: non possiamo approvare questo documento; quando aggiunge: il Governo italiano non si opporrà all'esecuzione del dettato e se sarà necessario con i suoi decreti e con qualche singolo provvedimento legislativo lo perfezionerà, ma questo non importa approvazione; quando afferma: non si può costringere il popolo italiano a dichiarare che è bella una cosa che esso sente come brutta; che cosa fa se non ripetere con altre parole, forse più indovinate, il senso ed il significato che io stesso qui attribuivo alla nostra firma?
Non dimenticate, amici miei - e già l'onorevole Sforza l'ha accennato nel suo discorso - che cosa è il trattato.
Il relatore alla Camera francese, Gorse, disse chiaro: "Più che di fare la pace dei vincitori con l'Italia, si trattò di fare la pace fra i vincitori".
Ed il relatore al Senato americano Vandenberg, che, come sapete, partecipò a tutti i negoziati e alla compilazione del trattato, dichiarò: "Vi sono molte obiezioni contro le clausole del trattato, ma è quanto di meglio si è potuto negoziare nelle presenti circostanze. E una volta consumato il trattato (mi piace quella parola "consumato") il Governo italiano potrà lavorare per la revisione delle clausole criticabili".
Nella relazione al Senato americano è detto: "Se molte delle clausole del trattato sembrano eccessivamente dure per l'Italia, il trattato stesso costituisce un punto di incontro (il che vuol dire un compromesso) fra quei paesi che in passato hanno sofferto l'aggressione fascista e gli altri, fra cui gli Stati Uniti, i quali ritengono che il contributo dato dalla nuova Italia alla sconfitta della Germania debba avere il suo peso nel controbilanciare le richieste più gravi".
Eccovi nei documenti ufficiali fissato il significato vero del compromesso internazionale. Quando il presidente degli Stati Uniti dice: "Alcuni termini del trattato non sono in pieno accordo con i nostri desideri, ma il ristabilimento della pace fornisce le basi per la costruzione di una Italia forte, libera e democratica, e quando l'Italia sarà entrata nell'O.N.U., sarà possibile apportare al trattato quelle modifiche, che potranno essere necessarie in base all'esperienza futura", egli conferma questo concetto di compromesso, dinanzi al quale non si precludono le speranze dell'avvenire.
Noi siamo stati durante tutta questa discussione perplessi: abbiamo avuto delle esitazioni ed abbiamo dovuto pesare il pro ed il contro nelle nostre coscienze, ma non noi soli. Uomini imparziali, che hanno assistito alla elaborazione del trattato ed hanno avuto parte nelle negoziazioni del trattato stesso, hanno avuta la medesima impressione. Vi cito Spaak che nell'ottobre del 1946 diceva: "Confesso che parecchie volte ho votato contro la mia coscienza. Dovetti ogni volta affrontare il dilemma, che mi si sarebbe dovuto risparmiare o respingere una soluzione che avevano accettata i Quattro, e che non erano disposti a modificare colla prospettiva di demolire un edificio di cui i costruttori proclamavano la fragilità, o dar torto ad uomini che, secondo la mia coscienza, avevano ragione".
Questa relatività del compromesso internazionale, questa costrizione in cui le coscienze stesse sono state forzate per arrivare ad una conclusione ed evitare il peggio, è la caratteristica fondamentale di questo trattato e questa caratteristica si impone anche alla nostra considerazione.
Il Governo russo, in seguito alla nostra campagna per la revisione, iniziata dal ministro Nenni e proseguita dal ministro Sforza dopo la nota del lo febbraio, accentuò - e lo ha detto stamattina il ministro stesso - la definitività del trattato, respingendo la valutazione italiana, che esso fosse iniquo. Anche il Governo russo, come l'inglese, ammise che modificazioni sarebbero potute intervenire circa le clausole, che stabilissero diritti particolari a favore di una sola o di più Potenze, ma che - leggo il telegramma di Mosca del 19 febbraio - "le disposizioni del trattato potevano essere modificate solo dietro accordo di tutti gli altri interessati". Ecco di nuovo il carattere di ferreo compromesso.
Dunque, ad un anno di distanza - ricordo la Conferenza di Parigi dei Quattro ove parlai il 10 agosto - la nostra posizione internazionale è ancora quella del Lussemburgo.
Ora permettetemi, onorevoli colleghi, di richiamare la vostra attenzione sulla strana relatività dei casi e delle fortune di questa nostra evoluzione. Quando parlai a Parigi, feci fra l'altro la proposta di un modesto rinvio di un anno per la questione adriatica. Non rinvio del trattato, come fu poi falsamente inteso, ma rinvio delle formule che riguardavano la questione adriatica, come si erano rinviate quelle sulla questione delle colonie, dicendo: "Il trattato entra in vigore e l'Italia lo approverà; ma lasciamo libera ancora alla elaborazione ed alla discussione, soprattutto fra italiani e slavi, la questione adriatica". Si alzò allora Molotov per farmi questa accusa: "Evidentemente c'è chi spera che, se non adesso, sarà prima o poi possibile annullare la decisione di compromesso raggiunto dal Consiglio dei ministri degli esteri riguardo a Trieste. Se ne può concludere che taluno, rilevando le divergenze manifestatesi alla Conferenza di Parigi, progetta di sfruttare tali divergenze per scopi egoistici".
Alle dichiarazioni di Molotov fecero eco altre dichiarazioni sulla stampa italiana, sulle quali voglio sorvolare, per non accendere troppo la polemica. Ma debbo pur rilevare, che io mai avrei potuto immaginare che da quella parte (Indica la sinistra) potesse essere sostenuto un rinvio, che un anno fa veniva interpretato come un tentativo di mettere discordia fra le grandi Potenze. (Applausi al centro - Commenti e interruzioni a sinistra).
Mi si rimproverava allora di non insistere abbastanza, perché "tutti i problemi legati alla pace, allo sgombero del nostro territorio ed alla nostra ammissione all'O.N.U., venissero risolti al più presto".
De Gasperi - si scriveva - ha chiesto invece che la questione di Trieste venisse rinviata. E l'uomo più autorevole di quel settore, in una intervista del 20 agosto a l'Unità diceva: "Ritengo la proposta di rinvio sbagliata, e non solo per il motivo accennato da De Gasperi stesso, che ogni rinvio significa prolungamento dell'occupazione straniera, del suo schiacciante carico finanziario, e così via. L'essenziale è che se ci stanno a cuore le sorti del nostro paese e vogliamo lavorare sul serio a migliorarne la posizione internazionale, dobbiamo mettere fine al più presto alla situazione in cui l'Italia è diventata lo zimbello dei gruppi reazionari che speculano sui suoi problemi e sulle sue miserie per gli scopi della loro politica imperialistica e per seminare discordia fra gli italiani, come se si trattasse di popoli coloniali dell'India o dell'Africa. (Commenti a sinistra). Un rinvio prolunga questa situazione in modo pericoloso e la porta verso la putrefazione. (Commenti). A meno che non si voglia speculare noi stessi su una probabilità di guerra. Ma questo sarebbe assurdo e criminale ed in contrasto con ogni sana concezione della funzione dell'Italia nel mondo".
Amici miei, perché cito queste parole? Forse perché non ammetto che nella vita politica, mutando le circostanze si possano mutare opinioni? Mi aspettavo però di tutto da quella parte, fuorché si sostenesse il rinvio dopo che nei momenti più solenni dei nostri rapporti internazionali si era preso tale atteggiamento.
Ci sono delle manchettes che certe volte bisognerebbe fotografare.
Diceva l'Unità del 15 agosto: "Ogni rinvio della conclusione del nostro trattato di pace è una minaccia per la nostra indipendenza. Una politica estera deve difendere innanzi tutto l'Italia da questa minaccia".
Ed è quello che noi stiamo facendo.
Allora Pacciardi, in un articolo del 18 agosto, prese un altro atteggiamento corrispondente al nobile e disinteressato discorso che egli ha qui ripetuto e del quale io, come italiano, e non come Presidente del Consiglio (perché nessun impegno c'è fra lui e me, nessun contratto né da una parte né dall'altra, nessuna speculazione politica), onestamente lo ringrazio. (Applausi).
Devo dire che anche Nenni (mi si permetta che io ora dica bene di lui, in contrapposto al molto male che dovrò dire poi), anche l'amico Nenni in una intervista allora diceva: "Comunque sia, quanto avviene alla Conferenza di Parigi mi conferma l'impressione che riportai dal mio recente viaggio (vi ricorderete che egli fece un viaggio nei paesi nordici) e cioè che il trattato è il risultato di un compromesso raggiunto in condizioni talmente difficili che nessuno dei Quattro osa rimetterlo in discussione. Questo, naturalmente, nulla toglie al dolore della protesta elevata con tanta dignità dal Presidente del Consiglio, che riceverà dalla storia, anche la più immediata, la sua consacrazione, poiché a Parigi nessuno può illudersi, ritengo, di costruire per l'eternità. Non sarà ancora asciugato l'inchiostro col quale saranno stati redatti i trattati, che già si sarà iniziata la fase della revisione".
Come potevo pensare, amico Nenni, che in questo momento avreste votato per il rinvio?

NENNI. E come potevo pensare io che l'Unione Sovietica non avrebbe ancora ratificato?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. E come potevo pensare che anche da parte degli amici di Togliatti si subisca la tentazione di votare per il rinvio, quando, non più tardi del 7 giugno, in un articolo di critica all'azione e all'opera dell'ambasciatore Tarchiani in America si concludeva: "Per gli Stati Uniti, così come per l'Inghilterra, che lo ha già ratificato, così come per la Francia e per l'Unione Sovietica che si accingono a farlo, la ratifica del trattato con l'Italia significa un impegno preso e che sarà mantenuto: ma significa anche, per noi, la possibilità dell'ingresso dell'Italia nelle Nazioni Unite, la fine del regime armistiziale e dell'occupazione straniera, la nuova vita del nostro paese su un piede di stabilità e di eguaglianza internazionale. Entro questi limiti la ratifica del trattato (ingiusto ed eccessivo, ma inevitabile) è ormai un fatto scontato, e rappresenta un doloroso capitolo definitivamente chiuso: deve essere posto perciò su un piano superiore alle meschinità". (Approvazioni al centro).
Io vi domando soltanto una cosa: per quanto accorto io possa essere, come prevedere che la campagna contro il trattato sarebbe venuta da quella parte, dopo tutti questi precedenti?
Egregi colleghi, parlo con la benevola e amichevole intenzione di dimostrarvi che voi, votando contro il rinvio, non fareste logicamente che attenervi alla linea di condotta precedentemente presa.
Ed ora parliamo della formula della ratifica o meglio del trattato. Mi si dice: hai cambiato atteggiamento anche tu. Se fosse vero, non avrei nessuna esitazione a confessarlo. Finché si è in guerra e in battaglia si usano tutti i mezzi, e se a un certo momento può giovare il dire che qui si troverà una resistenza disperata, anche se si sa poi di non poterla fare, lo si dice e lo si fa per vedere, se questo giovi a demolire certe obiezioni e certe ragioni. (Approvazioni al centro).
Io richiamo l'attenzione dell'Assemblea su questa questione che è molto seria; parlo a nome di un Governo italiano costretto a proporre deliberazioni sul trattato. Siamo in un momento che veramente supera le nostre forze e le questioni di Governo o di settore. È una questione italiana, storica, ed io voglio richiamare la vostra attenzione sulla formula che ho usato a Parigi evitando le parole "accettare o non accettare, firmare o non firmare" perché non c'era soltanto questa alternativa, ma c'è anche l'altra di dover firmare o subire. Ed allora ho scelto la parola, che storicamente vale di più: "corresponsabilità".
Rileggo le parole che ho detto a Parigi:
"Per mesi e mesi ho inteso la necessità di potervi esprimere, in una sintesi generale, il pensiero d'Italia, ed oggi ancora, comparendo qui nella veste di ex nemico - veste che non fu mai quella del popolo italiano dinanzi a voi affaticati dal lungo travaglio, ho fatto uno sforzo per contenere il sentimento e dominare la parola, onde sia palese che siamo lungi dal volere intralciare, mentre intendiamo favorire la vostra opera, in quanto essa contribuisca ad un assetto più giusto del mondo. "Chi si fa interprete oggi del popolo italiano è combattuto da doveri contrastanti: da una parte abbiamo l'ansia, il dolore angoscioso, la preoccupazione per le conseguenze che derivano dal trattato, dall'altra bisogna riaffermare la fede della nuova democrazia italiana nel superamento della crisi della guerra e nel rinnovamento del mondo operato con validi strumenti di pace.
"Tale fede è pure la mia ed io sono venuto a proclamarla qui al vostro cospetto; e sono venuti a proclamarla qui, con me, due autorevoli colleghi: l'uno, già Presidente del Consiglio prima che il fascismo stroncasse l'evoluzione democratica dell'altro dopoguerra; l'altro, Presidente dell'Assemblea Costituente della Repubblica italiana, entrambi degni interpreti di questa Assemblea, cui spetterà di decidere se sia il trattato tale da autorizzarla ad assumerne la corresponsabilità, senza correre il rischio di compromettere la libertà e lo sviluppo democratico del popolo italiano".
Noi oggi dichiariamo - e già da tutte le manifestazioni dei diversi settori dell'Assemblea risulta questa concordia - che non possiamo assumere la corresponsabilità del trattato, in quanto esso contiene soluzioni ingiuste ed inaccettabili dall'Italia. Tuttavia nulla faremo per ostacolare l'attuazione dell'accordo raggiunto tra i vincitori e, qualora tale accordo fosse mantenuto, daremo la nostra ratifica e coopereremo lealmente alla applicazione del trattato con tutte le nostre possibilità.
Dunque il trattato non è che un compromesso fra i Quattro che noi applicheremo per amor di pace. Ma esso è anche un edificio composito dal quale nessun contraente può immaginare di ricavare semplicemente quel tanto che può essergli utile e, in particolare, riferendomi ad un'obiezione sollevata dall'onorevole Valiani, il Governo dichiara - l'onorevole Sforza lo ha già detto stamattina - di considerare le clausole territoriali del trattato che riguardano la Venezia Giulia un tutto inscindibile, per cui - non è male che lo ripetiamo - mancando, ad esempio la ratifica jugoslava tutte le clausole di ordine territoriale sono perente, compresa quella relativa al territorio libero della città di Trieste.
Questo è il significato dell'autorizzazione, che noi chiediamo alla Costituente; e noi siamo contrari a rinvii e a sospensioni, perché un simile atteggiamento ci attirerebbe il sospetto di non essere leali e di voler mercanteggiare con uno dei Quattro, o con due dei Quattro e accrescerebbe il turbamento in quest'ora così fluida, che noi speriamo venga fra poco superata.
Il nostro voto significa fede nella pace, il nostro voto significa fede nell'opera ricostruttiva della cooperazione internazionale, significa orrore contro ogni voce, ogni possibilità di guerra: l'Italia, una volta rientrata nei consessi internazionali, non parlerà solo per patrocinare la causa sua, ma parlerà anche in pro di tutte le nazioni che si inspirano al diritto, di tutte le nazioni che hanno fede nella libertà e ripudiano il ricorso alla forza per la risoluzione dei problemi di politica internazionale. (Applausi al centro).
L'onorevole Togliatti mi ha accusato di politica unilaterale, anzi di politica di partito nelle questioni che riguardano i nostri rapporti con l'estero. Io dubito che mai vi sia stato un Governo, cosiddetto di colore, il quale, nella collaborazione e nei suoi organi di politica estera, sia stato così largo come è stato il nostro; infatti non vi sono oggi, fra tutti gli ambasciatori, e i capi missione, se non due soli che appartengono al gruppo della democrazia cristiana. Tutti gli altri appartengono a partiti di sinistra o di centro (Rumori a sinistra), indipendentemente se questi siano dentro o fuori il Governo. (Rumori a sinistra). E reclamo per me questa larghezza di spirito, perché quando si tratta di interessi pubblici non si può guardare semplicemente a provenienze di partito! (Applausi al centro).
E non parlo solo degli ambasciatori. Parliamo anche delle missioni particolari: della missione in Jugoslavia della missione in America, della missione per la Cecoslovacchia e di quella per l'Argentina. In queste missioni le persone direttive non appartengono né al mio indirizzo né al partito liberale. Abbiamo scelto le persone migliori, le abbiamo pregate di collaborare con noi, ci hanno dato la loro collaborazione e ne siamo loro grati e riconoscenti, perché intendiamo così collaborare, all'infuori delle contese di partito, per la grandezza d'Italia e per fare uscire il popolo dalle immense difficoltà in cui si dibatte! (Applausi al centro).
Voi non avete fiducia in me (Commenti), perché dite che io sono l'uomo dell'America, l'uomo della destra, l'uomo del capitale e dei dollari. Per i dollari vi confesso che ho un certo debole! (Si ride). Infatti penso tutti i giorni: potessi avere un po' di dollari per comprare il pane e per acquistate il carbone per le nostre industrie! (Applausi al centro).
Però l'amico Nenni mi ha reso un grande servigio, come spesso egli fa. (Si ride). Quando ha lasciato il Governo ha scritto un articolo in cui ha fissato ben chiaro le ragioni della sua dipartita. Così questa non si può attribuire ad un urto di politica estera fra me e lui, come si è voluto insinuare, ma a ragioni, direi, di carattere interno di gruppo. "Aggiungerò - egli ha scritto sull'Avanti! - che ad attenuare l'inquietudine legittima che ha sollevato la nostra rinuncia ad una delle posizioni chiave del Governo, ha molto influito la personalità dell'uomo chiamato a dirigere la politica estera della Repubblica. Il conte Sforza, per i servigi eminenti che ha resi alla democrazia europea durante il suo volontario esilio, per le sue vaste relazioni internazionali, per l'esperienza che tutti gli riconoscono, è quant'altri mai in grado di rappresentare e di far valere nel mondo le esigenze di giustizia, di indipendenza, di autonomia della nazione italiana. Non c'è da temere che egli compia l'errore di prendere sul serio i politici da strapazzo e gli strateghi da caffè, per i quali, oltre l'Adriatico ed oltre la linea Trieste-Stettino si stenderebbe un immenso territorio nemico, nei cui confronti la nostra funzione sarebbe di costituirci in avanguardia della cosiddetta civiltà cristiana o, per parlare più chiaramente e realisticamente, costituirci mercenari del capitalismo occidentale".
Se non vi fidate di me, fidatevi del conte Sforza, presentatovi con tali credenziali. (Applausi al centro).
L'amico Nenni, nominato ministro degli esteri, forse anche perché poteva scrivere di meno, era divenuto una persona molto saggia. (Si ride). Egli aveva fatto molta esperienza e, alla fine delle sue esperienze, pronunciava nel discorso di Canzo le seguenti parole, che cito perché, quando si ascolta l'onorevole Togliatti sembra che tutte le colpe siano nostre e che quando si tratta di rapporti col mondo slavo tutte le colpe siano dell'Italia; possibile che non ce ne sia qualcuna anche dall'altra parte? Diceva dunque Nenni, forte delle sue esperienze: "È mancato in questo campo come in quello della delimitazione della frontiera la collaborazione italo-jugoslava. Noi non possiamo che deplorarlo ed augurarci che non sia più così nell'avvenire, ma lo deplorerà anche Belgrado che in questo campo si è lasciata guidare da propositi di intransigenza incompatibili cogli interessi dei nostri due popoli".
Ebbene, questo è il punto di vista che, almeno quando si vuol giudicare il proprio Governo o i propri mandatari, bisogna tener presente. Perché si fa quello che si può. Ma attribuire a noi tutte le colpe sarebbe ripetere l'errore di un discorso di ieri, che ha cominciato con l'attribuire il trattato soprattutto alla responsabilità di tre anni di politica estera, quasi il trattato non fosse una conseguenza diretta del ventennio fascista. (Applausi al centro).

ORLANDO. Non ho detto questo!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. E allora faccio ammenda. Ma siccome si tratta ora di responsabilità del Governo italiano e in modo particolare dell'onorevole Bonomi, io mi rimetto a quello che egli crederà di dichiarare.
Ma l'onorevole Togliatti ha fatto un'altra accusa a prova della mia unilateralità: "Volete scommettere - dice - che l'onorevole De Gasperi non conosce nemmeno il testo esatto dell'intervista tra me e Tito nell'occasione del mio viaggio a Belgrado?". Ed io dico: no, il testo preciso non lo conosco; ma avevo un ministro degli esteri, che si chiamava Nenni e che era in migliori rapporti di me con Togliatti; egli ha avuto comunicazioni da lui e queste comunicazioni sono state riferite anche in seno al Consiglio dei ministri. Si seppe quindi cosa fu detto nei colloqui e il Consiglio dei ministri prese l'atteggiamento fissato nel noto ordine del giorno in cui è detto: "Il Consiglio dei ministri è stato informato di un colloquio avuto dal ministro degli esteri in mattinata con l'onorevole Togliatti di ritorno da Belgrado, dove a titolo strettamente privato, egli ha esaminato con il maresciallo Tito le questioni della pace tra l'Italia e la Jugoslavia, attualmente all'ordine del giorno davanti alla Conferenza dei Quattro a New York. Il Governo ravvisa nella rinuncia jugoslava alla rivendicazione su Trieste, nell'annuncio dell'imminente rimpatrio dei prigionieri italiani dalla Jugoslavia, nel proposito di negoziare un trattato di commercio tra i due paesi, degli elementi nuovi che facilitano la possibilità di negoziati diretti nel quadro delle trattative generali per la conclusione della pace. Esso però non può prendere in considerazione la cessione alla Jugoslavia di Gorizia, parte integrante del territorio italiano, come tale dai Quattro unanimemente riconosciuta all'Italia, e richiamandosi alla sua ultima nota ai Quattro riafferma il principio che la frontiera debba essere tracciata seguendo la linea etnica e ricorrendo al plebiscito quando la applicazione di essa sollevi contestazioni".
Questa fu la decisione del Consiglio dei ministri, formulata con molta abilità da Nenni e con minore abilità da me.
Ora voglio completare quello cui l'onorevole Nenni ha già accennato. Non è vero che la cosa sia stata messa a dormire.
Nenni, d'accordo con me, a mezzo degli ambasciatori che stavano a New York per la formulazione definitiva del trattato dinanzi ai Quattro ha cercato di arrivare al sodo di questa intervista, di arrivare a vedere, all'infuori delle confidenze che erano state personali fra il maresciallo Tiro e Togliatti, quale posizione ufficiale venisse assunta da parte degli slavi. Ed una lunga serie di telegrammi del ministro e di risposte dei nostri rappresentanti, riferiscono sui colloqui intervenuti con l'ambasciatore Simi? e con il delegato Bebler e mettono in risalto quello che si può considerare il succo ufficiale di queste trattative.
Nell'ultimo colloquio, senza essere arrivati a nessuna conclusione precisa, si diceva che si sarebbe visto volentieri l'invio a Belgrado di una missione italiana, la quale, benché di carattere soprattutto economico, servisse a creare quella atmosfera di avvicinamento, che potesse poi portare a qualche conclusione anche nella questione territoriale. Ed ecco qui che l'attività di Nenni si è rivolta a preparare questa missione, e l'attività del nuovo ministro degli esteri Sforza, ha continuato a svolgersi su questa linea, tanto che ne è venuta fuori la missione Merzagora-Mattioli, e finalmente siamo arrivati alla ripresa ufficiale dei rapporti jugoslavi ed italiani con la nomina di un nostro ministro a Belgrado e del ministro di Belgrado a Roma.
Ora, se ci fosse bisogno di una nuova dichiarazione (non ce ne sarebbe perché le prove le abbiamo date), se ci fosse bisogno di ricalcare la dichiarazione fatta oggi dal ministro degli esteri, sono qui a dirvi che siamo pronti in qualunque momento a riprendere le trattative anche sulla questione territoriale, anche su arrangiamenti che si manifestassero necessari, di carattere economico, di carattere politico, eccetera. All'atto della attuazione, anche se si dovrà applicare il trattato come è, noi riconosciamo che per il territorio libero di Trieste, come per la soluzione di altri problemi, abbiamo bisogno di cooperazione, affinché non soffrano troppo i loro e i nostri conterranei; siamo sempre disposti a trattare, purché non ci si voglia esporre alle accuse di doppio gioco. Tutto quello che si fa deve essere fatto in pubblico, nel quadro delle Nazioni Unite, nel quadro a cui ci obbliga il trattato. Non vogliamo si dica che contemporaneamente trattiamo in un senso e nell'altro.
Siamo insomma pronti a qualunque trattativa, che porti il consenso dei Quattro maggiori responsabili del trattato. E faccio appello di nuovo alla Jugoslavia di non credere a quello che si stampa nei giornali, cioè che il presente Governo sarebbe antislavo. Il presente Governo è italiano, agisce nell'interesse dell'Italia, vuole un accordo con la Jugoslavia, vuole una amicizia con la Jugoslavia anche per la difesa delle minoranze. E lì la situazione è così tesa, che abbiamo visto una città intera, nonostante le nostre obiezioni, partire, esiliarsi volontariamente dalla patria antica. Ed io mi domando, quando ho visto questi profughi, e li vedo tutti i giorni, se ci può essere ancora per gli Alleati e per il mondo intero una prova più palmare dell'ingiustizia di un trattato, che porta all'esilio volontario e fa sì che uomini, che avevano una casa, una officina, un campo, tutto abbandonano ed emigrano con vecchi e bambini. (Vivi, prolungati generali applausi - Il Presidente della Assemblea, i deputati ed i membri del Governo si levano in piedi - Interruzione dell'onorevole Scoccimarro).
Amico Scoccimarro, siamo d'accordo in questo momento; se in questo momento siamo d'accordo, perché turbare questa concordia e questa manifestazione?
L'Italia non può guardare ad una sola frontiera. Voltiamoci dall'altra parte e diciamo nella stessa forma che noi siamo disposti ad ogni trattativa che possa trovare, finalmente, una soluzione umana e moderna del problema coloniale. Nel trattato c'è la rinuncia alla nostra sovranità sotto il titolo antico. Ma noi non abbiamo rinunciato alla cooperazione del nostro lavoro, alla amministrazione fiduciaria di territori, che dovranno essere affidati a qualcuno. E nelle colonie prefasciste a chi meglio potrebbe essere affidata l'amministrazione, sotto il controllo delle Nazioni Unite, se non a chi vi ha profuso tanti uomini, tanti mezzi, tanto lavoro e che ha braccia pronte a riprendere questo lavoro?
Parlavo ieri con un colonizzatore della Somalia arrivato in questi giorni e che mi riferiva del lavoro che si sta facendo, e come, nella disgrazia comune colonizzatori italiani e somali si sono affratellati, e gli uni hanno sentito che dovevano trattare i somali come li trattavano prima del fascismo, e gli altri hanno capito che gli italiani sono diventati un altro popolo, una vera democrazia pronta a ricostruire assieme a loro la prosperità di quelle colonie. (Applausi al centro - Interruzione del deputato Scoccimarro).
Ora, amico Nenni, vi voglio portare un'altra prova della mia ingenuità. Non potevo pensare che l'onorevole Nenni sarebbe stato avversario della nostra tesi in questo momento, quando nell'Assemblea Costituente del 18 febbraio, trattandosi della firma, diceva: "Noi mancheremmo al nostro dovere verso il paese, se lasciassimo credere che l'atteggiamento del Governo e del paese poteva essere diverso da quello che è stato e noi commetteremmo una grave colpa non solo nei confronti della generazione attuale, ma delle generazioni future, se lasciassimo sussistere il dubbio che potevamo sottrarci all'obbligo della esecuzione. La verità, signori, è che la situazione creata dalla disfatta è tale che, se anche le condizioni del trattato fossero state per evenienza peggiori di quelle che sono, noi non avremmo potuto che eseguirle".
Onorevole Nenni, allora vedevate la situazione con alto senso di responsabilità. Provatevi a fare un certo sforzo e a vederla così anche al presente. In questo momento lasciamo da parte le piccole differenze, che ci possono dividere.

NENNI. Fra qualche settimana, se lei aspetta le condizioni.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Si creano le condizioni.
Ed ora vengo ai quattro punti di Togliatti che mi sono apparsi come quattro condizioni, per prendere una decisione qualunque. Non voglio, naturalmente, speculare su questa decisione. Io non faccio appello qui a nessun sentimento, né antigovernativo né governativo. Dico che la questione è assolutamente superiore a qualsiasi questione di favore o di opposizione al Ministero.
Quelle che io dico sono parole sacrosante, come ha accennato Sforza, uscite dall'animo mio nella confidenza di un colloquio segreto. Dissi e dico che non m'importa niente né della formazione del Ministero, né della sua costituzione, né se abbiamo un Ministero A o un Ministero B: quello che importa sapere è quello che ho il dovere di fare in questo momento storico per la mia nazione e a servizio del mio popolo. (Applausi al centro).
Allora vengo ai quattro punti dell'onorevole Togliatti. Egli ci ha detto anzitutto che dobbiamo aver cura dell'indipendenza del nostro paese.
Evidentemente intendeva parlare dell'indipendenza politica, perché poi accenna alla costituzione dei governi.
Ed è vero. Nel passato abbiamo avuto una situazione armistiziale avvilente. Dovemmo, ogni volta che entravamo in un Ministero, controfirmare tutti l'armistizio, assumere la responsabilità dell'armistizio, che era stato firmato fuori di noi a conclusione di una tragedia in cui non avevamo avuto che una parte passiva. Dovevamo firmare: potevamo anche non firmare. Ma quando penso all'amico Bonomi, che dall'inizio ha dovuto rifarsi un dicastero, una polizia, dei carabinieri, ricorrendo ai minimi mezzi; sviluppando faticosamente ciò che a Salerno era appena iniziato!... Abbiamo avuto un'illusione, autorevole amico Orlando; forse abbiamo avuto una illusione di più. Abbiamo pensato che, se il Governo, che ci avrebbe rappresentati alla Conferenza internazionale, fosse stato un Governo che avesse lavorato per l'antifascismo e nel senso della cooperazione cogli Alleati fin dal primo inizio, avrebbe trovato più facile ascolto di un Governo come quello del maresciallo Badoglio, che ci fosse andato con tutte le responsabilità della guerra precedente.
Ci siamo sbagliati? Non lo so. Bisognerebbe fare la prova del contrario. Ma so che questo fu il nostro proposito e il significato del nostro sacrificio. Non si può, onorevole Orlando, non si può, in una guerra europea che ha un significato, direi, di guerra civile in tutto il mondo, oltre che di guerra tra le singole nazioni, non si può spiegare tutto semplicemente, nel senso antico: patria e straniero. Vi sono degli stranieri coi quali è lecito, doveroso collaborare; vi sono altri, contro i quali bisogna combattere. Quindi, non è che noi in quel momento potevamo mettere sullo stesso livello lo straniero tedesco, che bisognava ricacciare, e lo straniero, che veniva anche per i suoi interessi, ma anche nell'intima convinzione, credo, di liberate l'Italia da una dittatura pericolosa.
Se la guerra fosse finita diversamente, se quell'altro straniero avesse potuto mettere radici in Italia, cosa sarebbe avvenuto della nostra libertà? Come chiamare indiscriminatamente straniero quello che ci è venuto in aiuto? Si è detto tanto male degli Alleati in questi giorni, ed in parte a ragione, specialmente dei giuristi che hanno compilato il trattato. È doveroso, però, un segno di gratitudine per quelli che sono venuti a battersi e sono morti in terra italiana. (Applausi generali).
Se poi l'onorevole Togliatti intendeva alludere alla formazione del presente Governo, qui siamo proprio nel campo della suspicione.
A questo riguardo Togliatti assomiglia molto agli slavi, se è vera la caratteristica che ha dato di loro stamattina il ministro Sforza, di essere particolarmente sospettosi (Si ride); ciò che sarebbe consono a tutta la tradizione di Bisanzio. (Interruzioni a sinistra). Io dico: l'ultima crisi - torniamo sempre al dente che duole (Si ride) - venne fatta per problemi interni, economici e finanziari ed il Capo dello Stato liberamente incaricò prima Nitti, non so se d'accordo con gli slavi o con gli inglesi (Ilarità), poi Orlando, non so se d'accordo con lo straniero americano, infine me. Dunque, su basi parlamentari, libere, si è formato il Ministero attuale. Non riconosco altra origine, e respingo come un'accusa infondata quella di favorire in qualunque maniera lo straniero o chicchessia che non rappresenti collaborazione utile o non venga incontro agli interessi dell'Italia (Applausi al centro).
Con ciò, amico Togliatti, credo (per quel che possono valere le mie parole, perché se alle mie parole non si presta fiducia, è inutile parlare) di aver fatto dichiarazioni tali che vi possono liberare dal sospetto che questo possa essere un Governo il quale subisca l'influenza di una delle grandi Potenze.
Nel secondo punto Togliatti dice: parliamo di esclusione di un intervento economico straniero. Qui, evidentemente, così come l'ho ricavato da l'Unità, voleva dire intromissione e ingerenza indebita. Togliatti molto bene ha distinto tra aiuti e crediti. Ha detto che bisogna finirla con gli aiuti ed insistere per i crediti. È proprio ciò che stiamo facendo. Credo che gli aiuti, quelli post-U.N.R.R.A., siano gli ultimi che riceviamo. Ma abbiamo bisogno di questi 130 milioni di dollari (possiamo domandarlo al ministro del commercio estero) per comperare il pane per i prossimi mesi, ed il carbone. Non è umiliazione questa, perché chi ce li deve dare se non chi li ha, e chi li deve chiedere se non chi ne ha bisogno? (Applausi prolungati al centro).
Per il resto, trattiamo per ottenere i crediti e tutto il camminare che si è fatto nel viaggio in America non è stato certo il viaggio di un mendicante. È uscito, proprio in questi giorni, un libro in cui si espone veridicamente il diario di tutto quanto io ho fatto in America. Invito i colleghi a leggerlo, specie quelli che dubitano: dicano se l'atteggiamento di un uomo che si è comportato come me, che ha parlato come ho parlato, che ha detto quello che ho detto, che a Cleveland ha citato, per farla sua, una espressione del presidente Cleveland: "L'indipendenza dei popoli è legata al loro onore, e guai a chi lo dimentica"; dicano se tale uomo abbia mancato di provvedere alla dignità di un delegato del popolo italiano! (Applausi prolungati al centro). Su vari banchi si è espressa la facile ma perniciosa immaginazione che l'America abbia una gran voglia di regalare prestiti e soprattutto all'Italia, anzi che ne abbia urgente bisogno per i suoi stessi interessi; io vi dico invece che il chiedere e l'ottenere è faticoso, che bisogna meritare questi crediti e che vengono richieste tutte le garanzie possibili e la garanzia maggiore (Rumori a sinistra) è la potenzialità delle industrie e la forza del nostro popolo lavoratore. A queste garanzie ci siamo richiamati in America, non in ginocchio e non a testa bassa, ma in piedi e francamente, come uomini che sanno che domani potranno restituire. Questa è la seconda questione, e mi pare di aver risposto in modo soddisfacente.
Mi sono molto affaticato per trovare una risposta soddisfacente a Togliatti perché ci tengo molto, a parte qualsiasi questione di voto, che se dobbiamo essere avversari, in lui ci sia l'opinione che quando dico qualcosa e lo affermo perentoriamente questo corrisponde alla verità, almeno alla verità come la vede la mia coscienza. (Commenti a sinistra).
La terza questione riguarda i blocchi. Si è detto: nessun blocco, nessuna partecipazione a blocchi contro la Russia con lo scopo di isolarla. Ora devo dire che anche questo è un discorso vecchio. In tutti i miei discorsi ho rilevato, sia in quelli di politica interna sia in quelli di politica internazionale, l'importanza meritoria del contributo alla guerra della Russia. Ho rilevato il contributo della sua esperienza sociale, perché non sono abbastanza cieco da non vedere che vi possono essere dei difetti anche nella democrazia americana, per mancanza di certe leggi sociali, e da non vedere, viceversa, i vantaggi che vi possono essere nel sistema di un paese in cui la ricchezza è minore, il tenore di vita dei lavoratori e più basso, ma dove si tenta un grande sforzo verso la giustizia sociale.
Mai si distoglie il mio sguardo da questa diversità di contributi, che possono confluire e spingere innanzi il carro del progresso nel mondo, e mai l'ho celato anche a Molotov, ogni volta che mi sono incontrato a Parigi e a Londra con lui. Ho creduto mio dovere di tentare di persuaderlo (peccato che io non conosca bene il russo!) che in me cristiano cattolico tale convinzione sociale e religiosa allargava, anziché restringere, il mio sguardo su quello che può essere progresso, su quello che può essere anelito verso la giustizia, sia pure accanto alle obiezioni che si possono avere contro questo o quel sistema.
Togliatti dice: "Ma siete andati in tutte le direzioni; Nenni è andato nei paesi settentrionali, Sforza nell'America del Sud e poi De Gasperi nell'America del nord". Ma io in America fui invitato da un organismo internazionale, non ufficiale, dal quale si sviluppò poi un viaggio di carattere ufficioso e poi ufficiale. E potevo io, in un momento in cui mi presentavo per la prima volta ad una nazione che era stata la più generosa verso di noi, non soltanto di aiuti materiali, ma anche di riconoscimenti dal punto di vista politico, della libertà, della democrazia, rinunciare di mettermi a contatto con l'opinione pubblica americana e con migliaia e migliaia di italiani, ai quali dobbiamo tanto per gli aiuti che ci hanno dato durante questo periodo, ed ai quali dovremo ancora tanto se gli americani si manterranno fermi nel loro proposito verso di noi come hanno promesso? E non può essere diversamente, perché gli americani, che sono di origine italiana, se sono leali cittadini della loro nuova patria, non dimenticano e non dimenticheranno mai di essere di sangue e di stirpe italiana.
È vero che in questa discussione ed in queste relazioni ho ammesso che credo alla esistenza anche di un lievito idealistico nella fermentazione ideale e spirituale tra l'Italia e l'America, appunto perché non è sempre un problema di cifre od un problema economico quello che si considera. Naturalmente il problema economico e finanziario esiste; ma chi credesse che il problema sia esclusivamente economico ripeterebbe l'errore di Mussolini e di Hitler, i quali hanno creduto che ci fosse soltanto un interesse economico da regolare. Ma l'America ha speso in questa guerra 400 mi di dollari per aiutare quei paesi che tentavano di crearsi una vita veramente democratica, ha dato 14 miliardi di dollari di merci alla Russia, con molta generosità, pur di vincere contro il nazismo e il fascismo.
Volete voi che noi neghiamo questo contributo ideale? Volete che lo addebitiamo alle semplici speculazioni economiche, e volete che crediamo che tutto quello che si fa in America si faccia soltanto per evitare una crisi americana?
Non sarebbe spiegabile tutto quanto l'America ha fatto fin qui, tutti i sacrifici sostenuti con la massima generosità, se nel suo dinamismo non ci fosse anche un lievito morale e spirituale. Qui non entro nel dettaglio della esegesi che ha fatto l'onorevole Togliatti alle parole e ai discorsi di Truman, che si possono e si debbono interpretare anche un po' diversamente da quanto egli non abbia fatto; ma è certo che esiste un fattore spirituale di cui dobbiamo tener conto in considerazione anche dei problemi di altra natura.
Io a questo riguardo debbo dire di desiderare vivamente che, appena il trattato sarà definito, si riprendano le relazioni più amichevoli anche con la Russia; lo desidero pure per gli altri paesi orientali e lo desidero non soltanto per la pace del mondo, ma anche per gli interessi dell'Italia, per gli interessi della nostra zona economica che costituisce, in parte, un complemento di quella orientale e soprattutto perché sarà grande fortuna per noi, popolo di frontiera, se a noi riuscirà di essere, tra le due civiltà, come un ponte di conciliazione. Certamente siamo nati e sorti nella civiltà occidentale, la quale, per dire meglio, non è occidentale né orientale, ma è civiltà italica ed è civiltà che viene da Roma. (Applausi al centro).
Ad ogni modo, non certo io ho preso il partito per un blocco, come ha detto l'onorevole Nenni, e non ho, in questo senso, cambiato fronte. L'anno scorso, il 15 agosto, in un'intervista, rispondendo a Molotov, io dicevo: "Noi non intendiamo partecipare a blocchi; diamo la massima importanza alle relazioni economiche con la Russia, ma è naturale che, nella nostra situazione, i nostri rapporti con l'America, siano più intensi. Si pensi al grano, al carbone, all'U.N.R.R.A., al prestito, alla ripresa industriale dei tessuti e si dica se questo punto di vista non sia comprensibile e ragionevole".
Questo era il mio punto di vista del 15 agosto dello scorso anno, questo è il mio punto di vista di oggi. Ma se vi è bisogno di affermare che noi non prendiamo parte in alcuna forma, in alcuna misura, ad eventuali tentativi - posto che se ne facciano - di isolamento della Russia, o a tentativi che potessero portare a blocchi più tardi, io torno a fare questa dichiarazione, con il senso di responsabilità che mi incombe, con il desiderio e la volontà che ho oggi di rappresentare l'opinione e gli interessi del paese.
Le osservazioni dell'onorevole Nenni sul piano Marshall non sono contraddittorie con ciò che si è fatto da noi. Anche noi abbiamo trattato con la Jugoslavia, con la Cecoslovacchia e con la Polonia; noi cerchiamo la ricostruzione della unità produttiva ed economica tedesca; noi abbiamo la coscienza della necessità di alimentare la nostra cerealicoltura ma anche di difendere la nostra industria; noi sappiamo che le esigenze più vitali sono quelle del lavoro che debbono superare quelle della materia e della macchina.
Ma ho udito delle dichiarazioni dell'onorevole Nenni secondo cui i socialisti, qualora venisse respinto il rinvio, si asterrebbero: perché, onorevoli socialisti, quando si tratterà di votare un testo che è stato modificato, per tenere conto anche dei vostri desideri, voi vorreste tenere un atteggiamento di questo genere?
Il Governo sapeva bene in qual forma avrebbe dovuto dare la ratifica, come era prescritto anche dall'articolo 90; ma, sentite le obiezioni formulate in seno alla Commissione dei trattati ed anche quelle che sono emerse da alcuni colloqui privati con lo stesso onorevole Nenni, noi abbiamo elaborato un'altra formula la quale poi disgraziatamente ha assunto il nome di formula "democristiana", perché essa era nata in una discussione del mio Gruppo con qualche variazione rispetto a quella originaria proposta dall'onorevole Nenni; ma se questa è la condizione perché sia votata e approvata, ebbene riconosciamo i diritti d'autore e diciamola pure formula di Nenni. (Ilarità al centro - Commenti a sinistra).

NENNI. Né il ministro degli esteri né il Presidente del Consiglio ci hanno ancora detto che cosa pensano di fronte alla nuova nota sovietica di stamane.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Neanche lei conosce il testo della nuova nota sovietica. (Ilarità).
Verrò subito a questo argomento ma intanto ho bisogno, scusate, di una piccola parentesi, per una questione particolare che mi sta - ed è naturale - specialmente a cuore. L'amico Ruini è un po' preoccupato per la formula dell'accordo per l'Alto Adige, là dove si parla di un potere autonomo regionale. Badate che già a Parigi, prima ancora che l'accordo che era stato ufficiosamente concluso fosse ufficialmente firmato, già a Parigi io ho dichiarato: "È stato raggiunto - questo il discorso del Lussemburgo - un accordo su un'ampia autonomia regionale da sottoporsi alla Costituente". Quindi, è chiaro che è riservata alla Costituente l'approvazione dell'estensione di questa autonomia, e quindi il contenuto specifico del potere autonomo. Con ciò credo di averlo tranquillizzato, a meno che la Costituente non faccia come con la Sicilia, sì che trascini talmente il coordinamento da mettere il Governo in grave imbarazzo.
L'accordo venne firmato a Parigi il 5 settembre, badate, nel solo testo inglese. Mentre il trattato fa legge nei testi francese, inglese e russo, il testo che fa legge per l'accordo è solo l'inglese, perché così è stato stabilito tra Grüber e me dopo che l'elaborazione dell'abbozzo era stata fatta in inglese dall'ambasciatore Carandini. Di qui l'origine di questo testo ufficiale. È stato, comunque, allegato al trattato con questa formula che è il testo inglese quello che vale.
Questo devo dire e constatare perché non sorgano dubbi sulla interpretazione, anche perché alcuni interessati circoli dell'Alto Adige hanno tentato di modificare quello che dell'accordo è il vero significato.
Ed ora cerchiamo di riassumere; e se non dovessi dire tutto, prego l'onorevole Nenni di avvertirmi di ciò su cui desidera una più precisa risposta.

NENNI. Desidero sapere quello che né il ministro degli affari esteri né il Presidente del Consiglio ci hanno detto: che cosa è - secondo le informazioni diplomatiche che il Governo certamente deve avere e che io semplice deputato non posso avere - che cosa è e quali conseguenze giuridiche e politiche ha sul trattato l'ultimo atteggiamento dell'Unione Sovietica?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Noi non abbiamo né conosciamo la nota sovietica perché è un testo confidenziale fra la Russia e l'Inghilterra; potremo sapere solo quello che ci verrà trasmesso dai nostri ambasciatori; sappiamo però che la Russia non dichiara affatto di non ratificare, anzi dice il contrario, ma fa questione di tempo e di procedura.

Una voce a sinistra. Allora aspettiamo.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. La vostra conclusione non è logica, perché noi affermiamo che noi dobbiamo decidere in modo autonomo, secondo quelli che riteniamo gli interessi del nostro paese. (Commenti a sinistra).
Il Governo non ritiene che l'Assemblea possa e debba assumersi la responsabilità di respingere e di non eseguire il trattato. L'enorme maggioranza della Commissione per i trattati ha condiviso questo punto di vista.
E tale è il pensiero espresso dalla maggioranza degli oratori dell'Assemblea. L'annullamento del compromesso dei Quattro porterebbe ad un grave turbamento internazionale e riaprirebbe la questione italiana esponendoci a pericoli di intimazioni perentorie e di azioni coercitive. Data la nostra situazione economica, noi saremmo esposti o ad un unilaterale servilismo aggrappandoci all'uno o all'altro dei Quattro o ad una totale umiliazione, quando questi Quattro facessero tutti fronte contro di noi. (Commenti a sinistra). È facile prevedere che il turbamento si propagherebbe agli altri paesi in posizione analoga. Noi correremmo, inoltre, il rischio di perdere le concessioni assicurate o previste negli accordi recenti circa le navi sequestrate, i beni italiani all'estero, eccetera. Si riaprirebbero le questioni territoriali e quelle delle riparazioni, non forse per parte della Russia, ma per parte di quegli Stati che solo la pressione della Russia ha ridotto a minori richieste, come ricorderete. Si ritarderebbe ogni decisione sulle nostre colonie, e continuando il regime armistiziale, verremmo esclusi da ogni collaborazione internazionale.
La pace mondiale, l'interesse del popolo italiano, che al di là di ogni formula giuridica sta riprendendo la sua vita economica col concorso dei popoli amici, esigono questo sacrificio. Noi questo sacrificio compiamo per parte nostra, ed ora tocca a voi decidere. Noi del Governo lo compiamo con coraggio e con fierezza, assolvendo un duro compito del destino, quale è quello di pagare per colpe non nostre e per le conseguenze di una guerra che abbiamo invano deprecato.
Il popolo sa che le nostre mani sono pure del sangue versato, e che i nostri propositi sono puri e disinteressati, e che mettiamo sull'altare della patria quale olocausto, la nostra reputazione, il nostro credito politico e ogni calcolo elettorale!
Noi non crediamo alle collere del popolo contro di noi (come ci si è minacciato) perché abbiamo fede che esso si è maturato, che esso alberga nel suo animo il senso della realtà e della giustizia.
Certo sarebbe stato più facile il nostro compito se avessimo potuto servire il popolo nei tempi della vittoria, ma il coraggio civile più alto e disinteressato è quello di chi serve nel momento della sconfitta! (Applausi al centro). E sa affrontare l'impopolarità per trarlo dall'abisso in cui un nazionalismo orgoglioso e sentimentale, aggiunto ad uno spirito di aggressione, lo ha precipitato.
Io sento in questo momento che i combattenti, i veri combattenti, che i morti di queste due guerre non sono contro di me, combattente io pure per la pace, perché essi sono morti per la libertà e l'indipendenza dell'Italia, e questa è la nostra mèta comune!
Si è parlato dei marinai e delle navi. Ogni sforzo è stato fatto durante le trattative pubbliche e private; in molte ripetute conferenze, ogni sforzo è stato fatto per ottenere mutamenti di formule, mutamenti di esecuzione.
Abbiamo ottenuto soltanto degli addolcimenti pratici per cui continuiamo anche oggi a lavorare, affinché non ci sia lo scandalo a cui ha accennato l'onorevole Orlando. Questa è la nostra posizione. I marinai d'Italia sono tornati a navigare liberamente nei nostri mari, e nei porti toccati si è levato verso di essi il plauso riconoscente di tutto il popolo d'Italia. È stata ed è preoccupazione costante del ministro e del Governo di tutelare la dignità di quella marina italiana che nella lotta di liberazione ha sacrificato eletti, eroici equipaggi e centosettantacinquemila tonnellate di navi. (Vivissimi, generali, prolungati applausi - L'Assemblea si leva in piedi - Si grida: Viva la marina!). Oggi ho sentito con sincera commozione l'onorevole Giannini, quando ha ricordato la vittima che gli è vicina, e quanti altri deputati hanno avuto i loro figli o parenti rimasti vittime di questa guerra. Ma oggi sento che noi combattiamo per la stessa mèta, per una Italia indipendente e per una Italia prospera che possa risalire ancora alla gloria del servizio per la patria.
La comprensione di tanti eroismi, di tante volontà è completa nei compagni d'arme delle Grandi Potenze. Noi oggi operiamo perché questa comprensione sia completa anche in coloro che devono interpretate ed applicare l'articolo 57 del trattato di pace.
Avendo avvicinato i profughi di Pola ed i cittadini di Trieste e di Gorizia con i quali ho combattuto tutto questo periodo, trasfondendo il mio sentimento nel loro, posso dire che, pur piangendo sopra questa orrenda ed iniqua mutilazione, essi condividono la speranza che l'avvenire non sia precluso all'Italia ed alla nostra civiltà italica. (Applausi al centro). Vedano gli Alleati, ai quali, invano, in molte conferenze private ho cercato di far comprendere la valutazione che di questo trattato faceva il popolo italiano; vedano gli Alleati dalle dichiarazioni che sono state fatte qui, dallo stesso sdegno del maggiore fra noi, onorevole Orlando, vedano quanto io avessi ragione di insistere; vedano quanto sia difficile poter spiegare al popolo italiano che un trattato così ingiusto debba avere la sua attuazione nell'interesse della pace del mondo; vedano quanto siano stati ingiusti a presentarci un trattato quasi che su questi banchi sedesse un Governo responsabile dell'aggressione e della guerra contro vari paesi.
Ebbene noi dimostreremo loro, di essere noi - non loro - all'avanguardia di un mondo nuovo che non dispera della fratellanza fra i popoli; e, lasciatemelo dire, quando ho sentito la alata esposizione dell'onorevole Einaudi, che dovrebbe essere il rappresentante tipico di quella che indiscriminatamente si dice reazione, ed ho sentito poi le combinazioni complicate e le cautele esecutive dell'onorevole Togliatti, mi sono chiesto: quale dei due uomini guarda più in avanti e quale si attarda all'indietro?
Quale di questi due uomini rappresenta l'avvenire dei rapporti internazionali? Può essere che Einaudi si illuda, ma sua è la gioventù e sua è la speranza in un mondo migliore. (Applausi al centro e a destra - Commenti a sinistra).
No, dimostreremo ai nostri contraenti che siamo noi, l'Italia, piccolo paese, ma grande paese, non loro, i Grandi, all'avanguardia di un mondo nuovo per la fratellanza dei popoli.
L'Italia democratica, onorevole Orlando, non è in ginocchio, non è prona; è in piedi. Ratificherà il trattato come è previsto dall'articolo 90; cioè prenderà atto del trattato imposto e lo eseguirà lealmente entro i limiti delle sue possibilità; ma di questo trattato, essa proclama, dinanzi a Dio, moderatore di tutte le cose, e dinanzi agli uomini, che non assume nessuna corresponsabilità, né per gli effetti che avrà in Italia, né per gli effetti che avrà nella ricostruzione del mondo. (Applausi - Commenti a sinistra).
Una parola ancora.
Ho parlato finora del subire o non subire il trattato. Ora parlo del rinvio. Si sarebbe potuto rinviare. Credete davvero che il Governo non troverebbe comodo di rinviare?
Ma voi non pensate che rinviando non rinviate il vostro problema di coscienza? No, non lo potete fare. Non fate che prolungare lo spasimo, riprodurre lo stesso martirio delle vostre indecisioni. Domando a coloro i quali sono per approvare o meglio per subire, per concedere la ratifica: che cosa credete di guadagnare rinviando di quindici giorni, di un mese? Oggi, ormai, dopo quanto è stato detto, il rinvio non potrebbe avere altro significato che di rifiuto, o per lo meno autorizzerebbe un gravissimo dubbio e sospetto sulla nostra volontà di chiudere questo periodo di guerra e di armistizio. Noi non vogliamo aumentare le ragioni di turbamento: non vogliamo lasciarci prendere dall'ingranaggio, caro Nenni, dei contrasti fra i Grandi, che forse non sono originati nemmeno dal caso italiano. Vogliamo dare subito la sensazione che noi automaticamente, per la visione che abbiamo dei nostri interessi, siamo disposti a ratificare, e precisamente a ratificare nel modo previsto dall'articolo 90. Questa non è la tesi inglese, noti è la tesi russa; questa è la tesi dei Quattro ed è l'atteggiamento più neutrale, più imparziale che possiamo prendere, e anche il più reale, realistico.
E da principio abbiamo presentato una proposta semplicemente per ratificare; poi, per tener conto delle obiezioni fatte da parecchi membri tra cui molti autorevoli, di un ex ministro come Nenni, abbiamo accettato una formula credendo di raggiungere quella maggioranza che tutti auspicavamo, la diminuzione di un dibattito, che tutti dicevano fosse meglio non affrontare. Ebbene, io vi dico: abbiamo affrontato questo dibattito, abbiamo detto tutto il nostro pensiero e, tolto qualche raro incidente, lo abbiamo detto senza offenderci e, mi pare, avvicinandoci a maggiore e mutua comprensione.
Io vi domando se a questo momento, procedendo con questo spirito ed in tali termini, ciò non significhi scegliere la procedura più comune prevista dai Quattro, e quindi la più oggettiva che noi possiamo pensare.
Dirò poi il mio pensiero sopra i singoli ordini del giorno e sopra i testi e gli emendamenti.
Mi basta concludere; ed io vorrei che questa conclusione ci ravvicinasse tutti e ci desse la sensazione di quell'unità dell'Assemblea, di quella unità della rappresentanza di cui il paese ha sete, per poter non disperare della triste avventura che ha fatto.
In questa ora agitata l'Italia riafferma la sua fede nella pace e nella collaborazione internazionale. Sarebbe ideale se una simile affermazione fosse dell'intera Assemblea ma quello che importa soprattutto è che essa sia un'affermazione chiara, onesta, senza riserve e senza equivoci, e che dimostri in noi una volontà nazionale autonoma che, sulla via del sacrificio, ci incammini verso la nuova dignità e indipendenza della nazione. (Applausi prolungati al centro e a destra).

PRESIDENTE. Prima di invitare il Presidente del Consiglio ad esprimere il suo avviso sugli ordini del giorno che sono stati presentati, do lettura dell'ordine del giorno dell'onorevole Ruini, al quale l'onorevole Nitti ha dato la sua firma. Quest'ordine del giorno ha subìto alcune modificazioni. Lo leggo nel suo nuovo testo:
"L'Assemblea Costituente esprime il dolore e la protesta dell'Italia perché non è questa la pace che ha meritato.
"Le condizioni che le sono imposte dal trattato sono in contraddizione non solo con le solenni affermazioni dei vincitori, ma con i princìpi della giustizia internazionale e durissime per un popolo che ha dato un inestimabile contributo alla civiltà del mondo e dovrà, passata l'ora della sua oppressione, contribuire ancora alla nuova civiltà per la sua vitalità sempre rinascente nei secoli. Né il trattato tiene conto che il popolo italiano è insorto contro il regime fascista, responsabile insieme con le forze che dall'estero lo hanno sostenuto, della guerra funesta, ed ha combattuto a fianco delle Potenze Unite contro la Germania per la vittoria delle democrazie. Riconosce che, nonostante tutto, l'Italia dovrà per lo stato di necessità in cui viene messa, ratificare il trattato; e lo farà quando si verificheranno le condizioni obiettive di fronte alle quali è costretta a tale ratifica. L'Italia rivendica ad un tempo il suo incancellabile diritto alla revisione delle condizioni di pace.
"Ciò premesso, l'Assemblea Costituente passa all'esame dell'articolo unico del disegno di legge".
L'onorevole Presidente del Consiglio dei ministri ha facoltà di parlare.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Accetto senz'altro quest'ordine del giorno. Mi permetto peraltro di suggerire che al posto delle parole "Né il trattato tiene conto che il popolo italiano è insorto contro il regime fascista", eccetera, si dica: "Né il trattato tiene adeguato conto" eccetera, al fine di non disconoscere quanto è stato strappato, dopo lunghe trattative, per il preambolo, nel quale in realtà si ricorda l'aiuto degli elementi democratici del popolo italiano.

RUINI. Sta bene.

On. Alcide De Gasperi
Assemblea Costituente
Roma, 31 luglio 1947

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di giovedì 31 luglio 1947)


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