LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL VIAGGIO NEGLI STATI UNITI: INTERVENTO DI ALCIDE DE GASPERI AL FORUM DI CLEVELAND
(Cleveland, 10 gennaio 1947)

Il viaggio negli Stati Uniti di Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri, costituisce una tappa fondamentale per l'Italia e per il suo Capo di governo. Svoltosi nel gennaio 1947, rinsalda ulteriormente la fiducia e la credibilità della nuova Repubblica italiana in uno dei Paesi chiave del mondo.

* * *

Signor Presidente, Signore, Signori,
Incomincerò con lo scusarmi per il mio inglese. Debbo, per questo, affidarmi alla vostra indulgenza.
Non è mia intenzione lanciare un appello da questa tribuna avverso decisioni internazionali. Scopo di questo Forum è quello di illuminare l'opinione pubblica americana; e tenendo ciò presente, io parlerò a voi come un uomo libero parla a liberi cittadini.
L'Italia democratica è disposta a fare dei sacrifici per la pace. So però che l'opinione pubblica americana era con me quando io dichiarai a Parigi che non ero pronto ad addossarmi la corresponsabilità morale di certe condizioni di pace umilianti e punitive.
Permettetemi di ricordarvi che il Presidente Cleveland, in un messaggio al Congresso, nel 1895, dichiarava che una volontaria sottomissione a condizioni ingiuste distrugge quel rispetto di se stessi e quell'onore nazionale che garantiscono la sicurezza e la grandezza di una Nazione.
Quando nel preambolo al trattato di pace, durante la Conferenza di Parigi, non fu riconosciuta la parte presa nella lotta dopo l'armistizio, dalla nostra flotta, dai nostri partigiani, dai nostri soldati ed aviatori, dal nostro popolo nella guerra di resistenza, furono proprio gli eroici comandanti alleati quali Eisenhower, Clark, Cunningham, Morgan, a sorgere in nostra difesa. Siamo riconoscenti a voi americani e a tutti i soldati alleati per questa testimonianza, sigillata col sangue sui campi di battaglia.
Non vi dirò cose nuove, ma cose che sono vicine al mio cuore. Vi parlerò francamente poiché so che è appunto questo che voi vi attendete da me. Vi parlo da italiano, da italiano che non è mai stato in America ma che ha sempre creduto fermamente nei principi sui quali si basa la democrazia americana. Le mie parole si ispirano ad una civiltà antica e umanistica che voi tutti conoscete.
Vi farò un realistico quadro dell'Italia quale essa è oggi. Immaginate un Paese di 120.000 miglia quadrate, delle quali soltanto il 50 per cento è costituito da terreno coltivabile. Ciò significa che l'Italia ha appena 60.000 miglia quadrate di terreno produttivo , superficie che è quindi più piccola della sola vostra California. In tale zona è ammassata una popolazione di 45 milioni.
Inoltre, l'Italia non ha, praticamente, materie prime quali carbone, ferro, petrolio, zinco, stagno, rame ed altri metalli necessari all'industria moderna.
Si dice qualche volta che l'Italia manca di organizzazione e che a ciò si debba attribuire la nostra povertà. Questa opinione è falsa. Gli italiani hanno un'industria marittima, meccanica, tessile e di costruzione di motori di prim'ordine e tutta bene organizzata e sistemata.
Gli americani che in questi primi anni della nostra restaurata democrazia hanno visto gli italiani al lavoro, sono convinti che l'Italia è povera di mezzi ma ricca di fermi propositi.
Ma in ogni modo noi non possiamo operare miracoli. I salari dell'operaio italiano sono necessariamente ridotti ad un minimo livello, perché l'industria italiana deve pagare un prezzo più alto per il carbone e altre materie prime. D'altra parte noi dobbiamo mantenere le nostre industrie perché, come ho già detto, solo il 50 per cento del nostro territorio nazionale, può essere coltivato. Ecco il circolo vizioso nel quale la nostra vita economica è stata compressa sin dal principio della nostra attività industriale.
Queste condizioni naturali sono state ulteriormente aggravate dalla catastrofe della guerra: la distruzione di città, di case, di fabbriche, di ferrovie, di campagne.
Tali sono le condizioni ed i bisogni del mio Paese. Che cosa ci aspettiamo dunque dagli Stati Uniti d'America?
Desidero sottolineare quegli elementi della nostra situazione che io spero siano solo temporanei, se l'aiuto degli Stati Uniti continuerà ad accompagnare il nostro lavoro di ricostruzione nei prossimi anni. La guerra ha portato malattie, disoccupazione e fame alle popolazioni. Per quanto tempo ancora dovrà durare questa tragica eredità? Essa può essere temporanea, se ne riconosceremo la serietà unendoci per eliminarla: ma diverrà invece una piaga cronica ed incurabile in tutto il mondo, se i mezzi adeguati per curarla non saranno adottati al più presto. Le comunità e le Nazioni che ne sono moralmente e fisicamente affette non possono sperare in un risanamento senza uno sforzo comune ed una cooperazione internazionale.
Conosco il senso americano di solidarietà. Durante la guerra, gli Stati Uniti compresero immediatamente la gravita del problema, e con i mezzi più vari, compresa la parte preponderante avuta nel finanziamento dell'UNRRA, resero un servizio all'umanità guadagnandosi così la gratitudine eterna di centinaia di milioni di individui e non ultima quella dei miei connazionali.
Desidero esprimere il più largo riconoscimento di quello che è stato il meraviglioso lavoro dell'«American Relief for Italy», grazie al quale il mio Paese potè superare la seria crisi alimentare degli scorsi anni.
Ma il compito della ricostruzione non è meno serio di quello dell'assistenza: infatti esso non rappresenta che un altro urgente aspetto dello stesso problema.
So che qui, negli Stati Uniti, vi è l'intenzione di continuare ad aiutarci anche in questo campo. Questo importante compito è reso più facile, nel caso del mio Paese, dal fatto che la maggior parte dei nostri complessi industriali è in condizioni di riprendere immediatamente la produzione.
Ma la situazione materiale in Italia è resa ancora più seria da quella morale. Io credo fermamente, come ho sempre creduto, che il regime democratico interno deve assicurare ad ogni cittadino il libero godimento delle libertà basilari di opinione, di stampa, di critica, di voto e di iniziativa, unitamente ad una giustizia economica ed alla libertà dal bisogno, assicurando così un libero progresso e sviluppo. Ma oltre a ciò, è necessario dare a ciascuna comunità nazionale una posizione morale nel mondo ed un avvenire corrispondente al suo normale sviluppo.
Che cosa sarà di una Nazione alla quale sono state negate risorse naturali adeguate alla sua popolazione e che non goda inoltre quelli che sono i diritti elementari di sicurezza e di giustizia territoriale?
L'avvertimento che viene dal popolo italiano alla comunità delle Nazioni, non soltanto per sé, ma anche in nome di tutti i Paesi che si trovano nelle sue stesse condizioni, è il seguente:
Un sano sistema di democrazia all'interno non può essere effettivamente assicurato quando una Nazione è ridotta alla povertà e alla degradazione. Per assicurare una vera democrazia, il mondo deve organizzarsi in un sistema comune, sia pure opportunamente elaborato, che deve avere quale obiettivo fondamentale l'estensione a tutti i suoi membri dei principi di giustizia, uguaglianza e progresso.
In tale organizzazione mondiale ciascuna Nazione interessata deve poter veder compresi e rispettati i suoi diritti fondamentali. Alle Nazioni deficitarie deve essere assicurata la possibilità di ottenere l'aiuto indispensabile per provvedere al loro elementare fabbisogno; la possibilità di raggiungere e godere delle fonti di materie prime deve essere eguale per tutti; le ingiustizie derivanti da servitù strategiche debbono essere eliminate; in tale organizzazione mondiale, infine, la distinzione fra vincitori e vinti non dovrà essere definitiva, ma dovrà sussistere la possibilità di un pacifico riesame e di modifiche dei trattati di pace.
Perché guardiamo noi agli Stati Uniti?
Perché gli Stati Uniti costituiscono da soli una enorme forza morale, politica ed economica; e per questo il loro contributo alla organizzazione del mondo può essere decisivo. Inoltre, questo Paese si è sviluppato libero da quelle eredità di pregiudizi e di odii che secoli di guerra hanno seminato fra tante Nazioni in Europa.
A prescindere però da questi motivi, per convincenti che essi siano, noi guardiamo agli Stati Uniti per un'altra ragione ancora: essi hanno sviluppato un sistema collettivo superiore di democrazia che concilia ed armonizza i diritti e gli interessi individuali di ciascuno degli Stati Federati. Non è certo opera del caso se così numerosi interessi divergenti si siano conciliati, tanti pregiudizi eliminati e differenze livellate. Furono il gran senso di libertà e il profondo spirito religioso che guidarono le prime comunità americane e sono ora negli stessi vostri animi e nel vostro sangue. È in quest'atmosfera che si forgiarono gli spiriti potenti di Franklin, Washington, Jefferson e Hamilton, i cui principi sono divenuti nostro comune retaggio.
Nel quadro di questo vostro sistema sono caduti i dazi e le barriere doganali; abolite le restrizioni contro una libera colonizzazione, i confini hanno perduto il loro significato, le forze armate locali sono state unificate.
Avete dato un esempio!
Il vostro sistema ha sfidato il tempo: più di 150 anni sono trascorsi, e la libertà degli Stati Uniti è più che mai rigogliosa. Poiché è un sistema che si è evoluto e che si evolve, il vostro sviluppo sociale è sempre in ascesa. E con il vostro senso della libertà, anche il vostro spirito religioso non è mai venuto meno.
E allora che cosa attendiamo noi, e non noi soltanto dall'America?
Prima di tutto, fiducia. Fiducia dell'America nella sua missione internazionale. Fiducia dell'America in noi.
Ora che le distanze sono state dominate siamo ormai tutti divenuti vicini di casa. Durante le brevi ore del mio volo atlantico il mio pensiero riandava al viaggio di un altro italiano di Trento, mia città natale, fondata dai romani come baluardo alpino contro le invasioni dal nord. Era egli il missionario trentino, esploratore e cartografo, padre Eusebio Chini, che quasi trecento anni or sono venne in California. Il suo viaggio fu un po' più lungo del mio. Io ci ho impiegato due giorni; egli ci mise due anni.
Fiducia dell'America nell'Italia. La posizione dell'Italia le da diritto alla vostra fiducia. Ciò non per le sue armi o attrezzature belliche poiché queste dovranno essere limitate; non per le posizioni strategiche, perché le sue frontiere rimangono aperte e indifese. No: la nostra politica estera deve essere una politica di indipendenza nazionale in un mondo unito, al disopra e al di là di ogni sfera di influenza. Noi chiediamo la vostra fiducia, perché la civiltà italiana ha dato in passato il suo contributo al mondo, e perché l'Italia ha oggi la volontà e la possibilità di lavorare e di contribuire alla pace e alla ricostruzione del mondo.
In secondo luogo, noi sosteniamo, e vi chiediamo di sostenere, la necessità di assicurare il pacifico adeguarsi delle attuali posizioni internazionali. La comunità delle Nazioni non può assicurare una giustizia permanente se le limitazioni e le restrizioni unilaterali vincolanti soltanto alcune Nazioni non vengano pacificamente modificate. Le Nazioni, come i singoli, debbono essere libere dal timore e dev'essere resa possibile l'eliminazione di quelle posizioni territoriali che non sono conciliabili con la realtà etnica e geografica.
In terzo luogo noi ci attendiamo che gli Stati Uniti dimostrino che Nazioni finanziariamente forti debbano tendere la mano per aiutare le più deboli. Attendiamo che gli Stati Uniti si facciano iniziatori di un sistema di riduzioni tariffarie in modo che queste Nazioni più deboli possano essere aiutate da stabili rapporti commerciali. Confidiamo altresì che essi sosterranno il diritto delle Nazioni aventi eccesso di mano d'opera ad avviare i propri lavoratori ai luoghi ove vi è capacità di assorbimento.
Confidiamo che le speranze dell'Italia, sia nella questione immediata della sua ricostruzione, sia nel problema a più lunga scadenza dello sviluppo di nuovi rapporti fra i vari Paesi del mondo, non si orientino invano sulla pubblica opinione di questo grande Paese.
I bisogni e le aspirazioni che io vi ho francamente prospettati, non sono solo quelli dell'Italia; sono anche quelli di molti altri Paesi e diverranno sempre più impellenti col trascorrere del tempo. Noi non dubitiamo che gli Stati Uniti, lungi dell'essere passivi, eserciteranno tutta la loro influenza per far sì che tali esigenze siano riconosciute da tutti.
Una volta in un momento cruciale della vostra storia, lo spirito profetico di Lincoln indicò che soltanto una profonda fede e l'esercizio della libertà potevano salvare l'unità di questo Paese.
Oggi, in un momento cruciale della storia del mondo, possa la stessa fede illuminare le Nazioni per guidarle all'unità.
Possa l'Onnipotente benedire e guidare queste Nazioni come allora egli benedisse e guidò il vostro Paese.

On. Alcide De Gasperi
Forum di Cleveland
Cleveland, 10 gennaio 1947

(fonte: biblioteca Butini)


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