LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LE BASI DELLA DEMOCRAZIA: DISCORSO DI ALCIDE DE GASPERI ALLA CONFERENZA DI BRUXELLES
(Bruxelles, 20 novembre 1948)

Dal 1931 vengono organizzate, in Belgio, le "Grandes Confèrences Catholiques", un'occasione di riflessione e approfondimento sulle trasformazioni della società contemporanea, soprattutto dal punto di vista della cultura civile cattolica. Nel 1948 anche Alcide De Gasperi viene invitato a Bruxelles come oratore sulle basi della democrazia. Di seguito si riporta il testo integrale della sua prodlusione.

* * *

La scorsa primavera non ho potuto accogliere con mio grande rincrescimento, l'invito rivoltomi dal Comitato per le «Grandes Confèrences Catholiques» poiché mi trovavo impegnato nella campagna elettorale. Ancor oggi, le nostre difficoltà economiche terribilmente complesse e l'asprezza della lotta politica in Italia, m'avrebbero spinto a non interrompere il mio lavoro se questo rapido viaggio avesse dovuto realmente rappresentare una interruzione. Ma venendo a rendere omaggio a questa eroica terra del Belgio, modello di resistenza morale contro tutte le forme di violenza, ove la insufficienza delle armi materiali è largamente compensata dalle infinite risorse di una superiore civiltà, ho sentito che, ben lungi dall'interrompere il mio lavoro, io lo continuavo. E infatti, cosa facciamo, oggi, nel nostro paese, se non uno sforzo per rompere l'egoismo delle frontiere nazionali, ed estendere la nostra solidarietà vivente alle frontiere stesse della civiltà?
Ma non è tutto. In quanto leader del maggior partito della coalizione che governa l'Italia, in quanto vecchio combattente del movimento sociale e politico dei cattolici, ho un debito antico nei confronti del Belgio, il paese che, primo sul Continente, ha saputo fondare un regime veramente libero.
Certo, miei cari belgi, voi non avete alcun bisogno di questa mia tardiva testimonianza. Personalità ben più notevoli, hanno messo in luce, nel corso della vostra storia, quello che voi avete compiuto.
Montalembert, a Malines, non faceva eccezione che per voi, allorché rimproverava ai cattolici di estraniarsi dalla vita pubblica: «questo glorioso appannaggio delle nazioni adulte, questo regime di libertà e di responsabilità che insegna all'uomo l'arte di aver fiducia in se stesso e di controllarsi da se stesso». Voi avete partecipato alla rivoluzione nazionale, voi avete collaborato alla preparazione di una Carta della Sovranità popolare, e nello spirito di una tale costituzione, avete governato il vostro paese. Ecco perché ogni partito di ispirazione cristiana, allorché dal terreno teorico si è trasferito in quello concreto della libertà politica, ha dovuto seguire il vostro esempio.
Di siffatto primato voi avete offerto la prova all'epoca del Kultur-kampf, allorché Bismarck lanciava il suo grido di allarme contro il governo «clericale» del Belgio, «vero pericolo — diceva — per la pace europea e ostacolo per la collaborazione con i paesi vicini».
La risposta era superflua, ma il vostro Malou tenne tuttavia a rimettere le cose a posto. L'Europa, egli diceva, deve rendersi conto della calunnia. Ormai da quattro anni, noi diamo prova che la opinione cattolica vuole solamente l'applicazione saggia e leale delle nostre libere istituzioni, le vuole e le difende tutte.
Non è a dire che i Belgi abbiano ignorato il valore delle diverse libertà; come noi sanno bene che le libertà essenziali sono quelle della personalità umana, della coscienza, della famiglia, delle comunità locali, della regione, delle associazioni, dei sindacati.
Sì, di fronte a queste libertà originarie, anche la libertà politica, vale a dire la partecipazione di tutti i cittadini al governo, potrebbe rappresentare, in teoria, qualche cosa di secondario; ma il passato è là a dimostrare che, senza libertà politica, tutte le altre libertà sono minacciate.
Si tratta innanzi tutto, di una sorta di difesa contro gli eccessi del potere pubblico e dello Stato centralizzatore.
«Signori, non fidatevi dello Stato», raccomandava Charles Woeste, al congresso per il cinquantenario della «Jeunesse».
A dire il vero, la pressione dei nuovi problemi sociali, esigeva, penseremmo noi, l'intervento dello Stato; tali prese di posizione, ripetute da parte di alcuni uomini politici belgi, scandalizzavano le nostre anime giovanili, piene d'entusiasmo per il movimento di riforma sociale.
Ma più tardi, la storia e la vita ci hanno insegnato che era troppo semplice combattere in blocco tali sentimenti, non scorgendovi che degli «attacchi reazionari contro la giustizia sociale».
I Belgi avevano l'esperienza delle proprie rivoluzioni; e questo passato ispirava loro diffidenza nei confronti del pubblico potere. Lo stesso pessimismo ha caratterizzato i pionieri nello sforzo di porre le fondamenta degli Stati Uniti d'America.
Quei pionieri, quei profughi politici dell'Europa, provavano una diffidenza profonda verso lo Stato che tanto facilmente diviene tirannico. Così, con una saggezza politica notevole, decisero essi stessi di limitare quel potere per sempre. Ciò che spiega le molteplici istituzioni di controllo ed una macchina statale così complicata negli Stati Uniti. Si tratta di impedire che, per l'avvenire, una somma troppo forte di potere si trovi in una sola mano, o in un solo settore della vita nazionale.
Ma è di nuovo la storia ad insegnarci altresì che nessuna precauzione di ordine costituzionale potrebbe impedire l'avvento della tirannide se una attiva coscienza democratica non fosse operante nel popolo.
L'esperienza, nel mio paese, è stata tragica. Anche quelli tra noi che si ribellavano contro il pericolo pur presentito, non compresero subito a qual punto era insidioso l'attacco fascista. Non vi furono dei cattolici — poco numerosi per fortuna — che si lasciarono attrarre dal corporativismo totalitario, fino ad immaginare che la dittatura, grazie ad interventi radicali e rapidi, avrebbe fatto progredire la giustizia sociale? parecchi hanno creduto che, anche senza la libertà politica, la giustizia sociale avrebbe camminato innanzi, e che le libertà personali, familiari, sindacali e locali, avrebbero potuto, malgrado tutto, sopravvivere.
Il contagio, partito dall'Italia, si è sparso in altri paesi: la dittatura di Lenin fu presa a pretesto per giustificare una dittatura preventiva, anticomunista.
In questo periodo di tenebre, noi che vivevamo in esilio nella nostra patria, volgevamo spesso il nostro sguardo verso l'esempio luminoso del Belgio. Io ricordo la campagna elettorale, a Bruxelles, nel 1937. Con ansia seguivamo gli sforzi di ricostruzione economica che il primo ministro signor Van Zeeland compiva per difendere contro gli attacchi dell'estrema destra, il suo governo di concentrazione nazionale, e per lottare fino in fondo contro il pericolo di guerra.
Anche oggi potremmo ripetere le parole che egli scriveva il 23 marzo di quell'anno: «Mai accetterei di considerare la guerra come un male necessario ed ineluttabile. Fino all'ultimo momento, un raddrizzamento è possibile, e noi vi tenderemo con tutte le nostre forze».
Noi ricordiamo con speranza le parole del Signor Spaak, allora Ministro degli Affari esteri, allorché in una intervista a L'indèpendance Belge poneva a base nella nostra civiltà «i valori umani trasmessi dal cristianesimo», allorché insisteva sulla possibilità di una collaborazione tra le due correnti, di cui la prima rappresentava i valori d'ordine, d'autorità, di responsabilità, nel quadro della democrazia, e la seconda uno sforzo volto integralmente verso la giustizia sociale.
Era il tempo in cui, in due Encicliche apparse contemporaneamente, il Sommo pontefice prendeva posizione sui due fronti: da una parte « contro il comunismo» e per l'instaurazione della giustizia sociale; dall'altra «contro il nazismo e per la difesa dei cattolici tedeschi».
Non ci si poteva attendere di trovare in questi documenti più di una presa di posizione generale nel quadro della dottrina, mentre la lettera pastorale dei Vescovi del Belgio, che affrontava problemi particolari era concreta e perentoria. Potete immaginare quale risonanza avessero allora per noi parole come queste: «Noi disapproviamo formalmente — diceva la lettera — la tendenza in una forma o nell'altra, verso regimi totalitari o dittatoriali. Non ci aspettiamo nulla di buono per la Chiesa Cattolica nel nostro paese, da uno Stato autoritario che sopprimesse i nostri diritti costituzionali, anche se cominciasse promettendo la libertà religiosa. Noi vogliamo la conservazione di un sano regime di libertà che assicuri ai cattolici allo stesso titolo e nella stessa misura che a tutti i cittadini rispettosi delle leggi e dell'ordine pubblico, l'uso della loro libertà e dei loro diritti essenziali, con la possibilità di difenderli e riconquistarli con mezzi legali se un giorno venissero a trovarsi minacciati o violati» (Lettera pastorale 25 die. 1936).
La guerra si scatenò e fu l'attacco schiacciante dello Stato totalitario. Una volta passato l'uragano, possiamo chiederci se la lezione sia stata compresa, e soprattutto se le nuove costituzioni del dopoguerra e le nuove direttive dei governi abbiano tenuto conto sufficientemente del pericolo corso dalla democrazia.
Lasciatemi pur dire che mi sembra difficile affermarlo.
Nel cammino della nostra civiltà occidentale due correnti di pensiero si disegnano ed esercitano la loro influenza sulla evoluzione politica. La prima, resa più realista e quindi più pessimista da esperienze secolari, mette in primo piano la debolezza naturale dell'uomo. Nel corso dei secoli, filosofi e legislatori si sono domandati «cosa sono le leggi senza il costume?». E gli autori della costituzione americana si sforzavano soprattutto di mettere il potere politico nella impossibilità di contrastare quelle libertà essenziali che corrispondono ad altrettante virtù morali nella vita sociale.
Questa corrente dunque, suppone una atmosfera morale, all'interno della quale agiranno le istituzioni politiche, e scorge in queste ultime una protezione dell'ordine morale. In sostanza, alla base di tutto c'è la coscienza dei cittadini. Bisognerebbe esser ciechi, in effetti, per non rendersi conto che un regime democratico fondato sul popolo dipende più di qualsiasi altro non solamente dalla coscienza morale di cui son dotati i cittadini, ma anche dal costume che regge la loro comunità.
L'obbedienza e la disciplina non bastano più. Il popolo sovrano deve ormai possedere altre virtù: il senso della responsabilità di governo, la forza morale di contenere spontaneamente la propria libertà, per lasciare un posto giusto ai diritti degli altri e infine l'energia di non abusare delle istituzioni democratiche per obbedire ad interessi di partito o di classe.
Nei momenti decisivi, quando l'elettore democratico è chiamato ad esercitare il suo diritto di voto, egli deve essere incorruttibile di fronte alle menzogne dei demagoghi e ai ricatti dei potenti. Nelle manifestazioni collettive egli deve essere attento a non lasciar sommergere la propria coscienza morale dalla marea dissolvente della psicologia della folla. Eppure, bisogna che il suo animo sia aperto all'amore della collettività, al senso della fraternità e della democrazia. Non si tratta per l'elettore di un miscuglio di istituzioni coesistenti; si tratta di una filosofia interiore che ha la sua ragione d'essere negli elementi razionali dell'interesse comune ma soprattutto negli elementi ideali che hanno ispirato la vita, le tradizioni e la storia della Nazione.
Una seconda corrente ha esercitato in certe epoche una influenza predominante sulla evoluzione politica, e si sente riaffiorare, in questo dopoguerra, nei dibattiti delle Assemblee Costituenti, come anche nella maniera di prospettare le riforme. Si tratta dell'ottimismo sociale rivoluzionario. A questo ottimismo noi dobbiamo gli slanci di generosità e di idealismo creatore che, malgrado l'errore filosofico di base, ha spinto vigorosamente in avanti il cammino del progresso umano. Ma non dimentichiamo che anche la dittatura comunista è tributaria più di quel che comunemente non si creda dell'ottimismo di Rousseau. I grandi rivolu-zionari comunisti non esitano a trasformare lo Stato in una dittatura che servirà, dicono, da testa di ariete per smantellare le ingiustizie sociali.
Rousseau diceva che l'uomo è cattivo solo a causa della vita sociale. Per i marxisti ortodossi la radice del male si trova nella proprietà privata. Una volta eliminata questa, l'uomo ritornerà buono e la dittatura si eliminerà da sé. Sfortunatamente la radice del male si trova nel cuore dell'uomo e questo uomo non è soltanto lo zimbello della «libido-pos-sidendi», ma anche della «libido-dominandi», della volontà di potenza.
Si può constatare la sopravvivenza «der Ville zur Macht» anche in regime collettivista.
L'ottimismo fanciullesco scaturito dal secolo XVIII spiega la facilità con cui i primi rivoluzionari marxisti hanno formato questa arma terribile di rottura che è lo Stato comunista, che accentra non solo il potere poliziesco, amministrativo e burocratico, ma anche il potere economico e l'insegnamento. Occorre aver creduto in una specie di stato di innocenza della umanità, per aver posto in poche mani una somma così grande di potere. Quando si tratta di organizzare la vita dello Stato occorre avere un sano pessimismo, cosciente del fatto che il male si trova negli uomini e in tutte le classi sociali.
Pericolosa quella concezione politica secondo cui tutto il male è da una parte e tutta la virtù dall'altra. Ne derivano sia un ottimismo nei confronti del proletariato e un pessimismo nei confronti della borghesia, sia un pessimismo nei confronti delle masse ed un ottimismo nei riguardi della élite. In tutti e due i casi, si finirà con cedere tutto il potere a quello dei due gruppi al quale si ha la illusione di far credito di ogni virtù.
Ma allora bisogna scorgere in noi dei pessimisti con l'occhio sempre volto al passato, i quali, come Donoso Cortes cento anni addietro, non sanno prevedere per la civiltà moderna altro che l'Apocalisse?
Ben lungi da tutto ciò. Il nostro realismo pessimista e filosofico ci consiglia delle precauzioni costituzionali e una pratica di governo tale da garantire a un tempo, da una parte la libertà politica intesa come salvaguardia della democrazia, e dall'altra le libertà essenziali come rifugio delle persone e delle coscienze.
Ma, una volta stabilita in maniera solida questa base, è attraverso un risoluto ottimismo che noi vogliamo edificare l'avvenire democratico dei nostri paesi.
Se — come scriveva Bergson — la ragion d'essere della democrazia è la fraternità, occorre altresì ammettere con lui che «la democrazia è per essenza evangelica».
Noi possiamo dunque essere sicuri che in un regime democratico liberamente realizzato, il fermento evangelico feconderà la democrazia e rinnoverà la civiltà. Ne scaturisce che è nostro dovere offrire alla democrazia il contributo della nostra filosofia, della nostra morale, della nostra tradizione.
Questo contributo è molteplice e vario, secondo le epoche e secondo le Nazioni. Tuttavia, c'è qualche elemento inerente alla vita personale dell'uomo che esercita ovunque una pressione costante sulla vita sociale, ammesso che essa si svolga in regime di libertà.
Il Cristianesimo, per esempio, sviluppa nella persona umana lo slancio verso la perfezione, questo sforzo di perfezione proprio dei figli di Dio i quali, come dice S. Tommaso, agiscono da uomini liberi e non da schiavi. Un tale spirito di emancipazione si riflette necessariamente nella vita sociale e non può che espandersi ovunque in un regime di libera democrazia.
Un altro di questi concetti è rappresentato dall'individuo inteso come «persona umana».
Durante la guerra, in questo conflitto di idee che ha messo il mondo di fronte al nazismo, ci siamo trovati tutti d'accordo, credenti e non credenti, per salvare il concetto secondo il quale — come dice Maritain — l'uomo è più un tutto che una parte.
L'uomo si rende sempre meglio conto che egli non è una parte dello Stato, come l'ape è una parte dell'alveare, o la formica del formicaio. Allorché questa concezione dell'uomo come persona si indebolisce, l'organizzazione dello Stato tende a divenire collettivista ed assoluta. Il senso della dignità della persona umana conduce alla uguaglianza di fronte alla legge e di fronte alla organizzazione politica, vale a dire alla democrazia.
Il Cristianesimo apporta ancora un terzo impulso, certamente il più forte: l'amore. L'amore dal punto di vista sociale si chiama fraternità ed esige spirito di sacrificio a vantaggio della comunità.
Qui Bergson ci dice ancora: «La democrazia è per essenza evangelica: essa ha come spinta l'amore». Ecco l'elemento vitale.
La guerra ha reso, a coloro che l'avevano dimenticato, la coscienza di questa forza propulsiva del Cristianesimo da cui è animata la civiltà moderna, anche laddove questa ultima può sembrargli ostile. Non è per questo che un filosofo idealista come Benedetto Croce ha sentito la necessità di dimostrare «perché non possiamo non dirci cristiani»?
Molti credenti, d'altra parte, non avevano avuto fiducia nei principi democratici, poiché questi erano stati presentati da Locke e da Rousseau. Ma quando essi si sono scontrati con il carattere pagano dello Stato totalitario, essi hanno ben dovuto ammettere che sotto gli orpelli dello spirito dell'Enciclopedia, l'aspirazione alla democrazia era senza dubbio di origine evangelica.
Le grandi forze cosmiche che noi abbiamo scoperte, questa civiltà economica e materiale che noi abbiamo formato, il concatenarsi inestricabile dei problemi nazionali con quelli internazionali, fanno correre al nostro concetto del potere un pericolo terribile: ci sentiamo lo zimbello di forze più grandi di noi, noi parliamo di «forze economiche», di «necessità storiche», e, in mezzo a tutto questo, lo slancio umano s'infiacchisce.
Come non soccombere, di fronte a un avvenire così cupo, alla tentazione di evadere verso il passato? Come impedire agli uomini di sognare con nostalgia le soluzioni antiche dei «buoni tempi andati», se non facendo appello a tutte le risorse del Cristianesimo per il quale l'età d'oro non è mai nel passato, ma nell'avvenire?
Noi non abbiamo il diritto di disperare dell'uomo, né dell'uomo individuale, né dell'uomo collettivo; non abbiamo il diritto di disperare della storia, poiché Dio è al lavoro non solamente nelle coscienze individuali, ma anche nella vita dei popoli.
Solo il Cristianesimo può, mobilitandoci tutti per le conquiste avvenire, impedire che noi siamo presi da una impazienza brutale di fronte alla lentezza dell'uomo.
Senza la pazienza misericordiosa del Cristianesimo, l'uomo non sa dominarsi ed i più idealisti dei rivoluzionari sono stati i più sanguinari.
La pazienza, ecco un rimprovero che sovente ci rivolgono nel nostro lavoro politico, come se la pazienza significasse mancanza di volontà, energia compressa tenuta in riserva, come se la pazienza non fosse la virtù più necessaria al metodo democratico, sia nella vita interna delle nazioni che nella vita internazionale.
In due settori soprattutto, la democrazia è chiamata ad esercitare questa virtù: innanzitutto in quello della giustizia sociale. È nostro dovere risolvere i grandi problemi di una ripartizione più giusta e di una circolazione più equa dei beni messi a nostra disposizione dal progresso.
Queste riforme sono pressanti. Esse si impongono. D'altra parte, non potremo realizzarle — la cosa è ormai evidente —se non facendo la sintesi della storia di un secolo. Questa sintesi potrebbe esprimersi in poche parole: libertà politica e giustizia sociale. Impossibile uscire da questi binari senza far deragliare il convoglio.
Nel secolo XX si è avuta talora la sensazione che questi due elementi si sarebbero dissociati. Nei paesi di cultura tedesca, la legislazione sociale, la vita stessa delle organizzazioni economiche e sindacali, parevano il frutto di un regime autoritario; tanto che nei paesi latini l'individualismo eccessivo e il liberalismo economico assumevano l'aspetto di un ostacolo alla giustizia sociale. Oggi i tempi sono maturi per la sintesi nel quadro di un regime democratico.
La partecipazione alla vita politica delle forze operaie organizzate, deve essere intesa in modo da introdurre da una parte, nell'ambito politico, lo slancio verso la giustizia sociale, e d'altra parte nell'ambito economico, la certezza indistruttibile della libertà politica.
Coloro che accettano questa sintesi accettano la democrazia.
Essi sono disposti e qualificati per partecipare allo sforzo comune in vista del rinnovamento sociale o, quanto meno, per aprire la strada verso un avvenire migliore. Poiché lo Stato democratico, logorato dalla guerra, è oppresso sotto il peso di un bilancio schiacciante che rallenta la ricostruzione e la economia, e gli intralci alla produzione divengono presto intralci all'opera di giustizia sociale.
Ma un'altra e più pesante angoscia pesa oggi sul mondo. Tutti sentono che la libertà e la giustizia sociale non si raggiungono e non si difendono che in una atmosfera di sicurezza.
Ecco perché non è sufficiente, forse, cercare la sintesi del binomio «libertà politica-giustizia sociale» e sarebbe più giusto parlare di un trinomio «libertà-giustizia-pace». Poiché questi tre fattori sono assolutamente interdipendenti e solidali.
Per salvare la libertà è necessario salvare la pace, ma il regime di libertà non si salva senza effettuare la ricostruzione economica che è la premessa della giustizia sociale. Il cerchio è così chiuso e questo prova che tutta l'azione democratica deve tendere, per le ragioni stesse della sua esistenza, verso la pace.
Quando si parla di guerra, la immaginazione ci rappresenta immediatamente operazioni militari e truppe in movimento. Sicuramente i capi degli eserciti devono studiare i loro piani di difesa seguendo determinate linee strategiche. Ma gli uomini politici responsabili non possono dimenticare che, in una guerra possibile, le operazioni militari non rappresenteranno che l'urto finale, provocato laddove l'aggressore si sente più forte. Prima di questo urto finale, vi sono delle operazioni che non sono strettamente militari, ma che possono essere considerate come operazioni di guerra, poiché preparano il conflitto o vi conducono fatalmente. E in questo senso che l'azione che tende ad impoverire le democrazie parlamentari o ad umiliarle, insieme con la lotta per annullare i piani di ricostruzione europea, possono essere considerati come reali operazioni di guerra.
Quando noi democratici ci opponiamo, ciascuno nel proprio Paese, a queste manovre di guerra, difendendo il nostro regime di libertà e lottando per la ricostruzione, lavoriamo in verità per la pace, ed è la pace che vogliamo salvare.
Ed è peraltro evidente che se per disgrazia il ricorso alle armi diventasse una realtà, esso avrebbe un carattere universale. Non vi sarebbero più frontiere né terrestri né marittime né aeree. Anche oggi, benché non vi sia una guerra aperta, gli stessi pericoli minacciano i nostri paesi, senza distinzione di frontiere. Per questo occorre ad ogni costo fare appello alle forze di ricostruzione di tutti, alla energia unitaria dell'Europa.
Contro la marcia delle forze irrazionali, contro la mistica del materialismo integrale, non si può opporre che un appello appassionato alla nostra civiltà comune.
Creiamo questa solidarietà della ragione e del sentimento, della libertà e della giustizia.
L'Europa non troverà la sua salvezza che in questo spirito eroico di libertà e di sacrificio che è stato sempre decisivo nelle grandi ore della storia.
Ecco il nostro primo compito, il nostro compito per tutti.
Lo spirito di solidarietà europea potrà creare, in settori differenti, strumenti diversi di sicurezza e di difesa, ma la prima difesa della pace risiede in uno sforzo unitario che comprenda anche la Germania, in modo da eliminare così anche il pericolo di una guerra di rivincita. La propaganda dell'odio ideologico si infrangerà contro la solidarietà della Europa libera ed i popoli vedranno rinascere la certezza della pace e di un avvenire democratico fondato sulle forze dello spirito, dalla libertà e del lavoro.
Questa speranza, Signori, di un rinnovamento e di una ricostruzione dell'Europa, ha donato a noi italiani la forza morale necessaria all'esecuzione di un trattato di pace che appena imposto era stato sorpassato: noi abbiamo smantellato le fortezze che avrebbero dovuto ritardare l'invasione, noi abbiamo consegnato delle navi che in un periodo cruciale della guerra avevano solcato i mari per difendere la causa della libertà; noi avremmo infine dovuto soccombere sotto la disgregazione economica, se la grande democrazia americana non avesse avuto fiducia nelle nostre capacità di rinascita.
L'esempio di fierezza e di eroismo della vecchia Inghilterra, durante la lotta contro il nazismo, aveva sostenuto la nostra resistenza morale e ci aveva salvato dalla disperazione; ora l'intervento generoso ed illuminato degli Stati Uniti ci aiuta nella lotta così dura per la «liberazione dalla miseria».
Altri popoli vicini e lontani, ci hanno teso la mano. Nella nostra disgrazia noi abbiamo ripreso coscienza più che mai, della nostra comune civiltà e del nostro comune destino. Abbiamo girato il nostro sguardo verso il Belgio che camminava innanzi a noi sulla strada della ricostruzione e della unione con i popoli vicini. La Nazione che segue il vostro esempio, è un'Italia nuova, un'Italia che ha saputo chinarsi sulle dure esperienze della sua lunga storia e che si è raddrizzata cosciente delle necessità dell'ora, pronta ad imporsi tutte le restrizioni volontarie della sovranità che la renderanno attiva collaboratrice di una Europa unita nella libertà e nella democrazia.
Come abbiamo imparato a respingere quelle che si sogliono chiamare le sottigliezze della tattica machiavellica, per abbandonarci interamente alle linee maestre di una politica di civiltà rischiarata dai valori umani e cristiani, parimenti ci auguriamo con tutto il cuore che gli altri popoli sentano anche essi i legami di una solidarietà rinnovatrice e abbandonino quegli egoismi che derivano da tradizioni ormai spente.
Miei cari amici, io so che la primavera scorsa voi eravate inquieti per la nostra sorte, che voi guardavate ancora con qualche apprensione, alle soglie dell'inverno, agli avvenimenti della nostra vita politica e sociale. Non abbiate paura: ad ogni stagione il suo male.
È un compito difficile quello di difendere la democrazia con il metodo della libertà, ma è un compito magnifico e merita di essere compiuto sino in fondo. Non possiamo abbandonarci; non rappresentiamo né un partito né una nazione, noi siamo una civiltà in cammino. E le ragioni della civiltà non tollerano né arresti né abdicazioni.
Nessuno ha il diritto di mettere in dubbio la nostra fermezza e l'apporto che può donare un popolo di 45 milioni di abitanti alla causa della pace e della civiltà che è la causa di coloro che cercano la libertà e che hanno sete di giustizia.

On. Alcide De Gasperi
Conferenza di Bruxelles
Bruxelles, 20 novembre 1948

(fonte: biblioteca Butini)


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