LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA POLITICA ESTERA ITALIANA: INTERVENTO DI PAOLO EMILIO TAVIANI SU ALCUNE MOZIONI PARLAMENTARI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 1 dicembre 1948)

Paolo Emilio Taviani interviene nella discussione su alcune mozioni parlamentari sulla politica estera del Paese il 1 dicembre 1948. Qualche giorno dopo interverrà anche il Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi. I temi sono quelli caldi in quegli anni: il presunto spirito pacifico dell'Unione Sovietica di Stalin (sostenuto dai parlamentari della sinistra) da un lato, la difesa della politica estera occidentale del governo centrista dall'altro. Particolarmente animata è la discussione tra Taviani e Nenni, proprio sulla questione dell'URSS. L'ultimo tema toccato da Taviani riguarda il neutralismo, considerata una sorta di arma impropria per spostare l'asse della politica estera italiana dall'alleanza con gli Stati Uniti ad un quadro molto incerto e insicuro.

* * *

TAVIANI. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, prima di entrare nel vivo dell’argomento io desidero precisare i termini entro i quali e con i quali intendiamo discutere onde evitare che su di una cosa si possa, in buona o in mala fede, equivocare. Noi della Democrazia cristiana affrontiamo l’odierno problema di politica estera, ne discutiamo, interveniamo nel dibattito, ragionando in termini di esistenza del popolo italiano, non in termini di potenza.
Mi spiego: certamente nessuno pensa alla possibilità di portare l’Italia al rango delle grandi .potenze continentali. Peraltro, quando si parla di potenze non si intendono soltanto le grandi potenze continentali; prerogativa di potenza è anche il diritto riconosciuto di far udire la propria voce nei consessi internazionali; prerogativa di potenza è anche quella di avere mandati o domini coloniali ed altra ancora è quella di poter trattare, senza vincoli-capestro, in condizioni di parità, almeno sul piano giuridico, con altre nazioni e con altri popoli. Orbene, tutte queste sono preoccupazioni vive e profonde nel nostro animo e crediamo anche di coglierle, di interpretarle, vive e profonde, nell’animo di tutti o, almeno, della grandissima maggioranza del popolo italiano. Pur tuttavia diciamo: non è animati da queste preoccupazioni, né sospinti verso questi obiettivi, che ragioniamo oggi del nostro avvenire, della posizione del nostro Paese, nel dramma che il mondo sta attraversando.
Saremmo cattivi italiani se non ci preoccupassimo di tutto ciò, ma saremmo pure cattivi italiani, cattivi democratici e pessimi cristiani se, in vista di quelle e di quelle sole preoccupazioni, noi cercassimo di determinare la posizione dell’Italia in un mondo le cui convulsioni non escludono, purtroppo, l’eventualità, sia pur lontana, di una terza guerra. Non saremmo degni di chiamarci democratici cristiani se con l’intento, di per sé nobile e giusto, di riaffermare o consolidare la posizione dell’Italia fra le nazioni mondiali, noi scartassimo anche una sola probabilità di restare fuori da un eventuale conflitto.
Sappiamo tutti, onorevoli colleghi, per esperienza. diretta, che cosa significhi oggi una guerra. Essa è una strage così immane che allo stesso modo in cui nulla, neppure la più profonda ragione di giustizia, potrebbe giustificare la responsabilità o il contributo alla responsabilità del suo scatenamento, così nulla potrebbe giustificare il Governo di non aver cercato tutte, dico assolutamente tutte, le possibilità di restarne fuori.
Né, d’altra parte, noi possiamo accettare fatalisticamente la tesi di quanti vogliono o sentenziano un confitto inevitabile a cui si debba, giocoforza, soggiacere. Appunto perché sentiamo l’angoscia del significato del presente dramma del mondo, noi sentiamo e siamo decisi fino all’ultimo minuto a credere, a disperatamente credere, che la via della pace ancora sussiste; siamo, fino all’ultimo minuto, decisi a fare qualsiasi sacrificio di interessi, qualsiasi sforzo, allo scopo supremo della pace ! (Applausi). Dico della pace non soltanto del nostro popolo, ma della pace dell’Europa, della pace del mondo.
Di qui è logico dedurre, onorevoli colleghi, che nel mio ragionamento non troverete nessuna ombra di nazionalismo. Stia certo l’onorevole Nenni, il quale ieri ricordava in contesa dei micròmani con i macròmani, che non troverà nei miei ragionamenti un ragionamento da macròmane.
La mia generazione è stata avvelenata dall’educazione nazionalista, e forse in qualche momento è stata anche sviata; ma ne abbiamo visto le conseguenze. Molti di noi le portano sulle loro carni o su quelle dei loro familiari. Nessuna ombra di nazionalismo; nessuna illusione che il mondo continui ad essere quello che si credeva che fosse - o era - all’inizio del secolo. Grazie a Dio, il mondo non cambia solo in peggio.
Il superamento del nazionalismo non è oggi soltanto un’idea socialista, dei veri socialisti democratici. (Commenti all’estrema sinistra). D’altra parte l’universalismo cattolico ha permeato molte delle più elevate menti politiche contemporanee. Al disopra dei nazionalismi e degli esasperati razzismi, oggi si diffonde la concezione di un’Europa, di un mondo che sappia comprendere in un’armonia di piani economici, di rapporti morali e giuridici, di progresso sociale, le varietà di cultura nazionale e di razza espresse nella differenziazione politica di singoli Stati, che pur restano membri di un unico corpo, l’umanità.
Questi i concetti a cui noi ispiriamo le nostre valutazioni e a cui improntiamo le nostre soluzioni: non in termini di potenza, dunque, ma di esistenza. E in termini realistici di esistenza il problema si può esprimere così: come inserire l’Italia nel piano delI'evoluzione del mondo, in modo che dia un contributo di pace, e non sia pedina travolta o distrutta nel vortice di quelli che potrebbero essere gli sviluppi della situazione in un prossimo avvenire.
Per risolvere questo problema bisogna, anzitutto, fare il punto sulla situazione.
Onorevole Nenni, ella ieri (e non ha bisogno di avere di me questo riconoscimento) è stato molto abile: ci ha impartito una lezione - anche se non vi aderisco nella sostanza - una lezione di storia che si è fermata, però, al fascismo. Ella non ha parlato dei tre o quattro anni dopo l’armistizio e dopo la pace, mentre io attendevo che ne parlasse nei termini in cui altra volta ne parlò, quando disse: « Quali che siano le responsabilità dell’attuale situazione, dobbiamo esaminarla concretamente, spregiudicatamente; quali che siano. le responsabilità dell’U.R.S.S. - (lei non ammetteva che vi fossero responsabilità, tuttavia, per ragione d’ipotesi, le dava per concesse) - oggi la situazione si pone in questo modo, ecc., ecc. ».
No, onorevole Nenni, non possiamo essere d’accordo. Sarebbe come orientare una nave nel mezzo dell’oceano senza prima aver fatto il punto. Ci troveremmo, ad un certo momento, nel pieno della burrasca, o travolti in fondo al mare, quando credevamo di navigare verso il sereno, la pace e la tranquillità.
E per fare il punto occorre vedere il comportamento delle grandi Potenze in particolar modo in questi ultimi tempi.
Qui emerge il vostro schema, colleghi dell’opposizione : uno schema che, fatalmente, riproduce nella politica estera lo schema che, in politica interna, confutai nell‘ultimo mio intervento alla Camera.
Anche in politica estera voi dite molto semplicemente: ci sono le due parti: di qua l’Unione Sovietica, rappresentante ufficiale del mondo del lavoro, di là il Nord-America, l’Inghilterra, rappresentanti ufficiali del capitalismo. E voi aggiungete: l’America vuole la guerra, l’Unione Sovietica vuole la pace.
Ebbene, vediamo, colleghi dell’opposizione, consultiamo i dati della consistenza dell’esercito sovietico nei territori occupati e i dati della consistenza degli eserciti americano e inglese in Europa. Non sono dati ufficiali, sono dati approssimativi, ma la differenza fra le due parti è tale che resta significativa anche se possono variare di qualche unità, e direi perfino di qualche decina di unità, e le unità sono le Divisioni !
Questi dati dimostrano chi si sia mantenuto dopo il 1945 sul piede di guerra e chi abbia veramente disarmato. I nord-americani avevano disarmato. Nel 1945 e nel 1946 il Nord-America ha completato la quasi totale smobilitazione di tutte e tre le forze armate, e solo nel 1947, per l’acuirsi della tensione internazionale, ha iniziato nuovamente il riarmo. L’Unione Sovietica non ha disarmato mai (per ragioni difensive, essa dice), ma non solo: ha cercato di potenziare al massimo la propria organizzazione militare, come è dimostrato dal nuovo indirizzo del piano quinquennale.
Quali che siano le vostre opinioni in proposito, io sono convinto, colleghi dell’opposizione, che gli americani. non vogliono la guerra. Non la vogliono, perché non vi hanno interesse. Ammettiamo la concezione che voi pittorescamente andate presentando al popolo italiano, la concezione di uno Stato che si esprimerebbe esclusivamente in una ristretta classe capitalistica, di banchieri e di mercanti. Ammettiamo pure questo. Non ha interesse questa classe alla guerra, perché la situazione economica del continente nuovo è tale che le sue possibilità di sviluppo e di affermazione sono tanto maggiori quanto più la pace viene mantenuta e consolidata nel mondo. Non vogliono la guerra, perché, quando sono i popoli a decidere, le guerre non vengono; se non per improrogabili necessità; e mi sembra che anche lei ieri, onorevole Nenni, lo abbia implicitamente ammesso.
Il popolo inglese ha votato per la pace, quando ha votato per Bevin e per Attlee; ha votato per la pace il popolo americano dando la sua preferenza a Truman. Ma voi credete sinceramente che questi uomini siano tutti traditori dei loro impegni elettorali ?
Tutti i popoli, del resto, vogliono la pace. Ma, a differenza dei popoli guidati da un uomo solo o da un piccolo gruppo di uomini, i popoli democratici possono influire sugli orientamenti dei governanti. Nei Paesi occidentali, quali che siano gli errori che i Governi possano di volta in volta compiere, esiste la possibilità, anzi di fatto sussiste quella trasfusione di forze, di opinioni e di orientamenti dal basso verso l’alto, a cui ieri accennava l‘onorevole Nenni.
Ecco perché noi crediamo all’impegno e alla volontà di pace dei Governi democratici, più che all’impegno e alla volontà di pace dichiarati dai Governi totalitari.
Come ha dimostrato l’Unione Sovietica la sua conclamata volontà di pace ? Innanzi tutto col potenziamento delle forze armate, e, poi, con una politica all’O.N.U. che ci lascia piuttosto perplessi; non solamente per l’atteggiamento nei riguardi dell’Italia, ma anche perché, nella sua qualità di membro permanente del Consiglio di sicurezza, l’Unione Sovietica entra sì direttamente in tutte le Commissioni che esaminano le questioni relative alla pace, ma ha sistematicamente rifiutato di aderire alle organizzazioni specializzate, come la F.A.O., l’U.N.E.S.C.O., il B.I.T., che svolgono un’opera umanitaria e sociale, e ciò, si dice, per la difesa della propria ideologia. Non ha aderito agli accordi monetari di Bretton Woods, i quali hanno dato vita alla costituzione di una forma monetaria internazionale. L’uso del diritto di veto, infine, è divenuto nelle mani della Russia sovietica una consuetudine.
I veti sovietici, a cominciare da quello dato alla mozione Stettinius del 16 marzo 1946 sulla questione siro-libanese, sono ormai ventisette. Eppure a Yalta era stato concordato da Stalin, Roosevelt e Churchill che i veti sarebbero stati usati solo come ultima ratio per la difesa di interessi essenziali.
E’ vero che mi si obietterà che ventisette volte si sono presentati degli interessi essenziali per l’U.R.S.S.
In modo particolare, poi, non può non preoccuparci la politica attuata dall’Unione Sovietica nei Paesi occupati dalle sue truppe o che rientrano nella sua zona di influenza. Ci lascia perplessi, perché a Teheran prima, e poi a Yalta, gli Alleati si erano impegnati a difendere i diritti dei popoli e !a libertà democratica. E a San Francisco si erano anche specificati i termini di questa libertà democratica, in modo da svuotare la polemica americano-sovietica sull’interpretazione pratica del termine democrazia.
Ora qui non voglio ripetere quello che è stato già tante volte ripetuto. Noi non crediamo che si possa parlare di una democrazia in questi Paesi.
E badate che chi, ponendo il confronto fra l’attuale situazione e la situazione dell’occupazione tedesca, dice che l’attuale situazione è peggiore non siamo noi, non sono coloro che erano stati allora filo-nazisti, ma sono coloro che allora, sotto i tedeschi, combatterono a fianco dei bolscevichi contro il nazismo: è il segretario del Partito popolare cecoslovacco, sono i socialdemocratici boemi, è il già presidente del Consiglio ungherese; sono tutti questi uomini, che hanno combattuto contro il nazismo ed oggi vengono esuli, passano per le nostre capitali e dicono ed attestano a noi e a tutti quanti possono avere occasione di incontrarli che là oggi si soffre sotto un regime peggiore di quello dell’occupazione nazista.
Ancora più perplessi ci lascia la posizione assunta dall’Unione Sovietica dinanzi al piano Marshall.
Gli Stati Uniti d’America, rendendosi conto che le gravi difficoltà economiche dei Paesi europei sono fomite di discordie e di disordini nel mondo, hanno concepito e attuato il piano Marshall, invitandovi tutte le Nazioni europee partecipanti all’O.N.U. e in aggiunta l’Italia e l’Austria.
L’Unione Sovietica ha rifiutato l’invito, e quando la Cecoslovacchia, spinta. da una seria crisi economica, ha aderito al piano, l’Unione Sovietica l’ha richiamata all’ordine, obbligandola a rinunciare a tutti i vantaggi che al popolo cecoslovacco dal piano avrebbero potuto derivare. Non solo, ma al piano Marshall è stato contrapposto il Cominform, con lo scopo preciso di sabotare il piano Marshall e di impedirne la pacifica realizzazione.
Giunti a questo punto, noi ci potremmo chiedere se nella politica estera di Stalin e di Molotov vi sia alcunché di nazionalismo o più ancora di panslavismo. Non sono infatti pochi coloro che ravvisano nella politica estera sovietica le stesse linee della politica estera zarista. Sin dai tempi della rottura fra Stalin e Trotzky ...

Una voce all’estrema sinistra. Dove le legge queste notizie ? Sull’Osservatore Romano ? (Proteste al centro).

TAVIANI. No, onorevole collega; comunque quello è un giornale di solito bene informato, e probabilmente ella stessa si informava da quel giornale cinque o sei anni or sono.
Sin dai. tempi della rottura fra Stalin e Trotzky nel 1927, la politica estera russa non appare di facile interpretazione. La politica di Stalin del socialismo in un solo Paese, portando al presunto abbandono della rivoluzione mondiale, ha favorito l’interpretazione della politica sovietica come una semplice continuazione dell’imperialismo zarista. La insistenza sulla rivoluzione mondiale come reale obiettivo e l’assunto .che la dottrina del socialismo in un solo paese significhi il fallimento della rivoluzione mondiale, sembrano, infatti, aver costituito una delle basi dell’errore di Trotzky. D’altronde le energiche dichiarazioni di Stalin a Yalta, sui nuovi confini fra Polonia e U.R.S.S., sono state da molti considerate come una espressione di vecchio nazionalismo. Ma dal tono della relazione del Cominform che sconfessa Tito, a noi – ignari e non iniziati ai misteri e ai presupposti dogmatici della dottrina sovietica - è sembrato che Stalin nel 1948 abbia parlato con il linguaggio di Trotzky del 1926 e 1927. Mentre Tito sembra proprio accusato di ciò che Stalin contro Trotzky sosteneva nel 1926.
Certo, una ragione di tutto ciò sussiste. Comunque, a noi interessa vedere se la politica estera russa sia solamente una politica estera a carattere nazionalistico, perché in sostanza ci si potrebbe anche prospettare l’ipotesi che l’Italia al centro del Mediterraneo possa rientrare in una sfera che direttamente non interessi la Russia. Ma, purtroppo, non sembra che si possa accettare questa interpretazione. Ieri l’onorevole Giacchero notava che la Russia oggi non ha interesse a che l’Unione europea si realizzi, così come duecento anni fa l’Inghilterra non aveva interesse alla realizzazione della unità nord-americana. Non soltanto la Russia, caro amico Giacchero, ma già il bolscevismo da gran tempo aveva preso posizione contro l’unione europea.
Fin dal 1915 Lenin condannò il principio degli Stati uniti d’Europa come realizzabile e reazionario in pari tempo. Questo atteggiamento venne riconfermato nel 1930, quando il movimento degli Stati uniti d’Europa acquistò un ritmo intenso. Nel 1930 anche Stalin accusa i fautori dell’unione europea come borghesi, e nel 1931 quando l’Unione Sovietica accettò di partecipare alla commissione creata dalla Società delle Nazioni per lo studio dei problemi dell’unione europea, la Pravda spiegò che l’Unione Sovietica aveva accettato al solo fine di fare abortire il progetto.

GIACCHERO. E Mussolini, nel 1932, faceva pubblicare la rivista Antieuropa !

TAVIANI. E’ vero che l’idea che una collaborazione sia possibile fra uno Stato socialista e i Paesi a regime capitalistico è stata tenacemente perseguita; ma è vero anche che, quando della cosa i comunisti discutono e discorrono seriamente, appare evidente come ai loro occhi i due mondi non possano convivere e che presto o tardi uno dei due debba trionfare. A questo proposito è un documento fondamentale l’intervista di Stalin alla prima delegazione del lavoro americano del 1927, e poi la sua lettera a Ivanoff del 1936. Egli citava allora la tesi denunciata da Lenin nel suo rapporto all’VIII Congresso del Partito comunista del 1919, che dice: « L’esistenza di una Repubblica Sovietica accanto a un sistema di Stati capitalistici è a lungo andare inconcepibile. L’una o gli altri devono trionfare, e prima che ciò avvenga tutta una serie di urti spaventosi fra la Repubblica Sovietica e gli Stati borghesi sarà inevitabile ».

Una voce all’estrema sinistra. Legga anche il resto.

TAVIANI. Ecco, leggo il resto. Stalin, commentando, continuava: « Ciò significa che l’aiuto scambievole del proletariato internazionale è la sola forza capace di risolvere il problema. Noi tuttavia - dice Stalin – non vogliamo perciò incrociare le braccia ed attendere gli aiuti dall’esterno. Al contrario ! L’aiuto da parte del proletariato internazionale deve essere combinato con gli sforzi diretti a rinforzare la difesa del nostro Paese con l’armata rossa e la marina rossa » . (Applausi all’estrema sinistra - Vive proteste al centro e a destra).

Una voce all’estrema sinistra. Stalin fece quella politica nel suo Paese, senza la quale ora sareste tutti in galera !

TAVIANI. E nei Problemi del leninismo Stalin scriveva: « La vittoria finale del socialismo significa completa sicurezza da ogni tentativo di intervento esterno. Perciò, l’appoggio alla nostra rivoluzione da parte dei lavoratori di tutti i Paesi ed ancor più la vittoria di questi lavoratori è una condizione indispensabile per la completa sicurezza della prima nazione vincitrice, contro tentativi di intervento e di restaurazione; è quindi condizione indispensabile per la vittoria finale del socialismo ».
Onorevole Nenni, ella ieri ha parlato di crociata. Ma chi è che fa la crociata? Chi è che prevede la guerra ideologica? Non certo noi; non certo dal punto di vista nostro, possiamo pensare e pensiamo ad una guerra di religione o ad una crociata. Innanzi tutto, noi siamo troppo realisti per credere che fra i due mondi, che oggi convivono in uno stato di non guerra, da una parte sia il paradiso e dall’altra l’inferno. Abbiamo ripetuto più volte, dinanzi alle vostre paradisiache illustrazioni, che le condizioni di vita nella Repubblica Sovietica non rappresentano il paradiso in terra. Ma non crediamo neppure che questo paradiso terreno esista ad Occidente. Né a Oriente, né a Occidente; sebbene, a Occidente, le condizioni di vita e, in primo luogo, le condizioni di vita degli operai e dei contadini siano incomparabilmente migliori di quelle dell’oriente. (Vivi applausi al centro e a destra - Rumori all’estrema sinistra).

Una voce all’estrema sinistra. Vada in Russia !

SEMERARO GABRIELE. Perché, non andate voi in Russia? Perché vogliono andare tutti in America e in Russia non vuole andare nessuno ?

Una voce all’estrema sinistra. Non conoscete le condizioni degli operai in Russia.

TAVIANI. Domandatelo ai sindacalisti che hanno visitato la Russia e l’America, domandatelo all’onorevole Di Vittorio ! (Commenti all’estrema sinistra).
Non crediamo neppure, quindi, che possa sussistere il problema di allargare un paradiso terrestre che non esiste; ma, in modo particolare, non crediamo che sia concepibile, secondo lo spirito cristiano, e neppure secondo lo spirito democratico, imporre o cercare di imporre con la forza determinate convinzioni o idee.
E’ vero che qui si potrebbe parlare di liberazione di determinati popoli da imposizioni che su di essi e contro di essi vengono perpetrate; ma, per quanto gravi siano queste ingiustizie, una guerra appare provocatrice di tante e tanto più gravi ingiustizie, che sacrilego ci sembrerebbe contaminare l’idea di Dio e della religione con l’idea di una guerra offensiva o, come si dice da taluno, di una moderna crociata. (Applausi a destra e al centro).
Del resto, non è nello spirito cattolico la guerra di religione ! (Commenti all’estrema sinistra). Le crociate di ottocento anni fa avevano uno scopo ben definito e ben delimitato: non tendevano affatto a convertire con la forza gli infedeli. Il cattolicesimo non è mai stato l’Islam !
Non noi predichiamo la crociata né vogliamo la crociata ! Ma piuttosto, anche senza ricorrere ai testi di Lenin e di Stalin, ella stessa - onorevole Nenni - ha parlato di guerra civile. A dire il vero qui in Aula ne ha parlato molto abilmente, come del resto ad Ascoli, come di uno che vede dall’esterno il problema e che dice: « Badate, signori del Governo, che, se proseguirete, vi troverete dinanzi a questa situazione ». Anche ad Ascoli ella si è espressa così, e forse le espressioni dell’onorevole Giua al Senato, che tanto scalpore hanno destato nella stampa, possono essere ancora viste sotto questa luce, per quanto non si possa non constatare che questi osservatori esterni sono anche i capi riconosciuti delle masse che dovrebbero scattare al momento opportuno. Ma, onorevole Nenni, vi è qualcosa di più: ella non parla mica sempre come ha parlato in quest’Aula. A Bologna, ad esempio, ha parlato molto più chiaramente e ha detto che le sue organizzazioni si troverebbero costrette ad assumere l’iniziativa e la responsabilità di una campagna di disobbedienza civile (Vivi commenti al centro e a destra), se la minaccia di guerra si aggravasse e se dovesse continuare l’attuale tendenza a fare del nostro Paese una colonia del capitalismo.

NENNI PIETRO. Confermo: non ho una sola virgola da cambiare. (Proteste al centro e a destra).

TAVIANI. A stare a quanto scrive Mario Berlinguer in un articolo apparso sul Paese del 12 novembre corso, sembra che « in tutti i comizi socialisti si sia dovunque apertamente assunto un impegno insurrezionale per il giorno in cui davvero si tentasse di scatenare la guerra dalle oligarchie imperialiste e capitaliste ». Altro che impegni militari da parte del Governo, che non vi sono; qui vi è un impegno insurrezionale da parte dei capi dell’opposizione ! (Commenti).

NENNI PIETRO. Mi permetta: ciò è in tutte le deliberazioni della Internazionale socialista, da quando è stata costituita. (Commenti al centro).

Una voce all’estrema sinistra. Noi non vogliamo combattere per i capitalisti: essi vogliono farci combattere per i loro interessi ! (Vive proteste al centro e a destra).

TAVIANI. La ringrazio, onorevole Nenni, .per questa precisazione; ma io vorrei vedere come essa possa conciliarsi con quello che ella ha detto qui, vale a dire: « che il Governo faccia sinceramente la sua politica e la dica sinceramente ». Lei ha soggiunto che è diritto e dovere del Governo di farla, e che l’opposizione avrebbe pensato a condurre la sua azione onde mutarne l’orientamento. Ella intendeva azione in senso democratico e non in senso insurrezionale. Evidentemente vi è un diverso linguaggio tra questo suo riconoscimento di oggi e quanto ella e i suoi amici vanno predicando sulle piazze d’Italia, vi è una contraddizione tra questa campagna e quanto ella ha detto ieri. Del resto, questo risponde alla parola d’ordine dell’onorevole Togliatti, lanciata l’11 luglio di quest’anno.
Ma io vorrei chiederle, onorevole Nenni: come sarebbero trattati questi discorsi nei Paesi nei quali i suoi amici sono al Governo ? (Commenti).

Una voce al centro. Con la forca ! (Rumori all’estrema sinistra).

TAVIANI. Io so come sarebbero trattati questi discorsi. « Un discorso, o soltanto una critica, un attacco ingiusto contro la Repubblica e il Governo, è punito con la reclusione da tre mesi a cinque anni, e uno sciopero da uno a cinque anni di lavori forzati ». (Commenti al centro). Questa è la legge che ha, pochi giorni fa, firmato Gottwald nella Cecoslovacchia. (Interruzioni all’estrema sinistra).
Io credo di essere nella migliore delle condizioni per poter comprendere anche uno stato d’animo di ribellione. E forse ciò è dovuto al fatto che, l’unica volta che ho combattuto, ho combattuto da ribelle, da partigiano. Ma la situazione - e lo ha detto l’onorevole Pacciardi ieri - è ora ben diversa, perché ora v’è la Repubblica, v’è la democrazia, vi sono le libere elezioni, e non v’è bisogno di fare insurrezioni perché il Governo interpreti la volontà del popolo. (Applausi a sinistra, al centro e a destra).
Ma, onorevole Nenni, v’è qualcosa di più. Tutte le dichiarazioni, che ho finora citate, sono subordinate all’ipotesi di una guerra scatenata dal Governo, dai capitalisti, dalle potenze capitalistiche. Ma, dicevo, v’è qualcosa di più, che è offerta dalla dichiarazione del senatore Pertini, che ben conosco fin dal tempo cospirativo, e che stimo, per la sua lealtà e per la sua sincerità. Ed è proprio per questa lealtà e sincerità che egli, incautamente forse, ha detto quello che voi non avete mai detto. Egli faceva prima l’ipotesi degli Stati Uniti e diceva: « Se gli Stati Uniti dovessero occupare le nostre basi militari (aeroporti, porti), noi dovremmo batterci contro di loro, né più né meno che come abbiamo fatto contro i tedeschi ». E soggiungeva: « In nessuna circostanza invece - quindi neppure nel caso di una occupazione dall’esterno - i lavoratori devono ricorrere alle armi contro l’U.R.S.S. ». (Applausi all’estrema sinistra - Vivissime proteste a sinistra, al centro e a destra).
E a Napoli l’onorevole Pertini ha detto: « Noi ci batteremo sempre per la pace, ma, nel caso che dovesse verificarsi un conflitto, il nostro posto è già scelto: sarebbe a fianco del mondo del lavoro, rappresentato dall’U.R.S.S. ». (Vivissimi applausi all’estrema sinistra - Proteste dei deputati della sinistra, del centro e della destra).

PIGNATELLI. « Viva l’Italia ! ». (Vivissimi applausi dei deputati del centro, della destra e della sinistra che in piedi gridano: Viva l’Italia ! - Interruzioni all’estrema sinistra).

ANGELUCCI MARIO. Ipocriti ! (Proteste al centro e a destra).

TAVIANI. Collega che parli di ipocrisia, non è forse ipocrisia presentarsi con la tesi della neutralità, mentre si è già operata una scelta a fianco dello schieramento orientale ? (Vivissimi applausi al centro e a destra).
Del resto l’onorevole Togliatti precisava, in un articolo sull’Unità, che non si può parlare di neutralità, e l’onorevole Morandi diceva: « La tesi della neutralità può bensì essere un’arma utile oggi tra le tante che si possono usare per combattere a pro’ della pace, ma non può servire più tanto per battersi per la salvezza della pace; non può servire per la nostra partecipazione alla guerra e non dobbiamo consentire ombre di equivoco al riguardo e tollerare che la neutralità possa essere raffigurata con l’usbergo sotto il quale rifugiarsi nella eventualità di un conflitto ».
Onorevole Nenni, ella ieri chiedeva la sincerità al Governo; ebbene, abbiamo il diritto, di chiedere anche noi all’opposizione la sincerità nelle sue critiche e nelle sue affermazioni. (Applausi al centro e a destra).
Da chi poi la tesi della neutralità concepisca nel senso più astratto vengono sempre addotti due esempi (così ieri e pure oggi, in queste nostre discussioni) : l’esempio cioè della Svizzera e quello della Svezia.
Ebbene, quale è la situazione della Svizzera? Il bilancio militare svizzero supera quello italiano, se dalle spese da noi sostenute per la difesa si detraggono i miliardi che nulla hanno a che fare con la conservazione delle forze armate vere e proprie. E la Svizzera è, per superficie e popolazione, un decimo del nostro Paese.
L’anno scorso, per il bilancio militare, la Svizzera ha speso la metà del suo intero bilancio. La Svizzera ha portato il servizio militare fino a 60 anni; dispone di un piano di guerra, che - non si svela alcun segreto - prevede l’accentramento di tutti i mezzi difensivi nel massiccio centrale che è stato trasformato da decenni, con industria ammirevole e spese notevoli, in una grande fortezza. Chi vuole attaccare questa fortezza sa che dovrà spendere uomini e tempo e sa che, il giorno in cui avrà superato le ultime resistenze, gli svizzeri potranno sempre far saltare in aria le vie di comunicazione principali rendendole inservibili.
La nostra posizione è, inoltre, ben diversa, da quella della Svezia. Anche la Svezia persegue - almeno finora - la neutralità, ma una neutralità armata, e resa possibile da ampie risorse economiche proprie. Ha disponibilità di acciaio e di legname; e disponibilità soprattutto di un milione di uomini armati modernamente: forze sufficienti - se si tiene conto delle frontiere terrestri e marittime di quel Paese, assai meglio difendibili delle frontiere italiane - non ad impedire ma a rendere molto difficile e costosa l’avanzata di un eventuale invasore. Senza contare che fra la Svezia e l’Unione Sovietica v’è la situazione finlandese che, mentre è calma in condizioni di pace, cesserebbe di esserlo, molto probabilmente, qualora tali condizioni venissero a cambiare.
Per noi, onorevoli colleghi, il problema non si pone nei termini della Svizzera né delIa Svezia. Per noi la questione si pone nei termini esatti in cui la pose il Presidente del Consiglio nella sua ben nota intervista a un giornale romano. Non da una parte neutralità e pace e dall’altra interventismo e guerra, ma da una parte isolamento, e quindi certezza di essere travolti in balia del primo occupante, o meglio, del più spregiudicato degli eventuali possibili contendenti. Isolamento che si risolve nell’impossibilità stessa dell’esistenza, se la neutralità viene concepita come una formula astratta, non concretata né concretabile; ché se poi la si concepisce, come lei onorevole Nenni e i suoi amici mostrano di concepirla, l’isolamento significherebbe, prima o poi, inevitabile, se pure più o meno gradualmente realizzato, uno schieramento a fianco delle forze militari sovietiche contro le democrazie occidentali.
Ecco perché la sua tesi, onorevole Nenni, non significa pace; essa significa l’abbandono di quelle speranze, che pure sussistono, di evitare Ia guerra, speranze che trovano un loro concretamento soltanto in una politica di cooperazione dei popoli europei. Di qui la nostra approvazione a quella linea di politica attiva per il mantenimento e il consolidamento della pace, che il Governo italiano ha dimostrato di voler seguire. Noi non ci illudiamo che l’Italia oggi possa esercitare un peso determinante su quelli che saranno gli sviluppi della politica internazionale; ma questo non significa che essa non possa portare un suo contributo a un’attiva politica europea di pace, condotta in armonia con la politica di difesa della pace, della democrazia, della libertà che gli Stati Uniti del Nord-America han dimostrato con i fatti di perseguire.
Ha ieri accennato l’onorevole Nenni al problema tedesco, che sta indubbiamente al centro della situazione europea. Certo, vana illusione sarebbe credere di poter risolvere i problemi dell’Europa Iasciandone divisa la parte centrale e nevralgica in zone di occupazione, senza alcun ordinamento definitivo, o, anche se non definitivo, almeno temporaneamente stabile. Ebbene, v’è da una parte il popolo francese, che sembra abbia cominciato a rendersi conto - almeno per la sua parte più democratica - che i suoi rapporti con i tedeschi non si pongono più oggi come si ponevano nel tempo in cui l’Europa era il centro del mondo, nel tempo in cui tutti i problemi internazionali si impostavano, si risolvevano e si esaurivano in Europa; e v’è dall’altra parte il popolo tedesco, quello almeno della Vestfalia, della Baviera, del Baden, che, pur fra le strettezze e le conseguenze immani di una sconfitta - resa, dalla pazzia di Hitler, di proporzioni non mai viste nella storia - può esprimere ancora una sua opinione, e mostrare segni non dubbi di aver compreso quanto assurda sia stata l’illusione di unificare l’Europa approfondendone le differenze fra i popoli in odi razziali, mistici e fanatici.
Ebbene, affinché la cooperazione si realizzi fra questi due popoli e con essa la cooperazione europea diventi sempre più concreta e operante, l’Italia può dire la sua parola e forse può portare un suo contributo.
Dobbiamo però anche far sentire energicamente, virilmente, alle Nazioni vincitrici che non esiste soltanto in Europa un problema tedesco, ma che, per il riassestamento e per la pace dell’Europa e del mondo, esiste anche un problema italiano, meno grave, se Dio vuole, di quello tedesco, ma pure importante e fondamentale. In particolar modo v’è il problema del lavoro italiano, che non può essere contenuto negli angusti confini della Patria. E’ impossibile una duratura politica di pace in Europa se non si risolvono i problemi economici dell’Europa stessa; questo pare sia stato compreso. Ma prima ancora dei problemi economici vi sono i problemi demografici. E’ contraddittorio tendere a consolidare la pace in Europa e chiudere le frontiere al lavoro italiano, che cerca affannosamente possibilità di vita là dove esse copiosamente sussistono.
V’è il problema dell’unione italo-francese, dell’unione doganale, che è stato il primo passo fecondo di prospettive per l’intesa e la collaborazione dei popoli di una nuova Europa.
V’è da ultimo - e mi sembra la più importante di tutte ai fini dell’attuale discussione - l’iniziativa presa dal nostro Governo con il memorandum del 24 agosto, iniziativa che, ben lungi dall’avere scopi di guerra, esprime l’intento di giungere a concordare con altri paesi europei una formula capace di dare l’avvio a quella Unione europea che sarebbe auspicabile e che così bene ieri ha illustrato l’onorevole Giacchero.
Ma questi, onorevoli colleghi, non sono che alcuni aspetti, che io ho citato più a mo’ di esempio che con l’intento di esaurire con essi l’esposizione di quella politica attiva di cooperazione di pace che noi chiediamo sia perseguita dal Governo. Spetterà d’altronde al Governo rispondere più dettagliatamente, e con ben altra autorità su questi argomenti, alle critiche e alle proposte dell’opposizione.
Mio compito è stato - e confido di averlo esaurito - di illustrare la nostra posizione sulla questione di fondo, sulla quale esistono, nel nostro partito e nel nostro Gruppo parlamentare, al di sopra delle differenziazioni modali, una compattezza e una concordia di intenti che invano da taluni si sperava incrinare. (Vivi applausi al centro).
Voi dite di volere la pace, colleghi dell’opposizione. Ebbene, se questo vostro proposito fosse sincero, noi potremmo dirci d’accordo almeno su di un punto: su quello fondamentale. Ma in realtà la vostra pace è l’annichilimento del popolo italiano nell’agognata unità bolscevica (Rumori all’estrema sinistra - Applausi al centro), è l’uso del popolo italiano come di uno strumento per la realizzazione di tale unità. La nostra pace è l’esistenza del popolo italiano in un mondo che abbia fatto dell’armonia e dell’interdipendenza la sua legge, della libertà e della democrazia le essenziali condizioni di vita. (Interruzioni all’estrema sinistra - Proteste al centro).

PAJETTA GIAN CARLO. Mistica fascista ! Voi insegnate queste cose ! (Rumori al centro).

TAVIANI. A scuola di mistica fascista non ci sono mai andato, né come insegnante, né come allievo. Ecco perché noi siamo certi di mantenere anche su questo terreno della politica estera, direi soprattutto su questo terreno, gli impegni assunti dinanzi al popolo il 18 aprile, di interpretare la scelta che il 18 aprile liberamente ha fatto il popolo italiano. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra - Molte congratulazioni).

On. Paolo Emilio Taviani
Camera dei Deputati
Roma, 1 dicembre 1948

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di mercoledì 1 dicembre 1948)


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