LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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V° GOVERNO DE GASPERI: REPLICA DI ALCIDE DE GASPERI AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 2 luglio 1948)

Dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948 e la vittoria elettorale della Democrazia Cristiana e della coalizione centrista, la I° Legislatura repubblicana procede l'11 maggio 1948 alla elezione del Presidente della Repubblica nella figura di Luigi Einaudi. Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio del suo IV Governo, presenta le dimissioni al Capo dello Stato, il quale gli conferisce nuovamente l'incarico di formare il Governo. Il V° Governo De Gasperi giura il 23 maggio 1948, ed il 1 giugno si presenta davanti alla Camera dei Deputati per il dibattito ed il voto di fiducia.
La replica di De Gasperi al Senato avviene il 2 luglio 1948.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. (Applausi - Segni di viva attenzione). Onorevoli senatori, il numero dei discorsi è stato assai grande, le cose dette notevoli e molteplici, quasi che si stesse per dare al Governo una delega di pieni poteri e non ci si rivedesse più. Invece il Governo rimane in presenza del Parlamento giorno per giorno, ne accetta, come è suo dovere, il controllo e le direttive, e invoca il suo appoggio a mano a mano che propone leggi e provvedimenti. Dico questo per scusarmi se, dovendo rispondere in breve ora, sarò incompleto e riserverò la precisazione dell'atteggiamento concreto del Governo nelle discussioni dei provvedimenti, di volta in volta che essi vi saranno presentati.
Non so se si tratta di una questione personale, ma forse crede di averne una con l'ex presidente dell'Assemblea Costituente. L'onorevole Terracini ha espresso il suo rammarico, direi quasi il suo risentimento, perché io qui non ho discusso con lui le sue obiezioni circa la cosiddetta incostituzionalità del Gabinetto, della sua formazione e del giuramento dei ministri. Onorevole Terracini, io non so di aver mai mancato nel doveroso rispetto verso la sua persona, specie nel periodo in cui ella esercitava così alte funzioni; né intendevo mancarvi ieri, come non intendo mancarvi oggi. Però, per me era chiaro che avevo agito in buona coscienza e tenuto conto di tutti i pareri dei consiglieri giuridici che in questo caso potevano avere una specifica competenza. Ma potevo io sperare di convincere l'onorevole Terracini, il quale nei giorni immediatamente precedenti la convocazione del Parlamento, ha espresso per me, in un articolo firmato col suo nome e cognome, un senso di sorridente pietà, chiamandomi furbone, per il quale la Costituzione non esiste, e qualificandomi «un grande rigattiere, che tutto sottomette al servizio delle sue alchimie e delle altrui ambizioni scervellate»? Che volete che facessi innanzi a questa condanna così precisa e sicura? Non mi restava altro che rimettermi alle decisioni del Parlamento. Tutte e due le Camere hanno deciso e mi pare che sia un po' anacronistico il tornare sull'argomento.
Verrà una legge organica sull'organizzazione della Presidenza del Consiglio, sul numero e sulle attribuzioni dei ministeri, come prevede la Costituzione, e sulla formula del giuramento. Questa legge darà l'occasione di completare quel che la Costituzione non ha precisato. Se il Parlamento prenderà degli atteggiamenti, delle decisioni a cui non corrisponde la presente formazione del Gabinetto, sarà nostro dovere di adattarvisi.
Ma io credo che l'onorevole Terracini esageri a chieder per sé un'autorità così indiscussa e, direi, una competenza morale, quando si tratta di costituzionalità in una Repubblica parlamentare. Egli ha fatto osservare nel suo discorso che non si è voluto dire «Repubblica parlamentare»; ma si è detto «democratica» ed ha dato a questa aggettivazione una interpretazione che mi pare molto pericolosa. Egli dice che nella Repubblica democratica non tutto si fa nell'àmbito del Parlamento, ma l'azione politica si muove anche al di fuori, e questo è ovvio. Ha soggiunto, esemplificando, che nei secoli vi sono state varie forme di questa attività esterna al Parlamento: i salotti, i clubs, i banchetti eccetera, ed oggi, dice, vi sono i comitati d'azione. E perché - si domanda - De Gasperi si è allarmato dei comitati d'azione? Onorevole Terracini, ho bisogno di spiegare perché mi allarmo. Non è semplicemente dei comitati d'azione che posso allarmarmi, ma del fatto che a questi comitati si voglia attribuire un significato istituzionale, nella Repubblica e nella democrazia.
Ho citato altre volte le parole pronunziate dall'onorevole Sereni al congresso del partito comunista, né ho visto, dalla relazione di quel congresso, che tali parole siano state controbattute o smentite. Diceva l'onorevole Sereni: «Oggi la necessità di organizzare questo potere popolare si pone ormai veramente per tutti i lavoratori; un potere popolare che si fondi su un vasto movimento organizzativo delle masse e che attacchi le forme strutturali, i monopoli delle vecchie caste. Queste forme nuove di lotta possono essere riassunte nella esigenza di non muover più le masse soltanto sul terreno rivendicativo, ma far sì che si passi alla realizzazione di veri e propri atti di Governo, cioè si risolvano nella nazione determinati problemi». Se tutto finisse qui, se si trattasse di una affermazione teoretica-dottrinale, si potrebbe discutere. Ma quando mi si accusa del discorso di Arezzo (e non era del resto la prima volta che mi riferivo ai comitati d'azione), si dimentica di aggiungere (forse ne hanno colpa i sunti delle agenzie) che io alludevo ad esempio ai comitati d'azione in Cecoslovacchia. E proprio in quei giorni veniva riprodotta la notizia che il nuovo Presidente del Consiglio di quel paese aveva mantenuto e dichiarato costituiti i comitati d'azione come organi ufficiali; quei comitati di azione la cui azione di massa aveva portato alla crisi e alla soluzione della crisi. Ed allora forse noi esageriamo, onorevole Terracini, nella preoccupazione, ma abbiamo un triste esempio: noi ci ricordiamo come sono sorte le milizie e le organizzazioni del partito fascista dentro la democrazia ed il sistema parlamentare, e stiamo molto guardinghi contro questi tentativi. Io credo sia dovere del Governo, di ogni uomo di governo, di richiamare l'attenzione sopra questo pericolo, poiché, quando avvenisse (quello che ha già detto l'onorevole Togliatti) che il partito comunista ove credesse arrivato il momento di un atto insurrezionale, lo direbbe apertamente, sarebbe tardi perché allora noi ci troveremmo dinanzi ad un fatto compiuto, come quel giorno in cui i quadrumviri dichiararono di aver proclamato lo Stato fascista.
Anche l'onorevole Conti sembra si sia allarmato non so per quale punto del mio discorso di Arezzo, quasi volessi mettermi al di sopra del Parlamento.
Allora è bene, poiché siamo appena agli inizi, di ripetere che cosa ho detto e che cosa intendo io per partecipazione dell'opinione pubblica all'attività del Parlamento. Ho detto questo: «È divenuto uso appellarsi alle masse ed alle agitazioni popolari anche contro il Parlamento e l'opera dei deputati e senatori. Noi siamo contro questo abuso e specialmente contro il potere dato ai comitati di azione o periferici di controllare il Parlamento, il che pare avvenga in altri Stati (ho indicato apertamente la Cecoslovacchia). Il carattere rappresentativo suppone bensì un certo controllo del mandato, ma il mandato è operante fino alla fiducia rinnovata o respinta. Tuttavia poiché si porta la questione innanzi alle masse, noi abbiamo anche il dovere di informare l'elettore circa l'attività del Parlamento e circa l'esercizio del mandato parlamentare. Oggi il popolo deve farsi un giudizio non solo intorno a quello che riguarda il Governo, ma anche intorno a ciò che riguarda il Parlamento nel suo complesso. Il Governo è l'esecutivo, ma il Parlamento ha la responsabilità della legge e questa responsabilità riguarda tanto il contegno della maggioranza che quello dell'opposizione. Il pubblico deve giudicare, non solo quello che propone il Governo e la maggioranza delibera, ma anche ciò che l'opposizione tralascia o impedisce di fare».
Mi pare di non essere stato eterodosso in confronto all'attività del Parlamento. Ma se c'è bisogno di fare una dichiarazione, almeno per quanto riguarda le mie inclinazioni personali (che l'onorevole Conti ha ritenuto non necessaria), riconfermo che se c'è qualcosa dopo la mia fede religiosa a cui sono attaccato, è il senso della democrazia. Avete frugato nella mia vita, sono stato oggetto di molti attacchi, di accuse e di falsità, ma non troverete mai che io non sia stato amante della libertà parlamentare, nella quale ho creduto e credo ancora, non perché sia convinto che abbiamo trovato la perfezione nel sistema rappresentativo di oggi, ma perché credo che il sistema rappresentativo si correggerà da sé. Anche se oggi perdiamo talvolta del tempo e facciamo discussioni non sempre necessarie, saremo in grado di correggerci man mano e di fare del Parlamento uno strumento dei cui componenti il popolo possa dire «questi sono i migliori, sono quelli che lavorano disinteressatamente per il bene del popolo».
Sono anche, e devo dirlo espressamente, intimamente convinto che la democrazia repubblicana è la migliore forma che esista, se gli uomini sanno fare il loro dovere ed hanno contemporaneamente e anzitutto il senso della responsabilità.
Repubblica vuol dire aumento del senso di responsabilità e se noi tale senso di responsabilità lo svilupperemo, allora garantiremo a questa forma una funzione permanente e da tutti favorevolmente accettata.
Durante la discussione gli onorevoli Terracini e Scoccimarro hanno cercato di creare un certo alibi elettorale. Non che quelle cose che dicevano fossero del tutto infondate, non che non avessero delle ragioni, dal loro punto di vista, di essere preoccupati, ma che il fulcro della campagna elettorale d'Italia siano stati i rapporti tra Stato e Chiesa, che il pericolo sia là, che il popolo italiano abbia votato così e non diversamente per questa ragione, con riguardo a questa questione, ciò è antistorico e mi meraviglio che uomini educati alla concezione storica dialettica possano affermarlo. (Vivi applausi).
Si è fatto cenno dall'onorevole Lussu alla posizione presa da me all'Assemblea Costituente durante la discussione dell'articolo 7. Ora ho voluto rivedere le mie dichiarazioni di quella volta, che fu - mi pare - l'unica volta in cui io, abbandonando il banco del Governo, presi la parola dal mio settore.
Ho riletto quella dichiarazione e mi pare, leggendola bene, che sia una dichiarazione di un credente, sì, ma anche di un uomo positivo e liberale, poiché nella prima parte, distinguendo fra il punto di vista dei credenti e gli altrui punti di vista, ho detto che l'accordo con la Chiesa si può legittimare o da un punto di vista interno, di vincolo di fede, e quindi con un'adesione interiore completa, oppure da un punto di vista esteriore, in quanto coloro che pur arrestandosi sulla soglia dei misteri della fede si preoccupano della morale sociale, ritengono sufficiente tale preoccupazione per autorizzare un accordo e una collaborazione tra Stato e Chiesa. Ho detto ancora: anche per coloro, i quali non intendono ammettere che il Cristianesimo nella sua forma ufficiale organizzata nella Chiesa Cattolica possa fornire il presidio di una morale sociale alla vita pubblica, rimane la situazione storica.
Senza dubbio io penso che si debba essere liberali fino al punto da ammettere che nessuna legge e nessun provvedimento possa toccare la libertà di coscienza di chicchessia in quanto cittadino italiano per ciò che riguarda le sue convinzioni religiose o culturali.
Quale uomo politico può in Italia negare che, almeno secondo le statistiche del 1942, su 45 milioni 526 mila italiani, 45.349.000 si sono dichiarati cattolici? Potrà darsi che vi siano esagerazioni, che in realtà qualche parte di essi non si possa inserire nettamente o logicamente in questa categoria: ammettiamolo pure, ma non potete negare quello che ha detto l'onorevole Gonzales (lo aveva detto anche l'onorevole Lussu e prima ancora lo aveva detto il senatore Croce) e cioè che noi viviamo nel secolare sviluppo del cristianesimo.
D'altro canto vi sono i concordati. Dal 1080 al 1914 si stipularono 74 concordati e dal 1914 in poi 25, fatti sotto Pio XI. Si nota in questi concordati una evoluzione caratteristica: essi subiscono un progresso verso il distacco da tutto ciò che è contingente e temporale. E allora soggiungevo: «2 innegabile che in questa evoluzione sta un progresso verso una più chiara distinzione della sfera di influenza della Chiesa nei confronti dello Stato e verso il riconoscimento di una diarchia che garantisce la volontà e la libertà delle due parti». E tralascio di continuare la citazione. Si è detto - in modo particolare lo ha detto il senatore Lussu - che io sarei quasi intervenuto per dire che l'approvazione dell'articolo 7 costituiva condizione perché la Repubblica stesse in piedi o perché la Repubblica si consolidasse. La verità è che io, che in momenti decisivi avevo assunte responsabilità repubblicane, facevo appello perché non si negasse al consolidamento della Repubblica l'apporto del Concordato. Era una condizione? No. Io vi confesserò che, se da una parte devo riconoscere che i trattati lateranensi e i concordati sono vincolati l'uno all'altro per volontà dei contraenti e che a decidere sopra questi trattati, sulla loro permanenza o modificazione sono chiamati i rappresentanti della Chiesa e dello Stato, io personalmente penso che quello di cui la Chiesa cattolica ha bisogno soprattutto è la libertà.
Ho accennato in quel discorso all'esempio di Weimar, vi ho accennato per qualche ragione che si riferisce appunto a questo principio; quindi io penso che l'allarme circa le possibilità di questi rapporti e dei loro sviluppi, il pericolo che l'onorevole Terracini, con espressioni del resto molto cortesi, vede nella mia fede, quando fossi chiamato a decidere fra il divino e l'umano, questo pericolo non esiste.
Io penso che se il 18 aprile le elezioni non fossero andate come sono andate e avessimo un fronte popolare al Governo, oggi certamente l'onorevole Terracini sarebbe più preoccupato di quel che è stato detto nel famoso comunicato del Cominform, là ove si condanna «una linea sbagliata che costituisce un abbandono della dottrina e della prassi marxista-leninista». Se una simile condanna fosse potuta sopravvenire contro di lui, non so se si sarebbe trovato così libero, come mi trovo io dinanzi alla questione dei rapporti con la Chiesa.
Certo, onorevoli colleghi dell'estrema, voi con la Russia non avete nessun concordato, quindi apparentemente siete liberi di comportarvi come credete; ma io ho letto un articolo dell'onorevole Secchia, interprete autorizzato, mi pare, delle decisioni del Cominform, in cui è detto: «Gli interessi dell'Unione Sovietica sono assolutamente identici a quelli dei lavoratori di tutti i paesi. Non si può fare il socialismo se non ci si schiera coi fatti e decisamente contro i nemici dell'Unione Sovietica». Mi pare che qui esista un concordato molto più pericoloso di quello con la Chiesa.
Avevo smentito alla Camera di sapere qualcosa dei famosi 4 milioni di dollari e speravo che i colleghi comunisti non avrebbero insistito in questa fandonia: 4 milioni di dollari non scompaiono subito, se ne vedrebbero i segni. Il senatore Scoccimarro è ritornato sull'argomento...

SCOCCIMARRO. E i manifesti?!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ce li siamo pagati da noi: limitiamoci a pagare ognuno i propri debiti.
Il senatore Scoccimarro nel suo discorso pronunciato al Senato il 24 giugno dichiarò che un senatore americano aveva chiesto al presidente della commissione degli stanziamenti per il piano Marshall come fossero stati spesi 4 milioni di dollari indicati sotto il titolo «per le elezioni italiane». Il presidente di quella commissione, senatore Bridges, rispose: «Non sono autorizzato a rivelare questi particolari». Visto che l'onorevole Scoccimarro insiste, abbiamo dovuto telegrafare in America, chiedendo che ci spiegassero quando è avvenuto tutto questo. Ed ecco i fatti. Risulta che il senatore Styles Bridges pronunciò queste parole il 21 aprile, rispondendo ad un quesito postogli da un giornalista; e tutti sapevano che la domanda del giornalista era in relazione a progetti, non mai approvati dal Congresso, per un cosiddetto piano X, destinato a incoraggiare le forze anticomuniste nei paesi dell'orbita sovietica. (Ilarità). La risposta del senatore Styles Bridges si riferisce dunque a tale presunto piano e niente affatto ad una pretesa sua applicazione in connessione con le elezioni italiane. Del resto, anche l'esistenza di un tale progetto, del piano X, e la presunta spesa per le elezioni italiane, furono lo stesso giorno categoricamente smentite dal facente funzione di segretario di Stato Lovett, in una sua conferenza stampa.

SCOMMARRO. Lo dice lei.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Lo so, la verità si trova tutta dalla vostra parte! Se manca la buona fede, è inutile discorrere.
Quanto all'affermazione del senatore Scoccimarro, che la stampa americana avrebbe commentato la dichiarazione del senatore Bridges, mi sono un po' meravigliato, perché io non ho mai visto queste notizie sui giornali americani. Nel nostro paese, qualche agenzia riportava la notizia e la riportava anche qualche giornale della vostra parte. Ho saputo che in America la notizia venne posta in rilievo solo dal quotidiano comunista di New York, il Daily Worker, del 22 giugno. Detto giornale aveva già pubblicato il 19 aprile una lunga corrispondenza romana molto ottimistica circa i risultati che i comunisti avevano ottenuto in regolarissime elezioni. È evidente che, più tardi, bisognava trovare una scusa per dimostrate che queste regolarissime elezioni erano state oggetto di corruzione: ed ecco come si è gonfiata la notizia del giornale Daily Worker. Non insistete quindi su questo argomento, perché commettereste una mancanza contro il prestigio e l'onore del popolo italiano, senza aver la minima prova di quanto affermate. È meglio che diciamo che il popolo italiano, come è vero, ha deciso in piena libertà di coscienza su problemi che riguardano il paese. (Applausi).
Signori senatori, ma è possibile, a tanta distanza dalle elezioni, è possibile per un partito che si vanta soprattutto di applicare a se stesso la critica ed il sistema dell'autocritica, continuare a ritenere che l'accorrere alle elezioni di 130 mila fra preti e suore, in Italia, abbia prodotto questo rivolgimento che è venuto così improvviso per le vostre speranze?
È possibile che non abbiate capito che la questione fondamentale è proprio quella che io ed i miei colleghi abbiamo posto in tutte le piazze: che il popolo italiano non crede e non vuol fare l'esperienza del sistema bolscevico del Governo? (Vivi applausi al centro e a destra).
Io ammetto che parecchi di coloro i quali hanno votato per le liste dei partiti che stanno al Governo, a cominciare dalla democrazia cristiana, non avranno votato per ragioni positive di adesione al programma della democrazia cristiana o degli altri partiti; ma, ditemi, quando non avviene questo? In tutte le elezioni avviene qualche cosa di simile, soprattutto quando ci sono le grandi ore. Il popolo vota secondo un certo senso di coscienza ed un criterio di buon senso e decide tra le due parti con un si o con un no. Io credo, onorevoli colleghi, che l'efficacia di queste misure canoniche (sulle quali, comunque, non ho notizie esatte) sia stata molto limitata, ed è stata limitata evidentemente solo a quelle persone che sono fortemente aderenti alle pratiche della Chiesa.
La maggioranza di voi, credo che sarà stata esente da questo pericolo. D'altro canto, le misure canoniche, ossia le disposizioni, chiamiamole così, autoritarie di un corpo morale, spaventano meno della decisione di chi, dietro questo corpo morale, tiene il braccio secolare. (Interruzioni dai banchi di sinistra).
Onorevoli colleghi, amici ed avversari, non sto scherzando; dico la mia profonda convinzione, come uno che ha impostato questa battaglia e l'ha seguita con tutte le forze. La mia profonda convinzione è che è stata una battaglia fondata su motivi altissimi, che hanno superato perfino la situazione economica; perché non ricordo mai di non avere ammesso nelle discussioni e nei comizi che il Governo aveva commesso degli errori, che alcuni aveva riparato ed alcuni altri si impegnava a riparare; che l'insufficienza di mezzi economici e di beni disponibili era tale che non avevamo potuto dare al popolo quella giustizia che meritava; che eravamo in passivo ancora verso tutti i creditori che la guerra presenta; che non avevamo potuto, dopo un'amministrazione di 20 anni, qual'era quella passata, e il disastro della guerra, acquistare dei meriti di carattere economico per chiedere il voto: il voto è stato chiesto al disinteresse delle masse e non all'interesse delle masse stesse. (Applausi dai banchi di destra e di centro).
L'onorevole Scoccimarro si è preoccupato di spiegare l'atteggiamento della Russia dinanzi al piano Marshall e ci ha citato il discorso di Molotov alla Conferenza di Parigi. Egli ha detto (secondo questa citazione e con altri argomenti) quali siano state le ragioni per cui la Russia non ha aderito. Io dico all'onorevole Scoccimarro che, comunque la cosa sia avvenuta, noi non c'eravamo, e non avevamo colpa, nel primo stadio. Noi abbiamo accettato per nostro conto, non abbiamo fatto nulla perché anche le potenze orientali non partecipassero; non solo: abbiamo chiaramente detto che ci auguriamo che lo facciano.
Ma voglio riferire dei documenti ufficiali che dànno la versione precisa delle ragioni della Russia e delle ragioni dell'Italia: è lo scambio di note avvenuto in luglio fra la nostra diplomazia e quella russa.
L'ambasciata sovietica in Roma fece conoscere a palazzo Chigi con nota verbale 5 luglio redatta in lingua italiana quanto segue: «Il Governo sovietico fin dal principio aveva atteggiamento di poca fiducia verso questa iniziativa sia perché ancora prima dell'inizio del consiglio gli inglesi e i francesi si erano messi d'accordo circa le condizioni della discussione con gli Stati Uniti dietro le spalle dell'U.R.S.S. sia perché nella dichiarazione di Marshall non erano state esposte né le condizioni, né le dimensioni del credito, né infine, la realtà dello stesso credito».
È detto testualmente così.
«Tuttavia» prosegue il documento «il Governo sovietico ha mandato la sua delegazione a questo consiglio per chiarire l'atmosfera, chiarire le condizioni, le dimensioni e la realtà del credito e quindi prendere su questa base una posizione determinante.
«Il lavoro del consiglio dei tre ministri, che è durato sei giorni, ha dimostrato che finora gli Stati Uniti non dànno notizie di nessun genere relative né alle condizioni del credito, né alle sue dimensioni, né alla sua realtà e intanto rimane ignoto se il Congresso concederà un simile credito e a quali condizioni. Invece gli Stati Uniti hanno preteso che sia fondato un comitato direttivo che possa compilare il programma economico per i paesi europei, definire le risorse di ogni Stato le quali potessero essere utilizzate per effettuare questo programma insieme con quelle risorse che saranno concesse dagli Stati Uniti. La delegazione dell'U.R.S.S. ha visto in questa pretesa il desiderio di una ingerenza negli affari interni degli Stati europei, il desiderio di costringerli ad accettare un programma, di rendere loro più difficile di smerciare le loro abbondanze, là dove vorranno e in tal modo mettere l'economia di questi paesi in dipendenza degli interessi degli Stati Uniti.
«È comprensibile che la delegazione dell'U.R.S.S. non abbia potuto dare il suo consenso a questa pretesa.
«La delegazione dell'U.R.S.S. crede che bisognerebbe anzitutto chiarire la realtà del credito, le sue condizioni e dimensioni, quindi chiarire ai paesi europei quali siano i loro bisogni di credito e infine compilare un programma sintetico delle loro richieste che dovrebbero, per quanto possibile, essere soddisfatte in conto dei crediti degli Stati Uniti. Con una simile procedura i paesi europei rimarrebbero padroni della loro economia e disporrebbero liberamente delle proprie risorse e delle loro abbondanze.
«Data una così seria divergenza - sono parole del documento - fra la posizione anglo-francese e quella sovietica, l'accordo è risultato impossibile».
Vi lascio giudicare se, almeno in questa esposizione procedurale, la divergenza fosse e dovesse essere così seria in quel momento, da impedire la cooperazione.
Comunque il Ministero degli affari esteri italiano rispose con nota verbale in data 12 luglio del 1947, nota che contiene tutti gli elementi atti ad illustrare le ragioni che hanno determinato il Governo italiano in favore della iniziativa americana, nota verbale indirizzata all'ambasciata sovietica in Roma.
In questo documento è detto: «Come è noto, l'Italia negli scorsi anni ha beneficiato in misura considerevole dell'assistenza che sotto varie forme le è pervenuta dagli Stati Uniti, assistenza che ha permesso al popolo italiano di sopravvivere alle conseguenze di una guerra guerreggiata sul proprio paese, con conseguente distruzione di una parte rilevante delle sue capacità produttive. Di questa assistenza l'Italia continua ad avere necessità anche per l'avvenire ed in misura maggiore che per il passato, poiché invece di diminuire, ha visto aumentare anno per anno i suoi passivi di emergenza. Il Governo americano aspira, per il bene della popolazione italiana come per quello dei paesi europei, al risanamento della sua economia. Tale era il suggerimento contenuto nelle dichiarazioni del generale Marshall. Il Governo ha visto in esso fin dal primo momento, un invito a tutti i paesi europei di coordinare i propri sforzi per diminuire il generale passivo di emergenza del continente europeo, così che il massimo possibile beneficio potesse venir ricavato da un'ulteriore assistenza che gli Stati Uniti intendono dare all'Europa in termini di effettiva ricostruzione dell'economia dei vari paesi. Tale suggerimento è apparso al Governo italiano non solo giustificato dai sacrifici che il popolo americano sarà chiamato ad affrontare per sostenere il programma ricostruttivo europeo, ma risponde a quell'antica tradizione di pensiero italiano che vede la soluzione migliore dei problemi italiani nel quadro della collaborazione e della reciproca comprensione internazionale. È questo lo spirito con cui il Governo italiano ha accettato l'invito dei governi britannico e francese a prendere parte alla creazione del complesso organizzativo al quale dovrebbe essere affidato il còmpito di tradurre in pratica il programma di ricostruzione europea; e il suo atteggiamento, già preannunziato nelle comunicazioni che al riguardo sono state fatte ai Governi predetti, rimane fondato sulla convinzione che alla ricostruzione del continente debbano poter partecipare tutti i paesi che del continente fanno parte. Di qui la necessità che la partecipazione all'organismo di cui si prepara la costituzione implichi la libertà per l'Italia di integrare il lavoro che sarà svolto a Parigi con quegli accordi ed interessi che rispondano agli interessi italiani e con l'auspicio, infine, che la partecipazione a quello che potrà essere deciso alla Conferenza di Parigi rimanga in qualsiasi momento aperta alla adesione anche di tutti quegli Stati che non dovessero, in un primo momento, partecipare».
Un atteggiamento onesto, chiaro, ragionevole. Quando di questo atteggiamento si ebbe sentore con la pubblicazione della stampa, io ritenevo e credevo che tutti i partiti, compreso il partito comunista, avrebbero lasciato cadere la pregiudiziale contro il piano Marshall. Invece non fu così. Oggi il senatore Scoccimarro dice: la posizione dei comunisti resta quella che è sempre stata e cioè accettare gli aiuti da qualunque parte vengano, combattere però quegli aiuti che per il modo come sono stati offerti ostacolano lo sviluppo economico futuro dell'Italia. Magari avesse detto soltanto questo; sarebbe stata buona ventura per voi.

SCOCCIMARRO. L'abbiamo sempre detto.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. No, voi avete preso un atteggiamento negativo fin dal principio e avete accettato l'ordine di Zdanov di dare scacco al piano Marshall. (Proteste, rumori sui banchi di sinistra e di destra, scambio di invettive).

SCOCCIMARRO. È una menzogna e lo dimostrerò con documenti sulla pubblica stampa. (Proteste e rumori).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Se voi aveste veramente avuto un atteggiamento diverso, cioè un atteggiamento di possibilità sul come e sul quanto di detto piano, non si sarebbe potuta tirare una linea così netta fra i partiti che erano pregiudizialmente favorevoli alla conferenza di Parigi e quelli che erano contrari.
Più tardi ci siamo ricreduti. No, egregi colleghi, le mie informazioni non vengono dalla Confindustria ma sono mie originali, tanto originali che mi pare addirittura che il documento pubblicato giorni fa sia la continuazione delle prime informazioni che avevo io.
Mi si permetterà, dopo detto questo, di non entrate nel dettaglio della discussione sull'E.R.P. C'è la convenzione che arriverà al Senato fra poco e che formerà oggetto della vostra discussione; sarà più facile in quel momento discutere in base al progetto della convenzione stessa.
Ad ogni modo, a proposito dell'argomentazione alquanto forte delle proposte del convegno di Bruxelles, prego il senatore Scoccimarro di prender atto che si tratta solo di proposte, contro le quali l'Italia ha fatto notevoli obiezioni.

SCOCCIMARRO. Mi auguro che non vengano accettate.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Gasparotto, ella ha sentito la necessità di spronarmi a fare delle dichiarazioni circa l'articolo 46, cioè circa i consigli di gestione. Evidentemente non aveva avuto notizia che nella replica alla Camera avevo spiegato benissimo che si trattava di un errore: articolo 40 invece di articolo 46. Ad ogni modo colgo l'occasione per dire che non ho nulla contro i consigli di gestione; si tratta di vedere come debbono essere formati, di studiare le loro competenze e le loro responsabilità.
Ho detto altra volta in termini generici che bisogna che pregiudizialmente siano organi di collaborazione, pur rappresentando gli interessi degli operai e del lavoro, se vogliamo uscire dal disastro attuale. Ma studieremo la questione al lume degli articoli.
Aggiungo ancora all'onorevole Gasparotto che non abbiamo alcuna pregiudiziale contro alcuna nazionalizzazione. Naturalmente ne abbiamo parecchie, alcune ben fatte altre mal fatte, alcune dirette altre indirette, che non sono nazionalizzazioni, ma che purtroppo ci portano solo le conseguenze passive della nazionalizzazione. Si tratta di vedere caso per caso, di elaborare quella situazione economica migliore che possa rappresentare, nell'interesse del paese, un progresso verso la partecipazione degli operai alla conduzione delle industrie.
Riguardo alla proprietà agricola, ripeto qui quello che ho detto alla Camera: non si tratta semplicemente di bonifica, ma si tratta di limiti della proprietà e quindi di riforma fondiaria. Su questo non si possono lasciar dubbi. So che ci sono delle preoccupazioni riguardo alla produzione: la produzione sta a cuore anche a noi. Però siamo giunti ad un momento in cui la riforma si deve fare. (Applausi). Certo non potete pretendere che si presenti il progetto entro otto giorni; si studierà e si presenterà un progetto concreto, il quale resista alle critiche dell'opposizione; critiche che, ad ogni modo, se mosse da intendimenti seri, potrebbero essere molto utili. Ma soprattutto la riforma deve essere attuabile; non possiamo fare un decreto che poi non sia applicato o che pur essendo applicato, lasci i contadini con un pugno di mosche in mano: perciò dobbiamo finanziare la riforma. A questo proposito io spero che gli interessi del Mezzogiorno e l'utilizzazione del piano Marshall si fondino in un'unica esigenza, alla quale aderiranno volentieri anche gli uomini del nord.
All'onorevole Conti rispondo che il ministro Grassi sta preparando, e spera di presentate in ottobre, il progetto di legge riguardante l'intera organizzazione giudiziaria e non solo il Consiglio superiore della magistratura, per il quale l'onorevole Veroni aveva chiesto la precedenza.
All'onorevole Gonzales debbo dire che il suo discorso è stato perfetto, non solo nella forma, ma anche nella delicatezza e nella precisione del pensiero. Lo ringrazio soprattutto di aver posto a base della collaborazione il senso di responsabilità del Governo, responsabilità di fronte agli interessi del paese, responsabilità per gli impegni verso una Repubblica fondata sul lavoro. Questa è una notevolissima affermazione: non è interesse di partito, non è speculazione di partito, è senso di responsabilità di fronte al nostro popolo. Naturalmente la collaborazione va intesa inter pares, con reciproco impegno di lealtà e di amichevole appoggio dentro ed anche fuori del Parlamento, salvo la libertà di critica, in quanto possa essere interpretata come critica costruttiva di cooperazione. Accetto in modo particolare che i suoi amici esercitino la funzione di testimoniare, di fronte ai loro elettori, che nello sforzo del Governo si sia andati fino ai limiti della possibilità per realizzare quelle riforme, quei provvedimenti che stanno a cuore a tutti, E se qualcuno od alcuni di essi non si sono potuti attuare, è dipeso solo dal fatto che per il momento ci si è dovuti fermare dinanzi ad ostacoli superiori alle nostre forze e alle disponibilità dei beni che esistono in Italia. Niente altro abbiamo diritto di chiedere noi, partito più numeroso della maggioranza. Nient'altro hanno diritto di chiedere gli altri gruppi che appartengono alla maggioranza. Essi possono dire e reciprocamente attestare, dinanzi al Parlamento ed al paese, che si è fatto quello che umanamente si poteva fare. Ha ragione Gonzales: guai ai riformatori che non tengono conto dei limiti delle cose. Accetto anche il consiglio che i democratici cristiani debbano guardarsi perfino dalla sola apparenza di abusare di poteri civili: ma non gioverà molto, onorevoli colleghi. Io sono stato un democratico fino al giorno della coabitazione col partito estremo: quando mi sono separato, sono diventato subito governo nero. L'anticlericalismo è vero, spesso non vive che in ragione del clericalismo, cioè di una mancata distinzione fra cielo e terra. Talvolta però (e nella storia ce ne sono molti esempi; ed anche oggi ve ne sono) sorgono ostilità pregiudiziali a quel riconoscimento che ella, onorevole Gonzales, ha fatto, che la nostra secolare vita è una vita cristiana.
Occorre l'etica della responsabilità che è il vero elemento di progresso in una democrazia ed in una repubblica. Responsabilità, avete detto bene, di fronte al Parlamento prima, di fronte al paese e di fronte al partito poi e, avete detto esattamente, anche di fronte a coloro che non hanno tessera.
Ringrazio anche l'onorevole Parri di aver fissato come regola della sua collaborazione la lealtà politica: essa verrà corrisposta con la stessa lealtà. Ritengo che le informazioni che hanno influito sul discorso di padre Lombardi, di cui non conosco il testo (Rumori a sinistra) siano comunque molto esagerate e infondate. Ho trovato infatti, come accennava l'onorevole Parri, una inchiesta del 1945 promossa da lui stesso quando era Presidente del Consiglio, inchiesta rimasta, come ho visto dagli atti, incompleta, per quanto, anche se tutte le risposte fossero arrivate dalle prefetture, difficilmente in quel momento si sarebbe raggiunta la completezza. Non so se sia il caso di completarla per quella certa odiosa contabilità cui si riferisce. Però siccome ricordiamo che nella storia ripetere una cifra inesatta diventa terribilmente pericoloso, sarà bene che il Governo cerchi, e tutti quelli che lo possono fare collaborino a questa ricerca, per fissare i termini, non per riaprire ma per chiudere la partita e chiuderla in archivio, per riprenderla quando domani sorgesse di nuovo un'accusa di tale genere.
Sull'atteggiamento dei Governo non vi può essere dubbio. Alla Camera ho già detto che la spirale della vendetta deve essere spezzata. Torno oggi a ripetere, sia all'onorevole Parri sia all'onorevole Bencivenga, che le larghe amnistie che il Governo precedente ha concesso, amnistie connesse alla lotta di liberazione, stanno a dimostrare che non è intenzione del Governo riaprire ai fini giudiziari questo doloroso capitolo della storia nazionale.
D'altro canto tutto ciò non ha nulla a che vedere con le esigenze di giustizia, che possono riguardare i delitti comuni compiuti da falsi partigiani durante e dopo la lotta di liberazione e che non hanno nessun rapporto con questa lotta.
L'onorevole Parri ha auspicato un Governo stabile e per questo ci chiede un programma di lunga lena. Credo che saremo in grado di esporlo alla luce di alcuni progetti con cui risolveremo e affronteremo i problemi della nostra vita economica. Oggi per forza di cose dobbiamo rimanere in termini generici.
Sui problemi di ordine finanziario, tanto l'onorevole Parri come gli onorevoli Ruini, Scoccimarro e Nitti, si sono intrattenuti particolarmente. Parecchie delle loro eccezioni e delle loro preoccupazioni avevano trovato ampia risposta nell'esposizione finanziaria fatta nell'altro ramo del Parlamento dal ministro del tesoro. Non venne qui ripetuta questa relazione, per non gravare maggiormente il già pesante calendario del Senato. Mi limiterò a brevi osservazioni.
La politica della riorganizzazione delle amministrazioni statali e parastatali e di quelle locali, comunali e provinciali, è nel programma del Governo, come già affermai nelle mie comunicazioni di un mese fa, programma diretto a migliorare il riordinamento dei servizi e a diminuire il costo globale dei servizi stessi: il lavoro richiederà non breve tempo, ma dovrà essere una buona volta affrontato e risolto.
È stato nuovamente sottolineato il problema del credito, sia sotto il profilo del costo del denaro, sia sotto quello di una eventuale concorrenza tra tesoreria ed impresa privata nell'accaparrarsi il risparmio.
Ripeto ancora una volta che non è in atto alcuna forma di costrizione, diretta o indiretta che comporti l'afflusso del risparmio in prevalenza verso il tesoro, né mai potrebbe essere nell'intenzione del Governo di adottare una politica di depauperamento delle imprese private in ordine alle difficoltà finanziarie. È vero viceversa, e dobbiamo tutti augurarcelo, che le singole imprese possano aggiustare la loro gestione in modo da ispirare fiducia nel momento che chiedono i crediti.
Nessuna politica potrà imporre agli istituti di credito, che hanno da anni larghe disponibilità, di finanziare imprese che considerano in perdita, salvo che con la garanzia dello Stato; salvo cioè ad addossare allo Stato, e quindi a tutta la collettività, le perdite delle imprese private, il che certo nessuno al Senato può chiedere.
È purtroppo vero che il denaro presso le banche costa troppo, ma tale eccessivo costo è la diretta risultante delle spese di gestione veramente impressionanti che in misura mai conosciuta gravano soprattutto sulle piccole e medie banche che non le possono sopportare. Tale situazione, inoltre, è l'ostacolo principale a quei miglioramenti dei tassi sui depositi da più parti invocato e che costituiscono per le banche - mi si perdoni l'espressione - il costo della materia prima. Il Comitato interministeriale per il credito sta seguendo il problema con molta attenzione e prenderà provvedimenti. Autorevolmente l'onorevole Parri ha richiamato l'attenzione sulla necessità di non subordinare l'economia alle pubbliche finanze. L'ho detto anche io nelle mie dichiarazioni iniziali, lo ha affermato il ministro del tesoro nella sua esposizione e lo ripeto qui. Il Governo sa perfettamente che senza una prospera economia non vi è una salda finanza e che in tal senso deve essere affermata la priorità dell'economia. Ma disgraziato il paese in cui, teoricamente obbedendo a tale principio ma praticamente camminando sulla comoda linea di minore resistenza per servire, o credendo di servire, l'economia, si compromettesse per sempre l'equilibrio del bilancio e si galoppasse sulla strada dell'inflazione. Appunto per servire l'economia dobbiamo difendere a qualunque costo la moneta e la difenderemo in primo luogo diminuendo l'emissione di tesoreria e quella degli istituti di emissione, procedendo cioè sulla via del graduale assestamento del bilancio. Posso assicurare gli onorevoli Conti e Nitti che è davvero nostra ferma intenzione contenere le spese nei limiti del possibile. Noi però senza la cooperazione dei deputati e dei senatori, non riusciremo a far ciò ed è quindi netto e chiaro l'appello, o per meglio dire, la risposta all'appello che viene fatto. Si dice di fare economie; ed io chiedo ai colleghi di aiutarci a fare una cernita tra le spese assolutamente necessarie e quelle che sono utili e che - pur sempre necessarie - possono attendere qualche periodo di tempo per il consolidamento del bilancio.
La politica rimane: né inflazione né deflazione ma stabilizzazione.
Da alcuni mesi il processo di stabilizzazione dei prezzi si sta volgendo a un indice relativamente stabile. Consideriamo tale indice come espressione di una stabilizzazione di fatto che, se sarà confermata in futuro, costituirà praticamente quella definitiva stabilizzazione monetaria che tutti auspichiamo.
Si è parlato da persona così autorevole come è l'onorevole Nitti al quale devo molti suggerimenti e molti mòniti che accetto perché vengono da uomo esperto e preoccupato soprattutto della situazione finanziaria - delle spese per il Capo dello Stato. È già stata presentata una relazione alla Camera dei deputati: in questa relazione si propone una certa somma per le spese dell'amministrazione degli uffici della Casa - come si diceva una volta - e un'altra spesa, personale, per il Presidente. La cifra che riguarda la spesa del Presidente è rimasta non scritta ed è evidente perché sarebbe stato il Presidente di persona che avrebbe dovuto autorizzare la presentazione. Voi sapete, del resto, che il Governo precedente aveva fissato questa cifra e che l'onorevole De Nicola non l'accettò per il carattere provvisorio della sua carica.
Vi sarà quindi ampia libertà per il Senato di discuterne: io non ritengo che la cifra di 250 milioni, in confronto degli 11 milioni del 1919, sia esagerata; credo anzi che sia molto inferiore al solito coefficiente che si usa in altre valutazioni. Comunque il Senato sarà completamente libero; libertà che è tanto più sicura in quanto sappiamo che, più rigidi saremo, tanto più corrisponderemo alle intenzioni nobilissime e disinteressate di chi oggi presiede la Repubblica.
Dovrei dire qualche cosa delle proposte agrarie, anticipando un po' sulla discussione degli ordini del giorno. Tanto per accennare ad alcuni punti di vista, ho già detto che la riforma fondiaria verrà fatta; così ho risposto al dubbio principale espresso dal senatore Grieco.
Speriamo di non trovare difficoltà. Il senatore Grieco ha detto che non si può fare la riforma agraria e combattere il comunismo; io vi dico che se è così, non si può fare la riforma agraria e rimanere fedeli alla tesi marxista-leninista.

SCOCCIMARRO. Ma perché dice questo?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Voi intendete la creazione della piccola proprietà come un passaggio attraverso il quale poter ottenere quello che si è ottenuto in Russia, cioè l'adesione del piccolo per poi pareggiarlo al grande.

LI CAUSI. Non si ingannano le classi sociali!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Il senatore Grieco ha ripresentato al Senato l'ordine del giorno del deputato Grifone alla Camera: gli stessi argomenti che ho esposto alla Camera valgono per lui. Il senatore Grieco ha inoltre aggiunto parecchie inesattezze, ha travisato la legge 24 febbraio 1948, affermando che i proprietari possono costituire società fra loro per sfruttare i benefici della legge.
Le società cui il decreto dà facoltà di acquistare, trasformare e rivendere terreni lottizzati sono invece costituite, in base all'articolo 5, tra la Cassa depositi e prestiti e gli enti esercenti il credito, la assicurazione e la previdenza: non mi sembra quindi che ci sia speculazione di privati.
Lo stesso senatore Grieco ha poi parlato di facilitazioni per l'imposta patrimoniale per i proprietari, ma nessuna disposizione del genere esiste nella legge.
I concetti fondamentali del discorso dell'onorevole Grieco considerati nel suo ordine del giorno sono: 1) la limitazione della proprietà deve precedere la bonifica. Questo mi pare accettato, come appare dal discorso innanzi alla Camera e dalle mozioni approvate nel congresso della democrazia cristiana; 2) occorre dare stabilità ed equo compenso ai contadini. A questo proposito valgono più i fatti che non le parole. Mi limito quindi a citarvi i due disegni di legge sulla proroga dei contratti agrari e sull'estensione dell'equo trattamento; disegni di legge già presentati all'approvazione della Camera. L'onorevole Grieco ha segnalato il disegno di legge da lui presentato insieme con l'onorevole Bosi al Senato, relativo alla riforma dei contratti agrari: posso assicurargli che il Governo presenterà su questa questione e sulla riforma agraria un proprio completo progetto di legge.
Teniamo naturalmente presenti le raccomandazioni dei senatori Bertini, Pallastrelli e Canaletti Gaudenti. I loro discorsi, che ho letto in riassunto, mi sono sembrati molto utili ed apprezzabili. L'onorevole Bertini ha lamentato lo stato in cui si trova il credito agrario di miglioramento. Non ha torto: è già in corso il provvedimento per rimediare, nei limiti del possibile, a questa deficienza. L'onorevole Bertini ha lamentato poi anche l'abbandono della zona appenninica sinistrata dalla guerra. Questa affermazione è meno esatta, perché è in vigore una legge che consente contributi sino al 60 per cento per la ricostruzione degli impianti rurali e dei fabbricati danneggiati. L'Appennino è largamente compreso nella zona a cui è concesso il massimo contributo; gli stanziamenti più larghi sono stati fatti per le zone più danneggiate.
Passerò ora ad esaminare gli ordini del giorno presentati, ma desidero dire prima una parola sul Mezzogiorno. Si è chiesta la creazione di un dicastero per il Mezzogiorno. Credo che il Parlamento non si troverebbe unanime se si presentasse un simile progetto, cioè se si volesse creare un organo di amministrazione attiva con la circoscrizione di una competenza designata: «Mezzogiorno ed isole». Se il Parlamento fosse d'accordo non sarei io a muovere delle obiezioni: però ritengo, dalle esperienze che abbiamo fatto, che il creare nuovi organi di amministrazione soprattutto organi complessi, superministeri, implichi pericolo di scuotere la già abbastanza scossa amministrazione dello Stato e di aumentare il personale amministrativo. Voi sapete che soffriamo della pletora dei funzionari, non tanto dei funzionari direttivi, quanto della massa degli addetti. Voi avete visto dal bilancio quale è il peso dell'amministrazione. Io credo che basti l'autorità e la competenza del vicepresidente onorevole Porzio. Mi dicono: ma che competenza ha l'onorevole Porzio? Nessuna che sia maggiore o minore di quella che ho io. Forse che io ho un dicastero a disposizione ed un nucleo di impiegati che hanno una speciale mansione? Ora, per la parte di sollecitazione, per la parte d'informazione, per la parte di controllo nel Consiglio dei ministri, l'onorevole Porzio ha già dato opera utile e preziosa e molto più ci contiamo sull'avvenire. L'onorevole Porzio mi dice: ma i miliardi, quando ce li darete? L'onorevole Porzio, che è così diligente interprete delle esigenze giuste di Napoli e del Mezzogiorno, divide con noi la responsabilità di dare questi mezzi, quando li abbiamo, e a mano a mano che essi sono disponibili. Questo, tanto per quel che riguarda il bilancio dello Stato, quanto per quel che riguarda il piano Marshall. L'impegno nostro qual'è? L'impegno nostro è questo: che, sia coi mezzi ordinari, sia coi mezzi straordinari del piano Marshall, al Mezzogiorno dobbiamo e vogliamo riservare una quota proporzionalmente maggiore con riguardo non solo alle maggiori esigenze, ma anche alle deficienze del passato. (Applausi vivissimi al centro e a destra).
Non è esatto quello che ha detto l'onorevole Mancini, che del resto fu così cortese verso di me, non è esatto che chi non ci sia nato, nel Mezzogiorno, non ha cuore per comprenderne la situazione e per portarvi rimedio. Magari fosse vero! Tanti uomini politici del Mezzogiorno hanno governato l'Italia, e se fosse stato il cuore ed il sentimento, chissà il Mezzogiorno come si troverebbe! Spero che la comprensione delle esigenze del Mezzogiorno diventi e sia una comprensione nazionale, perché noi vogliamo favorire il Mezzogiorno, anche perché il nord ha bisogno del Mezzogiorno! (Applausi vivissimi al centro e a destra).
Ed io credo che riusciremo in avvenire; e spero che si possa veramente aggredire il male nei punti principali, non con rimedi che passino, ma con disposizioni che gradualmente risanino una situazione profondamente deficente. Adesso, all'onorevole Mancini dico: bisogna prendere atto di quel poco che si è potuto fare. Ha ragione di lamentarsi l'onorevole Mancini, che le assegnazioni sono insufficienti. Ma per quanto riguarda le bonifiche ed i miglioramenti fondiari, sui 24 miliardi stanziati nel novembre 1947, 14 miliardi e 767 milioni sono stati destinati al Mezzogiorno, oltre ai 18 miliardi stanziati nel marzo; i programmi regionali relativi a questi stanziamenti sono stati approvati e sono in corso dì esecuzione. Nella citata legge del marzo abbiamo fissato per lavori pubblici 18 miliardi; e già sono in cantiere lavori per 10 miliardi. Non sono francamente soddisfatto di questa procedura, ma la legge è la legge: per lavori al disopra dei 30 milioni, bisogna che si ricorra al l'autorità centrale ed al Consiglio di Stato. Forse converrà modificare questa legge e decentrare di più. (Approvazioni a destra).
Devo poi aggiungere che a questo riguardo spero molto nelle regioni, se le regioni si costituiranno (mi permetta l'onorevole Nitti). Io sono ancora ottimista sugli uomini e in specie sugli uomini del Mezzogiorno. Spero che gli uomini che avranno in mano una amministrazione, impareranno dallo Stato a non fare molte cose; per esempio, a non esagerare nel numero degli impiegati e degli addetti, a non spendere troppo per l'amministrazione, a non decidere troppo lontani dal luogo ove il lavoro deve essere compiuto o il provvedimento deve essere preso; ed in questo senso mi pare che le attività regionali possano completare l'attività statale.
Dovrei ora ricordare anche il discorso dell'onorevole Buonocore. Dei 18 miliardi di lavori che ho citati prima, 8 miliardi e 25 milioni sono stati destinati alla Campania ed al Molise. Di questi, ben 4 miliardi alla sola città di Napoli, di cui 2 miliardi per il porto. Di 8 miliardi, 5 sono per lavori già in opera ed i rimanenti 3 miliardi per lavori in corso di appalto e di istruttoria. Riconosco che non è abbastanza per la disoccupazione che avete a Napoli, per le esigenze vostre e per venirvi incontro e limitare il disastro della città. È poco, ma non dite che è niente perché, disgraziatamente, i miliardi neanche noi li troviamo senza grandi sacrifici.
A questo riguardo devo ammettere che l'onorevole Buonocore (e non lui solo) ha completamente ragione per quel che riguarda la legge sull'industrializzazione. Devo riconoscere che io stesso sono rimasto sorpreso che questa legge non fosse stata già applicata, e quando sono andato a cercarne la ragione ho trovato che non era ancora pronto il regolamento; cercheremo di rimediare con la maggiore celerità possibile.

BUONOCORE. Ringrazio l'onorevole De Gasperi di questa assicurazione.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Vorrei dire una parola circa le competenze del vicepresidente Porzio e in genere di tutti i ministri.
Io vorrei che i colleghi rinunciassero a caricare di responsabilità l'uno o l'altro e a scaricarne l'uno o l'altro. La responsabilità dei ministri è collegiale: non c'è un ministro che distribuisce miliardi e l'altro che li guadagna o un altro che non li vuol dare o se li lascia strappare lentamente. C'è una distinzione delle funzioni, ma la responsabilità dei ministri è collegiale.
Nord e sud sono solidali. Tutto quello che può esser fatto per la giustizia sociale sarà fatto e i limiti necessari saranno quelli che sono: insuperabili per gli uni e per gli altri. Da qualunque parte venga l'impulso rinnovatore, è certo che nel momento della decisione collegiale interviene un attimo nel quale è riconosciuto il limite dello sforzo comune e diventa comune anche la responsabilità della decisione.
Debbo una parola di particolare ringraziamento e di ammirazione per il nostro collega Egidio Fazio, il quale ha parlato col cuore di fedele vecchio piemontese, col buonsenso del popolo montanaro. Io gli sono grato per il suo appello all'unità nell'interesse del paese.
Questo, caro collega montanaro, è anche il pensiero del montanaro Presidente del Consiglio. (Vivi applausi).
Il Presidente del Consiglio passò quindi ad esprimere il parere del Governo sugli ordini del giorno presentati nel corso del dibattito.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Sull'ordine del giorno Conti e Parri mi pare che si potranno avere più larghe spiegazioni e discussioni durante il dibattito che riguarda l'E.R.P.

CONTI. Lo trasformiamo in raccomandazione.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Riguardo all'ordine del giorno Grieco mi sono già espresso sufficientemente. Non lo posso accettare per lo spirito con cui è redatto.
Circa l'ordine del giorno Salomone, l'accetto come raccomandazione, in particolare per quanto riguarda la situazione in Calabria.
L'ordine del giorno Santero riguarda una proposta presentata anche dall'onorevole Monaldi. Debbo dire a questo proposito che si sta esaminando la questione, ma anche qui non credo che le deficienze attuali risiedano soprattutto nell'organizzazione, bensì in deficienze di mezzi. Comunque. circa le osservazioni sulla miseria degli ospedali, faccio notare che in seguito al decreto legislativo 5 gennaio 1948, lo Stato anticipa agli ospedali le rette dovute dai comuni, salvo rivalsa sui comuni stessi. Pertanto la situazione presente sarà migliorata e si avvierà a perfetta normalizzazione.
Circa la costituzione del Ministero, ci sono già due proposte di costituzione di nuovi dicasteri: dell'assistenza e della sanità. Bisogna pensare bene se l'alto commissariato debba proprio essere trasformato in ministero: non mi esprimo negativamente, per quanto faccia molte riserve.

SANTERO. Lo cambiamo in raccomandazione.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Riguardo all'ordine del giorno del senatore Jacini, egli sa che nelle dichiarazioni programmatiche ho confessato di non aver potuto questa volta risolvere il problema di una nuova organizzazione dell'emigrazione, ma sa pure che lo considero uno dei problemi che bisogna risolvere presto.
Nell'eccessiva mole di lavoro di questi primi due mesi, non è stato ancora possibile risolvere tale problema.

JACINI. Trasformo il mio ordine del giorno in raccomandazione.

DE GASPERI, Presidente del consiglio dei ministri. Circa l'ordine del giorno Veroni, ho già accennato che il ministro Grassi sta elaborando i progetti che l'onorevole senatore desidera.
L'ordine del giorno del senatore Bibolotti è uguale presso a poco nella sostanza, ma non nello spirito, a quello dell'onorevole Rubinacci. Non faccio nessuna eccezione al suo ordine del giorno e a quello dell'onorevole Rubinacci. Gli ordini del giorno presentati dal senatore Conci richiamano la nostra attenzione sopra il problema della liquidazione delle pensioni dei pubblici funzionari. Conosco per pratica le motivazioni che l'onorevole Conci ha svolto molto competentemente ed ho già richiamato l'attenzione dei funzionari e dei tecnici sopra i suggerimenti da lui fatti. Sull'ordine del giorno Bertini ho già espresso la mia opinione. L'ordine del giorno Bertone è stato trasformato in raccomandazione e, come tale, l'accetto. Accetto l'ordine del giorno Zotta, anche esso come raccomandazione. L'ordine del giorno Buffoni contiene al primo ed al secondo punto due postulati che sono accettabili. Il terzo punto: «estendere anche agli italiani all'estero le disposizioni legislative per il risarcimento dei danni di guerra» lo esamineremo più a fondo quando tratteremo la legge sui danni di guerra; vedremo allora se sarà il caso di tener conto della sua proposta. Il postulato contenuto nel quarto punto è giusto e cercheremo di metterlo in pratica. Anche i suggerimenti che riguardano il miglioramento dell'assistenza e della difesa degli italiani all'estero sono meritevoli di essere apprezzati.

BUFFONI. Ritiro il mio ordine del giorno.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Riguardo all'ordine del giorno Della Seta, il ministro della giustizia mi dice che la commissione per il codice penale già ha affrontato il problema della riforma.

PRESIDENTE. Domando all'onorevole Della Seta se insiste nel suo ordine del giorno.

DELLA SETA. Io apprezzo molto il giudizio del Presidente del Consiglio, ma per me è sempre in questione il principio morale. Debbo quindi insistere.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Riguardo ai danni di guerra ho letto un ordine del giorno che dimostra molta competenza, frutto di esperienza amministrativa, dell'onorevole Braschi. Senza dubbio i suoi postulati sono meritevoli di ogni considerazione. Cercheremo di giungere il più presto possibile alla legge sui danni di guerra. Comunque, al dicastero o alto commissariato, ci si può arrivare prima, appunto come preparazione alla legge stessa. L'ordine del giorno dello stesso onorevole Braschi riguardante i prigionieri, potrebbe trovare miglior sede nello svolgimento della mozione presentata al riguardo.

PRESIDENTE. Domando all'onorevole Braschi se insiste nei suoi ordini del giorno.

BRASCHI. Ritiro il primo ed il terzo ordine del giorno.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. L'ordine del giorno Bencivenga è stato trasformato in raccomandazione. Ad ogni modo vorrei richiamare l'attenzione dell'onorevole Bencivenga sulle dichiarazioni che ho fatto alla Camera riguardo all'esercito, agli impegni che abbiamo per l'esercito e al senso di onore che nell'esercito viene custodito e conservato. Forse, l'onorevole Bencivenga non ha avuto l'occasione di leggere le mie dichiarazioni. L'ordine del giorno Canaletti Gaudenti-Tosatti lo accetto come raccomandazione. Riguardo all'ordine del giorno Li Causi ed altri, con il quale si invita il Governo «a sospendere il pagamento dell'imposta straordinaria sul patrimonio nella parte proporzionale, al fine di procedere ad una meditata revisione del tributo, onde attenuare le sperequazioni fiscali esistenti e promuovere la ripresa produttiva», c'è da osservare che l'imposta proporzionale sul patrimonio è stata giustificata come una misura intesa a favorire la piccola proprietà. È noto che la legge ha portato all'abolizione dell'imposta ordinaria sul patrimonio, mediante il pagamento di una aliquota del 4 per cento, corrispondente a dieci annualità della imposta stessa, ma deve essere sottolineato che l'imposta si riferisce all'accertamento per l'anno 1947, il quale assume i valori del triennio 1936-39, moltiplicati per cinque, e, per la proprietà fondiaria, per dieci. Chi tenga presente che questi valori sono diverse volte inferiori ai valori correnti, si persuaderà subito che il peso effettivo dell'imposta è molto limitato, tanto da dire che, riferendosi ai valori correnti, l'imposta straordinaria non è molto superiore ad una annualità. D'altra parte il pagamento dell'imposta proporzionale è ormai arrivato alle sue ultime rate, dovendosi concludere entro il 1948, mentre per la piccola proprietà ha già provveduto la legge istitutiva del tributo straordinario, quando ha concesso una ratizzazione.
Si può aggiungere che il pagamento si è svolto fin qui senza difficoltà e che i contribuenti con patrimoni al di sopra delle 750 mila lire, hanno dimostrato di essere in grado di far fronte con le disponibilità liquide.
Al 30 settembre 1947, quando venne a scadere il termine per il riscatto dell'imposta, su 290 mila domande di riscatto, ben 260 mila, pari a circa il 75 per cento, interessavano patrimoni inferiori alle 700 mila lire. Comunque, poiché il Governo presenterà alle Camere, prima della sospensione dei lavori, alcune norme intese a modificare e completare la legge istitutiva della imposta straordinaria alla luce dell'esperienza fatta fin qui, si offrirà in quella sede l'occasione di un più approfondito esame della questione.
Relativamente all'ordine del giorno del senatore Castagno, che riguarda il titolo 111 della Costituzione della Repubblica, accetto in via generale i suoi princìpi; soltanto non posso accettare in forma assoluta che lo sciopero sia regolato dall'autodecisione. Mi auguro che le organizzazioni sindacali abbiano sempre la possibilità di decidere sulla liceità e sulla opportunità o meno di uno sciopero, ma non posso accettarlo come principio assoluto, in quanto la Costituzione prevede la sua regolamentazione da parte della legge. Evidentemente la materia deve essere stabilita dal Parlamento, poiché si tratta di interessi non solo degli scioperanti, ma anche di terzi, per quanto riguarda soprattutto i servizi pubblici. Nell'ordine del giorno si parla anche dei consigli di gestione, sui quali già mi sono espresso in senso favorevole.

CASTAGNO. Ritiro il mio ordine del giorno.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Riguardo all'ordine del giorno dei senatori signore Palumbo, Montagnana e Bei,rendo noto che è già stato presentato un progetto da parte del ministro Fanfani alla Camera dei deputati.
Infine prego il Senato di votare sull'ordine del giorno, che ha carattere di mozione di fiducia, dei senatori Conti, Lucifero, Montemartini e Zoli, il quale sintetizza la volontà espressa dal paese col voto del 18 aprile, che incoraggia il nostro proposito di dedicare tutte le nostre forze alla cooperazione con il Parlamento, soprattutto per quelle riforme che il popolo desidera e che tende a quella stabilità di Governo e di regime che è la condizione assoluta perché queste riforme possano essere portate a compimento. (Vivissimi applausi al centro e a destra).

On. Alcide De Gasperi
Senato della Repubblica
Roma, 2 luglio 1948

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di martedì 2 luglio 1948)


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