LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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III° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: RELAZIONE DI GIUSEPPE CAPPI
(Venezia, 2-5 giugno 1949)

Il III° Congresso nazionale della DC si svolge a Venezia dal 2 al 5 giugno 1949. Il Segretario politico in carica è Giuseppe Cappi, il Presidente del Consiglio nazionale della DC è Alcide De Gasperi.
De Gasperi è anche alla guida del suo V° Governo, il quadripartito centrista DC-PSLI-PRI-PLI, costituito dopo la grande vittoria del 18 aprile 1948.
La relazione del Segretario politico Cappi apre i lavori congressuali.

* * *

L'opera svolta dalla D.C. al servizio del Paese

Dal Congresso di Napoli in poi si sono avuti due fatti nuovi, preminenti. Si è passati dalla fase costituente alla fase legislativa; che è quanto dire dalla teoria alla pratica, dal libro alla vita. Si tratta di creare la nuova realtà politico-sociale enunciata dalla Costituzione. Qui sta la grandezza del momento storico che viviamo, che bene fu chiamato un nuovo Risorgimento. L'Italia deve dimostrare a se stessa e al mondo che ha volontà e capacità di risorgere. Solo in questa larghezza di visione si può sentire la gravita e insieme la nobiltà dell'azione politica, bruciandone tutte le incrostazioni deteriori e le scorie, elevandola all'altezza di una missione civile.
La sorte, noi diciamo la Provvidenza, ha voluto (è questo il secondo fatto) che tale compito toccasse al Democrazia Cristiana, la quale, come ha la maggior parte nel Parlamento e nel Governo, così ha sopra di sé la maggiore responsabilità. Che essa ha accettato e accetta serenamente.
La nostra fede religiosa ci impone questo dovere, che è uno degli aspetti del dovere supremo della "charitas" cristiana.
Io credo che la D.C. abbia compreso tutto ciò e vi abbia ispirato e vi ispiri la propria azione. Necessità suprema per la salvezza della patria era che le passioni distruggitrici scatenate dalla guerra estema e dall'atroce guerra civile cedessero il posto alla ragione, che medita e crea. Il carattere di razionalità che, vista nelle linee generali, ebbe ed ha la vita politica italiana, è un fatto che ha sorpreso quanti, nostri o stranieri, credevano di conoscere il carattere italiano. Non è immodestia dire che di quel fatto fu in gran parte artefice la D.C. Razionalità, dissi; questo è il segno sotto il quale mi sembra si stia svolgendo la nuova vita italiana. Razionalità, che vuole dire chiarezza e obbiettività di visione, meditata scelta delle mète da raggiungere, adeguamento delle mète ai mezzi, fermezza di propositi; cose tutte che sono in contrasto con quella passionalità, incoerenza, incostanza che sembravano nostri difetti congeniti. Fra lo stupore del mondo e di noi stessi mi pare si stia rivelando un italiano nuovo. Forse è l'oscuro senso di vita che nelle sue ore gravi il popolo italiano ha saputo trarre dalla sua millenaria e multiforme esperienza.
A razionalità la D.C. ha ispirato la propria opera ed inflessibilmente intende ispirarla per l'avvenire.

La grande scelta fatta il 18 aprile

I mesi successivi al Congresso di Napoli furono di preparazione elettorale. Che il Partito abbia bene impostato e bene condotto la battaglia è certo. La coscienza nazionale avvertì la posta suprema della lotta. Il 18 aprile resterà nella vita italiana come una data per la quale, una volta tanto, non sarà enfatico l'aggettivo di "storica".
Fu la grande scelta. Il significato di quella solenne decisione de! popolo italiano è chiaro nella coscienza di tutti. Vi fu, dopo, qualche interpretazione errata, per esempio: che il 18 aprile sia stata una battaglia di difesa e di conservazione. Di difesa, sì: perché il pericolo v'era e quale! Di conservazione, sì: dei supremi diritti dell'uomo e del cittadino, dei valori più alti della nostra civiltà.
Ma difesa attiva, non passiva; difesa che non escludeva, anzi voleva porre i presupposti necessari per un'azione positiva nel campo economico e sociale. Il chiaro mandato elettorale fu di difendere l'Italia dalla minaccia congiunta del comunismo e dell'imperialismo slavo, che, ricalcando le orme di antiche invasioni venute da Oriente, minaccia di sommergere dopo l'Europa Centrale, anche il mondo germanico e latino; anzi, di là dagli oceani, tutto il mondo.

Il nostro anticomunismo

Primo mezzo di tale difesa: restaurare l'ordine pubblico, il senso e l'impero della legge, che è anche condizione prima di ogni restaurazione e progresso nel campo sociale.
La promessa fu mantenuta? Non mi dilungo: il confronto fra un recente passato e il presente convince più di ogni discorso.
Mantenute e non tradite le promesse del 18 aprile; tradite furono dagli altri, e lo spirito della Resistenza che volle, nel nazifascismo, abbattere ogni tirannide, e i solenni impegni democratici della Carta atlantica e dell'accordo di Yalta. Credo che in questo tutti consentiamo; però... a furia di sentirlo dire dagli avversari, non vorrei che facesse qualche breccia anche fra di noi la tesi del "troppo", dello "sterile" anticomunismo.
Bisogna essere molto chiari e guardare con chiari e fermi occhi la realtà: la minaccia alla nostra libertà, alla nostra stessa indipendenza nazionale, esisteva, esiste, o non esiste?
Il tragico destino di morte dei Paesi orientali non è una realtà? Qualcuno dubita di qual sorte sarebbe riservata a noi, dico a tutti gli uomini liberi, dal trionfo comunista? E Togliatti a Praga non lamentò che "all'Italia è mancata la possibilità dell'appoggio concreto e diretto da parte del Paese del socialismo, quell'appoggio che a voi, Cecoslovacchi, ha assicurato la indipendenza e la libertà nell'avanzata verso un nuovo regime"?
Non è qui l'invocazione alle armi straniere? È l'antica maledizione italiana di aprire le porte allo straniero per i nostri odi di parte. Ma i morti del Risorgimento e della lotta di Liberazione insorgerebbero contro l'infame tentativo, se noi vivi fossimo ciechi o vili.
E guardiamo pure più in fondo. Che alcuni, sotto la bandiera dell'anticomunismo, celino mercé di contrabbando, quali un vieto conservatorismo, una nostalgia di regimi totalitari, può essere, è. Ma non si dubiti. La merce di contrabbando sarà gettata come inutile zavorra; mascherata o meno, essa non inquinerà la D.C.; le riforme sociali che si stanno discutendo costituiranno un banco di prova e di chiarificazione. Anzi, quanto più saremo fermi nella difesa della democrazia, tanto più potremo essere arditi nel campo sociale.
Senza ambigue perplessità, dobbiamo avere chiara e non pavida coscienza che la bandiera attorno alla quale oggi si stringono le forze democratiche è la fiammante bandiera della libertà umana e civile, che tanta virtù e tanto sacrificio hanno fatto nei secoli splendente di gloria, degna che per essa ancora virilmente si combatta.
Questa la ragione profonda che ispirò nelle sue grandi linee anche la nostra politica estera, culminata nella nostra partecipazione al Patto Atlantico.
Non è il luogo di riaprire qui la discussione. Se alcuno temeva che esso non fosse strumento di pace, i fatti — per chi non sia accecato dall'amor di tesi — si sono incaricati di dimostrarlo.
Aggiungerò soltanto due cose: la D.C. cercherà che l'azione dell'Italia sia sempre ispirata a mantenere al Patto il suo scopo di salvaguardia della pace, e non traligni; che il Patto non significhi rinuncia ad altri strumenti di pace, in prima linea, l'Unione Europea.
Una parola chiara va detta su certe innegabili reviviscenze fasciste. Anche qui la Costituzione colle sue libertà, e coi suoi limiti. Chi pensasse di favorire questi movimenti in funzione anticomunista, è fuori della legge, la quale vieta espressamente il risorgere, aperto o mascherato, del fascismo. Chi pensasse ad una situazione analoga a quella del 1919-22 è fuori della realtà; perché se allora vi era carenza dei poteri dello Stato e di una classe politica dirigente coraggiosamente consapevole del proprio compito, oggi non è più così. Oggi lo Stato democratico esiste ed ha volontà e forza di difendere le libertà e l'ordine.

Istanza umana alla base della formula governativa

E veniamo alla formula governativa. Il Governo di coalizione sorse per l'esigenza di dare più larga base e quindi una maggiore stabilità ed efficienza all'opera governativa.
Ebbene anche uno scopo più profondo. Si parla e si lamenta di una frattura, di una lacerazione dell'anima nazionale. La D.C., accettando la collaborazione di tutti quei partiti coi quali non vi sia assoluta eterogenità e, invece, convergenza nei principi fondamentali della Costituzione e del metodo democratico, ha dimostrato per quanto sta in lei, di voler rendere meno larga quella frattura. Del resto una coalizione analoga alla nostra, specie fra D.C e socialismo democratico è in atto in molti Paesi, segno che risponde ad una concreta esigenza.
Oggi si parla di una terza forza; quasi in rispondenza al terzo tempo, delle riforme; tempo che si dice richiederebbe una nuova formazione politica. In questo travaglio ci si vede fin qui poco chiaro; c'è molta nebbia. Quel che appare sarebbe il tentativo di spostare artificiosamente l'asse politico, cercando di incasellare la D.C. in uno schieramento conservatore, per poi — alterata così la geometria parlamentare — inserirvi non sappiamo quale e come composta, questa terza forza.
A me sembrano giochi; manovre coi quadri, coi soli quadri. Oggi la realtà politica ha ben più ampio respiro e più profonde radici. Non è — scusate la ripetizione — tempo di piccole cose e di piccoli uomini. Alla D.C. non resta che serenamente continuare la propria opera, senza lasciarsi sorprendere e tanto meno dominare dagli avvenimenti.

La D.C. resterà se stessa

In casa nostra ritengo che alcune espressioni equivoche od incerte non trovino nessuna seria rispondenza nel Partito. Ho sentito accennare ad un'apertura del blocco del 18 aprile verso le istanze sociali di quelle classi che avevano votato per il Fronte, per liberarle dal dominio comunista.
Salvo vederne il modo, la cosa può essere accettabile; perché è un fatto politico, la cui gravita non si può ignorare e pesa su tutta la vita sodale ed economica, quello di vaste masse operaie e contadine che sono alla mercé, supinamente del Partito Comunista. Che se l'espressione avesse significato politico parlamentare di apertura verso sinistra (fin dove?) non resterebbe che lamentare il diffondersi anche nel compo politico della mania suicida.
La sorte dei partiti socialisti e democratici nei Paesi comunisti ne è tragica prova. Si potrebbe dire di più, non sarebbe forse difficile cercare più a fondo quali forze più o meno oscure ed anacronistiche stiano alla base di certe manovre. Una cosa è certa: la D.C. resterà se stessa, e resterà. Cedere per manovre o per minacce, questo sarebbe veramente tradire il mandato del 18 aprile.

Il "terzo tempo" delle realizzazioni

Dicemmo che in questo primo anno si sono verificati i presupposti per l'attuazione del terzo tempo: sicurezza interna ed estema. Ve n'è un altro: il risanamento del bilancio dello Stato, la difesa della lira, la stabilità dei prezzi. Forse dovrei anche parlare della politica economica in generale. Me ne astengo, sia perché non ho competenza specifica in materia, che è materia tanto delicata da non poter essere trattata da dilettanti, ad orecchio; sia perché ne toccherà l'amico Rumor nella sua relazione. Per non vagare nel generico, preferisco fermarmi sopra alcuni problemi, più importanti o più attuali.

La regione

Un rilievo preliminare va fatto, suggerito dall'improvvisa ed incomposta ostilità che si è scatenata contro questa e contro altre riforme. Verrebbe fatto di pensare che l'Italia sia un Paese intimamente conservatore, scosso — a tratti — da sussulti tumultuari, ma riluttante ad un ordinato progresso. Contro questo fenomeno, che ha base nello scetticismo e nella stanchezza spiegabile dopo la febbre della guerra, bisogna reagire.
Qui, la D.C. ha un suo compito essenziale, un suo compito di equilibrio, di centro; e, se la parola spiace, (ma una volta per sempre scrolliamoci di dosso questo rispetto umano delle parole che è, come tutti i rispetti umani, una viltà dello spirito!); se la parola spiace, ripetiamo, di "razionalità".
L'ostilità verso la Regione in un certo momento parve addirittura frenetica. Passerà. Se non sbaglio, sta sbollendo. Non è qui il luogo di riaprire la discussione sul Regionalismo. Potremmo limitarci a dire che l'ordinamento regionale è nella Costituzione, la quale deve — anche su questo punto — essere attuata.
Ma la D.C. riafferma la sua sostanziale adesione a quell'ordinamento; intende attuarlo, perché è nella Costituzione e perché lo ritiene utile.
Si sta creando anche qui — come in altri campi — una cortina fumogena per confondere le idee e nascondere la realtà. La semplice lettura degli articoli dal 114 al 133 basta a dissipare l'enorme equivoco costituito dal confondere lo Statuto speciale della Regione Siciliana con quello che sarà l'ordinamento regionale ordinario. Sono noti i motivi per i quali alla Sicilia, Sardegna, Trentino-Alto Adige e Val d'Aosta fu concesso uno Statuto speciale. Altra cosa è l'ordinamento regionale previsto per tutto il resto d'Italia. Le funzioni attribuite alla Regione sono ristrette e tutte subordinate al rispetto dei "principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato"; gli organi della Regione, il sistema elettorale, l'ordinamento finanziario, gli Statuti, ecc. devono essere fissati ed approvati dallo Stato, il quale controlla gli atti della Regione, e può in molti casi scioglierne il Consiglio. Ripeto: si legga la Costituzione e si guidichi se non sia artificio, per non dire inganno, parlare sul serio di pericolo per l'unità della Patria.
L'ordinamento regionale non è un capriccio di partito, bensì una antica aspirazione largamente condivisa da uomini di ogni parte. È del resto sintomatico che quando se ne discusse alla Costituente l'opinione pubblica non si commosse, ma le fu favorevole.
Il semplice decentramento, nel quale tutti concordano, non potrebbe essere reale ed efficiente ove si limitasse al cosiddetto decentramento burocratico, consistente nell'esercizio di funzioni sempre da parte dello Stato e con unico criterio regolatore, sebbene a mezzo di una più vasta rete di uffici periferici. Il sano decentramento non può raggiungersi se non affidando quegli interessi e quei bisogni che hanno natura e caratteristiche locali alla interpretazione e al soddisfacimento da parte di enti locali dotati di una propria volontà, di una propria capacità di autodeterminazione, cioè di autonomia legislativa sia pure limitata e inquadrata nel sistema legislativo nazionale.
Ritengo che anche qui il fattore politico offuschi la serena visione delle cose. È curioso al riguardo che le estreme sinistre, assai poco favorevoli ed addirittura ostili alla Regione in sede di Costituente, oggi ne siano diventate ferventi zelatrici, e qualche cosa di simile, in senso contrario, sia avvenuto in altri settori.
La ragione di ciò non è difficile a scoprirsi. Allora le sinistre speravano di conquistare lo Stato e temevano che l'autonomia regionale fosse un freno o un pericolo per il loro potere o strapotere; ora che lo Stato non è in loro mano, sperano di fare della Regione una specie di catapulta o di mina contro il potere centrale. Speranze e timori sono — si legga la Costituzione — del pari infondati. Rilievo invece ben giusto è che la Costituente fu troppo ottimista quando previde che le elezioni regionali potessero venire indette entro il 31 dicembre 1948. Ove si pensi che lo Stato deve stabilire il sistema elettorale, coordinare la finanza della Regione con quella dello Stato, ripartire tributi ed oneri, determinare il demanio e il patrimonio regionale, fissare gli organi della giustizia amministrativa, stabilire le funzioni delle Province e dei Comuni: è tutto un complesso di nuove leggi che è necessario elaborare ed approvare, se si vuole che le Regioni nascano vive e vitali, e gli eleggendi Consigli Regionali non macinino a vuoto soltanto chiacchiere politiche.
Con dovuta ponderazione, anche per ciò che riguarda l'ordinamento regionale, la Costituzione dovrà essere attuata nello spirito e nella lettera della Costituzione. Se mutamenti saranno da introdurre, essi dovranno essere suggeriti dall'esperienza, non da preconcetti teorici o da opportunismi.

La riforma fondiaria

Anche questa è nei suoi principi fondamentali prevista dalla Costituzione. Dovrà quindi essere attuata, si sta attuando. Il problema della terra, specie nei Paesi ad economia prevalentemente agraria, è sempre stato presente e si è fatto più pressante nei periodi del dopoguerra. Il possesso della terra è stato da millenni la forma più specifica e più ambita del diritto di proprietà e spesso di sovranità. Ma io non posso neppure affrontare il problema teorico.
La D.C., come Partito politico, lo ha affrontato sul terreno realistico, pur riconoscendone la grande complessità. La materia è delicata; la D.C. e il Governo dovranno procedere con maturità di giudizio, con mente aperta ad ogni suggerimento, ma insensibile alle opposte assurde accuse. Rivoluzionar!, chiamano alcuni i nostri progetti; altri, reazionari.
Le obbiezioni tecniche hanno il loro peso, ma non bisogna sacrificare ad esse l'elemento sociale e umano della riforma.
II favorire l'accesso alla proprietà della terra o, dove questo sia troppo difficile, l'accesso dei lavoratori agricoli ad un più diretto rapporto colla gestione e cogli utili dell'azienda, sono punti basilari del nostro programma. Facili ad enunciarsi; difficili ad attuarsi. D'accordo.
Per questo si studia e si discute; ma ad essi si deve restare fedeli, con larghezza di visione e sincerità di propositi. È uno dei molti banchi di prova ai quali il Partito è sottoposto. Bisogna virilmente affrontarlo. Soprattutto qui dovrà dimostrarsi la maturità del Partito e del Paese. Dalle guerre agrarie alle "jacqueries", la terra madre fu spesso insanguinata dal sangue dei suoi figli: la nuova Italia deve essere fiera di saper attuare in pace la propria riforma.

La riforma tributaria

Le linee generali furono già esposte dal Ministro delle Finanze. La riforma, anche se meno clamorosa di altre, è non meno importante. Gli scopi essenziali che essa intende conseguire sono: migliorare il sistema di accertamento, per ridurre al minimo le evasioni; eliminare lo stato di reciproca diffidenza fra contribuente e fisco; in conseguenza di ciò, diminuire le aliquote, senza diminuire, anzi accrescendo, il gettito globale delle imposte.
Scopo più alto: creare la coscienza del dovere tributario. Cosa difficile in Italia, dove l'avere per secoli pagato i tributi a governi stranieri o tirannici, logorò profondamente o addirittura capovolse quella coscienza.
Esprimo qui una mia opinione personale. In Italia vi è ancora margine per una più intensa pressione fiscale; e il maggior gettito può dare allo Stato mezzi per conseguire con maggiore rapidità e semplicità scopi sociali non inferiori a quelli che si possono sperare da altre complicate riforme. Certe concentrazioni, ostentazioni e malo uso di ricchezza vanno spieiatamente repressi.
Una seconda opinione. Vi è, dirò, una zona dove invece la pressione tributaria dovrebbe allentarsi: è quell'incognito indistinto che si suoi chiamare medio ceto. Esso costituisce da sé un problema sociale e politico che a gran torto viene trascurato.
Io ritengo che esso costituisca, coi nuclei familiari, più di un terzo della popolazione italiana. Eppure non ha, ne policamente ne socialmente, un peso corrispondente alla sua forza. Eppure esso costituisce una grande e sana forza nazionale; che non scende in piazza, ma lavora, produce, risparmia; costituisce quasi il tessuto connettivo, l'intelaiatura più salda del corpo sociale. E non soltanto l'intelaiatura economica. Esso, se pure non è inquadrato in partiti, costituisce una massa fluttuante, equilibratrice, pronta col suo peso a moderare gli spostamenti violenti dell'asse politico. In questo secondo dopoguerra, il medio ceto è quello che ha forse sofferto e soffre di più; è il proletariato in giacchetta, molto spesso lisa, schiacciato fra altre categorie potenti.
Eppure esso ha dato un esempio mirabile. Per un senso profondo di dignità della vita, esso ha tenuto fede ai principi fondamentali della nostra coscienza e tradizione civile, non barattandoli con miraggi economici o politici.
Ora questo ceto medio, che non sa, né ha i mezzi per evadere le imposte, è da queste troppo spesso ingiustamente schiacciato.
Mi permetto, spede dopo alcuni miei incontri nel Mezzogiorno, di farlo presente al Ministro delle Finanze.

Il problema del Mezzogiorno

Anche qui, devo limitarmi a due rilievi. Il Mezzogiorno d'Italia è, per usare la parola di moda, un'area depressa. Questo è il fatto. Ricercarne le ragioni, ha un interesse meramente storico; inutile recriminare, con palleggio di accuse e di responsabilità fra nord e sud.
All'uomo politico deve bastare la constatazione del fatto. La volontà di porvi riparo deve sorgere da un motivo economico-sociale — (non possono esservi regioni depresse, senza che tutta la Nazione ne soffra) — e da un motivo etico: il dovere della solidarietà nazionale. Questo grande principio, che non potrebbe essere più democratico e più cristiano, è stato accolto esplicitamente anche nella Costituzione.
La D.C. del Mezzogiorno sta combattendo una buona battaglia — oltreché sul terreno degli specifici interessi — nel più vasto campo della vita politica. Essa — e ne ho quotidiana esperienza — combatte per creare una nuova coscienza politica e vorrei dire morale, spezzando il tentativo, che purtroppo non è trascurabile, specie da parte di certi elementi che si fregiano del nome di liberali, di far rivivere quel clima di bassa politica, di clientele, di intrighi, di settarietà massonica, di sordità sociale, che fu tanto deplorevole e dannosa caratteristica di tempi passati.

La difesa del Sindacato

II problema ha un innegabile aspetto politico. La maggioranza della popolazione italiana è di prestatori d'opera, di lavoratori nel senso corrente della parola.
Il Partito e lo Stato non possono quindi disinteressarsi di questa tanto larga parte del corpo sodale; non possono ignorare le esigenze di tale massa, i modi coi quali essa cerca di soddisfarle. Il pensiero della D.C. è chiaro: i Sindacati devono essere organi autonomi di diritto pubblico basati sulla tutela degli interessi spedaci delle categorie dei loro aderenti; e nel rispetto assoluto della fede religiosa e dell'opinione politica.
Essi devono avere un'organizzazione interna democratica e una "reale" indipendenza dai partiti politici. Facile è dirlo; più difficile specificarlo in predai termini. Ma oggi il fatto è di tale imponenza che la cosa appare chiarissima.
Il Partito Comunista ha fatto, del Sindacato, massa di manovra, strumento per la corrosione ed il rovesciamento di tutto l'attuale ordine politico-sociale.
In conseguenza di ciò, ogni mezzo di lotta è buono, anche quando — come nelle varie forme di sabotaggio della produzione — esso si risolve in un danno attuale dei lavoratori, danno e sacrificio che viene giustificato dal miraggio della futura conquista totalitaria dello Stato, la dittatura di classe. Ciò ha reso inabitabile la casa della Confederazione Generale del Lavoro a quanti intendono diversamente la natura e la funzione del Sindacato.
In quali forme coloro che hanno coraggiosamente, anche in questo campo, scelto la libertà, intendano organizzare e svolgere la loro opera è materia specifica di tecnica sindacale.
La questione è ancora aperta. Il Partito non può non constatare con compiacenza che i sindacalisti della corrente cristiana furono all'avanguardia in quest'opera di rivendicazione di libertà. Contro di loro si è scatenata la procella della calunnie e dei vituperi, spesso la violenza bestiale, fino all'assassinio.
Chi conosca questo fosco clima d'odio che regna troppo spesso nelle fabbriche e nei campi non può non sentire la forza e l'altezza morale dei nostri lavoratori, e dei nostri organizzatori, che in quel clima rovente sanno difendere la loro libertà. Anch'io talora noto certe impazienze, certi eccessi verbali, certi errori dei nostri sindacalisti; ma poi confronto la posizione mia e di tanti di noi, amici, e trovo che quei difetti sono a dismisura compensati da quella forza morale e mi inchino. (Il che non toglie che noi possiamo dar loro qualche fraterno consiglio).
Detto in breve, la conquista totale e parziale del potere politico, per essere duratura e benefica, non può essere un problema di forza numerica o materiale, bensì frutto di un'elevazione della coscienza sodale dei lavoratori, che li renda idonei a quel compito tremendamente difficile che è il governare una Nazione.
Sarà una via aspra, forse non breve: ma è la via nostra. I Sindacati che abbiano il civile coraggio di camminare su di essa, senza troppe dispute teoriche o d'altro genere, avranno bene meritato dei lavoratori e della Patria.

Compiti del Partito

Veniamo al Partito. Molteplicità e gravita di problemi; il Partito, che deve affrontarli e, sì, risolverli, come si presenta? Il tesseramento del 1948 ha superato del 30 per cento quello del 1947, benché allo scopo di evitare inflazioni si sia posto un limite di tempo e di sostanza, alle iscrizioni.
Salvo rare eccezioni, i 93 Comitati provinciali e i 16 regionali funzionano regolarmente. Del lavoro fatto dalla Segreteria organizzativa e amministrativa io, che ne fui testimonio, non ho che lodarmi. Certo, il lavoro non è compiuto. L'organizzazione dovrà venire adeguata ai compiti nuovi, alla crescente responsabilità del Partito, alle necessità sociali ed economiche. La formula "al servizio del Paese" deve valere anche per la organizzazione, che è mezzo e non fine e deve assicurare la attuazione del metodo democratico in tutte le istanze del Partito.
Io non posso qui fare la rassegna delle varie branche di attività. Né, tanto meno, distribuire generici encomi. Con brevità di parola, ma con convinzione profonda, io devo dare atto alla fervida, appassionata collaborazione di tutti, dai miei colleghi di Segreteria e di Direzione, ai Dirigenti dei Movimenti e degli Uffici speciali, ai funzionari.
Ma un Partito non è solo nelle sue strutture; come, specie in tempi di battaglia, un esercito non sta solo nel numero e nell'organizzazione dei suoi corpi e servizi.
Lo spirito del Partito, amici, qual è?
Cerchiamo anche qui di ragionare. Che dopo il grande sforzo del 18 aprile si sia avuto un certo rilassamento è cosa naturale, direi fisiologica. Ma che siano gli ozi di Capua, assolutamente no. Che alcune forze ausiliarie, le quali votarono per il partito più forte al noto fine di parare la minaccia comunista, oggi che questa sembra meno grave si stacchino da noi e riprendano autonomia sotto vecchie o nuove bandiere è, anche questo, naturale. Naturale che certe forze della destra politica ed economica si mostrino riluttanti di fronte all'attuazione del nostro programma sociale. Infine, che il potere logori è cosa consueta e notoria, specie quando per la salvezza comune è costretto a prendere misure non gradite a questa o quella categoria.
Nonostante tutto ciò, il Partito tutte le volte che dopo il 18 aprile è stato chiamato a battaglia, ha dimostrato di non avere smarrito la coscienza di sé e la propria forza combattiva. Le flessioni numeriche contenute, nel loro complesso, in limiti molto esigui, ne danno la prova.

L'unità del Partito e le tendenze interne

Ma penetriamo più a fondo, nell'anima del Partito. Affrontiamo pure la questione della sua unità e il problema delle tendenze. Di questo problema delle tendenze non si può certo dire "molto rumore per nulla"; però, guardiamoci dentro e vediamo se talora non si tratti di malintesi o di questioni di parole. Che un partito debba avere un programma e che del partito possa far parte solo chi lo acectta, non può seriamente contestarsi. Che il programma possa, anzi debba, venire elaborato democraticamente, cioè col concorso di tutti gli aderenti al partito, è pure certo. Qui le opinioni, chiamiamole pure tendenze, possono legittimamente farsi valere. Ciò che si contesta è l'organizzazione di queste tendenze, vietata da un articolo dello Statuto; e vietata perché tale organizzazione — bisognerebbe non conoscere la psicologia dell'uomo politico — implica il pericolo del formarsi di nuclei distinti, critallizzati intorno a determinate tesi o persone, nuclei che possono veramente mettere in pericolo l'unità del Partito. Il richiamo che si è fatto alla proporzionale politica non tiene conto di una differenza sostanziale. Nella Nazione esistono naturalmente le forze ideologiche o economiche in contrasto fra di loro: la proporzionale mira a che esse abbiano una rappresentanza nei pubblici poteri proporzionata alle loro forze. Questo scopo di equità può compensare gli inconvenienti che il sistema arreca alla stabilità dell'azione di Governo. Ma il Partito è già una entità differenziata in base ad un programma unitario. Che vi possano essere delle divergenze sopra singoli problemi e sopra questioni di metodo è comprensibile; ma che tali divergenze diano luogo a nuclei distinti, con diritto di proporzionale rappresentenza negli organi direttivi, questo, oltre a paralizzare l'azione direttiva, mette davvero in pericolo l'unità del Partito. L'esigenza democratica è soddisfatta sia dalla libertà di esposizione delle proprie idee, sia dalla rappresentanza delle minoranze. Vediamo quindi di non ingrossare artificiosamente e di non inasprire questa ormai famosa questione.
Ho cercato di parlare freddamente. Non vorrei fare della retorica dell'antiretorica. Insomma: questa unità del nostro Partito è sì o no un bene? È si o no un patrimonio, una forza che tutti ci invidiano? Ed è forse, questo nostro, tempo di poterci concedere il lusso di frazionarci fra di noi? Forse che pericoli non minacciano ancora — non dico solo da sinistra — i beni supremi a difesa dei quali è sorta e sta in campo la D.C.?
È quindi necessario operare nel profondo della coscienza morale, individuale e collettiva. Questo rinnovamento morale deve essere sempre presente nel nostro spirito, animatore nella nostra opera, in intima unione con tutti i fratelli credenti e con tutti gli uomini di buona volontà.

On. Giuseppe Cappi
III° Congresso Nazionale della DC
Venezia, 2-5 giugno 1949

(fonte: biblioteca Butini)


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