LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

 

III° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: RELAZIONE DI MARIANO RUMOR
(Venezia, 2-5 giugno 1949)

Il III° Congresso nazionale della DC si svolge a Venezia dal 2 al 5 giugno 1949. Il Segretario politico in carica è Giuseppe Cappi, il Presidente del Consiglio nazionale della DC è Alcide De Gasperi.
De Gasperi è anche alla guida del suo V° Governo, il quadripartito centrista DC-PSLI-PRI-PLI, costituito dopo la grande vittoria del 18 aprile 1948.
Dopo la relazione del Segretario politico Cappi all'apertura dei lavori congressuali, segue la relazione dell'on. Mariano Rumor sui problemi del lavoro.

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Il problema della occupazione in Italia

La realtà del problema

C'è la tendenza in taluni settori della politica e della economia dei nostri giorni di attribuire la responsabilità della disoccupazione a determinate impostazioni politiche cui si è ispirata la dottrina del nostro Partito e l'azione dei nostri uomini di Governo.
Bisogna dire invece che il problema della disoccupazione è qualcosa di congenito colla nostra realtà italiana; latente in essa, risolto in tempi di emergenza produttiva sotto la sfera di esigenze poltiche e militari, rinasce ogni volta che si ristabilisce una normalità di rapporti economici intemi ed esteri.
È connesso colla povertà del nostro suolo, colla nostra ricchezza demografica, colla conseguente scarsezza del risparmio globale, con l'alcatorietà dei nostri rifornimenti di materie prime affidati pressoché interamente alle mutevoli vicende del mercato internazionale, colla emorragia di ricchezze e di forze e con il trauma delle guerre ricorrenti.
Bisogna pur dirla a noi e al Paese questa verità, cruda e dolorosa, ma realtà, perché esso senta che chi intende affrontarlo e trovarne le soluzioni è conscio delle immense difficoltà, della limitatezza delle possibilità e della probabile parzialità dei risultati; bisogna dirlo anche perché tutti gli Italiani sappiano che sarebbe delittuosa faciloneria credere tanto in magici effetti derivanti dalla applicazione d'uno o d'un altro sistema risolutivo, quanto nell'attribuire intera responsabilità agli organi di Governo, sottraendosi ognuno da quello sforzo comune della volontà e della intelligenza cui sono chiamati tutti gli Italiani: ricchi e poveri, datori di lavoro e lavoratori, imprenditori, distributori, consumatori, risparmiatori.

La nostra tesi

Per noi in sostanza il problema dell'occupazione non postula una risoluzione meccanica come si trattasse di un teorema. Per noi esso è connesso con la realtà della persona umana, quella realtà, uguale in tutti gli uomini che condiziona per noi democratici cristiani l'applicazione d'ogni metodo o di ogni espediente risolutivo. Noi non perseguiremo per esempio l'applicazione astratta della massima produttività senza condizionarla a quelle esigenze umane di giustizia e di libertà individuale, cui essa deve essere diretta: perché a noi interessa bensì la somma di benessere che ne deriva, ma in funzione della quota che viene distribuita a ciascuno, via via nel tempo. E tal quota di benessere è a sua volta condizionata al rispetto di quella libertà individuale che ne è la condizione essenziale per il pieno godimento, così come quella libertà è nome vano, rispetto alle esigenze di ciascuna persona umana se non è fondata su quella giustizia distributiva senza la quale la libertà, quando non è vano e inutile bene, è comunque mortificata nel suo stesso esercizio. Per noi, per esempio, il tema della occupazione non deve porre fra le ipotesi risolutive né la mortificazione della giustizia come avviene applicandosi la tesi liberistica, né la cancellazione della libertà come è nella tesi comunistica.
Il nostro equilibrio pertanto non deriva da una tendenza al compromesso necessario fra due estremi, ma dal riferimento a questa realtà prima della convivenza sociale cui si rifanno tutti i problemi ch'essa comporta e cui si condiziona la loro risoluzione. È proprio per la presenza di questo centro di interesse umano che quello che appare come compromesso rappresenta invece proprio l'autonomia e la originalità del nostro pensiero politico: la persona umana fa legge alla collettività e questa ha diritto di condizionare a sua volta l'autonomia di quella quando persegue il suo maggiore bene. Sta qui il nostro realismo in confronto dell'astrattismo del comunismo e del liberismo, questo perseguente il mito astratto della libertà, quello il mito astratto della giustizia: l'uno e l'altro conseguenti la mortificazione in concreto e dell'una e dell'altra, rispetto alla persona umana.

L'accrescimento della produzione in Italia

È possibile un incremento produttivo, in Italia? E come?
Alla prima domanda rispondiamo senz'altro di sì. Le percentuali comparative rispetto al 1938 ci assicurano che il processo produttivo si incrementa di anno in anno.

Programma economico e iniziativa privata

E chiediamoci anzitutto: un tal fine è raggiungibile nell'ambito d'una programmazione economica o nella assoluta libertà dell'iniziativa dei singoli?
Io credo fermamente nella utilità d'una ragionevole organizzazione della economia, così come credo nella insostituibile funzione della iniziativa privata. Io credo altresì che i due termini non si contraddicano e non si contrastino, purché si rispettino e si mantengano nell'ambito delle loro competenze. Orientatrice e completatrice l'azione programmatrice dello Stato, inventiva e realizzatrice in funzione dell'iniziativa privata.
Sarebbe antistorico negare l'esistenza d'un'esigenza di programmazione, quando tutto il mondo si muove ormai entro le linee di programmi economici internazionali e addirittura intercontinentali, quando i popoli liberi sentono il bisogno di coordinare le loro rispettive economie — della cui assoluta autonomia un tempo erano tanto gelosi — per renderle più efficienti alle rispettive esigenze, quando il popolo americano, che si è proposto di aiutare con generosità la rinascita del continente europeo, richiede che i suoi aiuti corrano entro l'alveo di ben definiti e computati indirizzi.
Sarebbe oltreché anacronistico, uno sperpero ed un lusso non certo consentito dalla congiuntura economica attuale il pretendere che l'iniziativa privata divaghi e si muova e si sbizzarisca trovando il suo correttivo e il suo freno in quel tale contrasto degli egoismi di cui parlammo. In tempi come questi e con problemi emergenti come i presenti occorre eliminare al massimo gli attriti, il superfluo, lo sconsideratamente avventuroso.
Certo l'azione orientatrice del Governo deve essere la risultante dei bisogni espressi dalla collettività, deve muoversi cauta e non sopraffattrice, deve suggerire più che imporre, misurando la propria assistenza sul metro di sane concezioni economiche e deve completare colla sua iniziativa, che è in definitiva l'iniziativa della collettività nella sua espressione verticale, le deficienze o le zone trascurate dell'iniziativa privata.
Questa a sua volta deve muoversi con larghezza di vedute, con saggezza di suoi programmi, con genialità d'inventive, con costanza di sforzo, con generosità di investimenti, con audacia. Realizzando se stessa nell'ambito d'un bene organizzato programma orientatore essa è più garantita nel successo, soprattutto in quei settori, dove senza una assistenza orientatrice l'iniziativa privata incontri gravissime difficoltà di mercato.
Da questa armoniosa collaborazione che crea i rapporti della privata iniziativa coll'interesse collettivo, l'incremento produttivo trae il suo alimento da tutti fattori della produzione.

Coordinamento organico dell'attività economica

Perché questa armonia sia mantenuta e incrementata, perché lo Stato possa costantemente seguire gli sviluppi della produzione, interesse essenziale della sua funzione politica e sociale, noi riteniamo necessario che l'andamento produttivo sia inquadrato in una visione unitaria, in funzione dei problemi dominanti la vita economica del Paese; che — in Italia — non v'ha dubbio essere quelli riguardanti l'occupazione. E noi riteniamo che una tale visione unitaria debba altresì essere coordinata da un organismo competente dello Stato.
Un tale organo potrebbe, ad esempio, essere il Ministero del Lavoro e della massima occupazione, ma, comunque, l'importanza predominante del problema postula l'organo governativo adeguato e la coordinazione degli sforzi e degli impegni.

Incremento produttivo nell'industria

L'incremento produttivo agli effetti della occupazione postula l'impostazione di taluni temi fondamentali: quello degli investimenti, quello dei costi, quello della mano d'opera qualificata.
E per andare in ordine cominciamo dall'industria.
Non v'è dubbio che il problema che travaglia l'industria italiana è quello dei costi. Io non ritengo che tale problema sia attualmente aggravato soprattutto dal carico quantitativo della mano d'opera. Il cosidetto "ridimensionamento" delle industrie — il salasso cioè della mano d'opera superflua accumulatasi nelle industrie per ragioni di guerra — se non è già compiuto, si sta compiendo quasi dapperttutto: ma ciò nonostante noi assistiamo al fenomeno di interi settori industriali che vivono stentatamente sotto la benigna ala di residui protezionismi, altri che sopravvivono per ragioni squisitamente politiche, altri che muoiono; e taluni altri settori che potrebbero conseguire rapidi e felici sviluppi e non vi riescono.

Il problema del risparmio e degli investimenti

Ci sembra che il tema sia stato individuato: necessità di accrescere investimenti produttivi e più intenso ritmo produttivo della mano d'opera per riattrezzare l'industria e per allargarne lo sviluppo e il respiro.
Investimenti di Stato o investimenti privati?
Favore al risparmio capitalistico e quindi alti profitti del capitale e basso tenore fiscale, o politica sociale che favorendo alti redditi operai e il conseguente risparmio minuto — normalmente affluente al credito, specialmente al credito dello Stato — postula l'intervento dello Stato sia con investimenti diretti sia con indirette sovvenzioni?
Un Partito come il nostro che persegue una politica sociale fondata su valori etici ma con attenta aderenza alla realtà non può che regolarsi con un criterio pluralistico che contempli entrambe le esigenze, educandole ed armonizzandole fra di loro.
Ne vale gridare allo scandalo, all'equivoco, all'incertezza della Democrazia Cristiana che non si decide ne ben per il liberismo integrale ne ben per l'integrale pianificazione comunista. A meno che non accettiamo per dato il fallimento della nostra fede nella capacità risolutiva della nostra etica sociale, fondata sui principi d'un umanesimo morale, i nostri critici devono pur convincersi che noi crediamo fermamente — e conseguentemente lo perseguiamo — nell'equilibrio di tutti i valori umani e per tutti gli uomini.

Il risparmio e le categorie lavoratrici

Ciò che preme è che una più equa distribuzione della ricchezza non incida sulla quantità complessiva del risparmio da investire nella produzione. Per questo la progressiva ridistribuzione della ricchezza per non incidere sulla capacità produttiva della nostra economia deve accompagnarsi ad una azione educativa che solleciti il risparmio: e questa è una funzione nostra, particolarmente delicata ed urgente specialmente per il fatto che contemporaneamente, altre forze politiche esercitano una pressione esattamente contrapposta. Per questo io non posso che rammaricarmi che il Piano Fanfani-Case, nella sua edizione definitiva, sia stato privato del risparmio obbligatorio che aveva un alto contenuto morale e dava inizio a una politica educativa della classe operaia.

Gli investimenti dello Stato

Così come noi vediamo contemperarsi nell'ambito privato il contributo agli investimenti di tutti, altrettanto crediamo che accanto agli investimenti produttivi dei privati debbano trovar posto gli investimenti produttivi dello Stato.
Chi se non lo Stato può determinare con spostamenti di capitali l'attivazione di settori essenziali all'interesse delle collettività che si trovino per varie ragioni depressi?
Chi sovvenzionare grandiose opere in determinati settori cui il risparmio privato non sia in grado o sia renitente a sopperire?
Chi provvedere al ravvivamento di zone di ritardato sviluppo sistematicamente trascurate dall'iniziativa privata, creando le condizioni pregiudiziali per un vivace sviluppo e attivando inesplorate possibilità di impiego di manodopera tradizionalmente disoccupata?
Chi infine se non lo Stato, mediante il suo interessamento, assumere il controllo e addirittura il governo di settori produttivi nei quali sia più facile la pericolosa concentrazione di forze in trust o in cartelli monopolistici?
Si tratta d'un complesso di problemi, che esigono il diretto intervento dello Stato colla sua gigantesca capacità creditizia o d'investimento, colla sua attrezzatura tecnica, colla sua ispirazione sociale, colla sua preoccupazione dell'interesse generale perché quei settori siano ravvivati, pena — in sua assenza — una paralisi mortale in settori di alto interesse e di ricca occupazione. Ciò soprattutto se pensiamo — e l'esperienza conferma — che non sempre il risparmio privato si indirizza ad utili investimenti produttivi, ma per paura di rischio o per ignoranti del risparmiatore o per egoistico calcolo speculativo — è pur sempre eterna la parabola dei talenti! — talora preferisce imboscarsi nella buca degli investimenti non produttivi, nell'accumulazione dei beni non strumentali, quando non addirittura del materiale buono monetario.
Per cui alla insufficienza organica del risparmio italiano s'aggiunge la volontaria evasione del suo naturale impiego produttivo.
Noi riteniamo che così sommandosi investimenti privati e investimenti statali e indirizzandoli opportunamente nel settore produttivo debba essere sollecitato il rinnovamento delle strutture produttive.
A sua volta il Partito non si impegni soltanto in una politica economica di Governo indirizzata in tal senso, ma in una azione politica di sollecitazione della coscienza dei ceti capitalistici, degli operatori economia, dell'intero Paese.

Contro certi egoismi

La rinnovazione delle strutture industriali è un dovere verso la collettività cui non si può evadere. Certi settori grettamente ancorati ad una retriva mentalità di nulla arrischiare, ma di sfruttare fino al midollo un capitale di strutture le mille volte ripagato dal reddito di lunghi anni, certi industriali che preferiscono chiudere i loro stabilimenti gettando nella disoccupazione intere maestranze, paghi delle ricchezze accumulate e avaramente in attesa che eventi sciagurati per la collettività consentano loro nuovi guadagni senza rischio alcuno, solo rifacendo cigolare vecchi apparati, dovrebbero essere — non dico dai lavoratori — ma dagli stessi loro colleghi additati al dispresso della nazione, disonore d'una categoria che pur ha tante benemerenze verso il Paese.
Hic Rhodus, hic salta!... La rinnovazione delle strutture industriali è problema vitale per il Paese, e conditio prima per una maggiore capacità di produzione e di impiego. Contro chi, potendo, non comprende e non obbedisce a questa legge di solidarietà nazionale, a questo dovere civico, ogni provvedimento è legittima difesa.

Il dovere delle maestranze

Accanto al problema degli investimenti è il problema delle maestranze e, lasciandone da parte per il momento l'aspetto tecnico professionale, che sarà oggetto d'un particolare esame, vorremmo prenderne in esame l'aspetto economico, sindacale, politico. Necessita che ad attrezzature industriali migliorate corrispondano maestranze più attive. Per taluni è un circolo vizioso, subordinando la seconda esigenza alla realizzazione della prima. Ma i due temi non vanno divisi: una maestranza attiva e appassionata al lavoro genera nel datore di lavoro la fiducia nella efficacia del rinnovamento tecnico.
Noi non siamo tra i detrattori delle maestranze italiane, non attribuiamo alle loro intenzioni la colpa del rallentato ritmo produttivo. Ma constatiamo i fatti. Milioni di ore di sospensione dal lavoro, la novissima strategia dello sciopero a singhiozzo, della non collaborazione, raramente determinati da obiettivi e imprescindibili interessi sindacali, le ultime anzi frutti illegittimi d'un sindacalismo politicizzato in funzione sabotatrice e antiproduttiva sono una realtà.
Non possiamo negare che in taluni settori una certa fiducia che comunque le maestranze si salvano, un certo edonismo che rende il lavoro impaziente e distratto, una visione unilaterale e individualistica del reddito di lavoro scissa dalla funzione sociale del lavoro e dalla interdipendenza degli interessi produttivi vengano artificiosamente diffusi e lasciano la loro traccia anche fra i migliori.
Aggiunte a questi elementi, laddove impazza il terrorismo politico, una diffusa paura e omertà che seconda passivamente le iniziative sabotatrici degli organizzatori politici d'azienda. C'è insomma nelle aziende uno stato di disagio che ritarda il ritmo del lavoro e la conseguente accelerazione del ritmo produttivo. Aggiungete ancora una diffusa concezione di privilegio, direi quasi protezionistica e assistenziale, per cui si è creato in talune aziende e per talune categorie una opninione quasi di casta, l'industria deve comunque dare redditi elevati di lavoro e condizioni di migliore favore, e quando l'industria non può, lo Stato deve comunque intervenire per garantire tutto quel complesso di condizioni e di privilegi. È il residuo d'un grande marasma — che pur ebbe allora una legittimazione etica e politica — per cui il non produrre, il sabotare, il perseguire il fallimento dello Stato e dell'economia totalitaria era considerato dovere civico; un marasma che poi l'avvento del comunismo alimentò e rinvigorì, nel clima della libertà, perseguendo lo stesso scopo di rovina nei riguardi dello Stato e dell'economia democratica.
A questo stato di cose bisogna certo trovare un correttivo, altrimenti lo sforzo rinnovatore dell'economia resta vano.

Spoliticizzare le aziende e accrescere le responsabilità dei lavoratori

Occorre anzitutto spoliticizzare le aziende. Bisogna cioè che uomini, istituti, metodi il cui fine — ammantato di legittimità sindacale — hanno in effetti la funzione di cunei inseriti al momento opportuno per scardinare o quanto meno ridurre la capacità produttiva dell'apparato economico nazionale siano messi, in sede legislativa, in condizioni di non nuocere e di non compromettere l'azione stessa dell'organizzazione sindacale.
Occorre far sentire alle maestranze l'interesse nella propria azienda. Noi ci lamentiamo con il furor politico dei comunisti che hanno ormai svelato al Paese qual concezione essi hanno degli organi di partecipazione operaia, strumento da essi concepito non in funzione di collaborazione ma di attrito classista. Ma sentiamo che quanto più sarà accelerato il processo dell'inserimento operaio nello svolgimento, nella responsabilità e nell'interesse della produzione, tanto più ne avranno guadagno la coscienza e l'impegno a comportarsi nell'interesse della stessa, tanto più avremo garantito quel legarne morale tra i vari fattori economici della produzione che ne fonde e ne moltiplica efficacemente gli sforzi.

Redditi produttivi

A chi sostiene che il non pienamente realizzato sforzo produttivo dipende in special modo dallo scarso allettamento del reddito, mi pare che la risposta non riesca difficile. Noi non ci opponiamo ad una economia ad adeguati redditi produttivi, ma questi devono essere tali: frutto cioè d'una vasta e vivace e sana produzione.
Si rinnovino e si allarghino le attrezzature, e l'acceletamento e il rammodernamento e il perfezionamento dei prodotti amplieranno il reddito.
Si elevi, pur nei limiti di un sano bilancio economico, il tenore di vita dei lavoratori anche a scapito del reddito capitalistico immediato e le accresciute energie fisiche e intellettuali accresceranno le capacità produttive e il ravviato tenore dei consumi riaffluirà sotto forma di aumentate vendite e conseguenti moltipllcati guadagni.
Si diffonda la possibilità del risparmio — attraverso elevati redditi di lavoro — e l'accresciuto afflusso di esso al credito diminuirà il costo del denaro.

INCREMENTO PRODUTTIVO E OCCUPAZIONE IN AGRICOLTURA

Le cifre denunciano due dati di fatto:
1) la popolazione evade dalla campagna;
2) il fenomeno della disoccupazione agricola è proporzionalmente meno preoccupante che quello di altri settori ed è presumibilmente in gran parte attribuibile alla meccanizzazione in agricoltura; ma ci fa ragionevolmente decurre che la disoccupazione dei contadini si riversa in altri settori, nei quali affluiscono con l'intendimento di mutare mestiere, o nei quali si trovano perché immessi coll'allettamento di più facile e abbondante guadagno.
Bisogna tenere presente questo fatto per l'indagine e la risoluzione del fenomeno; nella denuncia della disoccupazione industriale grava anche e in misura non indifferente la presenza di contadini transfughi dalla campagna e decisamente intenzionati di mutar settore di attività. La manovalanza — oggi prevalente nelle statistiche ufficiali e specialmente nella realtà del complesso disoccupati — è data sì dalla massa dei "senza professione", specie giovani, ma è data anche da questa massa contadina in fuga dalla campagna.

Le cause del fenomeno

Il fenomeno ci pone degli interrogativi di alto interesse politico, sociale ed economico.
Tale evasione si compie per la determinazione di un impulso naturale? (Perché cioè la campagna ha già esaurito le sue capacità di assorbimento?).
Avviene per un impulso moralmente e socialmente legittimo? (Aspirazione ad una vita di più immediata soddisfazione delle proprie esigenze spirituali ed umane?).
Avviene sotto la determinazione di un impulso meno legittimo? (Ricerca di più facile e abbondante guadagno e di vita più comoda?).
In merito alla prima ipotesi si deve dire che la diminuzione degli addetti alla terra è non solo percentuale, ma assoluta, il che vuoi dire che l'emorragia si compie indipendentemente dalla capacità di assorbimento in agricoltura. Eppoi è acquisito che in Italia la terra — seppure è povera — non ha esaurito le sue possibilità di incremento produttivo.
La seconda ipotesi è accettabile in pratica, non in teoria, perché ognuno sa quale ricchezza di soddisfazioni riserva la terra a chi la lavora.
La terza ipotesi è indubbiamente la più facile a documentarsi nella realtà, ma è in sostanza una trista illusione ed è un fenomeno che deve essere assolutamente corretto e dominato.

Il problema dell'occupazione contadina

II problema posa, per quanto dicemmo, su due esigenze fondamentali: aumentare la capacità produttiva della terra; riaffezionare il contadino alla terra. E per poter conseguire questi due risultati, occorre a mio avviso:
1) estendere la superficie a cultura intensiva al limite massimo consentito dalle condizioni del suolo e dalle contemperate esigenze dell'economia agricola;
2) intensificare al massimo la capacità produttiva del suolo secondo le rispettive culture;
3) elevare il tenore culturale del contadino ed accrescere il grado di civiltà della sua esistenza;
4) trasferire il più gran numero possibile di contadini alla categoria di produttore e coltivatore diretto compatibilmente colle esigenze dell'agricoltura italiana, sostituendo nei limiti massimi del possibile la grande proprietà con forme di proprietà media e piccola a gestione cooperativa; elevando alla dignità della compartecipazione i braccianti laddove sia necessario il mantenimento della grande proprietà ed eliminando al massimo le forme di mano d'opera stagionale;
5) garantire il coltivatore diretto in affitto o a mezzadria della stabilità sul suo fondo mediante contratti a durata ciclica;
6) fornire alla piccola proprietà — mediante l'elaborazione e l'estensione dei provvedimenti vigenti — i sussidi e gli incoraggiamenti per i miglioramenti fondiari.

QUALIFICAZIONE E AVVIAMENTO

Via via che siamo venuti trattando il nostro amplissimo tema, siamo altresì venuti accertando che una esigenza essenziale domina tutto il tema della occupazione: sia per la possibilità d'impiego, sia per il rendimento produttivo dell'industria e dell'agricoltura, strada maestra dell'assorbimento della mano d'opera, sia per l'accrescimento delle possibilità emigratorie.

I termini del problema

Il problema va pertanto inquadrato nei suoi tre aspetti fondamentali:
a) istruzione professionale;
b) apprendistato;
c) qualificazione e riqualificazione operaia.
Il primo problema entra negli interessi più propriamente scolastici. Solo vogliamo affermare la necessità che la riforma della scuola abbia presente l'esigenza di una adeguata struttura di istituti professionali di vario grado e che si tenga d'occhio il fenomeno del Mezzogiorno ove una persistente sperequazione di studenti di corsi classici o comunque avviati a libere professioni rispetto ai corsi tecnici potrebbe frustrare o mettere in difficoltà la progressiva elevazione agricolo-industriale del Mezzogiorno.
Si tenga anche presente la necessità che — seguendo lo svolgimento del progresso verso forme sempre più specializzate — l'istruzione professionale, pur sul fondamento di una cultura umanistica generale, si indirizzi sempre alla specializzazione particolare.
Ma c'è un problema di emergenza che è appunto l'oggetto della nostra preoccupazione: la massa degli operai attualmente sul mercato di lavoro senza una qualsiasi qualificazione professionale.
Problema di ordine economico-tecnico che ognuno sa quanto incida sul rendimento produttivo dell'economia nazionale, e sulla possibilità di impiego all'estero; problema d'ordine morale che deprime in uno stato di abbrutimento sempre più disperato questo esercito immenso di senza mestiere.

L'avviamento al lavoro

È evidente che la riqualificazione operaia ha il suo naturale complemento nell'avviamento al lavoro.
La legge sul collocamento non è più materia di discussione programmatica ma bensì è legge dello Stato. E possiamo sottolineare con compiacenza ch'è stata una legge dibattutissima, votata alla fine pressoché all'unanimità. È stato certamente un merito della intransigenza democratico-cristiana sui principi e sulla essenza della legge a convincere i comunisti della inutilità della lotta scatenata nel Paese e che minacciava di trasferirsi in Parlamento.
È un notevole successo che si consoliderà se sarà attuato bene in sede esecutiva, nella quale noi chiediamo al Ministero del Lavoro che venga completamente spoliticizzato il servizio del collocamento.
Spoliticizzato in due sensi: nel senso della frode politica che tende intenzionalmente a usare del collocamento come arma di privilegio di parte, nel senso della paura politica, per cui collocatori pavidi e malsicuri soggiacciono alle minacce o alle prepotenze faziose. È una selezione delicatissima quella dei collocatori. Devono essere obiettivi: nessun privilegio per noi, nessun privilegio per gli altri. Un unico privilegio: quello delle capacità e del bisogno.
E un'altra cosa chiediamo e ci pare essenziale. Ed è che abbiano a cessare quei tali protezionismi provinciali se non addirittura mandamentali che impediscono il libero flusso della mano d'opera italiana nel territorio nazionale, non soltanto contrastando la lettera e lo spirito della Costituzione, ma accrescendo quella disoccupazione di attrito che incrementa la già gravissima disoccupazione di congiuntura o di sistema.

IMPOSTAZIONI E SOLUZIONI D'EMERGENZA

Ora, senza indulgere ad un pessimismo che non si conforta nella esperienza della storia, ne d'altronde abbandonandoci a certe mitiche e rosee prospettive di una facile palingenesi produttiva, ma non escludendo un certo tranquillo ottimismo fondato su rigorose deduzioni scientifiche ci pare di dover dire che anche la più razionale e tempestiva applicazione — che del resto non è tutta nei poteri dello Stato e del Paese — dei programmi risolutivi, rimarrà pur sempre un margine di disoccupazione, cui non potrà essere apportato rimedio che con interventi diretti dello Stato.

INTERVENTO DELLO STATO

a) in sede di assistenza sociale;
b) in sede di iniziative produttivistiche e comunque di lavoro;
c) in sede di metodo nella distribuzione del lavoro e dei solari.
E diciamo subito che, mentre in tutti i Paesi del mondo un tal genere e una tale esigenza di intervento è prevista come una necessità permanente (specialmente per quanto riguarda gli interventi di assistenza sociale) per correggere gli effetti della disoccupazione d'attrito, di congiuntura e — nei casi di ricorrenza — di quella ciclica (disoccupazione che lo stesso Beveridge presuppone in una media del 3 % anche in regime di pieno impiego), noi riteniamo che in Italia tali rimedi debbano essere computati su più larga scala e in funzione d'una disoccupazione sistematica connessa con le condizioni geo-economiche e — attualmente — demografiche del nostro Paese.

Il problema demografico

Ho detto attualmente perché, se dobbiamo credere alle previsioni della scienza statistica, l'incremento sistematico della popolazione italiana, che da annualmente un aumento di circa 300.000 anime, cioè di circa 150.000 unità lavorative, dovrebbe avviarsi a non lunga scadenza verso una stabilizzazione. Per queste ragioni, ma soprattutto per altre, non abbiamo ritenuto neppure di affrontare il problema della disoccupazione sotto il profilo d'un intervento artificioso nei fatti della popolazione, e neppure da prendere in considerazione certe prese di posizione — timide per ora e sotto forma interrogativa — a favore d'uno rispolverato neo-malthusianesimo d'emergenza.
Per noi politici il fattore demografico è un fatto di cui dobbiamo prendere atto, per noi uomini e cristiani è una questione di coscienza e di morale coniugale che non tollera interferenze scientifiche che la violentino o la contrastino; per noi studiosi del fenomeno occupazione è una realtà che non interferisce negativamente nel problema che stiamo trattando e per il quale un intervento anche deprecabile nel merito avrebbe in ogni modo i suoi effetti in tempi in cui esso sarà probabilmente superato o comunque assorbito da altri problemi.

L'assistenza sociale

L'assistenza sociale ai disoccupati sotto forma di assicurazione è ormai la forma più diffusa di rimedio d'emergenza. Ma deve essere appunto tale. Deve pertanto rivolgersi alla disoccupazione involontaria, temporanea, dipendente da eventi straordinari, e quindi a quella di congiuntura e d'attrito. Abbiamo a questo proposito il dovere di sottolineare che la legge "Fanfani-collocamento", con un lodevole anticipo sulla legislazione previdenziale di cui auspichiamo una sollecita discussione alla Camera, ha apportato alcune fondamentali innovazioni al principio dell'assistenza al disoccupato. Le elenco schematicamente:
a) l'estensione alle categorie dei lavoratori in agricoltura e agli impiegati avventizi di Enti pubblici;
b) il collegamento dell'assistenza alla disoccupazione con il collocamento;
e) la subordinazione del sussidio all'impiego — in caso di possibilità — nei cantieri di rimboschimento o nei corsi di riqualificazione professionale.
Se il primo criterio risponde ad una esigenza di giustizia sentita, gli altri due rispondono ad una profonda esigenza sodale e morale. Il collegamento con gli uffici di collocamento deve stabilire la effettiva disoccupazione involontaria. La condizionale del possibile impiego in cantieri o della frequenza delle scuole di riqualificazione professionale è una esigenza sociale e morale: il disoccupato che può essere impiegato, lo deve essere, perché non ultimo malanno della disoccupazione è la depressione che nasce dalla coscienza della propria inutilità e l'avvilimento della persona umana e la logorante disperazione dell'ozio. Ove condizioni fisiche o ambientali lo consentano, il disoccupato deve affrontare o l'impiego temporaneo nei cantieri o la deviazione dall'occupazione originaria (che l'esperienza ci assicura essere nella più gran parte dei casi generica) — attraverso i corsi di riqualificazione — verso settori nei quali presumibilmente v'è maggiore probabilità di impiego. Non è con ciò che noi intendiamo propugnare un avviamento forzoso della mano d'opera disponibile in dispregio dei diritti di libera scelta della attività professionale e tanto meno pretendiamo operare deviazioni verso forme di impiego manuale per chi ha qualità e inclinazione per professioni di carattere intellettuale. Ma ci par giusto che ove uno — il quale pur essendo in condizioni fisiche e professionali di farlo — non intenda accettare questa offerta di lavoro, questi non abbia il diritto di esigere dalla comunità un sussidio per l'ozio, non ricorrendo gli estremi della involontarietà. Analogamente — pur auspicando che i limiti di durata del sussidio vengano allungati al massimo possibile in considerazione della situazione di emergenza — io ritengo che la temporaneità del sussidio sia un criterio fondamentale per non consolidare certe situazioni di adattamento e di pigrizia, che pur essendo di miseria, diventano spesso croniche specialmente in certi strati sociali e in certe regioni d'Italia.

Corso e cantieri

È a questo proposito che cade spesso e volentieri il discorso sui cantieri di bonifica e rimboschimento, il cui apprezzamento ci pare doveroso per la genialità, l'utilità e l'efficacia dell'iniziativa. Essi si sono rivelati una felice idea sul piano dell'utilità concreta (lavori di eccezionale difficoltà sono stati compiuti) agli effetti del rimboschimento e della sistemazione montana, — sia su quello psicologico: l'utilità infatti del lavoro esalta le maestranze in un impegno che merita se le possibilità di bilancio lo consentano, e vale la pena di fare uno sforzo, Ministro Pella! — una ricompensa adeguata. Il fatto è che chi ha avuto la ventura di organizzarne qualcuno, se una fatica ha dovuto fare questa è stata di selezionare i concorrenti che erano folla e a convincere gli esclusi ad aver pazienza per un'altra occasione.
Una sola parola per rilevare, tra i rimedi d'emergenza, l'imponibile di mano d'opera in agricoltura, da una certa parte deprecato come vincolo depressivo della produzione.
Noi riteniamo che specialmente in agricoltura la dosata applicazione di certi stimoli a sollecitare la fantasia e la determinazione dei conduttori o proprietari di fondi non sia soltanto una esigenza sociale di giustizia e di incremento del lavoro, ma sia estremamente utile proprio agli effetti di quella produzione che si invoca, quando fa comodo, ad ogni pie sospinto come un idolo cui si dovrebbero immolare e principi ed esigenze sociali.

La politica delle opere pubbliche

Rimedio classico per la disoccupazione di emergenza resta per altro la politica delle opere pubbliche ed è rimedio che — saggiamente e sistematicamente applicato — può diventare utile e normale mezzo di assorbimento.
Certo in questo grandioso sistema di lavori di pubblico interesse e di iniziativa statale si sogliono distinguere alcuni aspetti particolari su ognuno dei quali si danno giudizi discordi, e precisamente:
a) lavori inerenti a servizi pubblici veri e propri;
b) lavori rappresentanti investimento patrimoniale;
c) lavori di diretto intervento nel campo produttivo.
Alcuni riconoscono allo Stato il diritto e il dovere di procedere alla esecuzione dei primi e sotto certi aspetti dei secondi, ma non accettano assolutamente il terzo tipo di intervento statale. E non lo accettano per principio e per determinati pregiudizi che hanno qualche fondamento sperimentale.
1) Per noi è indiscutibile diritto e dovere dello Stato intervenire con sue iniziative ove lo ritenga necessario, per principio. Un diritto riconosciuto ai privati singoli o collegati non può non essere riconosciuto alla collettività dei privati, che è lo Stato, quando eserciti questa iniziativa nel rispetto di quella privata;
2) Riteniamo utile tale intervento quando tende a correggere deficienze od abusi dell'iniziativa privata;
3) Lo riteniamo indispensabile quando si tratta di settori produttivi interessanti direttamente la vita, la sicurezza, il bene della collettività statale e del suo ordinamento democratico.

DOVERI DI SOLIDARIETÀ SOCIALE

Ho elencato prima, tra i mezzi di più ampia occupazione, quelli riguardanti una equa distribuzione del lavoro e dei salari. E dico ora ch'è il punto più delicato, perché incide su taluni interessi che si possono con una certa approssimazione ritenere diritti costituzionali acquisiti. Ma bisogna guardare in faccia alla realtà nella sua crudezza e riconoscere ancora una volta che la costituzione geo-economica del nostro Paese non consentirà almeno per un lungo tempo ancora un impiego totale della mano d'opera disponibile. E bisogna conseguentemente chiederci — esaurita compiacentemente ogni possibile, decisa, radicale azione dello Stato — se non si debba fare appello alla coscienza sociale e solidale della classe lavoratrice. La solidarietà sodale è un dovere costituzionale che investe tutti i cittadini, che pertanto contempera e completa il diritto costituzionale al lavoro pure riconosciuto a tutti i cittadini.
Ora a me pare che se tale diritto resta come una postulazione finalistica da realizzare con tutti i mezzi a disposizione, qualora tali mezzi cozzino temporaneamente o stabilmente contro una realtà che ne limita l'efficacia in un risultato non completo, esso debba essere riconosciuto e conseguentemente esercitato nell'ambito dei doveri di solidarietà sociale, che comporta per sua natura un sacrificio dei singoli che lo possono in qualche modo compiere a vantaggio di coloro che ne hanno bisogno. E che pertanto anche la distribuzione del lavoro e dei salari debba essere — per tutta la durata del periodo depressivo del fenomeno disoccupazione — secondo questo criterio di solidarietà, fondato sulla graduatoria del bisogno.

Mezzi e norme di solidarietà sociale

Mi sia consentito prospettare alcuni mezzi che si possono ritenere legittimi ed efficaci:
1) Limite di pensionamento;
2) Riduzione all'unità dei vari impieghi;
3) Avviamento al lavoro del nucleo familiare;
4) Realizzazione di un salario familiare;
5) Redistribuzione degli orari di lavoro.

1) È da ritenere necessario che venga fissato un limite di pensionamento e che esso venga rigorosamente rispettato. È implicito che tale rispetto è collegato col minimo vitale da raggiungere progressivamente per tutti i pensionati.
2) Deve essere altrettanto rigorosamente impedito il cumulo di impieghi dipendenti dal pubblico collocamento ed all'atto dell'assegnazione a1 lavoro deve essere diligentemente accertato che l'assegnato non copra altri incarichi remunerati e non percepisca alcuna sorta di remunerazione e di assegni.

CONCLUSIONE

In tutti noi — nel nostro Partito — e in ciascuno di noi è l'ansia di affrontare e di risolvere il problema più angoscioso del nostro tempo e del nostro Paese; in tutti l'aspirazione viva e inesauribile, fin che non sia assolta, di rendere valide ed operanti le nostre programmatiche istanze sociali sul piano della realtà, con quell'equilibrato gradualismo che non è la remora dei pavidi e degli infingardi, ma attraverso il quale la società si evolve a farsi migliore: quel gradualismo che è soprattutto visione prospettiva degli svolgimenti e delle realizzazioni sociali in ordine alla loro urgenza e alla possibilità della loro progressiva realizzazione.
Questa è certo la più urgente delle istanze; non solo per la sua assillante presenza sul piano della vita politica ed economica del Paese, ma anche e specialmente per la sua immdiata aderenza a quei problemi di dignità della persona umana dai quali trae vita ed efficacia di suggestione il nostro umanesimo politico e sociale.
Le possibilità di soluzione le abbiamo esaminate insieme. Altre ve ne saranno?
Certamente. Sta in noi rivelarle e organizzarle. Quel che il nostro realismo ci impedisce è di credere che la formula risolutiva, la panacea universale sia nell'una o nell'altra delle soluzioni estreme, adottare le quali vorrebbe dire rinnegare i nostri presupposti ideali e ripercorrere esperienze che noi consideriamo strutturalmente ed effettualmente negative.
Quel che preme è fermissimamente proseguire, con una politica coerente ai principi e aderente alla realtà, applicando tutti i mezzi ritenuti idonei al raggiungimento dell'optimum, anche se il nostro senso del limite talora ci può scoraggiare con la presunzione o con la convinzione che l'optimum non si raggiunge ne facilmente, ne presto, ne forse mai.
Conviene anche qui la norma che Pascal fissava al perfezionamento interiore del cristiano: "Dover nostro non è vincere, è combattere per la vittoria!".

On. Mariano Rumor
III° Congresso Nazionale della DC
Venezia, 2-5 giugno 1949

(fonte: biblioteca Butini)


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