LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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I PRESUPPOSTI STORICI E IDEALI DELLA DC: INTERVENTO DI ALCIDE DE GASPERI AL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC
(Fiuggi, 30 luglio - 2 agosto 1949)

Dopo il Congresso nazionale della DC a Venezia, che segna la contestazione e la relativa sconfitta di Dossetti nei confronti di De Gasperi e del centrismo, si svolge il Consiglio nazionale del partito a Fiuggi. Si riporta l'intervento di De Gasperi, Presidente del Consiglio.

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La discussione svoltasi al Congresso di Venezia e nello stesso Consiglio Nazionale che stiamo per chiudere, certe sporadiche affermazioni di "integralismo cattolico" che più o meno consapevolmente e nel fervore giovanile si vorrebbe opporre alla nostra direttiva politica e, d'altra parte, le stesse benevole interpretazioni che di questa nostra direttiva suol dare chi l'approva e la sostiene solo per ragioni contingenti, spiegandola cioè come tattica personale transitoria e quindi come un fenomeno di "giolittismo", tutto ciò giustifica forse che ci poniamo la domanda: questa direttiva di mediazione e di concentrazione, di equilibrio e di propulsione, di liberalità e di fermezza che sarebbe già giustificata dal compito nostro immediato che è quello indicatoci dal tema stesso del nostro convegno, quello dunque di consolidare la democrazia in Italia, non ha tuttavia radici più profonde e non proviene forse dall'ispirazione cristiana che ci guida?

Sfugge forse a taluno di noi e certamente a molti nostri avvers ari che noi come politici veniamo non solo da una dottrina, cioè da una filosofia politica e sociale, ma anche da una esperienza storica e che di questa storia siamo oggetto e soggetto assieme.

Tale esperienza è complessa e non sempre logicamente rettilinea. Certamente la concezione cristiana della vita politica conosce un de Maistre, un de Bonnald, un Veuillot, ma nella galleria dei nostri antenati veneriamo anche Lacordaire, Montalembert, Tocqueville. Alexis de Tocqueville nel suo "Ancien Régime et la rèvolution", scoprì il duplice senso della Rivoluzione francese, come del resto lo illustrò, precisando, Alessandro Manzoni, come lo sentirono i neoguelfi del Risorgimento, quando assieme ai liberali prepararono le nuove Costituzioni.

Degli orrori del Terrore giacobino profittavano la Restaurazione e la Reazione per condannare ed assolvere in blocco.

Non è vero, non è giusto, proclamavano il Tocqueville e Padre Gratry. Bisogna ammettere che di fronte alle vergogne ed alle iniquità di Luigi XVI la nazione francese prese una risoluzione sana, quando decise di applicare agli affari del mondo la ragione, la morale, la giustizia. Ed ecco che nella Rivoluzione si scopre il fermento evangelico della giustizia e della verità: libertà personale, autogoverno della Nazione, libero suffragio, divisione e indipendenza dei poteri, pace operosa e non guerre. Ma questa non era appunto la politica di Fènelon, rivelatasi anche nei cahiers del clero presentati agli Stati generali del 1789? Non era la politica dell'America indipendente, libera e rivoluzionaria nei suoi istituti politici, ma rispettosa della libertà delle coscienze?

In Francia fu l'istinto della velocità sfrenata, la vertigine del potere che precipitò la Rivoluzione nella tirannia del Club e dell'Assemblea. La Rivoluzione sanguinaria interviene con il suo potere tirannico, quando gli uomini di Stato non sanno né frenarsi né rassegnarsi a vincere con l'onestà, con la pazienza, con il lavoro.

Ricordate che nel discorso di Bruxelles feci l'elogio della pazienza, come la virtù necessaria della democrazia. E' la pazienza del costruttore che rispetta la libertà, la virtù del riformatore che piega l'egoismo umano verso la giustizia sociale ma senza spezzare la continuità, senza seminare vittime sul proprio cammino.

Per demolire la proprietà individuale è sufficiente un colpo di forza, ma per rendere cristiano l'uso del diritto di proprietà si richiede l'opera tenace d'una convinzione profonda che si batta inflessibilmente contro il quotidiano rinascere dello "jus utendi et abutendi".

Ma questo sforzo riformatore è sforzo di libertà, è sostanza e metodo di democrazia ed è, nel suo più intimo, fermento evangelico di cristianità. Un soffio di ottimismo e di progresso anima il nostro dinamismo sociale, un'ansia di fraternità e di giustizia ci sospinge, un senso di comprensione allarga la nostra visione politica e ispira la nostra tendenza ad assimilare quanto di buono e di vivo è risultato dall'esperienza dei secoli.

Con un senso di dilatazione e di umanità ascoltiamo la parola di Colui che disse alla samaritana: "Credimi, donna, è venuta l'ora in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre … E' venuta l'ora ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, che tali sono appunto gli adoratori che anche il Padre domanda".

Gli avversari amano considerarci come pecore nel chiuso, come gente angusta e intollerante, cinta dallo steccato dei propri dogmi e dal ferro spinato del proprio fanatismo. Ma lo spirito di leale adesione ai principi religiosi non contraddice al senso di lealtà verso la Costituzione che stabilisce le direttive di marcia e le regole di convivenza per cui la nostra comunità nazionale fa il suo cammino nella libertà delle coscienze e nella gara democratica dei partiti.

E' vero, nella cattolicità agisce anche il Magistero della Chiesa che può prendere e prende contro i suoi delle misure disciplinari, fino ad escluderli dalla propria comunione, ma esso si limita alla legittima difesa dell'integrità della propria dottrina, non si impone, né lo potrebbe, con la costrizione. Il colpito rimane libero di accettare o non accettare la sua disciplina.

In Occidente, la lotta iniziata contro le investiture è finita con una chiara distinzione fra i poteri della Chiesa e quelli dello Stato. In Oriente il cesaropapismo dura ancora. Il capo assoluto di uno Stato comunista ammette una "chiesa nazionale " solo a condizione che essa abbandoni allo Stato comunista la coscienza e tutta la personalità del cittadino. Questo Stato incamera l'etica individuale e sociale, perché esso stesso pretende di essere una religione e si identifica con una dottrina, in modo che l'urto con la dottrina non rimane un fatto interiore della coscienza o dei rapporti spirituali, ma diventa subito un atto di fellonia contro lo Stato-partito, il quale sente il diritto di punirlo severissimamente nelle cose e nella persona.

I comunisti nostrani che appartengono alla più intransigente osservanza bolscevica hanno preteso che i liberali affidassero loro la bandiera del Risorgimento nazionale.

Secondo un proverbio tedesco, sarebbe come promuovere il caprone a giardiniere.

Se laico vuol dire liberale, cioè un cittadino preoccupato di difendere, nell'ambito dello Stato, la libertà di tutte le coscienze, come può assumere il patrocinio di tale laicità il fanatico marxista-leninista del Cominform?

A questa "laicità" basta la Costituzione, a cui gli spiriti credenti hanno collaborato votandola così come è, non perché ritenessero che l'invocazione a Dio avrebbe menomata la dignità umana e il libero arbitrio (ricordate il turbamento di molti costituenti quando La Pira sommessamente osò proporre la sua invocazione … "interconfessionale ") ma perché sanno che nella Costituzione di uno Stato moderno non è necessari proclamare le proprie credenze, quanto è indispensabile di accordarsi su norme di convivenza civile che con la libertà di tutti, difendono anche la libertà della fede. Che se laicismo volesse significare anticristianesimo o indifferentismo ostile che volesse agire nella vita italiana, come se non esistesse una tradizione storica millenaria, come se la voce di centinaia di migliaia di campane non avesse più eco nell'anima di 45 milioni di italiani; se laicismo volesse dire oltre che la libertà per la minoranza di vivere a modo suo, la negazione alla maggioranza di professare pubblicamente la fede dei padri, allora codesta specie di laicismo si rivela un nemico della Costituzione e come chi lo pratica agisce contro il consolidamento del nostro regime democratico.

Vano e antistorico del resto è anche l' insistere su una presunta antitesi tra Chiesa cattolica e cultura. Mi soccorrono qui le ahimè pallide reminiscenze di biblioteca.

Ho pensato sempre con ammirazione all'atteggiamento della Chiesa nel periodo umanista. L'umanesimo rischiava di diventare davvero un movimento di rinascita pagana. Ricordate nomi come Poggio, Filelfo, Valla, Beccadelli. Molti uomini di chiesa erano legittimamente preoccupati e invocavano condanne. L'umanista Tommaso Parentucelli, divenuto Niccolò V, ebbe invece il coraggioso pensiero di conquistare l'umanesimo. Dante e Petrarca avevano concepito il mondo cristiano come un perfezionamento dell'antico. Così Niccolò V raccolse nella Biblioteca Vaticana i codici preziosi degli antichi e attorno ai codici gli eruditi che li studiavano, traducevano e commentavano. Vinse così, non senza rischio, la battaglia del Rinascimento.

Oggi la storia celebra quei tempi e quelli che immediatamente seguirono, come i secoli del Bramante, di Raffaello, di Michelangelo.

Visitatori di tutto l'universo, di tutte le razze sfilano in quelle mirabili aule, pensosi e ammirati, e chinan la fronte. Fuori di lì, un gruppo di nostrani degeneri salvano la cultura imprecando. Un Papa bibliotecario, vicino a noi, rinnovò con grande larghezza di mente e generosità di spirito le gesta del Parentucelli.

Fu un caso che Pio XI così amante della cultura fosse contemporaneamente rigido difensore dei principi religioso-sociali, in confronto del nazismo e del comunismo e protettore dei perseguitati a qualunque religione appartenessero? No, quando la Chiesa esercita il suo ufficio di ammonimento e disciplina si sente contemporaneamente spinta dal suo ardore evangelico ad avvicinare gli uomini e a far sentire loro la sua maternità larga, liberale, generosa di opere caritative quale fu soprattutto durante e dopo la guerra. E' il caso di ripetere che essa si rivolse ai fanciulli abbandonati come ape stracarica di miele.

Sempre così: quando condannò la dottrina materialista del Marxismo, spinse i suoi fedeli alle provvidenze e alle riforme per i lavoratori. Più forte, più universale è risonato l'insegnamento del Discorso della Montagna: "Tutto quello che desiderate che gli uomini facciano, voi fatelo per loro; questa è la legge!".

Non bisogna ritenere che diverso possa essere l' insegnamento e l'impulso della Chiesa, anche dopo la scomunica anticomunista. Onde fuor di luogo è quel certo senso d'inerzia pessimista o di soddisfacimento conservatore con cui taluni assistono all'opera della Chiesa.

Non si tratta di scavare trincee né di tirare su steccati puramente difensivi. Si difendono i principi, ma si conquistano gli animi.

Non parliamo qui per autorità propria e se ci richiamiamo ad esempi della storia della Chiesa, non è per attribuirci i suoi meriti.

La Chiesa vive e si evolve nella sua sostanziale permanenza al di sopra dei partiti e dei regimi politici che passano.

Si muove su un altro piano. E' assurdo immaginare ch'essa diriga un partito o assuma la responsabilità di una politica interna o internazionale. Questa responsabilità, in democrazia, appartiene al Parlamento coi suoi partiti e col suo governo.

Ma le decisioni responsabili vengono prese dalla coscienza personale di chi delibera e di chi governa. Questa coscienza è illuminata da una filosofia, mossa da un sentimento, is pirata da una tradizione. C'è chi pretende risalire a Hegel o a Marx, chi si crea una mistica fascista o comunista, e noi non potremo richiamarci alla dottrina sociale cristiana, a quella filosofia aristotelica-tomista che fu detta la filosofia perenne e soprattutto non potremo insomma chiamarci ed essere democratici-cristiani, senza che la nostra democrazia venga sospettata di ierocrazia o di clericalismo, cioè come una intrusione del potere ecclesiastico nel settore riservato al potere politico?

Qui mi pare di poter concludere così: i giovani amici che talvolta ci muovono bene intenzionate critiche non devono credere che nella nostra direttiva politica siamo dei puri empirici, anzi degli opportunisti senza una concezione logica e senza un'ispirazione costruttiva e feconda. A chi poi guarda dal di fuori diciamo: se volete giudicarci oggettivamente, ci dovete giudicare dallo spirito animatore che vi ho descritto e da questa storia secolare di cui ho evocato qualche episodio e che nel volgere degli anni ci ha modellati così, come siamo divenuti e come presentemente siamo.

Se chiediamo che si presti fede all'umanesimo tollerante della nostra politica, è perché abbiamo le carte in regola. Cerchiamo di mediare e di collaborare nell'interesse di tutta la comunità nazionale e del progresso umano, ma tale ufficio di mediazione è anche proprio delle nostre origini e conseguenza della nostra esperienza storica.

Non ci possono essere né pentimenti né ritorni verso le angustie dei canali e degli stretti. Si va al largo, al servizio di tutta la nazione, nello spirito di fraternità e di giustizia sociale.

Se è vero che nel nostro sviluppo vi sono confluenze con l'esperienza socialista e con quella liberale, noi non pretendiamo di sostituirle tutte. Ognuna può essere utilizzata al servizio del Paese e per il consolidamento della democrazia. Ma riteniamo controproducente il lasciar credere che la Democrazia cristiana non costituisca uno schieramento essenzialmente omogeneo, con impulso e non costituisca uno schieramento essenzialmente omogeneo, con impulso e dinamica propria, e con autonomia sufficiente per un lungo cammino. E' anche vero però che la nostra ispirazione cristiana non impedisce, ma favorisce la collaborazione.

Sì, il cristianesimo professato e vissuto fornisce ali alla nostra Democrazia, ma non è che la Democrazia sia vincolata per tutti allo stesso impulso iniziale, consapevole e proclamato. Il Cristianesimo ha lasciato oramai nella storia tali impronte ch'esso agisce come elemento ambientale e vitale anche per chi non lo professa o se ne avvede solo quando Roosevelt legge il Discorso della Montagna o quando Croce afferma che noi non possiamo non dirci cristiani. Noi non chiediamo a nessuno rinunce o adesioni, chiediamo solo che i diritti umani della libertà personale e della giustizia sociale, comunque motivati, costituiscano la base del comune lavoro.

La Costituzione, che abbiamo giurata, ci offre la base giuridica di tale comunanza e impone le regole e i limiti dei nostri rapporti. Essa esclude l'intolleranza, suppone il rispetto delle fedi e ci detta il metodo di superare i contrasti, quando dal campo delle idee si ripercuotono nel settore della pratica civile e politica. La Costituzione esclude il clericalismo, ma tutela la libertà religiosa, esclude l'anticlericalismo, ma salvaguarda la libertà della fede.

Senonché mentre sto per chiudere questo mio discorso, che rappresenta il tentativo di giustificare con motivi più alti una collaborazione che per ragioni diverse ha trovato in questo Consiglio anche degli oppositori, sento l' incalzare di un'ultima obiezione che viene soprattutto dagli attivisti più caldi e più generosi. Questa collaborazione permanente, elevata quasi a sistema, non finirà col mortificare lo slancio del Partito e la sua forza di attrazione?

Certamente, se il Partito fosse limitato all'attività parlamentare e ministeriale. Ma il Partito è scuola e formazione. Il Partito è organizzazione democratica e periferica, coi suoi organi di critica e di discussione; il Partito è addestramento delle volontà protese verso l'attuazione di un programma di rinnovamento ideale.

Guai se fra noi cessasse il culto dell' idea e venisse meno lo spirito di sacrificio e di combattimento. Guai se perdessimo contatto con il mondo ideale di giustizia e fraternità che sogniamo e dobbiamo volere.

Noi tendiamo ad una collaborazione che è necessaria per il consolidamento della democrazia, ma nulla può maggiormente contribuire a questo consolidamento e rinnovamento quanto l'esistenza di una Democrazia cristiana, preparata ad affrontare con entusiasmo tutte le difficoltà e ad assumersi tutte le responsabilità, qualora altri si rifiutasse di condividerle.

Perciò la nostra formula è: cercare il maggior numero di alleati possibile, agire entro l'alleanza con fede e comprensione; ma impegnarci a fondo nella preparazione ideale e pratica dei nostri aderenti affinché essi siano pronti a sostenerci con tutte le forze anche nel caso malaugurato che in trincea rimanessimo soli.

On. Alcide De Gasperi
Consiglio Nazionale della DC
Fiuggi, 30 luglio - 2 agosto 1949

(fonte: biblioteca Butini)


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