LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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L'ADESIONE DELL'ITALIA ALLA NATO: DISCORSO DI PAOLO EMILIO TAVIANI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 15 luglio 1949)

Il dibattito sul voto del disegno di legge di ratifica dell'adesione dell'Italia al Patto Atlantico si svolge alla Camera dei Deputati dal 14 al 20 luglio 1949, ed al Senato della Repubblica dal 26 al 29 luglio 1949. Il disegno di legge viene approvato da entrambi i rami del Parlamento.
Il Segretario politico della Democrazia Cristiana, Paolo Emilio Taviani, interviene alla Camera dei Deputati il 15 luglio.

* * *

TAVIANI. Signor Presidente, onorevoli colleghi ! Prima di entrare nel problema specifico della ratifica del patto atlantico io desidero richiamarmi ad una obiezione che ci i: stata rivolta e non solo dalle sinistre, che di tutte le obiezioni si servono contro di noi, ma anche da altri settori e forse anche da ambienti non del tutto a noi malevoli: l'obiezione che il Governo non avrebbe una concezione generale di politica estera, in cui inquadrare i singoli provvedimenti; che il nostro partito non avrebbe una sua funzione costruttiva di politica estera; che la nostra politica estera sarebbe esclusivamente difensiva, conservatrice, mancherebbe insomma di quella Wellunschauung costruttiva che si ritiene necessaria, ed è necessaria, perché le costruzioni di politica estera abbiano valore e possano effettivamente durare.
Ebbene, io credo, onorevoli colleghi, che questa concezione non sia mai mancata al nostro Governo che ha avuto il merito di dare alla politica estera un impulso nuovo e di sollevare il paese dal clima della disfatta. Non è mai mancata e non manca a noi, partito della democrazia cristiana, che, altrettanto alieni dagli esacerbati nazionalismi come dall'internazionalismo della vecchia maniera marxista, aspiriamo anche nei rapporti di politica estera a costruire l'ordine nuovo, un ordine democratico, un ordine cristiano. Per noi è tutto un mondo di rapporti internazionali che è venuto a crollare con l'ultima grande guerra, con la Blitzkrieg di Hitler, con la resistenza di Stalingrado e di Leningrado, con la fulminea riconquista della Francia da parte delle truppe alleate prima ancora che con la bomba atomica su Hiroshima e su Nagasaki. Onorevoli colleghi, quando abbiamo votato insieme l'articolo 11 della Costituzione, noi pensavamo, forse per parte mia pensavo, che questo problema fosse definitivamente risolto. Quando abbiamo scritto nella Costituzione che lo Stato italiano è disposto a rinunciare anche alle prerogative di sovranità ai fini della giustizia e della pace, pensavamo che fosse superato, che fosse comune convinzione il superamento della concezione del sistema degli Stati ubbidienti al dogma della sovranità intesa nel senso assoluto.
Ebbene, onorevoli colleghi, di fronte a certi atteggiamenti della stampa, dell'opinione pubblica che si vanno diffondendo, e particolarmente in occasione delle discussioni proprio sul patto atlantico, anche fra coloro che non sono, o che non .sarebbero contrari al patto atlantico, io credo necessario ribadire questo concetto: un sistema ha cessato di regolare i rapporti internazionali, il sistema cosiddetto del bilanciarsi dei poteri, di equilibrio degli Stati sovrani e nazionali. I1 sistema che ha retto l'Europa dalla guerra dei 30 anni al 1939, caratterizzato dalla mobilità delle alleanze, per cui le varie potenze non erano sufficientemente forti per imporre la loro legge alle altre, né per costituire un blocco rigido tale da imporre questa legge; mobilità delle alleanze, e vi sono esempi famosi: i « giri di valzer » dell'Italia,
la posizione dell' Inghilterra nei riguardi della Triplice Alleanza, ma sono questi gli esempi tipici, non i soli. Il valore del sistema e la sua capacità di autoconservazione consistevano appunto nella mobilità, che permetteva anche l'esistenza di piccole comunità.
Qualcuno potrebbe obiettare: ma, come potete parlare di un crollo definitivo ? Siamo soltanto a 10 anni dalla fine di questo sistema ! Siamo soltanto a quattro anni dalla fine della guerra e ancora continua una situazione di tensione, che si chiama guerra fredda. Come è possibile, in una situazione di questo genere, parlare di crollo definitivo ? Io credo che, se si esaminano le cause per cui il sistema è venuto a crollare, e se si vede come queste cause siano complesse e profonde, se ne dovrà dedurre che veramente ci troviamo di fronte alla conclusione di un'epoca.
Quali queste cause ? Non a caso ho citato la Blitzkrieg di Hitler e la riconquista da parte degli alleati della Francia, perché sono gli episodi più clamorosi che dimostrano come è impossibile con la tecnica bellica moderna una politica autarchica, autonoma, da parte di Stati sovrani a carattere nazionale. Nell'altra guerra il Belgio inerme ed eroico non ha potuto resistere che un mese di fronte alla potenza tedesca; questa volta non si è avuto, nessun esempio del genere. E non è neppure a dirsi che questa volta soltanto la guerra di conquista potesse avere successo, che sia stata impossibile qualsiasi resistenza, perché episodi di resistenza vi sono stati da parte di potenze supernazionali; ed ho già ricordato, appunto, le resistenze eroiche di Stalingrado e di Leningrado.
Quindi, una prima causa è l'evoluzione della tecnica bellica. Ma non soltanto questa. Non credo che l'evoluzione della tecnica bellica possa giustificare la trasformazione profonda dei rapporti internazionali. Vi è una evoluzione anche della tecnica economica e produttiva; accanto, prima o dopo l'evoluzione della tecnica bellica, poco importa. È certo che questa evoluzione dell'economia vi è stata; e se in un primo momento gli Stati sovrani nazionali hanno potuto utilizzare questa evoluzione per i loro fini, è facile rispondere con il principio del libero commercio e dei rapporti internazionali. Principio questo 'tipicamente liberale; ma gli Stati, che pure si affermarono sovrani nella civiltà liberale, non accettarono questo principio e cercarono di far convergere, su quelle che erano le loro aspirazioni di sovranità, interessi economici. E se vi fu una evoluzione degli stati nazionali sovrani tendenti ad allargare sempre più, i loro confini, a portarli sempre più in là, questa evoluzione quasi naturale, spontanea, si è trovata in contrasto con l'essenza stessa della dottrina liberale. Questo tipo di Stato, che si affermava proprio ,nella civiltà del 1800, si è trovato in contrasto con l'essenza della dottrina liberale; e bisogna rendere omaggio a quei pochi che hanno antiveduto questo contrasto e hanno anzi condotto una campagna di opinioni per il superamento del dogma della sovranità assoluta. E mi riferisco in modo particolare a uno degli artefici dell'arti colo 11 della Costituzione, a Luigi Einaudi, che nel 1918 così scriveva su Il Corriere della Sera: « Bisogna distruggere e tagliare per sempre il dogma della sovranità perfetta se si vuole che la Società delle Nazioni nasca vitale. Lo si può e lo si deve perché esso - il dogma - è falso e irreale, ecc.
«Alla verità della idea nazionale noi apparteniamo a noi stessi. Bisogna accompagnare la -verità alla comunanza delle nazioni. Noi apparteniamo agli italiani ».
Ma c'è un altro dato fondamentale, un'altra causa di questa evoluzione, ed è il progresso della democrazia, cioè la elevazione e l'inserimento delle masse nella vita dello Stato. Lo Stato non può più prescindere dalla opinione pubblica nella sua attività politica, e l'attività politica, anzi, diventa l'espressione dell'opinione pubblica, che si esprime sempre più attraverso il suffragio universale, la diffusione della cultura e dei mezzi di informazione. E sempre più il popolo diventa soggetto, da oggetto che era, nella vita politica. In queste condizioni può vivere lo Stato sovrano, che intende la sovranità in senso assoluto ?
Su che cosa poggiava il principio della bilancia dei poteri degli Stati sovrani ? Sulla abilità delle cancellerie, su una tecnica di iniziati. Credo che, proprio in quel periodo, l'Italia non sia mai stata più in pericolo di quando s'è trovata nelle mani di quello che è stato definito il primo uomo politico di massa dello Stato italiano: Crispi. Né, d'altra parte, il giovane Stato italiano ha avuto mai maggior successo di quando si è trovato nelle mani di un rappresentante della Destra storica, formato negli ambienti diplomatici dello Stato assoluto: il Di Robilant, il quale riuscì a conseguire - sul piano diplomatico - il primo successo sostanziale del giovane Regno d'Italia, mutando a nostro favore, in occasione del suo primo rinnovamento, il trattato della triplice Alleanza.
Il sistema degli Stati sovrani male si adatta agli Stati che orientano la loro politica sulla base della pubblica opinione: l'adattamento può darsi soltanto con il perseguire una politica di opinione di acceso nazionalismo, la quale prima o poi porta alla guerra e cioè alla crisi e alla distruzione di almeno taluno dei termini del sistema. Ma non di rado la storia recente ci ha mostrato come, per restare nel sistema, lo Stato sovrano abbia dovuto accaparrarsi il consenso passivo delle masse, abolendo il suffragio universale e monopolizzando i mezzi di informazione. Ma, anche in questo caso, le guerre sono sopravvenute e, con le guerre, la crisi del sistema si è mostrata in tutta la sua cruda e dura realtà.
Il progresso della democrazia e l'inserimento delle masse popolari nella vita dello Stato, lo sviluppo della economia e lo sviluppo della tecnica bellica, mi sembrano quindi dimostrare in modo evidente come sia definitivo il crollo del sistema degli Stati che ubbidiscono al dogma della sovranità assoluta.
Onorevoli colleghi, perché mi sono soffermato così a lungo su questo argomento ? Non per il gusto di una disquisizione storica. Io credo che molti di voi ne abbiano già compreso il valore politico, anche in riferimento a questa discussione sul patto atlantico. Perché qui, in questi argomenti, sta la prova più profonda, assai più delle altre prove contingenti che sono state dette e ripetute da questi banchi (ed anch'io ho avuto occasione di esporle otto mesi fa in occasione della mozione Nenni); è qui, in questa profonda ragione di mutamento del sistema di politica estera, è qui che si rivela assurda la tesi di coloro che in buona fede parlano di una possibilità di neutralità da parte del nostro Paese o di indifferenza fra due sistemi o fra due blocchi. Il progresso ha dimostrato e dimostra come l'interdipendenza fra gli Stati è una realtà da cui non si può prescindere.
Ma c'è di più, onorevoli colleghi: noi non possiamo assistere indifferenti a certi orientamenti che si cerca di far penetrare nella gioventù e che penetrano talvolta specialmente nella gioventù universitaria; non possiamo assistere indifferenti a certi orientamenti che si chiamano nostalgici, e badate che nostalgici sono, se questo termine si intende non tanto nel senso deteriore che ha riferimento al periodo fascista, ma nel senso di nostalgia di un mondo che prima del fascismo ha indubbiamente avuto anche i suoi splendori, ma che oggi - può essere male e può essere bene, non vogliamo esprimere un giudizio - è certamente superato.
Ora io comprendo, a questo proposito, l'errore degli anziani, comprendo l'errore di coloro che dignitosamente, sdegnosamente hanno abbandonato la vita pubblica all'origine del fascismo e perciò non ne hanno vissuto direttamente l'esperienza. Ma quello che non si riesce a comprendere è l'errore di uomini della nostra, della mia generazione; generazione che è cresciuta nel fascismo ed ha vissuto quell'esperienza direttamente; ne ha vissuto l'esperienza quando le impressioni si fissavano nella mente in maniera indelebile, l'ha vissuta senza ostilità preconcette. Eppure ci siamo resi conto a che cosa portava l'esasperazione di quel sistema. Ricordo che ad un certo momento fu posto dinanzi all'opinione pubblica italiana un dilemma: di fronte alla crisi economica si disse: « crisi del sistema o crisi nel sistema? », e si lasciava intendere che si trattava di crisi del sistema. E poteva esser vero, ed era vero, infatti; ma l'errore più grave è stato quello di non essersi posti la stessa domanda in politica estera, perché, se si fosse posta in politica estera, si sarebbe visto che c'era usa profonda crisi del sistema dei rapporti internazionali.
Al sistema degli Stati sovrani succede un nuovo tempo, nel quale possiamo intravedere da un lato un nuovo,equilibrio che è stato tentato da Hitler col suo Lebensraum, e che oggi con strumenti ideologici assai diversi, ma con impostazioni pratiche non diverse, noi vediamo attuato in una comunità che si va istituendo nel mondo, che si è già formata fra i popoli orientali. In essa v'è un grande Stato intorno a cui gravitano Stati satelliti. Questa concezione ha superato molte delle differenze, dei separatismi che vigevano nel periodo precedente, ma non ha superato il problema dell'egemonia imperialistica, il problema della sovranità; anzi, l'ha reso ancora più esasperato ed ha determinato una vera e propria involuzione di tipo feudale nei rapporti fra gli Stati.
Ma, d'altro canto, un altro sistema si è caratterizzato, un sistema di solidarietà culturale, civile, economica: la comunità dei popoli democratici dell'occidente, una comunità realmente operante al disopra di ogni organizzazione giuridica ed economica.

Una voce all'estrema sinistra. La Grecia ! (Commenti al centro e a destra).

Voci al centro. La Cecoslovacchia ! l'Ungheria !

TAVIANI. Parleremo anche della democraticità di questi Stati.
I paesi di questa comunità sono stati portati dai fatti stessi alla solidarietà politica fra di loro. Le due ultime guerre hanno ridotto in termini di evidenza questa realtà politica profonda. L'America, isolazionista due volte, è entrata in guerra per difendere l'occidente europeo e la sua civiltà. Questo non toglie che ci siano all'interno della comunità dei contrasti di interessi; contrasti di interessi sul piano economico e anche sul piano politico; ma la storia degli ultimi decenni dimostra che essi sono sempre stati superati sul piano di una superiore solidarietà.
Anche il recente contrasto, l'odierno contrasto anglo-americano di cui si è a lungo parlato pur ieri in quest'aula, verrà superato come gli altri. Ieri l'onorevole Lombardi ha voluto citare Lippmann: parleremo anche di Lippmann e di quella che può essere la sua influenza nella politica estera nord-americana; certo egli è uno dei più originali pensatori del nuovo mondo. Ebbene, Lippmann dice: « I membri di questa comunità non possono amarsi tutti reciprocamente: essi hanno molti interessi in conflitto: l'amarsi in modo perfetto è soltanto dei santi. Ma d'altronde non quello che gli uomini dicono, ma quello che gli uomini fanno effettivamente, quando debbono agire, questa è la prova di una comunità ». Stiano attenti i colleghi dell'op,posizione a non cadere in quella illusoria valutazione dei contrasti anglo-americani, in cui per ben due volte è caduta la Germania, quando ha creduto, nelle ultime due guerre, che questi contrasti potessero trasferirsi dal piano economico su quello politico e militare.
Del resto, all'indomani dell'ultima guerra si vide un fatto che dovrebbe aver aperto gli occhi a tutti coloro che in questa erronea valutazione erano caduti: intendo alludere alla circostanza per cui si vide la Gran Bretagna rompere la tradizionale e per lei sommamente vantaggiosa alleanza con il Giappone, per passare ad un'alleanza con gli Stati Uniti d'America. Si disse che ciò l'Inghilterra abbia fatto trascinata dall'Australia; ma, per quanto possa essere grande l'influenza di un dominion sulla madrepatria, è stato ben altro che questo il motivo determinante: è stata quella grande affinità di civiltà e di cultura che esiste fra l'Inghilterra e l'America.
E' stata condotta ieri una critica serrata in quest'aula a quelle che sono le conseguenze del piano Marshall: intendo alludere al dotto discorso dell'onorevole Lombardi. Ebbene, io domando se si può parlare di fallimento di questo piano, quando proprio pochi giorni fa ci siamo trovati di fronte al!a millesima nave che recava aiuti gratuiti al nostro paese. Ma è vero o non è vero che è stato questo piano che ci ha dato il pane e ci ha permesso di costituire il fondo-lire ?
Si tenga conto poi che il piano Marshall fu originato in funzione di una concezione mondiale e soltanto per il pervicace irrigidimento della Russia, che volle tenersene fuori, esso divenne un legame fra le sole potenze dell'Occidente. (Commenti all'estrema sinistra).
E' così: ci sono i documenti che parlano ! Ammettiamo, comunque, che il piano Marshall possa essere apparso a qualcuno come uno strumento non ancora sufficiente. Ebbene, è sin troppo evidente che siamo ancora al primo abbozzo di organizzazione giuridica, particolarmente poi su un piano tanto delicato e difficile come quello economico. Certo non potranno risolversi tutti i problemi, certo altre organizzazioni saranno necessarie, e più perfezionate: questo è indubitabile. Si è tanto citato in quest'aula Solaro della Margherita: si tratta evidentemente di uno di quegli argomenti che non possono considerarsi probanti, di uno di quegli argomenti che hanno un mero valore di polemica; ma pure mi sovveniva alla memoria, sentendo ieri l'onorevole Lombardi che chiedeva scettico: « Come farete ? Come farete a reclinare l'Europa ? », mi sovveniva ciò che Solaro della Margherita, mi pare nel 1844, o giù di lì, rivolgendosi agli entusiasti dell'unità italiana diceva: « Come farete, da quale parte comincerete l'unità, come farete ad unire questo Piemonte agli altri Stati ? ». Così oggi ci si domanda: come possiamo definire quelle che saranno le vie che prenderà questa organizzazione giuridica sul piano economico e politico ?
Si è osservato che gli Stati Uniti non fanno che i loro interessi egoistici, perché evidentemente, su un piano di politica estera non v'è azione, per morale e giusta che sia, che non abbia anche un interesse egoistico. È appunto questo un merito, quello di far convergere gli interessi con l'onesto, l'utile con il buono.
Orbene, gli Stati Uniti hanno avuto interesse a che i mercati europei gravitassero sul Nord-America, di maniera che, con la teoria dei costi decrescenti essi potessero distribuire i costi dei loro prodotti, con una specie di dumping, con il quale avrebbero invaso i mercati europei.
Ammettiamo che fosse così, perché in tutti i problemi vi è un'alternativa: non è un problema astratto che si pone e che possa essere risolto in modo perfetto, è un problema di scelta. Allora, io domando, se il piano Marshall non vi fosse stato, in quale situazione ci saremmo trovati ? Con una povera economia europea distrutta completamente dalla economia americana mediante l'attuarsi della legge della jungla. Questa sarebbe la realtà se fosse mancato il piano Marshall.
E quando si paragona lo sforzo ricostruttivo della economia occidentale con l'economia sovietica o di qualche altra comunità orientale, dicendo che queste sono molto migliori, è come se si paragonasse un cantiere libero dove si agisce liberamente, con un campo di lavori forzati, nei quali ogni impulso umano e morale viene compresso e soggiogato all'interesse economico (Vivi applausi al centro e a destra - Proteste all'estrema sinistra).
Vi ho detto in partenza che avrei desiderato non ripetere cose che sono già state dette da me o da altri colleghi, in particolare (Interruzioni all'estrema sinistra) dopo la magistrale relazione dell'onorevole Ambrosini, la quale sottolinea tutti gli ulteriori argomenti che si possono portare dopo la discussione di tre mesi fa, nella quale vi sono stati 35 interventi, oltre alle 172 indimenticabili dichiarazioni di voto (Commenti). Avevo tutta la volontà di non ripetere gli stessi argomenti. Ma evidentemente, se da una parte si è continuato a ripetere le stesse cose, sempre sullo stesso registro, anche da questa parte si dovrà continuare a rispondere nell'unica maniera in cui si può rispondere.
La necessità di difendersi di fronte alla fermamente organizzata comunità orientale e alla sua forza di espansione ha dato vita al patto atlantico che è venuto, non come conseguenza immediata del piano Marshall, ma come reazione all'offensiva contro il piano Marshall.
Ieri ho sentito molte volte ripetere delle affermazioni che sarebbero valide ad un patto solo: che esistessero delle assolutamente pacifiche intenzioni da parte della Russia.
Ora io ammetto che i nostri colleghi dell'opposizione, e particolarmente quelli dell'opposizione comunista, considerino con zelo apostolico per la diffusione del nuovo verbo, quello che noi chiamiamo imperialismo sovietico. È questione di intendersi. Sta di fatto però che questa forza di espansione sussiste. Non siamo noi che bandiamo delle crociate ideologiche (Vivi commenti all'estrema sinistra).
Ho letto qualche mese fa delle dichiarazioni di Stalin nella lettera famosa che scrisse a Ivanof: ebbene, quelle dichiarazioni, che concludono sull'impossibilità di coesistenza alla lunga di due mondi contrastanti, sono state applaudite da voi, e vengono ripetute continuamente dagli organi sovietici. Io non sono molto informato, e voi potete correggere o confermare quello che dico: ma mi si dice che nelle antologie ufficiali sovietiche quelle poche dichiarazioni di carattere distensivo (che vengono lanciate di tempo in tempo verso gli occidentali a guisa di doccia scozzese) sono state tutte eliminate: esse non compaiono nei testi ufficiali, nei quali invece compaiono soltanto le dichiarazioni che parlano di guerre inevitabili (Interruzioni all'estrema sinistra) e di immancabile trionfo delle forze sovietiche.
Troppo rapidamente è stata rifiutata la ipotesi che lo sblocco di Berlino non sia dovuto al patto atlantico. E a che cosa è dovuto ? Forse alla moderazione, alla prudenza sovietica ? Si è detto che la prudenza sovietica si è dimostrata superiore a quella dei tedeschi. Non lo neghiamo, ma constatiamo che questa prudenza o moderazione si è manifestata solo dopo il patto atlantico (Commenti alla estrema sinistra). Si è detto, mesi fa, che i dirigenti sovietici sono assai più abili e più prudenti dei dirigenti tedeschi di ieri e che il patto atlantico sarà sufficiente a salvare la pace. Dire ciò è forse dire troppo per ora; è però indiscutibile che il patto atlantico ha già determinato la distensione, e di ciò dobbiamo prendere atto con compiacimento (Interruzioni e commenti all'estrema sinistra). Una comunità che voglia essere basata su un fondamento essenziale di solidarietà umana, di civiltà e di cultura, quale è la comunità occidentale, deve essere ed è comunità di nazioni democratiche.
L'onorevole Basso l'altro giorno ci ha parlato dell'imperialismo americano e di un mondo rigidamente guidato dal capitale nordamericano. Egli evidentemente non ha fatto altro che applicare all'occidente gli schemi che ben conosce per aver visitato più volte l'oriente. Argomento banale, siamo d'accordo. Ma come non chiedere che si confronti la situazione dei paesi occidentali democratici (perché non si può parlare della Spagna che non fa parte di questa comunità occidentale e che volutamente ne è stata esclusa) con quella dei paesi orientali ? È superfluo ricordare fatti particolari. Mi limiterò a dire che quando abbiamo avanzato questo argomento, quando abbiamo parlato delle possibilità di vita, della libertà di cui gode nel nostro paese, come in altri paesi della democrazia occidentale, l'opposizione, mentre non esiste opposizione nei paesi orientali, ci è stato risposto: « è merito della. nostra forza, della nostra opposizione ». È un argomento che può far colpo, in quanto si vuol dire in altri termini: la minoranza non è sufficientemente forte per essere maggioranza, ma è sufficientemente forte per non lasciarsi opprimere.
Non è un argomento valido: non è vero che sia una debolezza restare nel metodo democratico. È molto più facile governare col metodo dittatoriale che non tenersi nella democrazia; in un primo momento i successi si ottengono assai più con la dittatura che non in democrazia.
Quindi non è un valido argomento questo, sul piano interno; ma tanto meno lo è sul piano della politica estera. Se, come ha detto l'altro giorno l'onorevole Basso, questo capitalismo imperialistico fosse davvero un esoso padrone, dovete pure ammettere che è assai più tollerante e liberale di quanto non sia l'altro padrone con i suoi Stati satelliti ! (Applausi al centro). Ma non è questione di padronanza o di sudditanza. Noi ci troviamo col piano Marshall e col patto atlantico su un piano di parità.
Ieri è stato citato Walter Lippmann a proposito delle fanterie europee. Ebbene, vorrei chiedere all'onorevole Lombardi se egli è al corrente (come certamente lo è) dell'attuale posizione del Lippmann nei riguardi del Dipartimento di Stato: scartato, se ne è andato in vacanza e non- interviene affatto più nelle questioni di politica estera. Ma c'è di più: Lippmann è stato uno dei più tenaci sostenitori della necessità di non includere l'Italia e molti altri paesi dell'Europa nel patto atlantico. E allora, a quali fanterie poteva pensare Lippmann, onorevole Lombardi ? Saranno quelle coloniali, ma non certamente le nostre.
Viene citato contro il patto atlantico pure il pensiero del senatore Taft. Credo che tutti sapranno che il senatore Taft è la quintessenza della « reazione americana », l'autore della legge antisciopero, il « bastian contrario »di tutta la politica di Truman; è quindi logico che egli sia contrario a questa politica della comunità occidentale, politica essenzialmente democratica e progressista. Non mi sembra perciò che di questa tesi di Taft ci si possa avvalere nel discutere fra noi del patto atlantico.
E poi, abbiamo già avuto degli esempi - ancor prima di oggi - di questa comunità che si va formando, dei popoli occidentali democratici, abbiamo avuto altri esempi di come possano vivere queste comunità democratiche. Un esempio è nel Nord-America, e un altro, sebbene qui i rapporti siano evidentemente diversi, lo troviamo nel CommonweaIth. Nell'ultima guerra abbiamo visto che nessuno dei popoli del Commonwealth è stato obbligato ad entrarvi, ma tutti spontaneamente vi entrarono, tranne uno, che era l'unico obbligato ad entrarvi, l'Irlanda: essa non entrò in guerra, ma provocò con la sua astensione la distruzione di tante navi inglesi, che non sarebbero state distrutte dai sottomarini se i porti dell'Irlanda si fossero potuti utilizzare da parte delle navi inglesi ed americane.
Ma sorge il problema: di questa comunità occidentale, l'Italia fa parte? Innanzitutto non esiste una terza via. Si è parlato ieri di una fascia asiatica che andrebbe dall'India a Israele. Ma non mi pare che si possa pensare ad una simile fascia a1 centro d'Europa. Sarebbe ritornare al concetto della Triplice, fallito una volta quando c'era effettivamente una potenza al centro d'Europa, potenza sul piano militare ed economico. Ma oggi .evidentemente non se ne può parlare. Evidentemente dobbiamo scegliere fra due sistemi e allora mi sembra che ci sia sempre stato nel corso della nostra storia, recente e passata, una disposizione naturale dell'Italia verso l'occidente. Prova ne sia che, sebbene due volte agganciata al sistema delle potenze centrali, per due volte l'Italia, si è liberata da questo legame per inserirsi nella comunità occidentale: così nell'altra guerra come in, questa.
Ma ci sono radici ancora più antiche: quando, cento anni fa, Cavour riuscì a costruire quel miracoloso monumento di genialità diplomatica che fu il concretarsi della aspirazione e della volontà del popolo italiano, fu ad occidente che si volse ed iniziò la sua abile trama, affiancando il piccolo Piemonte agli anglo-francesi nella guerra di Crimea.
E da allora ad oggi noi vediamo che tutti i momenti democratici del nostro popolo hanno sempre coinciso con le alleanze ad occidente, mentre tutti i momenti autoritari hanno coinciso con le alleanze con lo Stato più forte del continente europeo, che allora era il Reich tedesco.
Nel diario di Farini si legge come l'ambasciatore tedesco a Roma si compiacesse del conato autoritario che si tentò in Italia sotto l'egida di re Umberto I; e Mussolini poté allearsi con la Germania soltanto o perché aveva creato in Italia uno Stato autoritario. Ma l'Italia liberale (1900-14), che secondo la felice espressione di un discepolo di Salvemini, il Salomone, era «democrazia che si fa », si avvicinava sempre di più alla Francia, cui ormai l'Inghilterra era unita dall'Intesa cordiale. E infine, il sentimento popolare, anche se sfruttato da nazionalisti e conservatori, accettò la guerra all'Austria come una scelta di sistema ideologico e di civiltà. L'onorevole Togliatti ha paragonato Calosso a Solaro della Margherita; ma pare che si attagli assai più un altro confronto: e cioè che coloro che oggi si oppongono al patto atlantico e alla presenza dell'Italia nella comunità occidentale sono i naturali eredi dei legittimisti, dei conservatori, degli « ultra », che, in nome di un preteso « orientalismo », 100 anni fa criticarono Cavour ; di coloro che volevano mantenere salde le basi della Restaurazione e dello status quo che poggiava su Vienna e su Mosca. Sono gli eredi e i continuatori del vecchio « triplicismo », dei nazionalisti che sperarono vanamente di opporsi con esso alle potenze marittime.
Noi, d'altra parte, ci richiamiamo, su questo piano, alla tradizione cosiddetta meridionalistica del pensiero politico italiano che con Giustino Fortunato, De Viti, De Marco, Salvemini, don Sturzo, si è sempre fatta banditrice della libertà e della solidarietà europea. Ricordiamo un testo di don Luigi Sturzo, che mostra come egli già antivedesse la possibilità per l'Italia di superare le strettoie dello Stato sovrano inserendosi in pieno, non in un giuoco di alleanze europee, ma nella comunità, euroamericana.
« Forse la funzione futura di questa Italia, che nulla ha avuto dalla guerra, né colonie, ne mandatti, né riparazioni ideali ed effettive, sarà domani quella di non essere più l'ultima delle grandi potenze militariste ed imperialiste, ma la prima delle grandi potenze europee con una funzione di equilibrio e di pacificazione che ne solleverà le sorti nel nostro continente e nel mondo americano. Dico nel mondo americano, perché noi dobbiamo fare sul serio verso 1'America una politica degna del nome italiano. Non è solo la politica di emigrazione che noi dobbiamo sempre più valorizzare nel migliorare i nostri organi e le opere di assistenza e di protezione dell'emigrante (e questo rimane attuale anche oggi); non è la sola politica economica che valga ad attirare il capitale americano per migliorare lo sviluppo delle nostre industrie, dei lavori pubblici; ma è la politica generale di indirizzo che riconcilia l'America all'Europa, che ne sostenga le direttive pacifiste, che tenti la rivalutazione del nostro mercato e che riprenda la funzione di contatti culturali. E non solo nel Nord-America ma anche nel Sud-America, che ha avuto funzioni importantissime nel Risorgimento europeo, come un ritorno di forze che la Madre ripete come unione salda con i figli lontani ». Queste linee di politica estera perfettamente italiane sono state sempre sostenute dai popolari e oggi abbiamo l'orgoglio di dire che sono sostenute dalla Democrazia cristiana (Applausi al centro).
In questa concezione si inquadrano anche altri problemi: l'unione doganale, l'unione europea.
Mi permetta, signor Presidente, ieri ella ha osservato che si sta discutendo del patto atlantico; ma io mi permetto di essere d'accordo su questo con l'onorevole Lombardi, che effettivamente i problemi si riconnettono l'uno all'altro. Dicevo che la nostra concezione ci porta a vedere questi problemi non in funzione del patto atlantico, singolo strumento difensivo, ma di questa grande comunità dei popoli occidentali che non si può limitare soltanto al continente europeo.
Ebbene, vedete; qui veramente possiamo compiere, l'opera gigantesca perché è comprensibile che la Francia e la Gran Bretagna si trovino in maggiore difficoltà; è comprensibile che abbiano remore, freni, in questa loro azione. Perché ? Perché debbono superare un sistema nel quale indubbiamente si trovavano bene, si trovavano in una situazione di privilegio. Ben diversa è, invece, la nostra situazione.
L'onorevole Basso ricordava l'altro giorno l'antica Grecia a proposito del cosmopolitismo e diceva che soltanto quando la Grecia decadde essa stava per inserirsi in quella più vasta comunità che era la comunità mediterranea.
E mi sembra calzante questo paragone. Effettivamente c'è qualche cosa di simile fra la situazione di allora e quella di oggi. Solo, non possiamo certo noi paragonarci alla Grecia di allora. Se mai, l'Inghilterra. Evidentemente, la Grecia di allora perdeva posizioni di privilegio nel bacino orientale e anche in quello centrale del Mediterraneo. Che cosa eravamo noi invece nell'equilibrio degli Stati sovrani d'Europa, a parte qualche illusione momentanea all'indomani della prima grande guerra? Ben poco avevamo e abbiamo perduto. Ecco perciò anche un'altra ragione per cui dobbiamo essere all'avanguardia, come lo siamo stati, nella fondazione dell'unione europea. Ecco perché noi crediamo che molto saggiamente si sia avanzata la proposta italiana per fondare questa Unione europea. E ciò perché la vediamo appunto in funzione di questi rapporti più ampi anche con gli altri continenti, non soltanto con il continente europeo. Vediamo con piacere che il Governo abbia insistito nella adunanza dei ministri degli esteri, affinché questa organizzazione si chiamasse Unione europea, anziché Consiglio europeo. La nostra tesi non è prevalsa; è una questione di nome, ma anche i nomi hanno la loro importanza.
E così, per i rapporti fra Comitato e lavori dell'Assemblea, noi vorremmo che si superassero gli ostacoli che possono derivare dal diritto di veto, e si largheggiasse sulla possibilità di voto della maggioranza.
Infine, per quanto riguarda il problema dell'ammissione di nuovi membri (e lo diciamo in funzione di questa maggiore complementarietà dei popoli anche all'infuori del continente europeo), guai se il Consiglio d'Europa dovesse limitarsi ai membri che l'hanno costituito ! Guai se dovesse essere un circolo chiuso, se non dovesse aprirsi verso nuovi orizzonti !
Qui vi è il problema dell'Austria e della Germania. Per quanto riguarda l'Austria, questa piccola Austria che ha sopravvissuto a quella che era stata la grande Austria, che aveva avuto una funzione nella storia di Europa e del nostro paese, questa piccola Austria che, in questo momento, è l'erede della sua secolare funzione, deve essere inclusa in questi popoli dell'occidente, perché essa ha sempre avuto funzione di ponte verso l'Oriente ,e di bastione difensivo, in caso di necessità, dell'occidente. L'Austria di oggi, sinceramente democratica, purificata dei suoi errori attraverso i sacrifici e la durezza delle prove che ha attraversato e in parte ancora attraversa, è, a parer mio, un elemento naturale di questa comunità dei popoli occidentali. E sta a noi italiani di far comprendere ciò a chi non lo comprenda. Sta a noi, perché conviene a noi, come conviene agli austriaci, che si prolunghino quei rapporti di buon vicinato che si basano sull'accordo Grüber-De Gasperi, firmato a Parigi tre anni fa.
Più grave è certamente il problema della Germania, È più che comprensibile che noi guardiamo con una certa ansietà verso questa rinascente vita tedesca. Nulla è stato così decisivo a tale riguardo come il blocco di Berlino. Con il suo fallimento, è fallito non soltanto il tentativo della Russia di sloggiare gli alleati dalla capitale tedesca, ma è fallito anche il tentativo di guadagnare il popolo tedesco alla concezione bolscevica. Perché il popolo di Berlino ha preferito le privazioni, piuttosto che dividersi su quello che era il dilemma del suo destino. Ebbene, ci pare che con ciò il popolo germanico abbia veramente iniziato la indispensabile riparazione che deve agli altri popoli europei per i delitti e gli orrori ai quali si era fatto trascinare dai capi nazisti. In agosto il popolo della Germania occidentale sarà chiamato a votare la nuova costituzione di Bonn. Sorgerà, così il primo Stato tedesco del dopoguerra, limitato agli inizi, ma tuttavia con autonomie tali da essere considerato come una patria dal popolo tedesco. Avremo, così, due Germanie distinte, ma si avrà un solo popolo tedesco. Ebbene, noi crediamo che in questo sviluppo, che è triste indubbiamente, ci siano anche dei motivi tali da rassicurarci. Perché, se per un qualche miracolo avesse potuto risorgere una Germania compatta ed unita all'indomani delle rovine della guerra, avremmo potuto sempre chiederci: ma chi ci garantisce che questa Germania, che ha due volte travolto l'Europa sotto le rovine della guerra, chi ci garantisce che domani non possa fare altrettanto ? Oggi, in fondo, abbiamo questa garanzia perché il popolo tedesco della Trizona sa che potrà rappresentare sempre una forza di attrazione sul popolo della quarta zona solo se resterà fedele agli ideali democratici: questa fedeltà agli ideali democratici sarà una necessità essenziale per il popolo tedesco, se esso vuole raggiungere l'unità.
La paura della Germania aveva una ragione e la storia ha dimostrato quale ragion d'essere avesse quando i problemi mondiali ed europei si risolvevano esclusivamente in Europa. Oggi abbiamo detto più volte che l'Unione europea noi la vediamo inquadrata in una più ampia concezione e comunità dei popoli liberi; abbiamo visto il piano Marshall ed il patto atlantico come degli abbozzi e delle premesse di natura giuridica in questa più ampia comunità in cui i popoli americani hanno si gran parte. La Germania, se fosse ancora tanto folle da riprendere il suo antico sogno ambizioso, non potrebbe illudersi di conseguire un ruolo di predominio o addirittura di prepotenza: questa è un'altra assicurazione che noi abbiamo sul destino futuro della Germania. L'Italia fino ad oggi è stata esclusa da qualsiasi deliberazione sulla Germania; noi crediamo che dobbiamo esser presenti a queste deliberazioni, anche perché abbiamo fatto (almeno in parte) la stessa triste esperienza e quindi possiamo maggiormente comprendere gli attuali problemi del popolo tedesco.
Una parola ancora per quanto riguarda la Jugoslavia. Noi siamo, ed il Governo l'ha dimostrato più volte ed ha fatto bene, animati dalla volontà di stringere rapporti di buon vicinato con questo paese, nonostante i gravi contrasti che indubbiamente ci dividono da esso; ma non possiamo non riaffermare la nostra protesta dinanzi al gesto, compiuto recentemente, del cambio delle jugo-lire nella zona B del Territorio libero di Trieste. Non possiamo non riaffermare che quel gesto ha violato nello spirito e nella lettera il trattato di pace già tanto iniquo nei nostri riguardi, e non possiamo non dichiarare la nostra solidarietà ai fratelli italiani dell'Istria e dire che il problema dei centri italiani dell'Istria non può essere risolto che riconoscendo i vincoli di cultura e di tradizione che li legano al popolo italiano (Vivi applausi al centro e a destra).
Ecco dunque come O.E.C.E., patto atlantico, Consiglio europeo ed unione doganale italo-francese (che determinerà un mercato di qualcosa come cento milioni di consumatori) si inquadrano in questa concezione che abbiamo della comunità dei popoli occidentali. Ma, badate che c'è un problema che se non sarà risolto od avviato a soluzione non sarà soltanto l'Italia a soffrirne le conseguenze, per la naturale interdipendenza che abbiamo dimostrato esistere fra tutti i popoli dell'occidente; saranno tutti i popoli a subirne le conseguenze con grave danno per i loro interessi: è il problema del lavoro, è il problema demografico e dello sfogo per il lavoro italiano.
Il Nord-America ha capito, nelle due grandi guerre, che era necessario sacrificare il suo popolo per difendere gli interessi dell'Europa occidentale ed anche i propri interessi; guai se non comprendesse che nella soluzione del problema del lavoro italiano sono in giuoco non soltanto gli interessi del popolo italiano, ma gli interessi della comunità occidentale e degli stessi americani. Questo debbono comprendere non soltanto il Nord-America ma anche le repubbliche sud-americane, le quali del resto tante prove di simpatia e di affetto ci hanno dato. E guai anche se i dominions britannici non si persuadessero che non è possibile riassestare l'Occidente e garantirgli pace e sicurezza se non si risolve il problema del lavoro italiano.
Abbiamo constatato con soddisfazione che della nostra emigrazione si è discusso in questi giorni a Washington. Preghiamo il Governo di insistere su questo argomento.
Veniamo all'ultimo punto, quello delle colonie, cioè al problema africano. E' stato, per esempio, autorevolmente affermato che il colonialismo vecchio stile è superato ed allora ci hanno guardato sorridendo e ci hanno detto: « Come siete ingenui, guardate l'Inghilterra ! ». Badate, non è affatto una ingenuità. Col colonialismo vecchio stile è finita, e quando un ciclo storico è vicino al suo superamento è logico che per forza di inerzia quelle che erano le vecchie unità continuino a mantenere le loro posizioni di predominio e di potenza, mentre è difficile, per non dire impossibile, che nuove unità possano inserirsi in quel ciclo che sta per essere superato.
Del resto, è stato un errore compiuto dal ventennio fascista, quando si diceva che bisognava fare quello che avevano fatto i francesi; ma si trattava di cent'anni prima, cinquant'anni prima; il mondo durante questo tempo aveva camminato e come aveva camminato ! E dopo quello che è accaduto all' O.N.U., dove abbiamo visto paesi come la Liberia, la Birmania, le Filippine, dare un voto in condizioni di parità con gli Stati Uniti, con l'Inghilterra, come possiamo ora non convincerci che mancano le condizioni per un colonialismo vecchio stile ? Ingenui sono quei funzionari del Colonial Office che credono di risolvere i singoli problemi africani con un sistema ormai superato. Il compito dell'Italia in Africa è un compito democratico da un lato, e di popolamento e di utilizzazione delle immense risorse che quel continente offre, dall'altro; e l'Italia non può esserne tagliata fuori. E giustamente è stato detto, che se l'Italia non sarà in Africa, l'Europa perderà l'Africa, perché solo il popolo italiano, così democraticamente attivo, potrà svolgere quest'opera. D'altro canto il compito dell'Italia in Africa è anche un compito di assistenza per l'avviamento alla civiltà, e anche per il raggiungimento dell'indipendenza di quei popoli.
Perciò, noi approviamo la dichiarazione del Governo nei riguardi dell'autonomia della Tripolitania; ma non si può non tener conto dei legami di antica civiltà, di tradizione e di economia che legano questa regione all'Italia. Dobbiamo aggiungere che, se si parla di autonomia per quella colonia, non vediamo il perché non se ne debba parlare anche per l'Eritrea, che è una unità, l'abbiamo più volte affermato, creata dall'Italia, e che è una unità etnica, dal punto di vista storico, che è sorta assai prima dell'Impero etiopico, e che è una unità dal punto di vista economico; perché come l'altipiano di Asmara dipende da Massaua, così la piana di Tessenei non può vivere se non con la zona complementare limitrofa.
E per quel che riguarda le differenze delle condizioni più elevate della popolazione rispetto a quelle di altre popolazioni sudanesi; e all'armonico equilibrio, che sotto gli auspici italiani, si è venuto a determinare fra copti e mussulmani, arabi ed etiopici, ebbene, tutto ciò è stato ottenuto e armonizzato proprio dal lavoro della colonia italiana. Dunque, noi ci troviamo pienamente dinanzi a questa unità etnica e storica !
Onorevoli colleghi, ho cercato di esporre le linee fondamentali del nostro pensiero in politica estera. Certo, in alcune parti sono stato lacunoso, in altre sarò stato magari ridondante. Altri interventi dei miei amici si diffonderanno sui temi sui quali non mi sono potuto soffermare più a lungo, ma spero di avervi persuaso almeno di due cose: che noi abbiamo questa concezione di politica estera su quelli che sono i singoli orientamenti; e che è una colossale sciocchezza l'affermazione di quei colleghi dell'opposizione che, parlando di politica estera, in particolare della visione di politica estera del nostro partito, credono di poterla definire una politica di paura.
No, onorevoli colleghi, no, onorevole Nenni. Se vi fa comodo e se può anche piacervi, parlate pure di una paura, ma voi dovreste conoscere i cattolici italiani, voi che avete parlato di una paura di preti, avreste dovuto esperimentare di quale genere siamo, di quale tempra siamo. Questa paura, durante la Resistenza, è stato il coraggio fermo e virile di chi sa che cosa vuole e dove vuole arrivare. Con la fine dell'oppressione nazista volevamo il trionfo della libertà, il trionfo della democrazia, della- civiltà cattolica. E lo vogliamo ancora oggi !
Ho tentato di spiegarvelo in politica estera, perché ritengo che qui si fondano gli elementi per la soluzione degli altri problemi, perché non vi sono soluzioni di ordine interno, non vi possono essere soluzioni di ordine economico se esse non si inseriscono in un nuovo ordine dei rapporti internazionali, in un ordine democratico e cristiano. E badate che non uso questi due termini per limitare una politica governativa, o tutta una politica, a una politica di parte, ma per elevarli a due grandi idee che possono essere di tutti gli uomini di buona volontà, di tutti gli uomini democratici. Noi domani ratificheremo il patto atlantico, ieri abbiamo sancito la adesione all'Assemblea dell'Europa: sono due pietre miliari verso un mondo di pace e di progresso sociale. Facciamo sì che questo nostro paese, che è stato tanto indietro nella lotta feroce fra gli stati ubbidienti al dogma della sovranità intesa nel senso assoluto, facciamo sì che questo nostro paese si ritrovi sereno, forte, consapevole, verso la costruzione di un mondo migliore.
Questo, onorevoli colleghi, è il nostro augurio, il nostro impegno per il bene del popolo, per il bene delle generazioni future, per il bene d'Italia ! (Vivissimi applausi al centro e a destra - Molte congratulazioni).

On. Paolo Emilio Taviani
Camera dei Deputati
Roma, 15 luglio 1949

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta pomeridiana di venerdì 15 luglio 1949)


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