LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA DEMOCRAZIA CRISTIANA PER LA LIBERTA' E LA GIUSTIZIA: DISCORSO DI ALCIDE DE GASPERI NELL'ANNIVERSARIO DELLA RERUM NOVARUM
(Roma, 15 maggio 1949)

In occasine dell'anniversario dell'enciclica di Leone XIII Rerum Novarum, Alcide De Gasperi parla a Roma il 15 maggio 1949 affrontando i principali temi della battaglia politica in corso nel Paese.

* * *

Amici elettori, mi presento a voi non come Presidente del Consiglio, ma come vostro eletto, come il primo eletto della Città di Roma, e ricordando l'affermazione gloriosa della città, 450 mila voti, sento la responsabilità massima che ho assunto dinnanzi a voi in modo particolare.
Debbo far precedere un ringraziamento speciale non soltanto agli organizzatori di questa manifestazione così bene riuscita, ma sopratutto a coloro, primo il Segretario politico e poi ai suoi collaboratori, che hanno, durante questo periodo, rafforzato migliorato numericamente, e rassodato moralmente le file del Partito. Accetto sopratutto come un impegno e come un proposito quello della unità del Partito, unità che ammette discussione, ma non ammette punzecchiature ed esige forza, occhio chiaro verso la mèta e comuni sforzi.

Le calunnie di Togliatti

Incominciando il mio rendiconto, vi racconterò l'ultima storia della Sardegna, Recatomi in Sardegna, trovai una guerra iniziata, ma questa guerra era prima contro le cavallette ed oggi è contro le zanzare e contro la malaria. Avevamo speso finora due miliardi e 600 milioni contro la malaria, ed avevamo raggiunto dei successi cospicui tanto che , mentre tre anni fa in Sardegna si erano avuti 73 mila malati di malaria, lo scorso anno si era scesi a 13 mila; oggi speriamo, con la coordinata azione fra l'Istituto Rockefeller ed il Governo italiano, che ha deliberato un nuovo aiuto di 3 miliardi e 200 milioni, di arrivare a distruggere totalmente la malaria in Sardegna.
Ciò vuol dire bonifica, risanare il popolo e risanare anche la terra. Risanare la terra è un'opera di ricostruzione magnifica su cui tutti dovranno essere d'accordo.
Ebbene no: abbiamo trovato in Sardegna l'onorevole Togliatti, il quale ha fatto innanzi agli elettori sardi questo ragionamento: che cosa importa ammazzare alcune migliaia di zanzare, quando lo stesso Governo e gli Americani vi condurranno un giorno, voi sardi sempre pronti a combattere, a morire per una guerra che non è la vostra? Ecco l'elemento politico, l'elemento internazionalista, l'elemento di passione e di fazione introdotto in una campagna che doveva essere fondamentalmente amministrativa e ricostruttiva. E sulle cantonate ho visto un manifesto in cui si diceva questo: «De Gasperi ha detto a Zellerbach: pazienza fino all'8 maggio. Dopo vi darò Olbia e Porto Torres per le vostre bombe atomiche. Sardi col voto dell'8 maggio impedite a De Gasperi di dare esecuzione ai suoi piani di guerra».
Queste calunnie e queste accuse hanno trasformato tutta la campagna della Sardegna in campagna estremamente politica. Ma Togliatti non fu il solo ad includere l'argomento estremamente politico nella campagna amministrativa. Ci fu anche l'impostazione monarchista, cioè l'intrusione nelle elezioni della questione istituzionale, della forma e regime dello Stato, come se non se ne fosse mai parlato, come se essa non fosse già stata decisa.

La questione istituzionale chiusa il 2 giugno 1946

Quando io alla Camera sono stato interpellato sull'argomento io ho risposto, e non potevo come Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana che rispondere così, che la soluzione del 2 giugno era definitiva. Mi si è detto: niente è definitivo in questo mondo. Lo so. Volgiamoci a guardare la storia: quanti rivolgimenti improvvisi portano a conseguenze non prevedute! Però l'art. 139 della Costituzione, dice che la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale. Lo so che giuridicamente si potrebbe forse trovare il modo di cambiare questo articolo e quindi di ricorrere eventualmente a un referendum; ma non parlo qui da giurista, parlo da uomo politico, responsabile e preoccupato delle sorti della ricostruzione italiana. La Costituzione ha scelto la formula generalmente usata, come ripeto, dalle costituzioni per stabilire e per dare alla volontà costituente un carattere di maturazione e di longevità che si proietta nell'avvenire. Badate che la Costituzione è stata preceduta dal referendum del 2 giugno; referendum, ricordatevi bene, nel quale noi, particolarmente noi della Democrazia cristiana, abbiamo lasciato libertà di azione; referendum nel quale tutti hanno potuto votare come volevano; il patto era fra Monarchia e Paese, e si era lasciata arbitra la decisione popolare sulla questione che divideva gli italiani. Questa decisione è avvenuta: è un impegno sacrosanto che bisogna mantenere e chi non l'accetta rischia di sovvertire le basi dello Stato italiano.
Abbiamo allora raggiunto una base di convivenza civile, una base dello sviluppo democratico; scuoterla oggi, non vuol dire scuotere un regime o un governo, ma vuol dire scuotere le basi della democrazia.
Solo dopo aver superata la questione istituzionale abbiamo potuto raccogliere le forze per la battaglia suprema, per le libertà democratiche all'interno, solo con questa capacità deliberante del popolo, con questa maturità e dignità, manifestate innanzi agli altri popoli, abbiamo dimostrato la esistenza di una Italia nuova e democratica, in nome della quale abbiamo potuto strappare qualche vantaggio, e iniziare un faticoso, un parziale risorgimento dalle condizioni in cui la guerra ci aveva portato. Ed ancora oggi siamo sempre sospetti di essere mutevoli, di essere un popolo titubante fra il passato e l'avvenire, di essere oscillanti fra la libera democrazia e il bolscevismo. Ed i malevoli quando ci osteggiano sullo scacchiere internazionale dicono: è inutile contare sull'Italia, la situazione democratica dell'Italia è precaria, potrebbe cambiare da un momento all'altro, non ci si può contare, lasciandola da parte.

L'Italia ha bisogno di fiducia

Eppure noi abbiamo bisogno di questa fiducia, perché le nostre ragioni in favore dobbiamo ricercarle solo nella nostra dirittura morale e nella nostra coscienza democratica. E sopratutto abbiamo cercato e cerchiamo tutt'oggi di ottenere il suffragio e la fiducia internazionale verso un sistema di governo che poggia sulla roccia solida di un partito a larga base come il nostro, che ha le sue radici nell'humus popolare e un impulso di rinnovamento nel suo concetto cristiano, ma tuttavia parte da una visione panoramica delle varie tendenze ricostruttive della democrazia, delle esigenze dell'Italia e del Paese.

La fede nella nuova Europa

Ecco quindi che cerca e accetta la leale collaborazione di chi è mosso dall'umanesimo socialista e si alimenta delle due grandi correnti tradizionali del Risorgimento, purché tutti abbiano l'idea fondamentale e centrale di difendere la democrazia, come è nata dalla Costituzione, dai pericoli di tutte e due le estreme, dalla estrema sinistra e dalla estrema destra, e tutti vogliano tendere con uno sforzo supremo alla nostra ripresa economica, senza consolidamento di privilegi, ma con il cuore e la mente aperti verso i lavoratori. Vogliamo fare una politica internazionale senza nazionalismi, ma con la fede nella nuova Europa, che non è come si va dicendo una utopia. è una speranza fondata, ed è sopratutto una necessità se si vuole salvare la pace.
Questo difficile sforzo non sempre da tutti rapidamente compreso, è stato uno sforzo meritorio che ci ha portati al 18 aprile e ad un patto di sicurezza con popoli liberi e progrediti, alla unione con la Francia, all'unione europea; questa è politica di ricostruzione e di unione internazionale, unione e concentrazione che è minacciata sopratutto dal bolscevismo e dalla solidarietà dei socialisti non democratici col bolscevismo russo. Ecco lo schieramento reale delle forze politiche.

Il congresso socialista di Firenze

Quando assisto alla discussione nei diversi partiti, fra tendenze di sinistra e di destra, mi pare che si sia per perdere il senso della realtà e la visione delle grandi linee della nostra battaglia. Ma ecco il Congresso socialista di Firenze nel quale l'onorevole Basso ci ricorda qual'è il vero schieramento e la vera linea di battaglia.
Vi leggo le sue parole: «La lotta di classe non può essere considerata come un fenomeno accanto ad altri fenomeni, come il parlamentarismo borghese e la democrazia borghese... Il fenomeno della guerra non può essere avulso dalla lotta di classe. Tutte le guerre sono aspetti del fenomeno della lotta di classe... La vecchia classe non capitola senza combattere ed è disposta a scatenare sul mondo una guerra dopo l'altra, pur di difendere i suoi privilegi. Noi siamo nello schieramento delle forze internazionali proletarie contro lo schieramento delle forze capitalistiche... La distinzione fra gli interessi della classe lavoratrice e quelli dello Stato sovietico è la distinzione più reazionaria che si possa fare. Non si può fare nessuna distinzione fra gli interessi del proletariato sovietico e quelli dello Stato sovietico... Non si deve sottacere che noi riconosciamo nello Stato sovietico la guida delle classi lavoratrici. Bisogna essere estremamente chiari, Chi si schiera dalla parte della borghesia accetta, lo voglia o non lo voglia, la guida dei. paesi capitalistici. Chi si schiera dalla parte del proletariato accetta, lo voglia o non lo voglia, la guida dell'unione Sovietica, che è il paese più avanzato sulla via del socialismo...».
Mi pare chiaro, amici miei: Russia da una parte e tutto l'Occidente dall'altra.

Il discorso di Togliatti a Firenze

Notevole è anche il discorso e il saluto di Togliatti che esalta il patto d'azione, cioè il vincolo tra comunismo e socialismo dichiarandolo elemento permanente della situazione italiana, e aggiunge: «non vogliamo sopprimere il Partito socialista, perché siamo intelligenti». È vero, Togliatti e i comunisti sono intelligenti, ma anche il popolo italiano è intelligente. Quella di Togliatti è la stessa intelligenza e la stessa manovra machiavellica che ha creato prima il Fronte di Garibaldi, poi i comitati della pace ed ora la petizione contro il Patto Atlantico. Tutte queste azioni sono dirette apparentemente da illustri personaggi prestanome, costituenti però una cortina fumogena di generiche affermazioni umanitarie anticlericali e che nascondono dietro di esse la realtà cruda e conquistatrice del bolscevismo. Il popolo italiano l'ha capito il 18 aprile e io spero che non lo dimenticherà mai. Sono sicuro che, se domani la battaglia lo imponesse, il popolo italiano avrebbe non meno intelligenza dei comunisti.

Il pericolo bolscevico

Amici miei, a questo schieramento noi abbiamo opposto lo schieramento di Governo, uno schieramento politico con una larga base unitaria, ricostruttiva, generosa, liberale che si prefigge gli ideali del Risorgimento rinnovato e sostanziato da riforme sociali secondo giustizia e che costruisce e vuoi costruire la democrazia italiana su un patto di convivenza civile, su un patto popolare quale fu il referendum del 2 giugno. E pare patriottico a certi monarchici il tentativo di tornare a dividere gli italiani sull'argomento istituzionale! Dopo due anni da quando siamo sul cammino aspro per la ricostruzione della patria e dobbiamo difenderci dall'immenso, dal vero, reale pericolo bolscevico, dovremmo, secondo costoro, tornare indietro per discutere ancora sulla forma istituzionale? Il popolo ha bisogno di vita, di fede, di speranza nell'avvenire e lo nutriremo di nostalgie del passato?
Noi, insieme agli americani, facciamo la lotta alla malaria e certi monarchisti sussurravano al popolo minuto in Sardegna che proprio da Washington era venuto il suggerimento del ritorno del re e così i sardi si orientarono a fatica e non si sono accorti che lavoravano per Togliatti perché la mèta di Togliattí è chiara: rendere impossibile una maggioranza democratica di centro nella Giunta regionale della Sardegna. A tutto il resto si penserà poi, tutto il resto diventa secondario, quello che più importa è abbattere questo centro di resistenza e di solidarietà democratica, poi verrà l'ora della conquista bolscevica. Avvenne così che in certe zone anche i comunisti guadagnarono terreno in Sardegna ma in quelle operaie non ebbero il progresso che si ripromettevano.

Unico scopo delle estreme, abbattere il centro

È naturale che quando da destra e da sinistra si attacca la Democrazia cristiana, se ne fa un mostro di guerra, si dice che è un partito influenzato dal Vaticano, di sentimenti reazionari, che vuole e cerca la guerra, è naturale che a forza di dir male da sinistra e da destra qualche sardo abbia finito per votare per Spano. Perché se dovrà battersi contro il mostro, cioè la Democrazia cristiana, l'anti mostro più forte è il comunismo. Ecco l'impresa dei monarchici e dei loro finanziatori. E forse non è stato male che questa avvisaglia sia avvenuta.
L'onorevole Saragat ha scritto il 12 maggio un interessante articolo polemico contro gli oppositori nello stesso partito della democrazia socialista. «I compagni che sino a ieri si sono ostinati a vedere nella Democrazia cristiana il nemico principale da combattere debbono ricredersi. In assenza di una vera coscienza democratica la Democrazia cristiana ha rappresentato sopratutto per virtù del suo leader, un momento di arresto nel processo di slittamento di una larga parte del corpo elettorale verso destra. Oggi il moto riprende e purtroppo non nella nostra direzione ma in quella opposta». Ed è naturale che la mèta non è tanto la Democrazia cristiana - perché tutti sanno che i nostri voti, diminuiscano o aumentino, saremo sempre un partito forte - ma la mèta, il bersaglio della lotta non è il partito della Democrazia cristiana, è la politica delle forze centripete verso la ricostruzione di una Italia democratica. Vi sono due forze in Italia, due grandi schieramenti: forze centripete che mirano ad appoggiare il centro; e forze centrifughe che mirano al contrario, e tra queste ultime forze vi sono tanto gli estremi di destra quanto gli estremi di sinistra. Vi è stato lo sfruttamento di sentimenti nobili che in quanto sinceri, meritano tutto il nostro rispetto; ma se fra i finanziatori ci fossero rappresentanti di interessi particolari, si accorgeranno che l'interesse vero di queste operazioni lo intascano i comunisti e non loro. Infatti i comunisti lo confessano con un grido di trionfo: non importa da chi venga il colpo; prima abbattere e diminuire la Democrazia Cristiana e poi verrà il resto. Mi viene in mente un episodio della nostra vita clandestina, allorché si discuteva molto sulla democrazia, ma sopratutto su repubblica o monarchia. Noi eravamo per una soluzione temperata, Ad un certo momento in una seduta decisiva del Comitato Centrale di liberazione, l'onorevole Scoccimarro, che era in Roma il capo del Partito comunista e che aveva sempre insistito contro qualsiasi collaborazione con la dinastia, dava il contr'ordine dichiarando che l'onorevole Togliatti era sbarcato in Italia ed aveva la direttiva di entrare come ministro della Monarchia nel Gabinetto Badoglio. Il controvapore era stato dato per suggerimento della diplomazia russa.
Io non stento a credere che sia vera la notizia, a me riferita, che uno dei capi del movimento socialcomunista, avrebbe detto: «che errore abbiamo fatto ad abbattere precocemente la Monarchia; bisognava aspettare il momento propizio per rovesciare la Monarchia e lo stato borghese insieme». L'errore è stato una fortuna, perché noi abbiamo potuto salvare la democrazia solo a queste condizioni, di staccare cioè il problema della democrazia da quello della forma dello Stato.

Il neo-fascismo

Più chiara è ancora e più degna di riflessione è stata l'operazione del Msi in Sardegna. Con mio grande stupore ho visto sulle cantonate dei manifesti annuncianti discorsi di uomini che erano stati non solo ministri del passato regime, ma addirittura ministri della repubblica sociale.
Tre anni dopo, a così breve distanza, valendosi della compostezza del popolo sardo e della tattica comunista di puntare solo contro la Democrazia cristiana ecco che compare il neofascismo, eccoli puntare il dito contro di noi in veste di accusatori facendoci colpa di non essere capaci di salvare tutte le colonie. Ma sono proprio loro che hanno perduto con la guerra le colonie e siamo noi che nonostante le loro malefatte cerchiamo di salvare tutto il possibile e speriamo di salvare se non tutto, almeno una parte.
Amici miei, qualcuno crederà forse che io dia un rilievo esagerato a questo fenomeno. Infatti i risultati della lista Msi sono scarsi. Bisogna però imparare dal passato. Vi ricordate quello che avvenne in Germania col famoso armistizio germanico, allorquando un'inchiesta parlamentare accertò che la resa era stata invocata dal capo di stato maggiore generalissimo Ludendorff? Doveva così essere fissata come verità storica inconfutabile che l'esercito tedesco aveva per bocca del suo capo riconosciuta la sconfitta e la necessità di un armistizio e della pace. Chi avrebbe mai detto che nonostante questa affermazione solenne che corrispondeva alla verità, in Germania poco dopo avesse potuto avere inizio e favore un movimento che accusava i democratici parlamentari di aver portato il Paese all'armistizio e alla disfatta, nonostante la possibilità di vittoria che aveva ancora l'esercito? E di qui con Ludendorff nacque il nazismo.
La settimana scorsa in Sardegna mentre parlava un oratore del Msi ho sentito questa espressione: «Abbiamo un parlamento dove regna la legge della jungla, cioè la legge dei barbari». Amici miei, è vero: in certi momenti un'assemblea democratica può perdere la testa e la democrazia deve correggere i suoi errori. È vero, ma non dimentichiamo che con questa tendenza antiparlamentare sono venuti su i fascisti, che un po' alla volta, alla Camera, hanno costituito l'anticamera della corruzione. Si è perduto il controllo e siamo diventati schiavi.
Io spero che questo movimento di rinascita sia impossibile in Italia: sarebbe una via di smarrimento, di pazzo orgoglio che non porterebbe che a un risultato: all'interno rinforzare e portare alla vittoria il comunismo; all'estero inasprire la diffidenza contro questo povero Paese. E io chiedo ai giovani che forse non sanno questo e forse non pensano alle lezioni della storia, chiedo ai giovani del Msi, di avere pietà di questo Paese. Se si domanda a noi governanti, a noi maggioranza una serena disamina, ma ricerca benevola delle responsabilità personali del passato, un rimedio ai mali della guerra e a quelli del dopo guerra, rispondiamo che uno sforzo sarà fatto perché noi vogliamo la pacificazione e lenire più che possibile le conseguenze personali della guerra, comunque tali conseguenze siano venute. Questa è la pacificazione che noi vogliamo; ma non vogliamo e non possiamo accettare e tollerare la riabilitazione del sistema, la ripresa del fascismo e dei suoi miti.
La principale colpa del fascismo è stato lo spirito di violenza che ha seminato nell'interno del paese, e la dittatura che è arrivata sino a portarci a fianco dei tedeschi e di coloro che cercavano di spezzare la libertà in tutto il mondo. Ora c'è una legge contro l'apologia del fascismo: ce ne ricorderemo e ci difenderemo anche con la propaganda, riesumando un pezzo di storia che avremmo lasciato volentieri al più spassionato giudizio dei posteri. Ma so bene che tutte le leggi non valgono se non c'è democrazia. Affrontiamo questo problema, studiamo il nostro passato, per sapere come popolo consapevole scegliere la nostra via e combattere con argomenti di serenità, ma anche di intransigenza, contro quei principi.
Eppure, ditelo voi, immensi sono i bisogni che dobbiamo soddisfare in Italia; pesantissima la questione della disoccupazione, grave ancora la situazione della distribuzione dei beni e della proprietà.

L'opera di ricostruzione

La giustizia sociale è ancora lontana, ma abbiamo appena cominciato a ricostruire. Dovevamo ricostruire all'interno un sistema sicuro di convivenza civile; poi comincia il periodo delle riforme. Nella politica interna, non potete, nessuno può negare che si sia ottenuta la tranquillità e l'ordine; nessuno può negare che si sia ottenuto un parziale disarmo delle fazioni; nessuno può negare che l'amministrazione interna non sia semplicemente amministrazione di polizia, ma di assistenza.
L'anno scorso 860.820 bambini sono andati alle colonie, con 2 miliardi e mezzo di sovvenzioni, 500 mila refezioni scolastiche per una spesa di 1 miliardo e 275 milioni, 4 miliardi e 861 milioni per l'assistenza generica e sanitaria ai reduci e alle vittime civili della guerra; sono denari cavati da un magro bilancio, ma rappresentano uno sforzo ricostruttivo e uno sforzo di aumentare le ragioni di vita e di solidarietà del popolo italiano.
E nel campo dei lavoro voi non potete ignorare quello che è stato fatto: corsi di riqualificazione, cantieri di rimboschimento, ricostruzione di case, emigrazione: 220 mila emigrati. Voi non potete dimenticare le leggi minori sulla riforma dell'agricoltura, l'investimento di 70 miliardi per la bonifica; non potete ignorare quello che è stato fatto per l'industria che ha aumentato del 6 per cento la sua attività nonostante tutti gli scioperi, che sono stati 1020 in undici mesi e che sono una delle piaghe che dovremo combattere. Sopratutto bisognerà procedere rigorosamente contro quella che si chiama la «non collaborazione» che è in realtà sabotaggio.
Contro il sabotaggio noi non ricorreremo alle leggi russe e balcaniche, ma qualche cosa anche noi faremo certamente. Non parlo della ricostruzione delle ferrovie e degli aumenti delle entrate fiscali; così adesso gli stranieri non potranno dire che non si pagano le tasse in Italia. Sulla politica finanziaria siamo in periodo di stabilizzazione.
Badate che cosa dice Hoffmann riferendo al Congresso su tutte le situazioni economiche in Europa: «In Italia si è rinnovata la fiducia nella lira, che è rimasta stabile per tutto l'anno e i risparmi sono in aumento».
Vi pare niente, quando due anni fa temevamo da un momento all'altro che la lira crollasse e il risparmio nazionale scomparisse? Con notevoli sforzi siamo riusciti a guadagnare la fiducia dei risparmiatori, la fiducia all'interno e all'estero. I prezzi sono stabili dal settembre del 1947 con oscillazioni che si verificano anche in tempi normali. Ogni volta che mi recavo al Consiglio dei Ministri chiedevo, con una angoscia che mi stringeva il cuore, l'andamento dei prezzi, poiché l'aumento di essi voleva dire aumentare le esigenze e l'impossibilità del bilancio di sostenerle. Tutto questo è stato superato.

Pane, lavoro e pace

Il Governo non ha fatto nulla, niente: ma è difficile far vedere ai ciechi e persuadere i sordi.
Non ci si riconosce neppure quello che si è fatto nel campo dell'alimentazione per i generi di prima necessità: pane e pasta.
Nel 1947: razione 200 grammi, abburattamento 85 per cento, miscela con mais ed orzo, prezzo di mercato libero 200-300 lire. Nel 1948: razione 200 grammi, abburattamento 80 per cento puro grano, prezzo di mercato libero 110-120 lire con minima differenza dal prezzo di tessera.
Analoga la situazione per la pasta della quale si è aumentata la razione di oltre 1 kg. al mese.
E poi, mentre l'anno scorso le riserve di cereali erano limitate all'approvvigionamento di pochi giorni ora sono state costituite scorte sufficienti a garantire il consumo per circa due mesi: situazione quindi di assoluta tranquillità.
Prima, quando mi aggiravo nei settori del Mezzogiorno mi si gridava: pasta, pasta; ora mi si grida «lavoro» e quando abbiamo portato il lavoro, come in Sardegna nelle zone di Tirso e del Flumendosa, mi si è chiesto: pace.

La petizione comunista per la pace

Amici miei, il Governo ha dato pane e pace, ha dato lavoro dove ha potuto e la pace la dà con la sicurezza: se nessuno ci attacca la pace è sicura. E non facciamo la questione di guerra o pace quasi che ogni bravo cittadino italiano alzandosi la mattina si mettesse a meditare e potesse decidere per la pace o per la guerra. Questo è il presupposto della petizione, (una voce: la guerra la fanno in Cina).
Hai ragione, la fanno in Cina e in Grecia. Ma vorrei farvi ancora qualche accenno sopra la petizione. Nel passato, negli statuti parlamentari si. prevedeva che il popolo in un certo momento per precisare il proprio pensiero su qualche riforma o provvedimento di legge, poteva fare una petizione. Pochissime volte, nella storia, si è fatto uso delle petizioni.
Questa volta si è tentato di trasformare la petizione in una specie di nuova votazione, ma questa votazione mostra due difetti capitali: 1) nessuno può dimostrare l'autenticità di chi firma; 2) nessuno ha posto la questione veramente come è. Perché se si va per le case a domandare se si è per la guerra o per la pace, tutti risponderanno per la pace. Ma la vera alternativa è: siete per la guerra o per la sicurezza garantita del Patto Atlantico?

Elezioni in Ungheria

Questa specie di censimento o di votazione è pubblico, non è segreto; quindi non è libero e non rispetta la grande conquista moderna del voto segreto. Vi sono ancora paesi in cui il voto è segreto per modo di dire: si vota per alzata di mano. Leggete sull'Unità di ieri l'annuncio delle elezioni in Ungheria. Il Governo ha agito dittatorialmente: ha cacciato i rappresentanti degli altri partiti, messi in prigione o fatti scomparire e adesso fa le elezioni; domanda un plebiscito al popolo, chiede la sanatoria per tutto quello che ha fatto. E come fa questo plebiscito? Mette insieme in una sola lista tutti i partiti (questa è la democrazia progressista) e si vota. Nel manifesto è chiesto al popolo. Abbiamo fatto bene a cacciare via i servi dello straniero, a metterli in prigione o ad eliminarli con la forza? Il popolo dirà di sì, come ha sempre fatto nei plebisciti di Hitler e di Mussolini.
Questa falsità della democrazia progressiva non è che lo sfruttamento del metodo democratico per truffare la libertà.

La riforma agraria

Il vostro Segretario ha accennato al problema della riforma agraria. Amici miei, la riforma agraria la vogliamo e la faremo. Io non vorrei che si credesse che l'esecuzione sia facile. Abbiamo stabilito di ridurre proporzionalmente la proprietà privata e contemporaneamente abbiamo stabilito la trasformazione del suolo ossia la bonifica e l'organizzazione cooperativa per lo smercio e l'acquisto dì macchine e ove la lottizzazione non può avvenire perché guasterebbe la produzione, è stata prevista la partecipazione agli utili dei lavoratori. Questo è lo schema e la struttura della nostra riforma, ma noi sappiamo che questa riforma ci costerà molto, perché sappiamo che non basta dividere e poi abbandonare le terre: sarebbe un gioco che si dovrebbe rifare ogni tre o quattro anni.
Bisogna che lo Stato renda possibile ai contadini di acquistare le terre o a lunga scadenza, oppure attraverso l'enfiteusi. È una grossa riforma e l'affronteremo, perché è necessaria, perché dobbiamo dare un impulso alla lotta contro la disoccupazione ed è necessaria sopratutto per una più equa e giusta distribuzione dei beni.
E non è a caso che accenniamo a questa riforma proprio oggi 15 maggio.
Per molti anni, quando ahimè ero giovane, ho partecipato alle commemorazioni della Rerum Novarum e di altre Encicliche di Pio XI e Pio XII, che rappresentano un complesso di direttive, più che di schemi, complesso di direttive riformatrici della società. Allora era più facile, però: e eravamo come al di fuori dello Stato e ci preoccupavamo sopratutto delle organizzazioni libere e delle intermedie e avevamo la fiducia di risolvere molti problemi senza l'intervento dello Stato; speravamo in questa energia particolare del popolo, in questa forza democratica dell'organizzazione intermedia per un fiorire di opere e di iniziative comuni.
Quella, secondo me, sarebbe stata forse la via giusta, se non ci fossero state di mezzo le guerre che sono state volute e subite dagli Stati e per le quali gli Stati hanno assorbito anche con larghezza i mezzi privati. Non c'è più la questione se debba essere lo Stato ad intervenire: è fatale, è necessario, inderogabile che intervenga. E se noi oggi in tutta Italia commemoriamo la dottrina papale intorno alla questione sociale, non è che attribuiamo alla Chiesa il compito di attuare delle riforme, ma è da un punto di vista dell'ispirazione morale.
Recentemente ho avuto occasione di parlare a lungo col Ministro del Tesoro inglese Stafford Cripps, che, come sapete, oltre ad essere socialista, alla maniera laburista, è anche un cristiano credente. Egli, in un interessante capitolo di un suo libro, afferma che i privati non possono risolvere da soli, sia pure con patti di categoria o con strumenti associativi, il problema; bisogna che lo Stato intervenga, e la condizione della riuscita è che lo Stato sia meno egoista e più imparziale dei privati e delle categorie. Lo Stato, cioè, deve essere fondato su una base morale. Ma ciò non gli può derivare che dal popolo e bisogna che qualcuno infonda tali principi morali nelle masse. Ecco anche il nostro pensiero: sia per il controllo, sia per la regolamentazione di speciali settori della nazione, indispensabile è l'esigenza della morale cristiana.

L'intervento statale è necessario

Nota esplicitamente il Cripps che l'intervento dello Stato porterà alla mèta «a condizione che le azioni dello Stato siano imbevute di spirito cristiano». Non è, come accusano gli anticlericali, nel senso che lo Stato imponga una sua dottrina o un suo culto a chicchessia, ma è che lo Stato dev'essere imbevuto dei principii della dignità umana, della libertà, dei diritti della persona e degli organismi intermedi e di quelli della fraternità. E questi sono elementi vitali del Cristianesimo.
Bisogna vedere la società non come qualche cosa di statico da cristallizzare, ma di dinamico da rinnovare in modo che la distribuzione della ricchezza diventi più equa e più giusta, e le riforme siano fatte secondo le necessità del popolo. Forse questa convinzione fa dei progressi in Italia. Il modo con cui è stata discussa la riforma fondiaria mi pare che possa essere di buon auspicio. V' è stata una opposizione tecnica intelligente; la verità è che bisogna che gli egoismi personali e di categoria si pieghino là ove si tratta di applicare praticamente il Cristianesimo.
Non bisogna che questa generazione subisca ancora delle esasperazioni gravi per ricredersi poi. Il Cardinale Mermillod, uno dei pionieri del movimento sociale aveva inaugurato verso il 1868 un corso di conferenze sociali a Parigi, in Santa Clotilde, la prima delle quali suscitò un grande scandalo anche nei circoli cattolici conservatori, i quali accusarono l'allora Vescovo di Ginevra di socialismo. La seconda conferenza si potè tenere solo nel 1872. Di mezzo c'era stata la «Comune» coi suoi petrolieri. In questa seconda conferenza grande affluenza, grande successo, adesione generale. Ed un giornale di Parigi scriveva: «C'è una grande differenza fra un discorso prima ed uno dopo il petrolio».
Io dico ai nostri proprietari: non aspettate il petrolio! Aiutateci a fare quello che è ragionevole e quello che è necessario.
Ho bisogno di dire e di ricordare anche a quelli che seguono la tradizione liberale che un grande liberale di destra, Minghetti, in un suo volume nel 1878 scriveva: «Si prenda l'iniziativa di tutte le riforme senza spaventarsi di certe idee per non essere travolti dalla marea demagogica».

L'ispirazione cristiana dello Stato

Coloro i quali oggi hanno responsabilità politiche hanno il più difficile compito, quello di attuare quegli insegnamenti che oggi rievochiamo ed invochiamo perché sappiamo che devono essere anche parte del programma ma ricostruttivo dell'Italia.
Pio XI, nella Quadragesimo anno sulle orme del Predecessore ha cori ogni energia propugnato «una più equa ripartizione dei beni della terra», ha affermato che il regime economico moderno, pur non condannabile in sé, è deformato e gravato da moltissimi abusi: cioè il concentramento esagerato della potenza economica, ed ha ammesso che il diritto di proprietà può essere limitato e circoscritto dalle necessità della convivenza sociale, ma non può essere abolito nella sua espressione individuale.
Si sa che questi insegnamenti sono per noi un punto fermo che non possiamo oltrepassare, perché non possiamo rinunciare al senso della libertà della vita umana, libertà della persona e della proprietà. Quando si sa che siamo ispirati da tiri senso di giustizia verso tutti e non siamo mossi da lotta di classe o odio di classe, quando si sa che ci preoccupiamo della produzione e che dobbiamo rendere conto degli interessi della comunità, quando si sa che abbiamo tutte queste direttive innanzi alla mente, non ci si sbarri la via, ma ci si aiuti a procedere per il difficile sentiero della democrazia. Questa riuscirà solo a condizione che ci sia una solidarietà e Liti senso di fraternità, quale ci viene inculcato in queste Encicliche. Ho ragione di sperare che il mio ottimismo non sarà deluso.

Il Papa e la pace

E tuttavia proprio oggi il comunismo svolge una accanita azione contro il Vaticano, contro la Chiesa, accusandola di essere per il mondo del capitale e dei ricchi. Si accusa anche il Papato di essere per la guerra imperialista contro la pace proletaria e si accusa il Papato di essere per la guerra nonostante ]'esempio recente. Vi ricordate l'azione esortatrice e mediatrice del Pontificato? Ricordate l'azione di Croce Rossa svolta dalla Chiesa durante la guerra, quella aperta e quella clandestina? Le braccia dei Pontefice erano aperte a tutti di qualunque lingua, di qualunque religione. Ha aiutato tutti, ha cercato di salvar tutti, ma molti lo dimenticano. Si ripete l'accusa a proposito della petizione. lo ricordo gli appelli che il Papa ha rivolto, e sopratutto ho in mente quello commovente del 1941, quando tutti noi, di destra o di sinistra, eravamo imbavagliati: l'unica voce relativamente libera che si levava a parlare di pace e di sforzo verso la pace era quella dei Papa e uomini di tutti i partiti e di tutte le tendenze ascoltavano trepidanti e ammirati. Solo il livore e la passione faziosa possono affermare il contrario.
Ora vi voglio rileggere un meraviglioso brano di questa bellissima allocuzione pontificia del 1941, che riguarda particolarmente voi cittadini di Roma.
0 Roma, il sangue di Cristo è la tua vita! Per quel sangue tu sei grande ed illumini della tua grandezza anche i ruderi e le rovine della tua grandezza pagana e purifichi e consacri i codici della sapienza giuridica dei pretori e dei Cesari. Tu sei madre di una giustizia più alta e più umana, che onora te, d tuo seggio e chi ti ascolta. Tu sei faro di civiltà e la civile Europa e il mondo ti devono quanto di più sacro e dì più santo, quanto di più saggio e di più onesto esalta i popoli e fa bella la loro storia. Tu sei madre di carità: i tuoi fasti, i tuoi monumenti, i tuoi Ospizi, I tuoi monasteri e i tuoi conventi, i tuoi eroi e le tue eroine, i tuoi viaggi e le tue missioni, le tue età e i tuoi secoli con le loro scuole e le loro università testimoniano i trionfi della tua carità che tutto abbraccia, tutto soffre, tutto spera, tutto opera per farsi tutto a tutti, tutti confortare e sollevare, tutti sanare e chiamare alla libertà donata all'uomo da Cristo e tranquillizzare tutti in quella pace che affratella i popoli, e di tutti gli uomini Sotto qualunque cielo, qualunque lingua o costume, li distingua, fa una sola famiglia e del mondo una patria comune».
Romani, ecco la vostra città, ecco la vostra storia di fronte al mondo, A voi giovani in particolare chiedo di non arrestarvi a questo o a quel periodo della nostra storia, ma di attingere a tutta la nostra civiltà, come si è svolta nei secoli.
Noti è vero che serviamo ideali stranieri. Serviamo la civiltà nostra, ci moviamo nel solco della nostra storia.
Quando entrarono gli eserciti alleati diffondemmo in Roma un foglio, preparato nel periodo clandestino, in cui dicevamo agli americani e agli inglesi: voi entrate in una città che cori un milione di morti e di martiri ha salvato ai tempi della più lunga e feroce tirannia la libertà di coscienza.
La libertà che oggi celebriamo e invochiamo non è un dono venuto di lontano, è la rinascita e il risorgimento di ciò che fu il midollo della nostra Storia. Questo è spirito di pace, Se noi abbiamo aderito a un patto di sicurezza non è per servilismo, per ideali o interessi stranieri, ma è per apportare in questa alleanza di pace ciò che proviene dalla nostra civiltà, ciò che irradia dalla nostra civiltà.
Guardate alla sostanza delle cose. Non lasciatevi turbare da mosse secondarie, da manovre disgregratrici, marciate uniti sotto la bandiera dei 18 aprile e puntate al centro. La battaglia è qui e qui è la vittoria.

On. Alcide De Gasperi
Roma, 15 maggio 1949

(fonte: biblioteca Butini)


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