LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

 

L'ADESIONE DELL'ITALIA ALLA NATO: DISCORSO DI ALCIDE DE GASPERI AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 29 luglio 1949)

Il dibattito sul voto del disegno di legge di ratifica dell'adesione dell'Italia al Patto Atlantico si svolge alla Camera dei Deputati dal 14 al 20 luglio 1949, ed al Senato della Repubblica dal 26 al 29 luglio 1949. Il disegno di legge viene approvato da entrambi i rami del Parlamento.
Il Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, parla al Senato della Repubblica nell'ultimo giorno di dibattito.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. (Vivi applausi dal centro e da destra - Segni di vivissima attenzione). Sembrerebbe inutile continuare nella polemica contro le affermazioni qui fatte. Poiché vedo dai giornali però che si accentua ostinatamente l'accusa contro di me, che nel 1945 avrei offerto delle basi militari all'America, e questo si afferma in seguito ad una accusa formulata dall'ex ambasciatore onorevole Reale, non posso lasciar passare l'occasione, sia pur rifacendomi ad una generica smentita data ormai dal ministro degli esteri, senza ricordare che qui è intervenuto, nella memoria dell'onorevole Reale, un grosso anacronistico errore.
Nel 1945, il 22 agosto, io scrissi, prima di recarmi a Londra dove ero stato invitato, una lettera al ministro degli esteri degli Stati Uniti per preparare il terreno. La questione di cui si parlava allora era quella delle basi e delle aree cosiddette strategiche da mettere a disposizione dell'O.N.U., o di quel presunto e sperato esercito internazionale che doveva sorvegliare le vie principali di comunicazione. Quando io scrissi questa lettera non si parlava affatto di basi per un blocco o per un altro, perché due blocchi non esistevano, esisteva ancora lo schieramento del tempo di guerra, come continuava in Italia lo schieramento del comitato di liberazione, e l'onorevole Reale era il mio sottosegretario, ed in quel momento, quattordici giorni prima, avendo scambiato il suo posto di sottosegretario con altro mandato di fiducia, era andato come ambasciatore in Polonia. Nel testo di questa lettera si parla prima della Tripolitania, si suppone che non ci siano difficoltà per la Tripolitania per affidarne il mandato all'Italia, ma già allora era spuntata la questione della Cirenaica e si facevano già questioni generali; si diceva: la Cirenaica è un paese che si trova poco distante del canale di Suez, è un posto importante e non bisogna lasciarlo a piccoli Stati in conflitto. Bisogna ricordare ancora la psicosi di guerra contro l'Italia, e l'abbiamo provata noi per la prima volta quando andammo a Londra, nel modo con cui hanno trattato, nella difficoltà con cui le accuse degli avversari, specialmente degli iugoslavi, venivano accolte anche dai rappresentanti di tutti gli Stati occidentali. Bisogna ricordare questa situazione e bisogna ricordare che si parlava di aree strategiche, di basi militari sempre con carattere internazionale. Allora a proposito della Cirenaica e per salvare la parte coltivata della Cirenaica colonicamente di valore scrivevo così: «Garanzie strategiche sarebbero richieste in Cirenaica al fine di dare piena sicurezza ai paesi confinanti: noi riteniamo che tale sicurezza potrebbe ottenersi mediante la costituzione di aree strategiche», questo è il termine ufficiale che si trova nello statuto di San Francisco, non è che l'abbia inventato io: è un articolo speciale dello statuto ed è a questo che ci riferivamo. «Noi riteniamo - scrivevo dunque - che tale sicurezza potrebbe ottenersi mediante la costituzione di aree strategiche e di basi aeree e militari nel settore di Tobruch e nella Marmarica senza privare l'Italia della sovranità dell'altopiano cirenaico, che essa già in parte ha trasformato in territorio adatto per la sua emigrazione agricola». Era una tesi che si accennava per la prima volta. Mi si dirà perché si mandava questa lettera e si esponeva questa tesi, questa rivendicazione al ministro degli esteri degli Stati Uniti. Precisamente perché sembrava che il ministro degli esteri degli Stati Uniti, essendo più lontano da questi problemi, potesse essere più accessibile ad un criterio di imparzialità verso l'Italia, cosa del resto che abbiamo sperimentata poi in tutto lo sviluppo della questione generale del trattato, come nella questione particolare delle colonie. Verrei quindi, anche dopo il commento trionfale fatto da l'Unità, che si prendesse atto di questa rettifica. Mi pare necessario che io la faccia, non perché importi molto quel che si dice da una parte o dall'altra, ma perché importa molto che si sappia dal popolo italiano che mai in nessun momento, già dal 1945, noi abbiamo commesso un tale errore di provvedere a misure di guerra a favore di un blocco contro la Russia, o comunque di un blocco particolare, impegnandoci così già fin d'allora ad una certa posizione militare.
Si è fatta poi un'altra citazione: che più tardi, nel 1949, io ho ripetuto in una intervista al New York Times questo generale pensiero. Non lo nego certo. Da quando siamo entrati nel patto atlantico è evidente che il problema delle difese militari è diventato un problema soprattutto di convivenza entro il patto atlantico. Ma non si tratta mai, anche in questo caso, di basi da ottenersi e da chiedersi, di occupazioni da permettersi durante la pace, si tratta di misure eventuali per il deprecato caso di guerra o di una necessità di intervento. Questo va detto con tutta chiarezza, affinché all'estero - e qui capite che io penso alla Russia - non si creda che una simile accusa sia passata senza rettifica da parte mia. (Applausi dal centro e da destra).
L'onorevole Lucifero, a proposito dell'atteggiamento dell'ex ambasciatore in Polonia, accennando alle caratteristiche significative di un certo atteggiamento generale del partito comunista, mi ha accusato (non ha fatto nomi ma evidentemente si riferiva a me) della cooperazione e collaborazione con i comunisti durante il periodo dal 1945 al 1947. Prendo sopra di me questa colpa. È stata una necessità assoluta che i comitati di liberazione creassero un Governo, è stata una necessità assoluta che questo Governo si sviluppasse e vivesse finché ci fosse una manifestazione democratica ed elettiva che determinasse lo schieramento parlamentare e quindi la creazione di un nuovo Governo. Quello era un periodo di transizione. Ma aggiungo di più, per un lungo periodo ho sperato ed ho dimostrato di avere la massima fiducia e di non fare distinzione fra comunisti e non comunisti, tanto è vero che quando si è trattato, nel momento più critico del maggio del 1947, delle trattative per la pace, abbiamo convocato a Parigi non soltanto tutta la delegazione, composta allora dal Presidente Bonomi, dal Presidente della Costituente Saragat, quindi composta senza distinzione di partito, ma abbiamo anche convocato i sei ambasciatori principali che potevano avere rapporti con l'uno o con l'altro Stato, e fra questi sei vi erano anche gli ambasciatori che avevano contatti con i paesi slavi come, per esempio, l'onorevole Reale per la Polonia. Abbiamo lavorato assieme, abbiamo creduto di poter lavorare assieme: non avrei mai pensato che già da quel periodo, anzi prima di quel periodo, potesse nascere dalla nostra cooperazione quella accusa vicendevole che qui si è ripetuta dall'ambasciatore diventato senatore. L'onorevole Reale, naturalmente, ha il pieno diritto di agire in tal modo, ma io ho il diritto di sorprendermi alquanto, non, ripeto, per la posizione e la responsabilità che ha assunto riguardo al patto atlantico: Io comprendo benissimo, questo è pienamente il suo dovere. Ma mi meraviglia che si agisca come se non ci fosse stata una corresponsabilità in Governi passati e non avessimo lavorato, e a lungo lavorato, assieme. (Vivi applausi dal centro).
E mi meraviglio che, perché oggi ci troviamo disgraziatamente su diversa strada, in conseguenza di certi atteggiamenti nazionali e internazionali, si voglia così quasi rinnegare o denigrare l'attività compiuta in un momento in cui ancora esisteva l'unione dei Quattro Grandi, e, con ciò stesso, quasi per conseguenza, l'unione dei partiti interni anche in Italia.

SCOCCIMARRO. Ma non in politica estera.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. La politica estera era comune perché di essa si è assunta sempre la responsabilità nel Consiglio dei ministri, onorevole Scoccimarro; se vuole, le porto i verbali. La politica estera è stata comune fino al giorno in cui l'onorevole Togliatti per conto suo si è recato a Belgrado.
Comunque, detto questo, devo aggiungere che forse è doveroso in questo momento da parte mia che rappresento tutto il Governo, più che da parte del ministro degli esteri, e che non posso essere accusato di avere risentimenti di carattere personale per gli ultimi avvenimenti, è doveroso che davanti al Senato italiano esprima una grande amarezza per la scarsa comprensione che in certi campi, e, in modo particolare, in certi organismi inglesi, si è dimostrata di fronte ai postulati ed alle modeste rivendicazioni italiane. (Vivissimi applausi dal centro).
Io non so, egregi senatori, se il ministro degli esteri approva queste mie dichiarazioni, o se le trova non opportune in questo momento.

SFORZA, Ministro degli affari esteri. Sono le stesse parole che ho detto a Bevin.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Allora, posso ben permettermi di ripeterle anche qui in Senato. Bisogna pure che diciamo la verità.
Abbiamo fatto e facciamo un grande sforzo per la solidarietà europea e mondiale. Lo abbiamo fatto perché è nostro interesse ed è interesse comune per la salvezza di tutti: non abbiamo fatto un contratto, non abbiamo tentato di farlo, e non è giusto che ci si rimproveri di ciò. Il patto atlantico è tale cosa che non può venire in nessuna maniera negoziato, né essere opera di compensi. O è giusto ed il rischio va corso; o, viceversa, si ritiene troppo il rischio di fronte al problema tra pace e guerra ed allora il rischio non va corso. Noi abbiamo ragionato secondo una visione generale di interessi. Questo l'ho spiegato un'altra volta proprio al Senato. Alla fine siamo arrivati a questa conclusione con una concessione: che si tratta di uno stato di necessità fuori del quale non c'è altra via di salvezza per l'Italia. Questa è la condizione generale. Coloro che hanno altre ragioni da aggiungere possono più facilmente arrivare alla conclusione favorevole ma quella da me indicata è di tale forza che tutti coloro che devono essere politici pratici devono piegarsi. L'onorevole Orlando ha da salvare il suo atteggiamento nei confronti del trattato. Però se dovessi assumere lo stesso atteggiamento della responsabilità io davvero non vedrei via di uscita per questo popolo italiano che da tre anni, mentre voi andate dicendo che precipita sempre più in basso, nella dignità e nella vergogna, da tre anni sale, ascende economicamente e politicamente. (Vivissimi applausi da destra, dal centro-destra e del centro -sinistra).
Mi si è opposto: perché ad un certo momento è stato detto proprio dal Presidente De Gasperi «essere bene inteso che il trattato resta»? Perché in un momento di grande tensione quando si dipingeva innanzi alla fantasia trepida degli italiani il pericolo di guerra, era necessario che noi dicessimo chiaro che questo era un patto difensivo che non voleva violare in nessuna maniera il trattato, sia pure iniquo, cui ci eravamo assoggettati. Questa è stata regola di onestà che non potevamo assolutamente evitare. Non mi addentro nella questione dei rapporti tra trattato e patto atlantico. Se gli onorevoli senatori avranno la bontà di leggere e meditare la risposta che il ministro degli esteri ha inviato alla diplomazia russa, troverà che in essa esistono connessioni fra trattato e patto atlantico, che nella logica loro possono avere ulteriori sviluppi.
Vorrei poi chiedere scusa di un malinteso in cui sono incorso durante il discorso dell'onorevole Orlando quando si parlava di patto. Io male intesi che si parlasse di trattato e per questo la mia interruzione: «siamo stati citati», quale è la formula usata dagli alleati innanzi alla Conferenza di Parigi.
Riguardo al trattato stesso, non ritorniamo indietro sulle antiche cose. Però dal momento che si è fatto cenno all'ordine del giorno che allora si è votato, siccome l'ordine del giorno è stato presentato da persone molto autorevoli, non vorrei che rimanesse nella storia e nella cronaca parlamentare l'impressione che si trattasse di un ordine del giorno di acquiescenza.
Vorrei ricordare che l'ordine del giorno Ruini, Nitti ed altri diceva:
«L'Assemblea Costituente esprime il dolore e la protesta dell'Italia perché non è questa la pace che ha meritato».
«Le condizioni che le sono imposte dal trattato sono in contraddizione, non solo con le solenni affermazioni dei vincitori, ma con i principi della giustizia internazionale, e durissime per un popolo che ha dato inestimabile contributo alla civiltà del mondo e dovrà, passata l'ora della sua oppressione, contribuire ancora alla nuova civiltà per la sua vitalità sempre rinascente nei secoli. Né il trattato tiene adeguato conto che il popolo italiano è insorto contro il regime fascista, responsabile, insieme alle forze che dall'estero lo hanno sostenuto, della guerra funesta ed ha combattuto a fianco delle Potenze Unite contro la Germania per la vittoria delle democrazie. Riconosce che, nonostante tutto, l'Italia dovrà per lo stato di necessità in cui viene messa ratificare il trattato; e lo farà quando si verificheranno le condizioni obiettive di fronte alle quali è costretta a tale ratifica. L'Italia rivendica ad un tempo il suo incancellabile diritto alla revisione delle condizioni di pace.
«Ciò premesso l'Assemblea Costituente passa all'esame dell'articolo unico del disegno di legge».
Questo è il testo dell'ordine del giorno che mi pare corrisponda senza dubbio all'atteggiamento dignitoso del popolo italiano. Io non comprendo, anche se si può vedere la situazione da un punto di vista diverso, come ci si debba ostinare ad affermare che c'è stato da parte nostra, in un momento storico così importante, un atteggiamento non consono alla dignità ed all'interesse del popolo italiano. Almeno, così votando, abbiamo creduto di rispettare questa dignità per gli interessi del popolo. Possiamo avere errato, ma non è lecito elevare dubbi sopra questa nostra intenzione, sopra il senso di dignità e di fierezza che ci ha guidati. Debbo aggiungere anche che forse non è bene chiamare Iddio testimone perché trovi il vendicatore della nostra situazione. (Approvazioni dal centro), Non perché le intenzioni dell'onorevole Orlando non siano alte, nobili e pacifiche, ma non vorrei che al di fuori si potesse dubitare che si covi qui uno spirito di revanche (Approvazioni dal centro) e che si prepari una crisi psicologica che ci possa portare lontani. Vorrei che si sapesse che accanto alla dignità con cui difendiamo i nostri interessi e alla energia con cui rivendichiamo i nostri diritti nella questione di Trieste e delle colonie, accanto a questo spirito noi perseguiamo in piena dignità la cooperazione internazionale.
È stato accusato il mio collega ministro degli esteri di essere troppo utopista e di avere esagerato nelle speranze; io dico francamente che talvolta è parso anche a me troppo giovanile nelle speranze, ma io lo preferisco come uno che guarda l'avvenire e crea una vita per la gioventù, piuttosto che egli ci dia, per la esperienza stessa della sua vita, un senso di debolezza in confronto alle speranze dell'avvenire. Amo piuttosto che invocare la vendetta, invocare la forza morale di un popolo che tenacemente risale e si riconquista la sua posizione e, attraverso il patto atlantico, se avete ben capito lo spirito della Nota, ricomincia anche ad applicarsi l'ascia della giustizia sulla mala pianta del trattato. Noi non verremo mai meno a nessuna norma giuridica ed il ministro Sforza ha detto con quanto dolore ha applicato la norma riguardante la cessione delle navi; non verremo meno a nessuna norma giuridica che ci impegna nel trattato. Ma mai, e l'abbiamo detto già anche votando e firmando la prima volta il trattato, rinunceremo al diritto dell'Italia, di essere un popolo libero e di potere in libertà, nella sua democrazia repubblicana, collaborare per la pace nel mondo e per lo sviluppo e il progresso sociale dei lavoratori. (I senatori del centro e della destra si levano in piedi ed applaudono a lungo).

On. Alcide De Gasperi
Senato della Repubblica
Roma, 29 luglio 1949

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di venerdì 29 luglio 1949)


torna indietro home page stampa la pagina Portale della Democrazia Cristiana - un progetto ideato dall'Istituto "Renato Branzi" di Firenze
hogan interactive, hogan stivali scarpe, hogan scarpe 2015, hogan scarpe italia, hogan scarpe outlet, hogan scarpe 2014