LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VI GOVERNO DE GASPERI: REPLICA DI ALCIDE DE GASPERI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 14 febbraio 1950)

Il 27 gennaio 1950 Alcide De Gasperi forma il suo VI governo, una coalizione centrista tra DC, PSLI e PRI. Le tensioni politiche in Parlamento e nel Paese sono molto forti, l'opposizione comunista e socialista è virulenta contro la DC e contro De Gasperi.
Il 14 febbraio 1950 il Presidente del Consiglio svolge la sua replica a conclusione del dibattito alla Camera dei Deputati sulla fiducia al VI governo De Gasperi.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevoli colleghi, all'inizio del dibattito ho riferito le mie conclusioni sulla soluzione della crisi, ma durante il dibattito sono state poste molte domande, formulate varie critiche, sollevati molti dubbi, circa il corso di essa; e allora converrà che dica qualche cosa sul suo sviluppo e sugli avvenimenti che l'hanno accompagnata.
Prima della crisi, era di voga la richiesta di un programma preciso e concreto di opere pubbliche e di investimenti produttivi quanto più organico fosse possibile. Il 3 gennaio 1950, facendo al Consiglio dei ministri la relazione consuntiva su quanto il passato Gabinetto aveva fatto, avevo colto l'occasione di dar rilievo ad alcuni elementi costitutivi di un nuovo programma, di un programma continuativo che tenesse particolarmente conto delle opere pubbliche e degli investimenti.
Avevo accennato allora ai progetti che il Governo aveva preparato, progetti che dovevano essere elementi costitutivi di un programma di pubblici lavori; avevo accennato, soprattutto, alle conclusioni a cui era arrivata la commissione interministeriale per la riforma fondiaria e a un certo punto avevo anche fatto cenno ai criteri e ai metodi a cui il Governo si era ispirato in materia di amministrazione e di legislazione; metodi che traevano significato dalla esperienza della collaborazione. Era evidente che con ciò stesso, esaltando e dando rilievo a questo metodo di elaborazione, avevo indicato delle linee programmatiche che, nel caso a me fosse spettato il reincarico, intendevo seguire e porre come direttiva per il futuro Gabinetto.
Qualcuno ha sollevato in proposito delle critiche e ha detto: perché ad un Governo i cui componenti sono dimissionari un presidente, dimissionario, deve tracciare un programma? A me è parso invece che fosse un contributo di carattere democratico, indicare quale sarebbe stato il programma, quale la linea direttiva, quali le idee di colui che sarebbe stato eventualmente designato a costituire il nuovo Gabinetto. In altri termini, ciò significava anticipare il programma e sottometterlo alla discussione pubblica, soprattutto renderlo noto a coloro che sarebbero stati consultati dal Presidente della Repubblica per la designazione del futuro incaricato.
Si sollevò allora nella stampa e nei circoli politici l'accusa che un certo sistema dovesse continuare, cioè il sistema dell'intruglio, del pasticcio, della confusione, della speculazione, di una tattica - la mia - che sarebbe stata demolitrice dei partiti minori: in genere, si disse che fosse il mio scopo, e continuasse ad esserlo, quello di frantumare i socialisti e i partiti che avrebbero potuto collaborare con me.
Mi si disse allora (si ripeté anche nei giornali) che era mio proposito agitare il fantasma comunista per costringere gli altri partiti a seguire la democrazia cristiana come un male minore e per impedire con ciò la dialettica costituzionale.
Queste frasi, voi lo ricordate, erano frequenti in molti giornali, anche della stampa indipendente, in tutti coloro che avevano preoccupazioni di partito cui dar fondamento e rivolgevano contro di me l'accusa di questa tattica trasformista. Si diceva che questa tattica era attuata per cercare di indebolire i partiti collaboratori per dare maggiore rilievo alla democrazia cristiana. Queste accuse sono state ripetute anche qui e vi accenno perché sono stati parecchi gli oratori; ricordo, fra gli altri, gli onorevoli Lombardi, Donati e Zagari, che me le hanno lanciate. Quasi che io chiedessi agli altri partiti qualcosa di diverso da ciò che chiedevo al mio, quasi cioè che non chiedessi anche al mio partito sacrifici ponendogli limiti per il mantenimento della coalizione; quasi che questi sacrifici e questi limiti io li chiedessi ai partiti minori; e quasi io fossi un uomo del passato senza un programma proprio, con un partito senza spirito di battaglia, senza fede; e, invece, io rappresentavo una tendenza combattiva del mio partito, rappresentavo una tendenza sindacale del mio partito, rappresentavo il passato come segretario politico del partito popolare; ero, senza dubbio, un uomo di una certa linea, di una certa fede, di un certo partito, se volete dire così: cioè, un uomo anche io di parte.
Ma, se io avevo diritto di avere le stesse speranze degli altri nell'avvenire mio e del mio partito, così dovevo particolarmente concedere lo stesso diritto alle stesse speranze ai partiti governativi, ai partiti minori che avessero preso parte al Governo.
Qualcuno aveva sollevato il dubbio, a proposito della formazione del Governo: ma c'è pericolo di un rivolgimento totale in Italia?
In qualche zona, l'opinione pubblica straniera, che si occupava e si preoccupava della situazione italiana, in Francia, per esempio, tra i nostri amici che collaboravano con i socialisti si discuteva e si diceva: «qui da noi, senza dubbio, è una necessità la collaborazione dei socialisti coi cattolici e con i democratici cristiani, ma in Italia c'è la democrazia cristiana che pensa alla funzione di baluardo; e noi possiamo quindi più liberamente consigliarla di pensare al partito».
In realtà, noi pensavamo e pensiamo a difendere determinate situazioni; altri potevano pensare alle proprie condizioni economiche o alla situazione della propria categoria: chi all'avvenire della propria concentrazione, chi alle fabbriche, chi a prepararsi un alibi di fronte ad eventuali rivolgimenti. Ma doveva pur esservi qualcuno che si preoccupasse di impedire la disintegrazione del paese, di mantenere il popolo italiano amante della libertà, ma contro ogni spirito di rivolta, di concentrare gli sforzi, di difendere la democrazia contro i pericoli di destra e di sinistra, di sollevare il prestigio della nazione in politica estera, di dare pane e lavoro. A tutto questo dovevano pensare coloro che attraverso l'onorevole De Gasperi avrebbero assunto la responsabilità del Governo.
Dinanzi a tante obiezioni, a tante accuse, ho avuto un momento di esitazione. Perché non mi sarei comportato anch'io come, secondo l'antica vantata abilità dei nostri maggiori, si erano comportati molti uomini politici per tanti anni? Perché non rinunziare per il momento e riservarmi? Era così attraente il riposo, dopo tante fatiche! Così naturale il desiderio di misurare la propria insufficienza, la capacità dei successori! Ed in fondo, forse istintivo, v'era anche un dubbio se forze più giovani e più dinamiche non trovassero forse il modo di una tregua con l'estrema. In questo momento di dubbio, come al solito, nella mia vita degli ultimi anni, il lume mi venne dall'onorevole Togliatti. Lessi la risoluzione del partito comunista del 14 gennaio; diceva:
«1) La crisi non esce dal Parlamento, ma dai conflitti sociali del paese; un Governo che superi la presente scissione del paese non può essere che un Governo a cui partecipino i social-comunisti. Ad ogni modo i comunisti chiedono come minimo indispensabile per un miglioramento della situazione presente che la direzione del nuovo Governo non sia data all'onorevole De Gasperi, responsabile di aver rotto l'unità della nazione, quale si era costituita nella guerra contro il fascismo (voi sentite il tono di questo inciso, che ha tutta l'apparenza di essere stato scritto da un procuratore di repubblica popolare) (Ilarità al centro e a destra), di aver seminato nel paese odio e discordia».

Una voce all'estrema sinistra. È vero!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. «I lavoratori non possono dimenticare che il 10 gennaio, un giorno dopo l'eccidio di Modena, mentre ancora erano aperte le bare ed insepolte le salme dei sei cittadini trucidati per la difesa degli interessi di un industriale fascista, l'onorevole De Gasperi, uomo di fiducia delle alte gerarchie della Chiesa cattolica e del Vaticano, banchettava a Roma con un gruppo di grandi industriali monopolistici. Una condotta simile, segno di veramente singolare sensibilità cristiana ed umana, urta contro il costume stesso degli italiani».

Una voce all'estrema sinistra. Giusto!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. «2) Che dalla direzione politica interna venga escluso l'onorevole Scelba, responsabile primo degli eccidi che hanno insanguinato il paese;
«3) Che vengano respinti gli impegni politici e militari del patto atlantico, i quali trascinano l'Italia in una guerra micidiale per gli interessi di potenze straniere».
Queste accuse erano state ripetute molte altre volte, né erano valse difesa o confutazione. Anzitutto mi si rivolgeva l'accusa di essere «responsabile di aver rotto l'unità della nazione»: quale processo da imbastire, se io fossi stato ministro di una repubblica popolare in cui Togliatti avesse preso le redini del comando! «Responsabile di aver rotto l'unità della nazione»: perché dopo tre anni di Governo del comitato di liberazione nazionale mi parve giunta l'ora di preparare il ritorno all'alternativa delle maggioranze e delle minoranze, così come vuole la democrazia; maggioranza che deve costituirsi su una piattaforma comune, minoranza che può liberamente controllare.
Poi vi era l'accenno al buon costume nazionale! Questa miserabile storia di un presunto banchetto, su cui si è insistito con vignette ed ingiurie sulla stampa e che fa vergogna non a me, ma a chi le ha fatte e pubblicate, quasi che io avessi assistito in quel giorno ad un banchetto di Trimalcione: voi ricordate bene che si trattava di una relazione fatta dall'onorevole Sforza intorno a trattative sul IV punto di Truman per gli investimenti per le zone depresse, e che, poiché tutti, l'onorevole Sforza e gli altri ministri, erano occupatissimi, non si era trovato altro tempo che quello della colazione per sentirla. Non vi era altro tempo in quel giorno in cui tanto ci assorbivano altre preoccupazioni. Si chiedeva poi, nel documento, l'esclusione dell'onorevole Scelba. Ho troppa esperienza, onorevole Togliatti, del metodo totalitario! L'ho fatta a spese mie. Ricordo che nel 1923 il fascismo riuscì ad escludere don Sturzo dicendo che se quel prete se ne fosse andato, la pace sarebbe stata possibile col partito liberale, la tregua sarebbe stata naturale, spontanea. E molti l'hanno creduto, l'hanno creduto specialmente coloro che hanno influito su di lui perché se ne andasse. E poi toccò a me assumere la croce, e una campagna violenta per quattro o cinque mesi si scatenò su di me perché segretario del partito di maggioranza. Conosciamo questi sistemi. Non si tratta delle persone, non si tratta dell'uno o dell'altro, non si tratta di un successore, d'una vicenda personale: si tratta della politica generale interna ed estera.
Ed è allora che è risultato chiaro, chiaro dico, dalla comprensione del testo di questa dichiarazione che il problema era più vasto e che era al di là e al di fuori delle nostre persone. E allora ho sentito il supremo dovere morale di non disertare e di fare di tutto per raccogliere le forze, per consolidare una politica di democrazia e risolvere la crisi cercando la pacificazione, ma salvando l'autorità dello Stato come presidio dei diritti dei cittadini. (Applausi al centro e a destra).
Concentrai allora le trattative su un programma di lavoro. Lessi (forse era la prima volta: non ricordo sia avvenuto in questa forma così precisa con altri partiti, in altre soluzioni di crisi) lessi, per la prima volta, un programma ai partiti: programma che era, sì, costituito da alcuni elementi preparati dal passato Governo, ma che era anche, ormai, una elaborazione dei singoli partiti, anche dei partiti minori, con rettifiche e integrazioni che erano state proposte durante dibattiti, scambio di documenti e di lettere, in cui gli onorevoli Tremelloni, Battara, Lombardo e Fanfani avevano avuto la loro parte. Programma concreto, preciso, che doveva essere un impegno formidabile di investimenti.
Dissi, durante la crisi, che avrei convocato le organizzazioni sindacali per discutere di questo programma; e aggiunsi, alla Camera: «confido che anche le organizzazioni sindacali e di categoria vorranno accordare il loro appoggio all'opera del Parlamento e del Governo, sia direttamente, sia in seno al nuovo Consiglio dell'economia e del lavoro».
Questo programma di lavori, in cui era innestata la ridistribuzione delle terre, era il porro unum est necessarium. Ogni altra cosa, o per i modi o per i tempi, poteva apparire, in confronto ad esso, secondaria.
Lo svolgimento della crisi subì delle soste su alcuni punti: sistema elettorale, istituzione delle regioni, leggi sindacali. Il partito di maggioranza ha fatto grandi concessioni sugli stessi disegni di legge deliberati dal Consiglio dei ministri, e deliberati dopo aver consultato i partiti al Governo.
Voi avete sentito, dalle parole dell'onorevole Corbino, le ragioni per cui il partito liberale non ha voluto, o non ha potuto, partecipare alla attuale combinazione governativa.
Do atto all'onorevole Corbino che la dichiarazione è stata fatta in termini di estrema moderazione e con uno sforzo notevole di obiettività. Uomini che hanno il senso della tradizione costituzionale e spirito patriottico non potevano prendere diverso atteggiamento nella questione della premessa istituzionale che fu dibattuta, e nella questione della Somalia. E non trovo urgenza di polemizzare con l'onorevole Corbino circa i miliardi: perché se ci insegna a trovarli, questa sarà la più aurea opposizione ricostruttiva che si possa desiderare. E a conferma della mia tesi, ciò che importa, è la collaborazione nel Parlamento: trasferire, cioè, il servizio dell'esecutivo all'organo deliberante e viceversa.
Strano, però, il manifesto del partito liberale: diverso il tono, diverso il contenuto!
Vi è una prima stizzosa affermazione: «La vita politica del nostro paese, non può, non deve ridursi all'alternativa: democrazia o comunismo»...

COCCO ORTU. Democrazia cristiana!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. ...quasi che la avessimo creata noi, quasi che questa alternativa fosse artificiale, quasi che non risultasse per ragioni di forze e per ragioni oggettive.
«Il partito liberale non ha voluto partecipare all'attuale Governo perché convinto di riacquistare la propria autonomia». Nulla da obiettare; benché io debba rivendicare la opinione sempre sostenuta che, per quanto riguardava l'organizzazione interna, il movimento, lo spostamento verso l'una o l'altra delle situazioni topografiche della Camera o del paese, il partito liberale, con il presidio della rappresentanza proporzionale, era libero come tutti gli altri partiti che facevano parte del Governo, a parte, naturalmente, gli impegni derivanti dalla comune responsabilità delle decisioni prese in seno al Consiglio dei ministri o da disposizioni di legge.
Soltanto mi pare, secondo questa strana posizione della questione, secondo l'attuale polemica dei partiti, che il gioco politico sia quasi inteso come un torneo di cavalieri, in cui si tratti di scegliere i propri avversari a seconda della loro bravura od eleganza nel maneggiare il fioretto. Senza dubbio, forse, preferirei in tal caso il fioretto elegante di qualche liberale piuttosto che la sciabola fuori ordinanza dell'onorevole Di Vittorio (Si ride al centro - Commenti all'estrema sinistra); ma non si tratta qui di scherma, non si tratta qui di tornei, si tratta di difendere lo Stato costituzionale; e voi mi aiuterete facendo la costituzionale opposizione?
O forse vorreste essere più radicali nelle riforme, più arditi nella distribuzione delle terre, più incisivi nel combattere i monopoli? Non vi facciamo il torto, io non vi faccio il torto di chiudere la vostra evoluzione con la breccia di porta Pia e nemmeno con Vittorio Veneto, a cui accennate nella conclusione del vostro manifesto.
Già Salandra nell'altra guerra nutriva la speranza che il partito liberale si sarebbe aggiornato e ringiovanito; e in ogni modo gli scritti degli ultimi tempi - cito soltanto La terza via di Röpke - affermano che è ridicolo pensare che nel novecento si debba essere soltanto e unicamente pedissequi imitatori dell'ottocento. Vi sono senza dubbio nella formazione e nella tradizione del partito liberale gli aggiornamenti che tutti i partiti, compreso il mio, hanno fatto. Tutti abbiamo imparato dalla storia, tutti abbiamo il dovere e il diritto di imparare dalla storia, di aggiornarci, di svolgere e sviluppare il pensiero guida del nostro cammino, ed abbiamo il diritto di svolgerlo per aggiornarlo.
E tutti i partiti, tutti i partiti dello schieramento del 18 aprile hanno avuto la stessa libertà, anche nel periodo in cui siamo stati insieme al Governo.
È ridicolo polemizzare col liberalismo come si faceva cinquant'anni fa, perché evidentemente l'alternativa semplice, rude, che allora esisteva del collettivismo da una parte e del capitalismo dall'altra è stata superata perché esisteva un'economia programmatica di interventi che Röpke chiama conformi a differenza di quelli sconformi.
Ad ogni modo esistono soluzioni intermedie e quindi noi aspetteremo con tranquillità l'evoluzione imposta dai fatti, e nelle discussioni valorizzeremo e valuteremo le tesi che vengono poste non per l'origine donde vengono o per l'idea fondamentale che le ispira, ma soprattutto per la praticità e l'equità che esse dimostreranno dinanzi ai singoli fatti e ai singoli problemi. (Commenti all'estrema sinistra).
Un altro partito che si è occupato di questa famosa alternativa è stato il partito socialista unitario.
Mi riferisco a Lotta socialista dell'11 febbraio. Anche da questa parte viene lanciata l'accusa che la democrazia cristiana, e quindi evidentemente io stesso, ha avuto un piano infernale di adulterazione e quindi di distruzione della democrazia mercé il soffocamento di qualsiasi alternativa democratica nel Governo, con conseguente dispersione ed evirazione del movimento socialista cui si vorrebbe togliere, abbracciandolo, ogni autonomia e specifico carattere.
Si dice, poi, che il partito socialista unitario, nonostante l'atteggiamento del Governo, assume, sorgendo, la responsabilità e l'onore di aprire un'opposizione democratica volta a ridare alla democrazia la fiducia di poter funzionare, salvandola cioè dalla rovina cui la spingono gli opposti totalitarismi. E a questo scopo esso assume idealmente la rappresentanza politica integrale del proletariato, non potendo ammettere - come partito di classe - di dividere la rappresentanza con patti di unità d'azione o con fusioni né col partito cattolico né col partito comunista.
Questi pensieri hanno ispirato gli interventi dell'onorevole Zagari e, in parte, dell'onorevole Mondolfo.
L'onorevole Zagari ha detto: «Il Governo ha sentito soltanto l'istanza di ordine e di conservazione. Si è chiuso in un immobilismo politico, economico e sociale per paura del nuovo. De Gasperi ha svuotato il contenuto dei partiti che stanno a sinistra del suo!». Questi partiti hanno delle idee giuste: non vorreste che io le abbracciassi? Se essi hanno postulati che si possono dire corrispondenti ed adeguati al momento, non vorreste che io li facessi miei? Che uomo sarei - dissi - se mi fermassi dinanzi alle frontiere di ogni partito e rifiutassi dei consigli o delle proposte, semplicemente per l'origine da cui provengono?
Con un riferimento all'onorevole Fanfani, l'onorevole Zagari dice: «La crisi proiettata all'esterno si è in realtà prodotta all'interno del partito democristiano». Non si illuda l'onorevole Zagari, io sono vecchio e posso permettermi di dare dei consigli a lui, che fortunatamente è giovane. Non s'illuda, nonostante i sussurri dei giornali cosiddetti fiancheggiatori; noi siamo abbastanza accorti e sensibili per assorbire ogni esigenza di giustizia sociale e di dinamismo amministrativo che emanino dalla realtà, ed è proprio per questo che abbiamo collaborato insieme con gli onorevoli Fanfani e La Pira, accompagnando la loro opera con ammirazione e convinzione, e immutata rimane la direttiva di avvicendare gli entusiasmi giovanili con l'esperienza degli anziani. (Vivi applausi al centro).
Il mutare degli uomini democristiani non dipende da flessioni programmatiche, e forse, sarebbe certo meno frequente, se avesse connessione logica con l'essenza delle cose e non talvolta con circostanze esteriori ed accidentali, che turbano spesso la soluzione delle crisi; smetta, l'onorevole preopinante, per confortarsi dei propri guai interni, di speculare su nostre divisioni topografiche; i democristiani sentono che la stabilità del Governo e della democrazia dipendono in gran parte dalla dinamica equilibrata della democrazia cristiana, sentono tutti, pur nella libertà dell'opinione, la responsabilità dinanzi agli elettori ed al paese, di non diminuirla e di non metterla in pericolo! (Vivi applausi al centro e a destra).
Strano è che l'onorevole Mondolfo - cui porgo i miei ringraziamenti per le espressioni deferenti da lui usate verso la mia persona - addossi a me la responsabilità dei suoi guai secessionistici, mi accusi di fare il tentativo di giungere ad un sostanziale sbriciolamento dei partiti. È questa una bella fissazione! Creda, onorevole Mondolfo, se potessimo con il nostro esempio di compattezza (e sempre non possiamo dare questo esempio, ma, talvolta, nei momenti decisivi lo diamo) se noi potessimo con il nostro esempio di compattezza influire sulla compattezza del partito socialista, ne saremmo lieti, perché riconosciamo la base, riconosciamo la giustificazione dell'unità socialista. Auguriamoci, abbiamo il diritto di farlo come italiani, che questa unità si formi su basi realistiche non su basi demagogiche, su basi le quali costituiscano princìpi reali per la collaborazione, non dico per la collaborazione con tutti i Governi, ma che non si torni indietro all'epoca in cui ogni collaborazione era interdetta. «Ciò - dice l'onorevole Mondolfo, - impedisce il retto funzionamento della norma costituzionale», e mi ha citato l'esempio dell'Inghilterra.
Onorevole Mondolfo, mi avrà scusato se l'ho interrotto subito, vi è di mezzo una piccola contraddizione, anzi vi sono due contraddizioni: la prima è che in Inghilterra i deputati vengono eletti con maggioranza relativa, e quando un partito raggiunge la maggioranza relativa può andare al Governo: la seconda è che in Italia si è adottato il sistema proporzionale, che porta naturalmente a degli effetti di giustificata equità nella distribuzione dei mandati, e che ha riflessi anche sulla composizione dei governi. Ma, ad ogni modo, come invocate questo principio inglese voi che vi sentite lesi se, in una discussione sul sistema elettorale per le prossime elezioni amministrative, si parla della necessità di avere una maggioranza che possa governare, voi che vi richiamate al rigore della proporzionale? Non bisogna essere in contraddizione.

MONDOLFO. Non v'è contraddizione.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Sta bene: sono persuaso che un professore come lei saprà sempre trovare la dialettica necessaria per comporre le contraddizioni. (Commenti - Si ride).
Ma se il mio programma fosse davvero quello di sbriciolare i partiti, io dovrei godere della situazione socialista: un partito di più, una dispersione maggiore. E invece mi rincresce, e mi rincresce anche che non siano più con noi i liberali, mentre secondo l'onorevole Mondolfo essi avrebbero frenato l'invadenza clericale. Ma allora perché rimproverate ai vostri compagni di essere rimasti?

MONDOLFO. Perché sono clericali! (Generali commenti - Si ride).

DE GASPERI, Presidente dei Consiglio dei ministri. Ma sperate di potervi ricredere: lo credo anch'io.
E adesso vorrei rispondere all'onorevole Nenni. Benché a me personalmente spiaccia che uomini più o meno autorevoli del nostro partito offrano troppo spesso all'onorevole Nenni il pretesto di indorare con dati apparentemente oggettivi la sua polemica - egli ha citato luoghi di nostri articoli per augurarsi che tali fermenti portino ad una politica nuova - gli rispondo: se «una politica nuova» vuol dire adeguarsi socialmente, rinnovarsi, allora noi siamo d'accordo; ma se «nuova» vuol dire, per l'interno e per l'estero, una politica di debolezza che ci porti ad una disintegrazione nazionale, no, in nessun caso, finché sentiamo la responsabilità del mandato popolare! (Applausi al centro e a destra).
Intendo rispondere ad altri due quesiti posti dall'onorevole Nenni: quello relativo agli atti esecutivi del patto atlantico (armamenti) e quello relativo ai rapporti fra Stato e Chiesa.
Per quanto riguarda le critiche sulla politica del patto atlantico e su alcuni dati specifici di essa, tutto è stato detto e tutto è stato discusso di fronte al Parlamento che ha deliberato; ma, circa alcune critiche specifiche sull'attuazione del patto atlantico, intendo soffermarmi per ristabilire la verità dei fatti. L'onorevole Nenni ha chiesto al Governo se esso ritenga garantita la sicurezza del paese nell'attuale schieramento politico e morale del mondo e se la ritenga garantita dagli aiuti militari del patto atlantico, dal suo programma di armamenti. La mia risposta è che non vedo altra garanzia per la sicurezza del paese e della pace se non quella di mobilitare in tutti i paesi quelle forze che vogliono sinceramente la pace e che lavorano per essa a fatti e non a parole.
Proprio con tale spirito il Governo ha propugnato l'adesione dell'Italia al patto atlantico, in quanto esclusivamente destinato a potenziare le capacità difensive dei suoi membri, quale strumento di pace e non di guerra.
Parlare poi di partecipazione dell'Italia a corse di armamenti, quando si hanno davanti agli occhi i bilanci militari, e più che il loro ammontare la impostazione di essi, è veramente dire troppo. Tutto ciò che ci viene dato dall'America non basta a raggiungere quel minimo che avversari potenti e ostili ci hanno nel trattato concesso.

NENNI. Bella confessione! (Commenti).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Vuol dire, onorevole Nenni, che noi ci arriveremo un po' alla volta. Ma se ella ha realmente fede nella sua tesi della neutralità, non capisco perché fa questa obiezione. (Applausi al centro e a destra).
Lo scambio di note testè avvenuto a Washington, ad esecuzione dell'impegno di reciproca assistenza per mutua difesa della pace e sul quale si appuntano le armi della propaganda di opposizione, non è che il mezzo per rendere possibile un migliore equipaggiamento e l'armamento delle nostre forze a tutela di quella sicurezza del paese che deve costituire sempre il primo dovere di ogni Governo consapevole delle proprie responsabilità.
Non vi è nulla, come risulta dal loro testo, che consenta di pensare a questi impegni o a quelle interpretazioni su cui si è concentrata la critica dell'opposizione. Non solo non esiste in esso alcun impegno che ci vincoli ad un programma di riarmo superiore alle nostre modestissime possibilità, ma è specificatamente detto che è la ricostruzione economica che è essenziale alla pace e alla sicurezza internazionali, e che è la ricostruzione economica che deve avere chiara priorità. Posso anche aggiungere che se si prospetta qualche possibilità di incremento in qualche ramo di interesse militare si tratta di rami di attività che sono molto più vicini alla produzione civile che non a quella bellica.
Quanto poi alla funzione del cosiddetto «controllore» americano, come è chiamato il funzionario che aiuta l'ambasciatore degli Stati Uniti in questo programma di mutua assistenza, essa non eccede i limiti normali delle funzioni diplomatiche già assegnate per uno specifico settore.
Vi è infine un altro punto molto grave cui vorrei accennare. L'onorevole Nenni ha parlato di atti esecutivi, o di tentativo di atti esecutivi, che partono dal movimento operaio o dei partigiani della pace in risposta alla fase dì esecuzione del patto atlantico.
Una volta ristabilita la verità sulla portata e sulla natura di un'azione che ha per unico scopo di mantenere la pace e la sicurezza del paese nel quadro degli accordi, è chiaro che gli atti esecutivi di cui ha parlato l'onorevole Nenni assumerebbero un sapore di attentato a quella pace e a quella sicurezza del paese cui tutti gli italiani fuori e dentro il Parlamento devono assolutamente mirare. (Vivi applausi al centro e a destra).

Una voce al centro. È ora di prevenire questi tentativi, onorevole De Gasperi.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. L'onorevole Nenni ha ricordato il fatto personale della polemica avvenuta tra me e lui circa i rapporti fra Stato e Chiesa.
Ecco quanto io dissi al Senato (leggo dal Resoconto sommario): «De Gasperi ricorda che, nella definizione autorevolmente data dall'onorevole Nenni ad un convegno responsabile di intellettuali di sinistra, laicismo significa separazione netta fra lo Stato e la Chiesa e l'abolizione dell'insegnamento religioso in ogni scuola». L'onorevole Nenni affermava anche che il partito socialista non combatte la religione ma le Chiese. Nel corso del convegno socialista si chiedeva infine, se non la revisione del Concordato, almeno la revisione dell'articolo 7 della Costituzione che regola i rapporti fra Stato e Chiesa.
«Nella sua replica (è la mia replica), De Gasperi si chiede se con ciò si intenda riaprire il conflitto fra Chiesa e Stato, riaprire un problema tanto delicato, infirmare la Carta costituzionale. De Gasperi replica che il bersaglio della mozione socialista è assai chiaro: è la Chiesa cattolica; e poiché per i cattolici la religione è quella al cui magistero presiede la Chiesa cattolica, offendendo la Chiesa si offende la religione.
«De Gasperi afferma che tutte le religioni godono in Italia di quella tolleranza che è una conquista della civiltà; quando però dalla opposizione si attacca la Chiesa cattolica, si attacca qualche cosa di sacro e di secolare e di profondamente radicato nella coscienza del popolo italiano.
Soprattutto si ferisce la convinzione saldamente professata che la Chiesa cattolica è progresso di civiltà. Rimane però ben fermo che nell'ambito dello Stato tutti hanno il diritto di attaccare qualsiasi istituto religioso, perché per fortuna l'Italia non è ancora un paese di democrazia popolare. Quello su cui insisto e per cui vi scongiuro è di mantenere la pace religiosa».
Questo, onorevole Nenni, è quello che io ho detto: niente di più. Io non ho affatto parlato come un crociato o un difensore della propria tesi; ho parlato come Presidente del Consiglio, come uomo responsabile dell'andamento della cosa pubblica; soprattutto come uomo preoccupato che i conflitti religiosi non vengano a complicare la già affaticata nostra vita pubblica. È per questo ed in questo senso che ho fatto quella interruzione e che ho detto di non turbare la pace religiosa: non si tratta di fanatismo, ma di una sana preoccupazione che non si ricominci una guerra religiosa.
Del resto, onorevole Nenni, ella, nel corso delle discussioni alla Costituente, ha avuto dei momenti molto chiari e delle espressioni molto vicine alle mie. Il 10 marzo 1947 ella ha detto: «Quando si vuole affrontare e risolvere una questione sociale di importanza capitale, come la questione agraria, non si aizzano i contadini contro i preti e non si dà occasione al prete di difendere gli interessi degli agrari aizzando i contadini contro la Chiesa. A questo proposito io mi permetto di ricordare che nessuno di noi pensa di mettere in discussione il trattato del Laterano né promuovere discussioni unilaterali del Concordato. Anche la più piccola delle riforme agrarie mi interessa e ci interessa di più della revisione del Concordato. Noi dobbiamo quindi promuovere quella che l'onorevole Tupini ha chiamato la pace religiosa».

NENNI. I tempi sono cambiati.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Sono cambiati i tempi, ma la riforma agraria è sul tappeto oggi e non vi era allora.
Io capisco, onorevole Nenni, che lei considera le cose più importanti o meno importanti dal punto di vista della rappresaglia: poiché la Chiesa ha fatto questo, bisogna fare una rappresaglia e attaccarla entro la sua cinta.
Torno ad affermare che voi, come qualsiasi altro partito, avete il diritto di proporre delle modificazioni ai patti lateranensi, modificazioni che del resto sono previste anche dalla Costituzione, purché siano bilaterali. Ma con la vostra motivazione, col vostro atto, è evidente che si tratta di ostilità e di rappresaglia contro l'istituto che è caro alla grandissima maggioranza del popolo italiano.

LEONE-MARCHESANO. Il guaio è la confusione fra Chiesa e Democrazia Cristiana. (Commenti al centro). La Chiesa non è la Democrazia Cristiana.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Non ho mai detto che la Chiesa sia la democrazia cristiana e credo che non sia nemmeno il partito monarchico, per esempio. (Commenti).
Passiamo ad altri argomenti.
L'onorevole Nenni, interpretando a modo suo le mie dichiarazioni al consiglio nazionale del 20 dicembre, quando dicevo che gran parte delle discussioni sui tempi nuovi muovono dal presupposto che lo Stato democratico sia veramente consolidato, suppone che abbia messo fra i tre partiti che sono al di fuori del riconoscimento democratico anche il suo. È un errore. Dicevo: lasciamo stare che già tre partiti non si possono considerare come sostenitori dell'attuale sistema democratico repubblicano (e lo dicevo così, en passant), ma si tratta... (Commenti all'estrema sinistra). Un momento: è chiarissimo. Si tratta soprattutto della coscienza repubblicana; ed ex cathedra dirò che nel trinomio non v'è affatto il partito socialista. Io penso che il partito socialista, specialmente nella sua evoluzione di questi ultimi tempi, sia democratico come gli altri; non si comporta sempre così, ma nei suoi princìpi non v'è una pregiudiziale contro la democrazia, contro la Repubblica. (Commenti all'estrema sinistra). Perché, onorevole Nenni, vuole includere il partito socialista nel trinomio? Ha fatto male i calcoli. Sono altri tre i partiti che fanno parte del trinomio. Pregiudizialmente non va incluso, perché non credo che, programmaticamente, il partito socialista tenda ad una repubblica popolare di tipo sovietico; né posso supporre che abbia aspirazioni monarchiche o fasciste. Penso anzi che, se la Repubblica fosse in pericolo, voi socialisti la difendereste. Ma siete ciechi? Vi dico che la Repubblica, e più che la forma, l'essenza della democrazia, sono in pericolo quando perde la sua efficacia l'applicazione della legge e quando ai trattati voi opponete la resistenza attiva: allora mettete in pericolo la Repubblica e mettete in pericolo la democrazia. (Vivi applausi al centro e a destra). La mettete in pericolo quando, contro il Parlamento, vi appellate alle agitazioni di massa, con le quali indebolite la forza dello Stato democratico repubblicano e togliete al popolo la fede che esso sia definitivo.
Se l'onorevole Nenni vorrà in ciò distinguersi dalla dottrina e dalla prassi comunista, saremo ben lieti di riconoscerlo. (Commenti).

CIMENTI. Non è capace di svincolarsi.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Egli aggiunge, parlando del fascismo e del neofascismo, questa abile frase: «il neofascismo che si ignora, il neofascismo pericoloso non è quello di piazza (tutte cose che si dicevano nel 1921 e purtroppo erano false, ma andiamo avanti); è quello di coloro che offrono all'estrema destra la giustificazione storica e politica di considerarlo come una reazione legittima, col pretesto degli eccessi dell'estrema sinistra».
Giustificazione? No. Reazione legittima? No; ma pretesto facile a provocare le decisioni, sì.
Fu la verità del 1921 e del 1922, e l'inizio oggi mi fa spavento. Soprattutto mi sorprende che lo si prenda un'altra volta così alla leggera.
Mi ricordo che, nel 1922, queste discussioni si facevano con uomini più autorevoli di me e forse anche dell'onorevole Nenni - con Turati, per esempio - e si era ben convinti che conveniva necessariamente tagliare la prassi degli innumerevoli scioperi e delle grandi agitazioni; si sentiva il pericolo della reazione. Però, ad un certo momento, il romanticismo della prima età prendeva il sopravvento anche in uomini superiori come Turati. Mi ricordo che, dopo una discussione fatta assieme in Parlamento, allorché avemmo notizia del famoso sciopero del luglio, egli si allontanò da me dicendo: «Vado, vado, debbo andare; gli operai rappresentano la libertà!»; e così se ne andò. (Commenti).

Una voce all'estrema sinistra. Ma lei non andò!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Non andai; sarei potuto andare se lo avessi ritenuto opportuno.
Riconosco che i tentativi dei partiti che hanno creduto di poter domare questo movimento nella pratica parlamentare siano stati tentativi onesti, che hanno avuto dura fine.
Mi ricordo - prima all'Aventino, e più tardi nel periodo clandestino - che fra antifascisti di vecchia data si diceva sempre così: «ormai abbiamo imparato; lo Stato democratico fin da principio deve difendere, con la sua autorità, la sua libertà, la sua libertà di dirigere. Bisogna difendersi in ogni direzione, verso ogni fronte». E allora ci ricordavamo che Mussolini era venuto dalla sinistra. Lo so: azioni popolari e sociali; lo so: azione preventiva; questa è più necessaria, ma ad un certo momento, quando le agitazioni crescono, quando il pericolo è evidente, allora ci sono i limiti delle agitazioni e ci sono i limiti della libertà. Bisogna che lo Stato abbia la forza di volontà di segnare questi limiti, altrimenti, di fronte alla pressione dell'uno o dell'altro estremo, capitolerà. E vorrei che tutti i socialisti, almeno i vecchi socialisti, che erano con me in quei tempi, sentissero questa verità e la professassero coraggiosamente. Darebbero l'esempio di una politica veramente costruttiva, darebbero l'esempio di una preoccupazione democratica che oggi è più che mai necessaria. (Applausi al centro e a destra).
Bisogna andare contro le cause, ma è teoria che si possa sempre avere il tempo di andare in via preventiva contro tutte le cause; talvolta bisogna arrestare i movimenti, e arrestarli con autorità. (Rumori all'estrema sinistra).
Non voi fate obiezioni, dai vostri banchi! Voi la conoscete bene l'arte di imporre, ad un certo momento, l'autorità dello Stato! (Applausi al centro e a destra - Proteste all'estrema sinistra).
Lasciatemi continuare il mio dialogo con l'onorevole Nenni, che mi ha rimproverato di non voler fare questo dialogo, mentre io cercherò d'inoltrarmi invece su questa via. L'onorevole Nenni ha una predilezione per i ricorsi storici. La sua scorribanda è andata da Pelloux a Matteotti, a Monaco, a Dollfuss e a Modena. A proposito degli eccidi, è proprio vero che tali fatti deprecabili e dolorosi avvengano solo perché c'è, al Governo, lo spirito reazionario nero o perché i carabinieri hanno istruzioni particolarmente crudeli o perché tengono i mitra...?
Anche l'onorevole Di Vittorio, se ben ricordo, non so se nel suo ultimo discorso o in un altro, ha esaltato, nei confronti della politica di Scelba, la politica tollerante di Giolitti, che lasciava occupare le fabbriche senza intervenire.
Le leggende si fanno e si disfano facilmente.
Ho fatto rilevare i conflitti di carattere sindacale. Non mi sono occupato dei conflitti tra fascisti e non fascisti dell'epoca. Ho fatto rilevare i conflitti nel campo sindacale fra la forza pubblica e i dimostranti negli anni 1919-1920-1921, sotto il Ministero Nitti e sotto il Ministero Giolitti: anno 1919, Ministero Nitti: dall'8 ottobre al 23 dicembre 1919 quattro conflitti; il più grave è quello di Riesi in provincia di Caltanissetta: 10 morti e 50 feriti, 1 morto e 5 feriti tra la forza pubblica. Anno 1920, Ministero Nitti ancora: dal 20 marzo 1920 all'11 giugno 1920: 37 conflitti a fuoco. Morti quasi ovunque; i più gravi conflitti sono quelli dell'Emilia: 5 aprile 1920, a Decima di Persiceto: 8 morti; Modena 7 aprile 1920: quattro morti; Mascioni (Aquila): tre morti. E qui i conflitti talvolta sono con le organizzazioni rosse ed anche con le organizzazioni bianche. E c'erano le armi; e feriti anche fra i carabinieri. Anno 1920, Ministero Giolitti, dal 1920 in poi fino al 1921...(Rumori all'estrema sinistra).

TONENGO. Non attaccate Giolitti, che è piemontese autentico. È un puro, Giolitti!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Dal 1920 al 1921: ventidue conflitti. A Legnano un morto, a Terranova, l'ultimo il 15 ottobre 1921...

GRILLI. Tutti crimini della borghesia italiana!...

TONENGO. Se l'acqua è pulita voi non pescate. Voi pescate solo coll'acqua torbida!... (Rumori all'estrema sinistra).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Poi, dopo il 1921, per più di vent'anni, nessun conflitto. Volete voi arrivare alla stessa situazione? Volete voi che la gente cominci a credere che ci vuole la dittatura per impedire i conflitti? (Vivi applausi al centro e a destra - Rumori all'estrema sinistra).
A me pare, onorevoli colleghi, che questa serie di fatti e questa loro interruzione diano molto da pensare. Chi ama la libertà sa che essa costa dei sacrifici, ma sa che la libertà non si difende che con l'autorità dello Stato, con l'ordine che lo Stato deve imporre. E chi deve saperlo è soprattutto il Parlamento, contro il quale queste agitazioni, in fondo, finiscono per operare... (Applausi al centro e a destra - Proteste all'estrema sinistra). E il Governo che ha la responsabilità del potere esecutivo, deve affrontare anche l'impopolarità e non importa che veniate qui ad accusarmi a mettermi sul banco dell'accusa e a buttarmi in faccia i vostri morti. (Applausi al centro e a destra - Rumori all'estrema sinistra).
Non è il caso di intrattenersi sui fatti di Modena. Quando sarà il caso, il Governo fornirà alla Camera tutti gli elementi. L'autorità giudiziaria sentenzierà sullo svolgimento dei singoli episodi del tragico conflitto. (Commenti all'estrema sinistra). Ma potete davvero ritenere che chi ha mobilitato tutta la provincia e ha fatto venire da fuori provincia migliaia di elementi non direttamente interessati alla vertenza sindacale - specie alcuni che, recentemente, l'amnistia di Natale ha tolto dal carcere - per compiere una dimostrazione di forza... (Vivissimi rumori all'estrema sinistra - Proteste dei deputati Togliatti e Pajetta Gian Carlo - Vivissimi applausi al centro e a destra - Agitazione).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, si calmino: consentano all'onorevole Presidente del Consiglio di completare il suo pensiero.
Prosegua, onorevole Presidente del Consiglio.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Il fatto, onorevoli colleghi, è documentato e documentabile. Ma io non ne traggo altro che questa illazione: che partecipavano persone le quali non erano direttamente interessate (Proteste all'estrema sinistra) e che erano appena uscite dal carcere in seguito all'amnistia. (Vive proteste all'estrema sinistra).

PAJETTA GIAN CARLO. Avevano avuto il condono dell'anno santo (Vive proteste al centro e a destra - Rumori all'estrema sinistra).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Si dice che i morti sono solo da una parte, dalla parte dei lavoratori, di quelli comunisti si intende dire: nulla di più falso. Ieri alle assise di Lucca si è iniziato il processo per l'uccisione del maresciallo dei carabinieri Virgilio Ranieri...

SALA. Ci parli dei morti di Melissa!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. ...ucciso con arma bianca, denudato e seviziato. A giorni alle assise di Viterbo si inizierà il processo per l'assassinio del carabiniere Minolfo Masci, anch'egli brutalmente ucciso. Non molte settimane fa venivano condannati gli autori dell'assassinio dell'agente di pubblica sicurezza Vittorio Candela, ucciso a Modena. Nello stesso tempo alle assise di Viterbo venivano condannati gli assassini di Giuseppe Fanin. È di tre giorni or sono il giudizio alle assise di Roma contro gli uccisori del giovane Gervasio Federici, mentre presso altre corti di assise si giudicheranno gli autori dell'assassinio dei partigiani di Porzus.

PAJETTA GIAN CARLO. Quando farete il processo al questore di Modena?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Anche questi sono morti che meritano la nostra pietà e lo sdegno contro chi ne ha causato la morte, anche se nessuno ha fatto per essi uno sciopero generale o ha ispirato qualsiasi altra dimostrazione. (Applausi al centro e a destra - Rumori all'estrema sinistra).
Non erano passate due ore dalla chiusura della parata parlamentare di Modena, e pochi minuti dalla presentazione della denuncia contro il prefetto... (Vivissime proteste e rumori all'estrema sinistra - Commenti e rumori al centro e a destra - Apostrofi dall'estrema sinistra all'indirizzo del Presidente del Consiglio - Vivissimi applausi al centro e a destra rivolti al Presidente del Consiglio - Vivace scambio di apostrofi tra l'estrema sinistra e gli altri settori - Ripetuti richiami del Presidente - Alcuni deputati dell'estrema sinistra scendono nell'emiciclo - Agitazione - Tumulto).

PRESIDENTE. Siano sgombrate le tribune. La seduta è sospesa. (La seduta, sospesa alle 17.25, è ripresa alle 18.30).

Alla ripresa, il Presidente della Camera deplorò l'accaduto e rilevò che il tentativo di colpire il Presidente del Consiglio o membri del Governo costituiva uno dei fatti più gravi cui il Parlamento italiano avesse assistito; propose, in conseguenza, l'esclusione dall'aula del deputato Di Mauro (approvata) e richiamò all'ordine i deputati Failla e Invernizzi; diede quindi al Presidente del Consiglio la facoltà di continuare la sua esposizione.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. (I deputati del centro e della destra in piedi applaudono vivissimamente - Commenti all'estrema sinistra). Onorevoli colleghi, sembrava che la distensione consistesse nell'accettare il piano della C.G.I.L. Già una prima volta ho risposto al riguardo. Nella ricerca di tutti i mezzi per combattere la disoccupazione, esamineremo anche il piano della C.G.I.L., in quanto lo si presenti con elementi concreti di finanziamento e di attuazione. Comunque, noi abbiamo presentato un piano straordinario per le zone depresse: discutiamolo. La Camera potrà, se occorre, integrarlo o migliorarlo. Non vi sarebbe, in questa naturale collaborazione parlamentare, una ragione di distensione? Sì. Ma l'onorevole Di Vittorio soggiunge: «questa distensione è subordinata anche ad una politica di pace e di relazioni amichevoli con tutte le nazioni, nessuna esclusa. I lavoratori della C.G.I.L. hanno chiesto al Governo di rigettare gli impegni assunti con il patto atlantico. Il lavoratore dice: mi rifiuto di lavorare per costruire strumenti di guerra e di distruzione».
Il resoconto dal quale desumo questa citazione dice, poi, che egli (cioè l'onorevole Di Vittorio) manda un saluto ai portuali e a quanti sono scesi in lotta per difendere la pace.
A questa povera Italia deve essere, dunque, impedito di raggiungere anche quel minimo di mezzi di difesa che le concede l'avaro e iniquo trattato?! Ciò che le hanno concesso i potenti vincitori le deve essere impedito dall'azione sovvertitrice interna e, a tale finalità, sabotatrice?! A ciò si subordina ogni azione di interesse veramente sindacale. A ciò tende tutta l'azione delle agitazioni invernali e primaverili che si preparano.
Ho qui dinanzi, onorevoli colleghi, un «bollettino di agitazioni...».

Una voce all'estrema sinistra. Non ha un bollettino dei licenziamenti?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. La federazione provinciale comunista e la Federterra di Venezia stanno organizzando in tutta la provincia una grande agitazione agricola. Le ragioni sono esposte in un bollettino nel quale, a pagina 2, si dice:
«Perché si mettono in lotta i disoccupati? La Confederterra chiedeva un decreto per il massimo impiego di manodopera in agricoltura che assicurasse ai braccianti 85 giornate ettaro, in media, per anno nelle zone di Cavarzere e Chioggia e per due anni nelle restanti zone. Contro la proposta della Confederterra, la commissione provinciale per l'imponibile ha deciso di concedere 73 giornate in media ed il prefetto si prestava ad emettere in questo senso un provvedimento straordinario che, oltre ad essere insufficiente per le esigenze delle aziende, veniva a ledere l'interesse della manodopera.
«Questo piano di attacco (è sempre il testo del bollettino che leggo) contro gli interessi economici e politici dei lavoratori va visto nel quadro più vasto dell'offensiva capitalista contro l'industria nazionale, di cui abbiamo un esempio significativo alla Breda di Marghera ed in tutto il complesso industriale. Cacciare indietro le forze del padronato, conquistare delle posizioni più avanzate nel campo agricolo, nella difesa delle libertà sindacali e politiche, nell'interesse supremo della pace, per il rafforzamento delle organizzazioni dei lavoratori: ecco le ragioni concrete del movimento. (Commenti all'estrema sinistra).
«Tattica della lotta: il comitato provinciale di rivendicazioni ha deciso lo sviluppo della agitazione nella zona fondiaria della provincia». E segue questo inciso: «In passato si è sempre lottato con lo sciopero, cioè con l'astensione dal lavoro. Oggi è necessario servirsi di una forma diversa di lotta, di impostazione di lavoro in applicazione delle leggi calpestate dagli agrari, mediante l'avvio di squadre nelle aziende per fare lavori di miglioria ed iniziare lavori pubblici». (Commenti all'estrema sinistra).

SPALLONE. Tutti i sacerdoti hanno accettato questo programma!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Nell'ultima parte vi sono le obiezioni e le istruzioni per la lotta:
«A coloro che dicono: interverrà la "celere" e quindi non facciamo la lotta, bisogna rispondere: non c'è lotta di lavoratori che non comporti lotta del Governo e degli agrari contro i lavoratori; questo è avvenuto anche durante lo sciopero precedente e, a volte, in forme violente, ma non per questo non bisogna lottare, anzi, appunto per questo, occorre battersi. È certo che la polizia cercherà con ogni mezzo di fermare il movimento e che i lavoratori dovranno sopportare sacrifici, ma solo a queste condizioni potranno vincere. D'altra parte, la polizia troverà di difficile attuazione il suo disegno, poiché vi è una linea di fronte dall'Adige al Tagliamento formata dai lavoratori in lotta.
«A coloro che chiedono chi pagherà quando saranno compiuti i lavori, si risponde: gli agrari non verseranno spontaneamente quanto devono ai lavoratori per i lavori eseguiti e neppure gli enti preposti ai lavori pubblici. Questo è certo. Ma ad una sola condizione, e cioè che i lavoratori, specialmente le loro donne, lottino decisamente per costringere l'agrario a pagare.
«A coloro che dicono: ma voi violate la proprietà; vi imponete con la forza; aspettiamo quello che fanno le autorità; si risponde: le autorità hanno dimostrato di essere indifferenti e ostili verso i lavoratori, appoggiano gli agrari. Noi vogliamo l'applicazione della legge, e non abbiamo altra via di lotta».

GRILLI. Sono proibite queste cose?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ho portato quest'esempio di un nuovo metodo di lotta, il quale potrà portare a forti agitazioni e a nuovi conflitti (Interruzioni all'estrema sinistra), non per fare mia la decisione di quella commissione provinciale, non per entrare nel merito della questione sindacale, ma per la preoccupazione che questi movimenti possano far nascere nuovi conflitti. Lo debbo dire qui dinanzi al Parlamento, perché se noi daremo tutti gli ordini che potremo dare, tutte le istruzioni che si possano dare, perché nessun conflitto avvenga, possiamo dare l'ordine che voglia dire rifiuto di applicare la legge, o di difendere i diritti dei cittadini? (Applausi al centro e a destra - Rumori all'estrema sinistra).
Ho portato questo esempio perché temo si tratti non di un episodio isolato, ma di un sistema che si vuole introdurre. E debbo fare appello alle organizzazioni perché in tutti i modi cerchino la via della conciliazione e della mediazione. (Commenti all'estrema sinistra). Il Governo le favorirà. Ma gli organizzatori debbono sapere che v'è responsabilità morale per il Governo, come esiste una responsabilità morale per gli organizzatori. (Applausi al centro e a destra).
Ecco, procedendo lo sviluppo della crisi, ecco l'onorevole Togliatti riassumere il significato del nostro Ministero, inquadrandolo (Interruzioni del deputato Semeraro Santo - Richiamo del Presidente) nella situazione agitatoria del paese, inserendolo nella situazione internazionale. Le discussioni di topografia parlamentare (sinistra, destra) - secondo il pensiero dell'onorevole Togliatti - scompaiono; le questioni di struttura (chi sta dentro al Ministero, chi sta fuori) sono secondarie; l'alternativa da crearsi nell'interesse dei gruppi minori è un bisticcio del parlamentarismo o del cretinismo parlamentare, come si è detto citando Marx. E anche il dialogo che ricerca l'onorevole Nenni appare come una schermaglia accademica. La risoluzione del dialogo, proclama l'onorevole Togliatti, è fuori del Parlamento, è nelle agitazioni, è nella lotta delle masse.
Ecco il commento autorizzato e autorevole de l'Unità dell'11 febbraio: «Col discorso di Togliatti è entrato, nel dibattito per la crisi, il movimento popolare italiano, ed è entrato come protagonista, con le sue lotte eroiche, coi suoi sacrifici, con le centinaia e centinaia di battaglie combattute, con le sue sofferenze, i suoi martiri, le sue conquiste. Questa crisi è la crisi che i lavoratori italiani hanno imposto, così ha detto Togliatti».
E, più sotto: «L'opposizione guarda oltre la schermaglia parlamentare e oltre il voto ed esprime uno parola di fiducia e un invito di combattimento (Applausi all'estrema sinistra - Commenti al centro e a destra). Andare avanti, allargare la lotta dal settore della politica economica a tutti i campi della vita nazionale e a quello decisivo che riguarda la pace e la vita dei cittadini».
Ecco i fatti. Ecco, secondo l'onorevole Togliatti, l'origine della crisi. Queste poi sono parole che egli ha detto qui: «il problema centrale di questa crisi è sgorgato da un'azione di popolo e di classi ampia, lunga, paziente che dura da due, tre anni. Si tratta di centinaia, di migliaia, forse, di movimenti economici e politici, di interruzioni di lavoro, di occupazioni di fabbriche e di terre, di scioperi, in cui gli operai, i tecnici, gli impiegati, i contadini, la parte più viva e sana della nazione, hanno combattuto per qualche cosa di elementare. Quei conflitti hanno sorpreso, spaventato. Ricordiamo, infine, gli episodi culminanti di questa azione di massa: lo sciopero impressionante dei braccianti della primavera passata, la nuova spinta dei contadini meridionali per la conquista della terra, così forte che non ha potuto essere contenuta da nessuno, né dalla legge, né dalla polizia. E poi, alla fine, i conflitti, quei conflitti che hanno sorpreso, spaventato, terrorizzato gli onesti cittadini, ma che rimangono come punto di arrivo di un processo lungo che in pari tempo è economico e politico, come indice di una situazione che non si può più tollerare!».
Ma ora si fa un passo avanti: «La crisi attuale - dice l'onorevole Togliatti - è la crisi del sistema atlantico occidentale. Fallito il piano E.R.P., insidiato il piano della liberalizzazione dell'O.E.C.E., perché entrambi al servizio dell'imperialismo americano, scalfito o ignorato ogni onesto tentativo di costituire una Europa capace di un'azione autonoma e pacificatrice, non rimangono di fronte che la Russia, che vuole la pace, agnello senza unghie in mezzo ai lupi, e la politica americana che supera i limiti della pazzia».
È inutile dire che noi rifiutiamo questa alternativa. È inutile dire che, se la Russia ha veramente intenzioni pacifiche, la democrazia americana ci aiuta rafforzando economicamente e militarmente in Europa la compagine dei popoli lavoratori che vogliono la giustizia sociale e la pace, onde si può guardare con fede l'avvenire.
L'onorevole Togliatti è tutto preso dalla sua visione apocalittica, dalla sua tesi finalistica: bisogna andare avanti, allargare il fronte, avanti con le agitazioni e con le lotte sindacali in forme diverse che oltrepassino il diritto di sciopero, creare, di fatto, un diritto al sabotaggio. Che importano i milioni di ore di lavoro perduto, il sabotaggio della produzione, gli stessi conflitti di sangue? (Proteste all'estrema sinistra). È il Governo che, in ogni caso, potrà essere proclamato responsabile di tutto e di tutti. Su di esso si riversa ogni colpa, e ad esso non si riconosce alcun merito. Questo Governo può ben fingersi mediatore dei conflitti sociali, anche quando in piccole riunioni si invoca o si accetta il suo onesto intervento, ed in pubblici comizi lo si presenta come il servo degli industriali monopolistici. Esso può ben attuare la riforma fondiaria dandone un saggio pratico nella Sila, ove confisca le terre per darle ai contadini, ma esso rimane l'organo della proprietà agraria. Esso può assumere impegni onerosi di opere pubbliche per dare lavoro agli operai e ai contadini: i miliardi proposti si considerano risibili e quasi una sfida alla miseria.
La legge, la Repubblica, il Parlamento?
«L'azione degli scaricatori dei porti per non scaricare le armi inviate dall'America - conclude l'onorevole Togliatti - è un'azione sacrosanta. Non si offende il Parlamento conducendo la lotta contro il Governo fuori del Parlamento. La lotta dei lavoratori contro la guerra è sempre andata al di là e al di sopra dell'ambito parlamentare. Il contrario giudizio che qui ho sentito esprimere fa parte di quel cretinismo parlamentare, che i marxisti hanno sempre denunciato. Le armi americane sono il segno del nostro asservimento e di una politica di distruzione».
Terribile logica, questa, che risale ai princìpi e alla prassi leninisti, che si riconduce alle dichiarazioni di Togliatti, Scoccimarro e Secchia, secondo i quali la guerra esterna provocherebbe la guerra civile, e all'atteggiamento avvelenatore di odio che tanto si diffonde tra il popolo.
Lo sappiamo, onorevoli colleghi, che voi fate ogni sforzo per accrescere l'animosità contro di noi. (Interruzioni all'estrema sinistra).
Qui mandate avanti, talvolta, o permettete che facciano da cortina fumogena e da patrocinatori della distensione, uomini come gli onorevoli Donati e Lombardi che, con tono da pastori puritani, ci chiedono: perché rifiutate la mano tesa? Ma, fuori, l'onorevole Secchia insegna ai suoi quadri: «Si tratta - ha detto in un discorso a Roma - di spiegare a ogni operaio, a ogni contadino onesto il significato reale degli eccidi di Melissa, di Montescaglioso e della strage di Modena. Ogni comunista, ogni democratico, ha il dovere di spiegare ogni giorno al compagno di lavoro, ai suoi conoscenti, a ogni lavoratore, che il governo clericale è direttamente responsabile degli eccidi che si sono susseguiti a ritmo accelerato. Con un lavoro minuto, insistente, ogni giorno, bisogna far comprendere ciò a tutti i cittadini».

Una voce all'estrema sinistra. Bravo Secchia! (Applausi all'estrema sinistra - Vive proteste al centro e a destra).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. «E se, malgrado i nostri sforzi - ha proseguito l'onorevole Secchia - un nuovo delitto dovesse essere consumato, ebbene, lo sdegno e la risposta dei lavoratori saranno tanto più forti, larghi, efficaci, quanto più ampio è stato il successo che noi avremo trovato fino ad oggi per rafforzare l'unità delle classi lavoratrici e per realizzare il fronte unico di tutti i lavoratori. Solo con questa nostra azione vasta, intensa, quotidiana, che deve impegnare tutti, noi riusciremo a creare quel gran movimento di uomini che imporrà al Governo il rispetto della libertà, della vita dei cittadini e della Costituzione».
Sappiamo quanto sia difficile penetrare attraverso questa cortina di una propaganda così insidiosa. Sappiamo quanta distanza si crei fra il cuore e il sentimento dei lavoratori onesti e i nostri sforzi onesti.
Prenderemo tutti i provvedimenti che suggeriscono la prudenza e la fermezza. Tutti dobbiamo sforzarci di penetrare al di là di questa cortina di odio, e di persuadere gli operai che siamo uomini di buona volontà, che facciamo ogni sforzo per dare lavoro e creare giustizia. (Applausi al centro e a destra).
Non si può fare tutto di un colpo; non si possono guarire improvvisamente le ferite inferte dalla guerra.
Lavoriamo per la pace. Ma, pena la morte della nazione, non possiamo permettere violenze, illegalità, sopraffazioni.

Una voce all'estrema sinistra. Ma nemmeno noi!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ricordiamo agli industriali, e ai padroni in genere, il sacrosanto dovere che emana dalla funzione sociale della proprietà. (Interruzioni all'estrema sinistra). Chiediamo il concorso delle organizzazioni operaie, ci appelliamo al buon senso dei lavoratori; ma la legge è la legge e il diritto è il diritto, e lo Stato deve garantire il diritto. (Applausi al centro e a destra).
Non voglio mettere in dubbio la buona fede e la buona volontà dei dirigenti delle organizzazioni. Ma, se qualche agente provocatore accenderà la scintilla di un conflitto, non venite qui su questi banchi a gridarci: assassini! L'accusa rimbalzerebbe sui provocatori.

GRILLI. Ha niente da dire contro i padroni?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ne ho parlato adesso.

INVERNIZZI GAETANO. Ci parli delle fabbriche chiuse!

CALASSO. Hai concordato il discorso con Rodinò!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Chi è costui?

CALASSO. Non lo sai? È il presidente della Confida.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. A lei, giovanotto, dico: non mi dia del tu. Non l'accetto. (Vivi applausi al centro e a destra Commenti all'estrema sinistra).

GUADALUPI. D'ora in poi le daremo del «voi»!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Rimando una organica e più approfondita trattazione del problema economico-finanziario all'esposizione che farà il ministro delle finanze e tesoro. Sono convinto che, davanti a questa organica e panoramica visione unitaria, si comprenderà che molte passate polemiche non hanno avuto ragione di essere e taluni aspetti della nostra politica sfuggiranno ad equivoche interpretazioni. Ma le linee di base che ho comunicato nel mio discorso indicano esplicitamente la caratteristica della nostra azione: poggiare sulla stabilità monetaria, nell'interesse soprattutto delle piccole e medie imprese, per la tutela del risparmio, e per poter sviluppare una politica di incremento della produzione e dell'occupazione. Il problema del lavoro sarà dominante nella nostra politica, che sarà indirizzata alla esecuzione di un programma di investimenti pubblici, di cui ho già indicato le linee fondamentali e l'azione stimolatrice della privata iniziativa, indirizzandola al duplice scopo della produttività e della convivenza sociale.
A questa direttiva si uniformerà la nostra politica creditizia. Nessuna contrapposizione, quindi, tra investimenti pubblici e privati, ma necessaria, indispensabile integrazione affinché il programma che si vuole sviluppare possa prendere corpo e vigore.
Il Governo ha coscienza della gravità del suo compito. Sa che le difficoltà in cui il paese si dibatte, più che da situazioni contingenti, sono determinate dallo squilibrio strutturale dell'economia italiana. Ed è per questo che noi proponiamo progetti di riforme e programmi di investimento facendo appello alla collaborazione leale ed effettiva di tutte le categorie produttrici.
Perché la produzione non rallenti il suo ritmo, perché si intensifichi e si sviluppi creando nuove possibilità di occupazione per la massa lavoratrice italiana, occorre sorreggere l'iniziativa, incoraggiarla, promuoverla. Ma nessuna efficiente politica di investimenti pubblici e privati è possibile senza il fiducioso afflusso del risparmio nazionale e senza il concorso del capitale straniero, al quale lo stesso onorevole Di Vittorio ha fatto appello. Contro tale indiscutibile realtà si infrange ogni demagogia.
Quanto al coordinamento del programma economico e della sua esecuzione, perché si deve schernire e prevedere fallita in anticipo ogni direttiva sintetica? Prima di scegliere i miei collaboratori, ho ben accertato il loro apporto sostanziale. Come, io stesso, avrei potuto accettare una politica contraddittoria? Lavoreremo con metodi democratici, con metodo collegiale. L'esame dei problemi e il coordinamento delle soluzioni si faranno nel C.I.R., presieduto dal ministro del bilancio e del tesoro, ma per particolari settori la riunione generale del C.I.R. troverà la conclusione nei nuovi sottocomitati: quello dell'organizzazione della produzione, presieduto dall'onorevole Campilli e quello delle partecipazioni di Stato, presieduto dall'onorevole La Malfa. Le decisioni verranno presentate come decisioni responsabili al Consiglio dei ministri, il quale delibera sulle proposte di legge e sui criteri esecutivi.
Perché dovremmo in Italia essere incapaci di questo efficace lavoro collegiale, che ormai è un metodo applicato e riconosciuto in tutti i sistemi democratici, in tutti i paesi, quando gli uomini che vi sono chiamati hanno una comune visione sociale e uno stesso senso di responsabilità?

DI VITTORIO. Questo dipende solo da voi!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. All'onorevole Lombardi aggiungo che il Governo intende fare una politica non di deflazione ma di stabilizzazione. Bisogna guardare all'indice costo della vita che è stabile, non a quello dei prezzi all'ingrosso che è influenzato da mercati internazionali.
All'onorevole Corbino assicuro che siamo d'accordo circa la stabilità monetaria e dei cambi. Esamineremo con interesse le sue proposte concrete circa gli investimenti, sperando che si possano dissipare i nostri dubbi e le nostre perplessità.
In quanto al compito specifico dell'onorevole La Malfa, esso è determinato dalle attribuzioni stesse del sottocomitato da lui presieduto. Si tratterà, in primo luogo, di reperire gli enti e le società in cui lo Stato ha partecipazione; di predisporre un piano per la loro riorganizzazione strutturale; di stabilire ciò che va mantenuto, o liquidato; di coordinare l'indirizzo economico di tali enti. È questo un aspetto del problema che abbiamo ereditato dal vecchio regime, e che viene per la prima volta avviato a soluzione.
Ed è strano che l'onorevole Riccardo Lombardi ci abbia imputato una incompleta impostazione diretta a fronteggiare problemi fino ad oggi non risolti nel nostro paese.
Osservo all'onorevole Donati che la politica di stabilità monetaria non è deflazione: ha difeso il potere di acquisto dei salari e degli stipendi. Noi rivendichiamo qui il significato sociale di tale politica; anzi, con un indice basilare superiore a quello del costo della vita, abbiamo operato una ridistribuzione di redditi a favore dei lavoratori.
La crisi monetaria del settembre è stata superata dal nostro paese con scosse assai minori in confronto ad altri paesi più ricchi di noi. Ciò perché la nostra politica economica era veramente risanatrice in profondità.
Contestiamo all'onorevole Magnani l'affermazione di un ristagno, di una diminuzione dell'attività produttiva nell'anno 1949. Dall'indice contenuto nella relazione economica presentata dal ministro Pella risulta, rispetto al 1940, un netto incremento della produzione agricola e della produzione industriale. Il reddito nazionale reale è aumentato del 10 per cento.
Falsa è l'affermazione secondo cui si servirebbero gli interessi di gruppi monopolistici. Basta constatare l'andamento di alcuni fogli notoriamente legati a tali gruppi per concludere che la politica economica sinora seguita si muove in ben altre direzioni.

INVERNIZZI GAETANO. È aumentata la produzione degli stabilimenti milanesi?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Il discorso dell'onorevole Giorgio Amendola è stato un richiamo al problema del Mezzogiorno, alla riforma agraria, al problema, cioè, che il Governo ha posto a base del suo programma e al quale attribuisce un valore di priorità in confronto ad altri, che pure rivestono un vivo interesse per il paese.
Il piano previsto per il Mezzogiorno non ha precedenti, per la sua organicità e l'ampiezza degli investimenti. Lo stanziamento previsto non esaurisce le misure che il Governo intende adottare per le regioni meridionali.
Le leggi Tupini sugli enti locali e per il risanamento dei danni provocati dalle alluvioni, alle quali l'onorevole Amendola ha fatto riferimento, avranno sollecita applicazione.
Per quanto concerne i lavori da eseguire in base alla legge sugli enti locali, è stato dichiarato che più di metà dei progetti riguarda il Mezzogiorno: la loro esecuzione è collegata ad una tempestiva approvazione delle amministrazioni interessate.
Alcuni dati varranno a confutare la critica demolitrice dell'onorevole Amendola. Sui fondi E.R.P. sono stati stanziati per i lavori pubblici lire 20 miliardi per l'esercizio finanziario 1948-49, ed altri 20 miliardi per il 1949-50. In relazione all'affermazione dell'onorevole Amendola, che dei 20 miliardi soltanto uno sarebbe stato sbloccato al 21 dicembre 1949, posso assicurare che a tale data risulta sbloccata la somma di 13 miliardi e 153 milioni, somma che, alla fine di dicembre, è salita alla cifra di 16 miliardi.
Per quanto attiene all'esecuzione di tali lavori, al 31 settembre erano stati eseguiti lavori per oltre 4 miliardi e tale massa di lavoro ha permesso di occupare un gran numero di lavoratori disoccupati.
Devesi, poi, far presente, per quanto si riferisce all'asserzione che il Mezzogiorno è stato trascurato, che tutti i 20 miliardi di cui sopra sono stati destinati quasi esclusivamente al Mezzogiorno: la ripartizione è stata fatta a favore della Sardegna, della Sicilia, della Calabria, della Basilicata, delle Puglie, della Campania e del Lazio e - per soli 146 milioni - della Toscana e dell'isola d'Elba.
Così pure, dell'altro fondo di 160 miliardi, 20 miliardi sono stati assegnati ai lavori nel Mezzogiorno.
Non elenco tutte le provvidenze adottate a favore del Mezzogiorno mediante l'istituzione di corsi di addestramento professionale e di cantieri di riqualificazione per i disoccupati. Basti sapere che su uno stanziamento totale di 10 miliardi, 5 miliardi sono stati assegnati al Mezzogiorno. Con questo primo stanziamento sono stati istituiti, o saranno presto istituiti, ben 172 corsi di addestramento professionale per disoccupati, con un complesso di 56 mila allievi e con una spesa di tre miliardi e 180 milioni. Sono stati istituiti 505 cantieri-scuola per 33.899 allievi disoccupati, per un importo totale di 2 miliardi, cui sono da aggiungere 250 milioni di conguaglio per assegni familiari. Si ha, così, un totale complessivo di 5.430.000.000 di lire, che risulta distribuito fra i cantieri-scuola ed i corsi di addestramento professionale.
Per quanto riguarda le critiche di carattere economico dell'onorevole Togliatti, sono molto sorpreso della interpretazione che ha dato del sistema economico dell'E.R.P. Se non credessi di offendere la sua suscettibilità, direi che è poco penetrato addentro al sistema stesso.
L'E.R.P. ha come obiettivo finale l'eliminazione del deficit in dollari dei paesi europei e mira, appunto, ad ottenere uno sviluppo dei commerci intereuropei ed un aumento delle esportazioni verso l'area del dollaro.
Asserire - come fa l'onorevole Togliatti - che scopo principale dell'E.R.P. è di comperare in America, significa o fingere di non capire, o non capire che l'obiettivo vero è esattamente il contrario. Lo dimostra il fatto che il deficit in dollari, che nel 1947 fu di circa 700 milioni di dollari, nel 1948-49 è sceso a meno di 400 milioni di dollari, e sarà ridotto nel 1951-52 ad una quantità insignificante.
L'Italia, quindi, ha visto in due anni dimezzato il suo deficit, pur comprendendo tra gli acquisti all'estero molti rifornimenti straordinari di attrezzature per il rimodernamento delle industrie.
Dice l'onorevole Togliatti: i paesi europei non possono pagare i debiti verso di noi, perché debbono comperare in America.
Si ricorda che gli uffici americani effettuano una selezione di merci, da finanziare sull'E.R.P., con la categorica esclusione di tutto quanto si può ottenere da altri paesi europei od extra-europei partecipanti al piano E.R.P., che non rivesta pagamento in dollari, e questo perché l'obiettivo finale è l'economia di dollari.
Queste mie affermazioni sono confortate dalle cifre che riguardano le esportazioni italiane verso i paesi partecipanti al piano. Queste esportazioni sono aumentate nei primi nove mesi del 1949 del 22 per cento; le importazioni sono, invece, aumentate del 49 per cento. Il carbone ed il grano, per esempio, che sono fra le più gravose importazioni italiane, che ancora nel 1948 provenivano in gran parte dagli Stati Uniti, sono ormai prevalentemente acquistati nei paesi europei. V'è chi afferma che i fondi E.R.P. sono stati direttamente impiegati per colmare o diminuire il deficit dello Stato: nessuna lira dei fondi E.R.P. di contropartita è stata destinata a scopi non produttivistici. Anche i 70 miliardi sul fondo lire 1948-49, che figurano come rimborso spese del bilancio, sono stati destinati a quella ricostruzione ferroviaria che, senza il previsto apporto del fondo lire, non sarebbe stato possibile realizzare o, almeno, si sarebbe realizzata in tempi di esecuzione assai più lunghi.
Egli afferma, inoltre, che la liberalizzazione degli scambi equivale alla riduzione delle barriere doganali, e che si usa il termine «liberalizzazione» perché, attraverso il sistema Marshall, si vuole imporre il predominio dei grandi monopoli.
Anzitutto, si deve precisare che la liberalizzazione degli scambi non solo non esclude, ma presuppone l'esistenza delle tariffe doganali. Anche l'Italia ha ottenuto, nei confronti di alcune esigenze fondamentali del paese, qualche cosa; si è trattato di eliminare un insieme di ostacoli contingenti: doppi prezzi, licenze ministeriali che sono causa di incertezze e di turbamento per lo sviluppo economico del paese. Alcuni di questi provvedimenti, quale l'eliminazione dei doppi prezzi, sono di sicuro vantaggio per il nostro paese; ebbene, il vantaggio che ne deriva è il disporre del carbone non a prezzi maggiorati ma agli stessi prezzi che consentano una lavorazione a bassi costi, come avviene in Inghilterra e in altri paesi. Le parole dell'onorevole Togliatti suonano, indirettamente, elogio all'autarchia, a quella forma di autarchia a tutti i costi, e in tutti i settori, che non solo ha impedito la riduzione dei costi e il risanamento dell'economia, ma è stata causa della depressione in cui ci troviamo.
L'Italia è un paese essenzialmente trasformatore di materie prime, e avrà tutto da guadagnare dai rifornimenti a basso costo, avendo, in certo modo, la possibilità di esportare in una misura più larga. È falsa l'asserzione dell'onorevole Togliatti che i nemici maggiori della liberalizzazione sono proprio i grossi complessi monopolistici, i quali tendono alla riduzione dei costi e cercano di evitare, o ritardare, la libera produzione per mantenere, in un sistema più o meno autarchico, una situazione di favore e di sicuro utile, da essi precostituita. Stia attenta l'opposizione, che talvolta contrasta a parole con costoro, e che tanto spesso, invece, è ad essi unita!
Comunque, è stata prevista la clausola che vieta una forma di «cartellizzazione», e ritengo che, come all'O.E.C.E., come a Strasburgo, si possa assicurare che ogni mezzo sarà studiato in Italia per dare nuovi aiuti ai sani nuclei produttivi del nostro paese.
Giunto alla fine di questa troppo lunga replica, mi accorgo di non aver risposto agli oppositori dell'estrema destra, onorevoli Leone-Marchesano, Russo Perez, Roberti e Covelli, e dovrei aggiungere una risposta che è già contenuta nella mia polemica con l'estrema sinistra. Io difendo la vita dello Stato democratico, e voi, lasciando a me questo onore, vi preoccupate del passato, si chiami esso regime monarchico o rievocato nazionalismo. (Interruzione del deputato Leone-Marchesano). Non vi è da accogliere che l'augurio dell'onorevole Russo Perez, e cioè che ci spogliamo tutti del vestito vecchio. Scusate, incominciate voi, e, quando avrete un vestito nuovo, si potrà pensare ad una pacificazione totale che non può che fondarsi sul superamento del passato. (Applausi al centro e a destra).
E ora passo agli oratori amici, agli onorevoli Delle Fave, Del Bo, Cappi, Saragat, Pastore, Scalfaro; ho ascoltato questi autorevoli interpreti della maggioranza, ho colto il senso della loro solidarietà, adesione non cieca, ma fiducia ragionata, consapevole delle gravi difficoltà da superare e della comune responsabilità da portare.
Tale è la fiducia che chiedo anche alla Camera: res tua, res vestra agitur. Lo sforzo è comune; si tratta di rendere vitale la democrazia parlamentare. Numerosissimi disegni di legge attendono dinanzi alla Camera: contratti agrari, legge regionale, Corte costituzionale e referendum. E sopravverranno rapidamente le leggi, forse, più urgenti di tutte: la legge sulle opere pubbliche per il Mezzogiorno e la legge sulle zone depresse, nonché quella sulla riforma fondiaria e per il riordinamento del lavoro.
La fiducia che vi chiediamo è un impegno reciproco, liberamente preso e liberamente assolto, di lavoro con tenacia e con disciplina, con il fervido augurio di saper trovare nell'appoggio reciproco la forza di superare questo momento duro della vita nazionale. (Vivissimi, prolungati applausi a sinistra al centro e a destra).

On. Alcide De Gasperi
Camera dei Deputati
Roma, 14 febbraio 1950

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di martedì 14 febbraio 1950)


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