LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

 

VI GOVERNO DE GASPERI: REPLICA DI ALCIDE DE GASPERI AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 1 marzo 1950)

Il 27 gennaio 1950 Alcide De Gasperi forma il suo VI governo, una coalizione centrista tra DC, PSLI e PRI. Le tensioni politiche in Parlamento e nel Paese sono molto forti, l'opposizione comunista e socialista è virulenta contro la DC e contro De Gasperi.
Il 1 marzo 1950 il Presidente del Consiglio svolge la sua replica a conclusione del dibattito al Senato della Repubblica sulla fiducia al VI governo De Gasperi.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Credo che nessuno si attenda che io risponda partitamente e particolarmente a ciascuno degli oratori, di cui grande è stato il numero nello svolgimento della discussione. Io cercherò di tenere conto delle osservazioni fatte per rispondere sostanzialmente e sinteticamente, dividendo la mia risposta per materia.
Cerchiamo innanzi tutto di sbrigare la questione personale. Mancini ha detto, forse per un certo affetto che gli è rimasto per il suo antico collaboratore: «perché l'onorevole De Gasperi non ha seguito l'esempio di Giolitti, che alternava periodi di governo a periodi di riposo? Avrebbe giovato alla sua salute ed avrebbe favorito la distensione. Invece è rimasto per un puntiglio d'onore». E l'onorevole Lussu mi ha anche anticipato un'affettuosa necrologia. (Ilarità). Egli ha detto: «sarebbe augurabile che lo spirito cristiano lo illuminasse e lo rendesse umile, gli ispirasse modestia e sentimento di mortificazione». Ha concluso affermando la necessità di instaurare un Governo di unione democratica repubblicana.
Non voglio qui attardarmi a dimostrare che nel dibattito non era stata raggiunta la prova che esiste veramente una distensione, almeno nella forma e nei sentimenti espressi; anzi non è apparsa nessuna volontà di tregua, specialmente nelle espressioni degli oratori di sinistra, e per dimostrare ciò basta che mi appelli al primo oratore, all'onorevole Sereni, il quale ha dichiarato che il mio richiamarmi all'autorità della legge è un applicare il sistema farisaico. La prova più chiara poi, che non si accetta su quei banchi il principio democratico, cioè il principio della democrazia parlamentare, è questa: non si vuole accettare che esistano una maggioranza che governa ed una minoranza che controlla. Questa invece è la base del sistema parlamentare.
Si vuole una coalizione democratica popolare, o fronte popolare, che faccia perno sui comunisti e ne prepari poi (questo nei loro desideri) il governo totalitario: una specie di slittovia del totalitarismo. Ora, abbiamo governato assieme quando vigeva il sistema dei comitati di liberazione: è venuto poi, fatta la Repubblica, il momento nel quale, in base alla Costituzione, si doveva costituire un programma di maggioranza. Il suffragio universale doveva decidere, e ha deciso contro il fronte popolare, accogliendo una impostazione programmatica che comprendeva soprattutto due punti: primo, la preoccupazione per il sistema democratico e per la libertà dei cittadini; secondo, la necessità di collaborare con l'America.
Su questi due punti non c'era accordo, ed essi vivono ancora, influiscono ancora su tutte le nostre impostazioni politiche. È chiaro quindi che, se si vuol fare un governo di programma e si vuole mantenere una impostazione democratica, non esiste la possibilità di mutare le maggioranze a seconda della convenienza, ma solo a seconda della confluenza e della convergenza di programmi di azione ed anche di programmi presi come punto di partenza. Noi abbiamo avuto questa convinzione, che manteniamo anche oggi e che viene contestata da parte vostra. Ma voi non potete negare che essa è profonda ed illuminata da tutta una impostazione di programmi. Senza piano Marshall noi non saremmo vissuti, senza il popolo americano il popolo italiano non avrebbe avuto pane, carbone e petrolio.
I comunisti si oppongono precisando il concetto della politica di asservimento all'America, concetto che venne lanciato da Zdanov appena si ebbe la rottura fra la Russia e i rappresentanti delle altre nazioni, quando ci fu la prima conferenza sul piano Marshall. La maggioranza italiana invece ha creduto nella bontà del piano, ha voluto la collaborazione, ha voluto integrare questo sforzo con l'Unione europea, e, quando i paesi occidentali e l'America si unirono per un patto di pace (voi lo chiamate di guerra) l'Italia riconobbe che tale programma era veramente un patto di pace, e aderì con lo scopo di difendere il paese e di avere una garanzia per la sua vita e per la ricostruzione dei propri mezzi di difesa.
La campagna contro il patto atlantico continuò violenta; ci si calunniò come guerrafondai, si minacciò la guerra civile, si proclamò il sabotaggio contro l'arrivo delle armi appena appena sufficienti per le 8 divisioni che si potranno immediatamente armare e non sufficienti per le 12 divisioni a cui, in base alle disposizioni del trattato di pace, potremmo arrivare. Quando venne la crisi - evidentemente provocata, come fu qui dimostrato, da ragioni interne della coalizione - si proclamò l'esclusione, l'ostracismo contro di me, perché avrei creato un abisso di odio nel paese, osteggiato la pace interna ed estera, ed anzi compiuto o fatto compiere una strage fraterna, come ha accennato l'onorevole Sereni.
Secondo la mia convinzione, secondo i pareri di molti parlamentari che qui vi hanno accennato, io avrei potuto, forse dovuto, integrare il governo di coalizione con il rimpasto, perché tutti i partiti avevano pregiudizialmente riaffermato le ragioni di esistenza della coalizione, e nessun mutamento essenziale poteva consigliare diversi schieramenti: ma c'era la questione personale.
Forse dovevo pormi anche questa questione: forse un cambiamento di persona poteva giovare. Perciò rassegnai le dimissioni.
No, onorevole Mancini, non sono rimasto per un puntiglio personale. Rassegnai le dimissioni, i capi del Parlamento vennero consultati e la conclusione della consultazione fu il reincarico a me. A questo punto avrei potuto sì rifiutare, se avessi pensato a seducenti riposi, se avessi tenuto presente l'esempio di altri uomini abili ed esaltati del passato, i quali trovavano il modo di riservarsi per tempi migliori, e soprattutto se avessi potuto pensare che i contrasti nati in seno alla coalizione sulla questione delle regioni o delle riforme avessero creato uno spostamento dei cardini sui quali si imperniava la situazione. Ma ciò non era vero (ed è risultato anche dai negoziati per la ricostituzione del Governo), ed allora mi sottoposi per un senso del dovere alla fatica di aggiornare e di integrare il programma sociale: rividi le leggi amministrative, riesaminai le linee delle riforme maturate nel frattempo e, dopo aver sentito e consultato i partiti della coalizione, presentai ai rappresentanti dei Gruppi parlamentari un programma concreto ed impegnativo, rivolto specialmente a creare il lavoro, ma riguardante anche molti altri punti come la legge tributaria, la legge sindacale, la legge regionale, eccetera. Credo di poter affermare - almeno a mio ricordo - che mai ci fu una preparazione così approfondita che precedesse ogni questione di dicastero, di titolari, ogni questione personale: fu un programma preparato dopo consultazioni, poi presentato e discusso dai rappresentanti di tutti i Gruppi che dovevano partecipare al Governo.
Onorevole Lussu, lei che mi ha ricordato il dovere della modestia, sappia che tale fatica in realtà mi rese umile dinanzi alle difficoltà che dovetti superare e direi un po' mortificato dinanzi alle suscettibilità che non seppi evitare, sentendo io stesso i limiti dell'abilità umana e la fatalità della circostanze; ma il senso del dovere mi trattenne da ogni diserzione. La battaglia continua perché è più forte di noi, e solo il Parlamento mi può liberare, congedandomi da questa responsabilità! (Vivi applausi dal centro e da destra).
In questo dibattito l'onorevole Romita mi ha invitato ad accogliere il monito della vittoria laburista. Lo ha fatto in un momento in cui questa sembrava più chiara; comunque il monito rimane, e le conclusioni possono essere tratte egualmente. Dirò che nutro molta ammirazione per parecchi uomini del laburismo, e soprattutto aderisco a molti provvedimenti sociali di questo movimento e non mi lascio turbare nemmeno dal fatto che parte delle sue spese eccessive le abbiamo pagate anche noi con la svalutazione della sterlina. Ammiro soprattutto la continuità del regime libero che è garantita dalla disciplina nazionale. Quando io parlo di legge, e voi mi rispondete che si tratta di una legge farisaica o di una farisaica interpretazione della legge, vi rispondo: no, c'è una legge vitale per lo Stato, c'è una legge vitale per la sua esistenza come comunità e come nazione, e questa legge è la legge del riconoscimento da parte di tutti i cittadini della solidarietà necessaria, dell'autorità dello Stato.
E allora io rimprovero l'onorevole Romita ed i suoi compagni di ammirare molte cose nei laburisti, ma di non ammirare in loro, in quel loro partito, come negli altri partiti che si sono succeduti al potere, nella continuità della vita politica inglese, questo senso di solidarietà, di comunità, di ubbidienza all'autorità dello Stato, che deve sopravvivere; sopravvivere ai parlamenti e sopravvivere ai partiti. È questo il punto fondamentale che ci divide in molti momenti, questo è il punto fondamentale che non bisogna perdere assolutamente di mira, né prima della crisi, né durante, né dopo la crisi, perché questa è la base della nostra vita, questa è l'unità, questa è la salvezza della nazione.
Quando si difende ogni gesto di secessione o di disgregazione, quando, in nome della libertà, si chiede ogni possibilità di sviluppo per la propria attività e non si concede niente allo Stato, niente alla solidarietà nazionale, alla comunità, si commette un matricidio verso la patria, perché, mancando questo centro morale, è difficilissimo che una democrazia possa vivere. Io credo che il delitto si commetta soprattutto contro la democrazia, perché in altri paesi - ove ci sia una dittatura o una monarchia assoluta o altri governi di tal forma - forse si può farne a meno, e non si sente questa necessità: ma là dove governa la libertà, dove c'è la democrazia, questo senso di unità e di solidarietà è una necessità assoluta, è una legge di vita. Ecco perché io pensavo che fra le cose che si possono ammirare nel partito laburista c'è anche questa, che nei momenti difficili il governo laburista non ha avuto scrupolo di applicare misure di emergenza, e quando uno sciopero ha impedito i movimenti necessari per approvvigionare Londra si sono fatte intervenire tutte le forze dello Stato per superare la situazione.
Non dico questo e non accenno a questo per venir meno alla mia lealtà verso il principio di libertà inserito nella Costituzione circa lo sciopero.
Però non posso nemmeno rinnegare né venir meno alla lealtà verso il principio fondamentale che è questo: lo Stato ha il diritto e il dovere di difendere gli interessi della collettività, quando questi vengano messi in pericolo da una parte o dall'altra. (Approvazioni dal centro).
Il senatore Sereni ha accusato De Gasperi di servirsi della legge dei farisei per cercare di elevare un muro di diffidenza, di odio, di paura e per dividere il popolo dal popolo. Il suo discorso sui cinque punti della pace è terminato con questa pacifica conclusione: «per la pace noi seguiteremo a lottare contro questo Governo, contro il Governo della strage fraterna. Abbiamo fiducia nella vittoria della pace perché siamo partigiani della pace, partigiani della vita».

Voce dalla sinistra. Ed allora?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Allora entriamo in argomento. Per la pace, noi siamo chiamati in questo momento a decidere, a deliberare sopra i cinque punti. Però, poiché se ne è fatta una piattaforma di discussioni durante il dibattito, sarà necessario ed opportuno che io dica qualcosa, riservando per il resto tutti i diritti della futura discussione alla Camera.
Se vogliamo cercare una dichiarazione dottrinaria e pratica per la pace, la più efficace che si possa pensare, bisogna cercarla nell'atto di fondazione della Società delle Nazioni prima e dell'O.N.U. poi.
La dichiarazione consensuale dei 49 Governi nel 1945 a San Francisco, quando si è fondata l'organizzazione internazionale delle Nazioni Unite, incomincia a dire che «nazioni, decise a salvare le future generazioni dal flagello della guerra e ad unire le forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale, hanno deliberato il seguente patto». Gli scopi di questo, nell'articolo 1, vengono fissati così: «Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, e a questi fini prendere efficaci misure collettive per la prevenzione e la rimozione delle minacce di guerra». Nell'articolo 12, a proposito del Consiglio di sicurezza, si dice: «qualora il Consiglio di sicurezza ritenesse che le misure previste nell'articolo 41 fossero inadeguate o si fossero dimostrate tali, si possono intraprendere quelle azioni di forze aeree, navali e terrestri che siano necessarie per stabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tali azioni possono comprendere delle dimostrazioni, delle misure di blocco ed altre operazioni eseguite dalle forze aeree, navali e terrestri di membri delle Nazioni Unite». L'articolo 43 parla di assicurare il mantenimento della pace e la sicurezza internazionale, e dice: «Tutti i membri delle Nazioni Unite, al fine di contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, si impegnano a mettere a disposizione del Consiglio di sicurezza, dietro suo invito e conformemente ad un accordo speciale o a degli accordi speciali, le forze armate necessarie al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale». All'articolo 47 si conferma la finalità del mantenimento della pace e si stabiliscono anche i mezzi per il suo mantenimento.
È inutile che io scorra gli altri articoli.
Voglio però, poiché si va dimenticando rapidamente quello che era essenziale - in un certo tempo - voglio ricordarvi tutto questo per concludere che la migliore misura, la più facile, il più sicuro provvedimento per garantire la pace è quello di rafforzare l'O.N.U., e che il peggiore è sabotare col veto del Consiglio di sicurezza la vitalità di questa organizzazione.
Devo qui ricordare che la Russia ha opposto il veto 32 volte... (Proteste dell'estrema sinistra).

TERRACINI. E l'America quante volte?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. L'America due volte, e così altri Stati; la Russia 32 volte. Mi dispiace, io ho trovato questi dati. Ad ogni modo, perché parlate voi, se parliamo della Russia? (Ilarità - Applausi dalla destra e dal centro).
Questo mi lascia concludere, e credo che concluderò in modo pacifico, che poiché l'onorevole Lussu è membro della delegazione che va in Russia, come leggo dai giornali...

LUSSU. Ne sono onoratissimo.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ebbene, io vorrei avere l'onore di rivolgergli un appello particolare: siccome lo strumento più sicuro per la pace è l'O.N.U. ed il patto più reale che esista è quello che lega le Nazioni Unite alla pace ed al modo di difendere la pace, vorrei pregarlo di dire, se gli riesce, una parola confidenziale all'amico Vyšinskij, che conceda all'Italia di entrare finalmente nell'O.N.U. (Vivi applausi dal centro e dalla destra).

LUSSU. Lei sa che cosa mi risponderebbe: questo è possibile solo se verranno ammesse anche le Nazioni dell'Europa orientale.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Io sono sicuro che avendo l'onorevole Lussu attinto tutte le informazioni nel Senato e in genere nel paese saprà come ribattere ad eventuali risposte. (Applausi dal centro e dalla destra).
Secondo baluardo della pace è l'unione dell'Europa, unione che non è ancora raggiunta ma che sola, direi ancor più che la società universale delle Nazioni Unite, può agire per la pace. Ebbene, l'Europa che cosa è? L'Europa, se le altre Nazioni avranno lo stesso istintivo senso di difesa come l'Italia, l'Europa sarà e diventerà veramente il baluardo tra tutti i conflitti che possono nascere a sinistra e a destra, il centro dello sviluppo della pace e della democrazia. (Vivi applausi dalla destra e dal centro).
L'Europa è un'istituzione che va diventando e diventa forte: dovreste sperarlo anche voi per la salvezza della democrazia.
Il primo sforzo di solidarietà internazionale fu fatto dal piano di ricostruzione economica. Ancora oggi voi capovolgete i termini del problema. Parlate di asservimento all'imperialismo americano ed invece si tratta di autonomia europea che dipende da noi raggiungere. Voi rompete questa possibilità, in nome della sovranità della nazione russa, per mantenere la cortina di ferro; perché, questa è la verità, tutti gli accordi internazionali si sono urtati dinanzi alla preoccupazione della Russia - anche se legittima, dal suo punto di vista - di mantenersi separata dall'eccessivo contatto con il resto dei paesi europei democratici.
Da qui è venuta la necessità del piano difensivo dell'Atlantico. Dovevamo noi rifiutare l'offerta di una difesa per il caso di aggressione, e le poche armi che ci consentano di impedire o ritardare eventuali invasioni? La sproporzione delle forze è ancora immensa. Nessuno da parte europea può pensare ad attaccare. Voi direte: nemmeno la Russia, ed io lo spero; ed allora è chiaro che la guerra non ci sarà.
Se voi mi parlate, come primo punto, della riduzione dei bilanci di guerra e degli effettivi militari, io vi rispondo che queste proposte sono già state fatte. Io ricordo che all'Assemblea dell'O.N.U., il 26 settembre 1948, Vyšinskij propose la riduzione di un terzo di tutte le forze di terra, di mare, di aria in Francia, Inghilterra, America, Russia e Cina. So questo, ma che cosa vi darebbe la riduzione di un terzo? Il mantenimento di una prevalenza, di un predominio delle forze che sono dalla parte della Russia, è evidente.
Ora, l'obiezione (che non faccio io perché noi abbiamo delle forze armate molto più ridotte) che viene dagli avversari è questa: ma il punto di partenza quale è quando si parla di riduzioni? Questa è una storia vecchia. L'onorevole Gasparotto ricorderà che nei tempi passati, subito dopo la prima guerra mondiale, sorse la grossa questione di ridurre egualmente gli armamenti. Ma da che punto di partenza? Se ad un certo momento uno Stato preme perché si faccia la riduzione, in genere è perché si accorge di essere in vantaggio, e quindi gli altri non accettano. Se voi osservate la situazione al 31 gennaio 1950 degli effettivi militari, vedete che i paesi europei, più gli Stati Uniti, hanno assieme due milioni 113.000 uomini - lascio da parte la Jugoslavia con 400 mila uomini -; e la Russia e i suoi alleati...

LABRIOLA. Satelliti.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ho voluto usare una parola più blanda. (Ilarità). Dicevo che la Russia e i suoi alleati hanno alle armi 3.775.000 uomini, naturalmente non calcolando, come calcolate voi, Mao Tse-tung, che ne ha tre milioni.
Ecco la difficoltà. Voi vedete che non dico queste cose perché non sia questa una mèta da raggiungere. Bisogna cercare di raggiungerla, ma bisogna essere realisti e dire che, per raggiungere la riduzione degli armamenti, ci vuole un criterio uguale per tutti, in modo che non indebolisca la situazione, perché se da una parte avviene questo indebolimento, ciò evidentemente forma e crea ragione di guerra.

SCOCCIMARRO. Perché non si accetta il disarmo totale? (Applausi dalla sinistra).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Non è stato proposto.
E vengo al secondo punto: proibizione delle armi atomiche. Favorevolissimi noi; dobbiamo essere più che favorevoli: ma ricordo, anche qui, che la prima proposta venne presentata il 24 gennaio 1945 all'Assemblea dell'O.N.U., ed alla conclusione del dibattito su di essa si arrivò a questo: fu eletta una commissione che aveva lo scopo di formulare la proibizione e l'eliminazione negli armamenti nazionali delle armi atomiche e di tutte le armi atte alla distruzione di massa, nonché la sollecita istituzione del controllo internazionale dell'energia atomica e delle altre moderne scoperte scientifiche per assicurarne l'uso solo a scopi pacifici.
Questo secondo punto è stato votato da tutte le nazioni, meno la Russia e i suoi alleati, perché la Russia accetta in teoria l'eliminazione degli armamenti internazionali, ma non accetta nessuna forma di controllo. (Proteste dalla sinistra).

SCOCCIMARRO. Non è vero!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Scoccimarro, se lei mi dimostrerà che le mie citazioni sono false, sono pronto a ritirarle: però, nell'ottobre 1949, è stato pubblicato il memoriale redatto dai cinque membri permanenti della commissione per la energia atomica dell'O.N.U. e tutta la triste storia delle varie trattative di quell'anno è riassunta in questo documento, che conclude così: «è evidente che esistono divergenze di vedute fondamentali, non solo sul metodo, ma anche sul fine; tutte le potenze promotrici, ad eccezione dell'U.R.S.S., pongono in primo piano la sicurezza del mondo e sono disposte ad accettare delle innovazioni ai concetti tradizionali di cooperazione internazionale, di sovranità nazionale e di organizzazione economica, laddove esse sono necessarie alla sicurezza; il Governo dell'U.R.S.S. pone la sua sovranità in primo piano e non è disposto ad accettare delle misure che possano toccare la illimitata sovranità degli Stati o interferire con il suo rigido esercizio. Se questa divergenza fondamentale potesse essere superata, le altre diversità di punti di vista, finora apparse insormontabili, potrebbero essere poste nella loro vera luce e potrebbe essere eventualmente possibile trovare un terreno atto a risolverle».
Il quarto punto è che cessi contro i partigiani della pace ogni persecuzione e repressione. Credo che questo sia stato scritto per altri paesi, non per l'Italia, perché non so davvero in qual modo noi abbiamo perseguitato gli aderenti alla propaganda per la pace. Sino al 15 novembre 1949 il movimento si contenne entro forme propagandistiche, e noi non abbiamo fatto nessun atto di limitazione o repressione. Il comizio di San Giovanni del 30 ottobre 1949 si è svolto in una forma pacifica senza nessun disturbo in tutta la capitale. Nell'aprile 1949 la delegazione italiana è partita in numero di 800 membri con un treno speciale per portarsi a Parigi. Il Comitato mondiale si è radunato a Roma il 28-30 ottobre, ed i consolati italiani hanno concesso 74 visti a stranieri, la maggior parte naturalmente comunisti, che sono venuti a questo congresso. Non si può dire davvero che noi abbiamo impedito questa propaganda per la pace.
Certo che la cosa diventa un po' complessa se, come ha annunciato radio Mosca il 19 febbraio 1950, si confonde la propaganda per la pace con la propaganda per atti di sabotaggio; allora il problema diventa diverso. Difatti, alle ore 20.30, radio Mosca diceva: «in Italia la lotta per la pace assume vaste proporzioni; circa mille consigli comunali hanno approvato la risoluzione dei partigiani per la pace, per la condanna della bomba atomica, per la riduzione degli armamenti, e per la conclusione di un patto fra le 5 grandi potenze.
«In tutto il mondo ferve la lotta per la pace; rispondendo all'appello dei partigiani della pace, i portuali in Francia, Olanda, Belgio e Algeria si rifiutano di caricare e scaricare armi di guerra; in Germania si inneggia alla pace e all'unità del paese. Il movimento si intensifica a Cuba e nel Venezuela, e le forze della pace capeggiate dall'U.R.S.S. diventano inesorabilmente più forti» eccetera.
Ora qui, se si tratta della propaganda per la pace, massima libertà; ma se si tratta di eccitare e di organizzare atti di sabotaggio, ci opporremo con la massima energia! (Vivissimi applausi dal centro e dalla destra - Interruzioni dalla sinistra).
Anche se la propaganda si vuole far penetrare nelle file dell'esercito per disintegrarne lo spirito, anche in quel caso il Governo sarà vigilantissimo; esso da una parte ha speranza nel senso patriottico, ormai dimostrato, degli operai ed anche dei portuali, e dall'altra conta sullo spirito di fedeltà dell'esercito. (Vivissimi applausi dal centro e dalla destra).
Dell'esercito debbo dire che, nonostante noi non siamo in grado di stipendiarlo come meriterebbe e nonostante che noi non siamo in grado di dargli tutte le comodità e tutti quegli strumenti che sarebbero necessari per il suo sviluppo, esso, con spirito di sacrificio e con l'antico spirito militare, mantiene fede al proprio ideale e soprattutto all'amore per la patria. (I senatori del centro e della destra ed i membri del Governo sorgono in piedi ed applaudono lungamente; ripetute grida di «Viva l'Esercito», alle quali non si associano i senatori di estrema sinistra, che in un secondo momento applaudono lungamente al grido di «Viva la pace»).

TONELLO. Abbasso l'esercito!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Al punto quinto si afferma: cessi la guerra dei nervi e sia ristabilita la fiducia mediante un patto di pace fra le grandi potenze. Nessuna obiezione, naturalmente, da parte dell'Italia anche se l'Italia non può far parte delle quattro o cinque grandi potenze. Però io devo ricordare una cosa. Avete dimenticato la réclame che si è fatta attorno al patto a quattro del 7 giugno 1933 e il danno che tale patto - nonostante le buone e pacifiche intenzioni, almeno da parte di Mussolini che ne aveva preso l'iniziativa perché in quel momento non pensava alla guerra - ha provocato? (Commenti da sinistra). Avete dimenticato che queste formule scritte di nuovi patti entro la Società delle Nazioni possono dare la sensazione che si indebolisca la coesione che deve sussistere fra tutti, paesi maggiori e minori?
Io dubito assai - non dico di più, non vado più in là, non formulo obiezioni sostanziali - che una simile formula potrebbe rafforzare ciò che va soprattutto rafforzato, vale a dire la solidarietà delle nazioni in seno all'O.N.U. Ad ogni modo saremmo lieti se questo principio di pace e di organizzazione di pace, se questa preoccupazione, questa cura di pace, potesse ottenere un effetto pratico.
Ma ci vuole anche uno spirito di pace interna nel modo di avviare la propria azione, nei contatti fra le diverse categorie e fra i diversi partiti. E non si può, onorevole Sereni, accusare di seminare sospetto, odio, sfiducia, cioè i germi della guerra civile.
Voi l'affermate, ma lo credete veramente? Io penso che voi non lo crediate, perché voi sapete che io non cerco l'odio, ma cerco la pace e la collaborazione. Ad ogni costo io debbo cercare tale collaborazione: è il mio compito, oltreché l'ultimo proposito dell'animo mio. Non posso però che collaborare sopra un piano concreto di coordinamento e di azione; non posso accettare senz'altro il principio di fare un governo di unione repubblicana o di fronte popolare.
Voi dite che non lo accetto per via del mio anticomunismo. No, l'anticomunismo è la parte negativa, il verso di una facciata è rappresentata - come ho detto prima - dalla difesa della libertà, dal principio di democrazia, dall'accordo con l'America, dalla fede nelle organizzazioni internazionali, dalla fede nell'Europa. Questo è il lato positivo. Se siete d'accordo su ciò, per il resto si potrà saggiare poi alla prova se il vostro accordo è sostanziale o semplicemente formale.
Ma io dico che non è giusto che voi mi ricordiate i farisei ed una interpretazione letterale della legge, quando io non vi parlo qui di interpretazione letterale, ma dello spirito della pace, che deve governare non soltanto nei rapporti fra le nazioni, ma anche nei rapporti fra le classi e nei rapporti fra i partiti.
Vi ricordo ancora un altro fatto che è sfuggito a molti, che cioè proprio nell'O.N.U., fin dal novembre 1949, ancora prima della riunione del Cominform in Ungheria e prima che il cosiddetto movimento per la pace iniziasse la sua attività, l'assemblea generale dell'O.N.U. approvò, con la maggioranza di 53 su 59, una risoluzione, dal titolo «Punti fondamentali per la pace», che impegnava solennemente ancora una volta i membri aderenti a mantenere e rafforzare la pace. Tale mozione era stata presentata dagli Stati Uniti e dall'Inghilterra; i paesi del blocco sovietico votarono contro, la Jugoslavia si astenne.
Voi vedete che in ogni caso le formule, le impostazioni sono pronte anche dentro l'organizzazione dell'O.N.U., sono possibili anche in quel campo più vasto e direi più autorevole, più ufficiale, che rappresenta tutte le tendenze. Badate a non interrompere ed indebolire queste possibilità, ma fate che esse si rafforzino soprattutto in seno all'O.N.U., perché questa è una esigenza ed una garanzia maggiore per un movimento di pace e di disarmo.
Si è parlato poco di politica estera in questo dibattito, ma tuttavia qualche accenno, e molto autorevole, è stato fatto.
Abbiamo tutti aderito alle parole conclusive dell'onorevole Orlando che riguardavano il territorio libero di Trieste e protestavano contro gli ultimi deplorevoli incidenti di Capodistria. A proposito di essi devo annunciare che il Governo è intervenuto rapidamente con una protesta a Belgrado, e posso informare il Senato che il Governo jugoslavo ha subito comunicato alla nostra legazione la sua deplorazione per l'atto vandalico, ed ha informato che i cinque colpevoli erano stati arrestati e denunciati all'autorità giudiziaria e verranno presto processati.

CINGOLANI. Ricostruiscano la lapide!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Dopo il suo suggerimento, dirò anche la conclusione, che volevo leggere, della lettera del Governo italiano: «Il Governo - dice la lettera - attende dalla comprensione del Governo jugoslavo che, dopo la grave offesa recata alla nazione italiana, venga ripristinato quanto era stato distrutto con gesto insensato e irriverente».

CINGOLANI. Molto bene!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Nessun dubbio è lecito, nessuna svalutazione è ammissibile circa l'impegno delle tre potenze - Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia - di restituire all'Italia Trieste e la zona B del territorio libero.
Non è vero che la solenne dichiarazione alleata fosse una promessa di carattere elettoralistico; è uno dei meriti del conte Sforza di aver impostato la richiesta dell'impegno molti mesi prima delle elezioni e di averlo ottenuto intero, solenne ed irrevocabile. Nessuna delle tre Potenze (e meno di tutti la Francia, il cui attuale capo del Governo fu il primo ad assumerlo) ha mai cercato di attenuarne la validità.
Voi mi direte: promessa: perché non l'avete ancora avuta? Ma noi ci siamo sempre affrettati, anche nel momento elettorale, ad aggiungere, noi stessi già allora, pur nell'entusiasmo dell'accoglimento, che mai avremmo cercato di ottenere la attuazione a scapito piccolo o grande della pace internazionale; e nelle stesse elezioni amministrative io ripetei sulla piazza grande di Trieste questa dichiarazione, e i triestini nel loro entusiasmo e nella loro coscienza vi hanno pienamente aderito. Aggiungo ancora che io sono pienamente solidale con il ministro degli esteri quando si adopera per ottenere Trieste all'Italia, anche come pegno di relazioni feconde con la vicina Repubblica jugoslava, dando un esempio di cooperazione economica al di sopra di pacificate frontiere.
C'è stata in questi giorni una dichiarazione di cui non posso prendere atto ufficialmente perché manca il testo ufficiale, che i giornali attribuiscono al ministro Kardelj. Non ho bisogno di aggiungere che, se tali dichiarazioni sono vere, nel testo che ne hanno comunicato i giornali, esse sono assolutamente inaccettabili da parte nostra. Mi riservo però, o meglio, il ministro degli esteri si riserva di fare i passi che riterrà opportuni e che ha già iniziato.
Ma qui, a proposito del conte Sforza, sento il dovere di lealtà, con riferimento a certe distinzioni o discriminazioni fatte con benevolenza verso di me dall'onorevole Orlando, di dire che io non vedo nell'europeismo dell'onorevole Sforza un minore suo impegno nella difesa degli interessi nazionali. È a questi che egli ha sempre mirato e sempre guarda, sia pure con la legittima tendenza di coordinarli agli sviluppi di una nuova sistemazione mondiale. Non è esatto che egli dimostri tiepidezza e insensibilità, di fronte alle rivendicazioni nazionali, ché anzi esse furono da lui tenacemente perseguite e non avendole ancora raggiunte su certi punti, come aveva sperato, egli fu talmente sensibile che offerse parecchie volte il sacrificio della sua persona qualora io avessi ritenuto che ciò giovasse alla causa.
Quanto a me, non so davvero di avere parlato o agito nelle conferenze estere o nei colloqui con i negoziatori nel tono e con la convinzione di un penitente. Ho detto a Parigi e a Londra quel tanto che era necessario per non far gravare sul popolo italiano le responsabilità della dittatura fascista, ma invano cercherete una parola che tradisca una mancanza di dignità o una deficienza di sentimento nazionale! (Vivi applausi dal centro e da destra).
Certo è che in patria, nei nostri comizi, nelle nostre discussioni, quando, soprattutto da parte di un rinascente nazionalismo, si tenta di fare responsabili noi democratici degli errori passati, abbiamo il dovere e il diritto di ricordare che le colpe si espiano: dovere, perché gli errori non si ripetano e la nostra gioventù non sia di nuovo vittima di frasi sonanti e di sogni avventurosi. (Applausi dal centro e da destra).
E ora, veniamo al piano della C.G.I.L. Il programma del Governo elaborato durante la crisi, e preparato, in alcuni suoi elementi fondamentali, dai ministri del passato Ministero, tra i quali il senatore Bertone, divideva gli investimenti per il Mezzogiorno di 120 miliardi (100 miliardi, più la aggiunta di 20 miliardi per la parte montana del nord), in trasformazioni agrarie, bonifiche, viabilità straordinaria, grossi acquedotti e movimento alberghiero. Quando abbiamo faticosamente messo assieme questo programma - faticosamente per il problema finanziario e faticosamente perché, nella sua compilazione, bisognava tener conto della possibilità di una rapida attuazione, quindi del fatto di avere o non avere i progetti o i preparativi necessari - si poteva prevedere che si discutesse, ci fossero obiezioni sul finanziamento, si riservasse un giudizio a quando fosse stato presentato il progetto concreto. Non si prevedeva, certo, che qui si venisse a dire anche a nome del Mezzogiorno: «Ma questa è una elemosina che si deve rifiutare con sdegno! Ma questa è una miseria!». Ed altri hanno esercitato la loro fantasia e visto che i miliardi, secondo loro, si trovano facilmente, hanno cominciato a parlare di 1.200 miliardi che non sarebbero bastati per tale piano (hanno anche lamentato che si preveda di erogarli in dieci anni mentre ne sarebbero bastati cinque) ed anzi ne hanno richiesti fino a duemila o tremila. Orbene, domandare è facile ma in concreto dove trovare tanto denaro? Anche l'onorevole Scoccimarro - non rispondo ora a lui in particolare - come del resto tutti gli altri, dicono: col buon prestito americano. Ma, signori, i prestiti americani non sono una cosa così facile da raggiungere. L'ho provato io stesso: la prima volta, in occasione del mio viaggio in America, ho dovuto compiere una immensa fatica per concludere un prestito di 100 milioni di dollari. Figuratevi poi se ne avessi dovuto ottenere uno di tremila milioni di dollari! (Commenti dalla sinistra).
Ad ogni modo voi (Indica la sinistra) non appartenete certo a coloro che preconizzano prestiti dagli americani; ciò sarebbe opposto alla vostra teoria ed alla vostra propaganda contro l'asservimento agli americani! (Approvazioni dal centro e rumori dalla sinistra).
Quando si è parlato del piano della C.G.I.L. alla Camera dei deputati, io ho detto: mi pare che manchi il più, che cioè manchino i denari. Però, siccome l'onorevole Di Vittorio aveva aggiunto che si sarebbe presentata in concreta forma la attuazione, io lo assicurai che avrei esaminato con attenzione la loro proposta, e che, se ci fosse stato qualcosa, od anche tutto da utilizzare, lo avremmo accettato e ce ne saremmo serviti. Quando poi questa indicazione concreta non è venuta in altra forma, ma si è avvertito che sarebbe stata enunciata tramite la conferenza economica, abbiamo inviato due egregi colleghi con l'incarico di vedere e sentire se il programma di Governo ne avrebbe potuto approfittare, sia per i settori da «aggredire» - come si dice adesso - sia per il modo di procurare il finanziamento. L'accoglienza è stata molto gentile, ma poi sull'organo ufficiale della maggioranza degli aderenti alla conferenza si scriveva che «la sterile manovra di Campilli e La Malfa di svuotare il piano della C.G.I.L. del suo significato politico antigovernativo, manovra appoggiata dalla stampa di destra, è destinata ad essere interpretata dall'opinione pubblica come la confessione che la politica sin qui seguita dal Governo è tutta sbagliata».
Dunque c'era sotto un programma antigovernativo - come si rileva da quel che scrive il vostro giornale - mentre noi credevamo che si trattasse di tutt'altro, cioè di un piano di lavoro! (Applausi dal centro).
Noi abbiamo dunque mandato due colleghi ad ascoltare quella vostra conferenza, ed abbiamo saputo poi da questi nostri informatori - come del resto appariva chiaro dalle relazioni dei giornali - che nella conferenza economica si è completamente ignorato il programma governativo come se addirittura non esistesse, nonostante fosse un programma che rappresenta pur esso un impegno di Governo e di maggioranza, e si è ignorato con la presunzione di chi, avendo la ricetta miracolosa in tasca, non si interessa di medici e di medicine.
Si sono presentate relazioni e proposte, alcune delle quali tecnicamente molto valide, per i tre settori della bonifica, dell'edilizia, degli impianti elettrici: ma si poteva ignorare in quel momento, che nel campo della bonifica e delle irrigazioni, si è iniziato da tempo, da parte di questi Governi «neri», un programma per il quale sono disponibili, in questo esercizio, 50 miliardi che diverranno 80 per 10 anni con le assegnazioni previste per il Mezzogiorno nel programma che vi ho citato prima, e in connessione con una riforma fondiaria?
Si poteva ignorare la riforma agraria, si poteva ignorare che esiste al Ministero dell'agricoltura un programma di irrigazione uscito alla fine dell'anno precedente che riguarda tutte le irrigazioni in corso, quelle progettate e quelle che si potranno fare e finanziare? Si poteva ignorare tutto questo?
Mi pare che tra gli argomenti oggettivi di costruzione di un piano doveva esservi anche questo, che questo «maledetto» Governo aveva cercato di iniziare a fare o che aveva fatto. Non se ne parla affatto, invece, come se ci trovassimo dinanzi ad una tabula rasa, ad una costruzione nuova.
Per l'edilizia abbiamo previsto investimenti per 100 miliardi entro il 30 giugno 1951 col piano Fanfani e 40 miliardi con la legge Tupini, senza tener conto delle previdenze per le abitazioni e per l'edilizia degli enti pubblici.
Per gli impianti elettrici è noto che i lavori in corso e quelli che si inizieranno entro il 30 giugno 1951 (questo impegno fu preso, e fino a questo momento dobbiamo credere che sarà attuato) importeranno un investimento annuale di circa 100 miliardi. E non tocco gli altri settori (navale, ferrovie, eccetera) per i quali i provvedimenti sono all'esame del Parlamento.
Questo di ignorare sarebbe però stato ancora un peccato veniale in confronto dell'altro: nessuna proposta seria e attuabile di finanziamenti è stata rimessa ai lavori parlamentari. Abbiamo sentito ieri un uomo molto autorevole, l'ex ministro Scoccimarro, il quale ha presentato delle proposte che verranno esaminate e vagliate, e da coloro che vorranno sostenerle e attuarle, e da coloro che si opporranno. Comunque altre proposte concrete dalla conferenza non sono uscite. Vi si era riferito il senatore Castagno, quando ha parlato, prima della conferenza stessa, in una esposizione molto moderata, che io ho ascoltato con molta attenzione nonostante venisse da un avversario, perché egli ha presentato delle obiezioni in modo oggettivo. L'onorevole Castagno annunciava che sarebbe stato presentato un programma completo al Parlamento. Allora abbiamo il diritto e il dovere di aspettare con molta calma se vi saranno proposte attuabili, proposte che possano veramente essere trasformate in condizioni di lavoro e finanziate. Se ciò fosse, è non solo nostro diritto, ma anche dovere vararle. Io non entro in ulteriori dettagli: a proposito di questa materia attendiamo la relazione economico-finanziaria del ministro del tesoro, che farà riferimento ai progetti riguardanti i programmi di lavoro per il Mezzogiorno, per le zone montane, per la riforma fondiaria, già presentati alla Camera. Allora voi avrete occasione di fare il confronto, di vagliare, discutere e deliberare in materia.
Quando si è venuti alla conclusione della conferenza, io ho provato una grossa delusione perché, nonostante il mio pessimismo, avevo sperato che quello fosse un settore in cui si potesse collaborare, come si collabora tra persone responsabili. Mi era sbagliato, perché il comunicato conclusivo della conferenza fu il seguente: «Questa situazione è maggiormente aggravata dal fatto che l'economia italiana è costretta nell'ambito del sistema occidentale, dominato dall'imperialismo americano, mentre le imperiose esigenze di lavoro, di vita del nostro popolo esigono che l'Italia attui una politica di vasti scambi economici con tutti i paesi senza nessuna discriminazione».
Qui dovremmo ripetere ancora per la centesima volta che ci sono 42 trattati di commercio con le potenze orientali...

SCOCCIMARRO. Ma non si attuano.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. ...che si attuano nei limiti del possibile, perché non possiamo comperare il grano russo quando costa molto di più di quello degli altri paesi o il carbone della Polonia per far pagare di più le nostre esportazioni.
Il comunicato continua con una punta politica: «L'attuazione del piano richiede una nuova politica economica, un Governo indipendente dai monopoli industriali e dalla grande proprietà terriera, che riscuota la fiducia delle classi popolari, che sole possono rendere possibile lo sforzo collettivo necessario per il compimento di questa opera grandiosa per la rinascita nazionale».
Se voi tendete veramente ad una collaborazione, la potete attuare in Parlamento, anche come minoranza. Non è necessaria la condizione del capovolgimento dell'ordine attuale; bisogna invece vedere se si può trovare la via dell'accordo nell'azione, bisogna vedere se questo accordo nell'azione è più forte delle obiezioni di principio o di ideologia. Solo allora si può attuare la collaborazione, quando non si dirà più che questo Governo è incapace di collaborare con la sinistra, è mancipio dei monopoli e dei ceti industriali.
L'onorevole Alberganti nel suo discorso, che ha una certa relazione con il programma economico, è stato molto duro, specie quando ha ripetuto quello che altre volte aveva detto riguardo l'industria meccanica. Ora, qui bisogna pure ricordare che nel settore della meccanica le commesse statali costituivano nel 1938 il 34 per cento e negli anni di guerra arrivarono fino all'ottanta per cento del lavoro complessivo delle industrie meccaniche, giacché quasi tutto era destinato allo Stato. Era naturale, era fatale che se non fossimo arrivati a tempo a fare la conversione, doveva capitarci addosso una crisi delle industrie meccaniche, perché lo Stato non poteva continuare a costruire armamenti.
I fallimenti ed i protesti a cui si è riferito l'onorevole Alberganti, sono fenomeni dolorosi dei periodi di conversione, ma rappresentano solo l'aspetto negativo di tali periodi. Non bisogna dimenticare che esistono gli aspetti positivi, rappresentati dallo sviluppo, dalla estensione di alcuni altri settori dell'attività industriale. È proprio quello che sta avvenendo nel nostro paese dove, se alcune attività si eliminano, altre al contrario si sviluppano, si rinforzano. Prima della guerra, il settore tessile non ha mai lavorate oltre duecentomila tonnellate di cotone e quantitativi di altre fibre; gli impianti idroelettrici sono, o saranno tra breve, in pieno fervore, e l'industria edilizia, da qualche tempo a questa parte, manifesta una confortante ripresa.
I licenziamenti sono un fenomeno doloroso e il Governo si sforza di mantenerli nella minima misura possibile, ma anche con l'assorbimento di mano d'opera la soluzione di questo grave problema non può essere totale se non si fa appello ad una stretta collaborazione internazionale, e voi sapete che il Governo sta agendo in questa direzione. Sarebbe però inesatto dire che il quadro della disoccupazione in Italia sia in continuo peggioramento, anche perché gli iscritti agli uffici di collocamento non sono aumentati, bensì diminuiti: l'anno scorso infatti si è passati dai due milioni e duecentomila del gennaio a un milione e settecentomila. Non bisogna dimenticare inoltre che ogni anno si affacciano 200 mila giovani reclute del lavoro che, nonostante tutte le difficoltà, si riesce ad inserire nel ciclo produttivo.
Se si considerano le cifre di disoccupazione del 1938 e si tiene conto delle persone che sono tornate in patria, della diminuzione dell'organico delle forze armate, dell'emigrazione di questi ultimi anni e soprattutto dei due milioni e 400 mila nuovi lavoratori, si arriva alla conclusione che circa un milione e 700 mila unità hanno trovato occupazione nel corso di questi dodici anni.
Ciò è evidentemente possibile solo perché, se è vero che un certo numero di fallimenti e protesti oscura il nostro quadro economico, vi sono anche altre attività che sorgono e si sviluppano in investimenti di 1.500 miliardi di lire complessivamente - ve lo dimostrerà il ministro del tesoro - corrispondenti al 20 per cento del reddito nazionale del 1949, che sono la prova evidente di un progressivo miglioramento della nostra situazione economica.
Il senatore Alberganti ha dichiarato che soltanto l'Italia non ha ancora raggiunto in Europa il livello di produzione prebellico. Ciò è inesatto, perché l'indice medio mensile della produzione del 1949 risulta pari a 104, ma è bene non dimenticare, e su questo punto insisto, il livello delle condizioni da cui siamo partiti nel 1945. (Commenti). Si accusa il Governo che le importazioni indiscriminate di macchine hanno posto in grave difficoltà la nostra industria meccanica; si afferma che i grandi complessi industriali sono favoriti a danno delle medie e piccole industrie. Non è affatto vero che le importazioni siano indiscriminate, perché esse sono sottoposte ad un vaglio rigoroso prima di essere concesse e le decisioni vengono prese dal Ministero dell'industria dopo aver sentito le categorie interessate. Per quanto concerne le piccole e medie industrie, è vero al contrario che, se qualche deroga è stata concessa, è stata fatta nell'interesse di queste ultime, specialmente se le richieste provenivano da centri dell'Italia meridionale. Le importazioni di macchine dagli Stati Uniti sono autorizzate quando le attrezzature richieste non sono prodotte in Italia, e nella maggior parte dei casi si tratta di macchine modernissime ad alto rendimento che ci sono necessarie per la nostra produzione, se vogliamo ridurre i costi di produzione e competere con i mercati internazionali. Il riammodernamento della nostra attrezzatura produttiva è, nella fase attuale, condizione indispensabile, e verso la più rapida modernizzazione possibile si orienteranno gli sforzi del Governo che intende stimolare gli investimenti nei limiti del possibile, per creare così le condizioni necessarie per un maggiore assorbimento di forze nel lavoro.
Il senatore Scoccimarro, nella parte economica del suo discorso ha detto, mi perdoni, varie inesattezze e contraddizioni. Egli ha presentato il consueto, catastrofico quadro della situazione economica italiana mentre dal successivo, ottimo discorso del senatore Bosco avete sentito invece i risultati raggiunti: costo della vita da lungo tempo stabile, anzi in leggera diminuzione (Commenti dalla sinistra), il reddito nazionale complessivo ricostituito all'incirca nell'ammontare del 1948; la produzione industriale ed agricola, anche nel corso dell'anno 1949, ha registrato un incremento dall'8 al 10 per cento; capacità di acquisto migliorate; moneta stabile; disavanzo di bilancio in rapida diminuzione; gettito tributario quasi quadruplo di quello - e non era colpa sua - raggiunto dall'onorevole Scoccimarro quando era ministro del tesoro.

SCOCCIMARRO. Onorevole Presidente del Consiglio, le raccomando di non provocarmi su questo punto... (Vivi rumori e ilarità dal centrodestra).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole senatore, so benissimo che lei non ha bisogno delle mie provocazioni per dire tutto ciò che pensa e per gettare argomenti contro il presente Governo.
L'onorevole Scoccimarro, basandosi sull'esistenza di riserve in oro e in divise forti e di crediti in altre monete dipendenti da altre esportazioni, ha creduto di poter accusare il Governo di un accumulo di riserve monetarie eccedente il fabbisogno normale. La verità è che le riserve in oro e in divise forti sono assai minori, ed il resto è costituito da crediti derivanti da esportazioni di nostri prodotti, cioè di lavoro italiano. Dovevamo aumentare la nostra disoccupazione, riducendo le possibilità esportatrici della nostra industria e della nostra agricoltura? Certo non è questo che vuole l'onorevole Scoccimarro. Noi non limiteremo le nostre esportazioni sane, cercheremo di potenziarle anzi nell'interesse della maggiore occupazione dei lavoratori e lo faremo entro i limiti richiesti dalla necessità della difesa monetaria. Faremo di tutto per potenziare non le nostre importazioni, ma l'utilizzo del ricavo dei prodotti esportati. Politica quindi di ampio respiro del nostro commercio con l'estero, nell'interesse di una rapida ripresa della nostra economia.
Non seguirò - e ci vorrebbe altro, perché ha parlato due ore e mezzo - il senatore Scoccimarro. Mi rimetto alla polemica, che spero sia altrettanto cortese di quella usata con me, che egli farà con il ministro del tesoro, quando farà la sua esposizione.

SCOCCIMARRO. Senz'altro mi iscrivo a parlare fin da ora.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. L'appuntamento è quindi preso.
Mi consenta il Senato di sottolineare però le contraddizioni in cui egli è caduto, nel sostenere da una parte gli effetti esiziali del piano E.R.P. per la nostra economia e nello stesso tempo nel lamentarsi di un insufficiente uso degli aiuti americani. Egli si lamenta poi di una deficiente importazione di macchinari e nello stesso tempo accusa l'America di danneggiare mortalmente la nostra produzione meccanica con le sue importazioni. La realtà è che l'importazione è libera sia per le grandi sia per le piccole industrie, e non soltanto per i grossi gruppi monopolistici.

SCOCCIMARRO. Non è vero. Le dirò poi che cosa avete importato.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Quando vedo che lei è così sicuro nelle sue affermazioni, veramente deploro di non averlo più come collaboratore economico nel Ministero. (Ilarità dal centrodestra). Però, avendo già fatto questa esperienza, devo rilevare che le vere illuminazioni vengono soltanto quando si è all'opposizione e non quando si è al Governo. (Applausi ed ilarità dal centro-destra).
L'onorevole Scoccimarro accusa il Governo di seguire nella sua politica economica gli interessi dei grandi gruppi monopolistici. L'accusa fa veramente sorridere, se si tengano presenti gli atteggiamenti di violenta ostilità verso il Governo da parte di certi organi di stampa di alcuni di questi gruppi, nonché le recenti manifestazioni ufficiali, per esempio, la relazione della Confindustria.
Io penso che non possiamo riprenderci senza il concorso dell'iniziativa privata e pensando così trovo naturale la cooperazione, i contatti con i cooperatori economici e coi rappresentanti dell'una e dell'altra categoria, cioè degli industriali e dei lavoratori, come è doveroso il contatto con tutti coloro i quali possano contribuire alla rinascita del nostro paese. Badate bene che sono completamente spregiudicato riguardo alla questione della nazionalizzazione, e posso ammettere che domani sia necessario introdurla; ma oggi non mi pare, eccettuati certi limiti a cui abbiamo accennato, e fintanto che ci fondiamo sull'iniziativa privata abbiamo il diritto e il dovere di avere contatti sia con i rappresentanti degli industriali sia con i rappresentanti dei lavoratori. Ma abbiamo anche il diritto di dimostrare che in questa nostra posizione mediana e centrale sviluppiamo una certa attività e indipendenza, perché se veramente fossimo quei servi degli industriali e della Confindustria che voi vi ostinate a dire e ad affermare (perché vi mancherebbe altrimenti una dimostrazione per la vostra lotta di classe) non ci saremmo trovati spesso in disaccordo con gli industriali. Essi avevano il diritto di manifestare il loro disaccordo e noi avevamo il diritto di manifestare il nostro, e di mantenere la nostra linea di condotta.
E non basta l'accenno fatto prima, ma potete leggere l'opuscolo della Confindustria dal titolo: «Perché in Italia i salari sono bassi e perché c'è disoccupazione», alla pagina 29. Esso dice: «Siccome i problemi economici richiedono una certa preparazione tecnica, nelle grandi linee non sono molto complessi. Sia pure sommando errori non sarebbe difficile a chiunque di raggiungere la giusta via. (Meno male che gli errori si sommano, non si sottraggono). La difficoltà è rappresentata dal fatto che gli uomini politici non affrontano i problemi con intenzione di trovare la via che dovrebbe portare al maggiore benessere collettivo, anche se questo è nelle loro ultime intenzioni. Purtroppo gli uomini politici esaminano i problemi economici principalmente dal punto di vista dei riflessi che essi possono avere, maggiori o minori, per il successo del loro partito. In questi ultimi anni in Italia, per risolvere il problema della disoccupazione, si è seguita la via di mantenere la mano d'opera esuberante negli stabilimenti industriali, di imporre la mano d'opera non necessaria in agricoltura, di sovraccaricare il personale degli uffici pubblici e infine di mantenere in vita organismi inutili e di fare spese pubbliche anche di scarsissima utilità. Soltanto una infinita ignoranza, accompagnata da una buona dose di demagogia, poteva suggerire le vie seguite».
Ora, queste vie seguite, in buona parte, sono vie che abbiamo seguito e iniziato quando eravamo insieme, onorevole Scoccimarro, perché allora si era imposta la necessità di provvedimenti di emergenza, come quello dell'imponibile, come quello per il numero dei reduci, per il numero degli operai, eccetera; sono provvedimenti evidentemente non normali nell'economia: sono provvedimenti di emergenza, e poi li abbiamo adottati in quel tempo perché credevamo che fossero provvedimenti indispensabili, ma che non sarebbero durati al di là di quello che poteva durare la crisi. Disgraziatamente, non abbiamo ancora saputo tramutare questi provvedimenti di emergenza in veri provvedimenti per dare lavoro agli operai e, contemporaneamente, liberare dal peso eccessivo le aziende.
Da un punto di vista tecnico-economico confessiamo questo, ma confessiamo anche che la critica che la Confindustria ci fa è molto forte, anche se non giustificata dal punto di vista politico, e non si può supporre un accordo aperto o clandestino che rappresenti veramente la congiura del Governo «nero» con i monopolisti; questa congiura esiste soltanto nella vostra fantasia (Accenna alla sinistra) perché vi è necessaria come punto indimenticabile e irrevocabile della dialettica economica che voi trasferite anche in questo piccolo settore, dal grande settore della lotta di classe.
Io non sono un economista, per quanto ormai abbia una certa pratica, e il non esserlo mi dà una certa modestia e, se volete, anche una non grande sicurezza nelle affermazioni di natura economica. Però ho imparato che i problemi economici sono complessi e poliedrici; che la loro maturazione è lenta, che è facile dire di cercare il bene comune, ma è difficile scegliere tra la relatività dei vari mezzi. Certo, la nostra mèta deve essere il progresso e la elevazione dei lavoratori, la rottura dei monopoli, l'accentuazione e la applicazione della funzione sociale della proprietà e dei diritti del lavoro, la necessità di una redistribuzione della ricchezza e delle rendite. Ma qui siamo anche nel campo politico e psicologico. Se voi ammirate, come ha fatto l'onorevole Romita, senza riserve, il sistema laburista, io dico: evidentemente ci sono molti lati che vanno ammirati, molti risultati che si possono vantare, ma voi stessi sarete d'accordo che ogni paese ha il sistema adatto per le sue condizioni. L'Inghilterra è uscita dalla guerra con l'orgoglio di un paese che aveva attraversato immense difficoltà, ma che aveva vinto, ed ha mantenuto la sua bardatura di guerra, di privazioni, di austerità, per l'orgoglio di riprendere la sua posizione mondiale. Questo orgoglio nazionale, aggiunto allo spirito naturale di disciplina di cui prima ho fatto menzione, ha permesso tutto ciò: che si bloccassero salari, si stabilissero prezzi, si impedissero scioperi, si arrivasse al razionamento totale, si introducesse insomma un dirigismo che in parte potrà essere lodevole ed in parte è oggetto di critiche: ciò non interessa perché è affare inglese. Noi diciamo soltanto che questo sistema, trasportato senz'altro in Italia, avrebbe urtato nella nostra storia e nella nostra mentalità. Noi siamo usciti da un periodo di compressione e di razionamento, dalla vita dirigista del fascismo ed abbiamo confuso o creduto di confondere l'una cosa con l'altra, la libertà con la demolizione di qualunque vincolo. La reazione alla legge, che era diventata addirittura, durante la guerra civile, legge straniera, l'abbiamo sentita come libertà e come ripresa. Questo stato d'animo è stato così potente che si è imposto anche a noi, onorevole Scoccimarro, quando eravamo tutti ministri dei Governi del comitato di liberazione nazionale. Allora a nessuno di noi è venuto in mente di fare delle proposte razionatrici e vincoliste, ma tutti abbiamo sentito questa necessità, abbiamo seguito questa corrente psicologica. Se è stato bene o male non voglio indagare, certo è stato coerente a quella che è la mentalità individualista italiana.
Dopo che tutto questo era accaduto, era impossibile, nella situazione in cui ci trovavamo - avendo assolutamente bisogno di soccorsi esteri per i viveri, per il carbone, per il petrolio eccetera - reintrodurre una disciplina tale che ci potesse permettere il dirigismo in tutti gli altri problemi.
Ecco perché io dico: ammirazione per l'Inghilterra ma anche distinzione e considerazione di quello che si può fare nel nostro paese. Non dobbiamo avere in economia nessun piano assoluto, nel senso di escludere nazionalizzazioni o metodi diversi, bensì avere la mèta sicura: ridistribuzione della ricchezza, elevazione delle classi popolari e medie, frattura dei monopoli. Questo valutando i mezzi a mano a mano applicabili secondo le circostanze e secondo la buona fede di coloro che, esaminate tutte le circostanze oggettive, possano dare il loro contributo.
È per questo, amici senatori, che non dovete meravigliarvi se io non ho badato ad altre piccole considerazioni, che cioè un ministro senza portafoglio entrasse accanto all'altro e avesse su qualche argomento particolari idee differenti dalle nostre. Tali idee si possono discutere anche in Consiglio dei ministri, ma l'essenziale è che ognuno di noi deve avere la stessa volontà di ricostruire la nostra economia, di rimettere in sesto il nostro paese e di dare una vita economica più libera e più prospera al nostro povero popolo. (Vivi applausi dal centro).
Ho da dire ora una parola all'unico rappresentante del Movimento sociale italiano. Onorevole Franza, mi rivolgo a lei e cercherò, poiché sarebbe veramente indegno di me che non tenessi conto del numero schiacciante che lei ha contro, di esprimermi più gentilmente che è possibile.
Dice l'onorevole Franza: «Il problema del Movimento sociale italiano (ho preso le parole dal resoconto ufficiale) nei confronti del fascismo è di non restaurarlo nel fatto, ma di non rinnegarlo nel sentimento».
Il fascismo fu una dottrina, ma soprattutto un movimento di azione e un metodo di Governo. La dottrina la trovate nell'enciclopedia italiana, nell'articolo scritto da Mussolini. L'azione fu azione diretta, azione di violenza - manganello e squadrismo - introdotta prima come metodo polemico e di protesta alla presunta o reale debolezza degli organi dello Stato, poi divenuta, quando il fascismo si è accampato come milizia nel paese, un metodo di Governo. Il regime è divenuto Stato, partito, dittatura che portò alla guerra esterna e, malauguratamente, anche alla guerra civile.
Non siamo qui a fare la storia, a dividere le colpe degli uni e degli altri: non è nostro compito. Auguriamoci che lo possano fare serenamente i nostri posteri. Noi ne sentiamo ancora le conseguenze e siamo ancora allarmati che queste conseguenze possano, in altra forma, ritornare.
L'onorevole Franza deve perdonarmi se io, che sono un superstite dell'antifascismo nel periodo della lotta, queste conseguenze e queste preoccupazioni le sento in forma speciale, molto forte. Certo voi non parlate di restaurazione, non potete rivendicare titoli di Governo: è troppo presto, il disastro è troppo recente. Non avete in vostro favore che la reazione a certi eccessi agitatori e violenti; la difesa di interessi che talvolta, fino ad un certo punto, possono essere legittimi; un certo senso di orgoglio, di rinascita nazionale che, fino ad un certo punto ed in certi limiti, può essere moralmente nobile e ricostruttivo, specialmente nei giovani, ma che può, che deve fatalmente generare il nazionalismo demolitore e fatalmente guerriero. Noi temiamo che questa psicosi avvinca ancora gli animi di coloro che non ricordano la storia, gli animi generosi ed ignari della gioventù studiosa. (Approvazioni).
Da quando venne emanato prima il decreto-legge del 1945 e poi la legge della Costituente del 3 dicembre 1947 contro il fascismo, la sola questura di Roma presentò nel 1946 dodici denunce per apologia del fascismo; nel 1947 quattro, nel 1948 dodici, altre questure altre cinque, che fa diciassette; nel 1949 ventitré, ed altre questure tredici, che fa trentasei.

FRANZA. Nessuna condanna.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Parecchie condanne, onorevole Franza, ma non è il caso di discutere. Poi, il 28 gennaio avvenne il fattaccio della Garbatella. Il vostro giornale ha cercato di liberarsi della responsabilità eventuale con certe dichiarazioni che nei giovani hanno provocato reazione. Ad ogni modo il fatto della Garbatella, se fosse avvenuto nel 1920, probabilmente sarebbe stato dimenticato, sarebbe stato considerato una ragazzata, un piccolo trascorso di gioventù. Fu una certa reazione perché non si poteva vendere un giornale, ma disgraziatamente dimostrò la vecchia tecnica della spedizione punitiva. Si gettò qualche bomba, si usarono dei manganelli, e tutto questo avvenne senza prima ricorrere alla questura in difesa del giusto diritto di vendere il proprio giornale. Questo non è avvenuto per caso, ma perché si ritiene che bisogna ricorrere all'azione diretta.
Non ve lo dico io, c'è una circolare del 3 febbraio della direzione centrale del raggruppamento giovanile studenti e lavoratori, sugli incidenti, che così dice: «Il Governo teme che le irrompenti energie della gioventù nazionale, il cui risveglio si delinea con maggior decisione in tutto il paese, possano finalmente spezzare con un diretto confronto di forze una situazione politica che da troppo tempo ristagna sul ricatto democrazia cristiana-comunismo. I fatti di Roma possono considerarsi come chiaramente indicativi circa il maturarsi di una situazione, che non esitiamo a definire di emergenza». La stessa circolare raccomanda ai membri del raggruppamento assoluta centralizzazione nel periodo che si annuncia «sotto il segno del nostro balzo in avanti». Questa circolare, e un'altra che leggerò, sono firmate dall'onorevole Roberto Mieville, segretario nazionale del raggruppamento giovanile del Movimento sociale italiano. L'8 febbraio l'onorevole Mieville scrive: «Cari camerati (Commenti), vi prego di volere estendere ai camerati tutti del gruppo giovanile romano il mio personale compiacimento per il loro magnifico comportamento negli eventi della settimana scorsa, che hanno dimostrato ancora una volta all'imbelle attendismo di molti la esistenza viva e vitale di una gioventù autentica». In tutti i gruppi si è avuta un'altra circolare, secondo la quale si doveva presentare il risultato di una inchiesta fatta tra i soci. Una delle domande era: orientamento politico; la risposta è stata: fascista. (Commenti).
Franza ha invitato il Governo a mutare strada e a considerare, qualora la libertà del suo partito fosse compromessa e sopraffatta, che il popolo italiano potrebbe da ciò trarre orientamenti politici che potrebbero spingere la nazione verso un avvenire sicuro.
Onorevole collega, io l'invito lo rivolgo a lei. Influisca, se può, per fermarli sulla strada intrapresa, dato che sono ancora ai primi passi. Non che noi temiamo che possano ingrossarsi in modo da portarci alla catastrofe dell'altra volta; non questo, ma temiamo che la vostra attività, la vostra azione, la vostra «forma», come la chiamate in un'altra circolare, forma che è forma di mente e metodo di lotta, portino a quelle famose situazioni di risse domenicali che, appena dopo compiuta la marcia su Roma, Mussolini alla Camera deplorava egli stesso: temiamo che si ritorni a quei conflitti e si ritorni a quelle forme di conflitto che indeboliscono lo Stato, senza rafforzare mai il sentimento della patria, qualunque sia la vostra intenzione e il vostro spirito, e soprattutto temiamo che ancora la gioventù si educhi in modo da non comprendere quanto sia costata la libertà che finalmente abbiamo raggiunto. (Vivissimi e prolungati applausi dal centro).
Ve lo diciamo a tempo; il Governo deve promuovere l'applicazione della legge, la quale proibisce in qualunque forma e misura la rinascita del partito fascista. Siete voi, che spingendo innanzi la vostra azione portereste giorni brutti al nostro paese, provocando o legittimando altre reazioni e infine il sovvertimento interno, la guerra civile.
E veniamo alle regioni. Esiste una legge costituzionale delle regioni, ed una legge ordinaria che prevede la data delle elezioni. Il Governo si considera impegnato da tale legge, ma tuttavia abbiamo assunto dal passato Governo anche il proposito di procedere con tutte le cautele necessarie.
Il Parlamento ha condiviso tale prudenza ed alla Camera è in corso di approvazione una legge organica che, stabilendo norme per la formazione degli statuti, per l'emanazione delle leggi e per i controlli statali, tien conto delle esperienze finora fatte nella vita regionale. Le disposizioni più limitative e prudenziali sono quelle dell'articolo 9 che prego gli antiregionalisti di leggere e meditare. L'articolo 9 del progetto della Commissione parlamentare stabilisce che il consiglio regionale non può deliberare leggi, su materie attribuite alla sua competenza dall'articolo 117 della Costituzione, se non sono state preventivamente emanate le leggi della Repubblica contenenti, singolarmente per ciascuna materia, i princìpi fondamentali cui deve attenersi la legislazione regionale.
Se tale articolo diventerà legge, è chiaro che il fantasma di una regione abbandonata a se stessa e quasi avulsa dallo Stato, anzi ad esso ribelle, si dilegua, perché è il Parlamento che singolarmente e su ciascuna materia delega alle regioni la facoltà legislativa. Non ho difficoltà del resto a raccogliere anche il voto espresso in Senato, che altra precauzione venga presa onde evitare differenze e difficoltà di carattere finanziario, e che cioè il Parlamento detti direttive anche circa le finanze regionali.
Ciò sarebbe necessaria integrazione della riforma per le finanze locali, che sta dinanzi al Senato. Non voglio entrare in altri dettagli che dovranno preoccuparci quando affronteremo la legislazione regionale. Anche questo dibattito ha dimostrato che bisogna guardarsi dalle esagerazioni. Bisogna osservare: primo, che l'esperienza finora riguarda regioni con proprio statuto a valore costituzionale con facoltà molto più ampie di quelle che si prevedono per le regioni normali. Secondo, che si trovano in queste regioni difficoltà iniziali, ma che gli onorevoli Bergmann, Giardina e Luigi Benedetti hanno potuto dimostrare anche i notevoli vantaggi del decentramento autonomo amministrativo. Il Governo si affiancherà al Parlamento per tutti gli sforzi che si faranno per ovviare ad ogni pericolo che la regione, creata per avvicinare il popolo allo Stato e alla pubblica amministrazione, possa degenerare in un eccessivo decentramento amministrativo, addirittura disintegrativo della compagine statale. Accanto alla necessità giuridica delle regioni vi è quella di tutti gli organi pubblici come la Corte costituzionale che sarà prossimamente, spero, un fatto compiuto. (Approvazioni).
Onorevoli senatori, sono alla fine. Nel discorso che mi ha preceduto, fatto dall'onorevole Ruini, si è accennato alla necessità di un lavoro più efficace, più serrato del Parlamento, e vi si è accennato anche in altri discorsi: si è fatta la critica del modo con cui è stato costituito il Ministero. Ogni volta si ripete che il Ministero di cui si fa la critica è il peggiore di tutti per la sua formazione, poiché non si è osservata la vecchia regola, si è troppo aumentato il numero dei membri del Governo, eccetera.
Vi pregherei di leggere a questo proposito quel prezioso libretto di Stafford Cripps sulla democrazia, ove è contenuta una critica storica di tutti i cambiamenti che sono avvenuti sia nella composizione ministeriale sia nella procedura parlamentare nel paese tradizionale del liberalismo parlamentare. Leggete anche una polemica che si è svolta recentemente sul Times alla vigilia delle elezioni circa il meccanismo statale: vedrete che la fantasia e la esperienza inglese non hanno trovato espedienti migliori di quelli che abbiamo trovati noi, ancora giovani in questa esperienza, e che anche in quel paese si fa la critica dei numerosi ministri, ma non si propone di diminuirli bensì, piuttosto, di suddividerli in due circoli concentrici, cioè il vero Gabinetto e gli altri ministri.
Voglio dire a nostra soddisfazione che le esperienze che stiamo facendo sono un portato della necessità del fatale intervento dello Stato e dell'ampliamento delle sue competenze, e che il terreno sperimentale è press'a poco dappertutto il medesimo. Detto questo, non è che io voglia cercare delle scuse per la formazione dell'attuale Ministero, ma vi prego, anche tenendo conto soltanto dei Ministeri del dopoguerra, di esaminare le seguenti cifre: primo Ministero Bonomi, ministri 20, sottosegretari 20; secondo Ministero Bonomi, ministri 19, sottosegretari 21; Ministero Parri, ministri 21, sottosegretari 28; primo Ministero De Gasperi, ministri 22, sottosegretari 28; secondo Ministero De Gasperi, ministri 21, sottosegretari 27; terzo Ministero De Gasperi, ministri 15, sottosegretari 24; quarto Ministero De Gasperi, ministri 23, sottosegretari 19, quinto Ministero De Gasperi, ministri 21, sottosegretari 24; e, infine, sesto Ministero De Gasperi, ministri 19, sottosegretari 26. Si era parlato di 28 sottosegretari, ma ad ogni modo, anche se essi fossero 28, non è affatto vero che noi abbiamo creato una novità assoluta, che ne abbiamo gonfiato il numero nei confronti del passato. La linea grafica al riguardo è significativa, va su e giù con una alternativa che evidentemente risponde ad esigenze pratiche contingenti.
Comunque, una delle ragioni per le quali abbiamo cercato di aumentare il numero dei sottosegretari va ricercata proprio nella necessità che si sente di avere un maggior collegamento con le due Camere, e specialmente con le loro Commissioni.
Riguardo al lavoro e agli accenni che l'onorevole Ruini ha fatto sulla organizzazione di questo nel futuro, rileverò che per il momento la commissione dei due vicepresidenti e del sottosegretario alla Presidenza avrebbe previsto che, a partire dalla prossima settimana, Senato e Camera inizieranno la discussione dei bilanci e che contemporaneamente il Parlamento, sia in aula sia nelle Commissioni, continuerà la sua attività di legiferazione ordinaria e straordinaria.
È uno sforzo grandioso che dobbiamo insieme compiere per rendere al più presto esecutivo il programma di investimenti che è alla base del Governo. Qui accetto ben volentieri l'esortazione fattami da alcuni colleghi di trovare le forme più spedite per la discussione e deliberazione del programma di lavoro, ma naturalmente l'accettazione da parte mia non è che una piccola parte in confronto a quello che può essere il contributo che può dare il Parlamento. Presenteremo prossimamente i progetti concreti sia per quello che riguarda il Mezzogiorno e la riforma fondiaria, sia per quello che riguarda la relazione generale sugli investimenti.
Ci saranno delle basi di discussione con cifre e aspetti e conclusioni concreti, e tali da poter veramente procedere immediatamente alla attuazione e alla applicazione; però, bisogna dircelo francamente e bisogna che lo confessiamo anche di fronte al paese, soltanto uno sforzo straordinario, soltanto una volontà di cooperazione in tutti i settori potrà rendere possibile la rapida attuazione del programma governativo o di qualsiasi programma che verrà integrato con altre proposte e piani.
Vorrei aggiungere la speranza che domani, ricominciando la discussione sulla Sila, il Senato dia l'esempio della rapidità di fare le leggi perché, mentre le leggi si fanno e si discutono, avvengono occupazioni di fatto, che sono soltanto in piccolissima parte giustificate, come mi hanno riferito, ma renderebbero impossibile la stessa riforma agraria e la ridistribuzione dei terreni quando diventassero permanenti, e non risolverebbero affatto il problema in maniera veramente razionale. Faccio vivo appello al Senato perché la legge sulla Sila venga rapidamente varata. È il primo esperimento di riforma: a questo ne seguiranno rapidamente altri in diversi comprensori, e durante questo periodo di lavoro avrete la comodità di discutere la base fondamentale, i singoli articoli e le disposizioni della riforma fondiaria alla quale noi tutti teniamo, non per urtare interessi o per una fobia, ma perché è veramente una delle riforme necessarie per arrivare ad una ridistribuzione della proprietà.
La riforma fondiaria non è una rivoluzione ma un principio di rinnovamento e per questo faccio appello a tutti, a quelli che possiedono, a quelli che non possiedono, ma specialmente a quelli che possiedono, perché naturalmente il sacrificio dovrà essere fatto in massima parte da loro. (Vivissimi e prolungali applausi; molte congratulazioni).

On. Alcide De Gasperi
Senato della Repubblica
Roma, 1 marzo 1950

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di mercoledì 1 marzo 1950)


torna indietro home page stampa la pagina Portale della Democrazia Cristiana - un progetto ideato dall'Istituto "Renato Branzi" di Firenze
hogan interactive, hogan stivali scarpe, hogan scarpe 2015, hogan scarpe italia, hogan scarpe outlet, hogan scarpe 2014