LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VII GOVERNO DE GASPERI: REPLICA DI ALCIDE DE GASPERI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 9 agosto 1951)

Il Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, dopo aver presentato il suo VII governo (un bicolore con Democrazia Cristiana e Partito Repubblicano), replica il 9 agosto 1951 a conclusione del dibattito alla Camera dei Deputati. Il governo ottiene la fiducia.
L'opposizione social-comunista mantiene intatta la sua ostilità e la sua dura opposizione contro De Gasperi.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. La discussione parallela che è avvenuta e che sta per concludersi al Parlamento ha portato nell'elenco 25 oratori alla Camera, di cui soltanto 6 hanno parlato a favore del Governo, e 27 oratori al Senato, di cui 8 hanno parlato a favore del Governo. Tutti gli altri oratori, con lunghe discussioni ed esposizioni, hanno parlato contro la politica del Governo. È stata, quindi, un po' come avviene in ogni crisi, la sagra dell'opposizione. Mi trovo perciò in condizioni di inferiorità, nella impossibilità di reagire a tutti i colpi che sono stati dati e di dare tutte le spiegazioni che sono state chieste, e quindi ho bisogno della vostra benevolenza e specialmente del «compatimento» dell'opposizione. Devo, insomma, concentrare la mia risposta su alcuni punti fondamentali, e quindi non mi riferirò personalmente a tutti gli oratori.
Dirò, come mia prima impressione, che vi è stato il tentativo di una specie di «vivisezione» della democrazia cristiana: i diversi chirurghi hanno inciso col loro bisturi (soltanto simbolico per fortuna) sopra la democrazia cristiana, come se fosse stesa su un tavolo anatomico.
L'onorevole Togliatti ha tentato di interpretare le varie manifestazioni di uomini che appartengono alla democrazia cristiana: ha cercato di fare una ermeneutica intorno alla tesi di Giordani, di Dossetti, di ricordare l'ordine del giorno del 5 febbraio 1951, e ha finito col concludere: non si capisce, non si vede chiaro. Non è facile vedere chiaro entro le discussioni di un partito, ma è difficile soprattutto quando ci si fonda sopra indiscrezioni e falsificazioni della stampa. Io stesso sono costretto, e fui costretto in molti casi, ad andare direttamente alla fonte per comprendere o per avere spiegazione di certe affermazioni della stampa avversaria. E se vi è una lezione da trarre per noi è questa: che in democrazia, specialmente in momenti difficili, esiste senza dubbio il dovere di dire la propria opinione, di difenderla e di discutere su di essa e sulle risoluzioni comuni che devono essere poi oggetto di deliberazione nel Parlamento; ma esiste anche un altro dovere: di pensare agli effetti esterni della polemica interna.
Vi furono delle discussioni ed anche qualche deplorevole episodio alla Camera, subito superato da un maggior senso di responsabilità; ma, disgraziatamente, le discussioni, le dicerie e le indiscrezioni che su di essi si fecero sollevarono la speranza, e la leggenda interessata, che la democrazia cristiana fosse in sfacelo, e ciò nonostante che, recentemente nella campagna elettorale, tutti, di qualsiasi tendenza, avessero dimostrato il massimo zelo nel difendere la tesi democristiana o nel difendere, anche per il passato, i meriti del Governo.
I tempi esigono una particolare disciplina, onorevoli colleghi, i tempi, il colore dei tempi, il ritmo dei tempi, perché in momenti di crisi - e parlo di crisi generale, di irrequietudine generale del paese - è facile che sorga, specialmente nei giovani, l'aspirazione a qualcosa come fosse un più concreto dirigismo nella vita politica, un'armatura ferrea di un partito o di una tesi, una linea «precisa». E questa tendenza, che oggi esiste innegabilmente, ci impone maggiori riguardi nell'attuare anche quella che è la legittima libertà di discussione. Non dobbiamo dare la sensazione che alla fine non vi è una volontà unica, e che alla fine non vi è una maniera concreta e sintetica di rappresentare gli interessi del paese.
Io ringrazio gli onorevoli Russo Perez e Giannini i quali hanno dimostrato di trattare quest'argomento con una certa comprensione; li ringrazio anche e specialmente perché, riferendosi alla mia attività personale, hanno detto e concluso che forse io avrei servito meglio il partito che il Governo, in questo momento. E forse hanno ragione, se non fosse vero che nel mio spirito è sempre più radicato il senso del dovere in riguardo al paese più che al partito, perché il partito non lo posso concepire altrimenti che al servizio del paese.
Anche l'onorevole Giovannini, secondo quanto mi è stato riferito (io non ero presente ieri sera), ha espresso un apprezzamento non ostile. Non potrei dire altrettanto dell'amico Saragat, il quale ha tentato anche lui di spiegarsi le varie tendenze della democrazia cristiana e ha citato qualche fatto la cui interpretazione non posso accettare. Se egli dice, ad esempio, di aver notato che le proposte di sinistra dell'onorevole Tremelloni erano subito stranamente combattute da un «sinistro» come l'onorevole Fanfani, ebbene io credo che la sua è una interpretazione che non si può accettare. In realtà sono state proposte le quali dovevano essere esaminate nella loro tempestività, e le ragioni che si obiettavano dovevano essere non di tendenza, ma avrebbero dovuto essere sottoposte a tali esami particolari.
L'onorevole Saragat ha ragione quando dice che bisogna arrivare ad una chiarificazione; ma non bisogna partire dal preconcetto che una parte della democrazia cristiana abbia lavorato per «aggirare alle ali» i partiti minori che collaboravano al Governo. Ci sarà stata qua e là una legittima concorrenza: nessuno infatti vuol essere reazionario di destra, tutti vogliono essere di sinistra e tutti vogliono essere riformatori: tutti vogliono mettere in vista soprattutto quel che di nuovo si possa fare e non quello che di vecchio si debba mantenere. Ma che ci sia stato un programma, una volontà o una velleità di giungere a sostituire quella che si chiama «sinistra» della democrazia cristiana alla sinistra o ai socialdemocratici in genere, questo io credo di poterlo escludere.
Onorevole Saragat, posso pregarla di esercitare nei confronti della democrazia cristiana, come lodevolmente ha fatto anche l'ultima volta, la stessa pazienza che ho esercitato io di fronte ai socialdemocratici? (Si ride al centro). In realtà, le evoluzioni legittime del partito socialdemocratico - per le intenzioni nobili che io rispetto specialmente nella mente dell'onorevole Saragat, della quale apprezzo altamente il senso democratico - sono state parecchie e hanno messo in forse, non dico la mia pazienza, ma la mia abilità in parecchi momenti, avendo avuto riflessi sopra la formazione o la non formazione dei governi. Ora che anche in questo ci sia stata una causa di irrequietudine pure nelle file della democrazia cristiana, io vorrei negarlo assolutamente, perché mi si diceva: a che giova cercare l'appoggio di un partito, quando nei momenti difficili non sei sicuro di contare sopra la loro compartecipazione alle responsabilità?

COVELLI. I socialdemocratici non rappresentano il paese.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. No: ma quanto a rappresentare il paese, essi hanno milioni di voti, che io augurerei a lei. (Si ride).
E poi io ho raggiunto in questo (e non è che un piccolo accenno che vi prego di perdonare in mezzo a tante cose gravi) l'effetto contrario. Ad un certo momento mi son trovato contro organi socialdemocratici ed organi liberali, che dicevano: De Gasperi questa politica la fa per frantumare i partiti minori. Ieri a questo si riferiva anche un oratore di estrema destra che diceva: adesso che hai finito la tua opera negativa, disgregatrice, nei riguardi del partito liberale e del partito socialista, cominci col movimento sociale italiano.
Certo che il principio che mi ha mosso e che mi deve muovere è l'interesse del paese. Se credo che nell'interesse del paese, e del paese concretamente, cioè della democrazia, del sistema attuale dello Stato democratico, si debba fare ogni sforzo per la coalizione dei partiti, non sono io che debbo dire se sia nell'interesse di questo o quel partito l'assumere una responsabilità. Questa, naturalmente, è la parte che spetta ai rappresentanti dei partiti, che io ben rispetto. Ma non mi si venga a imputate la volontà di disfare ciò che io invece debbo fare finché mi sia possibile di farlo: voglio dire la realizzazione dell'unione di tutte le forze democratiche.
Io ho infatti l'intima convinzione - e non è del resto così difficile trovare le ragioni di questa intima convinzione - che lo Stato democratico non è poi tanto consolidato ancora nelle coscienze e nelle istituzioni. E, in fondo, onorevoli colleghi che vi astenete, il sentimento che vi suggerisce questa posizione, chiamiamola così, di attesa - non la posso e non la voglio interpretare più negativamente: potreste chiamarla immobilità; è una parola, veramente, che è stata inventata per la nostra politica, non per i partiti minori; una parola che non farà molta fortuna - il sentimento, dicevo, che vi consiglia a questa posizione di attesa è lo stesso pensiero, la stessa necessità che spinse me ad offrirvi e a chiedervi la vostra collaborazione.
Anche voi sentite che bisogna avere riguardo a queste esigenze dello Stato democratico, alla necessità del suo progresso, alla sua ripresa nel mondo internazionale. Ed ecco ancora oggi perché, forse a torto, come dice l'onorevole Giannini, anch'io appartengo in questo senso a coloro che vedono in questo dovere la missione della loro vita. Anch'io penso che non dovevo sottrarmi alla chiamata del Capo dello Stato per assumere di nuovo questo peso, anzi per assumerlo in misura raddoppiata.
Niente altro vorrei chiedere agli amici ed avversari, se non di riconoscere questo mio atto di buona volontà e questo mio spirito di sacrificio.
Ed ora rispondo ai diversi oratori, cercando di concentrare le mie risposte su alcuni punti fondamentali. L'onorevole Togliatti è partito come da un dogma: le elezioni hanno dimostrato che il 45 per cento degli elettori si è schierato per l'estrema sinistra. Egli è arrivato a questa cifra costruendo su dati parziali dei comuni, e induttivamente arrivando a delle conclusioni generali. Ma vi prego di ricordare quello che si è detto prima delle elezioni: sapevamo benissimo che col sistema degli apparentamenti noi democristiani avremmo perduto voti e li avremmo perduti probabilmente in favore dei partiti minori che si erano apparentati con noi. (Commenti). I partiti minori dicono che li hanno riguadagnati; comunque, fatto il calcolo dal punto di partenza, noi li abbiamo perduti. (Interruzioni).

Una voce a destra. In Sicilia li avete perduti.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Inoltre, io credo che il confronto meno aleatorio che possiamo fare coi risultati del 1948 è quello fondato sui collegi provinciali, non sui collegi comunali, osservando però: primo, che i singoli partiti non si sono presentati in tutti i collegi; secondo, che si tratta di elezioni meno sentite, per le quali, quindi, la lotta è meno accesa, tanto che vi è stato un minore concorso di elettori.
Ammessa quindi la aleatorietà di qualunque calcolo, io ritengo che il calcolo fatto sui votanti dei collegi provinciali sia il più esatto, il più vicino alla realtà, quello che permette confronti più prossimi al vero.
I votanti nei collegi provinciali di 57 province sono 16.353.339 su 18.207.349 elettori iscritti, mentre nel 1948 votarono nelle stesse province 16.699.000 su 17.825.000 elettori iscritti. Cioè, nel 1948 si ebbe una percentuale del 93,70 per cento di votanti, mentre nelle recenti consultazioni la media è stata dell'89,80 per cento: quindi, un calo del 3,9 per cento.
Sintomatico è, poi, l'aumento dei voti annullati, salito dal 2 per cento del 1948 all'8 per cento del 1951: esattamente 1.347.963 voti annullati o nulli. I voti validi sono 15.005.376. In totale le schede bianche dovrebbero ascendere ad oltre 900.000.
Non sono in grado di autorizzare o di associarmi all'autorizzazione che si è presa l'onorevole Donati di ritenere che queste sono rappresentate da lui o dalle sinistre.
Ad ogni modo, quali sono le cifre di questi risultati parziali? La democrazia cristiana ha riportato 5.830.138 voti, pari al 38 per cento; il partito comunista 3.183.933 voti, pari al 21 per cento; il partito socialista 2.126.155 voti, pari al 14,2 per cento; gli indipendenti di sinistra 259.012 voti, pari all'1,7 per cento.
Bisogna però dire che la democrazia cristiana non si è presentata in 164 collegi provinciali, nei quali il 18 aprile aveva riportato oltre 700.000 voti. Può, invece, farsi il confronto coi voti ottenuti dal fronte del popolo, perché le sinistre hanno presentato candidati in tutti i collegi. Si ha così la sorpresa di vedere (onorevole Togliatti, a cosa porta la revisione dei conti!) che, nonostante lo sbandieramento dell'avanzata delle forze socialcomuniste, esse hanno perduto, in confronto al 18 aprile, intorno a 131.000 voti. Infatti, contro i 5.700,000 voti del 1948, i voti attuali sono 5.569.100. La democrazia cristiana, da sola (queste cifre vengono stampate e le potrete contestare se le troverete contestabili), ha ottenuto sempre più voti di tutto lo schieramento di sinistra, poiché la democrazia cristiana ha ottenuto 5.830.138 voti di fronte alle sinistre (comunisti, socialisti e indipendenti), che ne hanno ottenuto 5.569.100. (Commenti all'estrema sinistra).
La coalizione del 18 aprile (democristiani, socialdemocratici, repubblicani, liberali) ha ottenuto per le elezioni 8.372.036 voti, pari al 55,9 per cento. Dunque, il fronte delle sinistre ha ottenuto 5.690.100 voti, pari al 37 per cento. Cioè abbiamo il 37 per cento, se sommiamo tutto, di fronte al 55,9, quasi il 56 per cento.
Queste cifre vanno affermate perché da esse si è voluto dedurre che non possediamo più la maggioranza nel paese, anzi che la maggioranza sarebbe dei partiti di sinistra.
I riferimenti alle percentuali del 1948 fatti dai socialcomunisti non sono esatti perché, mentre in campo nazionale il fronte popolare ottenne nel 1948 il 31 per cento dei voti, nelle zone in cui si è votato nelle recenti amministrative ebbe oltre il 34 per cento.
Che cosa voglio dire con questi dati? Voglio dire che bisogna contestare le conclusioni cui è arrivato l'onorevole Togliatti e che abbiamo diritto di contestarle in base proprio ai risultati delle elezioni. Ad ogni modo, chi può negare che lo scopo per il quale siamo andati alle elezioni è stato quello di rinnovare i comuni? Lo scopo era di raggiungere delle maggioranze di amministrazione più compatte e più omogenee nei comuni. Lo scopo fu raggiunto, in quanto i socialisti hanno perduto 714 comuni, la democrazia cristiana apparentata ne ha guadagnati 748 e le liste di altri partiti ne hanno perduti 39.
Questa è una circostanza di fatto che volevo fare precedere per quello che seguirà.

SANSONE. Bisogna vedere i modi.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Un'altra osservazione preliminare vorrei fare al discorso dell'onorevole Togliatti.
Ad un certo punto egli ha detto che io avrei inaugurato la campagna elettorale parlando dei comunisti come di gente inumana, quasi diavoli. Non so dove ha preso questa notizia. Evidentemente da uno dei suoi giornali perché, debbo rendere questa giustizia ai giornali che stanno vicino a voi, specialmente Il Paese, sono giornali che falsificano volentieri le notizie e le portano in forma tale che non sono corrispondenti a verità.

TOGLIATTI. Si tratta del suo discorso a Trento.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ho detto nel mio discorso di Trento, di cui ho il resoconto stenografico: «parlo di un fantasma organizzato dall'alto al basso». Non è vero che ho iniziato la campagna elettorale negando ai comunisti la qualità di persone umane. Ma è vero che in quel discorso prevedevo che non si potranno ridurre le forze comuniste; è vero che ero piuttosto pessimista a tal riguardo, ma che tuttavia pensavo che le elezioni si dovevano fare, perché era un dovere imposto dalla Costituzione, e in secondo luogo perché lo scopo fondamentale era quello di rinnovare i comuni e non di contare su un numero maggiore di nuovi suffragi. Comunque io non ho subìto nessuna sorpresa al riguardo.

SANSONE. Alcide ha sempre ragione!...

DOMINEDÒ, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Quasi sempre.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Non c'è che da leggere i miei discorsi.
Mi si permetta ora una parola sul cosiddetto fronte anticomunista contro il quale si è rivolto l'onorevole Togliatti.
Io dico che il fronte anticomunista, nello stesso senso nel quale si dice «fronte popolare», cioè blocco, non esiste. L'anticomunismo è uno schieramento temporaneo fatto sotto un certo impulso di necessità di difesa; ma l'atteggiamento dei singoli partiti in confronto al comunismo è diverso. Vi sono i riformatoti sociali, i quali pongono l'accento sopra l'opera di rinnovamento che bisogna fare per resistere all'avanzata comunista; vi sono invece coloro i quali vogliono difendere semplicemente le posizioni acquisite; vi sono poi altri che dicono che il metodo vero non è questo, ma che bisogna ritornare al manganello per avere veramente un risultato efficace. Invece è giusto giudicare questo schieramento non da un punto di vista negativo, ma dalla considerazione che i diversi partiti hanno dello Stato democratico, del programma e della linea che essi debbono seguire. Il programma e la linea positiva sono la democrazia, cioè sistema di libertà con un Parlamento e una Costituzione in cui vi è posto per ogni evoluzione, anche socialista, purché si arresti dinanzi alle libertà fondamentali. Questo è il linguaggio di uomini politici e fu linguaggio nostro: direttive e doveri per poter vivere insieme con reciproca tolleranza. Questa è la nostra divisa politica. Se da altre cattedre, rivolto a chi ha e vuole avere una comunione intrinseca di spiriti, viene anche un appello a un'altra disciplina interiore, questo non riguarda la Costituzione e nemmeno la politica.
Debbo dire però, di fronte a quello che si è affermato qui, ma specialmente agli attacchi che si sono verificati nell'altra Camera, che non bisogna dimenticare come la stessa Chiesa cattolica sia allarmata per la sua esistenza a causa degli esempi che si susseguono giorno per giorno. È di ieri un telegramma (non dico una cosa vecchia ma nuovissima) da Tirana, che informa come sia stato emesso un decreto che separa da Roma la Chiesa cattolica albanese e nazionalizza il clero. (Commenti all'estrema sinistra).
Io voglio spiegare il perché di una situazione. Non è possibile che voi siete internazionali quando giova alle vostre tesi, per rifiutare poi i confronti della politica internazionale quando vi sono contrari. (Applausi al centro e a destra - Interruzione del deputato Nenni). È inutile farmi queste obiezioni, onorevole Nenni. Ella è complice, responsabile di tutta questa situazione internazionale (Applausi al centro); a meno che non avvenga quello che non è mai avvenuto, cioè che lei e l'onorevole Togliatti dichiarino di deplorate una tale situazione e di separare completamente la loro solidarietà di fronte a questi avvenimenti. (Applausi al centro e a destra - Interruzione del deputato Nenni).
Mi riferivo ad attacchi che sono stati fatti al Senato (un po' anche qui, ma particolarmente al Senato) contro la Chiesa cattolica, e ho cercato di spiegare, con quanto avviene, il perché di questo atteggiamento. (Commenti). È vero, ciò riguarda la Chiesa cattolica, ma riguarda anche la libertà religiosa, che è uno dei diritti sanciti dalla Costituzione. (Vivi applausi al centro e a destra - Interruzioni all'estrema sinistra).
Il corso e il metodo della bolscevizzazione nei paesi dove siete riusciti, con l'appoggio delle armi bolsceviche, a conquistare il potere, ci dicono quale sorte attenderebbe anche noi. Perciò difendiamo la libertà. Voi minacciate la «crisi rivoluzionaria» (nuova frase con la quale l'onorevole Togliatti evidentemente allude ad un fatto insurrezionale) se non troverete un Kerenskij o un gruppo di partiti che, in nome della distensione, vi apra le porte.

TOGLIATTI. Kerenskij è lei. (Commenti).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Togliatti, se posso con un'affermazione personale contribuire alla distensione e al chiarimento (perché conoscersi è sempre bene), per poter arrivare a qualche conclusione, dirò che io potrò essere qualunque cosa, ma né Kerenskij, né Facta. Su questo non vi è dubbio! (Vivi applausi al centro e a destra).

CLOCCHIATTI. Lo diventa senza saperlo.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ad ogni modo, voi siete liberi di svolgere quella attività politica, sindacale, organizzativa, che non concedereste a nessun partito in altri regimi. Che cosa rispondereste voi ai partiti minoritari che, in uno dei regimi dove voi siete maggioranza, vi domandassero la distensione, nel senso di una maggiore libertà d'azione dei partiti?
Non vi è tensione, se si obbedisce alle leggi; la tensione viene dal fatto che voi volete esercitare nel paese una tenace erosione, una tenace lotta contro quanto decide il Parlamento. Voi lo avete fatto per quanto riguarda il patto atlantico, per quanto riguarda perfino la legge agraria, e in certe agitazioni avete l'aria di assumere questo atteggiamento in permanenza.
In realtà, voi non conoscete le regole della democrazia: maggioranza che governa e minoranza che controlla. E vi richiamate ad una specie di origine precostituzionale e insurrezionale e pretendete per questo il potere politico, soprattutto per fare dell'Italia uno Stato alla stregua, come ha detto Saragat, della Polonia. Ecco la vera tensione, ecco la vera ragione di tutto. Bisogna che ci intendiamo. Se sbagliamo, ditecelo. Ma è per questo che c'è tensione, ed è per questo che c'è la nostra resistenza. Se sbagliamo, dimostrateci che sbagliamo. Voi dite che le nostre paure sono fantastiche: dateci delle garanzie, dateci delle prove che non volete questo, che ci aiuterete a non più temere, che ci aiuterete a combattere il timore, che sosterrete lo Stato democratico e la libertà di tutti. Dateci queste garanzie, ed allora si potrà cominciare a parlare veramente di collaborazione.
Ma io sono d'accordo con l'onorevole Togliatti: la distensione interna non è possibile senza una distensione internazionale. Fate capire che questa distensione internazionale si avrebbe se i socialcomunisti fossero al Governo insieme. Ma ci siamo stati insieme, e proprio allora non abbiamo risolto la questione di Trieste, e non siamo entrati all'O.N.U.
Ricorderò più precisamente nella cronaca i fatti, farò questo perché mi è parso che l'onorevole Nenni, nel suo suggestivo discorso, non ha mai seguito attentamente questa cronologia.
Ad ogni modo, se è vero questo, se è vero che la distensione interna non si può avere che in un quadro di distensione internazionale, allora noi ci associamo al vostro vivo desiderio non soltanto della pace in generale, ma soprattutto del collocamento dell'Italia in una situazione che corrisponda ai suoi diritti e ai trattati. Aiutateci, voi che siete così potenti, che potete telegrafare a tutti i ministri del mondo, che avete relazioni intime col più grande Stato socialista, aiutateci, dite una parola perché ci lascino entrare nell'O.N.U. dove sosterremo la causa della pace. (Vivi applausi al centro e a destra - Proteste all'estrema sinistra - Interruzione del deputato Leconi).
Un secondo lato della questione, che mi pare io debba richiamare alla vostra attenzione, quello che ha formato argomento di attacchi da parte dell'onorevole Togliatti alle dichiarazioni che io ho fatto al riguardo delle nostre azioni all'estero, è il seguente: secondo una prassi sempre seguita, devo dire, da tutti i partiti, io posso pensare ad un uomo come l'onorevole Orlando che si rifiuta in modo sdegnoso di firmare il trattato, ma che prima di parlare o, comunque, di agire per quanto riguarda Trieste, ha sempre sentito il dovere di parlare per conto del suo Governo, perché il Governo italiano è sempre anche il suo Governo, anche per l'opposizione. Invece voi credete (e questa è una nuova concezione che mettete in pratica) di poter fare una diversa politica, non dico di pensare, discutere, esporre, ma dico di fare, di intervenire per una diversa politica.
Ora io credo che questo non è tollerabile con lo spirito della Costituzione. Non voglio darvene tanti esempi, mi limito soltanto a due. Di fronte ai partiti socialisti o comunisti internazionali, in che modo presentate il vostro paese o il vostro Governo?
Ecco qui, fra tanti, un telegramma della segreteria del partito comunista a firma di Palmiro Togliatti al partito spagnolo: «Cari compagni, anche in Italia oggi la reazione stimolata dall'imperialismo americano colpisce i nostri migliori elementi assassinandoli sulle piazze o gettandoli in prigione... (Commenti al centro e a destra). Ai contadini affamati che vogliono la terra e vanno ad occuparla per lavorare, agli operai disoccupati che chiedono lavoro il Governo dei traditori della democrazia asserviti all'imperialismo oppone la violenza dei suoi reparti armati...».
Alla fine si parla, non so con che pretesto, della «ignobile tresca dei nostri governanti con il bieco carnefice della democrazia spagnola». In verità io non ho mai trescato o danzato con questo «carnefice».
Qui, è vero, non siamo nel campo dell'azione diplomatica. Ecco però un altro esempio in cui si è verificato un vero e proprio intervento diretto dei comunisti nell'azione politica del paese. Non creda l'onorevole Togliatti che io mi riporti al suo contratto con Tito per Gorizia e Trieste; no, parlo di cose più recenti. Il 16 giugno arriva in Italia il cancelliere tedesco Adenauer (Rumori all'estrema sinistra)...

Una voce all'estrema sinistra. Buono, quello!...

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Buono o no, Adenauer è il cancelliere della repubblica federale di Bonn che rappresenta l'enorme maggioranza della Germania democratica. (Applausi al centro e a destra). Egli è, inoltre, un cancelliere parlamentare e democratico, e come tale ha il diritto di venire a farci visita. (Interruzioni all'estrema sinistra). Era una visita di cortesia e noi dovevamo accoglierlo con altrettanta cortesia, trattandosi, ripeto, del rappresentante di una repubblica democratica che ha aderito all'Unione europea e anche di un uomo che era sempre stato contrario al regime nazista e che, come tale, era stato anche tre volte confinato in campi di concentramento. Voi, però, dimenticate tutto questo e scrivete all'antagonista di Adenauer, cioè al capo della repubblica popolare della Germania orientale, il seguente telegramma: «In questi giorni ha luogo, qui a Roma, un incontro tra Adenauer e De Gasperi, spinti dall'imperialismo americano a tramare nuovi intrighi contro il benessere e la pace del popolo italiano e del popolo tedesco. In questo momento desidero assicurare gli operai, i lavoratori e tutti i buoni patrioti e amici della pace in Germania che la grande maggioranza, la parte attiva del popolo italiano è contraria a questi intrighi. Noi siamo per la rinascita e il consolidamento di una Germania democratica, ma tutto il popolo italiano è decisamente contrario alla risurrezione del militarismo tedesco al servizio dell'imperialismo americano... (Commenti all'estrema sinistra). Nonostante tutte le intimazioni e gli imbrogli del Governo clericale, quasi il quaranta per cento degli elettori italiani si è raccolto nelle recenti elezioni intorno ai partiti che lottano per la difesa della pace. Queste forze di pace sono decise a far fallire i piani criminali degli imperialisti americani e non lasceranno che l'Italia partecipi all'aggressione contro l'Unione Sovietica e salutano il popolo tedesco e gli augurano nuovi successi...». (Applausi all'estrema sinistra - Commenti al centro e a destra).
Vi prego di ascoltare la risposta di Pieck, pubblicata, naturalmente in evidenza, da l'Unità: «In risposta al vostro telegramma, vi prego far sapere al popolo italiano che il signor Adenauer non ha assolutamente alcuna autorità per parlare a Roma a nome del popolo tedesco». (Si ride al centro e a destra - Commenti). Ed ascoltate la finale: «Siate certi che tutti i tedeschi amanti della pace si sentono solidamente legati alla lotta dei partigiani italiani della pace contro il terrore e le manovre ingannevoli del Governo De Gasperi...».

INVERNIZZI GAETANO. Viva la Germania democratica! (Proteste al centro e a destra).

PAGANELLI. Vergognatevi! (Rumori all'estrema sinistra).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. «In questi sentimenti di solidarietà i popoli italiano e tedesco distruggeranno gli accordi militari che De Gasperi e Adenauer discutono in privato per ordine degli americani».
Anche questo signore, che nella sua mente e nella sua veste rappresenta uno Stato, io rispetto; ma non so quali informazioni egli abbia su intrighi o su accordi che non ci sono assolutamente stati né sono avvenuti; né Togliatti aveva alcun pretesto di supporre che siano avvenuti. L'Italia è, insieme con gli altri Stati europei, in trattative e in discussioni circa l'esercito europeo, alle quali la Germania partecipa, e non farà intrighi particolari o particolari accordi militari. Quell'affermazione è, quindi, del tutto gratuita. (Applausi al centro e a destra - Commenti all'estrema sinistra).
Ad ogni modo, onorevoli colleghi, io ho dovuto rilevare questi fatti - ma non sono i soli! - per dirvi che sostengo, e spero che la maggioranza del Parlamento sia della stessa opinione come credo lo sia la maggioranza del popolo italiano, che questi metodi non sono compatibili con lo spirito della Costituzione, poiché, si voglia oppure no, esiste una politica estera la quale è la politica del Parlamento italiano nella sua maggioranza, e del Governo che la rappresenta. Non esiste una seconda politica, non è possibile una seconda politica. (Applausi al centro e a destra).

SANSONE. È un nuovo diritto internazionale!... (Proteste al centro e a destra).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Io sono, purtroppo, persuaso che Togliatti non sia di questo parere: ce lo ha detto anche l'altro giorno, e credo che questa opinione non rimanga soltanto teoretica; dobbiamo dunque trovare un modo di metterci d'accordo sopra questa azione, se voi credete opportuno di metterci d'accordo; altrimenti noi dovremo assolutamente trovare delle dichiarazioni, degli impegni o delle sanzioni che dimostrino ben chiaramente da che parte sta la responsabilità. (Applausi al centro e a destra - Interruzione del deputato Togliatti).
Ho bisogno ora di completare questa esposizione di politica estera passando all'onorevole Nenni; ma prima vorrei pregare lo stesso onorevole Nenni di prendere atto di una cifra.
Egli ha parlato di 91.433 (novantamila come cifra arrotondata) presunte «vittime della reazione governativa». Ne ha parlato sulla fede di un foglietto diffuso dal partito comunista durante le elezioni. Ma noi abbiamo fatto accertamenti, e nell'elenco di 13.748 persone - e quindi non 90 mila - sono compresi gli imputati della «volante rossa», imputati di omicidi e di altri crimini comuni, autori di uccisioni di agenti di pubblica sicurezza, e i detentori di armi, quasi sempre comunisti, o che hanno provenienza comunista, tutte persone che vediamo indicate tra le «vittime della reazione governativa».
Non so se all'onorevole Nenni faccia o no piacere: aggiungerò che nel numero sopra indicato gli iscritti al suo partito rappresentano una trascurabile minoranza: si possono contare sulle dita di una mano. E questo gli dà il diritto di non assumere il patronato almeno della cifra, mi pare.

LIZZADRI. Non ci crediamo.

DE GASPERI, Presidente det Consiglio dei ministri. È una cifra che ho avuto dal Ministero della giustizia; non so a quale ufficio statistico debba rivolgermi, non certo a quello della Confederazione generale italiana del lavoro. (Interruzione del deputato Lizzadri).

PRESIDENTE. Onorevole Lizzadri, la prego di non interrompere.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Vorrei accantonare altre questioni, a cui l'onorevole Nenni ha accennato; l'affermazione, cioè, che nel sistema degli aiuti americani - attraverso l'E.C.A. - in avvenire gli americani tratterebbero non direttamente con lo Stato, ma con le imprese industriali e commerciali e con le organizzazioni operaie di ciascun paese. L'onorevole Nenni ha affermato: «tale trasformazione è intollerabile». E dico io: sì, sarebbe intollerabile, ma la cosa non sta così.
Ella, onorevole Nenni, si è fondato sopra notizie di giornali; ma io le ho controllate, e le ho controllare chiedendo informazioni ufficiali; non le faccio torto di essersi fidato dei giornali, ma bisogna controllare le notizie. Ho chiesto all'ambasciatore americano notizie e informazioni ufficiali ed interpretazioni legittime di queste dichiarazioni. Il telegramma è il seguente: «La stampa ha notevolmente deformato ed amplificato dichiarazioni di Foster, secondo cui organizzazione amministrativa E.C.A. comportando istituzione uffici produzione porrà maggiormente l'accento sopra problemi produzione e produttività. Esperti verranno conseguentemente messi a disposizione industria per risolvere problemi specifici». Foster aveva dichiarato testualmente: «Come in passato, l'E.C.A. lavorerà solamente col pieno consenso e con la cooperazione di singoli governi».
Questo è doveroso; ne prenda atto insieme con i suoi amici dell'opposizione. Non bisogna fondarsi sopra notizie di stampa.
Ora vengo alle linee principali della esposizione dell'onorevole Nenni. Egli si è lamentato, da principio, che abbiamo formulato linee programmatiche da visione apocalittica, da mito, improntate ad un anticomunismo programmatico, e mi ha chiamato il clericale della politica atlantica, mi ha accusato di certo imperialismo missionario, dicendo che io avevo parlato del patto atlantico, della assoluta lealtà al patto atlantico senza aggiungere - ed in questo errore sono caduti altri, che non hanno letto attentamente il periodo della mia dichiarazione - senza aggiungere che avevo detto, parlando di consolidamento e di fedeltà al patto atlantico, che questo non deve, però, essere una semplice comunità difensiva militare, ma anche una solidarietà economica, una solidarietà dinanzi ai nostri problemi di giustizia internazionale e, soprattutto, di giustizia sociale. In fondo, questa interpretazione approfondita non era semplicemente un impegno da parte nostra (certo, era anche un impegno, perché penso che in politica estera bisogna dare sensazione di lealtà, specialmente dopo quello che è avvenuto), ma voleva dire soprattutto che c'è una logica interiore nel patto atlantico, della quale logica gli alleati hanno il dovere e il diritto di preoccuparsi. Ed aggiungevo (prego l'onorevole Saragat di prestare attenzione a questo; gli è sfuggito, nonostante la particolare benevolenza con cui ha giudicato questo passo; forse gli è sfuggito perché c'è un errore di stampa: si parla di «esso» invece che di «essa») aggiungevo, parlando del patto atlantico immesso ed inquadrato nella organizzazione dell'O.N.U.: «Se tutte le nazioni ad essa associate vorranno - si legge «esso» in qualche parte; per cui aveva ragione l'onorevole Saragat a non comprendere come ci fosse qualcuna fra le nazioni associate non d'accordo - sarà quello che ci porterà veramente sulla strada della salvezza, per ottenere, accanto alla sicurezza, la garanzia di pace».
Ora, anche per il concetto della universalità dell'O.N.U., come ho detto altre volte, la mia opinione è che, se l'O.N.U. esiste, esiste per tutte le nazioni, a cominciare dalla mia perché la mia, oltre a corrispondere alle qualità morali per far parte dell'O.N.U., ha anche una ragione ed un impegno giuridico che è contenuto nel trattato ed è questo impegno che noi dobbiamo far valere.
Ma la tesi dell'onorevole Nenni, in fondo, è questa: la causa della tensione interna ed esterna è il vostro contegno negativo di fronte alla Russia. In altre parole, la nostra difesa contro il bolscevismo «missionario» ed aggressivo giustificherebbe l'intervento negativo della Russia contro l'Italia. Questo, onorevole Nenni, è veramente un rovesciamento della storia e della cronaca, che non mi pare ammissibile: è la solita favola del lupo e dell'agnello. Ricordo anzitutto che la Russia ha ripetuto per sei volte il veto contro l'ammissione all'O.N.U., prima e dopo il patto atlantico. Noi avevamo eseguito il trattato, consegnato le navi, stipulato accordi di amicizia e di commercio, ceduto la villa Abamelex, già appartenente alla Lituania, villa situata in Roma ed alla quale i russi tenevano molto.
Era pieno nostro diritto aderire al patto atlantico; ma se l'adesione al patto atlantico dovesse giustificare qualsiasi rovesciamento contro di noi, cosa dovrebbero dire gli altri Stati di fronte ai patti che la Russia ha stretto con i satelliti, patti che sono più rigidi ed automatici del patto atlantico, che automatico non è?
L'onorevole Nenni in un suo articolo (e lo ha ripetuto anche nel suo discorso) si è compiaciuto di citare le due note ai quattro ministri degli esteri, rispettivamente del 30 novembre 1946 e 4 gennaio 1947, le quali portano la sua firma, dato che egli allora era ministro degli esteri. Però egli ha omesso di ricordare che, in data successiva (il 10 febbraio 1947), il ministro Sforza ha inviato ai quattro ministri degli esteri e a tutti i governi firmatari del trattato di pace una nota, subito dopo la ratifica del trattato stesso, nota che così concludeva: «Come italiani e come cittadini del mondo rivendichiamo per l'avvenire il diritto di contare sopra una revisione radicale di quanto può paralizzare la vita di una nazione di 45 milioni di esseri umani, congestionati su un territorio che non li può nutrire».
Comunque, l'indirizzo dell'onorevole Sforza costituì una continuazione di quello che ella fece, stabilendo così una continuità nella politica estera.
Ella però ha dimenticato di citare la risposta di Molotov, arrivata, per la verità, dopo che lei aveva lasciato il ministero. Comunque, quella fu una risposta inviata alla sua nota. Il ministro Molotov rispondeva alla proposta di una revisione del trattato di pace in questi termini: «Il Ministero degli affari esteri dell'U.R.S.S., per incarico del Governo sovietico, dichiara che esso non può essere d'accordo con la valutazione del trattato di pace con l'Italia data dal Governo italiano e deve respingere l'accusa di iniquità del trattato di pace contenuta nella nota italiana». Questo in data 19 febbraio 1947, cioè prima che vi fosse l'ipotetico rovesciamento della nostra politica estera, come sostiene l'onorevole Nenni. La prego, onorevole Nenni, di controllare queste date: vedrà che corrispondono alla realtà. (Interruzione del deputato Nenni). Bisogna integrare il quadro con tutti gli elementi, uno dei quali è questo che ho citato.
Lo stesso Molotov accentuò il carattere perentorio di tale nota in un colloquio con il nostro ambasciatore Quaroni, in cui ribadì che il Governo di Mosca riteneva che il mondo avesse bisogno di tranquillità, e premessa necessaria di tale tranquillità era che i trattati di pace fossero considerati definitivi. Quindi, fin da allora il Governo di Mosca si opponeva a qualsiasi revisione, né in seguito è intervenuto nulla che possa far ritenere siano sopraggiunti mutamenti nell'atteggiamento sovietico su questa questione.
Pertanto non è il nostro contegno negativo che giustifica il rovesciamento di un tale atteggiamento, ma siamo dinanzi ad un atteggiamento negativo della Russia che spiega il nostro comportamento.
Identica è la storia per Trieste. L'unico episodio revisionista, sia pure solo come tesi, è costituito dalla dichiarazione tripartita per Trieste, che fu una constatazione, da parte di tre delle grandi Potenze, della inapplicabilità del trattato e la proposta della restituzione dell'intero territorio libero all'Italia. Se in quel momento la Russia, alla quale la proposta venne presentata, avesse aderito alla proposta revisione (non v'era ancora il patto atlantico, non vi era ancora lo scisma di Tito)...

SANSONE. Ma ella era stato a New York!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. ...anche gli stessi dichiaranti, che voi dite in mala fede, si sarebbero trovati nella condizione di dover procedere oltre. Inoltre, ripeto, lo scisma di Tito non si era ancora verificato, e grande era l'influenza di Mosca su Belgrado, né si può escludere a priori un seguito concreto alla proposta.
Alla costituzione del territorio libero è ben noto che si è arrivati solo come misura di compromesso delle potenze occidentali verso le pretese sovietiche in favore della loro «grande democrazia popolare jugoslava», come diceva Molotov.
Sarà inutile ricordare le mie proteste alla conferenza di Parigi contro questo mostro del territorio libero. «Voi create - io dissi - uno Stato che sarà la discordia perpetua tra gli slavi e gli italiani, uno Stato che non potrà vivere, e avrete una questione sempre accesa».
Che cosa mi ha risposto il 14 agosto 1946 il ministro degli affari esteri sovietico, Molotov? Egli disse: «Voi avete sentito che il signor De Gasperi ha concentrato la sua attenzione sulla giustificazione delle pretese italiane che riguardano la parte occidentale della Venezia Giulia compresa la città di Trieste. Il capo della delegazione italiana ha imperniato il suo discorso sulle pretese sull'Istria occidentale e su Trieste, ma io non posso riconoscere che queste pretese rappresentino la voce della nuova Italia democratica. No, è proprio l'opposto che è vero. Non si tratta di altro che della ripetizione delle vecchie pretese annessionistiche dell'Italia su territori altrui che appartengono agli slavi da tempo immemorabile». (Commenti al centro e a destra).
Il 5 settembre 1946 Vyšinskij ribadì, in risposta all'appassionante difesa dei diritti dell'Italia sulla Venezia Giulia fatta del compianto onorevole Bonomi, con queste parole: «Quali sono dunque i motivi che spingono l'Italia a non accettare l'incorporazione di Trieste alla Jugoslavia o anche la creazione dello Stato libero? Ebbene, questi motivi sono unicamente suggeriti dal desiderio di appropriarsi di territori estranei». (Commenti al centro e a destra). Dunque, se l'Unione Sovietica voleva esserci veramente amica e volesse oggi esserci veramente amica, non ha che da provocare la distensione, non ha che da recedere da queste posizioni ostili assunte verso la nazione italiana e aderire alle iniziative prese dalle Potenze amiche in nostro favore.
Anche l'affermazione dell'onorevole Nenni che il territorio libero di Trieste non si è potuto organizzare per gli ostacoli frapposti dal Governo italiano, è contraria alla realtà dei fatti. È vero, non ci credevo, nessuno può credere che veramente questo territorio libero possa vivere di per sé, ma ostacoli noi non ne abbiamo posti. La questione venne dibattuta sempre all'O.N.U., che non poté trovare un governatore che fosse accettabile dalle due parti. Comunque, è appunto questo che ha fornito giustificazione per l'atteggiamento della dichiarazione tripartita, e l'Unione Sovietica è tornata sull'idea del territorio libero, che aveva lasciata dormire per parecchio tempo, solo quando la dichiarazione tripartita ha reso nuovamente attuale la questione di Trieste. Tale atteggiamento puramente negativo della politica sovietica, indipendente da qualsiasi atteggiamento che avesse adottato il Governo italiano verso l'U.R.S.S., viene confermato dal fatto che il Governo di Mosca si è servito anche recentemente (nelle trattative dei quattro) della insoluta questione di Trieste per altri fini del tutto estranei: ad esempio, per il trattato di pace con l'Austria, che è stato condizionato, come è noto, alla risoluzione del problema triestino.
Si deve, dunque, riconoscere che domandare, dopo la dichiarazione tripartita, rimasta inoperante soprattutto per l'opposizione dell'Unione Sovietica, la costituzione del territorio libero, significa seppellire definitivamente la possibilità che ancora rimaneva di una soluzione in tal senso.
Del resto, onorevole Nenni, ricordi un po' quello che fu l'afferniazione e la fede del suo passato. Nel suo discorso a Canzo del 13 ottobre 1946, l'onorevole Nenni affermava: «la conferenza ha così accettato la linea francese (per il territorio libero di Trieste) la quale costituisce un cattivo compromesso fra la tesi anglo-americana e la tesi sovietica, un compromesso il quale dà vita ad un territorio libero di scarsa o nulla vitalità, e lascia insolute, fra noi e gli jugoslavi, questioni vitali, come quella di città italianissime che ci sono strappate, e di minoranze etniche la cui protezione dovrebbe essere assicurata con un atto unilaterale». (Applausi a sinistra, al centro e a destra - Interruzione del deputato Nenni).
Anche la via delle trattative dirette è stata tentata proprio da voi, prima che da noi. Quando Tito non era ancora un reprobo agli occhi di Mosca, gli onorevoli Togliatti e Nenni, infatti, hanno tentato trattative pratiche. Quelle di Togliatti richiamano il fatto di Gorizia, e quelle di Nenni la sua ansia e la sua insistenza presso i nostri rappresentanti all'O.N.U. perché attaccassero discorso con gli jugoslavi per vedere se c'era una possibilità di soluzione. Gli jugoslavi furono assolutamente negativi.
I tentativi di Nenni furono continuati da noi, da Sforza, sempre con lo stesso risultato. Via, non becchiamoci fra noi, come i polli di Renzo; per la verità, non ne abbiamo colpa. Anche se avessimo commesso degli errori - supponiamo per un momento che il patto atlantico sia un errore; non lo è, ma supponiamo che sia così - non è giustificabile però quello che è avvenuto prima del patto atlantico; l'atteggiamento negativo e ostinato della Russia non è giustificabile con un eventuale ipotetico errore di poi.
E non vorrei che i rappresentanti di tendenze più vicine, più simpatizzanti con la Russia - non voglio esprimermi diversamente - dessero pretesto alla diplomazia sovietica di ritenere che la favola del lupo e dell'agnello qui non sia conosciuta. (Commenti al centro).
L'onorevole Nenni, poi, ci ha parlato di militarismo germanico. Noi abbiamo dei dati abbastanza sufficienti intorno agli armamenti della parte orientale della Germania, e sappiamo a che cosa sono ridotti gli armamenti della parte occidentale. (Interruzione del deputato Lombardi Riccardo). Non credo quindi che a questo riguardo ci possiamo addentrare in statistiche. In questi giorni ho visto lo spirito - l'ho rivisto, anzi, perché l'avevo visto prima, in un film fatto a posta - del festival di Berlino: tutto era eguale come ai tempi di Hitler, tranne il nome. (Applausi al centro -Interruzioni all'estrema sinistra). L'unico cambiamento, onorevole Nenni, è questo; che il saluto, invece di essere col braccio teso e la mano aperta, è col braccio teso e la mano chiusa: il resto, la camicia, eccetera, è tutto eguale. (Vivi applausi al centro e a destra - Proteste all'estrema sinistra).

Una voce all'estrema sinistra. Ella preferisce le birrerie!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Non preferisco le birrerie, no! Onorevole Nenni, ella ha coniato per me una espressione nuova: «il clericale del patto atlantico». Io vorrei che ella non mi costringesse a coniare per lei l'espressione: «il clericale del bolscevismo» (Si ride), perché onorevole Nenni, ella è l'unico capo socialista in Europa che mantiene ancora - non metto in discussione l'onore del socialismo - una posizione della quale non voglio discutere la coerenza, ma che di fatto è contraria alla posizione di tutti i socialisti democratici d'Europa. (Interruzioni all'estrema sinistra).
E dico all'onorevole Nenni che girando l'Europa e le capitali d'Europa e trovandomi a discorrere con molti socialisti, al potere o no, mi sono sempre sentito fare una domanda che aveva come del mistero: «ma insomma, che cos'è questo Nenni? Da che dipende che Nenni ha questa posizione?». Domando a coloro i quali come me hanno peregrinato per le capitali d'Europa, se questa non è una domanda frequente. (Si ride al centro). Ed io sapete cosa ho risposto? Io, che ho a cuore la reputazione dell'onorevole Nenni, ho risposto: «c'è sempre speranza». (Si ride - Applausi al centro e a destra - Proteste all'estrema sinistra).
Io, nonostante la posizione che ha preso parecchie volte l'onorevole Nenni, non posso confrontare e assimilare la sua figura con quella di Zapotochy il quale nella Pravda del 27 maggio 1951, in un articolo diffuso da radio Mosca e che abbiamo intercettato, per chiudere un periodo di discussioni molto fervide, che erano finite con misure di polizia, in Cecoslovacchia, tra socialisti, stabiliva così la stregua per giudicare gli uomini: «nessuno è in grado di dichiararsi comunista se nega l'aiuto del partito bolscevico, salvaguardia di ogni partito proletario, se incrina i princìpi democratici di Marx, Engels, Lenin e Stalin, se non accetta l'autorità del grande capo dell'Unione Sovietica, Stalin... Il partito socialista cecoslovacco seguendo le orme del partito bolscevico ha messo a tacere tutti i traditori del proletariato cecoslovacco ed internazionale». (Commenti).
A me pare di aver dimostrato che il rovesciamento della posizione nella politica estera che l'onorevole Nenni attribuisce a noi, in realtà non esiste. Noi abbiamo tentato invano, purtroppo, nel primo periodo delle trattative di pace e negli anni seguenti, prima ancora di concludere qualsiasi patto di alleanza con le potenze occidentali, di trovare equità, equanimità, comprensione presso l'Unione Sovietica. Non l'abbiamo trovata: non l'abbiamo trovata quando eravamo con Togliatti, non l'abbiamo trovata senza Togliatti.
Mi pare che l'esperimento di collaborare di nuovo con Togliatti possa essere fatto soltanto quando la premessa venga mutata; cioè che i cambiamenti avvengano nella politica estera in modo che si possa dire che la distensione estera è il quadro naturale in cui una distensione interna possa avvenire.
E ora passo all'onorevole Saragat. L'onorevole Saragat, in una critica molto benevola, però tale che non può naturalmente soddisfarmi (ed è chiaro, perché egli doveva giustificare una posizione di astensione e non di favore), ha detto: «nelle dichiarazioni di De Gasperi è mancata la più ampia prospettiva per il futuro verso la coalizione degli Stati europei che potrebbe rendere il patto atlantico uno strumento inutile nell'auspicata distensione internazionale».
Io avevo detto nelle mie dichiarazioni: «bisogna consolidare, sviluppare, approfondire questa alleanza che associa il nostro paese ai destini della democrazia europea e di quella d'oltremare», e più oltre: «ecco che il problema europeista ed il problema atlantico non devono essere concepiti come qualche cosa di avulso dal problema nazionale italiano, ma come contributi allo sviluppo di esso». L'onorevole Saragat avrebbe dovuto, nel suo discorso, presupporre la continuità della politica governativa: tutto il Ministero aveva accettato lo spostamento avvenuto nel quadro di una continuità politica che qui io ho professato; e non credevo necessario riesporre tutto un programma che qui è abbastanza noto.
Ma come? Avevo bisogno di dire all'antico ambasciatore a Parigi, dopo i lavori svoltisi a Santa Margherita, dopo il lavoro svolto a Londra dove abbiamo insistito presso Morrison, mi pare con qualche effetto, dell'inserimento nel patto atlantico, nella nuova organizzazione europea, delle nostre vedute europeiste? Si può dubitare di questa nostra tendenza, si può dubitare della nostra fede nella ricostruzione dell'Europa?
Solo le difficoltà di calendario hanno del resto impedito che qui a Roma si continuasse tale opera costruttiva insieme con gli amici inglesi: abbiamo però presentato alle Camere il piano Schuman, che è un fatto essenziale. Io vorrei che ogni Governo potesse vantarsi di aver raggiunto - è un piccolo contributo nostro, ma è un contributo innegabilmente notevole, perché certe volte i mediatori devono essere più abili, più fortunati delle parti stesse - di aver raggiunto, dicevo, un fatto caratteristico, il fatto concreto dell'unione europea.
Stiamo trattando anche dell'esercito europeo. Voi lo studierete: il relativo disegno di legge è già stato presentato al Senato. Voi vedrete la profondità di quello strumento. Ma quella è l'Europa, quella è creazione. È un fatto: non c'è bisogno di un programma. Ma se un fatto recente può dare caratteristica alla nostra politica, basta ricordare l'incontro con Adenauer. Nel comunicato si dichiarava: «Nel corso dei colloqui sono stati esaminati tutti i problemi comuni ai due paesi, nello spirito di una sempre più seria organizzazione europea, spirito che così profondamente anima la politica del Governo italiano, come quella del governo federale. L'onorevole De Gasperi da parte italiana ha riaffermato il desiderio di vedere al più presto la Germania reintegrata nella famiglia dei popoli liberi, per poter meglio contribuire alla causa della democrazia e della pace, in stretta unione con gli Stati interessati all'organizzazione e alla difesa della libertà e della pace. Il cancelliere da parte sua ha riconfermato la sua convinzione che la soluzione dei problemi attuali non potrà essere raggiunta senza superamento degli angusti nazionalismi e senza collaborazione di tutti i liberi popoli europei, collaborazione che ha già trovato la recente conferma ed espressione nella firma del piano Schuman. In quest'ordine di idee è stata riconosciuta una identità di vedute nel campo economico, sociale, culturale».
E nel telegramma di congedo, il ministro degli esteri riaffermava ancora «la nostra identità di vedute per una politica di pace, di libertà in Europa. Come me ella pensa - scriveva - risolvendo insieme con gli altri popoli d'Europa, con intima comprensione, i problemi della nostra civiltà, che è l'ideale più nobile e più antico della nazione italiana».
Ed io stesso parlavo della difesa della pace e della democrazia in Europa, lieto della comunità di vedute che sola può salvarci dai ritorni di fiamma dei vecchi nazionalismi, come dall'insidia dei nuovi totalitarismi. Questa è la nostra opera per la salvezza dell'Europa.
In altro punto, l'onorevole Saragat vede uno slittamento verso destra del programma governativo. Non so dove intraveda questo slittamento. M'è parso invece che egli abbia dimenticato di menar vanto, come ne avrebbe avuto il diritto, di quello che abbiamo fatto insieme con partiti ricostruttivi e riformatori e di cui, in fin dei conti, egli ha menato vanto durante la campagna elettorale.
Ed abbiamo anche maneggiato la ramazza nei confronti della criminale speculazione sulla valuta e fu merito principale dell'onorevole Lombardo, che ne ebbe anche l'iniziativa. Si fecero anche grossi arresti nel campo degli speculatoti sul capitale; ricordo quelli avvenuti a proposito della Nebiolo.
E si può negare che, invece di fare un programma (anzi, non fare un programma, perché il programma c'è già), di riesporre un programma di riforma tributaria, c'è l'azione veramente decisiva del Governo e la responsabilità che esso assume di chiedere a tutti la denuncia dei redditi? Questo censimento potrà essere capitale come punto di partenza della giustizia fiscale!
Anche confrontandolo col programma del nuovo partito socialdemocratico, mi meraviglio come l'onorevole Saragat non abbia trovato nella mia esposizione, circa la priorità degli investimenti, i punti che sono paralleli all'ordine del giorno dello stesso suo partito.
E poi, come si fa a dire che non abbiamo proprio fatto niente per la disoccupazione? E l'I.N.A. - Casa coi suoi 26 milioni di giornate lavorative e l'occupazione media per ogni anno di 100.000 lavoratori, e i cantieri di lavoro che hanno occupato 224.000 disoccupati nell'esercizio 1950-51, e i corsi di riqualificazione professionale per i disoccupati, che hanno occupato 100.000 disoccupati per una spesa complessiva di 6 miliardi e 600 milioni, e i sussidi straordinari ai disoccupati, e la Cassa del Mezzogiorno, e la riforma agraria? (Commenti all'estrema sinistra). Perché vuole l'onorevole Saragat avere dei dubbi circa la riforma agraria che è in cammino? (Commenti all'estrema sinistra). Per i comprensori, i decreti di esproprio sono in corso, a mano a mano che il Consiglio dei ministri si raduna. Sono pacchi di decreti di scorporo che devono essere autorizzati. Siamo nella fase della esecuzione e l'esecuzione continuerà!
Perché ci fa il torto di credere che non vogliamo continuare fino in fondo?
La teorica della massa consumatrice (qui siamo anche nel campo delle teorie) va benissimo là dove sono le materie prime naturali, ma è di notevole difficoltà là dove le materie prime bisogna importarle. D'altra parte, va messo al nostro attivo anche questo: che, come ho esposto al Senato, dalla relazione recentissima dell'O.E.C.E., portata adesso da Parigi dall'onorevole Pella, risulta che lo Stato che ha saputo più resistere all'aumento dei prezzi è proprio l'Italia, e che la vantata politica di contenimento, fatta in Inghilterra, costa 500 milioni di sterline di sovvenzione in prezzi politici. È una strada diversa su cui là si sono messi.
Riguardo allo sciopero, l'onorevole Saragat sa (perché ne abbiamo discusso assieme tante altre volte anche in passato: c'è stata sempre una differenza fra la sua opinione, uno o due gradi di differenza, giacché c'è una opinione personale da far valere, oltre che la linea di partito), e noi sappiamo quali sono la possibilità, l'efficacia, la validità di una regolamentazione legale degli scioperi. Ma ad ogni modo è fuori discussione: la libertà di sciopero in generale non si tocca! È solo la questione dei funzionari che va posta, che va veduta da un punto di vista diverso. Non faccio un torto ai funzionari che, trattati male, insufficientemente, in fondo si sono comportati quasi sempre bene, ma ogni tanto non hanno potuto resistere alla suggestione e agli esempi che sono venuti da altre parti e da altre categorie. (Commenti all'estrema sinistra). Però, voglio ricordate ai deputati che tengono più cara la tradizione socialista quel che diceva Turati il 17 agosto 1908, quando, parlando dello stato giuridico degli impiegati, così si esprimeva: «Ma se lo sciopero degli impiegati è preveduto dal codice penale! Chi mai ha fatto in Italia lo sciopero fra gli impiegati? I ferrovieri, che in fondo sono operai industriali, che avevano finora tutta la psicologia degli operai industriali. E del resto, lo sapete meglio di me, i ferrovieri sono guariti da quella rosolia scioperaiola nella quale nessuno di noi li ha assistiti. Sebbene non trovi giusto che si faccia li la strage degli innocenti come si è fatta. A parte i commessi demaniali, questi piccoli impiegatucci privati, non vi fu mai traccia né tentativo di sciopero in Italia fra gli impiegati privati. Mi inganno, vi fu una volta; vent'anni fa i telegrafisti, per un certo loro diritto acquisito, minacciarono lo sciopero in quell'occasione. Il Governo intervenne energicamente ed il ministro disse: state tranquilli che vi accordiamo tutto quello che chiedete. Tutte le organizzazioni non fecero mai dichiarazioni che non hanno nessuna intenzione di ammettere fra i mezzi di lotta legittimi per i miglioramenti agli impiegati l'arma dello sciopero. Qui, al primo comizio di Roma, lo stesso Parmigiani, che parlava alla federazione postelegrafonici, una delle più forti federazioni d'Italia, ha detto questo: noi disapproviamo tutti gli articoli della legge tranne uno, l'articolo 14. Di questo non ci occupiamo ed è quello che riguarda lo sciopero. Ora, questo atteggiamento degli impiegati è tanto più significativo in quanto queste organizzazioni hanno, per forza di cose, subito sentito che ben diverso è il rapporto che intercede tra l'operaio e l'industriale dal rapporto che intercede fra lo Stato e l'impiegato, il quale non può fare una lotta contro lo Stato perché la farebbe contro se stesso, perché ha ben altri diritti e doveri e ben altri mezzi di rivendicazione».
Eravamo, è vero, nel 1908, ma questa questione si imposta nella stessa maniera ed aggiungo che allora eravamo nel periodo classico del socialismo. Comunque vi presenteremo delle proposte. Intanto dichiaro che avremo la tendenza a ridurre al minimo la regolamentazione, ma quel tanto che è necessario perché l'unità dello Stato democratico valga e perché i funzionari acquistino o riacquistino, laddove l'abbiano perduto, quel prestigio particolare che gli esecutori della legge debbono avere.

SANSONE. Aumentate lo stipendio ed aumenterà il prestigio.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Facciamo anche quello. Ho annunziato già che presenteremo un progetto anche per gli stipendi.
L'onorevole Lombardi ha finito di trovare grandi misteri nella impostazione e soluzione della crisi. Ma io ho fatto delle dichiarazioni al Viminale, alla stampa, subito dopo il giuramento, che erano proprio una esposizione, direi sintetica, di tutto quello che era avvenuto. Non vi è nessun garbuglio e non è in questione la dignità della Camera se non si entra in tutti i particolari delle discussioni avvenute. Le cose sono andate così. Le critiche si rivolgevano contro l'insufficienza di tempestività o di metodi negli interventi del tesoro. Esaminando bene la situazione, venendo al concreto, abbiamo trovato che queste critiche risalivano non al generale, giacché nessuno ha messo in questione la difesa della lira, né alla buona volontà, ma alla deficiente funzionalità (mi si perdoni la parola) del settore finanziario. Quindi di questo noi proponiamo una nuova struttura, anche qui non improvvisando, ma risalendo a studi fatti in altri momenti e che avevamo in programma di attuare. La discuterete, perché il disegno di legge verrà presentato alla Camera, in una prima o seconda edizione (non lo so ancora), poiché avete deciso di interrompere i vostri lavori. Forse quello che si doveva fare con due leggi lo dovevamo fare in un solo progetto. Ad ogni modo, si è domandato: che cosa fa il ministro del bilancio? Ripeto quello che ho detto al Senato. Il ministro del bilancio già fin d'ora dispone dei poteri che gli derivano dalla legge istitutiva del ministero, 4 giugno 1947, dall'incarico di presiedere il C.I.R. in sostituzione del Presidente del Consiglio, dall'incarico di partecipare alla direzione dell'organizzazione O.E.C.E. e nell'ambito dei comitati del credito, del risparmio e del comitato dei prezzi. In base alla legge istitutiva del ministero, il ministro del bilancio ha generali poteri d'intervento nella politica delle spese (articolo 4). Inoltre è obbligatorio concertarsi con esso per tutte le spese ordinarie di carattere generale a carico del bilancio di più ministeri, qualunque sia l'importo, nonché spese con carattere straordinario a carico di uno o più ministeri quando superano un miliardo (articolo 3). In terzo luogo spetta al ministro dei bilancio di dare preventivo consenso a provvedimenti legislativi di approvazione dei bilanci preventivi e dei rendiconti consuntivi (articolo 2). Mentre con l'accennata legge, in attesa del trapasso degli accennati servizi del tesoro, è già possibile dar vita concreta al coordinamento del settore finanziario, la vicepresidenza del C.I.R., l'incarico dell'O.E.C.E. e dei comitati del credito e del risparmio e dei prezzi già consentono al ministro del bilancio, liberato dal peso di altre incombenze quotidiane, di intraprendere quell'opera di coordinamento economico reclamato con tanta insistenza.
Occorrerà, bene inteso, dare esecuzione all'intero programma configurato, trasferendo il più rapidamente possibile, non importa, come ho detto prima, se con uno o con più provvedimenti di legge, al Ministero del bilancio i servizi della ragioneria generale, della direzione generale del tesoro e anche la presidenza dei due richiamati comitati dei prezzi, del credito e del risparmio.
Per quanto riguarda l'Istituto centrale di statistica, la questione non ha importanza, perché già di per sé, anche con l'attuale costituzione, detto istituto è a disposizione del Ministero del bilancio, come di qualunque altro ministero. Volevo accennare ancora ai monopoli e alle evasioni valutarie. Vorrei ricordare che fin dal 13 luglio 1950 è stato presentato alla Camera dei deputati un disegno di legge di iniziativa governativa per una più stretta vigilanza sulle intese consortili ispirate al criterio di contenere le attività in concorrenza e dare nuovo impulso all'azione statale di controllo dei raggruppamenti monopolistici, al fine di evitare dannose ripercussioni sull'economia nazionale. Quando verrà discussa questa legge (che naturalmente sarà giudicata insufficiente: ma è un primo tentativo) vi sarà anche l'occasione di far valere tutti i singoli punti di vista sul problema formale e su quello sostanziale.
Voglio ricordare ancora che il 5 luglio è stato presentato alla Camera dei deputati un disegno di legge che prevede un rigoroso sistema con il quale, ferma restando l'applicazione delle penalità, lo Stato possa cautelarsi nel caso in cui l'operatore, avendo usato per altri fini la valuta estera anticipatagli, non abbia effettuato l'acquisto e la conseguente importazione di merci. All'uopo si dispone che il pagamento anticipato all'estero delle merci da importare è subordinato alla prestazione di una cauzione o fideiussione bancaria, che verrà, totalmente o parzialmente, incamerata dall'erario ove l'importatore non comprovi l'effettiva importazione delle merci. Anche questa legge potrà dare occasione di discutere e deliberare intorno a questa delicata materia, nella quale il Governo ha tentato di aggiornarsi, secondo le esigenze attuali, con questo nuovo progetto.
Ed ora voglio rivolgermi un momento all'onorevole Di Vittorio. Egli, nel suo discorso di ieri alla Camera, ha affermato: primo, che la disoccupazione aumenta; secondo, che i dati circa la pretesa diminuzione della disoccupazione sarebbero contraddetti da quelli pubblicati dal Ministero del lavoro circa l'occupazione operaia, che sarebbe diminuita; terzo, che mentre i profitti del capitale sarebbero aumentati, lo stesso non sarebbe avvenuto per le retribuzioni operaie.
Disoccupazione. La statistica effettuata dal Ministero del lavoro concerne gli iscritti alle liste di collocamento che, in base alla legge 29 aprile 1949, sono ripartiti notoriamente in cinque classi. Ai fini della valutazione del fenomeno della disoccupazione è però necessario prendere in considerazione solo le prime due classi, e precisamente i disoccupati già occupati, cioè quei lavoratori disoccupati per effetto della cessazione del rapporto di lavoro immediatamente precedente, e i giovani inferiori ai ventun anni, nonché altre persone in cerca di una prima occupazione o congedate. I dati rappresentano la situazione alla fine di ciascun mese. Dall'esame dei dati statistici riportati nell'allegato si rileva che il fenomeno di cui trattasi ha avuto, nel periodo che va dal secondo semestre 1949 al primo trimestre del 1951, un andamento decrescente, che per altro è stato influenzato dalle ricorrenti cause stagionali. Infatti, mentre nel 1949 la punta minima registrata nel mese di settembre, per la prima e la seconda classe, è stata di 1 milione e 484.189 unità, nell'anno 1950, per il corrispondente mese, è stato di 1.441.671, con una differenza in meno di 43.518. Il miglioramento della situazione del mercato del lavoro trova inoltre conferma nel raffronto dei dati del marzo 1951 con quelli del corrispondente mese dell'anno precedente. Infatti, mentre nel marzo 1951 il numero degli iscritti aumentava, sempre per la prima e la seconda classe, a 1.622.000, nel corrispondente mese del 1950 gli iscritti ammontavano a 1.698.000. La contrazione fra i due mesi in esame e per l'anno 1951 è di 76.000 unità.
Occupazione. Bisogna ricordare che la rilevazione statistica dei dati dell'occupazione (gli orari di lavoro e le retribuzioni) che viene fatta mensilmente dall'ispettorato del lavoro riguarda 43 settori dell'industria italiana. Per 13 di essi sono censiti tutti gli stabilimenti esistenti, mentre per i rimanenti 30 l'indagine è limitata agli stabilimenti occupanti almeno 10 operai. L'indagine che si estende a circa 16.500 stabilimenti si riferisce solo agli operai in essi occupati, che sono oltre 1.600.000, i quali non sono tutti gli operai occupati ma rappresentano circa il 50 per cento del totale della occupazione operaia dell'industria italiana. I dati relativi al numero degli stabilimenti, agli operai disoccupati, al salario lordo, risultano da un prospetto. Da un primo sommario esame si è potuto rilevare che l'occupazione operaia nel dicembre del 1950, rispetto al 1949, registra un incremento di 16.677 unità. La punta massima di occupazione nell'anno 1950 si è verificata nel mese di settembre, nel quale il numero degli operai occupati è di 1.769.000. Tale incremento è solo determinato esclusivamente dal maggior impulso stagionale nell'attività produttiva delle industrie alimentari e anche di quelle connesse all'industria edilizia ed in particolare delle fornaci e dei laterizi.
Quanto precede conferma che fra la rilevazione dell'occupazione e quella della disoccupazione vi è una perfetta rispondenza in quanto, mentre in detto mese si è verificato un incremento nella occupazione, si registra per contro una contrazione nel numero dei disoccupati.
Quanto al salario risulta che il salario orario relativo al dicembre 1950 ha registrato, rispetto al corrispondente mese del 1949, un aumento di lire 8,45, pari al 5,89 per cento. Vanno naturalmente aggiunti gli ultimi aumenti sugli assegni familiari e il miglioramento della contingenza entrato in vigore nel 1951.
Produzione e reddito. L'onorevole Di Vittorio pretende di dimostrare che sarebbe falsa l'asserzione contenuta nel discorso del ministro Pella al Senato per quanto riguarda l'aumento della produzione e l'ascesa dei redditi.

DI VITTORIO. Non ho usato questa espressione: o sono dati inesatti, o non hanno l'incidenza di cui è stato detto.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. A qualsiasi dato ci si voglia riferire la produzione industriale è in aumento. L'indice della produzione è passato da 106 nel 1949 a 119 nel 1950 e a 136 nei primi mesi del 1951. L'indice dell'industria meccanica, sul quale l'onorevole Di Vittorio si è soffermato in modo particolare, è passato da 115 nel 1949 a 123 nel 1950 e a 133 nei primi 5 mesi del 1951. Anche se si fa ricorso alle statistiche dell'O.N.U. (particolarmente care - mi si è detto - all'onorevole Di Vittorio, benché contestate in tutti i paesi) l'indice generale della produzione industriale è in aumento, fra il 1949 e il 1950, da 96 a 109, mentre l'indice della produzione meccanica va da 79 a 84. L'incremento della produzione industriale, quindi, a qualunque fonte statistica ci si riferisca, risulta in aumento.
Quanto alla produzione agricola è ben noto all'onorevole Di Vittorio che negli anni 1948-49-50 si è avuto un progressivo aumento di tutta la produzione e gli indici sono passati rispettivamente da 87,9, a 94,8, a 96,6. È inutile ripetere che tali indici appaiono bassi in quanto riferiti al 1938, annata agraria straordinaria.
Vero è, invece, che la produzione del frumento sarà minore di quello che si sperava, anche in confronto all'anno scorso, ma ciò dipende semplicemente da condizioni stagionali e credo che non se ne possa far colpa a nessuno, a meno che non si adotti il detto «piove, governo ladro».
Un altro punto che rappresenta un'idea fissa dell'onorevole Di Vittorio (e scusate se vi annoio con tante cifre, ma è bene richiamarle perché certi slogans che fanno il giro per tutta Italia finiscono per essere creduti anche da chi non vorrebbe) è quello delle macchine importate dagli Stati Uniti. Si tratta, onorevoli colleghi, di attrezzature non producibili in Italia. Per accettare la producibilità o meno in Italia delle macchine che vengono importate, anzitutto ha luogo un preventivo esame tecnico minuzioso ed una dettagliata discussione sulle caratteristiche delle macchine da parte di un apposito comitato nel quale sono presenti i rappresentanti di tutti i settori meccanici e anche i rappresentanti dei lavoratori. Il grosso dei finanziamenti concessi per l'acquisto di attrezzature nell'area del dollaro è stato destinato direttamente all'industria meccanica: 54 milioni di dollari ad oltre 150 aziende meccaniche di tutte le dimensioni. Si sono, poi, importate macchine speciali che servono ad aumentare la produzione di beni strumentali e di consumo e cioè stampe per carrozzerie di auto, grossi torni e fresatrici speciali, mezzi tutti, cioè, indispensabili per ricondurre la produzione meccanica ad una situazione di costi più ragionevoli e adeguati alle possibilità di assorbimento del mercato interno e internazionale.
Questa la prima parte delle importazioni e dei finanziamenti. L'altra grossa parte per acquisti di attrezzature nell'area del dollaro è stata destinata alle industrie siderurgiche e a quelle elettriche, al settori base, cioè, il cui sviluppo è pregiudiziale allo sviluppo della produzione industriale meccanica. Occorre tener presente che i grossi gruppi generatori importati per le centrali elettriche (i piccoli generatori sono stati commessi all'industria italiana) e i grossi laminatoi per la siderurgia non erano producibili in Italia, se non impiegando un paio di lustri, ciò che evidentemente sarebbe stato dannosissimo per la nostra industria meccanica, che ha bisogno di essere riportata ad una produzione qualitativamente migliore e a costi più bassi.
Occorre anche tener presente che tutte le attrezzature importate dall'area del dollaro sono gratuite in quanto fanno parte integrante degli aiuti del programma E.R.P. e rappresentano quindi un guadagno netto per l'economia nazionale.
Lo stesso onorevole Di Vittorio ha parlato del commercio e a tale proposito io non ho che da rifarmi all'esposizione, così dettagliata, dell'onorevole Lombardo il quale ci ha istruiti, e forse anche annoiati, con una serie infinita di voci di scambi possibili con l'oriente. Egli ha chiarito come non siano possibili che scambi su larga scala, perché non era possibile rifornirci su quei mercati dei prodotti che ci abbisognavano. Per fare degli scambi con l'oriente, noi dovremmo importare rame, petrolio, materiali non ferrosi, cotone, gomma, olii, grassi alimentari e grano, merce tutta che non è disponibile su quei mercati. Abbiamo fatto qualche acquisto di grano, ma con nostro notevole sacrificio, in quanto abbiamo dovuto pagarlo a prezzi notevolissimi. È questa la ragione per la quale il nostro commercio estero nei riguardi dei paesi dell'oriente ristagna.
Anche l'onorevole Di Vittorio ha parlato dello sciopero e ci ha accusati di confondere lo sciopero con il sabotaggio o, comunque, di considerare lo sciopero come atto di sabotaggio. Questo non è vero, come risulta dal disegno di legge che abbiamo presentato al Senato circa il mutamento di alcuni articoli del codice penale. Noi diciamo soltanto che vi sono casi che non hanno niente da fare con lo sciopero e che rappresentano, viceversa, impedimento di lavoro, sabotaggio della produzione.
E non dica l'onorevole Di Vittorio che noi confondiamo col sabotaggio lo sciopero dei funzionari pubblici, e che lo equipariamo ad atto di sabotaggio della produzione. Non trovo stampato questo, ma mi pare che egli lo abbia detto. Se lo avesse detto, c'è un equivoco, perché questo è un articolo della Costituzione russa, non del nostro progetto. (Commenti al centro e a destra).
La Costituzione russa dice infatti: «Il sabotaggio controrivoluzionario, cioè la cosciente astensione per inadempimento di determinati doveri o la volontaria negligenza nell'esecuzione di essi allo scopo di indebolire l'autorità del Governo e l'attività dell'apparato statale... è punito con la detenzione non inferiore ad un anno e con la confisca totale o parziale dei beni, potendo dar luogo, in casi particolari ed eccezionali, alla massima sanzione esecutiva» (cioè la fucilazione).
Possiamo garantire all'onorevole Di Vittorio che siamo ben lontani da simili idee e concezioni, e che noi non arriveremo mai ad una simile formula, a meno che in Italia venga introdotto il bolscevismo, e che lo stesso onorevole Di Vittorio sia al potere come ministro del lavoro e creda di garantire la produzione con un articolo del genere che intenda introdurre nella nostra legislazione, prendendolo dalla Costituzione sovietica. (Applausi al centro e a destra - Commenti all'estrema sinistra).

PAGANELLI. Poveri lavoratori!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Vorrei non soffermarmici, ma assicuro che ho letto e mediterò con molta attenzione i discorsi tenuti da due colleghi, l'uno triestino e l'altro profugo istriano: voglio dire gli onorevoli Tanasco e Bartole. Due eccellenti discorsi, concreti, sostanziali, estremamente oggettivi, ricchi di proposte e di obiezioni all'atteggiamento delle autorità a Trieste, e di proposte riguardo alla zona B.
Non voglio qui addentrarmi in questa materia assai delicata. Non lo posso fare, ma seguirò attentamente quanto è stato esposto a tale riguardo, e voglio anzi ringraziare i colleghi del contributo sostanziale portato alla risoluzione di questo problema.
All'onorevole Guggenberg vorrei dire che lui ed i suoi colleghi hanno perso la pazienza troppo presto! Quelle obiezioni che fate voi, quasi mosse da un sentimento di particolare antipatia o di particolare avversione o di particolare odio contro i sud-tirolesi (come li chiamate voi) o gli alto-atesini (come li chiamiamo noi), non sono fondate. Sono obiezioni, purtroppo, che si possono fare e si fanno nella Valle d'Aosta come in Sicilia e in Sardegna. La difficoltà è di inquadrare i regimi nuovi di autonomia nel regime generale dello Stato; la difficoltà è anche di operare con la burocrazia così come è e come l'abbiamo ereditata dal passato; la difficoltà è anche nelle minoranze, nella consapevolezza di queste minoranze, nelle obiezioni di tali minoranze, difficoltà che si frappongono a ciò che ci si era proposto di fare.
Mi pare però difficile che voi possiate commuovere il mondo dicendo che vi abbiamo trattati male con le opzioni quando su 40.238 domande di opzione, tutte sono state accettate, tranne 650. Non potete dire che vi abbiamo trattato male!
All'onorevole Tanasco, che me ne ha fatto un accenno, dirò che se nella parte jugoslavo- triestina vi fosse stata una simile proporzione, egli sarebbe stato felice. Vi è poi sempre la possibilità di rivedere quello che si è fatto, ma non bisogna pretendere dall'oggi al domani che si ottenga l'equilibrio di tutte le situazioni lasciate dal dopoguerra!
Voi vi siete riferiti all'affare dei beni. Ma qui vi è tutta una questione giuridica fra l'Ente delle Venezie e gli antichi proprietari, questione che è stata portata anche dinanzi ai magistrati. Abbiate pazienza, quindi! Se non avremo trovato una soluzione prima, ci serviremo degli elementi dati dalla magistratura.
E non abbiamo certo nessuna volontà di perseguitare la maggioranza di lingua tedesca in Alto Adige però è bene ricordarci, e voi dovete ricordarlo, che esiste anche una minoranza italiana, che rappresenta un terzo della popolazione, e che questa minoranza italiana ha i suoi diritti ed anche le sue suscettibilità. Non possiamo dimenticare che esiste; ma dobbiamo, anzi, ricordare che essa rappresenta la parte proletaria di fronte a voi, che avete la fortuna di essere i proprietari, i padroni, soprattutto nel settore commerciale. La minoranza italiana ha soltanto delle industrie, ma per la maggior parte è proletaria. Anche non facendo una politica progressista e proletaria, non possiamo non ricordarci di questi italiani.
E quanto alla riforma, di cui vi lagnate, e non ancora applicata, essa non riguarda soltanto la parte tedesca, ma anche quella italiana, riguarda il Trentino. Dovrei lagnarmi anch'io del ritardo con cui le cose si fanno. Se foste nella mia posizione e faceste i confronti con le lagnanze di altre regioni italianissime - lagnanze giustificate sul ritardo dell'amministrazione dello Stato, sul ritardo degli interventi, sulla insufficienza di mezzi finanziari che abbiamo e che possiamo mettere a disposizione - se vedeste nell'insieme il panorama, non avreste di che lagnarvi e non pensereste che c'è qualcosa di antitedesco o di antitirolese in questa nostra pratica. Purtroppo, questi sono difetti della macchina, che tentiamo di sanare, ma non possiamo farlo dall'oggi al domani. Qualcosa abbiamo fatto; dovete ammetterlo. E confermo, per quanto mi pare che voi lo sappiate già: citatemi un paese dove la minoranza tedesca sia trattata come la minoranza tedesca in ltalia; citatemi un paese dove si sia trovato tanto spirito di giustizia. Lasciamo stare, egregi colleghi, i contrasti politici. La popolazione vive insieme: c'è una volontà di lavoro e di cooperazione; ci sono le migliori relazioni anche col paese confinante. Abbiamo fiducia che lentamente si ricostruirà; ma ci vuole buona volontà e lealtà. Voi avete fatto la vostra affermazione di lealtà. Ne prendo atto.
Non importa molto che voi votiate pro o contro il Governo. Quello che è giusto, si farà; quello che non è giusto o è impossibile, non si farà. (Applausi al centro e a destra). Portate questa parola di conciliazione.
L'onorevole Bellavista ha fatto un bel discorso, ma ha fatto un'osservazione curiosa riguardante la Sicilia. Sembrerebbe che in Sicilia fosse avvenuto un matrimonio fra democrazia cristiana e M.S.I., un connubio, una contaminazione.
La giunta regionale non ha avuto un solo voto dal M.S.I., né in sede di elezione, né in sede di approvazione di schemi legislativi. Persino per l'autorizzazione dell'esercizio provvisorio i deputati del M.S.I. si sono astenuti, nonostante l'assoluta necessità obiettiva del provvedimento.
Inoltre, in risposta alle dichiarazione del presidente della regione, il rappresentante del gruppo del M.S.I. in un discorso di critica ha affermato che il gruppo è all'opposizione. Quanto alla nomina di un deputato del M.S.I. a vicepresidente dell'assemblea regionale siciliana, si fa rilevare che nel consiglio di presidenza c'è anche un vicepresidente socialcomunista e che l'assemblea ha seguito il criterio dell'osservanza del principio di rappresentanza di tutte le correnti presenti in essa. E questo è ovvio; avviene in tutti i parlamenti. (Interruzione del deputato Calandrone).
Ed è ben curioso quanto è stato rimproverato a me, per essere stato il 17 maggio 1917 nominato segretario della Camera austriaca, durante la guerra. Si trattava della riapertura del Parlamento per la morte del vecchio sovrano e quindi il Parlamento (che era stato in precedenza trasformato in ospedale) venne riconvocato e si riprese un mezzo sistema parlamentare, come poteva svolgersi allora, quando la maggior parte del territorio era stato dichiarato in istato di guerra. Allora, per la costituzione della presidenza, come avviene dovunque, il presidente fu il membro più anziano e nominò otto segretari tra i più giovani. Io, che avevo la disgrazia di essere uno dei più giovani, fui nominato segretario per mezz'ora, dopo di che si procedette alla nomina definitiva ed io non ci fui più. (Commenti). Questa è stata rappresentata come una contaminazione col governo austriaco. Ma dove andiamo a finire con tali interpretazioni?

PIGNATELLI. Sono dei diffamatori!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ora mi rivolgo all'onorevole Almirante e, rispondendo a lui, credo che risponderò anche all'onorevole Roberti. Non ho sentito da quella parte una parola equanime, una parola che cerchi il chiarimento, ma sempre, in tutta la campagna elettorale ed in ogni manifestazione pubblica, il tentativo di profittare del mito e dello spirito passato.
Sono i «repubblichini» che, sotto il manto generico della riscossa nazionale, vogliono evitare la precisazione, sia del programma, sia delle responsabilità passate. Reclamano l'abolizione delle cosiddette leggi eccezionali della Repubblica e così assumono il protettorato anche dei fascisti della prima maniera (diritti civili, profitti di regime, eccetera), per cui trovano l'appoggio di coloro che sono stati restaurati nella vita civile e finanziaria. Tuttavia, nel contempo, proclamano sempre valide le leggi eccezionali della repubblica di Salò e sacrosante le fucilazioni di Castelvecchio. Sostengono che le leggi sociali repubblicane costituiscono il loro programma sociale (consigli di gestione, sistema corporativo, ordinamento del lavoro, proibizione dello sciopero), ma nello stesso tempo fanno i moderni, negando allo Stato democratico il diritto di premunirsi contro lo sciopero dei funzionari, come credo di aver capito dal discorso dell'onorevole Roberti. Sostengono che la monarchia sabauda ha tradito la nazione e gli alleati, per poter difendere Mussolini e tutti coloro che con lui passarono sotto il protettorato dei nazisti, ma nello stesso tempo cercano ed accettano l'alleanza dei monarchici, partito che vanta i meriti della monarchia e ne auspica il ritorno.
Partono come difensori primi e più validi di Trieste, dimenticando che la loro repubblica aveva affidato Trieste e l'Istria al gauleiter nazista... (Vivi applausi al centro e a destra).
Nessuna parola di equità e di riconoscimento per i nostri sforzi e per la nostra buona volontà, ma accanimento, nei comizi, in uno stile veramente ributtante. (Approvazioni al centro e a destra).
Ho letto la relazione concernente un comizio tenutosi a Roma il 15 luglio scorso. Vi era, evidentemente, molta gente che era andata al comizio proprio per Trieste e non per fare la politica antigovernativa. Fra gli agitatori mi pare vi fosse anche l'onorevole Mieville. Gli agitatori si sono impadroniti del comizio ed hanno fatto parlare gli oratori in un tono ributtante, lasciando anche che la folla fischiasse ed ingiuriasse membri del Governo, e lasciamo stare il Presidente del Consiglio, che naturalmente è il primo oggetto di una vergognosa diffamazione. Viene Delcroix (Rumori) e fa questa dichiarazione: «Avremmo voluto limitarci ad un appello alla solidarietà nel nome di Trieste. Non possiamo farlo perché accusati di voler fare una speculazione su Trieste. L'accusa viene proprio da coloro che altro non hanno fatto che speculare sulle sciagure dell'Italia, da coloro che aspettarono la sciagura per prendersi una rivincita e che seguitano a mettete innanzi la guerra perduta per continuare la loro politica imprudente e vile. Imprudente perché non si impegna un paese in alleanze militari senza garanzie, vile perché non si accetta il principio dell'espiazione per un popolo cui non si vuol perdonare di aver cercato la terra necessaria per il suo pane, di aver voluto avere una dignità e di aver voluto crearsi un impero».
Quali garanzie hanno richiesto e ottenuto quando essi si vincolarono alle sorti dell'asse? Quali, soprattutto, quando si entrò in guerra impreparati, quando si buttarono in braccio ad Hitler? (Applausi al centro e a destra). La storia non insegna nulla, e voi pretendete ingiuriarci e attaccarci e soffocare quanto è avvenuto nella storia, annebbiare la mente del popolo italiano, specialmente dei giovani, i quali non sanno e non ricordano! Ma lo ricorderanno!

PAJETTA GIAN CARLO. Ci spieghi la questione della Sicilia...

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. L'ho spiegata prima la questione della Sicilia e in modo inconfutabile!

PAJETTA GIAN CARLO. Inconfutabile?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Comunque sia, noi non rinunceremo alla nostra politica di pacificazione, ed in proposito ho annunciato alcune misure che hanno provocato ed hanno avuto anche il plauso ed il riconoscimento da parte di coloro che sono più direttamente interessati. Vedo, poi, con simpatia la proposta avanzata dai capi partigiani, perché si pensi agli invalidi della repubblica sociale, ed ho annunciato che verrà anche la volta dei tedeschi dell'Alto Adige, ma non possono pretendere che si cominci con il mettere a posto coloro che inizialmente erano in Germania, e che solo dopo si pensi agli invalidi italiani.
Vedo con simpatia la dichiarazione fatta in argomento dall'onorevole Codacci Pisanelli ed aderisco.
Bisogna che noi continuiamo su questa strada, come ci è possibile per le nostre condizioni finanziarie, e ad ogni modo, con generosità di spirito e di cuore. Ma non ci lasceremo mettere al muro da una polemica odiosa, risponderemo colpo per colpo, tireremo fuori tutta la storia recente, perché non c'è proprio nulla da guadagnare, con una rinascita, un rivivere dei contrasti sanguinosi del passato! Meglio tirare un velo su questo, ma a condizione che non vogliate mettere in pericolo, a pacificazione ottenuta, la democrazia e la libertà: noi le difenderemo a qualunque costo.
E faccio infine appello di nuovo a tutti coloro che stampano, che scrivono, che insegnano, perché infondano nei cuori dei giovani, che rappresentano la patria di domani, e non solo la patria, ma l'indipendenza, la dignità della nazione, perché infondano l'amore per la libertà, per il progresso sociale, per la giustizia sociale della nazione. (Vivissimi, prolungati applausi al centro e a destra).

On. Alcide De Gasperi
Camera dei Deputati
Roma, 9 agosto 1951

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di giovedì 9 agosto 1951)


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