LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VII GOVERNO DE GASPERI: REPLICA DI ALCIDE DE GASPERI AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 8 agosto 1951)

Il Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, dopo aver presentato il suo VII governo (un bicolore con Democrazia Cristiana e Partito Repubblicano), replica l'8 agosto 1951 a conclusione del dibattito al Senato della Repubblica. Il governo ottiene la fiducia.
L'opposizione social-comunista mantiene intatta la sua ostilità e la sua dura opposizione contro De Gasperi.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro degli affari esteri e ad interim dell'Africa italiana. Onorevoli senatori, vorrei tentare, al di sopra dei contrasti dei partiti e dell'urto delle tendenze, di ritrovare quel contatto umano a cui mi pare si sia riferito soprattutto l'onorevole Giua, quando diceva di ritenere che nel mio spirito, nel mio petto, alberghino due anime in contrasto, l'una del vecchio e provato democratico, l'altra del «reazionario». Io appartengo ad una generazione di cattolici, che ha preso posizione netta nel tormentoso problema dell'autorità e della libertà ed è per convinzione, per maturazione, che ho accentuato in tutta la vita più il programma della libertà che quello dell'autorità. Ma poi l'esperienza mi ha confermato in questo atteggiamento; ho visto, perché tale fu il mio destino, diversi regimi: nessun regime è perfetto, ma il democratico e il parlamentare è di gran lunga il meno peggio, è quello che più si presta ad essere perfettibile e correggibile. Invece il regime totalitario, lo Stato-partito, è la morte della libertà e della persona umana. Naturalmente questa conclusione presuppone un concetto non statalista ma pluralista della società, il concetto cioè, che vi siano al di fuori dello Stato, accanto allo Stato, delle forze sociali, delle forze religiose, culturali, sindacali e operaie; forze e categorie le quali agiscono entro un proprio campo di azione e possono agire e possono svilupparsi solo se possono lavorare all'ombra della libertà politica, libertà che appunto vuol dire partecipazione del popolo alla direzione del Governo.
Mi pare di essere stato, partendo da questo punto di vista, sempre coerente di fronte al fascismo e di fronte alle tendenze attuali della politica. Messi dinanzi al fatto compiuto, tentammo di inserire anche il fascismo nella tradizione parlamentare: voi ricordate il primo esperimento che finì col congresso di Torino quando avemmo la sensazione che non era possibile ottenere lo scopo prefissoci, che non era possibile salvaguardare la libertà della collaborazione, e rompemmo allora questa collaborazione. Fummo di questa tendenza quando lavoravamo sull'Aventino, assieme ai colleghi che qui ricordo e vedo ancora. Lavorammo superando tutti i contrasti storici che c'erano stati nella evoluzione italiana, soprattutto i contrasti fra sentimento religioso e sentimento patriottico e superando anche quello che poteva essere interpretato come rappresentanza di interessi di categoria, superandoli in questo anelito di libertà e di giustizia sociale. Ricordo ancora, con commozione, le discussioni lunghissime che abbiamo fatto nelle sedute dell'Aventino, di quell'Aventino che ha avuto una grande importanza. Si è detto che, dal punto di vista della tattica parlamentare, sia stato un errore: non lo so e non voglio giudicare, ma è certo che l'Aventino fu uno sforzo di conciliazione, di superamento e di salvataggio della libertà, che ha reso possibile quella Repubblica che è venuta poi. Anche allora mi sentii antifascista non per odio al fascismo ma per amore della democrazia. Facemmo poi, nei comitati di liberazione, opera di equilibrio, di libertà per tutti. E qui ricordo con sentimento di commozione l'opera dello scomparso Bonomi, il quale di quell'azione di conciliazione fu l'antesignano, ed ebbe in me e negli amici miei la collaborazione più intima e più viva. Ed anche allora - e qui, oltre Bonomi, ricordo gli amici Ruini, Casati, Croce - avemmo la sensazione che tutti coloro che avevano il sentimento della libertà dovevano agire perché, dopo il crollo del vecchio regime, ne venisse uno di libertà per tutti, e non un regime di partito, soprattutto non un regime di Stato-partito.
Non c'è alcuna differenza fra l'atteggiamento che io ho tenuto durante il comitato di liberazione e quello che tengo oggi, c'è soltanto questa differenza: che allora avevamo tutti la sensazione e la speranza che, attraverso i dolori della guerra, il martirio comune, non ci fosse più necessità di preoccuparsi della libertà democratica e del regime parlamentare. E abbiamo creduto di fare questa politica di concentrazione e di coalizione anche con il comunismo, benché del comunismo conoscessimo bene le origini, l'azione, i precedenti in altri paesi. Tuttavia la speranza che la grande guerra mondiale avesse rifuso nel crogiuolo dell'umanità gli spiriti e li avesse portati alla necessità di uno sforzo comune per rinnovarsi nella libertà ci animò anche in questo primo tentativo.
Di poi fummo anticomunisti. E ora ci si dice: ecco l'errore fondamentale, l'anticomunismo. Ebbene, anche qui io dico: non siamo stati né siamo anticomunisti contro il comunismo, siamo anticomunisti non per odio verso nessuno, ma per amore del regime liberale, democratico. Volete credere che sia un eccesso di preoccupazione? Ammettiamo pure che dal vostro punto di vista si possa credere così, ma dovrete ammettere voi stessi che questa è la preoccupazione fondamentale, questo è il senso della mia politica, se mi permettete di esprimermi così dal momento che è stato fatto il caso personale.
I comunisti vollero invece la trasformazione del regime parlamentare che consiste evidentemente nel contrappeso della maggioranza e della minoranza parlamentare, quindi dell'alternativa di Governo. Vollero trasformarlo in uno sforzo unitario, cioè di coalizione permanente, legittimata dal diritto partigiano e dalla forza sindacale.
Ieri ancora il senatore Scoccimarro ha ripetuto questa tesi, che d'altro canto è stata sostenuta con particolare forza anche dall'onorevole Togliatti alla Camera dei deputati. Ora, questa tesi, come tesi, non si può accettare, poiché essa conduce fatalmente, anche in teoria, allo Stato-partito. Ma se non ci fosse stata che la tesi e non ci fosse stata che la dottrina e la teoria, forse era legittimo che noi corressimo tutti i rischi; ma ad un certo momento abbiamo visto nascere nel nostro spirito la diffidenza: perché? Primo, per l'esempio degli altri paesi; secondo, per la esaltazione senza riserve che si è fatta dal sistema bolscevico, del sistema leninista, in quanto sistema conquistatore; terzo, per quell'«imperialismo missionario» del Cominform, di cui in questo momento si sente meno parlare ma che in un certo periodo, alla fine del 1947-48, si era presentato in tutta la sua vivezza e in tutta la sua pericolosità. Infine questa diffidenza trovò una base concreta nel tentativo di organizzare formazioni clandestine e nel deposito di armi che evidentemente rappresentava una riserva. (Rumori dalla sinistra). Di tentativi di organizzazione clandestina ce ne sono stati parecchi, e ce ne sono anche oggi; ed appunto perché si tratta di organizzazioni clandestine la prova da portarsi in Parlamento è molto difficile a rinvenirsi. Ma se volete aiutarmi... (Interruzione del senatore Moscatelli).
Ad ogni modo, onorevoli senatori comunisti, io tento di spiegare il mio atteggiamento, e se nelle ragioni che io porto ritenete che vi siano dei fantasmi, voi mi dimostrerete se sono fantasmi; vi sarò grato se vorrete dimostrarmelo. Noi sappiamo però che i fantasmi, anche nella vita politica, possono avere un certo sviluppo di operazione. (Commenti ed interruzioni dalla sinistra).
È inutile peraltro che entriamo a discutere della questione delle armi, poiché abbiamo discusso di tale questione tante altre volte. Vi ho gia detto chiaramente: fate voi un appello a tutti perché consegnino le armi; cercate di aiutarci per questo scopo e cadrà una delle vostre grandi preoccupazioni! Ma voi non avete fatto niente, anzi avete giustificato in modo impossibile il vostro atteggiamento. Non è tutto: insieme a delle prove mascherate, vi erano anche degli argomenti più chiari che si manifestavano e che sono apparsi durante il corso della mia attività in particolare. Non posso dimenticare che quando alla conferenza di Parigi ho chiesto di non precipitare la soluzione del territorio libero di Trieste, dimostrando che quella era una soluzione fatale capace di portare forse ad un conflitto invece che di risolvere il problema, e mettendomi con ciò dal punto di vista della pace e della cooperazione fra le nazioni, e anche contenendo quella che era una rivendicazione nazionale ben accesa nel mio cuore, mi vidi così incompreso da parte del signor Molotov, il quale si alzò a parlare contro il mio «irredentismo», contro il «nazionalismo italiano», contro l'invadenza e l'«imperialismo dell'Italia che voleva occupare i paesi slavi», che ben compresi allora lo scopo dei comunisti. Ed in una certa misura se ne fece eco anche l'Unità, in quella occasione. Nel mio animo è cresciuta da allora la diffidenza; soprattutto mi sono convinto che non era possibile andare d'accordo, né collaborare con i comunisti su questa questione, perché la visione era troppo diversa.
Questo avvenne quando eravamo insieme al Governo. D'allora in poi le vie divergono manifestamente. Dopo la famosa conferenza per il piano Marshall al quale la Russia e i satelliti rifiutarono di associarsi e dopo la fallita conferenza di Parigi, l'atteggiamento in politica estera divenne sempre più contrastante, tra quella che era ed è l'espressione della maggioranza e la tendenza o la volontà del partito comunista: si ebbe una azione contro il piano Marshall, si ebbero continue accuse di servilismo americano, di tradimento degli interessi del paese. Accuse espresse non tanto in quella forma parlamentare che, almeno nella maggior parte, si tiene qui, ma al di fuori di ogni controllo, al di fuori del Parlamento, onde impressionare di più le menti. Queste accuse vengono espresse in una forma così cruda, così dura, che ogni uomo di buona fede, che può certo sbagliare, ma lavora sempre per il suo paese, si sente veramente avvilito nel vedere in quale misura il sistema democratico permette tali estremi.
Poi venne il patto atlantico. Nelle Camere si è fatta una discussione preventiva, quale non è avvenuta forse in nessun altro paese. Fui io allora che volli saggiare fino in fondo la volontà del Parlamento, perché il filone democratico mi ha sempre portato a seguire questo metodo anche se costa fatica, anche se comporta dei rischi. La maggioranza accolse il patto atlantico, autorizzò il Governo a firmare. È qui inutile andare a ragionare sopra le diverse argomentazioni: chi lo ha fatto con entusiasmo, chi per necessità, chi perché credette bene farlo, e tutti, come il Governo, con la convinzione che il patto atlantico sia un patto di difesa per la ricostruzione europea e mondiale, non un patto che porti a nuovi conflitti. Allora si iniziò una serie di campagne violente. Avemmo il tentato sabotaggio nei porti, poi la serie di campagne per la pace in cui siamo descritti come «servi degli americani», non solo, ma «fautori di guerra». Abbiamo pazientato, abbiamo organizzato le forze dello Stato, abbiamo lasciato gridare. Non dite che non avete avuto libertà in Italia; ci sono molti che dicono che ne avete avuta troppa.
Abbiamo preso come insegna nostra soprattutto la pazienza, che vuol dire sempre convinzione che il metodo migliore per giungere a conclusioni positive nella vita politica è la libertà, purché si possa contare su un ambiente di libertà tradizionale, dove le forze libere hanno capacità di reagire, dove tutti siano corazzati contro le suggestioni dell'irrazionale e del sentimentalismo irragionevole. La pazienza è fiducia nel buon senso del popolo, è appello alle forze plurime, ausiliarie, libere. Anche oggi queste forze restano come i pilastri fondamentali della nostra politica.
Ma che spettacolo l'ultima campagna elettorale! Mi sono trovato davanti ad un rigurgito di antichi errori. Veramente vi confesso che ho avuto paura di questo ritorno di fascismo. Voi cercate di minimizzare, di scusare. Si sa, in qualche momento vedeste in questo risorgere di fascismo solo uno strumento per disgregare i partiti democratici e quindi ci vedevate solo il frutto utile che se ne poteva cavare in una competizione elettorale, senza pensare che c'è qualcosa di assai più importante di una campagna elettorale.

LANZETTA. Non è vero.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro degli affari esteri e ad interim dell'Africa italiana. Lei vuol dire che era una mia impressione personale? Ma l'ho avuta girando tutta Italia. Posso magari sbagliare, ma credo davvero che quell'impressione coincida con la realtà del vostro intimo sentimento. Le apparenze sono troppe per non giustificare questa conclusione.
Che cosa vidi durante quel periodo? Voglio proprio dirlo in tutta sincerità, in tutta responsabilità come se fossi tenuto a scrivere testamento. E devo dire: ho avuto paura di questo scandalo dei giovani: del fatto cioè che i giovani si scandalizzino dello Stato democratico. Non del fatto che essi ci facessero rimprovero di non avere avuto sufficiente dignità nazionale nei rapporti internazionali; sono giovani che non possono conoscere, che non sanno le difficoltà enormi che dovevamo superare e che guardano più le discussioni verbali che i risultati positivi di colloqui fruttuosi. E poi avevamo una sconfitta che fu molto più di un disastro militare; non potevamo fare di più, non c'era taumaturgo che potesse cavare allora da quel disastro una linea che rispondesse in pieno alla giusta esigenza di dignità. Dovevamo prima rinforzarci, farci le ossa e man mano che questa forza è venuta, ecco che man mano è aumentata la dignità e la coscienza nazionale. (Vivi applausi dal centro).
Ebbi paura, dicevo, dello scandalo di fronte allo Stato americano, perché a sentire quei giovani che mi dicevano che non c'è limite alla diffamazione del regime democratico nella stampa, alla radio, dentro e fuori d'Italia, alla diffamazione di questo Stato, non dico Governo, che non ha sanzioni contro chi lo schiaffeggia... (Interruzione del senatore Lussu) mi sono posto la domanda se questo Stato, questo regime che si affanna all'interno e all'estero non possa agire in modo che i giovani distinguano chiaro tra libertà di critica e vilipendio, tra libertà di discussione e di legge. A questa domanda rispondo: ci sono delle leggi e ci sono alcune sentenze che ci hanno dimostrato che bisogna precisarle. Ecco la famosa «reazione». Vi presenteremo un progetto di legge in cui cercheremo il minimo da farsi perché questa dignità dello Stato, del regime, questa libertà della Costituzione, venga salvaguardata e non trovino la minima giustificazione quelli che dicono: «bisogna tornare al manganello, non c'è altro modo». Questa è tutta la «reazione» che mi si può rimproverare! E almeno si attendano le concrete proposte per vedere se sono accettabili o meno. (Vivissimi applausi). Non è vero che la libertà non conosca limiti; dappertutto conosce le leggi e i suoi limiti, La libertà deve essere garantita dalle leggi, ma le leggi possono anche stabilire dei limiti. E non c'è che da guardarsi intorno per vedere cosa è diventato il mondo democratico e liberale nei momenti in cui si è dimenticato di avere delle regole. Onorevoli senatori, chiedeteci tutto quello che volete ma non chiedeteci di ripetere l'errore del passato. Quell'errore fu forse comprensibile e io stesso ricordo che a Turati, il quale mi aveva chiesto se avrei potuto tollerare che il fascismo imponesse leggi repressive della stampa, risposi che in tre giorni una legge che sopprimesse la libertà di stampa sarebbe crollata fra lo sdegno di tutto il popolo italiano. Mi sbagliai, tutti ci sbagliammo, e per quanto mi riguarda non ho alcuna intenzione di ripetere quell'errore. Bisogna che la democrazia si difenda, altrimenti non è libera, non è neppure degna di essere. (Vivissimi applausi dal centro).
Discuteremo anche dei rapporti fra Stato e funzionari. Non c'è dubbio che la legge sindacale deve fondarsi sulla libertà di organizzazione e anche di sciopero. Questo in tesi generale, ma non c'è dubbio che alcuni capitoli della Costituzione impongono ai funzionari dello Stato dei privilegi e dei doveri particolari.
Ora, in una forma o nell'altra, o inserito nella legge sindacale o se più vi piace nel fissare le norme dello stato giuridico, bisogna che questa posizione speciale venga protetta. Qui non si tratta di un contratto di lavoro fra un principale più o meno esoso e un lavoratore, si tratta di una legge vostra, del Parlamento, che stabilisce stato giuridico, diritti e retribuzione. Ora se vi diciamo che siamo qui insieme a voi per salvaguardare fino al massimo questa libertà, di modo che sia il Parlamento ad avere l'ultima parola in materia, anche contro di noi, non è forse questo un onesto tentativo di superare la questione? D'altra parte, volete che restiamo sotto la minaccia di correre il rischio di enormi agitazioni? Ma non esiste Stato in cui ci sia l'assoluta libertà per il funzionario di abbandonare il lavoro. La Francia, nella Costituzione, ha la nostra stessa formula, ma il Consiglio di Stato francese ha emesso una sentenza che dà ragione a coloro i quali riconoscono nel rapporto dei funzionari con lo Stato un rapporto diverso da quello sindacale. In America c'è perfino un giuramento dei funzionari di non abbandonare mai il lavoro.
Se, assumendo degli uomini in posizione di particolare responsabilità, dicessimo loro di non ricorrere a forme di agitazione che possono apparire come insurrezionali, ebbene, anche questa è una tesi democratica di difesa dello Stato. Ad ogni sciopero che si fa, ad ogni abbandono del lavoro, che è andato addirittura fino ai magistrati e ai professori, e che resta senza sanzione, lo Stato va un gradino sempre più giù, finché lo Stato non esiste più. (Vivissimi applausi dal centro e dalla destra). Io vi chiederò, onorevoli senatori, come chiederò anche alla Camera, di collaborare con il Governo nel trovare questa formula che concili la più ampia libertà possibile con la difesa necessaria dell'autorità dello Stato. Se vi sta a cuore veramente di avere uno Stato democratico, se non volete che alla fine si dica che esistono due Stati, uno della confederazione sindacale ed un altro che sta al Viminale, ma che quello che decide nei momenti gravi è il primo, allora dovrete essere d'accordo con noi. Non la pensano così coloro i quali non si preoccupano né vogliono preoccuparsi del carattere, della dignità di uno Stato libero e democratico, ma a voi, che non siete di questa convinzione, domando di non negarci l'aiuto della vostra saggezza, la vostra collaborazione per trovare la via per difendere lo Stato e contemporaneamente lasciare la più ampia libertà ai lavoratori. Ripeto che nessuno pensa di abolire quello che del resto è costituzionalmente garantito ai lavoratori, cioè la libertà di sciopero: pensiamo soltanto ad alcune regole, ad alcune norme di garanzia per ciò che riguarda l'amministrazione dello Stato. Naturalmente anche questo è parso a certuni esagerato, ma dobbiamo volere che la libertà di sciopero non si estenda a tutte le agitazioni e a tutte le forme di agitazione. Sciopero vuol dire astensione dal lavoro, ma quando occupate una fabbrica, quando introducete lo sciopero a singhiozzo, in modo che la produzione viene abolita o distrutta o diminuita, queste sono forme che non possono passare sotto il titolo di astensione dal lavoro; perciò vi abbiamo presentato, onorevoli senatori, da parecchi mesi, un disegno di legge per la modificazione di tre o quattro articoli del codice penale, per dire chiaro e netto quello che è lecito, quello che non è lecito. I limiti che proponiamo non sono necessari per difendere padroni o proprietari, ma per difendere lo Stato. (Proteste - Commenti dalla sinistra). Credo di aver lavorato a sufficienza a favore degli operai per poter essere creduto se dico che io non penso affatto di difendere i padroni. (Vivi applausi dal centro). Certo noi non rinneghiamo quel diritto naturale che è la proprietà, intendo una proprietà responsabile ma pensiamo soprattutto all'interesse della produzione e cioè all'interesse della collettività nazionale. (Applausi). Non temo i vostri sarcasmi, perché ho la coscienza di aver sempre voluto render giustizia a tutte le classi. Lo so, egregi senatori comunisti, che quando voi - Dio non voglia! - attivaste al Governo, allora non avreste bisogno di imporre regole al diritto di sciopero perché voi abolireste senz'altro quel diritto. (Vivissimi applausi dal centro e dalla destra - Rumori dalla sinistra).
Anche contro la rinascita del fascismo non ci spinge odio, non ci spinge un senso di rappresaglia; mi sono dimenticato Regina Coeli e tutte le conseguenze. Non ci spinge risentimento; siamo troppo travagliati e abbiamo troppo sperimentato per non dovere dire: quello che è stato è stato e non rinnoviamo questa esperienza. Ma non vogliamo che si ritorni a quel l'irrazionale, a quel mito fatale che ha portato il paese al disastro. Non lo vogliamo per la salvezza dell'Italia, non lo vogliamo non perché non riconosciamo che nel fascismo passato e nel movimento di alcuni giovani di oggi, ci siano anche elementi rispettabili, degli elementi assimilabili... (Vivissime interruzioni dalla sinistra).

DONATI. I Bontempelli sono vostri! (Clamori dalla sinistra).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro degli affari esteri e ad interim dell'Africa italiana. Onorevoli senatori, parlando di elementi non pensavo a persone: pensavo a elementi costitutivi, a programmi; se pensassi alle persone non avrei che da prender l'esempio dai comunisti che hanno accolto nel loro seno tanti ex fascisti. (Viva ilarità). Ma vogliamo davvero la pacificazione e per questo abbiamo annunciato delle leggi che sanino le piaghe della guerra, a chiunque siano state inferte. Per questo vogliamo fare delle leggi riparatrici. Sono ben lieto di dire che ci deve sempre essere una differenza nella gente che oggi passa sotto il titolo di forze nazionali o neofasciste: evidentemente ci devono essere differenze fra gli uomini che ne fanno parte. Questa mattina ho ricevuto un telegramma da ex comandanti della milizia che riconoscono che un nostro progetto di legge è benefico per la povera gente che è andata via e ce n'è anche fra quelli che servirono nelle milizie. È opera di pacificazione.
Ma ci devono essere dappertutto di quelli che si richiamano alla «ricetta» per la vera pacificazione. Un senatore, portandomi un giornale del 1924, epoca in cui tutti chiedevamo la «pacificazione», quando, dopo il delitto Matteotti, invocavamo una strada per il rispetto della libertà e contemporaneamente una certa continuità costituzionale, mi ha ricordato come allora fosse uscito questo giornale che gli uomini che allora stavano al banco del Governo ci spiegavano davanti. Il giornale diceva: «Ricetta per la vera pacificazione», e sotto: «Primo, disinfettare le sudice botteghe della stampa antifascista...». (Vivaci proteste dalla sinistra). Io non capisco: ho parlato delle botteghe della stampa antifascista, non delle Botteghe Oscure: perché allora ve la prendete tanto? (Ilarità ed applausi dal centro - Vivaci rumori dalla sinistra). E proseguo la lettura: «Secondo, togliere - sentite la parola, senta, senta, onorevole Scoccimarro - dalla circolazione quelle perenni offese al sentimento nazionale che si chiamano Albertini, Amendola, Frassati, Sturzo, Turati, Conti, De Gasperi, Vettori, eccetera eccetera. Terzo, restituire all'Italia la pena di morte...». E sì mostrava allora come simbolo per la campagna elettorale - voi lo ricorderete - il manganello.
Orbene, noi la pacificazione la vogliamo sul serio; ne ho detto le ragioni ed ho anche detto come questa possa avvenire. Dirò di più nelle singole parti della mia risposta.
Ora torno alla parte programmatica. Patto atlantico.
Da qualche parte si è fatto un po' gli scandalizzati perché ho parlato di fedeltà, perché ho parlato di consolidare, sviluppare, approfondire questa alleanza che associa il nostro paese al destino delle democrazie europee e di quella di oltremare. Ma non si è letto avanti, non si è capito che questo «approfondire» voleva dire non limitarsi alla convenzione militare, ad una comunità di armi soltanto, ma tenere presente, e bene a mente, che oggi la vita sociale è così connessa all'esistenza economica che bisogna che ci sia anche la solidarietà economica nell'assistenza della manodopera, nel problema della disoccupazione, nelle commesse, eccetera. Ed ho affermato poi, più in particolare, che ci deve essere uno schieramento solidale anche nella questione economica. Questo è dunque il significato delle parole «approfondire e consolidare»; e se le cose sono state dette in sintesi ciò si deve al fatto che il Senato in quel momento era turbato da eccessivo nervosismo, altrimenti avrebbe compreso che si trattava di un discorso che non era semplicemente diretto all'Assemblea, ma che era diretto anche al di fuori, ed in tal senso mi pare che avrebbe potuto essere accolto da tutti.
Ho accennato poi al fatto che la solidarietà deve esserci anche nei rapporti internazionali in genere; e qui sorge il primo problema dell'O.N.U. Badate, io ho detto del patto atlantico: «Esso è inserito nell'organizzazione generale delle Nazioni Unite, che se tutte le nazioni ad essa associate...». A questo punto Saragat alla Camera dei deputati ha letto diversamente, ed infatti in questa copia data alla stampa c'è «ad esso» ed è chiaro che è un errore: bisogna leggere «ad essa». «Esso (patto atlantico) è inserito nella Organizzazione generale delle Nazioni Unite e se tutte le Nazioni Unite vorranno, rimarrà lo strumento più valido per arrestare le aggressioni. E potremo così unire il nostro sforzo a quello delle altre nazioni associate; è un nostro diritto in base al trattato di pace, in confronto del quale i contraenti dovranno rispondere di inadempienza». Più lineare di così, più sostanziale di così non si può essere; ma è chiaro (e qui abbiamo fatto una discussione nella quale ad un certo punto ci siamo trovati d'accordo io e l'onorevole Scoccimarro, e questo ha del miracoloso) che l'avvenire sta nelle Nazioni Unite e bisogna riconoscere che tale necessità deve portare ad una universalità dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. Noi abbiamo un diritto formale di prelazione, un diritto riconosciuto dal trattato che porta la firma anche di Molotov. Bisogna che ci lascino entrare nell'Organizzazione delle Nazioni Unite, lo domandiamo come forza di civiltà nell'Europa per la pace e per dimostrare agli altri il nostro valore. (Vivissimi applausi dal centro e dalla destra). E dico che, anche se il trattato non esistesse, esiste una coerenza atlantica, una dignità nazionale che non ci fa sentire questa nostra attesa sulla soglia dell'O.N.U. se non come un ingiusto trattamento che deve essere eliminato. (Applausi).
Quando mi parlate di distensione, vorrei dirvi: cercate di contribuire anche voi alla politica internazionale. Forse non è questo il posto più adatto per rivolgermi all'onorevole Togliatti, ma l'onorevole Togliatti, che ha tanta influenza, perché non dice una parola affinché noi entriamo nell'O.N.U.? (Ilarità). Si acquisterebbe senz'altro grandi meriti; indurrebbe la Russia ad essere ragionevole. E non è vero, onorevole Nitti, che la Russia sia da noi considerata di per se stessa nemica, così come una volta si definiva l'Austria, nei confronti dell'Italia, nemica ereditaria. Io non lo credo, e fino all'ultimo momento ho tentato di andare d'accordo con la Russia sulla questione del territorio libero. Non ci sono riuscito per l'ostinazione della Russia, che da allora in poi ci ha sempre negato il concorso, l'assenso, la collaborazione, forse perché questo si riferiva a ragioni interne, come sembra che si dica qui quando si parla di «distensione»; io non lo so, si può riferire più facilmente a quella Russia che ha un patronato da esercitare di fronte a tutti i paesi slavi; il fatto è che l'atteggiamento della Russia è precedente ad ogni polemica, venuta successivamente, per il patto atlantico, venuto dopo. Nonostante ciò nella mia relazione io non dissi una parola sulla Russia o contro la Russia. Non mi piace inasprire le situazioni; mi piace piuttosto addolcirle nella speranza della pace. E venga un tentativo da sinistra o dall'altra parte, venga dal presidente russo o dal presidente americano: qualunque tentativo che sbocchi nell'O.N.U., perché non c'è altra base che l'O.N.U., sarà da noi ben accetto; non fatemi un «patto a quattro» per distruggere la società delle nazioni, non fatemi un «patto a cinque» per soffocare la forza delle nazioni «minori» alla cui testa è certamente l'Italia, perché l'Italia è una grande, la più grande piccola nazione. (Vivi applausi).
Dunque, non è vero che mi sono installato nel patto atlantico con una legge d'inerzia; ho parlato semplicemente di fedeltà assoluta ai patti scritti o ai patti intervenuti. E badate, io penso sempre quel che forse voi non pensate ed avete lasciato cadere. Penso che l'Europa deve costituirsi. Mentre c'è, innegabilmente, una maggiore inclinazione da parte della politica inglese a tener conto di questa Europa che si crea, volete proprio che l'Italia, che è la prima ad avere interesse perché l'Europa sorga, trascuri questa necessità, che è una necessità interna europea? Onorevole Nitti, non è che io mi immagini che da oggi a domani possa nascere una federazione, che si possano trasformare le contrastanti nazioni europee, no; ma se si arriva ad accordi sostanziali tra Inghilterra da una parte e Germania e Francia dall'altra, agevolati dalla forza mediatrice dell'Italia, questa è una delle nostre speranze, e non la dobbiamo abbandonare. Questa federazione non è diretta contro la Russia, non è «anti»; è soltanto per avere la libertà in Europa, per un'Europa che difenda la sua civiltà di fronte a tutti e faccia valere nel grande ambito dei patti internazionali quel contributo che la civiltà europea e l'esperienza secolare europea possono dare in confronto dei popoli giovani e meno sperimentati di noi. Questa è una politica che non deve avere successi dall'oggi al domani, è una «linea» che bisogna seguire. Se accanto a tutti i pesi che già gravano sopra le mie spalle ho preso anche quello del Ministero degli esteri, voi sapete che non l'ho fatto per una questione personale, di sostituzione di persone - infatti ho pregato l'onorevole Sforza di mantenersi a mia disposizione - ma proprio per far sì che l'Italia agisca e si faccia sentire ancora di più nella vita europea e mondiale. (Vivissimi applausi dal centro).
Qui c'è ancora la solita accusa di «servitori degli americani». Mi si è portata una certa notizia di giornali circa dichiarazioni fatte dal capo dell'E.C.A., Foster, che sembravano dire che l'America volesse intervenire direttamente con i suoi aiuti e con i suoi consigli al di sopra dei Governi. Qualcuno qua dentro (credo il senatore Scoccimarro) ha detto che siamo arrivati alla «capitolazione», alla «congiura di categorie» contro altre categorie. Ma io già, il 30 luglio, alla prima notizia, avvertito di questo equivoco, ho telegrafato ed ho chiesto l'interpretazione autentica delle dichiarazioni di Foster. Un telegramma arrivatomi lo stesso giorno dice: «La stampa ha deformato dichiarazioni. L'accento verrà maggiormente posto sui problemi di produzione e produttività. Esperti verranno messi a disposizione dell'industria per risolvere problemi specifici. L'E.C.A., come per il passato, collaborerà con pieno consenso del Governo». Quindi non c'è dubbio che quello che si farà, si farà con il pieno consenso nostro.

PASTORE. Da dove è partito il telegramma?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro degli affari esteri e ad interim dell'Africa italiana. Dall'ambasciata!
Certo, c'è sempre una linea di demarcazione tra l'attività di chi vi dà un contributo, un aiuto, e l'attività di chi lo riceve, ma questo è fondato sulla mutua fiducia e sulla collaborazione. Se si fa la lotta avviene quello che accade a Livorno: mentre qui si chiama base militare e quindi gli si dà contro, sul posto invece l'amministrazione comunista cerca di accaparrarsi i lavori del porto. (Interruzione del senatore Pastore).
Passiamo alla parte economica. Ho già detto abbastanza chiaro nelle dichiarazioni dinanzi al Parlamento - ma lo avevo detto anche prima, e devo supporre che non sia rimasto segreto perché erano dichiarazioni alla stampa, subito dopo il giuramento, al Viminale - quello che si poteva dire e che era giusto dire sulla crisi. Non ci sono misteri, non ci sono delle congiure, c'è il fatto che si sarebbe potuto benissimo risolvere i problemi che si erano posti, senza crisi generale e senza dimissioni, se non ci fosse stato di mezzo l'incidente Pella le cui dimissioni hanno portato, per un senso di responsabilità e di dignità, le dimissioni del Gabinetto: sono cose che sono sempre avvenute.
Ma alla domanda che è stata fatta ieri: che cosa si farà nel periodo transitorio, nel periodo cioè prima del trapasso al Ministero del bilancio di tutti i suoi attributi, rispondo: mettiamo la nostra attenzione sulla legge istitutiva del Ministero del bilancio, la quale stabilisce che il ministro ha anche l'incarico di presiedere il C.I.R., di partecipare all'O.E.C.E. e di appartenere al comitato del credito. In base alla legge istitutiva quindi il ministro del bilancio ha un potere di intervento generale sulla politica dell'entrata e della spesa. Inoltre è obbligatorio il suo intervento per le spese di carattere generale dei ministeri per qualunque importo, nonché sulle spese degli altri ministeri quando superano il miliardo di lire. In terzo luogo spetta al ministro del bilancio di dare il preventivo consenso alla proposta di provvedimenti legislativi per l'approvazione dei bilanci preventivi e dei rendiconti consuntivi, mentre - con l'accennata legge che stabilisce il passaggio di vari servizi - in attesa del trapasso è possibile dar vita a un coordinamento finanziario. La vicepresidenza del C.I.R. già consente al ministro del bilancio, liberato dal peso di altre incombenze, di intraprendere il coordinamento economico. Occorre dare al più presto esecuzione al programma, non importa se con uno o più provvedimenti di legge, per attribuire al ministro del bilancio la presidenza dei due comitati dei prezzi e del credito. Circa l'Istituto di statistica, il problema si potrebbe dire già risolto in quanto il Ministero del bilancio, alla stregua delle altre amministrazioni, ha diritto di ricorrere ai servizi del benemerito istituto. Giova ancora aggiungere che gli eccellenti rapporti fra i ministri Pella e Vanoni consentono di assicurare una collaborazione tale che elimini le preoccupazioni sorte nella discussione.
Onorevoli senatori, vi siete lamentati per il fatto che io non ho presentato un programma generale; ma ne avevo detto il perché. Del resto ho accennato al piano di priorità degli investimenti, e avevo dato rilievo ai problemi giunti a maturazione: tredici provvedimenti di spesa per la questione operaia e alcuni altri disegni di legge di carattere finanziario, come quello per la finanza locale. Ho poi accennato a tutti i progetti che sono innanzi alle Camere. Siamo tutti responsabili di questo: il Governo, in prima linea se non ha la forza di sollecitare, e le Camere se, nel loro meccanismo, non accelerano il lavoro. Ancora una parola, poiché mi sembra di sentire i colleghi comunisti dire: ma che mistero c'è sotto? Ci deve essere una congiura segreta. Me i segreti sono meno segreti di quello che si ritiene, e fuori è andato molto di più di quello che in realtà sia avvenuto.
A distanza si amplifica il rumore. Il Gabinetto aveva assunto per qualche dicastero carattere provvisorio in seguito all'uscita dei socialdemocratici, appena alla vigilia delle elezioni. Inoltre, un insistente desiderio di migliore proporzione fra le Camere in certi dibattiti svoltisi sul problema economico, mi avevano fatto promettere, prima delle elezioni, che - dopo le elezioni, ma non in dipendenza di esse - avremmo riveduto la situazione, anche per esplorare se le forze che si accingevano a presentarsi «apparentate» avrebbero potuto collaborare assieme anche al Governo. Questa decisione avrebbe dovuto servire a chiarire ed a superare eventuali differenze e portare a parziali mutamenti. L'incidente Pella, come vi ho detto prima, provocò le dimissioni...

RAVAGNAN. Che cosa è l'incidente Pella?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro degli affari esteri e ad interim dell'Africa italiana. Questo lo sa: non occorre che lo spieghi un'altra volta!

RAVAGNAN. Il paese non lo sa.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro degli affari esteri e ad interim dell'Africa italiana. Non è un segreto, poiché l'hanno pubblicato tutti i giornali. Purtroppo io non posso rendere il cambio ai senatori comunisti. Voi siete così disciplinati, presentate un volto così truce e chiuso, che io non posso imitarvi: mi dispiace di non avere questa possibilità! Ad ogni modo «incidente Pella» vuol dire dimissioni dell'onorevole Pella. Abbandonata così la via del rimpasto, diedi le dimissioni e aprii la via alle consultazioni. Credevo che l'opposizione celebrasse una sagra, essendo chiamata un'altra volta a dire il suo parere. L'accusa che ci era rivolta era sempre questa, dimenticandosi che questa mia procedura è stata seguita anche l'anno scorso in gennaio, ma siccome si era creata la figura del «cancelliere» che sbarra la via del Quirinale, sono stato felice di poter dire ancora una volta: «mettetevi in marcia, dite il vostro parere e esponete le vostre condizioni». A tutti gli uomini che hanno avuto dei meriti nel passato, che hanno avuto le cariche del passato, che rappresentano la saggezza e l'esperienza del passato, anche ai partiti dell'opposizione, è stata data così la possibilità di esprimere il proprio pensiero. Che cosa dovevo fare di più per ottemperare alle norme della Costituzione? E se alla fine si è arrivati al reincarico, credetelo, non l'ho fatto apposta! Sapevo benissimo che queste dimissioni e questa crisi sarebbero state una sagra per voi, come avviene quasi sempre in queste occasioni: su 30 oratori, 22 o 24 - e se facessimo la proporzione delle ore, andremmo anche più in là - si battono contro il Governo, e alla fine resta un povero uomo il quale deve rispondere ad una massa di richieste per difendersi! Dico questo anche rivolto all'amico Conti, il quale, in un lungo ordine del giorno, che non è arrivato in tempo a presentare, ma del quale ho il dovere morale di tenere conto, mi dice che certe cose non sono state fatte secondo la Costituzione. Egli avrà forse occasione di sostenere questa sua tesi. Ad ogni modo, a me pare di avere fatto lo sforzo massimo per attenermi in tutto alle regole della Costituzione. Certo, non ci si può muovere soltanto secondo i propri desideri o secondo una prammatica. Si parla sempre di partitocrazia, ma, quando è il momento, gli onorevoli senatori, come gli onorevoli deputati, devono ricordarsi di essere affiliati ad un partito, devono tenere conto delle decisioni del partito: qualche volta possono riuscire ad influire su queste decisioni, qualche volta debbono subirle. Questa è la legge parlamentare, direi la legge democratica. Sarebbe augurabile, onorevole Nitti, che i partiti avessero meno vigore, meno durezza di organizzazione: può essere, non lo so. Non possiamo ricostituire la vita politica come se esistesse il collegio uninominale, non possiamo ignorare quello che è, e quello che vive. D'altro canto, io devo dire che bisogna essere giusti: le Camere hanno fatto il loro dovere, hanno fatto un grande lavoro che, disgraziatamente, non è sempre riconosciuto perché, specialmente il lavoro concreto e difficile delle Commissioni, il lavoro dei progetti positivi passa senza troppi commenti. Le Camere hanno fatto un grande lavoro e lo faranno domani. Ma ditemi se non abbiamo bisogno che esistano i partiti per tradurre questo lavoro in un effettivo assenso pubblico. per tradurlo anche nell'esecuzione, per controllarne l'esecuzione. Bisogna dare a tutti la parte che spetta, e trovare il modo di farlo. Oggi non c'è ancora una inserzione ufficiale (c'è solo qualche accenno nella Costituzione) né dei partiti né dei sindacati nella politica parlamentare, ma è certo che sono due problemi che bisogna risolvere, e intanto bisogna avere la pazienza di trarre praticamente quelle conseguenze che si possono trarre.
È vero, onorevole Conti, l'impulso alla crisi partì da uno dei Gruppi parlamentari della maggioranza, e anch'io sono convinto che meglio converrebbe muoversi solo dopo un formale voto di sfiducia della Camera. Ma, ad un certo punto, la questione dell'onore e del prestigio del Governo porta alle sue conseguenze. Pur tenendo conto della valutazione dei partiti di maggioranza, io volli anzitutto servire la democrazia parlamentare nel metodo e nella sostanza. (Vivissimi applausi).
Onorevoli senatori, confido che lo sforzo, questo sforzo che non è né un espediente né un provvisorio, e molto meno una soluzione estiva, questo sforzo compiuto troverà l'appoggio sincero dei Gruppi rappresentati nel Governo, e la benevolenza di quanti, pur riconoscendo utile non partecipare alle responsabilità governative, in questo momento si preoccupano delle sorti del regime democratico, voglio dire, l'obiettiva considerazione dei senatori non elettivi che, non essendo legati ad alcun partito, possono far risultare ancora più chiaramente che, al di sopra dei partiti e di singole questioni, c'è il paese che ci chiede di batterci coraggiosamente per la libertà e per la giustizia sociale. (Vivi, prolungati applausi dal centro e dalla destra).
Ora cercherò di rispondere, nella misura che mi sarà possibile, anche ai singoli oratori ed alle singole questioni.
La questione delle «basi», posta dall'onorevole Labriola. Comprenderà l'onorevole Labriola che, dopo lo studio che egli ha fatto sulla enciclopedia e sui libri specifici, anch'io ho dovuto un pochino cercare di informarmi se la visione che abbiamo avuta fosse esatta.
Ora, anch'io ho trovato che, secondo il diritto internazionale, una base navale è una zona del territorio nazionale fatta oggetto di cessione permanente ad uno Stato estero per essere utilizzata ai fini di operazioni militari o navali; in tale zona lo Stato estero esercita potere di imperio in luogo dello Stato sovrano cedente. E, proprio per usare le parole della Enciclopedia militare italiana, citata dal senatore Labriola, «dalle basi navali muovono le forze mobili per fare le operazioni militari, senza che rimangono menomamente...». Ebbene, a Livorno, come in tutti gli altri porti italiani, le forze estere vengono dopo aver richiesto la debita autorizzazione, secondo quanto prescritto dalle leggi vigenti della Repubblica italiana. Come ho detto, per quel porto è stato concordato solo l'uso di locali per scaricare ed inoltrare materiali in transito. Sono basi navali quelle delle Bermude, cedute agli Stati Uniti dall'Inghilterra nel 1940 come basi navali; le Falkland, in Finlandia, dovute cedere dai finlandesi ai russi, i quali fanno perfino sprangare le porte e le finestre ai treni passeggeri che transitano di là.
Per quanto riguarda poi l'organizzazione difensiva di Napoli - e concludo su questo argomento dei porti italiani - in nessuna parte del territorio nazionale è cessata o vincolata la sovranità nazionale. Nell'organizzazione difensiva del patto atlantico sono stati creati Comandi interalleati in applicazione dell'articolo 3 del patto stesso, ma sono Comandi che entrerebbero in piena funzione ed in piena autorità solo in caso di guerra, mentre in tempo di pace c'è uniformità solo di organizzazione e di addestramento. Uno di questi comandi del settore del sud Europa è a Napoli, ma non sarà sfuggito al senatore Labriola che marinai americani colpevoli di reati sono stati giudicati a Napoli dai tribunali italiani, così come eventuali infrazioni delle leggi americane compiute da marinai italiani in America sarebbero giudicate da tribunali americani; il che significa nella forma più evidente che la sovranità sul territorio resta italiana. (Approvazioni).
A Livorno, inoltre, abbiamo concesso diritti di transito, con determinate disposizioni che ne garantiscono la sicurezza. Ma, per il fatto stesso che si tratta di transito, non si può parlare di «basi navali», e del resto sarebbe assurdo parlare di base navale per Livorno, anche per ragioni tecniche. Il servizio di sicurezza nella zona portuale destinata a questo traffico è affidato alle forze della polizia italiana.
All'onorevole Nitti vorrei dire una parola riguardo ai sottosegretari. Onorevole Nitti, è vero che il numero dei sottosegretari in questo Gabinetto è il massimo che si è avuto nei Ministeri che ho presieduto io e in quelli che mi hanno preceduto; però questo Gabinetto è quello che, tranne uno, ha il minor numero di ministri. Infatti, il primo Ministero Bonomi aveva 23 ministri e 20 sottosegretari, il Ministero Parri aveva 22 ministri e 28 sottosegretari, il primo Ministero De Gasperi 23 ministri e 28 sottosegretari, e così via. L'ultimo Ministero De Gasperi ha 17 ministri e 36 sottosegretari.
Posso ammettere, e, se volete, deplorate, che le necessità dei due rami del Parlamento ci mettano nella condizione di dover fare una equazione (come domandava l'onorevole Carrara) tra le due Camere; una equazione che deve tener conto per forza delle regioni che esistono in Italia: non possiamo dimenticare che esiste un sud ed un nord (Commenti dalla sinistra) per una ragione di collegamento. Ad ogni modo abbiamo fatto uno scarso uso... (Interruzione del senatore Mancini).
Ad ogni modo debbo osservare che quattro dei sottosegretari hanno un incarico particolare. Uno per la riforma burocratica, un altro per le informazioni, un terzo per l'artigianato, infine un altro per la liquidazione del famoso Ministero dell'Africa italiana. Debbo anche aggiungere che la creazione di uno stato provvisorio tra il tesoro ed il bilancio ha portato con sé che il bilancio abbia due sottosegretari mentre quelli che domani sarebbero eventualmente passati al bilancio debbono ancora lavorare al tesoro. Ecco spiegato l'aumento dei sottosegretari.
Del resto non ho bisogno di scusare questa situazione con esempi di altri paesi, dove a questo riguardo non abbiamo nulla da invidiare se vogliamo partire dal punto di vista di austerità a cui si è riferito l'onorevole Nitti. Onorevole Nitti, lei si è richiamato parecchie volte il suo merito di aver educato dei giovani, di averli portati avanti e di averli fatti ministri; lasci tentare anche a noi di fare un simile esperimento; fra i sottosegretari vi sono dei professori universitari che non sono certamente delle persone incapaci, che hanno una preparazione teorica ed una armatura professionale, ma che hanno pure bisogno di essere messi a contatto con l'esperienza della vita. Credo che in questo momento facciamo opera democratica cercando di allevarli per il domani della democrazia. (Ilarità dalla sinistra).
Voi (Rivolto alla sinistra) vorreste ridurre il numero dei sottosegretari, ma vi debbo dire che nel regime del vostro cuore sono molti di più i parlamentari che prendono parte al Governo, e ciò in tutti i paesi satelliti. Se volete, vi manderò l'elenco.
Riguardo al sottosegretariato per la stampa devo osservare che abbiamo dovuto fare per legge un sottosegretario per la Presidenza del Consiglio che si occupasse della stampa e delle informazioni. È inutile che vi legga il lunghissimo elenco dei paesi in cui esiste o un Ministero di informazioni o uno o due sottosegretari o un ufficio autonomo. D'altro canto dovrei dire anche all'onorevole Carrara (che nonostante tutti gli sforzi non siamo riusciti ad accontentare e secondo il quale il Senato avrebbe un'altra proporzione), che nel Governo precedente vi erano undici parlamentari appartenenti al Senato. Nel Governo presente vi sono quindici senatori, di cui sei ministri e nove sottosegretari. Se ancora non sono riuscito ad accontentarlo, non so che cosa debbo fare di più! (Commenti). Intendiamoci, io non faccio a nessuno, e molto meno ai senatori, il torto di pensare che abbiano espresso questo desiderio per motivi personali. Il senatore Carrara - che stimo altamente - ha sollevato questa eccezione per senso di dignità, perché bisognava provvedere a una rappresentanza del Senato in forma maggiore, e così si è fatto.
Riguardo alla statistica, credo che quanto ho detto in sede di esposizione programmatica possa soddisfare il senatore Canaletti. Aggiungo che una commissione di studio ha affrontato il problema della riforma dell'istituto ed ha approntato un progetto di legge da presentare prossimamente al Consiglio dei ministri. Il senatore Carrara ha ricordato anche l'importanza fondamentale del Ministero della giustizia nel campo legislativo. Sono d'accordo, ma ritengo che abbia importanza essenziale, e possa anzi riconoscersi preminente, l'attuazione della legge, tentando di ridursi dalla vigile opera del ministro ogni causa di lentezza, di ritardo e di disservizio nell'amministrazione della giustizia.
Il senatore Guglielmone crede di trovare un segno di rallentamento dell'attività economica nei mancati investimenti nelle società per azioni che nel 1950 son diminuiti rispetto al 1949. La verità è che non sono diminuiti gli investimenti, ma le emissioni di obbligazioni in quanto che queste nel 1949 furono favorite da eccezionali facilitazioni. L'afflusso di capitale che ne è derivato non è stato assorbito completamente nel 1949 ed una parte notevole delle emissioni è stata assorbita nel 1950. Quindi il 1949 non può essere considerato come un anno normale. Quanto agli investimenti, questi, sia nel loro complesso, sia nel settore industriale, non solo non sono diminuiti ma sono stati incrementati nel 1950 rispetto al 1949 del dieci per cento, come risulta dalla relazione del ministro del tesoro.
Il senatore Guglielmone si è anche occupato della questione dei residui passivi. Occorre anzitutto rilevare che questi non sono manovrati dal tesoro e non si prestano a una politica di gestione. Il pagamento dei residui è essenzialmente connesso all'espletamento delle pratiche amministrative inerenti alla liquidazione dei crediti verso lo Stato. Si sta cercando di accelerarne la definizione, ma non si deve dimenticare che alla loro formazione contribuiscono non gli stanziamenti ordinari di bilancio, ma gli stanziamenti straordinari votati durante l'esercizio.
Ho accennato già nel discorso programmatico alla riforma della contabilità e della burocrazia, e spero che da questo trarremo un notevole vantaggio. Però debbo aggiungere che, senza aspettare le leggi, in una circolare ai singoli ministri ho fissato le direttive per tutto quel che si deve fare adesso «per via breve», superando le difficoltà, senza urtare nelle formule legali, per accelerare il lavoro. È uno sforzo fatto in via amministrativa per consigliare, suggerire l'acceleramento in via pratica. Per esempio, diciamo: non continuiamo con gli scambi di lettere, che poi diventano dossiers, tra un direttore generale e l'altro; facciamo in via breve, telefoniamo, facciamo riunioni dei direttori dei vari servizi. La pratica amministrativa, che non è imposta da leggi ma che si è venuta consolidando attraverso l'uso, bisogna assolutamente riformarla, e speriamo che ciò si possa fare senza dover attendere le leggi sulla riforma burocratica che sono attualmente in preparazione.
L'onorevole Pastore si è occupato specialmente della questione del diritto di sciopero. A questo proposito osservo che si tratta di una legge che verrà presentata alle Camere dove i senatori e i deputati avranno tutto il diritto di discuterla e di deliberarla. Noi non abbiamo altro scopo che garantire l'efficacia delle libertà sindacali. Nel rispetto, però, della libertà dello Stato. Dovrei ricordarvi il famoso discorso di Turati, il quale disse essere cosa addirittura assurda che si pensasse allo sciopero degli statali. Se questo testo non vi fosse noto vi prego di andare a vederlo. È un discorso del 1908 dove egli trovava ridicolo che i socialisti si opponessero alle limitazioni dello sciopero dei dipendenti statali, perché, come noi diciamo, il rapporto di servizio non è il rapporto di lavoro generale.
L'onorevole Pastore ha anche criticato che non si faccia niente contro i monopoli. Non sarà forse sufficiente, ancora, ma una legge il Governo l'ha già presentata e quindi basterà discuterne le formule e vederne l'efficacia. Riguardo alle evasioni valutarie ho il dovere, come Presidente del Consiglio, di ricordare che l'onorevole Ivan Matteo Lombardo ha agito con grande energia contro queste evasioni e che allo stesso risale il merito, come poi alla collaborazione dell'onorevole La Malfa, della energia usata nella scoperta delle evasioni e delle misure che verranno prese tanto in via giudiziaria che amministrativa. Ricordo che il 5 luglio fu presentato alla Camera un apposito disegno di legge che prevede un sistema col quale, ferma rimanendo l'applicazione delle penalità, lo Stato, per cautelarsi verso gli operatori che abbiano usato la valuta estera per altri fini, detta alcune norme in merito.
Circa le elezioni amministrative, il presidente dell'Istituto centrale di statistica ha comunicato al Governo che i comuni non possono fare il censimento e le elezioni contemporaneamente. Dello stesso avviso si è mostrata la Commissione parlamentare presieduta dal senatore Parri. Il Governo, desideroso di completare le elezioni, ha esaminato l'ipotesi di un rinvio, ma, data la gravità delle conseguenze, ha scartato una siffatta ipotesi. Pertanto le elezioni avverranno dopo il censimento e sotto le feste natalizie. Seri dubbi si sono manifestati sulla possibilità di indire le elezioni durante l'inverno, in certe province, come quella di Bolzano.
Quanto al discorso del senatore Fazio, può essere benissimo che egli abbia ragione nella sua tesi del collegio uninominale ma finora il Governo non ha preso alcuna decisione e non è preparato per una riforma elettorale. Comunque, se mai, si dovrà parlare anzitutto di riforma del Senato, ed è una questione così grossa che assorbirà buona parte del nostro tempo.
Riguardo al discorso del senatore Macrelli debbo dire che nulla c'è da temere per la riforma agraria. Ecco le cifre pubblicate: piani di esproprio, 258 mila ettari. Il Consiglio dei ministri ha approvato espropri per 44 mila ettari. La cifra di tremila ettari assegnata sarà in pochi mesi più che decuplicata. Ciò basta a smentire le accuse.
Circa l'I.R.I. molte critiche sono state fatte dal senatore Magri e da altri. Innegabilmente siamo ancora in periodo di organizzazione. Possiamo immaginare le cose secondo il nostro desiderio ma non possiamo dimenticare che l'I.R.I. è nato da un concetto clinico.
«Le cose si fanno con poca rapidità» è stato detto, ma la legge di aumento del fondo di dotazione è stata presentata alle Camere nove mesi or sono, ed è ancora da votare! È tutto un sistema che va accelerato, quello della collaborazione fra Governo e Parlamento.
Il senatore Ricci ha fatto un discorso, come al solito, molto interessante, che entra nel merito di diverse questioni: non ho la competenza per rispondere a tutte. Ad ogni modo, riguardo ai magistrati, il personale della magistratura, fino alla pubblicazione della legge 21 maggio 1951, che fissa il nuovo trattamento economico dei magistrati, ha percepito, oltre allo stipendio, le indennità di carica, di toga, il premio di presenza e l'indennità per lavoro straordinario, quest'ultima in caso di effettiva prestazione di lavoro eccedente i normali limiti. Entrata in vigore la nuova legge e poiché in essa era stabilito, all'articolo 15, che aveva effetto, per la parte riguardante il trattamento economico del personale, dal 1° novembre 1950, si è proceduto al conguaglio tra le somme spettanti in base al nuovo trattamento e gli stipendi e le indennità di fatto percepite dai magistrati dopo la data predetta. Nel fare tale conguaglio si tenne conto di tutte le indennità percepite dal 1° novembre 1950, data di decorrenza del nuovo trattamento economico, al 29 giugno 1951, data di entrata in vigore della legge: dunque si tenne conto dell'indennità di toga, dell'indennità di carica e del premio di presenza, che furono quindi detratti, mentre non è stato computato, nel conguaglio delle somme, il compenso per lavoro straordinario. Il Consiglio di Stato, con parere in data 31 maggio 1951, richiesto dal Ministero del tesoro, ha ritenuto che non si dovessero detrarre, dal computo degli arretrati dovuti ai magistrati, le somme dai medesimi già percepite a titolo di lavoro straordinario, in quanto tale compenso era riferibile a prestazioni di carattere straordinario effettivamente reso. Può essere che il punto di vista del senatore Ricci sia più esatto, più aderente alla legge, però le conseguenze non sono così gravi, come sarebbero state se nel conguaglio non si fossero computate tutte le attribuzioni. Si tratta, mi dicono, non di seicento milioni, ma di somma molto inferiore. Ad ogni modo, considero molto valide, le obiezioni fatte dal senatore Ricci.
Mi si è detto, a proposito della istituzione della cambiale motivata e qui mi inchino, naturalmente, alla competenza del senatore Ricci, a cui non posso opporre la mia - che (la materia cambiaria essendo regolata da una legge emanata in applicazione di una convenzione internazionale, che ebbe per scopo e per risultato di assicurare alla cambiale un trattamento di favore nei vari Stati) tale materia non si può mutare in contrasto con questi princìpi fondamentali; inoltre tale requisito sarebbe in contrasto con quella che è la tipica struttura della cambiale, secondo quanto dicono i tecnici...

RICCI FEDERICO. Ma niente impedisce di aggiungere la motivazione senza cambiare nulla.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro degli affari esteri e ad interim dell'Africa italiana. Secondo quanto dicono i tecnici, l'assicurazione cambiaria non può essere in nessun modo vincolata alla causa o all'origine di essa. Comunque insisterò perché la questione venga riesaminata.
Più grave è l'obiezione e il rimprovero, diretto al ministro del tesoro, di non avere presentato i rendiconti dei bilanci statali, delle gestioni fuori bilancio e di tutti gli altri enti parastatali dipendenti dallo Stato. Per quanto concerne i bilanci statali, è da porre in evidenza che sull'andamento dei lavori relativi si è avuto occasione di riferire al Parlamento in sede di discussione del disegno di legge concernente il rendiconto generale dello Stato. Ero presente anch'io, e ricordo che è stato riferito punto per punto. Dei consuntivi rimasti in sospeso per effetto delle sopravvenute vicende politiche e militari, quelli relativi agli esercizi 1942-43, 1943-44 - quest'ultimo particolarmente difficoltoso, se si pensi all'improvvisa frattura verificatasi nell'unità dello Stato - sono stati conclusi previo parere scritto e parificazione da parte della Corte dei conti e presentati al Parlamento. Per quanto riguarda i consuntivi degli anni successivi 1944-45, 1945-46 e 1946-47 sono stati tutti completamente elaborati; il primo di detti consuntivi è alla Corte dei conti e gli altri sono in corso di invio alla Corte dei conti e si pensa pertanto di poterli presentare al Parlamento entro la fine del corrente anno. Con questi consuntivi si chiude il periodo di maggiore difficoltà per il complesso delle ricerche e delle ricostruzioni, e per effetto soprattutto della molteplicità degli organi che interferivano con quelli amministrativi.
Il rendiconto, anche per il 1945-46, ha potuto avviarsi al lavoro della composizione tipografica. Necessariamente la stampa potrà essere conclusa definitivamente dopo che si sarà potuto stabilire, in base alla parificazione della Corte dei conti, l'esattezza dei residui dei consuntivi precedenti.
Il consuntivo generale è stato sospeso presso la ragioneria generale in attesa che si possa dar corso al lavoro della stampa presso le uniche tipografie attrezzate: la tipografia dello Stato e la tipografia della Camera dei deputati. Vi è poi tutta una serie di altre spiegazioni tecniche che, se il senatore Ricci permette, gli passerò perché possa controllarle, poiché il Senato non credo che ci voglia seguire in questi dettagli.
Comunque, a dispetto di molte difficoltà, si è cercato di provvedere alla presentazione dei consuntivi arretrati, ancora in sospeso, ed i lavori proseguiranno con ritmo accelerato poiché ormai tutte le difficoltà tecniche sono superate. Se permettete, come ho detto, passerò tutto il materiale a mia disposizione all'esame del senatore Ricci per gli eventuali controlli.
E vorrei ora riferirmi, ma mi è penosa la polemica, al discorso del senatore Banfi, il quale è stato particolarmente aspro. Io dico che, per quanto riguarda lo stato delle elezioni, noi non abbiamo esercitato nessuna coazione, né tecnica, né estera, né fisica, né morale. Per quanto riguarda la coazione morale nei rapporti fra autorità religiosa e i fedeli che la riconoscono, questa è questione interna che riguarda la Chiesa, ed è inutile appellarsi a quello che diceva Cavour nel 1857. Grazie a Dio è venuta la Conciliazione. In realtà non ci sono ragioni interne che possano spingere l'autorità della Chiesa ad intervenire in questa materia. Evidentemente non si può nemmeno negare il fatto, amici miei, che non si possono chiudere gli occhi dinanzi al fatto che la Chiesa cattolica si vede perseguitata in tutti i paesi ove un regime bolscevico è andato al potere. Leggete, per esempio, l'Annuario Pontificio e vedrete che ci sono trentaquattro vescovi deportati o esiliati, che il 9 per cento dei cattolici che vivono in questi regimi sono sottoposti a persecuzioni, e constaterete come nell'Ucraina cinquemila sacerdoti sono stati soppressi, nella Bulgaria centoventi, e così nella Jugoslavia, in Ungheria, eccetera. Voi non avete mai condannato tutto ciò, anzi l'onorevole Togliatti una volta ha giustificato queste misure, la vostra stampa le giustifica sempre. Non dovete meravigliarvi pertanto se la Chiesa teme per sé, per la sua esistenza e si difende come può. (Vivi applausi dal centro - Interruzioni dalla sinistra).
Riguardo al problema della scuola, sottoporrò all'esame del ministro competente il discorso del senatore Lovera, poiché io non potrei ora entrare nei dettagli e dare assicurazioni di carattere tecnico.
Dirò all'onorevole Romita che mi troverò in posizione più facile quando polemizzerò col suo collega alla Camera dei deputati. Infatti al senatore Romita non posso dire altro che una parte di quello che egli desidera è già stato fatto con la collaborazione dei suoi colleghi attuali. Non posso fare a lei, senatore Romita, il rimprovero che farò, o che vorrei fare - non so se l'occasione mi si presenterà - all'onorevole Saragat di aver detto tante cose belle, ma di averne taciuto una, cioè di non aver menato giusto vanto di quelle riforme che abbiamo fatto assieme. È inutile parlare di programmi, di riforme, eccetera, come di novità, come se non si fosse già esaminata la possibilità di attuarle. Vorrei inoltre osservare all'onorevole Romita che, in base ad un rapporto recentissimo fatto all'O.E.C.E. dal centro per tali studi, la nazione italiana è quella che ha resistito di più nella questione dei prezzi di fronte alla pressione internazionale. L'aumento dei prezzi in Italia è più basso che in qualunque altro Stato. Lei, senatore Romita, ha ricordato i successi del regime laburista; bisogna aggiungere però che in Inghilterra si pagano cinquecento milioni di sterline per sussidi e prezzi politici; si tratta quindi di un'altra situazione che abbiamo tentato di superare e che avevamo anche noi, se ricorda bene, al tempo in cui eravamo collaboratori al Governo.
Né si può negare il fatto che abbiamo presentato un progetto di legge sulla previdenza sociale, e non si può negare soprattutto che quattro delle grandi riforme sono già state messe a punto e vengono ora eseguite. E poiché si parla tanto della riforma fiscale, io dico: aspettate che si cominci ad avere la base attraverso la denuncia che si farà in ottobre, poiché essa sarà veramente il principio della riforma fiscale. Bisogna riconoscere che l'attuazione di questa riforma è stato merito del collega Vanoni, contro lo scetticismo della maggior parte d'Italia. E chiunque di voi sia operatore in economia, e comprende quindi queste cose, spero voglia comprendere nella sua interezza questo atto di fiducia del Governo verso il popolo italiano. Un atto di fiducia che spero vivamente, con il vostro concorso, non verrà tradito, perché, se fosse tradito, allora saremmo costretti a ricorrere a provvedimenti coattivi, che viceversa vogliamo evitare, pensando che gli operatori economici italiani e coloro i quali sentono un dovere di solidarietà denunzino le loro entrate e rendano così possibile una equiparazione ed una giusta proporzione di pesi tra coloro che hanno e coloro che non hanno.
Ho già accennato alla riforma agraria. Della riforma scolastica ho pure detto. Per quanto riguarda la Cassa per il Mezzogiorno dico che, anche se un Governo avesse fatto solamente la Cassa per il Mezzogiorno, e mantenesse la parola per dieci anni in questa impresa, nonostante tutto lo scetticismo che vi è anche per questa iniziativa, l'opera di tale Governo dovrebbe essere dichiarata meritoria. Nel passato quante chiacchiere si sono fatte su questo argomento; una buona volta finalmente abbiamo preso il coraggio a due mani, ci siamo impegnati noi e i nostri alleati in questa impresa del Mezzogiorno, l'abbiamo iniziata in via di fatto, abbiamo creato una istituzione a parte, che costituisce una impresa nuova, nella quale vi saranno delle speranze non soddisfatte e qualche delusione, ma la sostanza è questa: il Mezzogiorno ha diritto ad un trattamento particolare, il Mezzogiorno questo trattamento lo avrà. Dipende solamente e in parte dal Mezzogiorno stesso, dai collaboratoti del luogo, che questo lavoro venga rapidamente a compimento.
Vi sono molti lavori che non sono solamente speranze. Vorrei rivolgervi un appello (Rivolto alla sinistra): siccome è pacifico che non arriveremo mai a fare tutto quello che farebbero i comunisti, incominciate almeno col dire: non fanno molto gli uomini al Governo, ma qualcosa fanno. Voi invece dite: «quando arriveremo noi faremo il resto». Io vi lascio questa speranza, ma sarebbe onesto che ammetteste quello che noi abbiamo fatto, e che ci lasciaste lavorare con serenità. (Vivi applausi dal centro e dalla destra - Commenti dalla sinistra).
Il discorso del senatore Scoccimarro meriterebbe una polemica a fondo, perché egli ha incominciato parlando sul significato della crisi, sul vantaggio del dibattito, affermando che la crisi è stata conseguenza delle elezioni amministrative. Io dico di no, perché era precedente. Naturalmente, se portassi delle cifre, voi direste che quelle cifre sono inesatte. Però dovete prendere atto che noi non riconosciamo le cifre che voi avete portato. Il nostro calcolo tiene conto del suffragio provinciale che ci mette in ben altra situazione da quella in cui eravate voi. Voi affermate, prendendo fior da fiore, la situazione di alcuni comuni sotto i diecimila abitanti, che noi abbiamo perduto milioni e milioni di voti! Non mancherà occasione per rifare il calcolo con la prova del nove. Abbiamo tutta la speranza di poterlo fare. Il senatore Scoccimarro ci ha poi svolto un programma economico specialmente fermandosi sulle anomalie e conseguenze disastrose del patto atlantico. Intendiamoci, riconosco che le spese militari pesano, riconosco che se potessimo impegnare tutto il nostro denaro in spese civili invece che in spese militari, sarebbe meglio. Egli dovrebbe peraltro riconoscere che uno Stato che vuole la sua indipendenza e la sua sicurezza, un esercito deve averlo e necessariamente noi siamo giunti a questa conclusione, non per capriccio, ma perché consideriamo che questa sia una delle necessità per il nostro paese, anche per il suo sviluppo economico e morale.
Non torno al solito argomento della guerra e della pace, voglio invece terminate con un altro argomento, che risulta nella conclusione dell'onorevole Scoccimarro, che risuona ogni volta che si parla di direttive generali di politica. Voi comunisti ricordate i meriti che avete avuto nella guerra di liberazione ed in base a questi meriti reclamate il diritto di governare. Certo il diritto di governare in un sistema parlamentare è riconosciuto, in tesi, a tutti i partiti, ma è fondato sopra un criterio numerico che non si può capovolgere. D'altra parte non possiamo accettare il criterio che un Governo deve essere in eterno di coalizione o non deve essere. È vero che questa è la situazione fatale di quasi tutta l'Europa in questo momento, ma altrove è possibile ottenerla solo perché i socialisti hanno preso un diverso atteggiamento da quello della maggioranza dei socialisti italiani. Qui è il punto debole della democrazia. In Francia, nei paesi scandinavi, in Inghilterra, c'è una collaborazione nel Governo di tendenza a carattere socialista, o almeno non ci sono pregiudiziali contro questa collaborazione. Su di essa si può fondare una coalizione democratica. Invece in Italia i socialisti del partito socialista italiano sono legati ad una concezione e ad una prassi che li fa sommare ai comunisti. Oggi nelle polemiche sulle elezioni non sentite mai dire «i comunisti hanno avuto tanti voti, i socialisti tanti altri», bensì «l'estrema sinistra ha avuto tanti voti in confronto ai democristiani». Questo è il punto che ci distingue da tutti gli altri paesi, e questo punto è così grave - mi riservo di parlarne alla Camera - che ci vuole uno sforzo di energia di tutti gli altri partiti che hanno fede nella democrazia per resistere a questo ammanco, a questo vuoto creato dai socialisti, un vuoto che - io penso - non può durare a lungo se veramente il regime democratico è un regime che merita di essere salvato. (Vivissimi applausi dal centro e dalla destra - Molte congratulazioni).

On. Alcide De Gasperi
Senato della Repubblica
Roma, 8 agosto 1951

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di mercoledì 8 agosto 1951)


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