LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA POLITICA INTERNAZIONALE: INTERVENTO DI ALCIDE DE GASPERI AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 13 gennaio 1951)

A seguito della guerra in Corea, si svolge in Senato un dibattito parlamentare su alcune mozioni di politica estera presentati da vari senatori. Il dibattito è l'occasione per un nuovo e vivace scontro politico tra la maggioranza centrista e l'opposizione social-comunista. Alcide De Gasperi interviene nel dibattito il 13 gennaio 1951.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevoli senatori, confesso che mi trovo imbarazzato non dinanzi alla sostanza degli argomenti quanto piuttosto dinanzi alla loro complessità e al loro numero, cioè per le questioni che sono state qui sollevate, per gli argomenti che sono stati portati per risolverle e quindi per la complessità delle stesse soluzioni che si possono presentare. Chiedo dunque la vostra indulgenza per la forma in cui dovrò svolgere la mia esposizione.
In una prima parte cercherò di affrontare i principali problemi che sono stati sollevati nel dibattito; in una seconda cercherò di riassumere in forma sintetica quello che è l'atteggiamento del Governo.
La discussione è cominciata col porsi il problema del ripristino della legge internazionale, e ciò con riferimento al dibattito avvenuto nell'altra Camera e ad una mozione presentata, che venne poi molto discussa. Io ho da fare, al riguardo, una sola osservazione abbastanza semplice: non è vero che si sia allora trattato di una meschina manovra parlamentare. È veramente spiacevole che altri possa supporre che, in una questione così seria, si ricorra semplicemente ad una manovra di corridoio, o a quella che si dice di cucina parlamentare.
La mozione Giavi era stata presentata, come si ricorderà, nel luglio, così come era stata presentata nel luglio la mozione Parri, cioè sotto l'impressione degli avvenimenti della Corea, in un momento in cui l'aggressione era evidente, tanto che le forze difensive erano in una generale ritirata. E quando in quelle mozioni si parla di ripristino della legge internazionale, non ci si può riferire ad altro che alla legge fondamentale della comunità internazionale, cioè alla legge dell'O.N.U., cioè all'atteggiamento e alle decisioni dell'O.N.U. e all'esecuzione di tali decisioni, Perciò era chiaro che, ancora in luglio, nel prendere atto della presentazione della mozione e nel pregare tuttavia che non venisse discussa in quel momento (eravamo infatti agli ultimi giorni della sessione della Camera), mi dichiarassi tuttavia sostanzialmente favorevole allo spirito della mozione; ciò che dovetti ripetere quando la mozione venne ripresentata e cioè quando venne rimessa all'ordine del giorno. Prima però, per intendersi bene, il presentatore ebbe la cortesia di venire da me ed in presenza del ministro degli esteri la prima e la seconda volta - la seconda volta anche in presenza di suoi colleghi di Gruppo - convenimmo sul testo preciso integrato della mozione, tanto che alcune note appostevi provengono proprio dal desiderio di chiarire il significato della nostra adesione e del nostro appoggio come Governo e il significato attribuito dagli stessi presentatori.
Tra l'altro, in fondo, se confrontate la prima edizione del luglio con l'edizione definitiva presentata alla Camera, trovate che vi è ad un certo punto l'inciso «sulla base essenziale del ripristino della legge internazionale». Il ministro degli esteri stesso, nel momento di dichiararsi favorevole alla mozione, rispondeva dicendo che se tutto quel che vi era invocato - cioè la trattativa, lo sforzo per la pace, eccetera - seguiva la via dell'O.N.U., esso era assolutamente accettabile, anzi augurabile, perché evidentemente non si rinnegava l'azione dell'O.N.U., iniziata come attuazione della legge della comunità internazionale.
Osservo ancora che, prima della votazione, con tutta lealtà, io ho fatto una dichiarazione a nome del Governo, la quale diceva: «aderiamo alla mozione con il significato di una adesione completa alla legge internazionale, in quanto espressa dall'O.N.U.». Aggiungevo: «avverto però la Camera che il Governo è risoluto, accanto ai doverosi e insistenti tentativi da farsi per la pace, a prendere tutte quelle misure difensive che sono nella sua possibilità e che rappresentano, secondo la sua convinzione, un altro mezzo per darci la sicurezza, la speranza o la garanzia della pace».
Ora, il voto della Camera, come l'atteggiamento del Governo vanno interpretati in questo senso integrale, e se oggi si ripresenta qui la stessa mozione, io devo dire che contro il testo della mozione non sollevo obiezioni, come non le ho sollevate allora. Non sono sicuro, onorevole Romita, non ho avuto il tempo di controllare il testo della sua dichiarazione al Senato e la ricordo solo a memoria; mi pare che la sua dichiarazione non dia un diverso significato alla mozione, che se ciò fosse - sia in senso positivo, sia nel senso che astraesse completamente dalla necessità del riarmo o di altre provvidenze che intendiamo adottare per la sicurezza - se fosse così, evidentemente la mozione assumerebbe, non per colpa mia, ma per causa della sua dichiarazione, un altro significato. Senonché, se le due cose sono parallele, io spero che alla fine della mia relazione, l'onorevole Romita vorrà dirlo. Evidentemente, in tal caso, non vi sarà nessuna eccezione da parte del Governo per accettare la stessa mozione.
Ora rivolgo la mia attenzione, in una forma naturalmente molto sintetica, ai singoli problemi che sono stati sollevati, confidando che non ne resti fuori qualcuno dei più importanti. Che cosa intendevo dire alla Camera, e intendo dire oggi quando parlo di ripristino della legge internazionale? Non intendo tutto il complesso dei diritto internazionale, intendo più specificatamente quelle leggi, quel modo di convivenza politica e civile che è stato fissato e codificato nello statuto dell'O.N.U. Evidentemente lo statuto dell'O.N.U. ha assorbito e presuppone anche gli impegni presi in forza di altri trattati. Però innegabilmente lo statuto è un trattato finale sul modo di risolvere i problemi e i conflitti internazionali, al quale trattato hanno dato la loro adesione 60 nazioni.
Quindi è la legge universale, la procedura direi universale, per risolvere i problemi. E qui esaminate lo statuto dell'O.N.U. e vedrete che lo scopo fondamentale è quello di mantenere la pace, e la sicurezza internazionale da conseguirsi con mezzi pacifici, ed eventualmente di ricorrere alle sanzioni contro le minacce alla pace o contro gli aggressori, di sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni, fondate sul rispetto e sull'eguaglianza dei diritti e delle autodecisioni dei popoli, di prendere altre convenienti misure per rafforzare la pace universale.
Questa è la legge fondamentale, il poco noto statuto, che pur bisogna richiamare ogni volta che si fanno discussioni internazionali e si rileva l'importanza dell'O.N.U. Organi esecutivi di questa comunità internazionale sono il Segretariato internazionale, il Consiglio di sicurezza e la Corte internazionale di giustizia. Quest'ultima non è propriamente esecutiva, ma è un organo arbitrale che opera quando si tratti di interpretare i trattati oppure di accertare una violazione della legge internazionale: tutto ciò sempre per favorire la pace e contrastare la guerra.
Se noi tenessimo presente questo statuto e gli organi che costituiscono l'O.N.U., se esso fosse sempre presente non soltanto nella coscienza degli uomini politici, ma anche nell'opinione pubblica, non sorgerebbero proposte così puerili - sia detto senza offesa - di convocare assemblee straordinarie, di attuare riforme parlamentari in tutti i paesi, di fare riunioni di partiti, e via dicendo, quando invece esiste un organismo che si appoggia sopra il consenso di 60 nazioni e sopra un patto giurato che le ha strette nel vincolo della pace e della sicurezza.
Io debbo ricordare che tutti i nostri sforzi, e gli sforzi di quanti vogliono salvare la pace, debbono essere concentrati nel mantenere, nel consolidare e nel ridare prestigio a questa istituzione internazionale. La storia ci insegna che, non appena una nazione abbandona un sistema di tal genere, il pericolo di conflagrazione diventa imminente. Ricordate il Giappone che nel 1933 abbandonò la Società delle Nazioni, ricordate Hitler e Mussolini che abbandonarono la medesima Società, dopo aver ironizzato sulla cosiddetta ideologia societaria, segnando così un regresso verso il nazionalismo o la dittatura, venendo quindi meno a quella speranza che simili istituzioni sempre sollevano nella coscienza dei popoli.
Ho visto in verità, e debbo constatarlo con piacere, come per la prima volta l'onorevole Scoccimarro abbia manifestato una preoccupazione fortissima per il mantenimento e lo sviluppo dell'O.N.U., nonostante che i 45 veti della Russia abbiano reso sempre difficile il funzionamento del meccanismo internazionale, e nonostante che ci troviamo dinnanzi a sforzi finora vani di trovare una soluzione del problema del disarmo e del problema della bomba atomica. L'onorevole Scoccimarro però ha fatto anche un altro rilievo che, se non erro, è per la prima volta fatto dai banchi comunisti: cioè che l'Italia ha diritto di entrare nell'O.N.U., e che è tempo che l'Italia ottenga finalmente la soddisfazione di questo diritto, data anche la gravità del momento. A questo punto io dovrei ringraziare l'onorevole Scoccimarro per il senso di fiducia che in fondo implica la proposta di vedere l'Italia in quel consesso internazionale.
Evidentemente, ciò vuol dire che in definitiva si ritiene che un Governo democratico nazionale che avesse dei delegati all'O.N.U. non potrebbe fare altro che partecipare con spirito di fraternità e di concordia ai lavori internazionali.
Lo ringrazio di questo omaggio che non so se era esplicito o se in ogni modo implicito, ma aggiungerò che la proposta sua di invitare il Governo italiano a convocare le varie nazioni che - avendo chiesto di essere ammesse all'O.N.U. ancora non hanno avuto soddisfazione, e cioè la proposta di convocarle per farne una causa comune - non mi pare che sia accettabile, e ne dico il perché. Noi infatti sosteniamo che l'Italia, in questa sua legittima pretesa, ha una posizione speciale e degli argomenti speciali che la distinguono da tutte quante le altre nazioni.
Ed ecco le ragioni. Il senatore Terracini ha deplorato che, insieme all'Italia, non si voglia ammettere la Bulgaria, la Rumenia ed altri paesi, ed ha insistito sopra questo parallelismo della nostra posizione con la posizione degli altri Stati, compresi quelli balcanici. tentando di dimostrare che la colpa dell'esclusione dell'Italia è dovuta a questo vincolo sostanziale che esiste tra l'ammissione delle potenze balcaniche e quella dell'Italia. Ma io debbo di nuovo tornare alla lettura della famosa decisione di Potsdam cui ci si ricollega e alla quale mi sono richiamato io stesso a Parigi durante il congresso della pace. Dice, fra l'altro, un capitolo speciale riservato all'Italia: «Per parte loro, i tre governi hanno incluso la preparazione di un trattato di pace con l'Italia come il primo tra i compiti immediati ed importanti che debbono essere affrontati dal nuovo Consiglio dei ministri degli esteri; l'Italia è stata la prima tra le potenze dell'Asse a rompere con la Germania, alla cui disfatta essa ha dato un contributo effettivo, e si è ora unita agli Alleati nella lotta contro il Giappone. L'Italia si è liberata (o, si tradurrebbe meglio, ha liberato se stessa) dal regime fascista e sta facendo buoni progressi verso il ristabilimento di istituzioni e di un Governo democratico, (eravamo nel 1945). La conclusione di tali trattati di pace, che un Governo italiano riconosciuto e democratico renderà possibile, consentirà ai tre Governi di realizzare il loro desiderio di appoggiare la domanda dell'Italia per essere accolta quale membro delle Nazioni Unite».
Qui c'è una ragione specifica che riguarda non solo l'Italia come potenza, ma riguarda anche il regime di libertà e democrazia dell'Italia: e non riguarda solo la necessità di riconoscere lo stesso diritto a tutte le nazioni che hanno ben meritato, ma soprattutto pone in rilievo il contributo dell'Italia nella guerra di liberazione.
E quando mi sono trovato a Parigi di fronte ad un abbozzo di trattato, dove si passava sopra a questo riconoscimento, è stato richiamandomi a questa precisa enunciazione, a questa posizione speciale dell'Italia, che ho ottenuto almeno un successo morale, cioè che nel preambolo del trattato si riconoscesse il contributo dell'Italia alla guerra di liberazione.

TERRACINI. Legga avanti quel documento, non si fermi lì. (Commenti al centro).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Allora leggerò avanti, onorevole Terracini.
«I tre Governi hanno pure affidato al Consiglio dei ministri degli esteri il compito di preparare i trattati di pace per la Bulgaria, la Finlandia, l'Ungheria e la Romania». Ultimo capoverso: «I tre Governi non dubitano che, in vista delle mutate condizioni risultanti dalla fine della guerra in Europa, i rappresentanti della stampa alleata godranno di piena libertà nel riferire al mondo sugli sviluppi della situazione in Romania, Bulgaria, Ungheria e Finlandia».
Cosa vuol dire questo? Vuol dire che era con ciò esposta e posta la questione del regime di libertà e di pubblica comunicazione per le cose politiche in questi Stati balcanici. Ed ecco la differenza a cui si sono riferiti, onorevole Terracini, coloro che hanno presentato formale denuncia contro questa situazione degli Stati balcanici.

TERRACINI. Legga ancora avanti! (Proteste dal centro). Grazie delle omissioni.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Le omissioni le ha fatte lei. Del resto io mi accontento di quel che ho potuto rilevare. Io dico questo: che nella storia, nello sviluppo delle situazioni, è evidente una diversa considerazione delle condizioni dell'Italia, del carattere democratico dell'Italia, del carattere delle altre nazioni; e non discuto, non entro a discutere sulle Costituzioni interne dei paesi balcanici. Però il minimo che posso fare è questo: salvaguardare la posizione dell'Italia e lo speciale suo merito in confronto del movimento antifascista e della guerra di liberazione, e non accomunare la nostra causa con paesi i quali hanno subito un'altra sorte. (Applausi dal centro Interruzioni dalla sinistra).
Mi pare cioè di aver risposto alla parte sostanziale del problema. Riferendoci al ripristino della legge internazionale, non ci sarebbe che da riferirsi al fatto dell'aggressione e dell'accertamento della qualità di aggressore. Io rinuncio a rifare qui la questione dell'aggressione in Corea, per stabilire chi sia stato l'aggressore. Rinuncio, perché i fatti mi paiono così chiari, così evidenti nonostante i documenti portati dall'onorevole Scoccimarro, che basta mi richiami ad una citazione famosa di Vittorio Scialoja ricordata qui altre volte: «Dove stanno le armi, dove stanno la preparazione e la forza ivi si fa violenza, ove stanno gli inermi, ivi si patisce violenza». (Vivissimi applausi dal centro e dalla destra - Interruzioni dalla sinistra). Rinuncio a continuare questa parte di polemiche, perché sono talmente sicuro che nell'opinione pubblica, nella coscienza di tutti gli onesti, il fatto è così evidente che non lo smentisce nemmeno la ripetizione di un sistema adoperato dai tedeschi dopo l'invasione del Belgio, di scoprire segreti documenti e con questo provare che il Belgio neutrale voleva attaccare la Germania. (Applausi dal centro - Interruzioni dalla sinistra).

SCOCCIMARRO. I tedeschi sono vostri amici. (Commenti e interruzioni dal centro).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. (Rivolto ai settori di sinistra). È inutile che cerchiate di distrarmi dalla semplicità delle cose. Questa è la verità! (Interruzioni e commenti all'estrema sinistra - Applausi dal centro e dalla destra). Fino a prova in contrario, io lo ammetto. Però le argomentazioni che ha portato l'onorevole Scoccimarro non mi hanno fatto l'impressione di rappresentare una prova, non mi hanno dato nessun argomento che possa smontate le conclusioni a cui il mondo è arrivato.

MASSINI. Quale mondo?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole, lei mi chiede quale mondo? Cinquantatre nazioni hanno votato in questo senso! (Vivi applausi dal centro e dalla destra - Interruzioni dall'estrema sinistra).

PRESIDENTE. (Rivolto ai settori di sinistra), Onorevoli colleghi, l'onorevole Presidente del Consiglio ha l'obbligo di rispondere, ma, appunto per ciò, ha il diritto di esprimere il proprio pensiero. Quindi abbiano la cortesia di tenere un contegno diverso.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. La determinazione dei 53 Stati membri dell'O.N.U. è venuta dopo un rapporto di una commissione internazionale che stava sul luogo ed ha potuto riferire nello stesso giorno sul corso degli avvenimenti: prova migliore di questa io non so dove si possa trovare!
Per la verità è inutile richiamarsi alla storia o soprattutto richiamarsi alla oggettività, quando si è presi dalla passione per una tesi, da una passione politica. Non c'è stata nessuna possibilità nemmeno in Germania, ricordate, di far constatare ai contemporanei ed a quelli che per parecchi anni a questi contemporanei hanno prestato fede, che l'armistizio dopo la prima guerra era stato chiesto su proposta di Ludendorff, ossia del capo di stato maggiore, e cioè degli stessi militari che avevano detto: la guerra è finita, non si può continuare. Non ha giovato a fare conoscere la verità che una commissione parlamentare l'avesse constatato e documentato. Tuttavia la notizia sparsa in mezzo ai giovani ardenti, che non volevano ammettere, nel loro orgoglio, la sconfitta, ha dato ad Hitler il modo di fissare nei loro cervelli l'idea che i borghesi, i traditori, la retrovia, avessero fatto in modo da rendere nulla o impossibile la resistenza dell'esercito. Errore gravissimo, che dimostra però la fallacità con cui la passione politica può impadronirsi di simili argomenti e come da ciò possano nascere anche dei pericolosi Movimenti nazionalisti di revanche.
Debbo rispondere anche, nei limiti del possibile, non certo in forma esauriente come esigerebbero i loro lunghi interventi, all'onorevole Sapori e all'onorevole Labriola. Tanto nell'uno come nell'altro fanno capolino l'idea e l'accusa che noi, in questa tensione internazionale, siamo spinti dall'odio contro il comunismo come tale, da un sentimento di difesa e protezione delle classi capitalistiche contro la possibilità di trasformazioni sociali che esproprino le grandi proprietà. L'onorevole Labriola ci ha detto: non prendete tale atteggiamento di odio contro il comunismo perché ormai esso è fatale; voi credete ad un certo momento di averlo vinto al di fuori, ma lo vedrete rinascere nel vostro cuore. Non c'è bisogno che io torni a chiarire, ma poiché la calunnia si ripete è forse doveroso che si ripeta anche il chiarimento: la lotta non è contro le forme di socializzazione o di nazionalizzazione, o in genere contro le nuove forme economiche. La lotta è contro lo spirito totalitario dello Stato bolscevico e dello Stato-partito e del regime dittatoriale, (Vivi applausi al centro - Proteste alla sinistra).
Noi lottiamo per la difesa delle libertà essenziali, spirituali, culturali e politiche, perché vediamo che, là dove è passato il rullo compressore, tutte queste libertà sono perdute; mentre sappiamo benissimo che il inondo nelle sue strutture economiche è cangevole. Non abbiamo nessun interesse, nessuna voglia di attaccarci, di incrostarci a forme antiche eventualmente sorpassate.
No, onorevole Sapori, non posso controvertere con lei sulla concezione della storia, con lei che è di professione storico; però so che la storia non ha quel fatale andare, a cui lei si riferisce con esempi di parallelismo con l'idea della rivoluzione francese. La storia è fatta di lotte, non di fatale andare; lotte di uomini più o meno consapevoli, ed il risultato finale è nello sforzo di attacco e nello sforzo di resistenza.
Il mondo nuovo deve sorgere si con nuove strutture sociali. ma sul fondamento della libertà, e noi ci battiamo non per conservare strutture capitalistiche, ma per difendere la persona umana ed il suo libero sviluppo. (Vivi applausi dal centro - Vive proteste e commenti dalla sinistra). Noi non odiamo, né nutriamo dell'odio, ma sentiamo rivolgere contro di noi, non comunisti, l'odio e la minaccia verso ogni sforzo per riorganizzare l'Europa; e ricordate la lotta fin dal 1947 contro il piano Marshall ed il piano E.R.P., ricordate le riunioni del Cominform e l'ordine dato ed eseguito di crearci imbarazzi per impedire il nostro sforzo. (Vivaci proteste dalla sinistra - Grida e rumori).

SCOCCIMARRO. Non è vero!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Senta onorevole Scoccimarro, vuole che le legga la deliberazione del 1947 del Cominform a proposito del piano Marshall, quella pubblicata su l'Unità? Vedrà allora che c'è una direttiva, un «ordine» (domando scusa se la parola «ordine» è troppo forte, basta direttiva, siete così bravi che eseguite tutto subito). (Applausi al centro). L'«ordine» dato ed eseguito, tentato di eseguire, del boicottaggio e sabotaggio contro le armi americane che dovevano venire in Italia. Ora io penso, onorevoli oppositori, di spiegarvi, di fare appello alla vostra comprensione affinché comprendiate che non si tratta di odio pregiudiziale contro il comunismo o contro il vostro movimento sociale. Non è vera la concezione che avete voi, che si tratta di lotta di classe, e se fossimo sicuri che la questione della libertà è risolta in senso favorevole, poco ci importerebbe discutere con voi, in qualunque colloquio, sulle forme e sulle strutture sociali, (Si grida: Bravo! - Commenti dalla sinistra). Ma questa ingerenza del bolscevismo, di quella che Duelos chiama la «seconda patria», questa ingerenza nei nostri affari interni ci avvelena, ci sprona alla difesa, questa è una necessità. (Vivi applausi dal centro - Proteste dalla sinistra). E vi dico la verità: che il contegno che avete tenuto in questi giorni è stato molto meno accettabile di quello che avete tenuto in altre occasioni, perché mi è parso che certi fatti ormai irrefutabili non avete potuto contestarli. Se voi nell'interesse della nazione italiana, del popolo italiano, aveste creduto di combattere preparativi che voi chiamate di guerra, e che sono invece preparativi di sicurezza, di combattere comunque contro le provvidenze del Governo, noi avremmo potuto discuterne qui con un tono relativamente pacifico.
Ma voi avete mescolato la vostra tattica e la vostra insistenza col veleno dell'equivoco che noi non possiamo accettare. Sfugge alla grande massa quello che non poteva sfuggire ai senatori, sentendovi parlare in queste occasioni: voi siete si contro la guerra rivoluzionaria, non contro l'insurrezione armata.
E qui sta la contraddizione, che se voi onestamente diceste innanzi al popolo: noi siamo per l'avanzata delle forze popolari, noi siamo per la conquista del mondo, dobbiamo ricorrere - come ha ricorso Lenin durante la rivoluzione alle armi per conquistare il potere..., sarebbe una tesi che solleverebbe la nostra reazione, ma dovremmo pur sempre dire che è una tesi franca, chiara. Voi invece gridate per la pace, sempre e dovunque, mentre in realtà preparate lo spirito di guerra e di conquista attraverso l'esaltazione dell'armata popolare. (Applausi dal centro-destra - Commenti dalla sinistra).

Voce da sinistra. ...la guerra di liberazione dallo straniero!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Veniamo anche a questo argomento che voi portate avanti per far breccia nel cuore dei patrioti, di quelli che ricordano le lotte del risorgimento, di Garibaldi, e le guerre che hanno condotto come strumento di espansione e di politica internazionale. È vero si o no che nella nostra Costituzione sta scritto che noi non accettiamo la guerra come strumento di espansione e di politica internazionale? È vero si o no che noi abbiamo creduto la prima volta nella Società delle Nazioni e la seconda volta nell'O.N.U. per create un organismo internazionale che fosse aperto al progresso pacifico, che tendesse sì a liberare i popoli che fossero ancora oppressi, ma che escludesse il ricorso alla violenza e che desse a questo tribunale tutta la forza per impedire tutte le aggressioni e per portare viceversa, attraverso un lento progredire, alla evoluzione? È vero che ciò è quanto hanno invocato i nostri grandi, anche coloro che hanno fatto il risorgimento? Se voi tornate sempre indietro, finirete col giustificare le guerre presenti con quelle del risorgimento, le guerre del risorgimento con quelle medioevali, quelle medioevali con le guerre religiose, e così via. Avrebbe allora avuto ragione in fondo Mussolini, il quale affermava che il germe della guerra è un germe naturale di progresso e che non bisognava soffocarlo ma svilupparlo. Questa è la vostra concezione. Volete voi che la discussione fra noi, i cosiddetti «colloqui», siano improntati ad un certo spirito di sincerità? Dovete chiarire questo argomento, dovete precisare il vostro pensiero e soprattutto arrivare ad una conclusione univoca, la quale possa non ingannare la gente, ma sia espressione del vostro pensiero e del vostro senso di responsabilità.
Ho qui il fascicolo delle citazioni dei principi e delle dottrine. Io lo salto, per quanto mi domandi se non sia utile ricordare un fatto che, ormai, dopo il discorso di Lussu, è diventato una conclusione pacifica. Parlo degli armamenti, armamenti schiaccianti, delle 178 divisioni di fronte alle modeste 10 divisioni (saranno forse 12) che metterà insieme Eisenhower, «schiaccianti» come stampato su tutte le cantonate: e questo fatto vi dica se è possibile, se non sono dei pazzi coloro che pensano di fare una guerra offensiva, di attaccare la Russia in queste condizioni, quando non esiste nemmeno quanto è necessario per una pura e semplice difesa della frontiera. Stampatelo, e la menzogna dei cosiddetti partigiani della pace in quel senso verrà senza dubbio contrastata vigorosamente. (Interruzioni dalla sinistra e commenti).
A proposito degli armamenti, debbo ringraziare l'onorevole Lussu perché con la sua esposizione sull'armamento sovietico mi ha esonerato da una trattazione ulteriore di questo argomento. Voglio ricordare però un'altra cosa: se voi in ipotesi vi proponeste un'educazione pacifista dei giovani, allora vi potrei anche dare il diritto di lamentarvi di ogni frase pronunciata da un generale, di ogni appello alla difesa, di ogni tentativo di far risorgere l'istinto o la scintilla di amor patrio per la difesa. Ma quando voi educate allo spirito bellico, allo spirito di conquista la gioventù, no. (Interruzioni dalla sinistra).

SERENI. Non una parola è vera! (Clamori e vivi commenti).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Nel dicembre 1949 Rinascita pubblicava un numero speciale per l'esaltazione di Stalin come generale: sono articoli che si potevano scrivere per il più grande capo di organizzazione militare che si potesse immaginare. Va bene, poiché è un riferimento alla guerra passata, mi inchino e non ho nulla da dire. Però, per quella parte che riguarda l'ispirazione a ben fare nell'avvenire, qui si riporta una parola d'ordine di Stalin come parola d'ordine anche di domani; e questa dice che occorrono tre cose: la prima è armarsi, la seconda è armarsi, e la terza è ancora armarsi. (Applausi dal centro e dalla destra - Interruzioni e vivi commenti dall'estrema sinistra).
Capisco (Rivolto verso il settore comunista) che voi direste di farlo a titolo difensivo, perché asserite che la Russia è circondata da Stati capitalistici: possiamo - voi dite - da un giorno all'altro essere attaccati e ci difendiamo. Sta bene. (Commenti). Ma nel bollettino del Cominform del 24 febbraio 1950 è riportato un ordine del giorno dal quale appare che: «il partito comunista bolscevico si pone come compito di rafforzare sempre più le forze armate dell'Unione Sovietica». Hanno ragione? Sta bene: ma allora anche noi abbiamo ragione, anche gli altri paesi che si riarmano hanno ragione. (Applausi dal centro - Interruzioni dalla sinistra).
Un'altra cosa, un'altra piccola cosa voglio dire per l'amico Pastore, il quale, se volessi contrastare in tutte le sue affermazioni, mi darebbe molta fatica. Mi debbo limitare ad una cosa che mi ha fatto una certa impressione. Egli ha opposto la saggezza, l'equilibrio, la moderazione in guerra dei russi in confronto agli americani per quel che riguarda i bombardamenti. È, una brutta cosa il bombardamento, specialmente quello delle città, da una parte e dall'altra. Però sappiamo che, nell'ultima guerra, questo mezzo di distruzione si è dolorosamente usato dappertutto.
Proprio in questi giorni, leggendo le memorie di Winston Churchill, trovo questo passo: «Mi trovavo in colloquio con Stalin, avvenuto a Mosca, nell'agosto del 1942: si trattava della Germania (e appunto alla Germania mi pare che si riferisse anche il senatore Pastore). Passammo quindi a parlare dei bombardamenti sulla Germania: un tema che dette molta soddisfazione a tutti. Il signor Stalin rilevò tutta l'importanza di colpire il morale del popolo tedesco, e disse che attribuiva la massima importanza ai bombardamenti e che sapeva che le nostre incursioni aeree provocavano terribili effetti in Germania».
Non si può quindi portare avanti la colomba bianca quando in guerra si usano i sistemi che tutti dolorosamente conosciamo.
Vorrei aggiungere un'altra cosa a proposito del discorso del senatore Terracini, il quale ha denunciato l'asservimento dell'Italia all'America perché riceviamo, insieme con 16 altri paesi, l'assistenza economica dagli Stati Uniti. Ma non ha mai pensato egli a quanto la Russia Sovietica ha ricevuto in armi e materiali militari e civili dall'America? Ed essa vi ha forse perduto la sovranità? Quegli aiuti furono accettati e sfruttati insieme senza che si parlasse di cooperazione economica e di politica americana. Milioni di tonnellate di medicinali e merci civili furono inviati in aggiunta agli aiuti dell'U.N.R.R.A., già valutati a 250 milioni di dollari; e non parlo delle famose forniture militari e civili per 11 miliardi di dollari, ivi comprese le attrezzature utilizzate dall'Unione Sovietica, tra cui 2.000 locomotive e 427.000 autocarri. E ci sarà anche qualcosa che resta nell'inventario cui si è riferito l'onorevole Lussu.
Ma allora se l'Unione Sovietica dopo aver ricevuto tutta questa grazia di Dio (parte a titolo di beneficenza che non si è umiliata nell'accettare, perché rivolta evidentemente ai bisognosi e alle vittime di guerra, e parte in base ad un contratto di forniture) non solo non ha perduto la sua sovranità, ma si è addirittura creduta moralmente libera, dopo aver ricevuto tutto questo, anzitutto di non pagare (adesso si sta trattando) e, in secondo luogo di intervenire contro la politica degli Stati Uniti, abbiamo noi da essere rimproverati, noi che abbiamo ricevuto attraverso l'U.N.R.R.A. e altri benefici quel tanto che era ed è necessario per la ricostruzione e quel tanto che è un contributo per rifare ciò che è andato distrutto durante la guerra? E perché ci dovete dire sempre servi e asserviti, quando in realtà abbiamo sempre conservato un contegno di dignità nei confronti di tutti?
Andiamo ad un'altra delle questioni cui si fa gran caso: il riconoscimento della Cina comunista. Qui devo richiamarmi proprio alle dichiarazioni fatte dal ministro Sforza nel suo discorso alla Camera il l° novembre 1950. Egli dice: «Non vi è dubbio che il Governo di Mao Tzetung è il solo regime che oggi conta per l'infinita maggioranza della popolazione cinese». Tuttavia il ministro Sforza continuava dicendo che «l'Inghilterra riconobbe il nuovo regime cinese, e, dopo averlo riconosciuto, propose di scambiare ambasciatori con la Cina comunista». Cosa però sulla quale Mao Tzetung non si mostrò d'accordo condizionando le relazioni diplomatiche alla risoluzione di varie questioni, quali anche il mantenimento di un rappresentante consolare a Formosa. Il ministro Sforza aggiungeva che, se nel frattempo la situazione si fosse appianata, era assai probabile che noi avremmo marciato sulla via del riconoscimento e della ripresa delle relazioni diplomatiche, mentre oggi, cioè mentre stiamo parlando, cioè con la guerra in corso in Corea, dobbiamo per lo meno aspettare per attuare questa nostra volontà.

MILILLO. Non basta aspettate, bisogna lavorare per la pace!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. E veniamo alla questione del carattere giuridico-costituzionale. Qui prego i giuristi, e soprattutto il grande maestro Orlando, di correggermi se sbaglio, perché cammino su un campo minato per uno che non è giurista.
Il senatore Terracini ha posto una questione innegabilmente di una certa importanza, e l'ha posta con l'abilità che egli sa mettere in tali argomentazioni. Egli ci ha detto: lo Stato di Bonn non appartiene all'alleanza atlantica. Le tre potenze occupanti hanno assunto la garanzia della libertà e della difesa di Bonn, se venisse attaccata. Che cosa si deve dedurre? Che l'Italia è impegnata ad intervenire, qualora venisse attaccata anche Bonn. Egli ha posto tale quesito e, mi pare, lo ha concluso in senso favorevole, dicendo: con ciò voi avete assunto un impegno che il patto non prevede.
Ecco come stanno le cose. L'articolo 6 del trattato precisa che è considerato come un attacco armato contro una o più di una delle parti, un attacco armato contro il territorio di una di esse in Europa o nell'America del Nord, contro i dipartimenti francesi in Algeria, contro le forze di occupazione in qualunque delle parti d'Europa: dunque si tratta anche delle forze di occupazione. Badate bene, anche le forze di occupazione sono poste sotto l'usbergo del patto atlantico in caso di attacco: forze di occupazione che riguardano non solo la Germania, ma, per esempio, anche Trieste. È attraverso questa clausola dei patto atlantico che Trieste, anche a tacere di ogni problema giuridico, già appartiene moralmente al nostro territorio nazionale, e vi appartiene perché gli Alleati lo hanno riconosciuto; comunque, poiché si tratta di posti occupati da forze degli eserciti anglo-americani, anche questi sono protetti dal patto atlantico. E quindi l'obbligo è generale per tutti.

PASTORE. Quindi, se la Cina prendesse Formosa noi faremmo la guerra alla Cina.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Pastore, lei ora mi ha dato un altro argomento per dimostrare la necessità dell'O.N.U. e di mantenerla e conservarla. È vero che il presidente americano ha proclamato la neutralizzazione di Formosa durante il conflitto coreano; ha però sempre aggiunto che questa era una disposizione di carattere militare momentanea, che non pregiudicava la questione dell'appartenenza dell'isola. Quando è sorta la controversia (si veda come l'O.N.U. è sempre utile perché tutte le voci contano, anche le minori) il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che egli avrebbe rimesso la questione all'O.N.U.
Voi vedete che se di tutte le questioni che sono rimaste in sospeso nei trattati si potesse dire che dalle varie parti si accetta il principio di definire l'interpretazione del trattato controverso, non solo all'assemblea dell'O.N.U., ma in ogni caso alla Corte internazionale arbitrale, potremmo essere tranquilli e dormire tra due guanciali.
Un'altra questione riguarda i poteri del generale Eisenhower. Vi dico quello che è maturato finora. Da un documento che ho tra le mani, e che rappresenta le deliberazioni del comitato ispettivo centrale del patto atlantico, risulta che il generale Eisenhower ha responsabilità di istruzione e organizzazione in forma integrata ed efficiente delle unità nazionali poste sotto il suo comando; di preparazione di piani e loro coordinamento con gli altri piani del patto atlantico o nazionali. I suoi poteri sono: facoltà di controllo e supervisione della istruzione superiore di tutte le forze nazionali messe a disposizione per le altre forze: facoltà di rivolgersi direttamente ai capi di stato maggiore nazionali, ai ministri della difesa e ai capi dei Governi perché gli sia facilitato l'accesso e l'adempimento della sua missione. E, ultima considerazione, s'intende che le autorità nazionali agiscono sempre secondo le rispettive Costituzioni e procedure parlamentari. Ossia esiste un comitato supremo militare al disotto del comitato della difesa e del comitato dei ministri. Un membro di questo comitato dei dodici è il generale Frattini: questo è un comitato di vigilanza sopra il comandante supremo ed i poteri sono quindi determinati; e quando si tratta di eseguire eventuali sue istruzioni o eventuali suoi suggerimenti è supposto che le autorità nazionali che debbono eseguirli (perché debbono passare attraverso gli stati maggiori, i ministri della difesa ed i capi di Governo), agiscano sempre secondo le rispettive Costituzioni e procedure parlamentari.
Ecco quali sono i limiti: essi, almeno adesso in tempo di pace, sono tali che non toccano menomamente la sovranità nazionale degli Stati. (Commenti dalla sinistra). Io non voglio nascondere che in caso di guerra evidentemente si arriverebbe a diverse conclusioni, perché credo che in caso di guerra si vorrà vincere e si vorrà agire unitariamente, come è avvenuto in tante altre guerre e come sarebbe stato desiderabile e si è cercato che avvenisse in momenti anche difficili.
Comunque, quella supposizione, quel punto di partenza che i Governi debbono agire secondo le loro procedure costituzionali e parlamentari, è garanzia per il Parlamento che in questa questione, come in genere nella questione della partecipazione alla difesa, gli organi nazionali costituzionali non verranno sorpassati, e si manterrà assolutamente il precetto della Costituzione che dice che lo stato di guerra deve essere dichiarato dal Presidente della Repubblica su deliberazione del Parlamento; e speriamo di non averne bisogno.
Ora, vengo ad un altro problema: la Germania.
Nell'agosto del 1945, a Potsdam, tra le altre deliberazioni vi fu quella della smilitarizzazione della Germania: disarmo e smilitarizzazione completa della Germania, eliminazione e controllo di tutta l'industria tedesca che potrebbe essere adoperata per la produzione militare. A questo fine tutte le forze tedesche di terra, navali e dell'aria, le SS, la Gestapo, con tutte le loro organizzazioni, compreso lo stato maggiore, gli ufficiali del corpo di riserva, le organizzazioni dei reduci di guerra e tutte le altre organizzazioni e circoli militari e semi-militari, tutte le organizzazioni che servono a tener viva la tradizione militare in Germania debbono essere completamente e definitivamente soppresse, in modo da impedire permanentemente la rinascita o la riorganizzazione del militarismo germanico, Tutte le armi, le munizioni, tutti gli impianti speciali per la produzione delle medesime debbono essere messi a disposizione degli Alleati, così come tutti gli aerei, le munizioni, le attrezzature da guerra sono proibiti. Allo scopo di eliminare il potenziale di guerra della Germania, sarà proibita anche la produzione di armi come pure di aerei e di navi; e la produzione di metalli e di prodotti chimici, di macchine e di altri prodotti necessari all'economia di guerra sarà controllata e limitata ai bisogni della Germania, per raggiungere gli obiettivi stabiliti. Controlli saranno pure imposti all'economia germanica e così via dicendo.
Un italiano che legge questa dichiarazione non sente in sé una certa ribellione a questa forma così assoluta, così decisiva di condanna? Non sente che per caso, per fortuna nostra e per forza nostra, perché alcuni uomini hanno avuto la presenza di spirito ad un certo momento di imporre un cambiamento di rotta, siamo sfuggiti ad una simile crudele misura? Noi, che abbiamo protestato contro le limitazioni che ci hanno fatto, pur avendoci lasciato dieci o dodici divisioni, noi che abbiamo dovuto vedere come ci sono state strappate le navi, come ci sono stati distrutti i forti e le fortificazioni, come ci si è impedito qualunque atto di sovranità, che poi abbiamo riconquistato lentamente, noi misurando e leggendo questo comunicato, questa sentenza di condanna - vediamo che da una parte ci possiamo consolare del destino, o meglio dell'opera dei nostri partigiani, dei nostri volontari che hanno impedito che si arrivasse alle stesse conclusioni. Ciò ho detto a Parigi di fronte agli Alleati; perché non dovrei dirlo qui?
Dobbiamo noi oggi trovare che queste dichiarazioni, queste misure sono in eterno permanenti e possibili? Io mantengo nel mio spirito, nonostante il mio presunto americanismo, il senso di reazione contro alcuni principi imposti dagli Alleati per concludere la guerra. Innanzi tutto credo che sia stato un gravissimo errore quello di imporre dappertutto la resa senza condizioni, errore che oggi anche gli Alleati scontano amaramente. Io mantengo anche il mio spirito indipendente nei confronti della condotta della guerra per certe situazioni e movimenti, e soprattutto di fronte a certi ritardi prima dell'armistizio, che sono stati causa o parte delle cause della tragedia italiana e della guerra civile.
La storia si scriverà più tranquillamente di quello che possiamo fare noi, ma sarà bene che tutti in questo momento di tensione internazionale meditino sopra gli errori del passato, tanto coloro che ne furono vittime quanto coloro che ne furono gli autori. Da questo punto di vista io dico che noi italiani non dovremmo accanirci, come fate voi in certe vostre dichiarazioni, sostenendo il punto di vista russo che la Germania debba essere sempre, eternamente senza la possibilità di avere un esercito qualsiasi, mentre le viene contestata perfino l'organizzazione della polizia sia da una parte sia dall'altra.
Questo è contro natura e direi contro giustizia. Tanto più che coloro che comandavano, che hanno assunto la responsabilità della guerra, non interpretavano il pensiero di tutto il popolo tedesco. Ad esempio Adenauer, di cui si è detto qui che è un servile strumento in mano americana, è venuto dai campi di concentramento, è stato condannato a Mathausen. Ora io affermo che noi italiani, che fummo per un certo periodo vittime degli stessi errori dei nostri governanti, tanto che gli sforzi nei congressi per la pace da Londra a Parigi furono fatti in dura polemica contro gli slavi soprattutto e contro i russi, per difenderci dall'accusa che il popolo italiano ha voluto fare la guerra e che era responsabile della guerra...

SERENI. Ma se fu proprio l'Unione Sovietica la prima a riconoscere questo?

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Sereni, io non posso ignorare il fatto che l'Unione Sovietica per prima ha riconosciuto quel Governo italiano che allora esisteva, cioè il Governo Badoglio; lo ammetto, però non posso dimenticare che l'Unione Sovietica fu la più dura nell'esigere il pagamento delle riparazioni. (Vivi applausi dal centro e dalla destra).

TARTUFOLI. Pensate alle navi che ci hanno portato via!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Comunque, onorevole Sereni, quando tutto questo succedeva eravamo ancora al Governo assieme, e se De Gasperi è quell'uomo infamato settimana per settimana dalla radio russa, lei e i suoi colleghi potevano difendere l'Italia da questa accusa!
Tornando alla Germania debbo aggiungere che solo il Governo di Bonn ha accettato di inserirsi nel Consiglio d'Europa, facendo notevoli sacrifici perché fu difficile ad Adenauer aderire in un momento in cui, contemporaneamente, si ammetteva il rappresentante del territorio della Saar. Dobbiamo riconoscere questo, dobbiamo essere giusti noi italiani, dobbiamo essere i primi ad essere giusti.
E badate, una certa giustizia, un certo senso di giustizia voi dovete leggerlo anche nella decisione presa dal Consiglio dei ministri il 16 dicembre, quando si trattava di dare istruzioni ai nostri rappresentanti che andavano a Bruxelles per partecipare a decisioni importanti, fra cui quella relativa alla questione germanica.
Ecco l'ordine del giorno, che forse meritava più attenzione da parte dell'opinione pubblica: «Il Governo italiano, mentre ammette il diritto della Germania ad uno sviluppo che la tenda pari agli altri Stati, riconosce che tale sviluppo debba svolgersi con i metodi e con le finalità di una democrazia libera e pacifica al di fuori di ogni sospetto e di ogni possibile ripresa di elementi perturbatori. Ogni garanzia che potrà essere data a tale riguardo nel campo della organizzazione interna e nei rapporti internazionali contribuirà a dissipare le diffidenze verso lo spirito veramente difensivo del patto atlantico ed a confermare che i paesi che stanno facendo uno sforzo per ricostituire le loro possibilità difensive non vogliono nuovi conflitti, né si rifiutano ad ogni mezzo pacifico che conduca alla pace ed alla sicurezza».
Questa dichiarazione ebbe anche un certo commento, ma poi, forse per il momento in cui venne pubblicata, fu presto, direi, sommersa dalle decisioni di Bruxelles. Questa dichiarazione è stata specifica.
Sono forse autorizzato ad interpretare una frase detta ieri dal senatore Scoccimarro il quale, a proposito del rinvigorimento dell'O.N.U., diceva: «i trattati sono tanto lontani». Già, i trattati sono lontani ed i trattati che possono avere una giustificazione nell'immediatezza del dopoguerra si allontanano ed i popoli restano. Un qualcosa nell'interpretazione bisogna pur che diventi più umano e più pacifico; e noi qui questo diciamo e lo abbiamo detto per l'Italia, lo abbiamo invocato per tutte le nazioni e - non c'è ragione perché non lo ammettiamo - anche per la Germania.
Solo che c'è un altro motivo: che questo riarmo sia controllato e limitato, perché è inutile fare astrazíoni dalle forze psicologiche ed anche dalle forze geopolitiche della storia. Gli Stati viciniori hanno in mano territori che erano contestati, che appartenevano prima all'Impero germanico, ma comunque contestati. Un pensiero di revanche è facile che rianimi gli spiriti, ed oltre a ciò c'è la Francia la quale deve la sua sofferenza all'invasione germanica. Io comprendo, come dobbiamo comprendere tutti, le riluttanze, le esitazioni per il pericolo che si ripeta l'invasione o la minaccia di una forza armata. Ci sono però le vie di composizione, vie di mezzo, vi sono due vie di garanzie, e noi dicevamo che si doveva trattare col Governo di Bonn. Quelle trattative però, a loro volta, prevedevano naturalmente l'accordo tra i Quattro, che dovevano finalmente avviarsi alla conclusione del trattato.
Ecco, caro Romita, perché non avrei potuto dire di no all'onorevole Giavi, quando nello stesso ordine del giorno che aveva stilato appare più formulato e più preciso il pensiero concreto delle trattative e della misura di queste trattative. Ecco perché io ritengo che se l'Italia avesse il suo posto di diritto all'O.N.U. seguendo le sue tradizioni, seguendo il suo interesse, avrebbe potuto giocare una parte più notevole di quel che le è stato possibile durante questo periodo. E trovo ingiuste le critiche che si fanno all'attività del ministro degli esteri in particolare, e del Governo in generale, perché un Governo che è ristretto nelle sue possibilità, che ancora si sta arrampicando di posizione in posizione per riguadagnare di fatto l'eguaglianza dei diritti, l'eguaglianza delle possibilità, venga accusato di incapacità, di insufficienza per una politica che non arriva a conclusioni, oppure che subisce le conclusioni avversarie.
È ben difficile dire fino a che punto la parte personale possa avere contribuito nella soluzione o non soluzione dei problemi. Non dimenticate però quali sono i limiti della nostra azione. C'è qualcuno il quale pensa che in colloquio fraterno, o attraverso una proposta di conferenza improvvisata, si possano raggiungere le conclusioni desiderate con una certa facilità. Ma guardate le riunioni dell'O.N.U.: vi sono le sessanta nazioni che ne fanno parte, vi è uno statuto che l'anima, la tradizione, eppure diteci se la riuscita o meno dei tentativi che sono stati fatti sia dipesa dalla buona volontà di un individuo o dalla maggiore o minore capacità di un individuo.
Ciò non toglie che il Parlamento abbia diritto di chiederci conto della nostra azione: nella questione germanica noi, anche nelle relazioni con gli altri popoli, terremo quel contegno e quell'atteggiamento che emana dalle mie dichiarazioni e dallo spirito soprattutto con cui sono state fatte.
Ed ora permettete che io, affidandomi agli appunti che ho fatto stamane, vi dica sinteticamente le conclusioni sopra l'attività del Governo.
Il Governo italiano, interprete del suo Parlamento e del popolo italiano, è d'accordo che si tenti e ritenti uno scambio di idee per conversare onde giungere ad un negoziato vero e proprio. Cautela necessaria però: esplorare previamente le possibilità, concertare le procedure, perché la rottura ed il fallimento potrebbero accelerare lo scontro ed in ogni caso approfondire il solco.
Abbiamo dato istruzioni in tal senso alla nostra diplomazia perché colga le occasioni favorevoli ed esprima in ogni caso il nostro suggerimento. Non possiamo però improvvisare e moltiplicare le iniziative, quasi si trattasse di una gara a chi più fa, a chi primo arriva. Se una mozione viene qui presentata e non è accettata, non succede gran danno, ma se un invito ad una conferenza viene fatto e non raggiunge lo scopo, oltre all'umiliazione per coloro che hanno preso l'iniziativa ci sarà un peggioramento sostanziale nella situazione internazionale. Il prendere iniziative a questo riguardo è una cosa seria ed impegna il nostro e l'altrui destino. Ogni mossa deve essere meditata, tempestiva, obiettiva, non avere né finalità né apparenza di manovra.
Non credo però alla funzione di «ponte» nel senso che l'Italia possa presumere di stare come a cavallo dei due mondi. L'Italia ha assunto i suoi impegni ed il suo posto nello schieramento politico mondiale, dopo accurato esame delle sue idealità, dei suoi interessi, della sua posizione geopolitica. Se oscillasse, se venisse meno alla lealtà intrinseca ed estrinseca, finirebbe come finirono Masaryk e Benes.
Se per colloquio e per gettare ponti si intendesse riaffermare l'unicità originaria della civiltà, nessuna obiezione pregiudiziale, perché non noi abbiamo calato il sipario di ferro; ma questo tentativo, questo colloquio suppone lealtà da ambo le parti, senso di sicurezza e di libertà da ambo le parti. Ciò non esiste e quando abbiamo fatto i tentativi in tal senso, abbiamo riscontrato abuso o raccolto diffamazioni. Penso qui al lamento che ci è stato rivolto perché non abbiamo permesso la convocazione a Venezia del congresso mondiale della pace. Abbiamo fatto delle esperienze molto tristi. Ricordo che abbiamo permesso ad Ilja Ehrenburg di venire in Italia e ricordo - potrei citarne le parole - che ha scritto parole ingiuriose sopra l'Italia, sopra il suo popolo ed il suo governo. Ed è un piccolo esempio.
La nostra azione però ha due limiti formali: la non appartenenza all'O.N.U., che finora è de jure e de facto il foro competente per le soluzioni pacifiche, e la circostanza che alcuni grossi problemi sono in diretta connessione coi trattati di pace che le Potenze vincitrici hanno da concludere con la Germania ed il Giappone.
L'Italia ha fatto sacrifici per facilitare la pace, ma essa ha di fronte alla guerra ed alla sua liquidazione un proprio conto ed un proprio atteggiamento. Abbiamo sì salvato Trieste, ma tuttavia insistiamo per l'applicazione integrale della deliberazione alleata i tutto il cosiddetto territorio libero. Nella questione coloniale se non abbiamo realizzato le soluzioni che proponevamo, abbiamo però con la nostra azione determinato le decisioni che, concedendo l'indipendenza alla Libia ed alla Somalia ed una larga autonomia all'Eritrea, ci assicurano almeno la salvaguardia del lavoro italiano. Abbiamo così raggiunto nella questione africana una posizione che ci dà qualche speranza per l'avvenire, e che ci avvicina a quel mondo arabo e musulmano di cui siamo da secoli i naturali collaboratori. Inoltre, di fronte alla nuova Germania, l'Italia ha una posizione obiettiva che le rende più facile di non fissarsi troppo sul passato, e di guardare anche all'avvenire.
Infine l'Italia crede e lavora per l'unità dell'Europa. Essa è stata fra gli iniziatori ed i fondatori del Consiglio di Europa al quale il nostro ministro degli esteri e molti colleghi del Parlamento collaborano con convinzione e con fede. Nonostante gli ostacoli che si incontrano su questo cammino, proseguiremo in una politica costruttiva europea. In questo senso lavoreremo anche nel prossimo convegno con gli amici francesi. Il Consiglio d'Europa, nel quale siamo in piena parità con le maggiori Potenze europee, è un terreno sul quale la nostra azione potrà affiancarsi alle iniziative in corso o promuoverne di nuove. Così PORGE, nel campo economico e lo stesso patto atlantico vanno considerati, oltre che nei loro fini specifici, anche come elementi costruttivi e difensivi di questa unità europea.
In tutta questa azione la doverosa lealtà agli impegni collettivi non ci esonera da uno sforzo vigile e costante perché gli interessi nazionali della nostra difesa e della nostra rinascita abbiano il primo posto nelle nostre mete e nelle nostre cure. La solidarietà dovrà impegnarci non soltanto alla nostra ripresa ma anche aiutarci nella soluzione dei nostri problemi economici e sociali, quali la disoccupazione, il problema della mano d'opera e soprattutto quello delle materie prime a cui ha accennato l'onorevole Ruini.
Ma accanto alle nostre premure per la pace ed alla nostra attività diplomatica, ovunque ci sia dato di poterla utilmente sviluppare, noi prendiamo quelle misure di difesa precauzionale destinata a presidiare, in cooperazione con i nostri alleati, l'indipendenza e la libertà dello Stato ed a contribuire alla comune difesa, per la deprecata eventualità di un conflitto che i più insistenti tentativi di pacifici accordi non fossero in grado di evitare.
Abbiamo perciò ieri chiesto, in un progetto alla Camera dei deputati, l'autorizzazione a spendere altri 200 miliardi (cioè più i 50 per i quali avevamo già presentato un progetto) per mettere a punto il nostro modesto esercito e potenziare entro i limiti del trattato di pace le nostre tre forze armate. Questa autorizzazione assorbirà il progetto dei 50 miliardi, già deliberato in luglio dal Consiglio dei ministri e presentato tre mesi fa alla Camera come prima quota di un piano finanziario che, prima dello scoppio della guerra in Corea, e tenendo il passo con il graduale sviluppo della faticosa elaborazione degli accordi esecutivi del patto atlantico, ritenevamo di poter svolgere in un periodo più lungo. Confidiamo che le Camere delibereranno rapidamente in argomento, dando così alla difesa la possibilità di continuare ad intensificare quel completamento dei nostri mezzi difensivi che essa ha iniziato coi crediti del suo bilancio ordinario.
Parlare, in confronto di questi provvedimenti, di riarmo provocatorio e di propositi offensivi è suprema ironia o consapevole menzogna. Osteggiarli equivarrebbe a fare opera di sabotaggio ed a negare, non ad un Governo, ma ai cittadini combattenti che fossero accorsi in seguito ad un attacco alle frontiere, le armi per difenderle. (Applausi vivissimi).
È noto che a queste nostre misure si aggiungono le armi che in base ad impegni precedenti gli Stati Uniti inviano ai nostri porti e, sempre nell'ipotesi di un attacco, le misure di mutuo aiuto previste dal patto atlantico. Riferendosi alle conversazioni svoltesi in argomento coi rappresentanti degli Stati Uniti, si è detto che noi avevamo posto delle condizioni, quasi che il nostro sforzo finanziario non fosse fatto nel nostro interesse nazionale, e fosse un contributo ad una causa altrui. Respingiamo questa insinuazione così contraria alla nostra consapevolezza ed alla nostra dignità.
Noi abbiamo cercato in amichevoli conversazioni con i rappresentanti dell'E.C.A. e del P.A.M. di accertate quali provvedimenti economici saranno opportuni o indispensabili per garantire da una parte la stabilità della moneta, dall'altra per assicurare gli investimenti diretti al progresso sociale ed alla attuazione delle riforme che abbiamo deliberato o programmato e siamo lieti di poter dire che abbiamo trovato nei nostri amici statunitensi quella comprensione delle nostre particolari esigenze economiche che ci fu sempre dimostrata nell'ambito dell'azione E.R.P. e che ci fa sicuri anche per l'avvenire. Contemporaneamente abbiamo presentato al Parlamento un disegno di legge per delegare al Governo la facoltà di provvedere d'urgenza, quando si presentasse la necessità di intervenire nella vita produttiva, ed un altro disegno di legge per orientare e coordinare le commesse di Stato, sia civili sia militari.
La discussione alle Camere dimostrerà che questi provvedimenti sono nulla più che necessarie conseguenze della congiuntura economica internazionale, sono cioè provvedimenti che dovremmo prendere anche se non partecipassimo allo schieramento atlantico, e che ci sono imposti dalla stretta connessione della nostra economia con l'economia mondiale della quale siamo tributari, specie per le materie prime. È tranquillante al riguardo la situazione del nostro approvvigionamento delle derrate alimentari.
Tutto proteso verso il mantenimento della pace, il Governo sente la responsabilità di non estraniarsi dalle preoccupazioni che inquietano il mondo e, mentre si mantiene serenamente lontano da ogni psicosi di guerra, intende associarsi in piena lealtà e dignità nella eguaglianza dei diritti alle misure difensive richieste dal comune impegno di mutua assistenza. In questo sforzo tenace, la cui finalità è lo stabilimento di una pace duratura nella giustizia e nell'ordine internazionale, il paese ha bisogno di fierezza, di spirito di sacrificio, di disciplina operosa. L'amore per la patria va inculcato, esaltato e praticato come un dovere di coscienza e con l'orgoglio di chi sente la nobiltà delle nostre tradizioni e della nostra missione civile nel mondo. Il pavido egocentrismo dei ricchi va denunciato come un tradimento della comunità ed il popolo minuto va difeso contro le seduzioni di chi vuole sottrarlo ad doveroso sentimento della solidarietà nazionale. (Approvazioni ed applausi prolungati).
La democrazia conta soprattutto sulla autodisciplina volontaria, sul concorso delle volontà mosse dalla convinzione interiore ed illuminata dell'opinione pubblica che si forma nel dibattito e nello scambio delle idee. Il Governo democratico vuole essere soprattutto interprete e strumento di una nazione fiera e consapevole del suo diritto e della sua libertà, del suo impegno nazionale e del suo sviluppo nella comunità internazionale.
Nella libertà della discussione noi invochiamo l'unità nelle cose supreme, e mi rincresce che anche durante questo dibattito con riferimenti polemici al passato rivolti ad uomini di cui è garantita la buona fede ed il senso di patriottismo, e che oggi con devozione dedicano le loro forze alla ricostruzione della patria democratica, si sentano meschine questioni personali, quando occorrerebbe invece uno schieramento che fosse di patria dedizione e di concorde volontà. Dicevo dunque che nella libertà della discussione noi invochiamo un'unità nelle cose supreme, la consapevole adesione ai necessari sacrifici e chiediamo ai politici, agli scrittori, agli educatori, che volgano lo sguardo soprattutto a ciò che della nostra tradizione e del nostro modo di vivere è consacrato dalla nostra esperienza storica e che deve essere patrimonio del nostro popolo e ispirazione nella sua elevazione morale e nella sua vita di lavoro.
La democrazia però, quando ed ove occorra, deve sapersi difendere con la forza della legge.
Noi, col vostro concorso e col vostro controllo, o senatori, vigileremo perché le supreme ragioni dell'unità della patria non vengano contrastate, le sue libere istituzioni non vengano messe in pericolo e non si propaghino germi di disintegrazione e di guerra civile. Il nostro proposito è fermissimo e si fonda sul senso profondo e religioso della nostra responsabilità di fronte al destino della nazione. (Applausi vivissimi e prolungati).
Onorevoli senatori, al generale Eisenhower che prossimamente sarà ospite gradito di Roma... (Interruzioni dall'estrema sinistra - Vivissimi applausi dalla grande maggioranza)... al generale Eisenhower che prossimamente sarà ospite gradito di Roma, noi andremo incontro con lealtà di propositi e con la solidarietà di uomini liberi; andremo incontro con la dignità di un popolo che ricorda i benefici ricevuti dopo la guerra dalla grande nazione dalla quale egli proviene, con la fede nella missione internazionale di pace e di sicurezza che egli rappresenta. Il popolo italiano non ha avuto nel trattato il riconoscimento che meritavano i sacrifici che esso sopportò durante la guerra di liberazione e molto resta ancora da riparare. Esso sente tuttavia che le sue aspirazioni di giustizia, la sua volontà di sviluppo, il suo destino nel mondo lo collocano entro la comunità universale dei popoli liberi, ed entro tale solidarietà esso si propone liberamente e fermissimamente di lavorare con tutte le sue forze per la causa della pace e della sicurezza. (Vivissimi e prolungati applausi dal centro e dalla destra, e grida di: Viva l'Italia. Dai banchi di sinistra si grida: Viva la pace).

Dopo avere espresso il parere sui vari ordini del giorno e dopo aver dichiarato di accettare la nozione del senatore Parri e di non accettare quella del senatore Pertini, il Presidente del Consiglio riprendeva la parola per fare le seguenti altre brevi dichiarazioni.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ho già rilevato prima che è assolutamente impossibile entrare nei dettagli del problema, e credevo che da parte dei colleghi si dovesse tener conto di questa necessità e dei limiti di tempo per il dibattito. Non l'hanno fatto. Preferiscono parlare in modo che si possano stampare le rispettive dichiarazioni e farne propaganda pubblica. Ed io lo capisco. Però non temo che ci sia rimasto dubbio, anche se io non mi sono voluto riferire a tutti gli ordini del giorno e a tutte le motivazioni, sul programma del Governo, sullo spirito delle proprie azioni passate e sugli impegni per l'avvenire. Questa è la conclusione su cui il Senato dovrà dare il suo voto.
Circa tutti i fatti storici e gli accertamenti che si dovrebbero fare per risolvere i problemi e rifare qui nel Senato italiano dibattiti che sono stati fatti, per esempio, all'O.N.U., confesso che non ho qui tutto il materiale che ha a disposizione il signor Malik o il senatore Scoccimarro. So che vi è stata una lunghissima discussione nei giorni scorsi, so che ai rappresentanti della Russia e della Cina hanno risposto i rappresentanti delle altre nazioni, so che c'è stato un voto di 54 nazioni in un certo senso mi sembrano tutte ragioni che mi inducono a credere quella che è la verità per quanto oggi accettabile. Comunque, quali che siano le origini del conflitto, in questo momento giova soprattutto lavorare perché esso cessi. È questo l'augurio che viene dal Senato e che è raccolto da me come un incoraggiamento per dare appoggio e per eventualmente prendere delle iniziative in proposito. Però la prima cosa che deve cessare è il fuoco. Abbiamo giorno per giorno migliaia di morti, milioni di persone in fuga, disastro sempre più crescente. Eppure su questo io non sento una parola, non sento dire: questa è la questione del momento, fermatevi, abbassate le armi se vogliamo la pace. (Vivissimi applausi dal centro - Commenti e interruzioni a sinistra).
Anche allora noi abbiamo applaudito all'ordine dell'O.N.U. per la cessazione del fuoco, è l'altra parte che non ha obbedito e non ha eseguito, e siete voi che avete plaudito nei vostri giornali all'avanzata delle armate popolari senza badare alle conseguenze che essa poteva avere. (Commenti).

Voce da sinistra. È il loro paese!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Comunque, esiste sempre la grossa questione se questi problemi devono essere risolti attraverso la guerra oppure attraverso una trattazione pacifica.
Per quanto riguarda poi quello che ha detto il senatore Casadei, non vorrei aver capito bene la sua minacciosa conclusione. Ma se egli avesse voluto veramente dire che in caso di conflitto che naturalmente si svolgerebbe, sia pure in alleanza con i nostri alleati, per la difesa della terra italiana, qualcuno credesse di essere legittimato a rifiutare il proprio contributo, sia in patria per mantenere l'ordine e la disciplina, sia, se tale sarà l'ordine, anche alla frontiera per difendere l'integrità e il benessere del paese, il non farlo o il lasciar dubitare che ci sia qualcuno in Italia che lo fa è già un tradimento morale. (I senatori del centro e della destra, in piedi, applaudono lungamente - Vivaci proteste dalla sinistra).

TARTUFOLI. Viva l'esercito, viva i nostri caduti, viva i nostri prigionieri in Russia! (Applausi dal centro e dalla destra. Commenti dall'estrema sinistra).

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Un'ultima osservazione. Qui, en passant, si sono espresse simpatie o antipatie per le persone che fanno parte del Governo. Naturalmente non posso esigere da tutti di essere loro simpatico o antipatico o quanto meno posso esigere che queste simpatie si volgano su questo ministro più che su un altro. Però lealtà vuole che di fronte al Senato, che sta per votare, dica che le dichiarazioni che ho fatto sono fatte a nome del Gabinetto, nella piena solidarietà dei colleghi e che sono certo d'aver interpretato il pensiero ed il proposito anche del ministro degli esteri. Non posso accettare quindi in nessuna maniera che si dissoci la mia dalla responsabilità collettiva del Gabinetto. (Vivi applausi dal centro e dalla destra).

On. Alcide De Gasperi
Senato della Repubblica
Roma, 13 gennaio 1951

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di sabato 13 gennaio 1951)


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