LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

 

IV° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: RELAZIONE DI GUIDO GONELLA
(Roma, 21-25 novembre 1952)

Al momento della celebrazione del IV° Congresso nazionale della DC, il Segretario politico è l'on. Guido Gonella (in carica dal 19 aprile 1950), ed i Vice Segretari sono Domenico Ravaioli e Vincenzo Sangalli. L'on. Alcide De Gasperi guida il suo VII° Governo, costituito dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Repubblicano. E in Parlamento è stata recentemente approvata la nuova legge elettorale maggioritaria.
All'interno della DC il dibattito politico intorno alla linea degasperiana, particolarmente animato nel III° Congresso da parte della sinistra democristiana di Giuseppe Dossetti, appare ora molto più attenuato.
La relazione del Segretario politico on. Gonella verte su "L'opera della DC per la difesa e il rafforzamento dello Stato democratico", data la necessità politica di rafforzare le istituzioni democratiche, una volta fermata la minaccia comunista sul Paese, e alla vigilia delle nuove elezioni politiche nel 1953.
Altre tre sono le relazioni su cui si svolge il dibattito congressuale: quella del prof. Mario Ferrari Aggradi su "Stato ed economia", quella del prof. Giordano Dell'Amore su "Stato e amministrazione" e quella del prof. Giuseppe Petrilli su "Stato e sicurezza sociale".

* * *

L'opera della Democrazia Cristiana per la difesa e il rafforzamento dello Stato democratico

Dall'esperienza del passato ai cimenti del futuro

Il nostro Congresso deve compiere un esame di coscienza del Partito, in preparazione del programma elettorale del Partito. Vogliamo compiere un'opera interna di chiarificazione perché il Partito possa essere sempre più forte in faccia alle battaglie che lo attendono.
In un partito non basta accordarsi sui fini; bisogna accordarsi anche sui mezzi ed avere l'efficienza per adoperarli.
Nel 1946 eravamo uomini ansiosi di libertà; ora la nostra ansia vive nell'esperienza politica e quindi dobbiamo penetrare nel fondo di questa esperienza e trame le logiche deduzioni.

Le malattie della libertà

Sei anni fa, nel primo Congresso di Roma, si è fatto un troppo lungo catalogo delle libertà: in questi anni l'esperienza ci ha ammaestrati a individuare le presunte libertà, gli abusi della libertà, le malattie della libertà.
Oggi siamo in grado di dare un giudizio clinico su tali malattie, di fare una necessaria analisi critica per correggere errori, raddrizzare storture, per impedire illusioni, ristagni ed involuzioni che potrebbero divenire cause di decadenza. Gli abusi della libertà sono sotto i nostri occhi: servono per stimolare le passioni del popolo o per sfruttarne la scarsa avvedutezza.
Spesso si confonde il diritto di libertà con la possibilità di fare tutto ciò che piace, con la libertà dell'istinto, la libertà della demagogia rivoluzionaria, la libertà non di distribuire equamente la ricchezza ma di occupare le case dei ricchi per sostituire ai privilegiati di ieri più rozzi e prepotenti privilegiati.
Insieme ai suoi grandi benefici la libertà porta nel suo seno un duplice germe di degradazione: può ogni momento fallire o nella servitù o nell'anarchia, che è pure una forma di servitù. O il padrone dispotico o nessun padrone, cioè il dispotismo dell'anarchia.
Timori, invidie ed arrivismi insidiano ed avvelenano l'esercizio delle libertà pubbliche.
Oltre gli abusi della libertà vi sono le illusioni della libertà. Che serve al lavoratore la libertà contrattuale, la tutela dei diritti del lavoro, se manca la possibilità di lavoro? Che serve la libertà economica se questa favorisce le grandi concentrazioni, se favorisce i monopoli di cui i consumatori sono costretti a fare le spese?
Quante illusioni sulla libertà! Gli stessi comunisti si credono liberi nel loro partito, mentre sono come pesci nella rete e guai a chi riesce a sgusciare.
Che serve la libertà del suffragio, se il cittadino non sa quello che vuole o non vuole con la tenacia con cui deve volere?
È proprio la nostra esperienza politica che ci conferma nella convinzione che la libertà va associata nel mondo politico all'idea di diritto, e nel mondo morale a quella di virtù. Senza virtù e senza diritto non vi è società libera.
La libertà esige coscienza morale nei singoli. Come è possibile esercitarla nelle grandi cose della vita pubblica se non si è capaci di esercitarla nella nostra vita individuale? È, insomma, un problema di etica individuale prima che di etica sociale.
Molti amano non la libertà, ma i comodi frutti della libertà. L'uomo non sa il valore della libertà quando non ha la possibilità di raggiungere il bene. La libertà verbale manca della specifica ragion d'essere della libertà reale, cioè manca della possibilità di realizzare il bene.
Quindi chi, come il nostro Partito, vuole lavorare per il consolidamento dello Stato democratico deve educare alla libertà: l'idea della persuasione deve nascere spontaneamente prima dell'idea dell'imposizione.
Gli strumenti della libertà ci sono: ciò che manca è l'educazione delle masse al loro esercizio. Questa opera formativa deve essere uno dei principali compiti del Partito, perché scalza l'antidemocrazia alla base.
Noi non vogliamo imporre a nessuno un modo di pensare, ma vogliamo che questa possibilità di pensare ed agire a proprio modo sia a tutti garantita contro chi intende impedirla a proprio profitto. Ecco la ragione del nostro antitotalitarismo. Vogliamo impedire che, in nome di una libertà presunta, nella Patria di tutti, un inquilino violento cacci dalla casa gli altri inquilini, o li opprima. La casa deve essere la casa comune di tutti gli Italiani.

Le malattie della democrazia

Anche il nostro sistema democratico ha le sue malattie; vogliamo e dobbiamo curarle.
Le difficoltà attraverso le quali passa la nostra politica hanno insinuato negli spiriti meno robusti il dubbio sulla validità stessa delle istituzioni democratiche, sulla validità del sistema e dei metodi.
E non mancano gli apologisti di altri e ben diversi tipi di istituzioni che sarebbero più rispondenti alle esigenze di garanzie della sicurezza e della stabilità dello Stato.
Ma non bisogna incorrere nella tentazione di raffrontare i soli aspetti negativi di un sistema con i soli aspetti positivi di un altro. I sistemi vanno considerati in toto e basta farlo per accorgersi che, a parte le manchevolezze degli uomini, il sistema lento e paziente della persuasione ha innegabili vantaggi rispetto all'apparente risolutezza dell'autoritarismo improvvisatore, cui manca la vigilanza critica ed il correttivo del controllo. Ancora non è stata scritta la storia degli errori, del sangue e delle lacrime della "volontà di potenza".
La gente abituata a vedere le idee in divisa non sente il prestigio di una democrazia in abiti dimessi. L'esteriorità ancora incide in un mondo superficiale.
Le malattie più profonde della democrazia si curano subordinando gli interessi particolari dell'uomo politico agli interessi generali che egli deve curare. Importa alimentare le virtù dell'uomo pubblico. Noi, per primi, dobbiamo dare l'esempio.
Il sistema democratico esige un temperamento morale perché altrimenti stimola le vanità e le ambizioni, essendo il sistema che a tutti apre l'ascesa. E le ambizioni sono spesso in senso inverso al merito, alla coscienza delle responsabilità. Anche la coscienza dell'ambientazione storica della nostra politica ci aiuta a superare le attuali difficoltà del sistema democratico, a curarne le debolezze.
Noi ci troviamo in una specifica condizione storica, convivono con noi nel seno della democrazia, i più decisi nemici della democrazia, e per questo il nostro imperativo è quello della lotta per la democrazia. Per questo, nelle recenti trattative per l'intesa con gli altri partiti democratici abbiamo con tenacia sostenuto le tre note leggi di difesa della democrazia.
Non possiamo dimenticare che la democrazia si difende non tanto sugli spalti esterni quanto con il rafforzamento interno delle istituzioni. Non possiamo lasciarci distrarre dalle pure esigenze difensive: forse l'avversario mira a questo fine per ritardare la nostra opera di costruzione delle strutture democratiche.
La nostra democrazia deve essere una democrazia essenziale, una democrazia articolata, una democrazia militante.
Il nostro Partito ha tutte le qualità per intedere così e realizzare la democrazia: non dobbiamo fornire a nessuno prove della nostra democraticità, perché vi sono anni di vita di Partito, di Parlamento e di Governo che provano.

I cattolici e lo Stato

In questa nuova lotta per la libertà e per la democrazia, quale è il dovere specifico dei cattolici? Come può la D.C. essere la principale forza acceleratrice della tardiva maturazione democratica dello Stato italiano?
Per meglio comprendere i doveri dei cattolici che operano nello Stato e per lo Stato, bisogna avere una coscienza storica della loro posizione di fronte allo Stato.
Molti mali e molte deficienze che oggi lamentiamo hanno le loro profonde ragioni nella nasata dell'Italia nostra.
Il gigantesco lavoro per realizzare l'indipendenza e l'unità d'Italia non ha camminato alla pari con l'impegno di fondare una effettiva democrazia.
Il Risorgimento è stato un grande fatto politico ma non un grande fatto sociale. Opera di una élite intellettuale. Il Risorgimento ha visto lentamente le plebi trasformarsi in popolo: la ristretta vita municipale, il modesto sviluppo dell'industria e l'arretratezza delle campagne sono fatti storici che hanno pesato sull'evoluzione politica della Nazione. All'illuminismo del mondo della cultura corrispondeva la pigrizia delle masse.
Gli uomini del Risorgimento parlavano con coraggio a nome di un popolo assente, che non ha conosciuto accanto al Risorgimento politico un Risorgimento sociale. La lotta sociale incomincia tardi, sotto l'impulso di un socialismo guidato dalla stessa borghesia e sotto l'impulso dell'azione sociale dei cattolici sempre più sviluppatesi dopo la "Rerum Novarum" e gli insegnamenti del nostro maestro Giuseppe Toniolo. Il conservatorismo viene progressivamente intaccato dal nuovo riformismo, dall'incipiente sindacalismo che appare mentre è al declino la borghesia conservatrice del Risorgimento.
Ma il socialismo era contro lo Stato e, dopo la grande breccia aperta dal Partito Popolare di don Luigi Sturzo, bisogna arrivare alla D.C. per avere per la prima volta al potere non più la borghesia liberale, ma un partito di masse, espresso dal libero suffragio, un partito che si pone al centro dello Stato, ne costituisce il perno ed è ad un tempo un movimento nazionale e sodale. La D.C. diviene il partito governativo, mentre la borghesia liberale vede assottigliarsi le sue file e le masse di sinistra, non inalveate nello Stato da un socialismo che affronti la responsabilità e l'impopolarità del potere, tendono a sbandare verso il comunismo rivoluzionario.
La D.C. ha ereditato lo Stato costruito dalla borghesia liberale e dissestato dal nazionalismo eclettico di Mussolini, che non poteva inserire il popolo nello Stato; lo inserì solo formalmente perché con la forza e non con il consenso; ma non permise al popolo libero accesso a libere istituzioni. Solo con la D.C. il popolo entra nello Stato, la società viene a coincidere con lo Stato, mentre prima era stata sopravanzata da una élite. Ma per questa impresa era necessaria una classe dirigente nuova, che, però, sentisse la nobiltà del passato, che cogliesse la parte accettabile del liberalismo cavouriano, dell'idealismo mazziniano, in una parola dell'iniziativa risorgimentale, senza essere schiava di pregiudizi storici che hanno attardato l'evoluzione della democrazia italiana.
La D.C. ha abbattuto il mito artificioso, costruito dagli avversali, secondo il quale una politica dei cattolici doveva essere necessariamente una politica reazionaria e, nella migliore delle ipotesi conservatrice.
Noi fidiamo nella coscienza democratica dei cattolici italiani. In essa sta il principale presidio delle nostre istituzioni, ed a questa coscienza democratica è legato pure l'avvenire del cattolicesimo sociale.
Che mai sarebbe accaduto in Italia se, nel 1945, i cattolici fossero stati assenti dalla lotta politica? È facile rispondere: avrebbe vinto il comunismo.
Con noi il sistema democratico giuoca l'ultima carta: se va perduta, va perduto anche il sistema.
Inoltre, in questi ultimi anni l'Italia ha compiuto un'esperienza assolutamente nuova, l'esperienza della cooperazione fra Stato e Chiesa mentre nel Governo le maggiori responsabilità sono di un partito cristiano. Era un luogo comune e tradizionale che i cattolici al potere avrebbero finito per determinare, in questi rapporti, squilibri pericolosi per lo Stato.
Il nostro senso di responsabilità di cittadini e di credenti ha dimostrato come certe preoccupazioni del passato nei riguardi dei cattolici, oltre essere ingiuste verso la Chiesa, erano frutto di fantasia a volte persino malata. La pace religiosa, sancita in strumenti giuridici, mette sempre più radici nelle coscienza ed è lo stesso popolo italiano che ha risolto e risolve questo delicato problema.
Abbiamo continuato le migliori tradizioni risorgimentali con la più perfetta serenità della nostra coscienza cristiana. Molti ci attendevano al varco, ma oggi uno dei nostri vanti maggiori è quello di aver saputo dimostrare come si concilia in concreto il rispetto della libertà delle opinioni con i diritti della coscienza cristiana. Nessuno può dirsi offeso nei suoi diritti di cittadino a causa delle sue idee.
La pace religiosa significa distinzione e autonomia di poteri, e loro coordinamento su punti determinanti e per un bene comune.
Tocca alla Democrazia Cristiana tener desta l'affermazione del cattolicesimo sociale, e dimostrarne la sua fecondità a beneficio di tutti; tocca a noi tradurre in realtà storica e vissuta i grandi postulati della dignità della persona umana e della solidarietà e fratellanza dei cittadini. Noi dobbiamo dare l'esempio dell'esercizio fermo e disinteressato dell'autorità a servizio della comunità, affermando il predominio dello spirito in ogni manifestazione dell'attività umana, avendo la chiara coscienza di trascendenti e quindi inderogabili obbligazioni morali, sul cui rispetto si fonda la civiltà, ed il progresso della nostra storia, la quale risplende con la testimonianza che gli uomini sanno dare dei principi della loro vita morale.
L'anticlericalismo oggi è il comunismo, ma è anche l'anti-Italia; è anti-Chiesa cattolica e anche anti-Stato italiano per sua naturale elezione.
L'universalismo comunista è una forza del comunismo, ma l'universalismo cristiano è forza della storia, forza delle coscienze operanti nella storia.
Il Cristianesimo che ha civilizzato i barbari di ieri saprà civilizzare i barbari di oggi. Per tale fine sentiamo il dovere della cooperazione con tutte le forze spirituali che combattono per una società cristiana.

FORZA DELLO STATO

Stato democratico

Come cristiani e come Italiani, dobbiamo essere all'altezza di questa missione storica e, sulla base dell'esperienza di questi anni, lavorare per il consolidamento dello Stato.
Il nostro lavoro prende le mosse da una preliminare convinzione profonda: lo Stato, anzitutto, deve essere democratico.
Quindi, per noi, il problema dello Stato è inseparabile dal problema delle libertà politiche, perché lo Stato democratico è l'articolazione istituzionale delle libertà. Se la democrazia non rafforza la coscienza dello Stato e l'autorità dello Stato, sono destinate a perire le nostre libertà democratiche.
Vogliamo lo Stato amico dell'uomo: non vogliamo che questo mondo sia amaro come quello che l'ha preceduto.
Il nostro Stato democratico post-fascista non può essere uno Stato di restaurazione democratica: deve essere uno Stato di evoluzione democratica, ben attento sulle ragioni per le quali ad un certo momento e non a caso, in Italia e in Germania, le democrazie perirono.
Democrazia non è solo il governo di tutti, ma anche governo a beneficio di tutti. Non vi è democrazia se vi sono classi bisognose delle quali lo Stato non si cura, delle quali non si cura il potere da esse democraticamente espresso.

Stato forte

In secondo luogo, lo Stato democratico deve essere forte: Stato forte nella razionalità della legge e nella capacità di applicarla a tutela della libertà, a difesa dei diritti dei cittadini.
La forza è prima interiore nella giustizia della legge e poi è esteriore o strumentale nell'autorità di imporre la legge, di punirne, i trasgressori.
La forza dello Stato è nel suo diritto, nella legittimità del potere, nella razionalità delle disposizioni, nella precisione dell'ordine.
Lo Stato è forte se il legislativo è illuminato e se è stabile e forte l'esecutivo. La forza consiste anche nella sua stabilità e organicità.
Lo Stato forte non è lo Stato di polizia, ed il Ministro dell'Interno è certamente il primo a dare questa definizione.
Lo Stato forte non è lo Stato autoritario. Il fascismo era apparentemente forte. Fu definito: una dittatura temperata dall'universale inosservanza. L'inosservanza reale era più forte della disciplina apparente e lo si vide quando si entrò nell'avventura bellica.
La forza dell'autorità deriva dal consenso. Non è la forza che crea il consenso, ma viceversa. I dittatori sovietici e fascisti credono che chi ha il potere abbia anche le anime. Illusione. Chi ha con sé le anime, ha il potere.
Lo Stato forte non è guidato per amore, del potere, ma per senso del dovere verso la comunità.
È logico che al Partito e al Governo si chieda energia: sarebbe assurdo chiedere debolezza. L'energia è una virtù; ma il problema è di sapere quando e come si deve esercitare l'energia. Al chirurgo si chiede perizia, precisione, decisione; al macellaio conviene soprattutto l'energia.
Come non abbiamo voluto essere schiavi della forza, così non vogliamo essere schiavi della debolezza. Quando nello Stato sorge una forza che ha potere superiore a quella dello Stato, questa forza, se non si riesce a piegarla, assume le funzioni dello Stato.
I Napoleoni compaiono quando nessuno sa più né comandare né obbedire.
Con la democrazia forte, il comunismo lavora male, mentre lavora alla perfezione con le democrazie imbelli che il comunismo combatte con guerra aperta, oppure con i regimi fascisti che combatte con guerra sotterranea.
La forza dello Stato fa sì che i comunisti non siano indotti in tentazione di fare ciò che non devono fare.

Revisione costituzionale

Lo Stato è forte se la Costituzione è saggia, il Parlamento efficiente, le leggi illuminate, l'Amministrazione capace.
La D.C. — si sente dire — non rispetta la Costituzione: per giudicare la serietà di questa critica basta pensare che essa proviene dai comunisti che, per la loro politica dittatoriale, sono nemici costituzionali di ogni Costituzione.
I comunisti ogni giorno violano la Costituzione che esige dai cittadini il rispetto della "solidarietà politica, economica e sociale" e che a tale rispetto subordina l'esercizio dei diritti.
La revisione costituzionale che noi sosteniamo, non intende toccare i punti fondamentali della Costituzione: riguarda materie circoscritte a ciò che si è dimostrato inadeguato alle esigenze di un moderno Stato democratico; esso non può essere paralizzato da lentezze che talora distruggono l'efficacia dell'intervento governativo.
La Costituzione stessa ha previsto i modi e le forme della sua revisione. La tesi comunista dell'intangibilità della Costituzione è una tesi anticostituzionale e serve solo alla demagogia di chi ha per programma il "tanto peggio, tanto meglio".
La forza dello Stato risiede inoltre, non solo nella forza dei singoli poteri, ma anche nella loro coordinazione.
Lo Stato democratico, quale è previsto dalla nostra Costituzione, non è uno Stato in cui i poteri separati. Il sistema democratico esige che i poteri devono cooperare sia con la legge che con l'Amministrazione e con la giustizia ad affermare il sistema, a difendere il sistema voluto dal popolo italiano.
Ogni sabotaggio a questo ordinamento è contro lo spirito e la lettera della Costituzione.
Il potere deve essere adoperato. Il Governo non può essere semplice spettatore; deve agire, come deve agire il potere giudiziario nella repressione dei crimini.

Parlamento efficiente

Lo Stato democratico è forte se il Parlamento è capace ed efficiente.
Il Parlamento è il baluardo della democrazia, la quale vive se il Parlamento vive; altrimenti, in luogo del Parlamento la parola è al dittatore o alla piazza. Non ci sono altre scelte.
Il compito del Parlamento in questa rinascita dello Stato democratico era ed è un compito gigantesco, in quanto si dovevano superare le enormi difficoltà che sono inevitabili nel passaggio da un ordinamento giuridico e politico ad un altro ordinamento giuridico e politico. Mentre avviene il passaggio, lo Stato deve continuare a vivere. Non si può distruggere la casa inadeguata in attesa di costruirne un'altra; bisogna sostituire mattone a mattone, ed in ciò la difficoltà della nostra opera.
In questa Legislatura il nostro Parlamento ha approvato un numero di leggi dieci volte superiore a quello approvato dal Parlamento inglese. Inflazione legislativa? Non sempre. L'Inghilterra ha conservato la continuità del suo ordinamento statale, noi no, e per questo il nostro lavoro è difficile ed è esposto sempre al pericolo di errori e di iniziative disorganiche.
Ma Parlamento non significa parlamentarismo. Il Parlamento è retto da norme di tempi troppo remoti e diversi. Il nostro programma elettorale dovrà prevedere l'aggiornamento delle procedure parlamentari per adeguarle all'accresciuto lavoro delle Camere in rapporto ai più vasti compiti dello Stato. Non ultima è la necessità di impedire l'ostruzionismo: il diritto della minoranza di dire "no" non può ledere il diritto della maggioranza di decidere "sì".

Esigenze della tecnica legislativa

È stato giustamente detto che non bisogna mai fare con le leggi ciò che si può fare con i costumi, e che le leggi inutili tolgono forza a quelle necessarie.
Bisogna semplificare le leggi, discriminare meglio le norme di natura legislativa da quelle di natura regolamentare, le prime permanenti, le altre mutevoli.
Se la Costituzione prevede i decreti-legge, è ragionevole che vi si ricorra nei limiti e alle condizioni fissate dalla Costituzione stessa.
Ugualmente, le previste deleghe del Legislativo all'Esecutivo possono essere utili per sgomberare il Parlamento da una congerie di provvedimenti specificamente tecnici.
Infine, nella nostra operosa attività legislativa, resa in parte necessaria dalla gravita e variabilità delle drcostanze, dobbiamo far salva l'esigenza di garantire la certezza del diritto.

Riordinamento dell'Amministrazione

Infine, il riordinamento dell'Amministrazione. Tema onusto di storia e pur sempre attuale nella sua irrisoluzione.
Noi desideriamo una democrazia che sia popolare, che abbia, se non l'applauso, almeno la fiducia del cittadino, il quale ha una sensazione istintiva dell'inadeguatezza del nostro sistema amministrativo.
È nostro dovere contribuire a modernizzare la burocrazia, tecnicizzare la burocrazia, combattere il dispotismo delle carte sull'uomo, abituarsi a guardare al fatto umano che sta dietro le carte. È ciò che, per prima desidera la stessa Amministrazione le cui qualità sono ingiustamente negate dalla corrente faciloneria. Ma bisogna far presto prima che le piaghe diventino cancrene definitivamente incurabili.
L'accentramento del potere politico non è in contraddizione con il più largo decentramento amministrativo, come nel caso della Repubblica presidenziale americana, caratterizzata da un largo decentramento amministrativo.
Il decentramento costituisce un impegno costituzionale e pure un punto essenziale del nostro programma. Ma anche qui la situazione storica è determinante. È infatti noto l'abuso politico delle istituzioni amministrative operato dal socialcomunismo. Purtroppo lavoriamo in un clima storico nel quale manca la lealtà democratica, e per questo le riforme devono essere attente e graduali. Ma intanto incominciamo dal primo gradino, curando la malattia del dilazionismo, definendo meglio le responsabilità degli organi statali e pure degli parastatali, definendo meglio le responsabilità degli organi statali e pure degli Enti parastatali. In questo modo daremo prova di conoscere i nostri doveri verso l' "ordinaria amministrazione", che esige più dedizione e sacrificio della politica dei gesti.

Politica di riforme

La democrazia si difende e consolida con una coraggiosa politica di riforme sociali.
La politica delle riforme sociali è una politica di dovere per la D.C. anche se costa critiche.
Ogni riforma suscita inimicizie: tutti vogliono essere riformatori, nessuno vuoi essere riformato ed i riformati si coallzzano contro i riformatori.
Quando parliamo di riforme, non intendiamo il cambiare per cambiare, ma cambiare solo ciò che è necessario cambiare in un modo possibile e profittevole. L'inizio delle riforme è stagione di semine e non stagione di raccolti. Si vedono le difficoltà che incontrano le riforme, ma quale sarebbe la nostra politica se non avessimo promosso riforme?
Le nostre riforme sociali hanno il fine di promuovere la giustizia sociale, il progresso economico.
È la stessa Costituzione da noi voluta che ci ordina di togliere di mezzo gli ostacoli di ordine economico-sodale che di fatto limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini.
Lo Stato democratico deve promuovere il benessere economico: non basta la lotta contro il male, bisogna anche promuovere il bene, creando per tutti tollerabili condizioni di esistenza. È promuovendo il bene che si contribuisce efficacemente a combattere il male.
Il nostro solidalismo interclassista deve favorire l'uguaglianza dei punti di partenza, ma non può favorire l'uguaglianza dei punti di arrivo, essendo il cimento di ogni uomo affidato alla sua volontà, alle sue capacità.
Si afferma il dovere di difendere la Patria, ma come può il popolo essere infervorato a difendere la sua Patria se questa è madre immemore che gli nega giustizia, che non gli assicura un minimo di benessere essenziale?
Lo Stato democratico può avere due nemici: uno estemo al sistema, ed è la dittatura che tenta eliminarlo; uno interno al sistema, ed è la riluttanza a realizzare la giustizia, riluttanza che allontana la leale e cosciente adesione delle, masse alla democrazia.
Artefici del progresso del comunismo possono essere non solo i battaglioni di assalto di comunisti militanti, ma anche quegli anticomunisti retrivi che lottano contro il progresso sociale per la difesa del privilegio. Non si disse che una riforma è una rivoluzione ritardata e quindi eliminata?
La stabilità di un ordinamento è in rapporto alla sua capacità di riformarsi, e perciò una politica di progresso sociale condotta a fondo toglie al comunismo uno dei pretesti della sua esistenza: la nostra inadempienza di fronte ai bisogni sociali.
Conviene precisare che si toglie un pretesto, oppure una delle cause, ma non la causa del comunismo, il quale si fonda pure su ragioni di natura politica. Si rileva infatti che il comunismo è più vivo non nelle regioni in cui vi è il maggior disagio economico, ma in quelle come l'Emilia e la Toscana in cui vi sono più inventerate tradizioni rosse, inveterate pure fra le masse che non mancano di lavoro e talora anche di benessere. Si sono viste in Emilia squadre di comunisti che marciavano in lambretta con cartelli invocanti pane e lavoro.

Difesa dei ceti medi

La politica della D.C. deve essere sempre più la politica del medio ceto, quello che ha il culto della famiglia e della Patria, dell'onestà negli affari e della buona amministrazione, questo ceto che vuoi essere difeso dal comunismo.
I ceti medi sono conservatori di sani valori morali, ma sono anche riformisti sul terreno sociale. Comprendono la nostra politica di riforme. Bisogna dare al ceto medio la fiducia di trovare soddisfatte le sue aspirazioni, e se la democrazia non lo difende, esso cercherà altrove la difesa.
È un ceto di alto valore umano: ha pagato con il sangue dei suoi figli e con il sacrificio della rovina economica il maggior peso della guerra.
Lo Stato nuovo deve venire sempre più incontro al ceto medio, che è il ceto più sinistrato dalla guerra e dal dopoguerra. Questo deve essere un impegno essenziale del nostro Partito e deve essere sempre presente nella nostra attività legislativa e governativa.

Lotta contro la disoccupazione

La lotta contro la disoccupazione è certamente l'obiettivo principale della nostra politica economica. Le iniziative sono già molte, concrete e promettenti; è un vanto della politica del Governo. Ma bisogna andare a fondo, perché qui soprattutto si deve sentire il nostro impegno.
Bisogna procedere. Hitler arrivò al potere quando la disoccupazione tedesca era al vertice (oltre cinque milioni di disoccupati).
Lotta contro la disoccupazione anzitutto per ragioni umane, e in secondo luogo per non impoverire l'economia nazionale dell'apporto di forze produttive.
Per favorire un alto livello di occupazione è necessario perseguire una politica di espansione della produttività ed integrare la nostra economia nell'economia degli altri Paesi. Nessuno può volere un assorbimento di disoccupati in attività improduttive che sia causa di dissesto per un numero molto più elevato di occupati. È una medicina che estende il male. Non si può allargare la povertà per soccorrere i poveri. Per aumentare il benessere bisogna aumentare la produzione: non vi è altra via d'usata e solo l'aumento della produzione aumenta le possibilità di lavoro e di distribuzione.
Lavoro per tutti: questa è la nostra parola d'ordine. Lavoro che aiuti, fra l'altro, ad uscire dai duri impacci l'estesa e deplorevole disoccupazione intellettuale.

Lotta contro la miseria

La forza dello Stato dipende, in maniera notevole, dalla sua capacità di promuovere l'avanzamento delle condizioni del popolo, la liberazione dei diseredati.
Nella nostra esperienza economica vi sono due forze sociali in gioco: la proprietà e la miseria. La prima ha la forza dei mezzi, la seconda ha la forza della disperazione.
Il nostro tema è questo: bisogna eliminare la miseria eliminabile, cioè quella prodotta dall'ingiustizia sociale.
Finché vi è miseria non non vi è libertà per tutti, non vi è democrazia, che è il regime della giustizia per tutti. In ciò la nostra libertà si differenzia radicalmente dal liberalismo del "lasciar fare". Non possiamo intendere la libertà come un "vuoto pneumatico": senza possibilità di effettivo esercizio, la libertà resta un nome.
I conservatori cercheranno di persuadere la miseria a pazientare. Noi non siamo conservatori e consideriamo pietoso questo pazientare.
Attraverso il suffragio, noi abbiamo ricevuto il potere soprattutto dai poveri (questa non è demagogia), e non lo possiamo esercitare perché la ricchezza privilegiata resti intangibile con quel minimo di concessioni che la rendano tollerabile: il potere lo esercitiamo per distruggere la miseria. Se ciò non facciamo, tradiamo il nostro mandato, tradiamo la dignità del cristiano. Se non rappresentiamo noi le richieste della miseria, chi le rappresenta?
Per governare bene bisogna anzitutto patteggiare per le vittime della società: a tale fine lo Stato non solo può, ma deve intervenire nella vita economica del Paese. Se non interviene, è espressione di una società congelata.
In ciò siamo spinti dal dovere morale di soppiantare, la miseria anche se essa fosse rassegnata e non irritata socialmente. Ci interessano le sofferenze, più che le conseguenze sociali delle sofferenze: togliendo le prime, si tolgono anche le seconde.
E allora la nostra politica deve marciare risolutamente non tanto per l'assurdo gusto di combattere la proprietà, che pure ha la sua funzione sociale, quanto per sradicare la miseria. La prima strada di questo cammino conduce a fare i conti con la ricchezza privilegiata.
La nostra società è economicamente distribuita su quattro piani: la miseria dei senza lavoro, la povertà dei lavoratori manuali e del ceto medio, il benessere della proprietà, il lusso e lo sperpero della ricchezza privilegiata. Bisogna incominciare da quest'ultimo piano per eliminare il primo e per raccorciare le distanze fra il secondo ed il terzo che soffre già, da una parte, per i sottosalari delle classi lavoratrici, dall'altra, per il deleterio declassamento del ceto medio. Il problema non si risolve solo con il pur benemerito umanitarismo o con la filantropia, che possono interessare casi marginali e in maniera intermittente; si risolve sul terreno dello Stato democratico, il quale in ciò ha forse la più attuale ragion d'essere in questo clima stanco. La miseria è il sintomo della società malata e curando la società si soppianta la miseria.
Premio del rischio, compenso dell'inventiva e dell'efficienza organizzativa sono ragioni e fondamenti della ricchezza non privilegiata, di una ricchezza che non cresca all'ombra dei protezionismi a spese della comunità, a spese di tutti i consumatori. È contro la ricchezza privilegiata che l'intervento dello Stato deve determinare l'economia del Paese secondo giustizia sociale, impedendo che con i monopoli, con i protezionismi e con gli sfruttamenti, la ricchezza si formi con una tassa imposta alla società.
Come possiamo parlare di pace intema e di pace internazionale, quando i rapporti fra ceti e ceti sono dominati dalla legge del più forte che conduce alla lotta per la garanzia del minimo vitale?
Al fine di soddisfare questa esigenza, l'economia della concorrenza privata, per altro senso apprezzabile, è già fallita, ha mostrato il suo tallone di Achille: non resta che sviluppare il pubblico intervento. Può essere non sufficientemente efficace, può determinare altri inconvenienti ma deve essere ugualmente tentato. È un problema di moralità sociale prima di essere un problema di progresso sociale.
Oltre il rafforzamento giuridico ed il rafforzamento economico, la D.C. si propone di effettuare il rafforzamento politico dello Stato.
Tale rafforzamento politico si realizza con la lotta sempre più decisa contro il comunismo e contro il fascismo.

COMBATTERE IL COMUNISMO

Il comunismo è dittatura

II nemico n. 1 è il comunismo. Bisogna conoscerlo sempre meglio, affrontarlo sempre più.
La tattica comunista è molto chiara, perché già sperimentata in vari Paesi. O la rivoluzione dal basso o la rivoluzione dall'alto attraverso la conquista di alcuni strumenti del potere che permettano di smagliare il tessuto dello Stato democratico. L'azione era già incominciata quando i comunisti erano al governo. Attraverso la cooperazione di movimenti borghesi che tradiscono l'ideale democratico, il comunismo tende ad instaurare quella "democrazia progressiva" che è l'anticamera della dittatura del proletariato, cioè la dittatura degli sfruttatori del proletariato.
Al comunismo ci opponiamo non per spirito reazionario ma proprio per l'opposto; la reazione è il comunismo che conduce a dittature che uccidono la libertà.

Il comunismo è schiavitù

La democrazia vuole l'uguaglianza nella libertà, ed il comunismo l'uguaglianza nella soggezione, effettuando un'integrale confisca della libertà.
Dove ha anche una piccola leva del potere il comunismo opprime l'uomo. A questo proposito, conviene ricordare che il lavoratore italiano vuoi essere liberato da quei tirannelli rossi che, influendo sul collocamento, dispongono del lavoro e del pane della gente costretta a subire una tessera.
I comunisti non sono pastori del gregge, ma mercanti in veste di pastori.
Nell'Europa orientale i comunisti solitudinem fociunt et pacem appellant. La Croce soffre all'ombra della cortina di ferro. Divisioni, calunnie, persecuzione oppressioni e morte. La Chiesa è divenuta "Chiesa del silenzio", ed i credenti son chiamati "clandestini di Dio". Schiavitù che fa risplendere la verità in catene.

Il comunismo è ipocrisia

L'ipocrisia del comunismo si serve di un'abile tattica trasformistica e rende deteriore e detestabile quella che. è stata una debolezza del costume politico italiano.
Lo sforzo tattico del comunismo consiste nel truccare con la terminologia degli ideali degli avversari (la Patria, la pace, ecc.) i suoi obiettivi di asservimento, e la sua marcia alla conquista di quella che fu definitiva "la terra di nessuno" cioè la zona grigia, incelta ed oscillante dell'opinione pubblica.
Il trasformismo si raffina e diventa l'arte del doppio giuoco.
Gli eroi del doppio giucco procedono mascherati alla conquista del potere. Parlano di pace e di libertà e sono i professionisti della guerra e della oppressione. Essi, ed i loro sinistri compagni di viaggio, dove arrivano puniscono con la morte non solo i crimini ma anche le idee diverse dalle loro.
Al doppio giuoco comunista si aggiunge quello della gente spregevole che vuoi tenere il piede in due staffe: vuole usufruire dei benefici dello Stato democratico ed aver in tasca la polizza rossa di assicurazione per il caso di decesso della democrazia.

Il comunismo è demagogia

La demagogia del comunismo oppone le sue folle al Parlamento. È comodo. Nelle piazze le folle non parlano: sono adulate e stimolate nei loro istinti. È il mondo del monologo e non del dialogo, della passione e non della ragione. Il popolo intesse la vita civile quando ogni uomo designa un suo rappresentante negli organismi elettivi, perché appunto in essi che, attraverso il dialogo, la storia si costruisce.

Il comunismo è disgregazione

Il comunismo quindi è una forza di disgregazione, una forza di corruzione politica con la sua sottovalutazione delle ragioni ideali che animano gli uomini. Non esistono esigenze di integralismo: al contrario, è molto comunista il riverire ed onorare sotto le insegne della distensione quegli ospiti che il comunismo cerca di adulare mentre li disprezza.
Noi abbiamo avuto direttamente dal popolo il mandato di combattere il comunismo. L'anticomunismo non può essere un nostro gusto o capriccio; è un dovere assunto di fronte, alla nostra coscienza e di fronte alla Nazione.
Vi furono coloro che credettero di aver battuto il comunismo con il voto del 18 aprile: quella vittoria elettorale non era una vittoria definitiva contro il comunismo, bensì un mandato a combattere una battaglia. Era la scelta, fatta dalla Nazione dell'esercito migliore per combattere questa battaglia.
Il progredire della lotta contro il comunismo è convergente con il progresso del consolidamento dello Stato democratico, con l'aumento del prestigio dello Stato democratico. La politica dello Stato democratico è la politica di chi lavora sapendo di avere un nemico in casa, pronto a sfruttare ogni debolezza, a rilevare ogni lacuna, mai disposto a riconoscere nulla di buono.
Per la difesa dello Stato democratico abbiamo dovuto lottare e lottiamo contro le quinte colonne che il comunismo ha lasciato negli ingranaggi dello Stato, quando venne cacciato dal potere.

Leggi contro il comunismo

La lotta contro il comunismo deve essere energicamente condotta su tutti i fronti. Dobbiamo anzitutto combattere il comunismo con le leggi.
Non manca chi chiede che il comunismo sia fatto "fuori legge". Non c'è bisogno di farlo; semmai è esso che vuoi porsi fuori legge.
In questa fase della politica democratica di tutte le Nazioni occidentali, il problema non è di porre il comunismo "fuori" legge, bensì "sotto" legge, di combatterlo con gli strumenti della legalità sempre più rigorosa e sempre più rigorosamente applicata.
La nostra impresa, l'impresa che più duramente impegna il nostro sistema, è questa: battere il comunismo con le armi della democrazia. È la battaglia più difficile, ma è anche la più risolutiva; questa è la nostra battaglia. Se i risultati finora non sono stati quelli desiderati, non bisogna con ciò infirmare la bontà del metodo, dovremo meglio applicare questo metodo fino alle sue più logiche conseguenze.

Propaganda contro il comunismo

Dobbiamo combattere il comunismo con la propaganda. E questo deve essere un impegno specifico del Partito.
È stato giustamente osservato che il comunismo, nella sua propaganda, ha un linguaggio efficace al servizio dell'errore; noi abbiamo la verità, ma non abbiamo un linguaggio adeguato ad essa.
Il tono aggressivo della propaganda comunista incide anche sulla valutazione del sistema democratico, che, per molti, finisce con l'apparire un sistema il quale, in luogo di garantire la libertà per tutti, la permette solo ai più attivi e insolènti, in ragione del silenzio delle zone. sane della Nazione.
Il comunismo non pensa mai che le sue suggestioni propagandistiche siano automatiche, cioè che la buona causa sia già di per sé propaganda efficace. Per esso, la causa non conta, può essere anche pessiva; dipende dal modo di presentarla, di organizzare la propaganda, che è arte di manipolazione dell'opinione pubblica. Questa tecnica rende presentabili le menzogne più patenti, tipo lo spirito di pace dei sedicenti partigiani della medesima. La spregiudicatezza del falso paralizza quel tanto di capacità critica e riflessiva che vi può essere in folle sistematicamente martellate dal fanatismo.
È un lavoro duro che esige un apparato efficiente e tenacia inesauribile, ma l'uno e l'altro non mancano al comunismo per neutralizzare gli effetti di una stanchezza che non può non nascere dall'insistenza nella tensione rivoluzionaria.
Bisogna organizzare la contro-propaganda e il contro-proselitismo.
Nostro dovere è quello di curare la penetrazione capillare; il comunismo in fatto di capillarità non ha inventato nulla; al contrario, ha seguito un sistema di penetrazione che ci è familiare.
La nostra contro-propaganda deve diventare spedalizzata, deve essere una propaganda di ambiente, nelle fabbriche, negli uffici, nel mondo della cultura.
La nostra propaganda deve scoraggiare lo spirito rivoluzionario. Dobbiamo favorire una situazione in cui il mestiere del rivoluzionario non sia un mestiere che si esercita nella certezza che, se le cose non mutano, non c'è nulla da perdere, e se mutano c'è molto da guadagnare.

Il nostro esercito anticomunista

Noi siamo l'esercito anticomunista. Abbiamo tutti i titoli ideali e tutte le possibilità pratiche di condurre a fondo la battaglia.
La D.C. è stata, e continua ad essere, il più radicale e più efficace antagonista del comunismo.
Anzitutto, il fanatismo comunista non si combatte con i generici ideali laici: per combatterlo a fondo ci vuole una fede religiosa, la nostra fede, perché prima di essere una politica, il comunismo è una concezione della vita che sta agli antipodi della nostra.
In secondo luogo, la D.C. è l'unico Partito che abbia una organizzazione capace di arrivare fin là dove arriva la cellula e quindi di tenere accesi innumerevoli focolai di lotta.
In terzo luogo, la D.C., non avendo alcuno dei pregiudizi del classismo e del conservatorismo, è il Partito che ha la maggiore larghezza di possibilità di promuovere riforme che dovrebbero contribuire a togliere il terreno sotto i piedi all'azione comunista.
In quarto luogo, la D.C. combatte il comunismo con un metodo nuovo rispetto a quello sperimentato per un ventennio: si tratta del metodo democratico. Abbiamo fiducia in tale metodo, ma non abbiamo ancora la conferma storica della bontà di tale metodo: abbiamo invece la conferma storica dell'inefficienza del metodo oppressivo del fascismo che ci ha regalato due milioni di comunisti.
In quinto luogo, è la D.C. che ha promosso la politica atlantica dell'Italia e sono evidenti le analogie fra la difesa intema contro un partito comunista e la difesa delle potenze democratiche contro i pericoli di aggressione sovietica. Sono due aspetti di uno stesso fenomeno. Nel campo della cooperazione europea, la solidarietà della D.C. con gli altri partiti democratici cristiani che in Germania, in Francia, nel Belgio e in Austria sono all'avanguardia della lotta anticomunista, conferma il carattere non contingente ma organico, sistematico e pure internazionale, della nostra posizione di battaglia.
Per tali ragioni riaffermiamo che la D.C. è il principale baluardo nella lotta contro il comunismo; essa ha una funzione direttiva nello schieramento democratico anticomunista. Con la D.C. devono cooperare tutti i cittadini che desiderano fronteggiato il pericolo, cooperare non per scegliere un male minore, ma per intrinseco riconoscimento dei nostri propositi, della nostra azione, e dei nostri successi in queste battaglie. È dalla forza di questa adesione che dipenderà anche l'efficacia dell'ulteriore azione nostra.

Totalitarismo di destra

La difesa integrale della democrazia deve fronteggiare i pericoli di reincarnazione dei nemici di ieri, i pericoli di trasmigrazione delle anime di un torbido passato.
Il rigurgito delle destre non è un fenomeno esclusivamente italiano: lo si constata in molti Paesi.
La destra fascista si illude che sia per essa giunto il momento di passare dalla critica delle istituzioni democratiche alla lotta per il loro disgregamento.

Il neo-fascismo

La nostra valutazone del fascismo è chiara, e non di oggi.
Decisi avversar! del sistema — e lo abbiamo dimostrato quando era meno facile dimostrarlo — storicamente riconosci amo tutto ciò che si deve riconoscere.
Molti italiani furono costretti ad appartenere al fascismo per legittima difesa dei diritti del loro lavoro, della loro famiglia. Noi non abbiamo nulla da rimproverare ad essi; anzi la democrazia offre a loro la possibilità di operare e combattere in un mondo nuovo in cui la libertà è rispettata, in cui le convinzioni hanno diritto di cittadinanza. Possono godere la loro dignità di uomini, ma in virtù del nostro sistema e non del loro. Comunque non abbiamo da rimproverare il passato ai responsabili del passato. Non sostenemmo che il fascismo era una dittatura? Dittatura significa responsabilità di capi e non responsabilità diretta di popolo.
Diversa cosa è la reincarnazione del fascismo. Fra il vecchio e il nuovo fascismo vi è un grande fatto storico, vi è la catastrofe nazionale, vi è la rovina della Patria, vi è il sangue versato dalla nostra gioventù, vi è il pianto delle madri d'Italia. Ma siamo impazziti? Si vuoi ridar credito ai falliti di ieri? A coloro che, dopo aver distrutto, essi, la casa comune, oggi rimproverano a noi, non responsabili della distruzione, di ricostruire con eccessiva lentezza, di non ricostruire l'Italia migliore di prima? Proprio essi che portano la responsabilità di tante rovine!
Il loro impossibile avvento significherebbe all'interno la guerra civile, all'esterno l'isolamento dell'Italia dal mondo occidentale che coopera alla nostra difesa e che non coopererebbe con i responsabili del nostro triste passato.
Né Russia, né America, essi dicono; cioè la politica di Ponzio Filato in un mondo furente che ogni giorno vuoi crocifiggere la verità. Vogliamo che la Patria nostra sia la terra di nessuno, come fu nei secoli oscuri, quando era arata dalle invasioni straniere.
Il partito del Maresciallo Graziani è il partito dell'uomo che personifica il tradimento al potere legittimo, la repubblica di Salò, la servitù militare all'hitlerismo, la guerra degli Italiani contro gli Italiani. E questo partito di spettri di un passato, che desideriamo non combattere ma dimenticare, dovrebbe essere il partito dell'avvenire?

Le "Forze nazionali"

Vi sono delle forze che si chiamano "nazionali": sono le forze che hanno portato la Nazione italiana dalla grandezza alla rovina.
La forza nazionale siamo noi, che dalla polvere della sconfitta abbiamo riportato il Paese all'indipendenza ed alla parità dei diritti con le grandi Nazioni.
La D.C. è nazionale appunto perché cristiana, perché il Cristianesimo alimenta il culto dei valori nazionali. Il nostro è un Partito nazionale perché ha a cuore anzitutto gli interessi nazionali, ed infine perché la Nazione si è espressa ormai più volte prevalentemente in nostro favore.
Nello Stato democratico come noi l'intendiamo, l'istanza sociale deve integrarsi con la istanza nazionale.
La Patria non può essere monopolio delle sedicenti "Forze nazionali": la Patria è di tutti, non nella rettorica della parola, ma nel sentimento dei cuori, nella comunione degli spiriti.
La destra non potrà mai essere la "terza forza", anche per contraddizione interna tra il monarchismo armatoriale ed il repubblichinismo di Salò.
In queste posizioni intendiamo essere fermi e c'è da sorridere e da compiangere quando si sentono o si leggono in giornali, preoccupazioni per lo spirito retrivo del Partito o di alcuni suoi uomini, per presunte tenerezze o slittamenti reazionari.
Nessuno ha il diritto di mettere in dubbio ciò che si dice, quando la propria vita dimostra la coerenza a ciò che si afferma.

Non dividere la democrazia anticomunista

Per l'efficacia della lotta contro il comunismo bisogna non dividere il Centro democratico e anticomunista.
Che ne sarebbe dello Stato democratico se i cattolici fossero divisi nella difesa della democrazia? La loro divisione significherebbe non solo la catastrofe dello Stato democratico, ma il sicuro avvento non di regimi reazionari di destra, bensì della Repubblica sovietica italiana.
Deve quindi essere ben chiaro che gli sbandamenti a destra non costruiscono nulla: hanno il solo risultato di indebolire la D.C. ed il sicuro effetto di permettere l'avvento del comunismo, il quale desidera una cosa sola: la divisione del Centro democratico a vantaggio del neo-fascismo, il crollo dell'unico ostacolo che gli sbarra la strada.
In questo senso, sia pure involontariamente, lavorano quelle correnti, pur deboli ed isolate, che in altri partiti democratici usano configurare la D.C. come un partito retrivo, finendo con l'indebolire le forze di attrazione verso il Centro ed il proselitismo stesso dei partiti democratici, proselitismo scoraggiato dall'intesa con una forza ritenuta retriva.

RAFFORZARE IL CENTRO

Politica di Centro

Con questo spirito e con questa nostra impostazione della lotta contro le forze antidemocratiche, abbiamo cercato di stringere la cooperazione fra i quattro partiti democratici.
In tale occasione abbiamo riaffermato la nostra inconfondibile funzione di Partito di Centro: qui risiede il nostro integralismo.
La D.C. deve essere il centro di un equilibrio dinamico della democrazia italiana. Come partito di Centro, siamo partito di Governo oggi e domani, perché anche domani nessun Governo si potrà costituire senza di noi, nessun Governo contro di noi.

Intesa fra i partiti democratici

Sulla base di un programma essenziale, che lascia ad ogni partito la sua autonomia ideologica, con il Patto del 15 novembre si è realizzato uno schieramento democratico articolato dalla cooperazione della D.C. con i partiti di centro-sinistra e di centro-destra. In questo schieramento la D.C. è la vera forza, avendo superato l'antitesi tra socialismo e liberalismo.
Gli obiettivi dei partiti democratici sono chiari: con la loro cooperazione combattere per guadagnare terreno a sinistra e a destra, e particolarmente in quelle zone marginali che possono riconoscere l'errore di seguire, da una parte, il comunismo, dall'altra il fascismo.
Il patto a quattro è un patto di cooperazione democratica, elettorale e parlamentare.
Gli altri tre partiti democratici hanno compreso che la politica dell'isolamento è scarsamente operante.
La sorte dei partiti democratici è solidale. Quando si flette l'elettorato della D.C., si flette anche l'elettorato degli altri partiti democratici. Ogni discredito della D.C. per opera di altri partiti democratici è una forma di autolesionismo della democrazia. Si recuperano forze a sinistra ed a destira se si sa che al Centro dello schieramente democratico vi è un partito forte e lealmente democratico. L'opposizione costituzionale ha un significato nella dialettica di un regime democratico consolidato. Ma — come giustamente si osserva — quando il Parlamento è l'arena della lotta fra democrazia e antidemocrazia sempre militante e sempre sufficientemente forte per tentare la sua impresa di conquista del potere, l'opposizione costituzionale finisce fatalmente col risolversi in un involontario e indiretto contributo alla battaglia contro la democrazia.
In tale situazione è più logico che la dialettica fra i vari partiti democratici si sviluppi nell'interno del Governo: questa è stata la ragione dell'opportunità storica dei Governi di coalizione.
Abbiamo promosso una legge elettorale che rispetta la libertà dell'elettore, che rispetta la giustizia rappresentativa mirando non a trasformare minoranze in maggioranze, ma a garantire la funzionalità della maggioranza assoluta nel Parlamento e nel Governo.
Legge elettorale sì, ma — ricordiamo qui in sede di partito — il problema elettorale è non un problema di legge, ma un problema di forze del Partito e di prestigio della nostra politica nel Paese.

PARTITO FORTE

PASSATO ED AVVENIRE DEL PARTITO

Unità vitale

Gli Italiani hanno creduto nel nostro programma senza conoscere gli uomini che ne erano portatori; potranno credere sempre più anche negli uomini, solo in quanto questi terranno fede al programma, in quanto avranno una coscienza sempre più profonda e cristallina del loro dovere, delle loro responsabilità storiche.
La battaglia è dura e non possiamo prenderci il lusso dell'oziosa sofistica interna o dei dialoghi con un avversario intrattabile.
Gli avversar! hanno cercato di seminare diffidenza e sospetto intorno a noi per deprimere il prestigio morale del Partito presso l'opinione pubblica. Noi ci difendiamo con la pubblica conferma di un costume politico irreprensibile, ci difendiamo davanti al tribunale dell'opinione pubblica che, anche nelle elezioni di questo autunno, ha confermato in maniera clamorosa la fiducia nel nostro Partito.
Ringraziamo il nemico che non ci dà sosta, che ci vieta il sonno, che ci fa vivere vigili e sempre appassionanti.
Il Partito è una comunità politica, sociale, nazionale, religiosa. Il nostro integralismo risiede nell'unità della nostra fede politica, nella compattezza dei nostri spiriti, nella decisione della nostra azione.
C'è stato, c'è, e ci sarà il problema delle correnti: problema eterno di tutte le formazioni associative, anche le più perfette.
Il nostro è un Partito articolato, un Partito interclassista, in cui hanno diritto di cittadinanza orientamenti che si possono trovare tra loro in posizione dialettica. Questa è una ricchezza e non una povertà del Partito, a condizione che non si dia vita a correnti organizzate, vietate anche dallo Statuto.
Nessun desiderio di conformismo; si desidera fedeltà al Partito, la fedeltà che è una coerenza logica ed una costanza morale. E la fedeltà c'è perché, anche quando vi è dissenso, si tratta di un dissenso strumentale e non metodico.
Siamo uniti non solo perché sentiamo la saldezza dei nostri legami, perché abbiamo il dovere di essere uniti e non abbiamo il diritto di dividerci, giacché così ci volle il popolo italiano quando con così larghi concensi elettorali verso di noi si rivolse.
Dobbiamo aumentare la compattezza e l'unità togliendo le cause della disunità, favorendo la costituzione di organi omogenei, forti non solo nella fede, ma anche nelle opere.

Servizio sociale

Nel 1948 si vide in noi una diga. La diga è stata ed è robusta: non ha tradito le aspettative, perché ha resistito e resiste. Ma la diga non può che arginare; può compiere un'azione solo passiva, può contenere e non togliere le cause del male.
È questa la politica del "contenimento".
Se vogliamo, come vogliamo, decisamente progredire, dobbiamo combattere in trincea.
Il Partito non può limitarsi a chiedere che il Governo faccia: deve esso fare. Vi sono campi sterminati d'azione in cui l'opera del Governo non può arrivare. Si tratta soprattutto dell'opera di formazione democratica, di educazione delle masse, di lotta al comunismo nella coscienza degli uomini (ed è ciò che soprattutto importa).
Dobbiamo saper arrivare al cuore della società sofferente per guarirla dalle sue malattie fisiche e dalle sue storture mentali, soprattutto per liberarla dall'ignoranza che costituisce il terreno più favorevole all'azione del comunismo.
Ciò esige una più intima cooperazione del Partito con tutte le istituzioni di formazione religiosa del popolo, con le istituzioni sindacali, assistenziali e ricreative, che vanno rispettate nella loro autonomia, ma assieme alle quali dobbiamo lavorare se vogliamo raggiungere i nostri obiettivi di redenzione sociale.
La vita del Partito non può, non deve risolversi in una vita di assemblea in cui si discutono i grandi problemi politici.
La democrazia del Partito non può essere solo libertà di discutere: deve essere anche impegno di fare, di fare per il popolo.
Perciò il Partito deve essere inteso come un "Servizio sociale" che impegna l'attività non solo delle Sezioni, ma anche dei singoli in opere di apostolato sociale.
Con questo programma di lavoro, il Partito non potrà essere visto come un inutile diaframma fra il cittadino e lo Stato; sarà visto come una forza orientatrice dell'opinione pubblica, e quindi un interprete di essa presso coloro che nel Parlamento e nel Governo operano per la realizzazione dei nostri ideali cristiani.

On. Guido Gonella
IV° Congresso Nazionale della DC
Roma, 21-25 novembre 1952

(fonte: biblioteca Butini)


torna indietro home page stampa la pagina Portale della Democrazia Cristiana - un progetto ideato dall'Istituto "Renato Branzi" di Firenze
hogan interactive, hogan stivali scarpe, hogan scarpe 2015, hogan scarpe italia, hogan scarpe outlet, hogan scarpe 2014