LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL TRATTATO SULLA C.E.C.A.: INTERVENTO DI ALCIDE DE GASPERI AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 11 marzo 1952)

L'Italia deve affrontare la ratifica del Trattato istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, la prima grande istituzione comunitaria. Il dibattito parlamentare sul relativo disegno di legge di ratifica inizia in Senato con una mozione di rinvio, sulla quale interviene il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi l'11 marzo 1952 per sostenere viceversa la necessità di procedere nella discussione e nella ratifica.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro degli affari esteri. Il Governo ha fede nella saggezza del Senato e nell'utilità del suo consiglio, e chiede al Senato di non rifiutargli questo contributo e di condividere col Governo all'inizio di un cammino molto laborioso, non riguardante solo questo settore, la responsabilità di un passo che può portarci a conseguenze molto più vaste che non siano quelle del settore specifico che oggi è in discussione. Quindi io prego il Senato di discutere, di portare tutte le ragioni pro e contro, di sottoporre tutte le obiezioni tecniche, perché anche questo argomentare, questo obiettare ci potrà riuscire utile. Il non discutere non sarebbe più una obiezione di carattere tecnico, una obiezione di carattere economico: sarebbe evidentemente, anche per le ragioni esposte dai proponenti, una opposizione di carattere politico.
Ora proprio su questo carattere politico bisogna essere chiari, ed il Governo ha bisogno del vostro appoggio, del vostro consiglio, del vostro parere, detto francamente, non nascosto, ma precisato, determinato eventualmente anche con l'avallo della responsabilità di una deliberazione, perché non è esatto - non voglio dire che non sia esatto, perché questa mia affermazione potrebbe riuscire offensiva all'illustre proponente - ma dirò non corrisponde alla realtà che la situazione oggi sia capovolta. Non è che noi abbiamo voluto abbattere quello che si era costruito in concreto nei diversi settori, per costruire o aprire la via ad una costruzione nuova, totale, simmetrica, come sarebbe l'Unione europea, la Federazione europea. No, abbiamo cercato di immettere nel concreto stesso di alcuni provvedimenti già elaborati ed esaminati soprattutto dal punto di vista di una collaborazione economica, il fermento che possa sviluppare veramente questa autorità politica e questa federazione politica che secondo noi è una necessità. Ora ripeto qui quello che dicevo altre volte in sede competente, quando si discuteva dell'esercito europeo: senza dubbio, se in un certo periodo di tempo non nascerà questa autorità politica responsabile su basi democratiche, difficilmente queste istituzioni reggeranno e difficilmente soprattutto avranno lo sviluppo e l'effetto che i promotori stessi si propongono. Ma per fare questo non bisogna abbattere le prime pietre angolari, che sono proprio le istituzioni che si sono create e che hanno trovato la formula concreta dell'attuazione.
Ecco perché io dico che se veramente, sinceramente vogliamo la Federazione europea e vogliamo lo sviluppo politico statale, non dobbiamo arrestare la nostra opera dinanzi a questi istituti concreti che possono costituire la base sulla quale questa federazione si può fondare. Non è esatto che questi istituti possano impedire questo sviluppo, tutt'altro. Quando penso a proposito dell'esercito europeo, cui si è riferito come esempio analogo l'onorevole proponente, all'amministrazione così grave, così importante di un bilancio comune in Europa, mi dico: è possibile che questo regga, che questo si sviluppi senza la responsabilità di una autorità politica comune? No; è la logica delle cose, è l'esempio della storia, è l'esperienza che ci dice: questo non è possibile, non sarà possibile. Ma non è che con questo ragionamento noi ci siamo opposti alla creazione dell'esercito europeo. Noi abbiamo accettato anche i sacrifici di una amministrazione transitoria, abbiamo seguito anche questa via, che apparentemente sembra illogica, di accettare il fatto di una amministrazione collettiva, perché sappiamo, anche senza tener conto che nella Costituzione stessa abbiamo immesso l'organismo che deve portare a questi effetti, che la forza delle cose, che la logica dell'interesse ci convincerà tutti della necessità di creare un'autorità responsabile, anche con le eventuali necessarie revisioni costituzionali che nei diversi paesi si dovranno attuare.
Quindi, coloro i quali sono d'accordo che si debba arrivare a questa mèta e che vedono con soddisfazione i primi progressi, non cerchino in alcuna maniera di ritardare la costituzione di questi istituti basilari. Coloro che sono contrari, coloro che temono più le conseguenze, che non sperano negli effetti benefici dell'Europa unita, capisco che possano anche opporsi a questo esperimento. Ma qui entriamo nel merito dei motivi non di un rinvio, ma dei motivi di un voto contrario. Ebbene, il voto contrario è sempre aperto, ed è diritto di tutti coloro che prenderanno parte alla discussione di svolgere l'argomento e di dare l'espressione del loro pensiero.
Debbo aggiungere infine, per rettificare un dato affermato dall'ultimo oratore, che non è esatto che gli altri paesi non abbiano ratificato completamente questo piano. È vero che non c'è stato lo scambio formale delle ratifiche, ma per quel che riguarda la manifestazione dei corpi rappresentativi, ad esempio, in Germania, in Olanda, eccetera, l'espressione è stata completamente favorevole in tutte le Camere. Per quel che riguarda la Francia, poi, non dovete dimenticate che, nonostante le enormi difficoltà politiche in cui si dibatte e nonostante che siano caduti vari Ministeri su problemi meno importanti, quel paese è riuscito a votate questo progetto all'Assemblea nazionale il 13 dicembre dello scorso anno con 377 voti contro 233; e, considerate le proporzioni dei voti soliti e le oscillazioni della situazione politica in quel paese, credo che sia stata una notevole manifestazione di favore.
Noi del resto non abbiamo bisogno di appellarci sempre all'esempio di altri paesi. Non vogliamo essere davvero sempre i primi in simili problemi che toccano prevalentemente interessi centrali del continente noi periferici non possiamo essere i primi ma non c'è nessuna ragione perché noi, che abbiamo una grandissima tradizione, una grande speranza, che siamo un popolo che ha soprattutto bisogno di questa universalità per aprire la via a un mondo nuovo, restiamo gli ultimi.
Onorevoli senatori, non restiamo gli ultimi: affrontiamo il problema, decidiamo secondo coscienza. (Vivi applausi dal centro e dalla destra).

On. Alcide De Gasperi
Senato della Repubblica
Roma, 11 marzo 1952

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di martedì 11 marzo 1952)


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