LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL TRATTATO SULLA C.E.C.A.: REPLICA DI ALCIDE DE GASPERI AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 15 marzo 1952)

A conclusione del dibattito in Senato sulla ratifica del Trattato istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi replica il 15 marzo 1952.
La polemica dell'opposizione comunista contro l'europeismo del governo e contro De Gasperi si conferma sempre molto accesa.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro degli affari esteri. La vigorosa e sostanziale replica del mio diretto collaboratore, per il quale non ho che parole di riconoscimento e ringraziamento, dimostra soprattutto che non è vero che la questione sia stata risolta rapidamente con una «adesione politica» ad un progetto, ad un «complotto» organizzato da altri fuori di noi, né che si tratti di un atto di «servilismo» come tanti altri. Non è vero. Questa relazione la quale non può essere stata fatta che da chi ha approfondito l'argomento e lo ha accompagnato nell'esperienza di parecchi mesi, durante discordanze che sono state poi lentamente superate, lascia capire come ci sia stato contrasto nella discussione e come poi si sia arrivati alla conclusione solo con uno sforzo reciproco. Se tutto questo lo accompagnate con la considerazione del lavoro fatto al Parlamento, in tre Commissioni, tre relazioni e in modo particolare nella risposta odierna del senatore Jacini, se sommate tutto questo ai discorsi - alcuni dei quali veramente approfonditi, che hanno affrontato il problema qui al Senato - dovrete pur concludere (a parte che un nuovo esame dovrà essere ripetuto dinanzi all'altra Camera) che si fa ogni sforzo per arrivare alle conclusioni a ragion veduta. Io debbo respingere l'accusa che ci si fa di aver deciso in questa materia semplicemente da un punto di vista politico generale.
Avrei il diritto di rovesciare l'accusa e dire che l'opposizione non trova ragione fondamentale contro questo progetto se non nella sua concezione generale politica. E se altra fosse la situazione della geografia politica in riguardo al progetto, penso che il progetto stesso troverebbe entusiasmi nonostante le formule precise che oggi lo delimitano e lo caratterizzano.
I colleghi dell'estrema dovranno perdonarmi se non entro nel dettaglio delle loro argomentazioni politiche, ma è un fatto che durante le loro esposizioni si è ripetuto il tentativo, che si fa in ogni situazione di questo genere, di concentrare tutte le considerazioni riguardo a un dato progetto - per quanto concreto e tecnico sia - in una tesi politica fondamentale, che sarebbe la tesi del «servizio all'America» e la tesi dell'odio o del contrasto con la Russia. L'onorevole Casadei ha parlato di un progetto europeo, il quale in realtà non sarebbe che una mascheratura del «servizio all'America». L'onorevole Montagnani ha appoggiato tutta la sua esposizione sulla tesi dottrinaria «che dopo le due guerre mondiali le economie del mondo occidentale vengono mutando, nel senso che il capitalismo mina alla base i paesi capitalistici: di qui la necessità per l'imperialismo americano di controllare non solo l'economia, ma anche la politica dei vari paesi europei. L'Europa si trova pertanto di fronte a vari piani Marshall e Schuman. Ci sono fondate prospettive che, se il capitalismo non riuscirà a risolvere la crisi che corroderebbe il suo sistema di vita, si ricorrerà a misure più radicali della guerra e della conquista». Questa è la dottrina dei marxisti, dei leninisti che abbiamo trovata nei testi e che si ripete tutti i giorni dalla Pravda e che è posta come spiegazione. Ma non è una spiegazione, è una pregiudiziale che inficia tutte le conclusioni dei nostri colleghi, o almeno di alcuni dei nostri colleghi dell'estrema sinistra. Per questo essi da comunisti arrivano ad essere anticomunitari, da meridionalisti arrivano a preoccuparsi soprattutto della siderurgia. Ci rivedremo poi alle elezioni per esaminare l'argomento che avete presentato in difesa di questi privilegi contro i quali tanti meridionalisti in passato si sono levati. (Approvazioni dal centro). Questo lo dico per scusare un po' la mia reazione quando ho detto che siete diventati dei reazionari. E, naturalmente, un vocabolo che prendo a prestito da voi. Ma quando voi celebrate questa involuzione - che l'onorevole Pastore oggi ha cercato di motivare, o comunque di sistemizzare - e quando la celebrate in tale forma che da questa passate all'attacco contro di noi, noi abbiamo bene il diritto di rappresaglia, di ritorsione, il diritto di richiamarvi alle vostre dottrine contro le quali ora insorgete.
L'onorevole Casadei, che ha fatto un discorso innegabilmente sostanziato di molte citazioni e documentazioni, parla di piano Marshall, N.A.T.O., Unione europea, scalzamento delle forze inglesi in tutto l'impero, guerra in Corea, guerra in Asia come di altrettante tappe attraverso le quali si giunge al piano Schuman, cioè al risollevamento della grande industria tedesca in funzione del riarmo tedesco ed europeo: ma guardate un po' che concezione politica è mai questa che essi hanno dell'attività americana!
A proposito di ciò l'onorevole Casadei mi ha fatto una certa domanda, che aveva mosso anche in Commissione, sul trattato che si starebbe ora discutendo tra le Potenze occupanti e la Germania, trattato nel quale sarebbero fissati i limiti, i confini, le frontiere est della Germania; un trattato che ci porterebbe a questa situazione: che - avendo accettato l'alleanza attraverso la ratifica del piano Schuman anche con la Germania - saremmo costretti a difenderci da rivendicazioni ed anche da attacchi. Ma io ho già risposto in questa materia per quel che riguarda la tesi generale. Nel patto atlantico come nella C.E.D. noi difendiamo le attuali frontiere, non le rivendicazioni: queste possono esistere, in quanto non le possiamo sopprimere, in quanto siano rivendicazioni pacifiche da raggiungersi attraverso negoziati, ma per noi non rappresentano assolutamente un impegno militare, se non per la difesa del territorio attualmente amministrato dai relativi Stati contro un'offensiva che venga dall'altra parte.
Ma per venire al fatto concreto debbo ripetere quello che ho detto in Commissione, dove mi pare però sia stato frainteso. Quando, anche dopo aver assunto tutte le informazioni possibili, debbo dire che io non so nulla di un certo articolo del trattato, che invece l'onorevole interpellante afferma esistere, vuol dire che per quanto mi riguarda, per tutte le informazioni che ho, per i testi che ho consultato, questo articolo non esiste. Naturalmente debbo aggiungere che come è noto, il trattato o meglio il contratto - così è chiamato per distinguerlo dal trattato di pace - che si sta elaborando con la Germania non è ancora definito, né io quindi posso avere il testo definitivo: dubito però che anche l'onorevole Casadei possa averlo, nonostante le sue straordinarie informazioni. Debbo aggiungere altresì che in nessun testo e in nessuna informazione di carattere documentario ho trovato un accenno simile; ho trovato viceversa negli scambi di idee che ho avuto e nelle informazioni in genere che ho trovato, che c'è la tendenza degli Alleati ad escludere da questo contratto le ragioni fondamentali dei conflitti di frontiera, che dovrebbero essere peraltro riservati al futuro trattato di pace per moltissime ragioni, ed anzitutto perché si tratta di un trattato che dovrebbe riguardare anche la Russia ed i paesi satelliti. Quindi niente allarme. E poi, non è vero affatto che tutte le organizzazioni, compreso il piano Schuman, debbano puntellare una situazione che poi scatterà senz'altro nella guerra, perché connesse alla elaborazione di un contratto che trascinerebbe anche noi e anche indirettamente alla guerra. Io non so proprio perché i nostri colleghi di estrema sinistra, quando pronunciano i loro discorsi, ritengano necessario presentare immagini e fantasie così torve al riguardo, non so perché vedano così scuro e vestano sempre il paludamento del profeta sinistro che vede i guai e i disastri dell'indomani.
Riguardo a due altre domande risponderò all'onorevole Casadei, dimenticando quel certo suo tono perentorio da grande inquisitore, che non è proprio consueto tra l'opposizione e il Governo, e penserò invece che le sue domande possano interessare molti altri. La prima è: quando si nominerà l'assemblea, la maggioranza avrà tutti i posti o alcuni saranno riservati alla minoranza? Rispondo: deciderà il Parlamento.
Però, se l'onorevole Casadei ripeterà i suoi discorsi che terminano col dire che quando la minoranza entrerà, se entrerà, in quella assemblea, farà il massimo sforzo per sabotarla e rendere impossibile il suo funzionamento, allora gli dirò che le sue parole non sono semplicemente una critica costruttiva, ma una mina subacquea, uno sforzo sabotatore. (Applausi).
Io dico che è ora di finirla a questo riguardo: là dove possiamo non entrerete!
E questo senza pregiudicare l'atteggiamento che potrà assumere la Camera dei deputati. Questo nostro è un criterio: specialmente coloro i quali rappresentano una tendenza verso i Governi socializzatori e semidittatoriali per attuare grandi piani di rinnovamento attraverso una dittatura, non si meraviglino se noi, guardando in faccia al pericolo, resisteremo a tale pericolo. Lo diciamo chiaramente: resisteremo anche fuori di qui, anche alla Camera dei deputati. Lo ripeteremo a tutti coloro i quali, prendendo un pretesto o un altro, in una forma o in un'altra, ci minacciano, come ha fatto alla fine del discorso, del resto flautato l'onorevole Pastore, quando tenta di giustificare in precedenza gli eventuali tentativi insurrezionali con qualche errore che potremmo commettere oggi votando questo trattato.
Passiamo alla questione costituzionale del trattato. Io non sono giurista, né figlio di giurista, e non sento la possibilità di richiamarmi alla mia competenza particolare. Però, durante le discussioni parallele sull'esercito europeo, i problemi dei limiti, entro i quali i parlamenti possono oggi approvare e ratificare dei trattati che costituiscono internazionalizzazione del diritto di sovranità, sono stati oggetto di molte discussioni. Quello che vale per l'esercito europeo vale, a maggior ragione, per il piano Schuman. Ad ogni modo ho cercato sempre di documentarmi presso i costituzionalisti più rigidi e rigorosi; ed a proposito della nostra posizione particolare debbo notare che, se noi abbiamo l'articolo 11 della Costituzione, e la Francia ha lo stesso principio, ma solo nel preambolo, non come articolo, gli Stati minori, quelli che hanno una Costituzione creata dal 1930 al 1948, non hanno niente di consimile. Solo la Germania ha un articolo ancora più ampio perché la sua Costituzione è stata fatta in questa aspettativa.
Tornando dunque alla nostra formulazione, dico che, secondo questi esperti, il testo dell'articolo 11 - mentre autorizza le limitazioni reciproche di sovranità - autorizza anche le organizzazioni internazionali che sono necessarie per garantire il corretto esercizio delle limitazioni stesse.
Tali organizzazioni devono necessariamente costituire una autorità internazionale che, in conseguenza delle limitazioni medesime, potrà essere sovranazionale; tali organizzazioni non possono certo allarmare chi, partendo dal punto di vista della Internazionale dei lavoratori, deve arrivare al concetto della organizzazione sovranazionale che sancisca le conquiste del lavoro.
Finché si tratta di limitazioni di sovranità che lasciano la più gran parte della sovranità ai singoli Stati, ci si ferma nella sfera di azione dell'articolo 11. Quando invece si va oltre, cioè verso lo Stato federale, allora occorre una nuova norma costituzionale. È perciò che nel riferire alla Commissione sull'esercito europeo, dissi che c'è una fase provvisoria in cui, secondo il nostro parere, il Parlamento giudicherà a suo tempo se possiamo operare in base all'articolo 11. C'è però una fase definitiva ed approfondita in cui sarà probabilmente necessaria una revisione costituzionale; ma mi pare ovvio che il nostro trattato appartiene alla prima fase.
Ratificando l'accordo noi non facciamo se non una vera e propria legge di applicazione costituzionale la quale, in quanto tale, non fa se non tradurre in atto e solo parzialmente quanto è stato stabilito dall'articolo 11 già citato, laddove si dice: «L'Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni».
A proposito delle condizioni specifiche di parità ha parlato recentemente il sottosegretario Taviani. Per noi, necessario e sufficiente è sapere con certezza che così diamo vita ad una comunità internazionale fondata sulla cessione temporanea dell'esercizio di tale potere o nell'ambito della quale i partecipanti sono in condizioni di parità.
Di qui la conseguenza essenziale: partendo noi dalla Costituzione, non c'è nessuna necessità di revisione costituzionale; questa serve a modificare la Costituzione, non già a tradurla in atto. Questo secondo la nostra convinzione e secondo la convinzione di molti esperti consultati. Gli esempi portati dal senatore Rizzo non giovano a scalfire questa tesi, né la mancata delibazione delle sentenze della Corte, dal momento che delibazione si richiede per le sentenze straniere non già per quelle internazionali promananti da organi in cui noi stessi siamo rappresentati, come attestano i precedenti della Corte dell'Aja e delle corti internazionali: né la pretesa violazione dell'articolo 102 che inibisce l'istituzione di giudici straordinari giacché si tratta di giudici internazionali; né la pretesa violazione dell'articolo 113 che assicura il sindacato giurisdizionale avverso gli atti amministrativi perché non vi è alcun atto amministrativo interno da cui possa sorgere il problema; né la doglianza contro la facoltà di comminare ammende dal momento che gli oneri finanziari possono essere autorizzati con legge ordinaria di ratifica anche a termini dell'articolo 80 della Costituzione; non infine la pretesa violazione del potere regolamentare spettante alle regioni in tema di miniere, dal momento che tale potere normativo spetta solo nell'ambito della Costituzione dei princìpi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato e dell'interesse nazionale.
Del resto l'onorevole Taviani ha accennato a questo fatto, che Stati i quali, nella loro Costituzione, sono molto più severi e mancano di qualsiasi apertura in questo senso, come l'Olanda e il Belgio, hanno già in parte o totalmente, approvato nei Parlamenti questo progetto di legge.
Ho visto con quale scrupolo i rappresentanti delle piccole nazioni hanno difeso il testo della loro Costituzione, per la parte che riguarda l'esercito europeo; e come ho detto prima, siamo dinanzi ad un caso parallelo e fondato sulla stessa base.
Il senatore Lussu ha terminato il suo discorso parlando di «complotto sinistro» ed ha precisato, con uno studio molto diligente, in quale giorno Schuman è entrato nel Gabinetto del segretario di Stato degli Stati Uniti, quasi che l'onorevole Lussu avesse avuto confidenze segrete di persone che vigilavano sopra il «complotto» di questi sinistri signori. Ma non c'è alcun mistero, il progetto di cui ci occupiamo è nato in Europa e qui è stato alimentato da parecchie ragioni di carattere economico, ma di esse una è stata essenziale e ne ho parlato personalmente con Schuman, il quale dette la veste politica al progetto - tecnicamente elaborato da un socialista - la ragione cioè di trovare la strada per impedire proprio la minaccia della rinascita del militarismo germanico e rimediare all'errore commesso ai tempi di Poincaré, quando si credette, attraverso una occupazione della Ruhr, di giungere alla conclusione e non ci si arrivò, e si creò invece la base per il risorgere dell'industria per la seconda guerra mondiale.
Perché non voler riconoscere che almeno si è fatto un tentativo serio per non dare mano libera ai «magnati» tedeschi che hanno interessi investiti nell'acciaio e nel carbone, perché non voler ammettere che questo è un tentativo serio, ragionevole, che merita di essere fatto e non soltanto sospettato?
Quanto all'America essa ha certo molti altri modi di difendersi e anche di espandere la sua attività. Ma qui siamo dinanzi anche ad una necessità americana che è soprattutto una necessità di difesa. E l'America vuole che l'Europa si difenda, per difendere anche se stessa; è chiaro, è ovvio che sia così.
Voi ripetete sempre, e l'avete detto di fronte a me anche alla Camera ed a questo Senato, che bisogna far di tutto per impedire la rinascita del militarismo tedesco; quindi vi siete dichiarati per Potsdam, avete detto che bisogna distruggere tutto, radiare tutto, smobilitare tutto; ed io vi ho risposto: ma voi che avete sentito le sofferenze della costrizione e della repressione del nostro stesso esercito, come è possibile diciate che un popolo come quello tedesco deve rinunciare a qualsiasi forma di difesa militare per 50 anni? Voi avete irriso a questo argomento dicendo che io andavo cercando scuse di carattere sentimentale mentre la realtà era terribile, ed avete invocato tutto questo fino a ieri. Ora però vorrei dirvi: badate a non eseguire sempre l'ordine; aspettate prima l'eventuale contrordine.
Leggete infatti l'ultimo progetto dei russi. Non voglio farne qui una valutazione: non so se sia una manovra od una cosa seria. Il progetto concede per la prima volta la creazione di un esercito nazionale difensivo ai tedeschi. Ma è proprio quello che cerchiamo anche noi; si tratta di intendersi sulla proporzione, ma il principio è lo stesso. Non è vero dunque che si debba rimanere in eterno al principio di Potsdam, principio che si poté affermare solo nell'atmosfera di immediato dopoguerra. Ora anche le proposte russe dell'11 marzo, dopo cioè le recentissime decisioni di Lisbona, proposte che oggi sono commentate ne l'Unità, prevedono anche esse la creazione di un esercito nazionale tedesco puramente difensivo. Prevedono inoltre (pensate a quello che avete detto voi sui criminali di guerra) l'amnistia per i criminali di guerra nazisti. (Commenti dalla sinistra). Terzo: l'abolizione di ogni limitazione allo sviluppo dell'economia e del commercio; anzi si deve supporre che l'eliminazione di ogni limitazione della produzione riguardi anche il materiale bellico. Ecco dunque che non rimane quasi più nulla della vostra posizione. È perciò che mi sembra che sia il caso di seguire l'antico adagio: non eseguire l'ordine in attesa dell'eventuale contrordine.
Voi dal 1945, 1946, 1947, ripetete sempre la stessa storia: orrore per il piano Marshall, per i diversi piani che sono venuti poi a sostituirlo, orrore per la N.A.T.O.; ma dimenticate sempre una piccola cosa, un episodio che ha avuto grande importanza nello sviluppo psicologico della lotta anticomunista. Voi dimenticate quello che è avvenuto nel luglio 1947 a Praga. Nel luglio 1947 a Praga, i governanti cechi avevano ricevuto da Parigi e dagli americani l'invito a recarsi alla conferenza di Parigi per partecipare al piano Marshall e come loro avevano ricevuto l'invito tutti i satelliti, oltre la Russia. Ad unanimità avevano votato favorevolmente, ed era un Governo in cui c'erano 9 comunisti, 12 indipendenti, 3 socialdemocratici, all'accettazione dell'invito; il giorno dopo Gottwald partì per Mosca chiamato a rendere ragione a Stalin, il quale disse che desiderava che i cechi non accettassero l'invito. Una scena che è descritta da coloro che vi hanno partecipato e sono sopravvissuti (Interruzioni dalla sinistra), una scena che non bisogna dimenticare. Dopo parecchie insistenze e telefonate dal Cremlino, il Consiglio dei ministri, il l0 luglio 1947, cioè tre giorni dopo la prima decisione, pubblicava questo comunicato che è verbalizzato: «È stato deciso che gli Stati dell'Europa centrale e orientale, con i quali la Cecoslovacchia mantiene stretti rapporti economici e politici fondati su impegni contrattuali non parteciperanno alla conferenza di Parigi. In questo caso la partecipazione della Cecoslovacchia potrebbe essere interpretata come una offesa ai rapporti amichevoli con l'Unione Sovietica e per tale ragione il Governo ha deciso alla unanimità di non partecipare alla conferenza».
Ricordatevi questo, vi prego di ricordarlo anche per quest'altra circostanza: perché vi erano nove comunisti, dodici noti comunisti e tre socialisti. Cosa avverrebbe domani se si facesse quel Ministero di coalizione di brava gente che Togliatti desidera! (Ilarità - Proteste dalla sinistra). Voi potrete domandarmi perché mi interesso di queste cose. Me ne interesso per ritorsione, contro le affermazioni che voi fate contro di noi, me ne interesso perché quel che è accaduto a Praga potrebbe avvenire a Roma, se a Roma la vigilanza nostra non fosse sufficientemente forte. (Applausi dal centro). Ho anche un certo senso di gratitudine verso quei compagni cecoslovacchi che si sono sacrificati per poterci dar il buon esempio a noi e a tutta l'Europa. Questo sottolineo per dimostrare che nei fatti della storia, come voi la riassumete, ci sono certe lacune sulle quali debbo ritornare perché troppo perentoriamente voi ardite affermare una sola frase e con essa combatterci: voi servi degli americani! Ma credete voi proprio che noi non abbiamo coscienza di difendere gli interessi del nostro paese? (Interruzioni dalla sinistra). Non avete trovato altra scusa contro il piano Schuman e mi meraviglio di questo piccolo, meschino espediente demagogico del dire: là c'erano tre ministri democristiani. Come se questi tre ministri degli esteri non appartenessero tutti e tre a governi di coalizione, come se Schuman fosse arbitro del Governo francese, come se Adenauer non avesse i protestanti ed i liberali nel suo Governo, come se il nostro non fosse un Governo di coalizione. È il principio democratico che si difende in Europa. (Applausi dal centro). Questo è il nostro programma... (Interruzioni e proteste dalla sinistra) e lasciate stare le fantasie intorno a Carlo Magno e al medio evo! (Interruzioni dalla sinistra). Si tratta di una coalizione di democrazie fondata sul principio della libertà. Questo è il nostro baluardo, questo è il nostro programma, questa è la nostra lotta. (Vivissimi, prolungati applausi dal centro e dalla destra - Vivaci proteste dalla sinistra - Clamori).

On. Alcide De Gasperi
Senato della Repubblica
Roma, 15 marzo 1952

(fonte: Senato dela Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di sabato 15 marzo 1952)


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