LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL TRATTATO SULLA C.E.C.A.: INTERVENTO DI PAOLO EMILIO TAVIANI AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 15 marzo 1952)

Il dibattito in Parlamento sulla ratifica del Trattato sulla Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (firmato nel 1951) vede Paolo Emilio Taviani come Sottosegretario agli Affari Esteri, delegato dal Presidente del Consiglio (e Ministro degli Esteri) Alcide De Gasperi di rispondere ad una serie di rilievi emersi in Parlamento.
Il 15 marzo 1952 Taviani interviene in Senato. La discussione riguarda l'articolazione del Piano Schuman e del Trattato sulla C.E.C.A., gli impatti sulle produzioni italiane, sulle norme anti-cartellistiche, sui prezzi e sulle valute.

* * *

TAVIANI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Onorevole Presidente, onorevoli senatori, il mio compito è di rispondere alle varie critiche di ordine tecnico, economico, giuridico relative ai punti fondamentali del Trattato. II Ministro degli esteri, Presidente del Consiglio, concluderà il dibattito.
È stato più volte affermato in sede di Commissione e ripetuto qui da molti oratori, che il Piano Schuman è nato e concepito e si presenta a voi come un noyau della nuova Europa. Ieri il senatore Sanna Randaccio disse con frase efficace che non lo si può accettare o rifiutare se non nella sua giusta cornice politica. Ci sono per altro le linee, gli elementi e i dettagli del quadro, che possono essere esaminati distintamente. Questo è il mio compito e, poiché è mia intenzione abusare il meno possibile del tempo, dovrò limitarmi in molti punti a una sintesi piuttosto che all'analisi : chiedo venia fin d'ora delle inevitabili lacune. Cercherò di non ripetere quanto è già stato detto nelle Commissioni e quanto è stato dimostrato nella magistrale relazione della 5a Commissione stesa dai senatori Mott e Tomè, sotto l'alta guida del senatore Paratore e adottata anche dalla Commissione degli esteri. Eviterò pure di ripetere quanto brillantemente è stato sviluppato dai senatori Galletto, Ziino, Bergmann, Guglielmone, Merzagora sugli aspetti tecnici, economici, sociali, giuridici del Piano.
A tutti costoro debbo porgere il mio vivo ringraziamento, che va esteso agli oppositori, compresi, e in primo piano, gli illustri senatori Ricci Federico, Jannaccone e Giua, perchè tutti hanno contribuito ad approfondire il problema ed a migliorarne la conoscenza.
È stato detto dal relatore di minoranza nell'ultimo intervento (l'aveva del resto anticipato il senatore Casadei nella Commissione degli esteri, in rapporto ad una delle condizioni dell'articolo 11 della Costituzione) che non sussisterebbe la piena parità per l'Italia. È assolutamente falso: l'Alta Autorità è nominata dai sei Governi, ognuno dei quali ha un voto assolutamente paritario.
A scanso di equivoci poi, e in merito ad alcune voci emerse in questo dibattito, è bene sia detto che non c'è nessun accordo, e neppure vi è stata alcuna conversazione diplomatica circa la composizione dell'Alta Autorità. Il fatto che i membri siano nove, non pregiudica in modo alcuno la parità di diritto del nostro Governo nel voto per la formazione dell'Alta Autorità. Non c'è bisogno di sottolineare che nell'Assemblea i posti dei rappresentanti del Parlamento italiano corrispondono al peso demografico dell'Italia nell'ambito della Comunità. Per quanto riguarda il Consiglio dei ministri, esso interviene solo in limitate occasioni, spesso vota all'unanimità, e solo in alcuni casi vota a maggioranza qualificata o semplice. In questi soli casi vale la regola che, per formarsi maggioranza, debba aversi la partecipazione di almeno un paese che abbia più del 20 per cento della produzione totale. Questa, onorevole Pastore, non è una menomazione di parità ; è perfettamente logico e conforme agli usi del diritto interno e internazionale che nell'ambito di un complesso di più elementi si tenga conto da un lato del peso demografico e dall'altro del peso economico che ciascun elemento rappresenta. E se domani si riuscisse a fare il pool dell'agricoltura, nel quale peraltro il Governo non ha, per ora, eccessiva fiducia, dovrebbe forse l'Italia non avere in quell'organo un maggior peso che non certi Paesi nettamente inferiori ad essa per produzione agricola? Come ammettiamo che nell'Assemblea l'Italia abbia diciotto membri rispetto ai quattro del Lussemburgo e ai dieci dell'Olanda e del Belgio, e non per questo è menomata la parità del Lussemburgo, dell'Olanda e del Belgio, così, con lo stesso spirito, si deve ammettere che per formarsi la maggioranza, tra i quattro voti del Consiglio dei ministri, sia necessaria la presenza del voto di uno Stato che abbia più del 20 per cento della produzione. Se così non fosse, sì potrebbe formare una maggioranza con meno del 25 per cento della produzione del complesso.
L'autorevole senatore Jannaccone ha criticato il diritto di veto. È vero che in altri organismi internazionali tale principio ha dato luogo a gravi inconvenienti e l'Italia è la prima a doversene vivamente lamentare; ma non si tratta in questo caso di un diritto di veto assoluto : tale diritto infatti, viene meno dopo quattro votazioni; ma nell'ambito in cui esso esiste, esso va a tutto vantaggio di coloro che nella Comunità si ritengono meno forti ed è per essi una garanzia di fronte ai Paesi produttivamente più forti.
Un altro punto assai dibattuto riguarda l'intera struttura del Piano: il suo aspetto dirigistico. Se ne è parlato molto nella Commissione. L'onorevole Giua ha detto, con una battuta in certo senso felice, che gli estensori del Piano gli hanno dato una lezione di marxismo. Onorevole Giua, non per nulla i socialisti francesi, belgi, olandesi sono stati e sono i più accesi sostenitori del Piano. Comunque lei ci consentirà di dire che nulla passa invano nella storia delle dottrine, e certo non è passato invano neppure il socialismo. Piuttosto ci permetta di essere sorpresi se ogni volta che facciamo qualche passo per andare incontro alle esigenze che affiorano nella Weltanshauung socialista, ci imbattiamo in un netto radicale rifiuto. Io non capisco come a questo dirigismo possiate essere contrari, voi, onorevoli senatori dell'opposizione; sì, l'onorevole Pastore ha spiegato che c'è dirigismo e dirigismo, quello del capitalismo e quello della società collettivizzata, ma fino ad oggi, almeno, il vostro metodo è stato di lasciar procedere innanzi l'evoluzione dei rapporti economici, convinti come siete che questo favorirà il trionfo della società collettivizzata. Perchè, in questo caso, volete infrangere quel che fino a ieri, è sempre stato il vostro metodo? Quali motivi di ordine diciamo così eterogeneo vi conducono a ripudiare il metodo dei comunisti tedeschi che nel primo dopoguerra si sono opposti alla suddivisione delle grandi proprietà industriali proprio perché dicevano che questo era un inutile andare contro il processo della storia? Purtroppo l'esperienza ha fatto vedere che quello fu un grave errore, ma voi non avete mai voluto ammetterlo. (Interruzione del senatore Pastore). Parlo di lei, onorevole Pastore, non di noi.
Capisco invece le perplessità dei liberisti alle quali l'onorevole Pastore ha fatto cenno, quando ha detto che non poteva spiegarsi come i liberali fossero favorevoli. Di ciò sono debitore di una risposta al senatore Sanna Randaccio che più volte ha chiesto dei chiarimenti, come pure debbo dichiarare che è esatto il rilievo fatto dal senatore Falck, che cioè il primitivo testo era più liberistico dell'attuale. Ringrazio il senatore Guglielmone per l'apprezzamento che egli ha espresso circa le modificazioni introdotte al testo iniziale a favore del nostro Paese. Tuttavia sta di fatto che, quanto a struttura, la modifica è avvenuta in senso meno liberistico e più dirigistico. Ho già detto alla Commissione degli esteri come ciò si sia verificato. In sintesi qui mi limiterò a dire che la ragione dell'accentuazione dell'aspetto dirigistico va ricercata nel fatto che una impostazione liberistica non sarebbe stata sufficientemente valida per evitare lo slittamento del piano, concepito come anticartello, verso forme sia pure larvatamente cartellistiche. È comprensibile come di ciò si siano lamentati molti settori capitalistici in tutti i Paesi. Dicevo ieri, in una interruzione, che tutte le Confindustrie dei vari Paesi sono state contrarie al Piano. Sì spiega così come il Comité des Forges abbia manifestato una radicale opposizione al Piano Schuman dal momento e soltanto dal momento in cui questo ha assunto non solo l'orientamento anticartellistico che aveva sin dall'inizio, ma un indirizzo ben preciso che impedisca che il cartello in qualche modo riaffiori. Debbo anzi dire che la posizione di critica e di riserva della Confindustria italiana è stata assai meno totalitaria e più equilibrata dì quanto non siano state le violente opposizioni di associazioni straniere di produttori, tenacemente legate ai loro privilegi rimasti sino ad oggi intatti. È veramente strano, onorevole Roveda, onorevole Li Causi, onorevole Castagno, che proprio di questo voi vi lamentiate. So che voi non credete che possa essere mantenuta una impostazione anticartellistica; voi dite che si troverà sempre la maniera per far riaffiorare quello che è il fatale elemento cartellistico; tuttavia perchè non tentare? Facciamo almeno la prova; se attualmente siamo, come voi ritenete e dite, in una situazione di pieno capitalismo, tentiamo almeno questa via per il suo parziale superamento !
Il senatore Jannaccone ha avanzato delle prospettive piuttosto nere circa, per esempio, il rapporto tra il Comité des Forges e il membro, o i membri, di origine francese dell'Alta Autorità. Certo nessuno, tanto meno chi vi parla, potrebbe ardire dì ipotecare il futuro in simili questioni. Sta di fatto per altro (e il senatore Jannaccone certamente ne è informato) che contro il deliberato parere del Comité des Forges, contro i suoi interessi, contro la sua azione aperta e non aperta, la Francia ha parafato, approvato, ratificato alla Camera dei deputati il Piano Schuman. Non è mia intenzione — e del resto non ne avrei le forze — entrare in una polemica scientifica con lei, senatore Jannaccone, circa la definizione del cartello. Ella si è innanzi tutto rifatto alla etimologia della parola « pool » che significa « messa in comune di determinate risorse », e che comunemente viene adottata come sinonimo di cartello. Ma proprio per evitare questo equivoco in nessun punto dei testi del Piano Schuman compare il termine « pool », bensì sempre il termine « comunità ». È questione di parole? Ebbene, vediamo la sostanza. Sta di fatto che sin qui le critiche più forti, che gli industriali nei vari Paesi hanno mosso al Piano Schuman, sono fondate sul fatto che esso diminuisce la libertà di ciascuna industria di accentrarsi, di accordarsi e di legarsi con le concorrenti straniere. Che qui in concreto non si tratti di trust, lo dimostra il fatto che l'Alta Autorità è sottoposta per molta parte della sua attività all'avviso conforme del Consiglio dei ministri, è vigilata, controllata, giudicata da un'Assemblea di membri, i quali certo non rappresenteranno solo gli interessi dei produttori. Ora questa Assemblea ha la facoltà di rovesciare l'Alta Autorità. Il senatore Pastore mi permetta di dire che l'unico elemento implicitamente favorevole al Piano che si può trovare nel suo discorso sta nell'accenno agli importanti poteri dell'Assemblea. Essa senza dubbio ha dei poteri forti, e sono lieto che una tale osservazione sia venuta da un oppositore come lui. Se i membri dell'Alta Autorità rappresentassero interessi particolaristici, e se essi emanassero direttamente dai rispettivi Governi, dai quali ricevessero istruzioni, cioè se i membri dell'Alta Autorità si prestassero a quel gioco, che è proibito da norme specifiche del Trattato, ci sarebbe sempre la possibilità di rovesciamento da parte dell'Assemblea. E, quanto al termine « competenza generica », senatore Jannaccone, non posso che accedere a quella che è stata la sua critica. Evidentemente ella ha perfettamente ragione : il termine è molto equivoco, dal punto di vista scientifico; ma vediamo quale ne è lo spirito pratico, vediamo praticamente che cosa si intenda quando si parla nell'articolo di « competenza generica ». Si intende proprio questo : chiarire, ribadire il principio, già chiaramente sancito, dell'assenza di legami tra i membri dell'Alta Autorità e gli interessi del settore specifico del carbone e dell'acciaio; tale principio è tanto chiaramente sancito, che non soltanto è proibito che facciano parte dell'Alta Autorità persone che abbiano determinati interessi, ma è anche fissato che per tre anni, dopo la decadenza dalla loro carica di membri dell'Alta Autorità, essi non possono interessarsi di quel settore specifico.
Quanto al parallelo col Piano Dawes, mi sembra che proprio gli esempi personali che ella — onorevole Jannaccone — ha citato, confermino che si sono trovate nel passato persone, e lei ce ne ha dato ieri la prova con gli esempi addotti, capaci di superare interessi e particolarismi, quali appunto sono le persone richieste per l'Alta Autorità dell'attuale Piano. Ora è forse vero che i costumi sono peggiorati da trenta anni a questa parte, ma perchè dobbiamo tanto dubitare di trovare persone così oneste e capaci anche nel mondo presente? E del resto se anche gli ideatori del Piano Schuman non avessero concepito una iniziativa nuova, non per questo si dovrebbero condannare, e si dovrebbe ricordare che il Piano Dawes passò per le traversie che tutti conosciamo, non per la sua struttura, bensì a motivo di complessi motivi di natura politica economica, che non è detto debbano riprodursi nella situazione attuale.
La realtà è che tutta l'impostazione del Piano Schuman è anticartellistica ed è basata su due punti fondamentali. Il primo è già in atto, ed è la decartellizzazione della Ruhr. Onorevole Montagnani, lei ha detto che ciò è una farsa. Orbene è tanto poco una farsa che per questo tutto il Piano ha rischiato di fallire, come tutti sanno e come la stampa, nei sei Paesi e fuori, ha denunciato. Proprio per questo le trattative, che già erano giunte ad una conclusione, si sono arenate per cinque mesi, dal novembre 1950 al marzo 1951.
Il secondo punto fondamentale sul quale è basata l'impostazione del Piano Schuman, dopo la decartellizzazione della Ruhr, è dato dalle norme anticartellistiche contenute nel Trattato.
E con ciò veniamo ai prezzi. È esatto che il problema dei prezzi è fondamentale se si vuol riconoscere la sostanza, e non la forma della struttura. Sul problema dei prezzi debbo dire che proprio ieri sera, rileggendo molto attentamente i resoconti stenografici di taluni interventi degli oppositori, specialmente quelli dell'estrema comunista, mi è capitato di non riuscire ad intendere la ostinazione con cui essi ripetono che è l'Alta Autorità a stabilire ì prezzi. Poiché tale affermazione è assolutamente errata, mi sono chiesto su quali basi essa poggiasse e mi sono ricordato che proprio il senatore Castagno ha ieri citato il comma e) dell'articolo 3. Orbene, loro si sono evidentemente documentati — e questa, debbo riconoscerlo, è forse anche colpa nostra che non vi abbiamo dato un testo in lingua italiana — sul testo della Confindustria, che è stato anche il primo ad essere messo in circolazione. Esso dice al comma e) dell'articolo 3 : « Aver cura di stabilire i prezzi più bassi ». Ora questa è una traduzione pienamente sbagliata. Infatti il testo dice : « Veiller à l'établissement des prix... », cioè « Vigilare a che si determini il prezzo più basso ». Non c'è quindi l'intervento dell'Alta Autorità per fissare i prezzi. Ora, permettetemi di darvi questo consiglio : diffidate dei testi della Confindustria, la Confindustria è una cattiva consigliera per voi. (Ilarità nei settori di centro e di destra).

CASTAGNO. Tutto giuoca sull'interpretazione del « veiller ».

TAVIANI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Lei ha fatto uno studio troppo approfondito ; e si è dimostrato — e glie l'ho detto anche ieri — troppo profondo conoscitore del problema per non sapere che ci sono gli altri articoli, che sono abbastanza chiari anche se troppo complessi. È vero, come è stato detto ieri, che qui non c'è soltanto il giuridicismo, la chiarezza cartesiana francese che c'era nel primitivo testo e che si è aggiunta una pesantezza di dettaglio propria dei tedeschi, e molte altre esigenze, comprese le nostre esigenze. (Interruzione del senatore Mancinelli). I tedeschi dell'ovest sono 46 milioni, hanno evidentemente diritto di vivere nella nuova Europa e, quanto a competenza tecnica, non potrete negare che ne abbiano. E del resto si è dovuto tener conto delle esigenze dei singoli Paesi, compresa l'Italia.
Orbene in questi altri articoli (che lei onorevole Castagno conosce molto bene) è detto che, in casi estremi, l'Alta Autorità può fissare i prezzi massimi o minimi. Questi casi estremi sono i casi di penuria e di sovrabbondanza, quelli che nel testo vengono denominati « crise manifeste ». Questa « crise manifeste », cioè questo stato di penuria o sovrabbondanza, viene definito per iniziativa dell'Alta Autorità, con avviso conforme del Consiglio dei ministri a maggioranza, o per iniziativa di uno Stato, e in questo caso con la unanimità dei voti del Consiglio dei ministri. Non è quindi molto facile la determinazione di una « crise manifeste » ; direi che è impossibile che essa venga dichiarata, se non esistesse realmente in tutta la Comunità. Solo in questo caso c'è la fissazione dei prezzi minimi e massimi; negli altri casi vige la libera concorrenza ed insieme la vigilanza contro la concorrenza e i doppi prezzi.
Ora, io credo che questo torni di evidente vantaggio a tutti, e in particolare proprio a noi italiani e agli olandesi : in una parola ai Paesi marginali. E agli amici liberali vorrei far comprendere che, se c'è qualche cosa di dirigistico, ciò sussiste proprio per evitare, impedire in qualsiasi modo il monopolio. Non vigono dei prezzi speciali nei riguardi di un Paese o dell'altro : il punto fondamentale è che il prezzo deve essere unico.

CASTAGNO. Se il prezzo è unico non c'è libertà di concorrenza.

TAVIANI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. È evidente che il prezzo unico è il risultato della libera concorrenza. Abolite le dogane, è il dinamismo stesso del mercato, che porta alla formazione di un prezzo unico.
Gli articoli 64 e 65, inoltre, vietano in modo inequivocabile tutti gli accordi tra le imprese ed i raggruppamenti di qualsivoglia tipo tendenti a falsare il gioco normale della concorrenza sul mercato comune. Sono vietate tutte le concentrazioni, non soltanto sul piano siderurgico, ma anche fra l'industria siderurgica e altre imprese: sono dunque vietate non soltanto le concentrazioni orizzontali, ma anche le verticali. Tutte queste sono disposizioni tanto anticartellistiche che — ormai non v'è più mistero — la delegazione francese, proprio per esse si trovò in netto contrasto con il patronato francese : soltanto la delegazione olandese e l'italiana si sono dichiarate subito favorevoli alla impostazione di Jean Monnet: quel Jean Monnet che, non sarà pur un ortodosso, ma comunque — e questo non lo potete negare — si dichiara socialista ed è riconosciuto come socialista. Le delegazioni belga, lussemburghese e tedesca sono state assai lente e restie ad accettare questa impostazione.
Non voglio qui discutere se sia meglio l'una o l'altra dottrina. Evidentemente ho i miei personali punti di vista che mi sarei ben guardato peraltro dal far valere in trattative di questo genere. Credo tuttavia che in questo caso, indipendentemente dalle vedute personali circa i monopoli e i cartelli, l'interesse dell'Italia — che si trova in posizione marginale dal punto di vista geografico e da quello produttivistico — era che queste disposizioni venissero adottate.
Veniamo quindi all'aspetto della politica commerciale. Una volta costituita questa Comunità, è stato detto, non c'è più la possibilità di commerciare con l'estero. Il senatore Jannaccone ha già ammesso che questa possibilità esiste. Del resto, voi conoscete quale è la linea di politica economica dei Paesi Bassi. Sarebbe possibile pensare che i Paesi Bassi possano entrare nella Comunità, senza tutte le garanzie per un libero commercio con l'estero? Ma a parte queste considerazioni, altre ce ne sono che derivano dal Trattato. Negli articoli 71, 72, 73, 74 e 75 viene sancito in maniera chiara ed inequivocabile il diritto di fornirsi dei prodotti sottoposti al Piano su qualsiasi mercato estraneo alla Comunità; in aggiunta a questo principio generale, rimane di competenza dei singoli Stati il diritto di imporre licenze restrittive. È dunque da escludere che l'Alta Autorità possa sotto qualsiasi forma violare queste disposizioni impedendo agli Stati aderenti di rifornirsi di carbone e di acciaio, per esempio, nel Sud Africa, nelle Americhe, nell'Australia.
Le sole condizioni che il Trattato propone sono quelle della mutua assistenza fra i singoli Stati, al fine di impedire che il Paese esterno usi il dumping o altra forma già condannata dall'Accordo dell'Avana o dall'Accordo generale tariffario (G.A.T.T.). Lo stesso tenore ha l'articolo 74, che ammette che l'Alta Autorità possa fare delle raccomandazioni nel caso che le offerte esterne siano tali da compromettere la struttura intera del sistema. Anche qui si tratta di disposizioni eccezionali da applicare solo in periodo di crisi manifesta.
Per esempio, se in un momento determinato si dovesse avere nell'interno della Comunità una crisi simile a quella del 1928, entrerebbero in funzione dei meccanismi, per evitare la scomparsa dal mercato di una parte dei produttori e ciò nell'evidente scopo di non creare quella disoccupazione che sarebbe in tal caso fatale e allo scopo altresì di impedire la scomparsa di industrie che sarebbero necessarie nel momento di ripresa. Nei Paesi non partecipanti, tali disposizioni potrebbero non essere prese e quindi le fabbriche di Paesi non partecipanti si potrebbero trovare in situazione di vantaggio rispetto alle fabbriche di Paesi che hanno aderito al Piano. È in tal caso, e solo in tal caso, di crisi manifesta e di concorrenza sleale da parte dei Paesi non partecipanti, che è possibile avere l'intervento dell'Alta Autorità per impedire o intralciare il commercio con l'estero.
Il senatore Ricci, con l'acutezza che lo contraddistingue — mi scuserà, sono un po' impacciato nel polemizzare con lei per quel complesso di inferiorità che ho sempre avuto verso il « Sindaco » della mia città — ha fissato un problema fondamentale, direi il più fondamentale, quello dell'unità monetaria e quindi dell'equilibrio della bilancia commerciale. È una osservazione pertinente, ma il problema è quello che si è posto già sul piano politico, tra funzionanti e costituzionalisti nella sede dell'Assemblea di Strasburgo. È chiaro che, se dovessimo seguire la logica, si dovrebbe cominciare a costituire il Consiglio dei ministri, anzi il Presidente del Consiglio dei ministri dell'Unione europea, e poi scendere giù, fino all'Assemblea e a tutte le particolari applicazioni nel settore economico e politico. Questo, che vale sul terreno politico, vale anche nel settore economico. Da un punto di vista logico, lei ha perfettamente ragione; ma se si dovesse aspettare a procedere con metodo logico e non empirico non si arriverebbe mai più, non dico a fare l'Unione europea, ma neanche ad avviarci ad essa.
Questa via logica comporterebbe anzitutto maggiori sacrifici dal punto di vista pratico : la via seguita è invece una via certo più contorta, tanto che a volte ne riesce difficile la comprensione; talvolta essa sembra urtare, o effettivamente urta, con certi princìpi fondamentali della logica politica ed economica. Il famoso teorema di Ricardo dei costi comparati, per esempio, gioca solo quando due economie si uniscono nel loro complesso, e non soltanto in particolari settori. Malgrado tutto questo, abbiamo aderito al Piano Schuman e poi all'Esercito europeo, perchè siamo convinti che questo processo sia l'unico concretamente possibile.
Del resto, nel caso specifico, il settore valutario è già stato preso in considerazione ed è stato anche sviscerato per cercare di giungere ad un affratellamento dì monete, che serva a potenziare gli scambi. Il fondo monetario internazionale è stato creato a questo scopo nell'immediato dopoguerra e, in epoca più recente, è stata istituita l'Unione europea dei pagamenti che, mediante la compensazione dei saldi fra i diciotto Paesi, ha reso praticamente trasferibili fra loro diciotto diverse valute. Per tale meccanismo, quindi, fra i sei Paesi del Piano Schuman, esiste la possibilità di trasferimenti valutari. Per quanto poi riguarda l'andamento degli scambi, la situazione è tale che non dovrebbero esservi, all'interno della Comunità, degli spostamenti sensibili, o tali da variare sensibilmente la situazione esistente. Specialmente per quanto riguarda l'Italia, che è importatrice di tutto il carbone e di buona parte dei minerali dì ferro, le variazioni potranno avvenire solo per una piccola parte delle importazioni dei prodotti dell'acciaio e quindi tale aumento di importazione sarà compensato dalle maggiori esportazioni di prodotti meccanici, per cui lo squilibrio nell'ambito della situazione monetaria non è prevedibile in senso tale da determinare un problema concreto, almeno per i primi anni.
Del resto, nel caso in cui si dovesse arrivare ad alterazioni di moneta, sarebbe ben difficile, anche senza il Piano Schuman, senza questa integrazione a settore, che una alterazione della moneta francese non avesse qualche conseguenza anche sulla moneta italiana o sulla moneta olandese o belga.
Ma veniamo a quelle che sono le conseguenze del Piano per l'Italia. Se ben ricordo, mi sembra che proprio qui al Senato, quando arrivò la notizia del Piano Schuman, durante una discussione di politica industriale, il Governo dichiarò che l'Italia si sarebbe battuta per tre punti: i Piani dell'O.E.C.E.-Finsider; il minerale algerino; il periodo transitorio. Credo che non ci sia nulla da dire circa la validità dei Piani O.E.C.E.-Finsider e il periodo transitorio : tutti hanno convenuto che tanto l'una cosa che l'altra, che non erano prevedute nel primo testo del Trattato, sono prevedute nel testo finale. In esso è garantito che l'Italia potrà completare l'espletamento dei propri Piani, essendo essi previsti e predisposti prima della parafatura del Trattato. Per il periodo transitorio abbiamo la garanzia di tutta la Convenzione con i suoi molti paragrafi : si tratta di cosa che interessava e interessa in modo particolare non solo l'Italia, ma anche il Belgio.
Resta la questione del minerale algerino. Qui, onorevole Pastore, lei svaluta tutto dicendo che il minerale l'avremmo ottenuto ugualmente. Non si tratta qui di avere ottenuto o meno : quanto si è realizzato a Santa Margherita ci spettava dal punto di vista della giustizia, dal momento che la Francia non intendeva far entrare nel Piano le province algerine : doveva essa perciò trovare qualche rimedio a questo riguardo. Quanto a lei, onorevole Pastore, le ricorderò che « Il Paese » del 21 aprile 1951 riferì una nota dell'Agenzia Tass secondo cui « la resistenza italiana è stata superata in seguito a concessioni da parte francese a Santa Margherita » ; dunque secondo la Tass le concessioni a Santa Margherita ci sono state!

PASTORE. L'Agenzia Tass potrebbe non essere bene informata. (Ilarità).

TAVIANI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Per questo comunque era bene informata. Devo aggiungere un chiarimento al Senato. È stato detto alla Commissione degli esteri che per il primo anno dopo la ratifica del Piano Schuman sono previste 450 mila tonnellate fino a giungere a 830 mila tonnellate al termine del quinquennio. L'Accordo è rinnovabile e nell'ambito del quinquennio possono essere assegnate all'Italia altre 400 mila tonnellate di minerale del Conacry.
Non è vero che si tratti soltanto di un impegno a dare le licenze; il che del resto sarebbe già qualcosa. Ci sono stati degli accordi precedenti tra Governo francese e proprietari di miniere e c'è un impegno diplomatico per la fornitura, che non è platonico e vale per chi conosce i rapporti tra il Governo francese e la maggior parte delle miniere del nord-Africa. Che valga ce lo ha detto ancor ieri l'intervento del senatore Bertone, quando ha fatto notare, in una sua documentata interruzione, come sia stato notevole l'aumento nelle forniture, dall'anno scorso a quest'anno, proprio perchè i proprietari delle miniere debbono mettersi sulla via fissata a Santa Margherita. È anche vero quel che dice il senatore Ricci, che cioè l'anno scorso non c'erano ancora gli impianti di Piombino, ma come si sarebbero contenuti quest'anno i proprietari delle miniere algerine se non ci fosse stato quell'impegno? È poi altrettanto vero che non tutto ci è stato ancor dato, proprio perchè (e stamattina lo confermava all'amico Merzagora una autorevole voce del settore siderurgico) non è ancora entrato in azione il meccanismo del Piano Schuman.
La non inclusione dell'Algeria, ha detto il senatore Sanna Randaccio, varrà anche per quanto riguarda il pool vert? Innanzi tutto, bisogna precisare che il Governo italiano — tanto il Ministero degli esteri quanto quello dell'agricoltura — ha molti dubbi in proposito; e perciò si è addivenuti a riunire una conferenza soltanto preparatoria : si dubita infatti che si possa qui applicare un meccanismo simile a quello che si è usato in un settore assai più semplice quale è quello del carbone e della siderurgia. Comunque — se al pool vert si dovesse arrivare — è evidente che i princìpi fondamentali, che sono validi per il Piano Schuman, dovranno permanere : innanzitutto la libera circolazione della mano d'opera.
Il senatore Ruini, poi, ha accennato alla voce di un possibile sorgere di industrie nell'Africa settentrionale. Per quanto risulta da Parigi e da Bonn, la voce di un possibile trasferimento nel nord-Africa di impianti siderurgici tedeschi è sorta a Bonn, da una agenzia giornalistica, in seguito ad una confusione creatasi intorno a questioni riguardanti i rapporti fra Germania e C.E.D. Tale confusione è stata ulteriormente accresciuta dalla notizia relativa al Piano Labonne sull'Accordo franco-anglo-canadese per lo sfruttamento di miniere di ferro non dell'Africa del nord, ma della Mauritania. Si tratta in realtà di una situazione oggi assolutamente prematura ; sono notizie di agenzie. In ogni caso posso rassicurare il Senato che a tale eventualità si è pensato fin dall'inizio, dal primo giorno delle trattative, e saremo garantiti di fronte ad eventualità di questo genere, dal momento stesso in cui entrerà in funzione il meccanismo del Piano Schuman.
Veniamo alla questione dei prezzi. Certo per i produttori italiani (dal punto di vista dell'acciaio, non dal punto di vista della meccanica) sarebbe stato ideale realizzare il prezzo-partenza. Questo è stato realizzato per il periodo transitorio; per il periodo definitivo il prezzo si formula con un meccanismo piuttosto complicato che rappresenta un compromesso fra prezzo-partenza e prezzo-arrivo. Resta però il fatto che sono eliminati completamente i doppi prezzi e quindi è eliminata la politica del dumping. Non insisto, perché qui il senatore Ziino è stato molto chiaro, sul fatto che non è possibile ad una ditta, per esempio, del Lussemburgo fare un prezzo differente per Napoli o per Baiona o Bordeaux. In ogni punto della Comunità il prezzo deve essere riferito ad un determinato listino che è unico e che è pubblicato : pubblicità dei prezzi.
Anche sull'argomento del rottame il senatore Ziino è stato molto efficace. D'altronde non vi sono stati notevoli interventi a questo proposito. Mi pare che tra quella che è la situazione attuale, e quella che sarà la situazione quando saremo entrati nel pool, il vantaggio sia nel fatto che in caso di crisi manifesta è prevista la ripartizione per quota da parte dell'Alta Autorità. Si potrebbe obiettare che la crisi vi è sempre per quanto riguarda il rottame (e ce ne accorgiamo nella battaglia quotidiana per le licenze, anche per poche migliaia di tonnellate di rottame). Essa è dunque un fatto cronico e perciò l'intervento dell'Alta Autorità con la ripartizione per quota sarà praticamente permanente. È vero che la ripartizione per quota non è fatta per industrie, bensì per nazioni; è fatta tuttavia per nazioni riferendosi ai loro bisogni e non alla loro disponibilità di rottame. Essendo l'Italia un Paese importatore, essa si troverà perciò ad avere qualche vantaggio sotto questo aspetto.
Per il Sulcis, l'onorevole Giua ha presentato anche un ordine del giorno. Nella sostanza lo potrei accettare, perchè, se ho ben capito, il senatore Giua dice : nei due anni non è possibile realizzare il piano previsto. Innanzi tutto, onorevole Giua, i due anni non decorrono dal 1° aprile 1952, come ella mostra di ritenere, perchè nella primavera del 1952, nella migliore delle ipotesi, si potrà arrivare alla ratifica di tutti i Paesi partecipanti al Piano. Ci sarà poi il deposito di queste ratifiche; ci sarà la conferenza fra i Governi per la nomina dell'Alta Autorità e si arriverà in ogni caso all'autunno del 1952. Entrerebbe allora in atto il periodo di démarrage, che non è ancora il periodo transitorio, di tre mesi per il carbone e di sei mesi per l'acciaio, poi entrerà in atto il periodo transitorio. Quindi si andrà senz'altro alla primavera del 1953, nella migliore delle ipotesi. Ma i due anni non valgono per la possibilità di aiuti per le miniere del Sulcis, bensì per gli aiuti esterni, cioè per l'aiuto che dovrà essere portato dall'Alta Autorità. Il Piano che era stato presentato dava come possibile l'aggiornamento e il ammodernamento entro due anni, ma siccome sono sorti in seguito dei dubbi, è stato detto molto chiaramente che la possibilità di aiuto non esterno vale per tutto il periodo transitorio, quindi vale per i sei anni, a partire dall'autunno del 1952 (cioè periodo di démarrage più periodo transitorio).

LUSSU. Non è chiaro nel Trattato.

TAVIANI, Sottosegretario dì Stato per gli affari esteri. Non sarà detto con uno stile cartesiano, mi pare tuttavia abbastanza chiaro : « L'Alta Autorità determinerà periodicamente la somma degli aiuti necessari senza che l'aiuto esterno possa durare più di due anni » ; cioè l'aiuto dello Stato italiano può durare anche cinque o sei anni.

LUSSU. Anche all'infinito.

TAVIANI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. All'infinito no, perchè il Piano non dà più permesso per l'intervento una volta attuato integralmente, dopo il periodo transitorio.
Ad ogni modo, onorevole Giua, vorrei precisare che negli accordi intercorsi, che hanno un valore diplomatico, anche se non hanno ancora valore di trattato, è già fissata la cifra in cui consisterà questo aiuto esterno. Evidentemente credo che sia interesse nostro che questo aiuto venga appunto in due anni anziché in maggior tempo.
Veniamo ora alla questione delle cokerie. Io avevo preparato un lungo studio, ma — e me ne dispiace — l'ora tarda mi costringe a sintetizzarlo il più possibile. Su questo punto dovrò tuttavia un po' diffondermi, poiché credo che l'argomento lo richieda.
Non è vero che sia stato trascurato il problema del coke, onorevole Pastore : esso è stato anzi tenuto presente fin dai primi momenti ed è stato raccomandato all'attenzione della delegazione italiana da parte dei Ministeri competenti, prima ancora che la nostra delegazione partisse. Naturalmente in tutti i trattati ci sono elementi positivi e c'è anche qualche elemento negativo, e noi non abbiamo nessuna ragione per nascondere quelli che sono gli elementi negativi.
Per quel che riguarda il coke, abbiamo le officine a gas, le quali sono in Italia molto numerose ed assorbono circa 1.500.000 tonnellate di carbone, producono 1.100.000 tonnellate di coke e 950.000 metri cubi di gas; rappresentano quindi il 43 per cento circa del consumo totale del carbone. Per queste officine a gas non pare che il Piano debba provocare inconvenienti, anzi esse potranno avere dal Piano Schuman il vantaggio della abolizione dei doppi prezzi, come pure quello della costanza dei rifornimenti. Esse altresì non dovranno eccessivamente temere la concorrenza del coke dei grandi produttori del nord Europa, in quanto hanno il vantaggio di essere situate nel luogo stesso del consumo del coke. Infatti, dato che il costo del trasporto del carbone, rispetto alle aziende situate alla bocca di miniera, è uguale se non inferiore al trasporto del coke prodotto da queste ultime, si può dire che le officine a gas italiane siano in piena possibilità di concorrenza rispetto ai produttori di coke degli altri Paesi partecipanti. E ciò anche tralasciando la lunga discussione che qui ha avuto luogo circa il metano, questione per il momento difficilmente conclusibile, perché ancora siamo in una fase di esperimento ed è evidentemente difficile poter fornire dati definitivi.
Analogo vantaggio dovrebbero godere le cokerie siderurgiche dell'Ilva, di Bagnoli, di Piombino, di Servola, come pure quelle di Cornigliano. Sino ad oggi infatti tali impianti hanno potuto produrre in concorrenza, sopportando i doppi prezzi per il carbone e senza alcuna protezione doganale per il coke. È evidente quindi il vantaggio di non dovere spostare il coke destinato agli alti forni, che dovendo essere di particolare grossa pezzatura, soffre notevolmente di ogni spostamento. Dopo l'entrata in vigore del Piano Schuman e l'abolizione dei doppi prezzi, tali impianti potranno produrre il coke metallurgico a condizioni migliori di quelle attuali, con vantaggio per l'industria siderurgica che giustamente fa affidamento su tale riduzione dei propri costi. Non è quindi esatto dire, come mi pare l'onorevole Pastore abbia accennato nel suo intervento finale, che per le cokerie avremo un danno generale. Non è così : per molte cokerie avremo una situazione che o è di indifferenza o è di vantaggio. Voglio essere molto cauto, ma direi che la situazione sarà senz'altro di vantaggio per quanto riguarda le cokerie da gas e le siderurgiche.
Resta il problema delle cokerie chimiche che sono, almeno le grandi, sei: la Terni, l'Ansaldo, la Coke-Apuania, la Coke-Italia, la Forni-Coke e la Metro-Coke. Per queste effettivamente sussiste un problema, perchè qui inciderla differenza (non voglio annoiare il Senato con troppi dati) fra il peso dei fini da coke e quello del carbone : incide cioè il costo del trasporto, che in taluni casi raggiunge lo stesso costo del carbone alla bocca miniera.
A questo riguardo devo notare che non so se sia un danno, come l'onorevole Pastore ha dimostrato di ritenere, che l'industria di distillazione del carbone non rientri nel mercato comune. L'onorevole Ziino ha molto saggiamente dimostrato che il Governo potrà manovrare in modo da salvare nel settore dei sottoprodotti quelle industrie che possano avere qualche danno dal punto di vista del coke.
Comunque, faccio anche rilevare quello che il senatore Ziino aveva accennato l'altra sera, cioè che si tratta di industrie, che, almeno per la maggior parte, rientrano in grandi complessi. Per esempio una di queste aziende fa parte della Fiat. Ora il Piano comporta per la Fiat, sia come meccanica che come siderurgica, dei probabili vantaggi : la Fiat potrà perciò sopportare un eventuale peso nel settore coke senza bisogno di farlo ricadere sulla mano d'opera.
Comunque, il Governo accetta le quattro raccomandazioni della Commissione finanze e tesoro, come pure quelle adottate dalla Commissione degli esteri e così pure la prima e la seconda raccomandazione dell'ordine del giorno del senatore Falck. La quarta è già implicita nella raccomandazione della Commissione finanze e tesoro. Per quanto riguarda la situazione interna, accetta la seconda, la terza, la quarta e la quinta raccomandazione Falck, non la prima. Per quanto concerne il coke posso assicurare che nella fase di attuazione del Piano, in considerazione delle ripercussioni che la sua integrale applicazione dopo il periodo transitorio avrà su talune delle industrie della distillazione del carbone, il Governo prenderà in attenta considerazione, e adotterà nell'ambito delle possibilità tutte quelle misure che consentano alle cokerie italiane di compensare la sperequazione conseguente al maggior onere del nolo marittimo.
Ora, onorevoli oppositori, io vi ringrazio della vostra paziente attenzione : se io avessi adottato il metodo dogmatico che voi avete adottato, sarei venuto qui a parlare solo delle cokerie da gas e di quelle siderurgiche e avrei sorvolato su questo ultimo argomento. Invece noi adottiamo il metodo relativistico che consiste nel riconoscere che in tutte le cose umane ci sono inconvenienti e vantaggi : l'importante è che i secondi superino i primi. Credo, onorevole Roveda, che lei stesso ammetterà che è molto più accettabile il metodo relativistico che non quello dogmatico; tuttavia, ella pensa alle masse! Ebbene anche le masse del popolo italiano sono sufficientemente acute e intelligenti per poter credere che in un testo così ampio non tutto sia da scartare, tutto da criticare. Posso rendermi conto che esista, dal vostro punto di vista, un contrasto sugli aspetti politici, ma, su quelli tecnici, possibile che non ci sia almeno qualche punto da accettare? Come noi riconosciamo gli aspetti negativi, voi dovreste riconoscere quelli positivi.
Noi non accettiamo l'impostazione del meno peggio : meglio entrare che starne fuori, e non così conclude la relazione della Commissione di finanze e tesoro fatta sotto la guida del suo presidente Paratore. In quella relazione è detto : chi non volesse accettare le conclusioni cui arrivano i relatori, vale a dire che i vantaggi superano i danni, deve accettare, come subordinata, la considerazione che è meglio entrare che starne fuori.
Qui vi dovrei parlare dei vantaggi per la meccanica, ma l'ha fatto ieri così bene il senatore Merzagora che il Senato, anche data l'ora tarda, me ne vorrà dispensare. Si potrebbe accennare al fatto che tutti riconoscono che i 60 miliardi che oggi gravano sulla meccanica italiana a causa dell'alto costo del ferro possono tradursi — considerando la spesa di due milioni per addetto — nella possibilità di assumere 30 mila operai. Desidero tuttavia aggiungere una cosa che finora non è stata sottolineata. Onorevole Roveda, quando lei ci parla di disoccupazione in termini così apocalittici deve porsi una domanda : che cosa potrebbe portare alla smobilitazione di una determinata industria? Non certo qualche cosa di mostruoso che si introduca dall'esterno nel processo economico. Onorevole Roveda, mi permetta di ricordarle di essere un sia pur modesto professore di storia delle dottrine economiche, specializzato proprio nella storia delle dottrine del socialismo. Orbene, se il socialismo, sul terreno sociale e politico, è sorto dal problema stesso della ripartizione del reddito, sul terreno economico quali sono i due punti nei quali — all'interno del sistema dell'economia liberistica — si è inserita la potente leva della dottrina socialista? Uno è la teoria del valore e l'altro è la teoria dell'attrito : quella che più tardi il Marx, con la sua scientificità, coinvolge nella teoria delle crisi cicliche. I primi socialisti — dall'Enfantin al Blanc — hanno detto ai liberisti : fate presto a conclamare che il mercato si adegua, che con la libertà tutto si aggiusta, tutto s'accomoda, ma, nel frattempo, che cosa fanno quelli che restano disoccupati, come possono trovare una nuova sistemazione? Vorrei appellarmi al mio collega di cospirazione, senatore Barbareschi, che è il rappresentante del collegio della Valpolcevera. Perchè, quando passate per quella valle, nel tratto della ferrovia Genova-Torino, trovate sulla sinistra del torrente tutte le stazioni della periferia di Genova, non quella di Sanquirico che è invece nel recente tronco ferroviario al di là del torrente, assai distante dal paese? Perchè Sanquirico era il paese dei vetturini, ed essi — solo essi — hanno impedito per molto tempo che la stazione ferroviaria sorgesse, sperando così di salvaguardare il proprio lavoro.
Conosco bene, onorevole Roveda, quest'esigenza : il problema dei lavoratori nell'attrito del riassestamento economico dovuto al progresso economico. Ma qui non c'è l'attrito, onorevole Roveda, perchè in tanto ci potrebbero essere dei danni per la siderurgia, solo in quanto ci siano già delle situazioni che sarebbero di vantaggio per la meccanica. Le situazioni di vantaggio per la meccanica saranno così sentite prima dei danni per la siderurgia. Questo è molto chiaro, non è possibile uscire da questo dilemma. Voi dite : non ci saranno i vantaggi; ammettiamo che non ci siano, ma non ci potrà essere allora neppure alcuna influenza dannosa sulla siderurgia. Questo mi sembra lapalissiano. Ecco perchè non abbiamo la preoccupazione che voi avete, dal punto di vista della mano d'opera, dal punto di vista dell'interesse dei lavoratori. Del resto non abbiamo queste preoccupazioni, anche perchè non c'è solo un Piano Schuman che viene oggi a porre esigenze di riassestamento alla siderurgia italiana; c'era prima un Piano Sinigaglia, che già imponeva alla siderurgia italiana esigenze di ammodernamento ; esso, anche senza il Piano Schuman, avrebbe reso necessari taluni assestamenti, avrebbe reso necessario rivedere alcune situazioni. Ora questo assestamento potrà svolgersi con l'aiuto e la cooperazione della Comunità. Ma è possibile, onorevole Roveda, che in tutti i Paesi il piano Schuman debba apportare nuova disoccupazione? I comunisti di tutti i Paesi hanno sostenuto questa cosa! Ma allora, evidentemente, sarebbe un Piano che porta la disoccupazione da per tutto! (Interruzione del senatore Roveda).
Anche i comunisti tedeschi hanno sostenuto che il Piano Schuman provocherà l'aumento della disoccupazione in Germania!
Voglio fare un solo accenno alla questione sindacale. Lei, senatore Roveda, ha ricordato che c'è stato un movimento contrario nel campo dei sindacati tedeschi, e che soltanto i dirigenti del sindacato unico hanno preso posizione favorevole. Sta di fatto che un dirigente, che aveva preso posizione nettamente favorevole al piano Schuman, è stato eletto proprio in questi ultimi tempi a presidente dell'Associazione sindacale unica. Dunque evidentemente vi è stata una elezione democratica successiva alla presa di posizione favorevole al piano Schuman, vi è stata quindi anche l'adesione delle masse.
Veniamo alla questione del principio della circolazione della mano d'opera. Non sono categoricamente previste chiusure di fabbriche; resta però il principio che la mano d'opera qualificata potrà circolare, quali si siano le ripercussioni, m qualunque Paese della comunità. Questo principio di libertà per il lavoro avrà valore come avrà valore la libertà del capitale e delle materie prime. È cosa di fondamentale importanza che il principio della libertà della mano d'opera sia stato sancito nel primo Trattato per l'Unione europea ; guai se avessimo accettato di fare oggi un Trattato per il carbone e l'acciaio e domani uno per il lavoro. Il lavoro non è un settore della produzione, ma un fattore. Il fatto che accanto al Ministero dell'industria e a quello dell'agricoltura ci sia il Ministero del lavoro, significa soltanto che i Ministeri, sistemati per settori produttivi nel secolo scorso, hanno poi risentito delle impostazioni classiste e vennero perciò istituiti dei Ministeri ad hoc per il problema specifico del lavoro. Ma l'Italia non può accettare un sistema di unificazione per settori che non tenga conto, in ogni singolo settore, della mano d'opera. Accettare una impostazione di quel genere sarebbe stato negare un principio elementare dell'economia. (Applausi dal centro e dalla destra).
Ultima garanzia : se abortisse tutto ? se tutto, data la situazione fluida, entro due o tre anni finisse? proprio in questo caso per l'Italia vi è la garanzia del periodo transitorio; non è necessario per due o tre anni prevedere riconversioni industriali; solo in un secondo momento esse potranno essere necessarie. Se tutto dovesse, come è purtroppo in tutte le cose di questo mondo, non realizzarsi, ci sarebbe sempre per l'Italia la possibilità di restare nell'attuale situazione, perchè non è necessario in questo primo periodo ricorrere a quelle riconversioni che potrebbero essere necessarie solo in una fase avanzata del periodo transitorio.
Onorevoli senatori, desidero concludere riferendomi ad un accenno fatto dall'onorevole Roveda : mi sembra un'obiezione piuttosto forte. Egli ha detto : voi vivete solo di speranze, sono tutte speranze, voi votate, vi lanciate in questa avventura sulla base di sole speranze. Onorevole Roveda, e perchè non dire che voi criticate solo sulla base di paure? Le speranze possono valere le paure, e viceversa. Però prima delle speranze e delle paure c'è una realtà, che è la realtà delle norme giuridiche sancite da questo Trattato, è la realtà economica, sociale della situazione italiana, che tien conto del lavoro e del capitale, della produzione e del consumo : v'è l'inserirsi di questa realtà nella prima concreta Comunità europea.
Ebbene, il Presidente del Consiglio e Ministro degli affari esteri con altra autorità vi parlerà dell'aspetto politico che è al tempo stesso supporto e cornice di questo Piano; tuttavia già a conclusione di queste considerazioni sulla parte tecnica ed economica, con tranquilla e serena coscienza, ci sentiamo di invitare gli onorevoli senatori a votare per la Comunità europea del carbone e dell'acciaio. (Vivissimi, prolungati applausi dal centro e dalla destra. Molte congratulazioni).

On. Paolo Emilio Taviani
Senato della Repubblica
Roma, 15 marzo 1952
(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di sabato 15 marzo 1952)


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