LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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ASSEMBLEA DEI DIRIGENTI DC DELL'ALTA ITALIA: INTERVENTO DI ALCIDE DE GASPERI
(Milano, 26 aprile 1953)

Verso la conclusione della I° legislatura, il Presidente del Consiglio De Gasperi coglie l'occasione dell'assemblea dei dirigenti della DC dell'Alta Italia per fare il punto della situazione politica italiana. Parla così del governo centrista, delle sue realizzazioni, della politica di Togliatti e di Nenni, della politica estera del Paese, e delle esigenze di rinnovamento dei quadri del partito.

* * *

Già, sono passati davvero cinque anni da quando abbiamo impostato un programma di collaborazione, da quando ci siamo presentati insieme ad altri rappresentanti di altri gruppi, e abbiamo chiesto alla Nazione il voto di solidarietà e di conferma di un indirizzo che già nel Governo di allora era iniziato. Vorrei ricordare agli immemori, a coloro che ci accusano di non essere consapevoli della rotta che seguiamo, che non è di ieri, che non è attraverso l'artificio d'una legge elettorale, né per ragioni mere di opportunità che passano, che abbiamo scelto la via che oggi ancora è la nostra nei confronti della campagna elettorale, l'alleanza delle forze democratiche.

L'alleanza delle forze democratiche

L'alleanza era annunciata nel manifesto del Governo del 1948, firmato dai rappresentanti di tutti i partiti che nel Governo agivano; era detto in esso: la Repubblica democratica si salva solo resistendo alle tentazioni della violenza e deferendo alla volontà popolare, espressa in libertà e nelle forme previste dallo Statuto, ogni decisione circa la costituzione e l'esercizio del potere pubblico. Serviamo con ciò sopratutto la causa della pace e della indipendenza nazionale, perché la sopraffazione di una parte politica all'interno sarebbe il preludio della guerra civile, che aprirebbe fatalmente il varco al conflitto armato fra i popoli. A poggiare questo è dovere e interesse della Nazione italiana; sospettarlo, osteggiarlo, intralciarlo, significa compromettere irrimediabilmente le sorti del nostro paese, e rendere estremamente difficile il consolidamento di una democrazia europea fondata sulle forze dei lavoro e sulla cooperazione dei popoli liberi.
Su queste linee direttive, diceva il comunicato di allora, si è mossa la politica interna ed estera del presente Governo, e tutti i gruppi in esso rappresentati sono concordi nel reclamare che su tali linee essa debba svilupparsi ulteriormente.
Credo che possiamo vantare questo esempio di politica unitaria e di coalizione come un esempio di una politica realistica e realizzatrice. La «rotta di centro», venne designata già allora, ed è vero che è più visibile e più controllabile quando si fonda sulla collaborazione fra quattro o tre partiti; ma sostanzialmente essa è sempre uguale, anche fra due, per lo sforzo onesto di trovare il punto su cui concentrare tutte le forze costruttive della democrazia. e sopratutto per l'essenza di un equilibrio fra libertà e autorità, che è la fede nella democrazia delle nostre generazioni postbelliche. Oggi ancora la legge elettorale non è che la veste di questa tendenza, uno strumento per confermarla, e i rapporti fra il nostro Partito e i Partiti democratici sono fondati sempre sulla tolleranza e sulla libertà.
A questi nostri alleati, al di sopra di tutte le beghe meschine, dobbiamo dire una parola, una parola di franchezza, una parola dì amicizia. Noi non chiediamo né adesione totale al nostro programma né, molto meno, rapporti di servizio. Il servizio è di tutti, è comune a tutti i gruppi ed è rivolto alla Nazione. Chiediamo soltanto nei mutui rapporti lealtà, mutua comprensione e concorrenza nelle grandi idee, non nelle meschinerie,e chiediamo che non si facciano insinuazioni e non si cerchi di gettare ombra sulla nostra bandiera e sul nostro buon volere.
Ora, detto questo per i nostri collaboratori ed i nostri amici, vediamo quali sono i nostri avversari di oggi, che sono quelli di ieri, sono identici. Vedremo però che lo schieramento, l'ordine di marcia è un po' diverso dal 1948.

La realtà ha smentito le previsioni di Togliatti

Per Togliatti nel 1948 il motivo principale era la paura della guerra, che nel febbraio del 1948 nella sua impostazione a Pescara proclamava: «La Democrazia cristiana vuole la guerra, il pericolo è imminente; necessità dell'unione di tutte le forze sinceramente nazionali e unità... alla madre italiana. Italiani difendete la pace». Il 27 marzo 1948 a Roma Togliatti diceva: «Il popolo italiano sa che se non vincesse il Fronte (democratico popolare, esso vedrebbe spuntare ancora una volta all'angolo delle sue strade, sotto la protezione dello Scudo Crociato, i gagliardetti di morte di coloro che già una volta ci hanno portato alla catastrofe» e aggiungeva: «Se il Fronte democratico non vincesse, una crisi economica, la più terribile, si abbatterebbe sulle nostre industrie e su tutto il Paese».
Vi domando se, potendo voi controllare quello che è avvenuto nell'ultimo quinquennio, siete disposti a rendere onore all'arte divinatoria dell'onorevole Togliatti.
Ma non è che egli prenda atto dei fatti, che invece della guerra c'è stato un periodo di sviluppo pacifico, che invece dell' abbattersi della rovina sulle nostre industrie c'è stata la ricostruzione. Non è che egli prenda atto di questo per pentirsi, per riconoscere di aver sbagliato. No, oggi Togliatti, nel discorso del 17 aprile 1953, ripete le stesse cose: il problema della pace e della guerra incombe sul nostro Paese, disgraziatamente incombe su tutto il mondo e per noi, per l'Italia, non esiste la minima giustificazione oggettiva di ciò. E poi: «c'è chi vuole la guerra; le speranze dei provocatori di guerra sono poste oggi in Italia, nello scoppio di un conflitto internazionale e persino in una nuova guerra mondiale, attraverso i quali conflitti pensano potrebbe sorgere di nuovo per loro l'occasione propizia per lo sviluppo d'una politica imperialista autonoma. Vedete come vanno alla ricerca già oggi di ordinazioni di guerra, in Francia, in Inghilterra e in America. Sulle ordinazioni di guerra vorrebbero basare la prosperità di quella parte dell'attività industriale che essi controllano».
E l'altra accusa, oltre quella di preparare la guerra, di volerla, di agitarla; l'altra di una guerra fredda all'interno. La guerra fredda noi, secondo Togliatti, la faremmo contro i socialcomunisti. La guerra fredda consisterebbe in questo: che cercheremmo di rendere difficile a questi signori la conquista del potere politico. Per loro tutto è coordinato, è subordinato a questa conquista. Anche le recenti mosse distensive! Togliatti non si spaventa se è cambiato il tono in Russia, se oggi deve dire il contrario di quello che diceva uno o due mesi fa. Egli continua con la massima disinvoltura: «La pace si può raggiungere soltanto - sono le sue parole precise - se vi saranno azioni di popolo e azioni di governo coordinate, perché la fronte della pace comprende popolo e Stato, masse e governo». «Chiediamo al popolo italiano di pronunciarsi nelle elezioni, del 7 giugno in modo che consenta all'Italia di avere alla propria festa un governo il quale unisca attivamente i propri sforzi e gli sforzi di tutti coloro che agiscono e combattono per una distensione internazionale e per la pace».
Sempre questo è lo scopo: quando c'è minaccia di guerra bisogna che essi vadano al governo per impedire la guerra, quando minaccia la pace bisogna che vagano al governo lo stesso. In realtà Togliatti ha dimenticato che egli si era recentemente compromesso con una opinione diversa sopra i problemi della guerra.
Non basta che egli abbia esaltato le capacità militari del Maresciallo Stalin, l'organizzazione militare russa, l'attacco in Corea, ragione della guerra; non basta che egli abbia espresso la massima speranza nell'estendersi delle guerre coloniali; non basta la glorificazione dell'attacco in Cina. A proposito di quelle guerre di cui oggi si parta, sentite l'opinione «pacifica» di Togliatti espressa nel rapporto al Comitato Centrale del Partito: «Il movimento di resistenza e di ribellione all' imperialismo si estende ovunque e si rafforza. Nei Paesi coloniali esso assume già la forma di guerra e di insurrezione aperta di popoli interi, nei Paesi imperialisti più avanzati, come la Francia e la Italia, si traduce in un prestigio nostro crescente, in una estensione del fronte delle masse che combattono per la libertà e per la pace».
Però è vero che se gli avversari sono identici - ed io ho voluto documentare l'identità di questi avversari - e il pensiero dei 1948 è il pensiero che si ripete oggi, il modo di presentarsi è diverso.

La minaccia sovversiva del patto di unità d'azione social-comunista

I socialisti sono divisi dai comunisti, ossia marciano separati: parlo dei socialisti di Nenni, naturalmente. Ma io vorrei portare delle documentazioni anche intorno a questa realtà di divisione e di diversità di marcia. Togliatti, il 17 aprile 1953, annunciando che i comunisti, si presentavano separati dai socialisti, o meglio i socialisti separati dai comunisti disse: «Noi abbiamo un patto di unità d'azione con il Partito socialista. Questo patto è una inderogabile necessità politica della situazione italiana, è un portato della storia di tutto il movimento operaio italiano e in particolare della lotta condotta per la liberazione dal fascismo e dall'invasione straniera. Questa unità è uno dei capisaldi della politica nostra e non ce ne staccheremo mai».
Quindi separazione momentanea, separazione nei movimenti, ma unità d'azione, unità di capi, unità di rendimento. Il patto di unità d'azione, che nel testo è quasi dimenticato perché né lui né gli altri ne vogliono parlare, è un patto concluso il 27 ottobre 1946, il quale prevede che ognuno di questi due partiti può prendere la propria strada, ma è detto chiaro che quando si tratti di andare all'attacco per la conquista dei potere, cioè per andare al governo, allora debbono essere assolutamente insieme per prendere il potere.
Che importa allora che essi si presentino staccati quando in realtà, nei momenti decisivi, sono uniti e assumono uniti la responsabilità del potere? Noi non possiamo accettare come una diversità essenziale questa modifica di schieramento e dobbiamo dire: si tratta di un movimento tattico che ha lo scopo sopratutto di portar via, verso Nenni, tutte quelle anime in pena che si dicono mezzo socialisti e mezzo socialdemocratici, e che non voterebbero facilmente per Nenni se Nenni fosse visibilmente legato, anche nel simbolo, al comunisti.

L'alternativa socialista di Nenni

Nenni vuol darci ad intendere che questo schieramento vuole creare una situazione nuova, che egli chiama alternativa socialista; ma egli dimentica quello che diceva al Congresso del gennaio 1947, in polemica con Saragat ed altri gruppi, quando affermava che l'unità coi comunisti era imposta da una esigenza di vita, e che sarebbe stato impossibile, inconcepibile un fronte della libertà e della democrazia senza i comunisti. «Un Partito socialista, diceva, che fosse in una fase di propaganda e di opposizione, potrebbe forse fare a meno del patto di unità d'azione, ma un partito socialista che è al governo e che deve cercare di mantenervisi per non esporre la classe dei lavoratori a terribili rappresaglie, deve assolutamente avere il patto di unità d'azione».
Sarà permesso di rispondere che lo schieramento diverso non può essere interpretato che come una mossa tattica. Noti esiste un'alternativa socialista. Esiste soltanto l'alternativa democratica da una parte e social-comunista dall'altra. L'onorevole Nenni è un artista quando si tratta di presentare le cose con una certa morbidezza. Direi che di professione, politicamente parlando e quindi senza voler offendere, è un lubrificatore, un verniciatore. Egli ha giustificato i processi di Praga; ha esaltato Stalin, perdonandogli la soppressione dei compagni concorrenti, anche se erano vecchi socialisti; ha perfino avuto parole di comprensione per le forche di Praga. Mai una parola di biasimo o di distacco che significasse indipendenza e autonomia di pensiero.
Volete vedere come lubrifica la situazione quando si tratta dei tumulti al Senato? Sapete che al Senato ì compagni socialcomunisti, quando non avevano più argomenti da lanciare, hanno cominciato a lanciare le tavolette. Non è meraviglia che egli si meravigli e anche ironizzi come ha fatto nel suo ultimo discorso, col richiamo contro chi «ricama indignati commenti su una tavoletta di legno che vola nell'aula del Palazzo Madama». Una tavoletta: pare che dica «lodoletta» e canti la canzone della vispa Teresa. Egli ha scusato la violenza fisica come risposta immediata alla «meditata truffa» della legge. Vedete, sempre il solito commentatore che ha giustificato le repressioni di Stalin e le forche di Praga, in fondo però, elegantemente ma meno idealmente, egli fa la difesa della forza. La fa come rudemente la fa, in un suo discorso il senatore Secchia, vicesegretario del partito comunista.
Dice Secchia: «Voi dite che non vi fidate delle nostre affermazioni perché ovunque i comunisti hanno conquistato il potere, là sono comparse le forche. Parliamone, se volete, di queste forche. Già vi è stato detto che in Russia e in altri Paesi sono avvenute delle profonde rivoluzioni che hanno liquidato il regime di sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Ebbene in quel Paesi i residui delle vecchie classi dirigenti non sì sono rassegnati a non vivere sul lavoro e sul sudore del popolo. E si ribellano, sospinti dagli agenti dell'imperialismo nordamericano. Allora la giustizia popolare, la forza della legge e delle costituzioni dì quei Paesi si abbattono su costoro».
Ecco, non solo la comprensione, ma addirittura la giustificazione; e per giustificare si fanno passare per residui delle vecchie classi anche Rikof, Kamenef, triunviro con Stalin e Zinovief, Bukarin, il maresciallo Tukacewski, Jegow, Radek, Slansky, Clementis ed altri, tutti divenuti residui delle vecchie classi.
E non dite che vi pare strano che in un dato paese ci siano troppi cambiamenti, e non cambiamenti circolatori come avviene dappertutto, ma addirittura che la circolazione avvenga fra poltrona ministeriale e prigione. Ieri erano in prigione, oggi vengono fuori e vanno al posto dei Ministri, i quali alla loro volta vanno in prigione.
Ma Nenni difende la Costituzione e la libertà. Nenni in Italia ci accusa di non aver fatto tutte le leggi organiche e le applicazioni della Costituzione che si dovevano fare. Avete dice lasciato passare i termini stabiliti nella Costituzione; per esempio ci rimprovera di non aver applicato dappertutto la legge regionale; ma la Regione è stata realizzata in Sicilia, in Sardegna, nel Trentino, Alto Adige e in Val d'Aosta. E Nenni è l'ultimo che ci può muovere questo rimprovero perché è sempre stato contrario ed è tuttora contrario alla Regione.
Inoltre egli dice: «Voi avete violato l'art. 3 della Costituzione il quale chiede l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica. Non avete fatto nulla nei confronti dell'art. 43: socializzazione. Non avete fatto niente nel riguardi dell'art. 44: leggi agrarie». Avremmo tante cose da rispondere. Nenni compare alla Camera solo nelle grandi occasioni; nelle occasioni ordinarie, quando si fanno le leggi sul serio, non lo si vede. Il Governo in questi cinque anni ha presentato 2229 disegni di legge; e non dico che tutti siano andati a bene; certe volte bisognerebbe augurarsi che fossero la metà. Ma ad ogni modo si è lavorato molto. La Camera ha lavorato molto. Di questi 2229 disegni di legge ne sono stati approvati 1916. Fate il confronto con un periodo antecedente normale, quello del 1913-1919 (dal 1919 in poi non si può più parlare di normalità): allora vennero presentati 1196 progetti di legge. E poi si dice: ma questo Governo che fa? Non risponde mai alle interrogazioni. Voi sapete che i deputati hanno diritto a presentare delle interrogazioni, Si dice che esse giacciono senza risposta. Le statistiche dicono che sono state svolte oralmente 2069 interrogazioni e quelle che vennero evase con risposta scritta furono 11.825 su 12.458.
Vi pare che si possa dire che questo è un Governo assolutista, che non ha controlli, che non agisce e non reagisce? No. Noi non abbiamo bisogno di cambiare la Costituzione, abbiamo bisogno di applicarla.
Badate, non voglio escludere che ci sia in qualche momento, per qualche settore, il bisogno di una revisione costituzionale. Del resto questo provvedimento è previsto dalla Costituzione stessa e quindi può darsi che questa necessità si possa presentare. Per esempio, sarà necessario pensare ad una revisione costituzionale per il nuovo Senato. Ma in generale abbiamo bisogno, non di violare la Costituzione o di farne un'altra, ma di applicarla e di aggiornare il Codice Penale.
L'art. 52 della Costituzione dice: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Ma allora è necessario che noi precisiamo e, se occorre in un apposito articolo dei codice, che rendiamo più severe le sanzioni contro il sabotaggio militare, il sabotaggio contro la produzione, il sabotaggio contro le istituzioni di difesa. E contro chi svolge attività diretta a reprimere nei cittadini il sentimento del dovere per la difesa della Patria. Questa è la sostanza di proposte che abbiamo presentato al Senato, sulle quali discuteremo coi nostri collaboratori, liberamente, ma dovremo pure trovare una via per salvaguardare la libertà e l'autorità, anche l'autorità dello Stato nella libertà.
Inoltre la Costituzione all'art. 54 dice (scusate se sono un po' lungo ma una volta tanto questa lezione deve essere fatta) dice che tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi. Perciò siamo nella Costituzione e abbiamo il diritto di chiedere al giudice di punire le azioni e le agitazioni che, esaltando la violenza, tendono a rovesciare la Repubblica e le sue ha si democratiche, instaurando la dittatura o militare o di classe o di partito. Qui è estremamente difficile la formulazione del diritto, come dicono i giuristi.
Ma ci deve essere una possibilità di conciliare, oppure vogliamo ammettere che i nostri principii sono condannati fatalmente a scomparire di fronte a chi vuole e sa imporre la disciplina coatta? Ciò dimostrerebbe che il regime democratico non è fatto per questo mondo specie in un'epoca di guerra fredda e di grosse convulsioni sociali. C'è qualcuno che, in nome della libertà politica, vuol rinunciare alla libertà esistente, cioè alla libertà della persona e della coscienza?
Nell'art. 2 si dice che la Repubblica richieda lo adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. La solidarietà politica implica dovere verso la Nazione e verso la Patria; la solidarietà economica vuol dare limite agli interessi di classe, limite che può imporre solo lo Stato con le sue leggi. Ciò vale tanto per i datori di lavoro come per i lavoratori.
E se i magistrati non considerano abbastanza vincolanti le disposizioni vigenti, converrà pure precisare il lecito e l'illecito nelle agitazioni per le occupazioni delle fabbriche e delle terre, e sarà solo quando la democrazia imporrà dei limiti all'illegalismo che essa avrà la forza di attuare quello che la Costituzione dice e che Nenni invoca: l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La Costituzione vuole questa effettiva partecipazione, ma essa è evidentemente una conseguenza della lealtà costituzionale di queste classi, del loro contegno e del loro cessare di certe agitazioni che sono assolutamente inaccettabili ed inconciliabili con la Costituzione. Non abbiamo bisogno di mutar nulla e molto meno di violare la Costituzione. Abbiamo bisogna soltanto che Governo, funzionari, magistrati abbiano chiara la consapevolezza del loro dovere nazionale, si che il popolo senta che la democrazia è un terreno solido su cui può oggettivamente svilupparsi ogni progresso: ma è anche un regime che sa e vuole difendersi dalle avventure di sinistra o di destra e salvare da nuove convulsioni che sboccherebbero in un'altra catastrofe nazionale.
Sempre a proposito di Costituzione, nel corso della discussione al Senato ci è venuta l'idea di rivolgere a Secchia una domanda: «Accettate voi sinceramente la Costituzione repubblicana italiana?». E Secchia ci ha risposto: «Nell'attuale periodo storico, noi riteniamo che la Costituzione possa far progredire il nostro Paese. Quanto all'avvenire, è evidente che, nel mondo, l'Italia non finirà con le nostre persone, e il popolo italiano potrà sempre decidere liberamente del suo avvenire». Voi vedete che questo «avvenire» può essere domani, dopodomani, fra settimane, un anno, alla prossima occasione che capita. E così nell'azione passata.
I socialcomunisti, ancora debbo chiamarli così, hanno agito contro di noi lottando contro tutte le leggi di una qualche importanza. Non vorrei tediarvi citando quello che dicevano di male di leggi che poi hanno riconosciute efficaci, come la legge del Piano Fanfani, la legge agraria, la legge per la Cassa del Mezzogiorno. Tutte leggi che vennero descritte alla Camera, nei loro discorsi, come tradimenti agli interessi popolari e che nella pratica ebbero naturalmente alquanti loro consensi e anche tentativi di sfruttamento quando si è trattato di dare ad esse esecuzione.
Ci resterebbe da rispondere all'altra domanda:. che cosa abbiamo fatto? Vi dirò che abbiamo fatto molto, ho la consapevolezza che abbiamo fatto molto. Però devo anche confessare che una cosa non abbiamo fatto abbastanza: non siamo stati in grado di fare la propaganda per tutto quello che abbiamo fatto.

Realizzazioni del governo democratico

Dal 1947 ad oggi le principali realizzazioni del Governo democratico nel campo dell'economia possono riassumersi così:
1) ricostruzione del patrimonio danneggiato dalla guerra nei settori più delicati del Paese;
2) stabilizzazione della moneta e dei prezzi e fine della spirale inflazionistica che minacciava di gettare nel caos l'intera comunità nazionale. E un merito che va riconosciuto a tutti i Ministri e specialmente all'onorevole Pella qui presente;
3) soluzioni dei più grandi problemi economici quali la riattrezzatura industriale, lo sviluppo delle fonti di energia, la riorganizzazione dell'industria siderurgica, lo sviluppo agricolo e il potenziamento della marina mercantile e degli altri mezzi di trasporto.
Avvio a una maggiore produzione e ad una maggiore occupazione e lotta contro le difficoltà naturali e le aree depresse (pensate alla riforma agraria) conseguenti all'abbandono e all'incuria secolari. Messi in cifre, si sono rinnovati, potenziati i settori base della nostra attività economica. Per l'energia elettrica è stata raddoppiata la produzione del 1938 (da 15 a 30 miliardi di Kwh); per il metano si è passati da quasi zero ad una produzione di circa un miliardo e mezzo i metri cubi. La siderurgia è stata completamente riorganizzata nella produzione e sono stati costruiti nuovi impianti a Bagnoli, Piombino e Cornigliano. Si produce oggi molto di più: e a costi assai più bassi dell'anteguerra. La produzione dell'acciaio, specialmente è in aumento (52 per cento) e supera i tre milioni di tonnellate. Per le raffinerie la capacità produttiva è stata quintuplicata. Siamo perfino divenuti esportatori di prodotti finiti, con conseguente maggiore occupazione dì lavoratori.
Nella riattrezzatura industriale sono stati erogati circa 600 miliardi. Il settore più difficile, come ricorderete, è quello della meccanica. Nel 1938 un terzo della nostra produzione meccanica era destinata alla produzione di guerra e due terzi al consumo civile. Abbiamo dovuto fare a riconversione, e abbiamo ottenuto che almeno quasi tutta la quota un tempo destinata alla difesa fosse assorbita dall'esportazione e da un maggior consumo interno. Ed è anche aumentata Va produzione complessiva del 30 per cento.
Non ho bisogno di dirvi dello sviluppo agricolo. Sono stati avviati programmi di riorganizzazione, di bonifica, d'investimenti. È stato ricostruito il patrimonio zootecnico. È aumentato il rendimento delle coltivazioni. Un dato significativo: i trattori che nel 1938 erano meno di 40.000 oggi sono 80.000.
Ebbene, Togliatti dice che chi ha fatto queste cose, non è il Governo, ma gli italiani. Quale scoperta! È evidente che quello che è decisivo è l'apporto del lavoro e della intelligenza dei nostro popolo, ma le leggi che abbiamo fatto hanno avuto appunto lo scopo di favorire questo lavoro di renderlo più facile, favorendo i finanziamenti e facendo in certi casi intervenire direttamente lo Stato o a interessi per risparmio o, addirittura, con finanziamenti diretti. Ed allora ecco che si obbietta che lo Stato si è ingerito nell'economia. Ma è innegabile tuttavia che vi sono certe cose in cui l'individuo da solo o le piccole collettività come il Comune e la famiglia non ce la fanno, ed allora ci vuole l'aiuto dello Stato. Bisogna creare un ambiente di stabilità della moneta e fornire contributi e incoraggiamenti.
E poi ci sono le «aree depresse». Quello che mi sarebbe difficile comprendere è che voi milanesi vi possiate lamentare che abbiamo speso e stiamo spendendo miliardi per il Mezzogiorno: avreste torto se non altro perché le somme che si spendono laggiù tornano poi anche a vantaggio delle industrie del Nord. Ma è assurdo che nel Mezzogiorno si faccia della propaganda contro di noi perché avremmo fatto questi grandi investimenti col denaro proveniente dalle province del Nord.
Col programma dodecennale non dico che abbiamo fatto tutto. Abbiamo cominciato a fare. Abbiamo cominciato bene. È per questo che chiediamo di starci altri cinque anni.
Nel 1952 la Cassa per il Mezzogiorno ha svolto un programma corrispondente a un milione 400 mila giornate operaie mensili e quando il programma avrà raggiunto il ritmo normale previsto dovrà portare a superare i 2 milioni. E poi avete sentito come Togliatti ci accusi di cercare le commesse di guerra per far danari dietro «gli imperialisti» per dar danari ai «grandi signori» ecc. Ieri e ieri l'altro abbian concluso a Parigi le nuove commesse, cioè le ordinazioni che l'America farà alla industria italiana. Queste commesse potranno dar lavoro a circa sessanta industrie.
Ciò vuol dire che gli operai avranno lavoro, che non occorre più far licenziamenti; significa la oro che aumenta. Volete che lasciamo che lavorino tutti gli altri Stati e che noi non abbiamo la nostra parte? Abbiamo dunque chiesto e possiamo dire col più grande successo: circa 210 miliardi i lavori vengono all'Italia.
Quanto ai profitti, è certo ci saranno anche i grossi profittatori: ma a questi ci penserà Vanoni. Però quelli che ne profittano di più sono gli operai. E il numero degli operai che aumenta, è il numero degli operai c e non occorre vengano licenziati.
Non ho finito e non finirci se dovessi fare l'inventario di tutto quello che hanno compiuto i colleghi di Governo che stanno qui, oltre, naturalmente, gli assenti.
Voi sapete benissimo come sia stata realizzata la ricostruzione delle ferrovie, come siano stati realizzati i lavori pubblici; voi sapete come siano avviate le riforme scolastiche verso posizioni chiare. C'è gente che lavora. Qualcosa è riuscito bene, qualcosa a metà, qualcosa è ancora in fase di realizzazione. C'è gente che lavora e cerca di realizzare. E, a questo riguardo, somiglia molto alla vostra razza. Per fare questo inventarlo ci sono ora due mesi. Avete il tempo di farlo assieme agli altri ministri che avranno occasione di parlarvi con maggiore competenza delle singole leggi, dei singoli provvedimenti. E voi potrete criticare. Potrete dire questo va, questo non va, questo deve essere rimediato. Questa è la democrazia.
Ci si domanda: qual'è il vostro programma? Che cosa potremmo fare nei prossimi cinque anni? Vorrei rispondervi: continuare a fare quello che abbiamo fatto, farlo meglio, più intensamente. Ma sopratutto mi pare si possa puntare sopra un problema che è il massimo nostro, cioè il problema dell'occupazione. Noi dovremo fare uno sforzo massimo per aumentare e rendere sufficiente l'occupazione.
I nostri tecnici hanno preparato un bellissimo programma, hanno preparato ottimi studi, ci hanno detto che si arriverà ad aumentare di oltre il 50 per cento la produzione di energia elettrica. Un aumento del 350 per cento è prevedibile per la produzione di metano, con una intensificazione delle ricerche e della utilizzazione delle forze endogene. È quello che si sta facendo in base alla legge appena passata in una Commissione, se non erro, alla Camera. Nel Mezzogiorno, infatti, stiamo non soltanto scavando, ma cercando di imprigionare i gas, di farli lavorare per noi, come si fa già a Larderello per le ferrovie. Se potessimo dunque aumentare di queste percentuali le fonti di energia, allora le disponibilità di tali fonti consentirebbero non solo di soddisfare le maggiori esigenze dell'attività produttiva, ma anche - specialmente attraverso un maggior impiego di metano - di semplificare le lavorazioni e di ridurre i costi.
Non vi dico poi dei problema edilizio. Esso ci sta sommamente a cuore. Siamo arrivati ad una media annua nell'ultimo periodo, se non sbaglio, di 700.000 vani all'anno.
E se noi potessimo avere i mezzi per poter mantenere questo ritmo, specialmente con riguardo alla edilizia popolare, noi dovremmo poter risolvere anche in Italia il problema della casa, problema che è veramente angoscioso nonostante le enormi costruzioni fatte.
Sistemazione idraulica dei fiumi: abbiamo visto le grandi linee della legge dei fiumi presentata dall'onorevole Aldisio. E qui non si tratta di fare il processo alle chiacchiere: volete forse negare che abbiamo speso inutilmente cento miliardi di lire per riparare i danni del Polesine?
E nell'agricoltura? Nel 1950, su proposta del Governo, il Parlamento ha approvato due leggi di riforma agraria applicate nei termini previsti leggi di riforma agraria applicate nei in alcune zone d'Italia reperendo 585 mila ettari (e sinora assegnandone circa 200 mila a più di 40.000 famiglie).
Queste cifre sbugiardano la estrema sinistra, che accusa la Democrazia cristiana di aver fatto solo delle promesse.
Ma la falsità degli oratori di destra che ci accusano di aver distrutto anche aziende in pieno rigoglio è dimostrata dagli esoneri dell'esproprio concessi a 106 aziende ritenute modello, per una superficie di 38.000 ettari circa. Mentre accelereremo la completa trasformazione ed assegnazione delle terre sinora espropriate, studiamo la esperienza fatta in questa materia. Sicuramente da essa trarremo motivo per quelle misure capaci di promuovere la prosperità dell'agricoltura che dei resto è stata incoraggiata proprio nell'ultimo anno anche dai cospicui finanziamenti del piano dodecennale e da quelle minori per la montagna.
Nell'agricoltura, come negli altri campi della vita nazionale, le leggi e le riforme debbono servite ad incoraggiare gli attivi e i coraggiosi, eliminando i poltroni e gli sperperatori. Alla luce di queste considerazioni sarà aggiornata e proseguita la politica agraria.
E ora, mi spiace, ci sono anche le tasse. Uno dei maggiori impegni del Governo in questo quinquennio rimarrà la riforma tributaria anche perché si è avuto il coraggio di toccare un settore nei quali gli interessi colpiti sono molti, numerosi, grandi e piccoli.
In questa prima fase non si è potuto affrontare un piano clamoroso di riforma strutturale del nostro sistema tributario perché si sono dovute creare le premesse psicologiche e tecniche di più profondi rinnovamenti e si è nel contempo dovuto avere il massimo riguardo alle necessità di bilancio.
Ma ora il reddito nazionale è avviato a raggiungere un livello accertabile e la sua distribuzione, anche in virtù delle altre riforme e provvidenze pubbliche, tende a migliorare sensibilmente. Queste condizioni consentono e consentiranno e i passare da un sistema di imposte sul reddito misto ad una tassazione prevalentemente personale che è la espressione più evidente del regime democratico. Ma se guardiamo indietro, vediamo che in questa prima fase sono stati fatti dei passi decisivi e si sono costruite delle basi solide su cui poggiare il nuovo sistema: una graduale costante politica di riduzione dei tassi delle varie imposte, in primo luogo dell'imposta generale sull'entrata e di quella sul reddito, una più efficiente esenzione dei redditi minimi ai fini dell'imposta sul reddito, con notevole beneficio delle classi meno abbienti.
Tutto ciò ha consentito di porre le premesse per ogni ulteriore sviluppo, cioè una migliore perequazione, una migliore giustizia fiscale. Punto di partenza estremamente importante doveva essere la dichiarazione unica annuale. Per la prima volta nella storia del popolo italiano il contribuente ogni anno impegna la sua parola per confessare i propri redditi al fisco.
Le prime due dichiarazioni nel complesso hanno dato buoni risultati anche se le evasioni di certe categorie di redditi, evasioni che stiamo combattendo con la massima energia, non sono mancate. Ma i progressi tra la prima e la seconda dichiarazione sono notevoli e ancor più notevoli si faranno man mano che l'azione del fisco potrà espandersi in superficie e in profondità. Molti dei provvedimenti legislativi necessari sono già in preparazione; alcuni sono stati anche discussi in Consiglio dei Ministri e saranno oggetto delle riforme del prossimo Governo.

La politica estera dell'unione è la salvezza dell'Europa

Ora dovrei parlarvi un po' di politica estera. Che cosa dicono gli avvenimenti attuali di politica estera? Confermano la bontà della nostra posizione atlantica. La situazione si è ammorbidita, si è evitata la guerra perché la guerra è diventata un rischio troppo grave sia perché esiste la bomba atomica, sia perché l'organizzazione atlantica è ormai una grande forza solidale europea.
Al Senato ci si è detto: «Voi volete questa legge truffa per far passare la Comunità di Difesa Europea». Ma noi non abbiamo bisogno di ricorrere a nessuna legge particolare per far passare la Comunità. Pensiamo che, secondo il tenore dell'articolo 11 della Costituzione, abbiamo il diritto di chiedere al Parlamento dì approvare una legge la quale unifichi anche gli eserciti, e che in ogni caso sia base per uno sviluppo europeista.
Non vi nascondo che vi sono stati anche punti oscuri nella situazione. Quali sono? A parte la guerra in Corea, dove purtroppo si combatte e si muore, e quella in Indocina, che si chiamano guerre coloniali, ma che in verità sprizzano dallo stesso principio, è sempre lo stesso volto del comunismo come lo avete visto quando ho citato Togliatti.
Vediamo la questione europea. Innegabilmente, qual'è il punto debole cui si fa poca attenzione e del quale si discute meno? E questo: che vi sono delle questioni territoriali, delle frontiere che non sono state ancora stabilite. Queste questioni delle frontiere sono molto acute, sono questioni di larga contestazione questioni fra uno Stato e l'altro; e non sono state risolte sopratutto perché i trattati di Potsdam e di Yalta, fatti in fretta alla fine della guerra e al principio del dopoguerra, sono trattati che si sono detti provvisori, Ad Yalta i famosi «tre grandi» convennero sul principio che la frontiera orientale dovesse seguire la linea Curzon; a Potsdam, sentito il Governo polacco, i tre confermarono che la determinazione della frontiera occidentale della Polonia doveva essere opera del trattato di pace tedesco più tardi, ma intanto furono d'accordo che in pendenza la definitiva limitazione della frontiera occidentale gli ex territori tedeschi ad est della linea Oder-Neisse venissero amministrati dalla Polonia. Abbiamo quindi un'importante territorio, importante anche per le sue miniere e per la sua produzione terriera, provvisoriamente affidato all'amministrazione polacca.
Ma questo sta nel trattato. In realtà però la Polonia russificata ne ha preso possesso come la Russia ha preso possesso della sua parte della Prussia orientale e non vuole mollare: qui abbiamo una frontiera che non è riconosciuta. Abbiamo due tronconi di Germania, quello della Repubblica federale di Bonn, e quello della Repubblica Democratica Popolare. Questa ha fatto una convenzione particolare per riconoscere il passaggio alla Polonia di quei territori; il Governo di Bonn rifiuta di riconoscere questo possesso.
E qui c'è un problema innegabilmente difficile.
Dice Nenni: «Ecco, voi volete mettere insieme questa Germania federata di Bonn agli altri Stati d'Europa, fare dei sei Stati un'unica Europa e venire ad assumere corresponsabilità sia militari che politiche; in realtà voi provocate la guerra, andate verso la guerra. La nostra concezione è diversa». È vero che esiste una difficoltà ma noi pensiamo, invece, che una Unione Federale in cui siano la Francia, l'Italia, gli Stati del Benelux e la Germania di Bonn sia più in grado di evitare qualsiasi avventura, qualsiasi errore, e sopratutto di rinunciare a qualsiasi spinta aggressiva, che non lasciando sola la Germania ad armarsi, perché allora lo spirito nazionale potrebbe spingere di nuovo i tedeschi ad un conflitto.
Non è vero che in questa Unione come ha detto Lussu al Senato, ci siano «papalini»; ci sono fior di socialisti, ci sono protestanti, ci sono altri popoli. Non è questo che ci unisce: ci unisce il bisogno, e ormai la comprensione, che non c'è altra salvezza al di fuori di questa unione.
Questa è la nostra concezione europeista. Ma da questa concezione momentanea risulta poi un'altra speranza, che è quella che da essa derivi uno sviluppo federalista, e che finalmente le frontiere in Europa vengano abbassate e si abbia una Comunità sola e una libera circolazione sia per le persone che per le cose e sopratutto per il lavoro.
L'Italia ha senza dubbio un interesse vivissimo anche suo, oltre che interesse generale nel senso internazionale, che questa nuova costruzione dell'Europa si faccia.
Ma noi abbiamo ancora una ragione particolare: ritorcere l'arma contro questi signori, i quali non possono non vedere che è vantaggio certo della Nazione italiana di avere questa nuova costruzione e di parteciparvi. Essi non pensano all'interesse della Nazione italiana ma a quello della Russia, di cui temono naturalmente l'opposizione.
Nenni, invece, dice: «Sapete cosa facciamo? Stiamo neutrali». È andato a dirlo anche, pare, a quello che ho sentito dire da fonte abbastanza sicura, a Stalin. Stalin gli ha domandato: «Ma cosa intende lei quando parla di neutralità dell'Italia?». E Nenni ha risposto: «Neutralità con doppia garanzia: ci garantiscono di rispettare la neutralità la Russia da una parte e l'America dall'altra».
E sapete che cosa ha detto Stalin? Stalin gli ha detto: l'Italia è un paese troppo grande per fare i servizi della Russia e non può trovarsi in una posizione analoga a quella della Svizzera. Non può piegarsi a siffatte garanzie di una neutralità lesiva del suo prestigio e della sua importanza. Allora Nenni ha risposto che si potrebbe trovare un'altra forma: il patto di non aggressione.
Ma di patti di non aggressione non ne abbiamo bisogno perché col Patto Atlantico ci siamo obbligati a difenderci, ma siamo anche obbligati a non aggredire. E se i russi prendono un impegno del genere, esso non ha valore, come abbiamo visto orinai ripetute volte.
Ad, ogni modo, se la Russia volesse applicare il principio della non aggressione nei confronti dell'Italia, per forza di cose dovrebbe applicarlo anche nei confronti degli alleati dell'Italia, perché altrimenti la complicazione sarebbe grave.
Vengo come sapete dalla sessione del l'organizzazione atlantica: se voi poteste assistere a queste sedute, a questo dialogo fra tutti i rappresentanti di 14 Paesi, non solo Ministri degli Esteri ma anche militari ed economici, vedreste una unanimità assoluta sopratutto in due cose prima di tutto la buona volontà di accettare qualunque proposta seria che possa aprire uno spiraglio verso la pace. Però contemporaneamente la ferma volontà di non rischiare prima di essere sicuri di continuare nell'unità difensiva e di rafforzarsi, perché l'esempio ci dice che l'ammorbidimento di oggi è la conseguenza della forza dimostrata.
Se mi domandaste una valutazione sopra certi gesti distensivi, io direi prima di tutto che non se ne debbono vantare i nostri comunisti, i quali fino a ieri hanno esaltato Stalin, hanno esaltato il potere militare, hanno parlato di guerra incombente. Come avete visto non sono loro che possono approfittare del cambiamento d'aria, se cambiamento c'è.
In secondo luogo noi diciamo: vedremo i fatti. Se cominciassero ad esempio a far la pace là dove c'è la guerra, dovunque si combatte sul serio, come in Corea; se si cominciasse a dire: basta uccidersi l'un l'altro, facciamo veramente l'armistizio, sarebbe una bella prova. Con ciò non vorrei dire che tutte le questioni sarebbero risolte, ma ci sarebbe una spinta nuova. Lasciamo che si faccia questa prova: vedremo poi di affrontare quelle difficili. Noi ad ogni modo saremo disposti sempre all'ottimismo, ma anche alla prudenza e alla cautela.
Bisogna esaminare se una data mossa che vien fatta mira a dividerci o no. Se mira a dividere per esempio l'Inghilterra dalla Francia o a tenere divisa la Germania dalla Francia allora quella non è una misura di pace, è una misura per noi pericolosa, perché può condurre al disfacimento interno quindi alla guerra. Se invece tutto quello che vien fatto è unione di forze è ricostruzione dell'Europa: questa è pace, è garanzia di pace, è la strada della pace, quella che noi percorriamo. Lasciamo quindi dire. Oggi le cose sono cosi, corrispondono veramente alla realtà.

La politica della Russia

Quanto alle intenzioni, che volete che sappiamo noi? Ce lo dicano loro. Fino a ieri ci hanno detto che Stalin era per la pace: che anzi era la garanzia della pace. Adesso ci dicono che appena morto le cose sono cambiate e la pace ha fatto un grande cammino perché è morto.
Se non lo sanno loro che sono stati in Russia all'università bolscevica e che ne seguono attentamente le mosse, chi deve saperlo? Noi no di certo. Ma un certo sospetto lo abbiamo. Qui non si tratta di domandarci se questo interessa o no il bolscevismo come ideologia, si tratta di domandarci se non c'è una certa tradizione di metodo, un certo modo russo-slavo, bizantino, diverso dalla nostra concezione.
Ve ne do un esempio. Certe volte le opere d'arte, le opere poetiche sono quelle che hanno intuizioni delle situazioni. Voi conoscete il Boris Gudunov. Ebbene è un'opera grandiosa di un grande poeta russo, Puskin, il quale mette in bocca a Boris Gudunov morente davanti al figlio, erede al trono, dei consigli sull'arte di governo - vedete che non si tratta di bolscevichi, siamo indietro, ma c'è una tradizione - con queste parole: «Sin dall'infanzia hai partecipato al mio fianco alle riunioni della Duma; conosci le tradizioni su cui si regge un governo sovrano. Le consuetudini sono l'anima del potere statale. Negli ultimi tempi sono stato costretto ad adottare di nuovo il bando e la pena capitale. Tu potrai abolirli: sarai benedetto per questo come lo fu tuo zio quando ereditò il trono dal «Terribile». Col tempo poi potrai di nuovo gradualmente serrare le redini del potere. Ora allentale ma non lasciartele sfuggire dalle mani». Non vi pare divinatorio?

Il nostro diritto per Trieste

Ora abbiamo un problema che ci riguarda più direttamente. È uno dei problemi a cui la diplomazia, secondo una frase celebre, deve pensare sempre, ma di cui non sempre sarebbe opportuno parlare, se il tacere non potesse essere interpretato come voler dimenticare. Nessuna occasione, anche minima, viene lasciata sfuggire senza proclamare e ribadire il nostro buon diritto. Quando non ne facciamo oggetto dì pubbliche dichiarazioni è perché insistiamo nelle comunicazioni e nelle conversazioni di altra natura. Badate, se è vero che la dichiarazione degli alleati del 20 marzo 1948 costituisce, come costituisce, un impegno d'onore che non viene né può venire negato; se è vero, come Nenni afferma, di aver sentito dire a suo tempo da Molotov, che l'U.R.S.S. resisteva alle richieste italiane solo perché aveva promesso durante la guerra a Tito la Venezia Giulia come compenso per i sacrifici fatti durante la guerra, ebbene, che cosa impedirebbe oggi all'U.R.S.S. di rendere anche giuridicamente perfetta la formula proposta dagli alleati nel 1948, aderendovi ora, in un momento in cui i conti di guerra si potrebbero considerare chiusi in un ambiente di distensione, e chiudere si potrebbe anche in uno spirito di collaborazione fra l'Italia e Jugoslavia, quando si accettasse il criterio che tale collaborazione è tanto più agevole quanto più le terre confinanti sono omogenee per carattere etnico e storico?
Affermiamolo anche qui, perché, a forza di insistere, la verità si fa strada. La pace adriatica è una pace costruttiva, che se garantisce all'Italia i suoi diritti, giova anche alla Jugoslavia, alla quale auguriamo pacifico sviluppo e prosperità.
Almeno questa volta non ci si risponda dall'altra parte con polemiche acerbe. Tanto esse non intaccherebbero in nessuna misura la nostra pacata ma risoluta fermezza, né indebolirebbero la nostra immutabile speranza.

Il rinnovamento dei quadri

Ora concludo. Ci si dirà: che cosa volete? Pretendete la immobilità delle vostre posizioni? Volete restare sempre ministri? Cristallizzare il potere di un partito per altri cinque anni? Fossilizzare gli uomini? Volete negare il ringiovanimento, l'intercambio? Rispondo: no, per quello che riguarda i nostri quadri, una generazione incalza l'altra, i giovani di 30 anni stanno accanto agli uomini di 70.
Nuove forze sono state addestrate, anche come Sottosegretari o nelle Commissioni parlamentari. Una nuova classe dirigente è stata formata e si va formando. Si dirà: ma De Gasperi non se ne va mai? È certo che io stesso ho prolungato lo sforzo al di là dei limiti dell'età naturale, ma la colpa è di chi rende ancora cosi aspra la battaglia e così incombente il pericolo. L'ho sentito anche nell' ultima occasione del tumulto al Senato che c'è bisogno di tutte le forze, anche dei vecchi, fino all'ultimo momento in cui c'è necessità di resistere.
La democrazia non è ancora in una posizione sicura. Questa nostra nazione non ha consolidato ancora le ossa, c,è ancora molto da fare per rendere stabile la democrazia. Il dovere per me è ancora di battermi in un posto qualunque, al Governo e meglio fuori! Ma, e lo dico a proposito di una pubblicazione, vorrei avvertire che nessuno ha il diritto di attribuirmi l'ambizione di essere portato in icona sopra la folla.
Io starò sempre nei ranghi e camminerò col popolo e col Partito come da mezzo secolo sto facendo. Ma è necessario un ringiovanimento dei muscoli e delle arterie, è assolutamente indispensabile, badate, in ogni movimento democratico, in ogni partito, in ogni classe di governo; ma questo necessario ringiovanimento dei muscoli e delle arterie, non può associarsi dall'esperienza delle difficoltà superate, e sopratutto dalla prova di resistenza morale. Oh, tutti noi abbiamo molti difetti, abbiamo diversità di temperamento.
Ma la prova dei fatti, che vuol dire la prova dell'attraversare le responsabilità, di assumerle coraggiosamente, questa prova deve dimostrare tre cose: primo, che in un uomo c'è il senso del dovere verso la comunità nazionale anche col proprio personale sacrificio; secondo: assoluto disinteresse personale che accetti ove occorra, per disciplina interna ed esterna, anche un servizio secondario e magari un'umiliazione.
So bene che qui molti che hanno avuto la legittima ambizione di poter adire alla rappresentanza parlamentare in questa occasione non anno potuto vederla soddisfatta. Io dico, giovani o quasi giovani, ricordatevi che la prova migliore che si può dare al proprio partito e al Paese è quella di sopportare questa prova e di agire disinteressatamente. Domani il premio non può mancare.
Terzo: la prova deve dimostrare che la coscienza illuminata dalla convinzione che questo nostro servizio che prestiamo nel particolare momento storico che passa - attimo fuggente - può si essere benemerenza riconosciuta o no dai contemporanei, ma certo è apprezzata da chi domina i tempi e giudica le generazioni.
Questa è la nostra forza, e deve essere questa la nobiltà del nostro stile. Direi che questo rappresenta il contributo che il nostro patrimonio spirituale può dare al progresso di tutti nella Nazione. Non siamo degli esclusivisti. Ci sono delle fedi umanitarie, degli impulsi semplicemente razionali, delle concluse esperienze nazionali o internazionali, delle virtù, della filosofia o delle tradizioni che imprimono sigilli di nobiltà. E questo contributo può essere, per la spinta in avanti della Nazione, prezioso, e va accettato.
Dirò di più, benché l'essenza dei regime democratico sia il principio della maggioranza parlamentare che governa e della minoranza che controlla, e non si possa accettare quello che con eufemismo Nenni chiama equilibrio, che potrebbe essere invece paralisi se non insidia, dirò tuttavia (benché, ripeto, il normale principio sia quello della maggioranza che governa e della minoranza che controlla), che sarebbe desiderabile che il Governo potesse valersi delle capacità degli uomini che provengono dalle varie categorie della produzione, da quelle della tecnica a quelle sindacali.
Ed entro nostri quadri mi pare - non conosco ancora i risultati del lavoro di Gonella dato che sono stato all'estero che sia stato fatto ciò che si può presentare al pubblico come una manifestazione di forza e di educazione. Ma direi di più: faccio un passo avanti. Anche fuori dei nostri quadri sarebbe auspicabile che presto o tardi, nelle vicende democratiche e nella loro evoluzione, ciò fossa avvenire anche fuori di noi, allargandosi cioè e le basi, spalando le porte della Repubblica a tutti gli uomini di buona volontà, provenienti da tutte le classi. Ma è necessario ancora che preceda un periodo di chiarificazione e di filtro. Le scorie della guerra devono cadere, il fanatismo odiatore alimentato dalla scuola di Mosca e dalle prigioni, il cominformismo, cioè la guida politica e ideologica di uno Stato estero, deve trovare i suoi invalicabili limiti nel a coscienza nazionale, e i principii fondamentali della Costituzione devono essere sinceramente accettati e inculcati. Ogni progresso, ogni evoluzione è nella legge, e non è ammessa come alternativa la sovversione.
Senza dubbio c'è, per il momento, nella presentazione di Nenni, un cambiamento di tono, ma egli rimane ancora legato alla sua parabola bolscevizzante ed è ben lontano, per adesso, dal ritornare a quello che era il suo pensiero nel 1945, quando obiettando ai propugnatori della proporzionale proclamava: «La maggioranza deve poter governare altrimenti si va al caos, all'avventura e alla dittatura». Innegabilmente fa piacere sentire oggi proclamare da lui il dovere della difesa della Patria, benché tale dovere diventi teoretico se si rifiutano i mezzi e le alleanze per difenderlo. Ma anche qui egli ancora è sempre fuori della sua traiettoria iniziale di quando, nel 1918, a Bologna, diceva: «Ogni cittadino deve contribuire con tutte le sue forze alla resistenza se non si vuole che l'Italia finisca come la Russia». Oggi la sua mèta ideale è di finire come la Russia e con la Russia.
Siamo dunque sempre lontani, e la direzione di marcia è divergente. Ma lontani siamo anche dalla destra.
Abbiamo fatto un certo sforzo, sopra i nostri sentimenti. Abbiamo cercato di superare il conflitto passato. Abbiamo presentato - non è colpa nostra se le vicende parlamentari non hanno permesso di definire questa legge - un provvedimento che riconosce la pensione ai mutilati della repubblica sociale e agli appartenenti alla Mvsn, già approvato alla Camera.

La strada della vera pace

L'idea era di spezzare la cosiddetta «spirale della vendetta», l'idea era sopratutto di giudicare con equità e serenità la massa dei combattenti. Tutti pieni di ammirazione per la Resistenza fatta con sacrificio personale e per la Patria. Il nostro riconoscimento e l'onore vanno a chi ha ubbidito alle leggi dell'onore e della disciplina, e ha mantenuto fede al giuramento. Ma comprensione: comprensione e indulgenza per tutti quanti compirono i sacrifici in buona fede. Inchiniamoci con lo spirito sulla tomba del caporale alpino Giampietro Civati caduto in combattimento il 5 dicembre 1944 che, come racconta Silvestri, ha scritto questo mirabile testamento: «Sono figlio di Italia, d'anni 21, non di Graziani e nemmeno di Badoglio, ma sono italiano e seguo la via che salverà l'onore d'Italia».
È su questo sentimento che fondiamo la nostra speranza di riguadagnare alla democrazia queste forze che sembravano perdute.
Ma che vogliono, i politici neofascisti, che rivendicano e riabilitano il fascismo, tutto il fascismo e ci coprono di volgari accuse?
Il fascismo ha costruito, sì, non lo nego, ma noi abbiamo costruito e rinnovato immensamente di più. Ci dicono - e su certi giornali satirici questa accusa traspare - «asserviti all'America». Ma noi non ci mettiamo sull'attenti dinnanzi a Foster Dulles, come i gerarchi dinnanzi a Hitler. Con l'aiuto dell'America abbiamo salvato la moneta e recuperato l'oro della Banca d'Italia: voi avete consegnato alla Germania persino l'oro della Banca d'Italia.
L'America ci aiuta a ricostruire l'esercito per difendere la pace. Senza il suo aiuto non avremmo nessuna possibilità di armare modernamente i nostri soldati: li manderemmo con la sola baionetta come i famosi 8 milioni. Non vantiamo come allora progressi che poi non si sono avverati, ma abbiamo sentito in sede internazionale questo riconoscimento: che il nostro esercito oggi, sia pure coadiuvato dalle forze di marina e dell'aviazione alleate, è in grado di sbarrare il cammino alla invasione eventuale perché munito di forze corazzate e assicurato alle spalle dalla flotta nostra e da quelle alleate.
I progressi fatti sono notevoli grazie allo sforzo appassionato dei capi ministri alla testa - e allo spirito patriottico rifatto, ringiovanito, rinforzato dei soldati e del popolo.
Grazie alle alleanze l'Italia riprende fiato, ha voce nella ricostruzione dell'Europa e nella difesa della pace. Su questa via bisogna continuare con tenacia, con lealtà e con l'unione. Dunque anche qui, di fronte ai destri neofascisti, dobbiamo dire che siamo ancora lontani da una chiarificazione e non vedo elementi costruttivi per la politica nazionale. Ma anche i conservatori della Monarchia si troveranno pure un giorno (oggidì fingono di non vedere tale questione in concreto) si troveranno dinnanzi ad un'alternativa e speriamo non sia tardi. Vogliono essi consolidare questo regime democratico, oppure vogliono sottoporlo ad ulteriori complicazioni - ora che la Nazione è ancora in preda ai marosi della politica interna e non ha risolto le sue questioni internazionali - con nuove scosse per la questione del regime? Il problema non è nella forma ma nella sostanza. E la sostanza sta nell'alternativa: libertà o totalitarismo, democrazia o dominio dittatoriale, oligarchia di classe.
Questo oggi è il dilemma, dentro e fuori le frontiere.
Questa è la linea del fuoco, qui c'è il centro della battaglia. Non bisogna disperdersi in settori secondari. La linea democratica comprende vari partiti: facciano tutti il loro dovere guardando al Paese e al suo avvenire. Noi democratici cristiani abbiamo l'onore di essere il centro e di attirare su di noi gli urti di molteplici forze. È il nostro destino e il nostro dovere, ma è anche la sicurezza e la salvezza del Paese!
I nostri avversari, Togliatti alla testa ironizzano sulle mie parole del 1948 quando dissi che bisognava vincere: «costi quello che costi».
Quassù si comprenderà forse meglio il significato ideale di queste parole quando si ricorda che esse sono la divisa gloriosa della Brigata d'Aosta: «Ca cousta l'on ca cousta, viva l'Austa!».
Così noi diciamo: costi quello che costi, viva l'Italia!

On. Alcide De Gasperi
Assemblea dei dirigenti DC dell'Alta Italia
Milano, 26 aprile 1953

(fonte: biblioteca Butini)


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