LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

 

VIII GOVERNO DE GASPERI: INTERVENTO DI ALCIDE DE GASPERI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 21 luglio 1953)

Le elezioni politiche del giugno 1953 hanno segnato una significativa flessione elettorale della DC, e anche dei suoi alleati centristi, con la conseguente non applicazione del meccanismo della nuova legge elettorale maggioritaria, approvata tra forti polemiche durante la I° legislatura.
Alcide De Gasperi costituisce il suo VIII governo il 16 luglio 1953, un monocolore democristiano, per superare la difficile situazione parlamentare venutasi a creare dopo le elezioni. De Gasperi presenta alla Camera dei Deputati il suo governo il 21 luglio 1953.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevoli colleghi, esiste un problema di governo, sul quale voi siete chiamati a decidere, ma esiste per tutti noi anche un problema della funzionalità del Parlamento, e quindi della vitalità della democrazia italiana.
Non si presenta solo alle vostre decisioni l'alternativa di appoggiare o rifiutare un dato governo, questo Governo che chiede la vostra fiducia; ma al nostro comune senso di responsabilità è affidato un compito più vasto ancora e impegnativo: quello di superate le difficoltà funzionali derivanti dalla nuova composizione delle Camere, difficoltà in parte previste, e che si volevano evitare con l'introduzione nel sistema proporzionale di un premio alla maggioranza assoluta.
Questa riforma non è stata resa operante dal numero degli elettori che la legge prescriveva come necessario, e, quindi, allo stato degli atti, dobbiamo considerarla come inattuale e caduta. Ma di ciò e di altri eventuali emendamenti al sistema elettorale, che siano suggeriti dalla esperienza, le Camere potranno occuparsi in più propria occasione, specie quando si dovrà affrontare il problema della necessaria integrazione del Senato.
Gli elettori, tuttavia, hanno affidato la maggioranza dei seggi ai gruppi collegati, così che logico sarebbe stato che il Governo si fosse composto di tali gruppi, o comunque si fosse appoggiato su tale maggioranza precostituita. I sondaggi fatti in proposito hanno portato tuttavia alla conclusione che, nel presente stadio della situazione interna e della evoluzione della politica estera, siffatta formazione governativa non era possibile; anzi, che, nelle presenti circostanze, una maggioranza assoluta, precostituita sulla base di un accordo generale politico, non si dimostrava realizzabile. Abbiamo allora accettato l'incarico di limitare la diretta responsabilità ministeriale a uomini appartenenti al gruppo della maggioranza relativa, con la ferma speranza che nel Parlamento si crei, a mano a mano che ci si distanzia dalla polemica elettorale e si fa più viva la consapevolezza degli interessi del paese, quella atmosfera di collaborazione che l'opinione pubblica più responsabile attende e reclama.
Poiché, se sono mutate la topografia e la struttura parlamentare, non è mutata la situazione oggettiva nella quale si trova il paese, che dobbiamo rappresentare, né sono modificate le premesse dalle quali deve partire, per operare, lo Stato italiano, e in particolare il suo Governo.
Su tali premesse vorrei, onorevoli colleghi, richiamare la vostra cortese attenzione, perché esse condizionano il programma e l'attività del Governo e, nello stesso tempo, costituiscono la parte dei nostri problemi, delle nostre esigenze e delle nostre speranze, che più ci unisce e più ci fa sentire la responsabilità comune.
Alcune considerazioni, anzitutto, sui problemi sociali.
Il programma sociale massimo rimane in Italia quello di assicurare la piena occupazione della manodopera. Bisogna confessare che la mèta è ancora lontana: essa non appare del tutto raggiungibile che con un potenziamento radicale della nostra posizione agricola e industriale, potenziamento che, date le scarse risorse naturali e l'esuberanza della popolazione, è realizzabile solo se si riesce ad abbassare i costi della nostra produzione in modo che l'Italia si affermi come paese trasformatore delle materie prime altrui.
Tutto ciò non può essere opera del solo Governo, e può derivare soltanto dal concorso di tutte le forze economiche; ma il Governo, con gli occhi sempre fissi alla mèta, dovrà creare le «condizioni d'ambiente» le più adatte a favorire al massimo la produzione e l'esportazione, distribuendo adeguatamente i pesi fiscali, intervenendo a sollecitare e, quando occorresse, a integrare la privata iniziativa.
I nostri tecnici, presa visione dei piani di sviluppo delle imprese private e pubbliche, fanno dei calcoli induttivi che, salvo contraccolpi esterni, non controllabili o imprevedibili, prevedono per il prossimo quinquennio un aumento complessivo della produzione industriale del 40 per cento e del 15 per cento della produzione agricola. Essenziale per tale sviluppo sarà il progresso raggiunto nel settore delle fonti energetiche, specialmente con riguardo al metano che dovrà consentire una riduzione dei costi.
Non può essere questo il momento di addentrarmi nei problemi tecnici che devono accompagnare tale sforzo; ci basti affermare che il Governo è consapevole che su tali linee di sviluppo tutto quanto è fattibile deve essere tentato per aumentare le occasioni di lavoro.
Ben si comprende che, detto ciò, non intendiamo sostare nell'opera più immediata e più diretta degli investimenti statali, il che vuol dire: lavori pubblici, piano dodecennale del Mezzogiorno, piano di bonifica e riforma agraria. Sono questi investimenti che hanno dato un'impronta di eminente socialità all'azione del passato Governo da me presieduto, e impegnano e caratterizzano l'attività rinnovatrice del Governo che ne viene ad assumere l'eredità.
Basterà rilevare che le leggi pluriennali già deliberate dal Parlamento, come quella sulla Cassa per il Mezzogiorno, quella per le zone depresse del centro-nord, quelle sulla riforma fondiaria, sulla montagna, sui fiumi e torrenti, sugli acquedotti, sulle bonifiche, sull'I.N.A.-Casa, sul credito industriale, eccetera, gravano già per gli anni 1953-58 sui bilanci dello Stato per 1.078 miliardi, spesa già notevole che sarà trasformata in una massa imponente di lavoro e di fonti di lavoro. Si tratterà dunque, in prima linea, di integrare ed eventualmente correggere e intensificare tale sforzo; il Governo farà tesoro, per lo sviluppo ulteriore, della critica costruttiva che gli potrà venire dai banchi parlamentari.
Per quanto riguarda gli obiettivi più prossimi, possiamo oggi indicare solo alcune linee direttive. Dedicheremo il prossimo periodo all'attuazione della riforma agraria nell'ambito delle leggi in vigore, che prevedono appunto l'esecuzione biennale, e nel frattempo si elaborerà un'altra legge in ottemperanza ai princìpi della Costituzione sulla base dell'esperienza e tenendo conto adeguato del problema sociale e di quello della produttività, mettendo a prova in congruo periodo di tempo la capacità tecnica e l'apertura sociale dei proprietari. Ove questa manchi, dovrà intervenire incisivamente lo Stato.
Frattanto verrà intensificata l'applicazione della legge sulla piccola proprietà contadina e resa più efficiente l'opera della Cassa. Legge e Cassa dovranno sviluppare la loro azione, favorendo, specialmente nelle zone a mezzadria, l'aumento delle proprietà di contadini.
La legge sull'imponibile in agricoltura merita di essere riveduta alla luce delle esperienze e in rapporto all'occupazione e al reddito.
Crediamo opportuno, inoltre, rivedere al lume della mutata situazione la legislazione sui contratti agrari allo scopo di risolvere alcune questioni di fondo, quale ad esempio l'avvicendamento delle famiglie quando esse diventino insufficienti di numero alle necessità dei fondi. Contemporaneamente si dovranno introdurre vincoli per il miglioramento e il rifacimento delle case e l'obbligo della chiusura dei conti a fine anno.
Si dovrà facilitare quanto più possibile il credito alle piccole aziende agrarie.
Quanto all'attività edilizia, confesso che avrei desiderato presentare già, fin d'ora, un piano di coordinamento che disciplinasse e sollecitasse le varie iniziative. Questioni di carattere tecnico e di competenza hanno fatto per il momento ostacolo a questo mio desiderio, che però dovrà trovare presto soddisfacimento.
Ma, comunque, il ritmo complessivo delle costruzioni dovrà essere mantenuto sui presenti 700 mila vani annuali, dandosi però maggiore impulso alla costruzione di case popolari e popolarissime e favorendosi nel contempo l'assegnazione delle case in proprietà.
Proporremo il prolungamento del piano I.N.A.-Casa che scade nel 1955, in modo che già ora si possano formulare piani aggiuntivi; intensificheremo la costruzione di case popolari con contributo statale (per l'esercizio prossimo è già previsto un ulteriore contributo di tre miliardi), e spero che ci riuscirà finalmente di eliminare i baraccamenti dei terremotati e dei sinistrati.
Il piano degli acquedotti ne prevede la costruzione in 2.200 comuni, cioè in quasi tutti i comuni che attualmente ne sono privi.
Si è già iniziata l'attuazione del programma per i fiumi, che prevede opere, come ricordate, per 157 miliardi, di cui 17 già stanziati, per la regolamentazione dei principali corsi di acqua.
Il piano della Cassa per il Mezzogiorno, com'è noto, è stato prolungato di due anni e ha assunto ormai un ritmo di lavoro veramente confortante: supera oggi i 2 milioni di giornate lavorative al mese.
È giusto che anche la legge per le aree depresse del centro-nord venga prolungata di un biennio, rendendo così possibile un completamento dei programmi.
Ho già accennato alle fonti di energia, i cui programmi sono già in corso: penso che per dare impulso al loro sviluppo si debba costituire un comitato di coordinamento presso il Ministero dell'industria.
Per la piccola e media industria sarà proseguita l'azione tendente a potenziarne lo sviluppo, a mezzo di facilitazioni di credito e di altre iniziative di sostegno, sotto forme diverse, delle particolari categorie.
Per l'artigianato è importante che si approvi la legge sull'apprendistato, già pendente in Senato.
Nel settore dei trasporti diventa incalzante il problema dello sviluppo della rete stradale, con riguardo, in primo luogo, agli allargamenti e alle rettifiche delle strade nazionali di grande comunicazione: problema grosso, che esigerà appena possibile un opportuno finanziamento.
A proposito delle comunicazioni, va ricordato che il Governo italiano ha firmato il 14 marzo 1953 una convenzione col Governo francese per il traforo del Monte Bianco, ai termini della quale i due Stati si impegnano rispettivamente alla costruzione di metà dell'opera nel giro di pochi anni.
Tale convenzione sarà quanto prima sottoposta alle due Carriere, ed io spero che voi, onorevoli colleghi, non avrete difficoltà a concedere la vostra ratifica a questa opera grandiosa, che già si era affacciata alla mente di Cavour, benché i tempi non fossero allora maturi per una impresa del genere.
Non accenno qui a progetti ancora in elaborazione riguardanti la marina mercantile e l'aviazione civile né il complesso di quei provvedimenti delle forze militari per uso interno ed estero che incidono nella nostra vita produttiva. Si può comunque concludere che esiste un complesso di provvedimenti, in atto o in elaborazione, che hanno l'effetto di sollecitare l'occupazione e di agire su una più equa distribuzione del reddito e per una più giusta struttura sociale.
Il Governo si propone anzitutto di accelerare gli investimenti già stanziati, per cui ogni ministro viene impegnato ad esaminare col massimo scrupolo ragioni o pretesti di ritardo e a trovare gli opportuni rimedi.
Ma comprendiamo che il problema dell'occupazione rimane sempre difficile ed estremamente impegnativo; e, nello sforzo ulteriore, esamineremo col massimo interesse le conclusioni delle Commissioni parlamentari sulla disoccupazione e sulla miseria e i provvedimenti da esse suggeriti.
Ai fini sociali dovrà ispirarsi anche la politica tributaria del Governo. È appunto in nome della giustizia sociale che deve essere intensificata l'opera di repressione della evasione fiscale. Lo sforzo verrà fatto in via amministrativa, ma si proporrà anche una nuova legge per rendere più efficiente l'accertamento ed eliminare forme legati di evasione, quali ad esempio quelle realizzate attraverso società di comodo. Anche le sanzioni per le evasioni dovranno essere rivedute ed inasprite per i casi di maggiore pericolosità.
L'imposizione sulle società merita anche nel nostro sistema tributario di essere adeguata a quella dei paesi di parallelo sviluppo economico ed industriale, anche al fine di una maggiore perequazione tributaria fra le imprese individuali e le imprese sociali: per questo il Governo pensa di proporre al Parlamento l'istituzione di una imposta sulle società, ragguagliata al loro capitale e all'eccedenza del reddito rispetto ad un determinato rapporto col capitale investito, eliminando l'attuale imposta di negoziazione sui titoli azionari.
La lotta contro l'evasione rende opportuna una nuova sistemazione delle imposte sui trasferimenti ed in particolare dell'imposta di registro, alcune aliquote della quale debbono essere notevolmente ridotte.
Il Governo presenterà al Parlamento il progetto per il riordinamento del contenzioso tributario; e nel settore della finanza locale si propone di sottoporre allo stesso le proposte tendenti a migliorare e integrare la legge sulla finanza locale del 2 luglio 1952, sulla scorta delle esperienze fatte nella sua prima applicazione.
Oso credere che questo complesso di provvedimenti di sollecitazione della produzione, d'investimenti diretti e di riforme tributarie, possa definirsi programma di rinnovamento e progresso sociale.
È però vero che ogni sforzo serio di politica economica è costretto a muoversi entro due limiti, particolarmente pressanti nelle condizioni di un paese come l'Italia: l'uno, la necessità di un bilancio statale che non accentui, col suo squilibrio, lo squilibrio dell'economia che si vuole risanare; l'altro si riferisce alla posizione della bilancia dei pagamenti con l'estero.
Sul bilancio statale e sui molti aspetti della complessa materia con esso connessa vi intratterrà prossimamente il ministro del tesoro nella sua esposizione finanziaria.
Desidero tuttavia, fin da questo momento ed in questa sede, preannunciarvi che il Governo ritiene di dover impegnare se stesso a raggiungere, con la collaborazione del Parlamento, il definitivo equilibrio del bilancio statale - e cioè il pareggio - nel corso normale dell'attuale legislatura, vale a dire entro quattro o cinque esercizi finanziari.
Si tratta di perseverare nell'orientamento già adottato dal passato Governo, allorché esso volle che il preventivo del 1953-54, approvato e presentato nello scorso mese di gennaio ed oggi confermato, comportasse un miglioramento di 80 miliardi nel deficit complessivo.
Confido che, dopo tante discussioni svoltesi anche in quest'aula, sia chiaro che lo sforzo di ridurre gradualmente il disavanzo del bilancio si fa e si intende fare con l'intento di favorire, non di diminuire, la produttività; giacché questa è in rapporto alla maggiore disponibilità di mezzi, riservati all'economia produttiva, e le minori esigenze dello Stato per coprire il suo deficit significano denaro a buon mercato, minori costi di produzione e maggiore occupazione.
Per raggiungere tale scopo abbiamo ritenuto indispensabile adottare alcuni criteri che debbono impegnare la nostra attività futura:
1) tutti gli incrementi automatici di entrate che in avvenire si verificheranno rispetto alle previsioni del bilancio 1953-54 dovranno andare esclusivamente a riduzione del disavanzo;
2) tutte le maggiori o le nuove spese rispetto al preventivo 1953-54, derivanti da nuove leggi o da leggi in atto, saranno coperte da corrispondenti riduzioni di altre spese o da nuove entrate tributarie.
Naturalmente queste sono direttive di Governo: ma noi confidiamo che il Parlamento vorrà convalidarle e anche per suo conto mantenerle, soprattutto nello spirito dell'articolo 81 della Costituzione. Al quale fine taluni gruppi hanno già adottato nel loro statuto o nella prassi la formula che provvedimenti che comportano nuove spese non si richiedano se non previa la consultazione dei comitati direttivi. Noi speriamo che tale autodisciplina, tradizionale nei migliori Parlamenti, entri anche nel nostro costume.
È ovvio che questa cura di risanare il bilancio dovrà manifestarsi anche nel proporzionare ogni adeguamento di spesa civile e dello sforzo militare con questa esigenza, tenendo anche conto dell'entità maggiore o minore del contributo americano.
La menzione dell'aiuto americano ci porta a considerare l'altro limite della politica economica, che è quello della bilancia dei pagamenti.
Ridottosi gradualmente l'aiuto americano, noi dobbiamo contare soprattutto sul progresso della produzione che ci consenta di contenere le necessità di importazione dall'estero e di aumentare l'esportazione.
E qui va premesso che la politica commerciale dell'Italia resta improntata all'impegno di realizzare mercati mondiali sempre più liberi e forme di integrazioni regionali che possano preparare e avvicinare la realizzazione di tali mercati liberi.
Su questa via, l'Italia è pronta a continuare a marciare, ma lo potrà fare solo nei limiti in cui l'adesione e la reciprocità degli altri paesi lo rendano possibile.
Non possiamo nasconderci che molte delusioni si sono avute negli ultimi tempi, e che non sempre l'azione concreta ha corrisposto ai propositi più volte largamente espressi.
Nell'interesse della pace nel mondo e del migliore sviluppo delle condizioni di vita di tutti i paesi, l'Italia si augura che i pericoli insiti nella situazione che si sta evolvendo diventino sempre più evidenti, sì da portare ad un rinnovamento ed irrobustimento delle energie che tendono ad una più ampia cooperazione economica internazionale.
Certo è che il nostro paese, anche per la sua intrinseca debolezza economica, non potrebbe a lungo restate indifferente alle pratiche limitative del commercio internazionale.
Il nostro paese farà ogni sforzo per sostenere la propria esportazione; e penso che il Parlamento debba rapidamente approvare la legge studiata dal precedente Governo e che il nuovo vi riproporrà eventualmente integrata, per le assicurazioni alle esportazioni; mentre sarà continuata e sistemata la politica dei rimborsi, fissando una aliquota uniforme per i prodotti finiti, e un'altra per i semilavorati, politica che verrà applicata là ove ci si trovi di fronte a provvedimenti analoghi.
Quali sono le premesse di politica estera che caratterizzano, e in parte condizionano, la nostra vita nel mondo?
Primo: l'esistenza del patto atlantico, il quale impegna anche l'Italia - per 20 anni - insieme con altri 14 Stati ad una solidarietà difensiva.
Si è tentato di mettere in contrasto la nostra concezione del patto, classificata «oltranzista», con quella della Francia e dell'Inghilterra, che sarebbe più duttile, più evasiva.
Converrà allora dire che noi facciamo nostra in ogni sua parte, e anche nella sua formulazione, la definizione che del trattato hanno dato recentemente i rappresentanti della Francia, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti nel convegno di Washington, il 14 di questo mese.
Il comunicato, firmato dai ministri degli esteri dei tre governi, si esprimeva in questi termini: «I tre governi sono decisi, conformemente al trattato dell'Atlantico del nord, a salvaguardare la libertà, l'eredità comune e la civiltà dei loro popoli che sono basate sui princìpi della democrazia, della libertà individuale e del diritto. Essi hanno sottolineato la propria volontà di continuare lo sforzo di difesa comune indispensabile per rimediate allo squilibrio attuale delle forze e per portare così il loro contributo alla sicurezza collettiva e al mantenimento della pace internazionale. I ministri hanno riaffermato che l'alleanza dell'Atlantico, del nord rappresenta un elemento essenziale della politica di difesa e della politica estera dei tre governi. Essi si sono trovati d'accordo nel ritenere che il miglioramento delle prospettive è dovuto, in larga misura, all'esistenza di questa alleanza e che la sua potenza difensiva doveva essere mantenuta».
Nessuno vorrà negare che tali affermazioni coincidono con le idee, con le tesi, con le valutazioni che noi abbiamo ripetutamente espresso anche in quest'aula.
Ma, a questo punto, ci si è fatto obiettare che noi esageriamo nel valutate il movimento per la comunità europea.
Sarà utile, allora, rileggere il comunicato di Washington anche per ciò che riguarda la C.E.D. e la comunità europea. Ecco come si esprimono i tre ministri: «I tre ministri si sono trovati d'accordo sulle seguenti condizioni: 1) la comunità europea rafforzerà la comunità atlantica e sarà a sua volta rafforzata dall'associazione con questa; 2) gli sforzi costruttivi in vista dell'edificazione di una comunità europea apportano un importante contributo alla pace mondiale. Poiché essa risponde ai bisogni durevoli dei suoi membri, per quanto concerne la loro sicurezza e la loro prosperità, la comunità non può essere considerata in rapporto con la tensione internazionale; 3) siffatta comunità, pacifica per sua natura, non è diretta contro nessuno. Non vi è modo migliore per tutelare gli interessi della sicurezza di tutti i paesi che la soppressione delle cause di discordia in Europa. In effetti, le disposizioni previste dal trattato istitutivo della comunità europea di difesa garantiscono che le forze di essa non potranno essere impiegate per una aggressione; 4) destinata a por termine ai conflitti del passato, la C.E.D. non esclude nessuno Stato. Al contrario, i sei paesi hanno spesso sottolineato che gli altri paesi liberi dell'Europa possono divenire membri della comunità o associarsi ad essa».
Devo chiedere scusa per la lunghezza della citazione; ma è utile che essa sia inserita nel verbale del Parlamento italiano, perché le idee che essa contiene, le affermazioni che essa solennemente proclama convalidano quasi alla lettera dichiarazioni, discorsi, tesi sostenute in sede internazionale dai rappresentanti del Governo italiano.
Vero è che la comunità di difesa, cioè l'esercito comune europeo, è un'iniziativa francese, ma il Governo italiano, pur dovendo superare obiezioni di carattere generale e tecnico in confronto a tale proposta, ne condizionò l'accettazione all'impegno dei membri di passare dalla comunità di difesa e da quella dell'acciaio e del carbone alla logicamente necessaria conseguenza di un'autorità politica europea, cioè all'impegno di creare una comunità politica europea.
Lo sforzo di tale evoluzione continua e va continuato: questa è la nostra concezione europeistica, il nostro contributo pacifico e costruttivo al rinnovamento del continente e al consolidamento della pace.
Certamente, l'Italia non può assumere responsabilità più vaste di quelle di cui ha possibilità e diritto; se altre potenze più determinanti mutassero atteggiamento, la libertà di decisione, già per se stessa riservata alle Camere, la riprenderemmo anche noi in sede di Governo.
In questi problemi di solidarietà e comunanza non intendiamo in alcun modo sottrarci al dovere e al diritto di dire in comune la nostra parola, prima che vengano prese decisioni che impegnino anche il destino europeo, cioè anche il nostro destino. E ciò perché l'impostazione di tali problemi non riguarda solo questa o quella nazione, questo o quel ristretto gruppo di nazioni, ma ha incidenze di grande, decisiva portata sui vitali interessi internazionali ed interni di tutti e di ciascuno. È, questo, un punto di vista che non abbiamo mancato di rappresentare proprio in questi giorni, e che continueremo a sostenere.
Siamo anche convinti che il metodo proposto di arrivare alla pace risolvendo i problemi insoluti, settore per settore, sia il metodo più pratico e più efficace, ed esprimiamo il voto e il vivo augurio che lo sforzo riesca.
Siamo inoltre convinti che il problema della pace e della sicurezza, se in parte è affidato alle misure difensive, in altra notevole parte si fonda sulla solidarietà normale e consapevole dei popoli liberi. Non si supera la guerra fredda e non si arriva alla distensione e alla pace con l'oriente se non in un clima di unità e di concordia dell'occidente. Fino a tanto che al di qua e al di là della barricata si potesse contare su divergenze anglo-americane o discordie franco-germaniche, sarebbe impossibile convincere l'opinione pubblica mondiale che il trattato atlantico è una vitale cintura di sicurezza e un solido baluardo della pace. Perciò l'Italia vede con soddisfazione, nel comunicato di Washington, riconfermata un'armonia di vedute che a torto, dunque, era stata contestata.
Non esiste, infatti, una comunità di sicurezza fondata solo sulle convenzioni militari e sul numero delle divisioni, e, soprattutto, non è raggiungibile una soluzione costruttiva e permanente di pace senza la consapevole adesione della pubblica opinione e il libero consenso dei popoli.
Fondamentale errore commetterebbero gli associati, se non tenessero conto di questa imprescindibile legge della vita democratica. Al quale proposito, e più particolarmente per una questione che sta tanto a cuore all'Italia, abbiamo per tempo e ripetutamente parlato alto e chiaro. La nostra politica di unità e ricostruzione europea non è nata solo dalla cosciente valutazione di un cerchio ristretto di uomini di governo, ma si è finora appoggiata su larghi consensi del popolo italiano. I suoi sviluppi sono, naturalmente, collegati all'intensità e al persistere di questo consenso.
Sia ben chiaro a tutti che nulla ci fa dimentichi del supremo dovere di tutelare senza debolezze i diritti delle nostre genti. Il nostro pensiero al riguardo è già stato affermato e riaffermato più volte e pubblicamente e in tutti gli incontri diplomatici e politici. Nulla potrà mai farci deflettere dal perseguire e dal raggiungere l'obiettivo; e ogni tergiversazione, ogni ritardo, ogni dubbio sulla fedeltà verso i riconoscimenti solennemente dichiarati si ripercuotono fatalmente sul popolo italiano come una pesante remora a quella collaborazione internazionale alla quale esso pur dà il suo valido, consapevole, e talvolta determinante contributo. Noi abbiamo nel passato tentato e ritentato pazientemente una soluzione del problema, che si fondasse sopra un accordo fra i due Stati finitimi; ma la nostra pacata tenacia, anche se sostenuta da premure e sollecitazioni degli alleati, non ebbe fortuna. Ora sono indette conversazioni di carattere militare a Washington. È ben noto che noi non facciamo né abbiamo ragione di fare obiezioni ad una collaborazione militare difensiva fra gli Stati balcanici. È cosa che li riguarda. L'abbiamo fatto sapere ad Atene e ad Ankara. Ma abbiamo anche dichiarato formalmente di fronte a tutti i governi alleati ed in sede di N.A.T.O., che, mentre perdura l'attuale situazione nei rapporti italo-jugoslavi, non è possibile all'Italia partecipare sotto qualsiasi forma, diretta o indiretta, ad intese militari che sono in flagrante contrasto con l'angoscioso stato d'animo della popolazione italiana e della pubblica opinione. (Applausi al centro).
Sia chiaro ai nostri alleati che certi errori di valutazione potrebbero ripercuotersi sulla stessa solidità della comune alleanza, determinando crisi che si risolverebbero a tutto ed esclusivo vantaggio di coloro che hanno interesse ad incrinare l'edificio della solidarietà occidentale.
Ci è parso talvolta che, assorbiti dai gravi problemi mondiali, essi non abbiamo compreso l'importanza decisiva della questione del territorio libero; ma, al punto in cui sono le cose, ritengo indispensabile aggiungere all'azione svolta per via diplomatica queste mie ferme parole, pronunciate innanzi alla maestà del Parlamento italiano.
Lo faccio, pur avendo la profonda convinzione di avere interpretato il pensiero e gli interessi della nazione italiana, quando l'abbiamo associata nel patto atlantico, sotto la cui protezione abbiamo potuto compiere, con una rapidità imprevista, la ricostruzione economica, la restaurazione e l'attrezzatura delle forze armate, abbiamo potuto uscire dall'isolamento, ricostruire nuove ed antiche amicizie, e nei consessi internazionali dare avviamento ed impulso al movimento di una novella Europa, che superi gli antichi conflitti e sia aperta alla fraterna cooperazione dei suoi popoli. Lo faccio riconoscendo, specie in confronto degli Stati Uniti, l'opera grandiosa di solidarietà economica e morale che ci fu in questi ultimi anni prestata e prendendo atto con soddisfazione della calda e rinnovata dichiarazione di amicizia e di solidarietà espressa ieri dal Governo di Washington.
Tutto questo sento, riconosco, confermo, né vacilla la mia fede negli ulteriori sviluppi della cooperazione internazionale, nella necessità di raddoppiare gli sforzi per la pace organicamente costruita e garantita. Ma la mia provata fede, che trova certo nell'animo vostro tanto consenso, dovrà costituire per tutti una prova convincente che è giunta l'ora di rendere giustizia al popolo italiano. (Applausi al centro).
Onorevoli colleghi, se le condizioni del nostro ambiente sociale, il collocamento della nostra economia entro l'economia mondiale e lo sviluppo della nostra politica nei rapporti internazionali costituiscono dei punti di partenza e delle pietre confinarie da cui ed entro le quali si svolge l'azione del Governo, l'efficienza di tale azione e la sua tempestività dipendono anche dagli strumenti di cui il Governo può disporre.
Se volessimo trarre le conclusioni di una lunga esperienza, potremmo anzi affermare che il miglioramento degli strumenti è una premessa essenziale della reclamata efficienza governativa. Qui il discorso dovrebbe riguardare tutta la riorganizzazione dell'amministrazione pubblica. Basterà tuttavia che mi riferisca alla relazione presentata dal Governo precedente in Senato, quando esso chiese la delega per la riforma della burocrazia.
Ci proponiamo di ripresentare tale richiesta e di chiedere al Parlamento le sue direttive per stabilire i criteri fondamentali di tale riforma che includerà lo stato giuridico e l'organizzazione e il trattamento economico semplificato e unificato dei dipendenti statali. I lavori preparatori sono molto avanzati; se le Camere vorranno, la delega potrà venire concessa rapidamente e rapidamente attuare le principali riforme.
Alla parte strumentale del nostro lavoro appartiene anche l'applicazione della delega per il decentramento di attribuzioni statali alle province, ai comuni, agli enti locali, delega già concessa al Governo con la legge 11 marzo 1953, ma che attende ancora disposizioni esecutive.
L'attuazione della Corte costituzionale può essere compiuta nelle prossime settimane.
Quanto al referendum, previsto in linea di principio dalla Costituzione, sembra che la maggioranza convenga sulla conclusione cui si è arrivati ultimamente, cioè di riservarlo per casi eccezionali, come avviene in altri Stati.
Nel campo dei rapporti di lavoro i precedenti governi hanno già svolto una intensa azione per favorire - dopo l'abolizione del sistema corporativo fascista - la ripresa e lo sviluppo della contrattazione collettiva, che ancora una volta si è dimostrata un efficace strumento per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori e per la pace sociale.
È chiaro, però, che in questa materia l'azione di mediazione del Ministero del lavoro non basta: è più che mai viva l'esigenza di giungere ad una attuazione dei princìpi fissati dagli articoli 39 e 40 della Costituzione. Il Governo intende pervenirvi promovendo disposizioni che sanciscano la validità giuridica dei contratti collettivi e determinino le procedure per la loro stipulazione, gli interventi del Ministero dei lavoro, l'efficacia delle norme nei confronti dei singoli - lavoratori e aziende - e nei confronti delle organizzazioni sindacali. A norma dell'articolo 40 della Costituzione, si dovrà poi giungere alla determinazione dell'ambito entro il quale si possa esercitare il diritto di sciopero.
Nel campo delle leggi dirette all'attuazione della Costituzione, riveste particolare rilevanza e complessità quella riguardante il Consiglio superiore della magistratura. Gli studi approfonditi che al riguardo sono stati finora compiuti saranno rapidamente ripresi in esame dal nuovo ministro, e il Governo sottoporrà al più presto al Parlamento il relativo progetto di legge.
Altro problema che dovrà essere affrontato e risolto dalle nuove Camere è quello riflettente la disciplina delle locazioni degli immobili urbani. Questo problema è particolarmente delicato, poiché presenta gravi aspetti sociali, che vanno attentamente considerati. Esso sarà tuttavia esaminato col più largo senso di comprensione.
E qui mi arresto nel lungo elenco, perché non può essere mio compito di enumerare in questa sede tutta la serie di disegni di legge presentati nella passata legislatura, ora decaduti e che potranno essere ripresentati o modificati: le Carriere saranno chiamate a deliberare su di essi separatamente e specificatamente.
Accenno soltanto ad alcuni criteri generali di direttiva, che in qualche settore il presente Governo intende seguire:
1) riassorbire nelle disposizioni legislative generali, facenti parte dell'aggiornamento del codice penale, tutte le misure necessarie per la difesa degli ordinamenti istituzionali e costituzionali, allo scopo di garantire e consolidare il libero regime democratico, quale è previsto e configurato dalla Costituzione;
2) mantenere nell'attività amministrativa una linea di condotta ferma e decisa che esiga da tutti il pieno rispetto dell'autorità dello Stato, il quale deve essere il tutore dell'ordine, della legalità, della libertà;
3) impegnare tutti gli organi esecutivi alla massima correttezza e all'uso più scrupoloso del pubblico denaro;
4) accelerare la liquidazione di enti economici superflui ed elaborare proposte per il coordinamento e il controllo dei rimanenti.
Giunto alla fine di questa esposizione programmatica, che potrà trovare altre integrazioni ed illustrazioni in nesso col dibattito che si svolgerà nelle Camere, mi pare di aver diritto di affermare che alcuni punti sostanziali potranno certo incontrare l'adesione di un largo fronte fra i rappresentanti neo-eletti che, pur con la riserva delle loro premesse ideologiche o dei loro postulati particolari, sentono la responsabilità di affrontare e risolvere problemi di progresso sociale e di pubblico benessere.
Vero è che anche ogni collaborazione, pur limitata a problemi concreti, suppone una ispirazione politica generale. Ma quando il Governo proclama di volere essere «interprete delle più alte e vitali aspirazioni della nostra storia: l'ideale democratico, la libertà politica e l'indipendenza della patria, i valori universali del cristianesimo, i princìpi di giustizia sociale nel primato delle forze del lavoro», lo fa non con angusto spirito di parte, ma con la visione dei compiti che si impongono in uno Stato democratico ad ogni partito e ad ogni statista che crede nella democrazia e nel libero regime parlamentare, che pensi alla elevazione delle classi popolari e si preoccupi dei ceti medi; soprattutto che senta, al di sopra di ogni divisione, la necessità che l'Italia progredisca vigorosamente nel cammino che ha, con l'aiuto della Provvidenza e con singolare fortuna, ripreso. (Vivi, prolungati applausi al centro).

On. Alcide De Gasperi
Camera dei Deputati
Roma, 21 luglio 1953

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di martedì 21 luglio 1953)


torna indietro home page stampa la pagina Portale della Democrazia Cristiana - un progetto ideato dall'Istituto "Renato Branzi" di Firenze
hogan interactive, hogan stivali scarpe, hogan scarpe 2015, hogan scarpe italia, hogan scarpe outlet, hogan scarpe 2014