LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VIII GOVERNO DE GASPERI: REPLICA DI ALCIDE DE GASPERI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 28 luglio 1953)

Le elezioni politiche del giugno 1953 hanno segnato una significativa flessione elettorale della DC, e anche dei suoi alleati centristi, con la conseguente non applicazione del meccanismo della nuova legge elettorale maggioritaria, approvata tra forti polemiche durante la I° legislatura.
Alcide De Gasperi costituisce il suo VIII governo il 16 luglio 1953, un monocolore democristiano, per superare la difficile situazione parlamentare venutasi a creare dopo le elezioni. De Gasperi presenta alla Camera dei Deputati il suo governo il 21 luglio 1953, ed il 28 luglio compie la sua replica alla conclusione del dibattito parlamentare.
L'ordine del giorno a favore dell'VIII governo De Gasperi, presentato da Aldo Moro, viene respinto, e De Gasperi comunica alla Camera che presenterà le dimissioni al Presidente della Repubblica.
Questo è l'ultimo governo De Gasperi.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevoli colleghi, il discorso introduttivo, programmatico è sembrato e forse è scialbo perché rappresenta lo sforzo di eliminare tutti gli argomenti polemici, almeno quelli della polemica elettorale, e di concentrare l'attenzione sopra i problemi che ci uniscono, sui problemi che si impongono alla nostra responsabilità per un programma di lavoro il quale abbia questo duplice carattere: essere programma di lavoro e di progresso sociale, e contemporaneamente di riaffermazione dell'autorità dello Stato. Dissi onestamente, francamente (non avrei potuto fare diversamente) che la difficoltà di create una maggioranza fondata su di un accordo politico precostituito mi aveva indotto a costituire il Governo come esso si è presentato, con due caratteristiche però, che potevano essere: continuità per quanto concerne l'elemento «socialità», e fermezza ed imparzialità per quanto riguarda soprattutto l'autorità dello Stato e la difesa dell'ordine e della libertà.
La socialità è un'apertura, non verso sinistra o verso destra, ma verso le classi più povere. È questo il problema centrale, il problema su cui dovevano confluire tutte le disposizioni e tutti i provvedimenti che si proponevano ancora per la lotta contro la disoccupazione.
La fermezza vuol dire soprattutto garanzia contro lo scivolamento verso l'antidemocrazia. Si è detto che questo era un programma dell'immobilismo. Sì, per la verità, se le ragioni fondamentali del libero sviluppo, l'indipendenza della nazione, eccetera, sono ragioni permanenti, abbiamo da fare con un programma immobile, cioè con un programma il quale si fonda sopra condizioni continue: è il permanere, però, non statico di un binario su cui vi è del movimento progressivo e del dinamismo, e che quindi nulla ha da fare con l'immobilismo programmatico. Da tanti anni che sono al Governo il mio programma è sempre stato quello di istituire e consolidare in Italia un regime democratico senza riserve e senza ipoteche di dittatura. Questo programma rimane anche oggi il mio ideale. E, riferendomi ad un articolo di commento scritto da un nostro collega, probabilmente dirò che non sono vicino né a Von Papen né a Kerenskij. Se si rifà la storia, non si può semplicemente prendere le figure centrali o quelle che hanno rappresentato le conseguenze di una situazione; bisogna anche pensare a chi ha contribuito a creare queste situazioni; e, se volessimo esaminare lo sviluppo della repubblica di Weimar e come si è arrivati a Von Papen, troveremmo delle indicazioni molto salutari ed utili anche per i partiti che qui sono rappresentati. Nel senso dunque delle direttive sono, sì, immobile, e preferisco non lasciate a nessuno la speranza di mie deviazioni. Che vi è di anticostituzionale e di improprio nel mio proposito che in mancanza di una maggioranza assoluta politica si affidi alla maggioranza relativa l'esecuzione di un programma che sia accettabile dalla maggioranza delle due Camere in quanto rappresenti gli interessi più immediati del paese?
In merito alle critiche pubbliche, che furono aspre e molteplici, dimostrerò a parte - occupandomi, settore per settore, delle questioni economiche, internazionali e di altre di carattere politico ed interno - quanto queste critiche fossero infondate o almeno esagerate, molto spesso non pertinenti. Ma il fatto caratteristico di questa discussione è che tutta la polemica elettorale si è riversata entro il dibattito per quanto io avessi cercato di non fornire alcun motivo. Tutti hanno cominciato dalla interpretazione del voto del 7 giugno, che è stata fatta da ciascuna parte dal suo proprio punto di vista, dal proprio angolo visuale: per gli uni, fu condanna della politica del Governo; per gli uni fu vittoria del comunismo; per gli altri fu affidamento di future vittorie per le forze di destra; per taluno fu affermazione tendenziale ed istituzionale; per altri aspirazione all'unificazione socialista.
Sommando le cifre della sinistra con quelle della destra si ottiene, naturalmente, la sconfitta del centro. (Commenti a sinistra). Ma voi scherzate! Questo centro ha avuto parecchi milioni di voti. È vero, all'atto pratico il suo accordo politico è venuto meno; ma voi, opposizioni, siete forse d'accordo fra di voi? Voi vi unite in un atto negativo; ma siete capaci di unirvi in un atto positivo? Come li considerate gli 11 milioni di elettori che hanno votato per la democrazia cristiana? Forse creta per un vasaio che ne tragga qualunque figura di destra o di sinistra, come torna un grumo che disseccandosi diventi polvere? Non ne ho parlato nel mio primo discorso; ma voi mi sfidate a parlarne, e allora vi affermerò che vi ingannate, che è un centro solido, cementato da ideali profondi, collegato con la coscienza della nazione.
Certo, il senso di responsabilità ci impone limiti: nega l'integralismo intransigente, esige un collocamento centrale che attende e che impone a se stessi tolleranza verso gli altri e ricerca di ciò che unisce. Ma due preoccupazioni ci rendono compatti (sia detto indipendentemente dal destino del Governo che in questo momento rappresento) e capaci di ogni sforzo: quella della libertà e quella dell'avvenire delle classi più povere. (Commenti a sinistra).
Libertà: fino a che abbiamo forza e capacità non possiamo affidare il paese ad un governo comunista o ad un governo che fatalmente ricada sotto le direttive del comunismo e del Cominform; francamente, onestamente e in coscienza dobbiamo dire questo. (Approvazioni al centro). Le classi più povere non possiamo abbandonarle ad una politica di demagogia, di inflazione e di socialismo di Stato che porta al lavoro forzato, ai campi di concentramento ed allo schiavismo (Vivi applausi al centro - Rumori a sinistra) che, secondo testimonianze molto serie (mi riferisco anche alla recente inchiesta dell'O.N.U.), domina in certi paesi. No! Finché abbiamo una forza, un'energia, una responsabilità, l'Italia non può diventare il paese dei marescialli che si combattono a vicenda e si condannano reciprocamente (Vivi applausi al centro - Proteste a sinistra) come assassini e traditori del popolo!
Lo so, voi comunisti pubblicate subito un manifesto di adesione quando Berija va a finire in prigione; voi pubblicate sempre l'adesione, il plauso: e questo fa onore alla vostra disciplina. Ma noi desideriamo che l'Italia non arrivi a queste condizioni. (Applausi al centro - Interruzioni a sinistra). Lo so, si dice che non siamo un paese balcanico; non abitiamo nelle isbe. (Interruzione del deputato Pajetta Gian Carlo). Devo ammettere che anche nel passato fra nazismo e fascismo vi era la differenza portata dal carattere nazionale. Per fortuna, il fascismo non si è mai coperto delle stesse crudeltà, nella stessa misura e nella stessa forma, del nazismo. (Proteste a sinistra - Interruzione del deputato Pajetta Gian Carlo). Tuttavia dovete ammettere che il carattere nazionale e la bontà naturale dell'italiano attenuano le situazioni, anche nel momento più critico. Ed io ritengo - e lo voglio dire - che domani, se la disgrazia avvenisse, attenuerebbe anche le conseguenze del regime bolscevico, se venisse introdotto. Tuttavia, il disordine del fascismo fu grave e l'esperimento costò centinaia di migliaia di vittime, e l'identità sostanziale del pensiero portò allo stesso disastro finale.
Da questo punto di vista, la cosiddetta apertura di Nenni verso sinistra desta le più gravi preoccupazioni. Certo, se fossimo in una situazione simile a quella della Gran Bretagna, della Germania, della Francia, dell'Austria... (Vivi rumori a sinistra - Interruzione del deputato Pajetta Gian Carlo).

PRESIDENTE. Questo spettacolo non fa onore alla Camera! Tutti debbono poter esprimere il loro pensiero. (Vivaci interruzioni del deputato Pajetta Gian Carlo). Onorevole Pajetta, la richiamo all'ordine per la prima volta! Continui, onorevole Presidente del Consiglio.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Mi riferivo ai paesi in cui esiste, o è probabile, un'alleanza fra socialisti e cristiano-sociali o cattolici, e perciò ho citato anche l'Austria, dove esiste un tal governo.
Se fossimo in una situazione - dicevo - simile a quelle di Gran Bretagna, Germania, Francia, Austria (Proteste a sinistra - Commenti) si potrebbe parlare di alternativa socialista, cioè di collaborazione con uomini che, essendo indipendenti dai comunisti, anzi in contrasto con essi, darebbero la garanzia che la loro convinzione democratica bloccherebbe qualsiasi tentativo o deviazione verso il regime bolscevico. Allora una collaborazione potrebbe imporsi in certe situazioni come dettata dalla salute pubblica; ma è inutile: né la corresponsabilità della condotta passata che giustificò il titolo di socialcomunismo e da parte socialdemocratica quello di socialfusionismo, né i legami organici e sociali esistenti di fatto, né le dichiarazioni attuali di Nenni (pur fatte con molta attenuazione e con molta abilità diplomatica) e meno che meno quelle di Togliatti possono darci la tranquilla convinzione che i 3 milioni e mezzo di socialisti potrebbero, al governo, costituire un potere che, all'occasione, quando si trattasse di difendere la libertà, sapesse resistere anche ai 6 milioni di comunisti: 6 milioni di comunisti preparati, addestrati, lanciati alla conquista bolscevica.
Dice Saragat: nessuna debolezza per la dittatura. Ciò è evidente. La difesa d'ufficio fatta dal partito socialista della democraticità del partito comunista può essere considerata con indulgenza. Non si può però avere indulgenza verso la difesa del patto di unità d'azione che ha spezzato l'unità del socialismo italiano. (Proteste a sinistra). Queste sono parole di Saragat. Io non sono in tutto d'accordo; vado più in là. Non posso accettare la difesa d'ufficio perché la trovo sintomatica sottomissione a quello che avviene al di là della frontiera. Le forche di Praga, l'arresto di Berija, l'accusa e la messa in giudizio, i fatti di Berlino bastano perché non si possa concedere indulgenza nemmeno alla definita democraticità del partito comunista da parte di Nenni. Ma ad ogni modo esiste il patto di unità d'azione. Se fra social democratici e comunisti, come dice Saragat, non vi è comun denominatore, è certo che il comun denominatore esiste fra socialisti di Nenni e comunisti, Togliatti ieri sera ce lo ha dimostrato in piene parole. E allora come trovare il comun denominatore fra noi e Nenni? Ma Nenni e Saragat fondano la loro pur così differente visione sulle speranze della evoluzione della situazione internazionale.
Sulla politica estera parlerò dettagliatamente a parte. Ma intanto dirò che almeno si dovrebbe ammettere da tutte le parti che essa è fluida. La tensione è diminuita per l'armistizio in Corea, ma la distensione non ha raggiunto ancora nessuna soluzione dei problemi più scottanti: Germania, Austria, Cina. Vi è un avviamento; possiamo augurarci che esso continui, possiamo favorirlo. Ma innegabilmente ci troviamo in una fase introduttiva, in una fase, chiamiamola così, transizionale. Ma allora ho proprio errato io a dire: prendiamo atto di questa fluidità della situazione e concentriamo i nostri sforzi sui problemi di interesse comune all'interno? Il programma che ho tracciato è un programma di lavoro impersonale, un quadro politico così largo che non v'è nulla di specificamente appartenente alla democrazia cristiana. Tanto è vero che nel finale io citai il testo del patto del novembre del 1952, firmato anche dai liberali, dai repubblicani e dai socialdemocratici. Non lo ricordo per richiamarmi ad esso od esigerne un rispetto assoluto di fronte all'attuale Governo, perché tutti sono liberi di valutare i cambiamenti di situazione e di appellarsi alla solita formula rebus sic stantibus, ma solamente per dire che io non ho enunciato dei princìpi angusti di partito. Io ritengo addirittura che anche all'infuori di coloro che firmarono quel programma massimo ci sia qualche partito che possa far propri i punti fondamentali di quel programma. Essi, ripeto, possono corrispondere ai postulati di tutti i partiti ad eccezione delle estreme. Se dunque c'è un programma che promuove l'interesse del paese e non chiede a nessuno rinunce ideologiche, perché esso non dovrebbe meritare una considerazione almeno di attesa?
Non ho bisogno di ricordate che la democrazia cristiana ha dato il contributo massimo e più valido alla pacificazione nel 1945-46 e successivamente. Noi abbiamo tutta l'intenzione di continuare su questa strada approvando le leggi già presentate sui combattenti della repubblica sociale e della milizia, prendendo in considerazione la possibilità di concedere un'amnistia. Siamo disposti - e non so perché si sia interpretato diversamente il mio pensiero - ad assorbire in formule generali le leggi speciali, il che significherebbe fare cessare le leggi eccezionali medesime assorbendole in formule obbligatorie per tutti i cittadini; abbiamo espresso rigorosamente la nostra esigenza per l'annessione del territorio libero. Qualcuno ha creduto che l'accentuazione più forte del solito che io ho posto nel trattare il problema di Trieste avesse soltanto lo scopo tattico di dare soddisfazione alla destra per ottenere un plauso in quel momento. Non è vero. Io ero sotto l'impressione penosa dell'invito a Washington dei rappresentanti jugoslavi, e, poiché le nostre proteste di due giorni prima, quando avevamo saputo la cosa in via confidenziale, non avevano dato frutto, io sentii il bisogno di dire una parola forte pubblicamente, dinanzi al Parlamento italiano; una parola che, provenendo da un uomo che ha sempre sostenuto la tesi atlantica, doveva avere un particolare significato. La mia presa di posizione, dunque, non ha voluto avere uno scopo tattico immediato; onorevoli colleghi, anche nei momenti più difficili, io mi ricordo soprattutto dell'interesse del paese e lo metto al di sopra degli interessi immediati ottenibili con un'affermazione od un diniego.
Si è parlato della possibilità di dare una forza maggiore alla nostra azione nel patto atlantico. Ma che cosa credete che sia stato il nostro sforzo fino ad ora? L'Italia è sempre stata alla testa delle cosiddette nazioni minori nel chiedere una parificazione completa anche di fronte alla pratica risoluzione dei problemi. È alla testa per insistere a che tutto si faccia attraverso una affermazione collettiva, che esista veramente una comunità, se non determinante - perché questo sarebbe al di fuori delle costituzioni nazionali - ma valida almeno a suscitare uno scambio di idee, di direttive.
Questa idea di trasformare il patto atlantico in comunità atlantica, ad Ottawa, è stata un'idea nostra. E in parte siamo riusciti ad inserire affermazioni generiche: il cammino è lungo. Si è ripresentata anche questo anno l'occasione di far sentire la nostra voce, specialmente a proposito del convegno cosiddetto delle piccole Bermude. Anche qui io mi sono riferito ad una attività diplomatica che avevamo esplicato e che era bene avesse qui conferma.
Mi si dice: non avete un programma autonomo. Sì, ma un programma autonomo si fonda precipuamente su quello che molti non vogliono accettare, cioè sulla costruzione di una Europa che divenga un terzo elemento fra i due grandi e che sia una forza la quale al momento decisivo sappia far cadere la bilancia dalla parte della pace.
Questo è il nostro programma, questa è la nostra tendenza. Per questo noi ci siamo attaccati alla C.E.D. È vero che la C.E.D. è una iniziativa francese; noi che abbiamo dedicato grandi sforzi alla ricostruzione del paese, abbiamo fatto valere le nostre obiezioni per quanto riguarda il problema della disponibilità dell'esercito; però siamo stati noi ad approfittare dell'iniziativa francese, di questa volontà di risolvere il problema della Germania attraverso un esercito comune, per andare al di là e per indurre i nostri compagni di viaggio a fare un altro cammino, ad arrivare cioè alla comunità europea.
È un lavoro che si sta facendo. Il 7 del prossimo mese dovrebbe esserci un convegno ancora nel Baden per esaminare i punti fondamentali che sono rimasti tuttora insoluti. Ma è lì, secondo noi, la possibilità di creare qualche cosa di diverso dall'America e dalla Russia, qualche cosa, del resto, come è stato notato nella mia relazione, che non è un circolo chiuso, ma è un circolo aperto, perché i sei sono disposti ad accettare altri alleati che possano aggiungersi, sono il nucleo iniziale attorno al quale veramente si può creare una comunità europea.
E ripeto dunque: se vi è un programma che promuove gli interessi del paese e non chiede nessuna rinunzia alle proprie ideologie, perché non meriterebbe almeno una considerazione di attesa?
I monarchici trovano strano che io mi rivolga - sembra con esito incerto - ai miei amici e collaboratori di un tempo. Ma è naturale! Essi furono per qualche periodo partecipi della responsabilità governativa; altri furono collegati o alleati durante la campagna elettorale. È naturale che io pensi soprattutto a loro, in prima linea a loro (per diventate alleati e collaboratori bisogna conoscersi, avere avuto spesso contatti: non è dunque logico ed umano che io abbia pensato anzitutto a loro, con la speranza che l'esperienza personale che essi hanno fatto con me, che i contatti avuti avrebbero facilitato un'intesa?). Noi invece non ci conosciamo; ci siamo solo scontrati nella battaglia elettorale. Confesso che non sono in grado di valutare la vostra forza, le vostre energie, se non per quello che può fare un uomo che le osserva dalle manifestazioni esteriori. Voi pure non conoscete me, non sapete, direi, qual è la mia costituzione morale, che anche voi conoscete solo attraverso manifestazioni esteriori o informazioni. Io non posso chiedervi la fiducia circa il mio impegno o il sentimento nazionale che ispira la mia politica estera o circa le idee direttive che mi muovono in politica interna; né vi posso domandare fiducia nella mia coscienza morale, soprattutto, che mi preserva da opportunismi ed intrighi, ma mi fa mettere al di sopra di tutto il servizio al mio paese, l'amore al popolo italiano, l'ansia che l'Italia cammini e si rafforzi nel mondo e sia in grado di difendere ovunque i suoi figli sparsi in tutti i continenti.
Voi avete creduto forse, dalle espressioni che ho usato nel discorso introduttivo, che avessi fatto queste affermazioni per ottenere un semplice effetto tattico. Vi ho detto che le ho fatte in relazione all'azione diplomatica che credevo in tal modo di completare: ero sdegnato per quanto era avvenuto a Washington e avevo l'animo compresso da lunghe, penose trattative per Trieste; e la parola era rivolta non per captare il vostro sentimento, ma per aggiungere a tante resistenze diplomatiche lo sfogo umano di un uomo che ha avuto tanta pazienza e tenacia senza trovare sufficiente comprensione!
Voi non mi conoscete; io non vi conosco. Ma non sarebbe meglio, per il nostro paese, prender tempo per fare la conoscenza? (Commenti a sinistra). Ecco come io sento umanamente il problema e penso che lo sentiranno moltissimi uomini ragionevoli fuori di qui.
Politica assolutamente contraria è quella di Togliatti. Egli vuole un blocco socialcomunista e dell'unità proletaria ha fatto la base. In questo modo interpretando il 7 giugno, nel blocco entrerebbe Saragat e anche una parte della democrazia cristiana, se lo volesse fare. La divisione del nostro partito e la continua erosione del centro è il mezzo, la mèta è la coalizione; mèta che sempre, in ogni momento della nostra evoluzione, venne espressa e inculcata da Togliatti: la mèta è la coalizione. Coalizione vuol dire la graduale eliminazione dei partiti, col concentramento di tutti i poteri nel soviet, la fine delle libertà parlamentari, la distruzione della democrazia! (Commenti a sinistra). Roma come Mosca, come Praga, come Bucarest, come Budapest! (Applausi al centro). Onorevole Togliatti, lasci che nel momento - direi - del commiato, sia molto franco: a questo destino preferisco la morte civile, ed anche la morte fisica! (Vivi applausi al centro).
Ma il destino è evitabile se tutte le coscienze saranno vigili, se il fumo delle piccole questioni di parte non oscurerà la nostra visione, se lavoreremo per il popolo e le classi povere, respingendo ogni estremismo di classe, ogni avidità di lucro, ogni sfruttamento (Commenti a sinistra), e creando quella nuova classe dirigente.

Una voce a sinistra. Campa, cavallo mio...

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. ...che, proveniente dal lavoro e dalla vita produttiva, può crearsi, onorevole Togliatti, senza rinnegare le tradizioni di patria, la libertà, i valori spirituali e la grandezza e l'indipendenza della nazione! (Applausi al centro).
Risponderò ora alle singole questioni che sono state poste, cercando di essere il più possibile concreto.
Questioni economiche: posizione radicalmente contraria del comunista Alicata in un discorso fazioso, che nega qualsiasi riconoscimento della nostra politica meridionalista, qualsiasi riconoscimento! Discorso più moderato nella forma, ma gravido di conclusioni negative quello del socialista Foa: crisi industriale, regresso dell'agricoltura, situazione cui hanno portato gli aiuti americani passivamente accettati, passività rassegnata nel settore carbo-siderurgico, appoggio sulla classe capitalistica, organica ostilità verso la classe lavoratrice. Onorevole Longo: opposizione recisa, inconciliabile, perché il Governo sarebbe tutore delle classi sfruttatrici e reazionarie in violazione della Costituzione, Governo di minoranza basato sull'intrigo e sulla corruzione, tentativo ipocrita, politica di ipocrisia, tradimento. Dialogo impossibile; discussione inutile, (Commenti a sinistra).
In quanto all'onorevole Foa trovo opportuno rispondere, non perché abbia mostrato molta equanimità, ma perché ha fatto delle affermazioni ed accuse su settori concreti.
Piano Schuman: l'onorevole Foa, nel suo discorso del 24 luglio alla Camera, ha espresso, circa la posizione dell'Italia nei confronti della comunità del carbone e dell'acciaio, alcune affermazioni nelle quali si osserva che la partecipazione dell'Italia alla comunità costituisce, sotto alcuni punti di vista, una rinunzia o un abbandono dell'industria siderurgica italiana; essa è invece un passo avanti nella via dell'inserimento dei suoi problemi nel complesso unitario dei problemi economici del mondo libero, è un portare la nostra siderurgia sul piano europeo, con l'adeguata tutela dei nostri interessi nazionali che si esercita attraverso lo stesso funzionamento del trattato.
La questione dei licenziamenti dell'industria siderurgica non è in relazione con il piano Schuman. A parte il fatto che l'industria italiana beneficia oggi di una protezione doganale superiore a quella che non avesse prima dell'entrata in vigore del mercato comune, la siderurgia italiana soffre della situazione creatasi durante la guerra e immediatamente dopo, che l'ha posta di fronte alla necessità di provvedere ad un suo ridimensionamento e ammodernamento. Il piano Schuman, lungi dall'essere la causa, potrà anzi, attraverso varie provvidenze del trattato, cooperare alla soluzione dell'attuale crisi ponendosi sul piano della comunità un problema che comunque avremmo dovuto affrontate con le nostre sole forze.
Se questi sono i benefici futuri, fin qui il piano Schuman non ci è costato sacrifici, ma ha dato i seguenti vantaggi: approvvigionamento del carbone ad uguale condizione dei paesi produttori, con abolizione dei doppi prezzi; aumento della importazione di fini da coke dalla Germania con riduzione dell'esborso di dollari e situazione più favorevole della nostra esportazione e nella bilancia commerciale con quei paesi; decisione dell'Alta Autorità del carbone e dell'acciaio di versare circa 4 miliardi di lire in due anni per il miglioramento della produzione del bacino minerario del Sulcis; attuazione in corso di una cassa di perequazione per il fossile di provenienza americana,diminuzione del prezzo dei rottami di ferro da un prezzo medio di lire 40 al chilo a lire 24. Importando l'Italia un milione di tonnellate circa di rottami, il risparmio per l'economia italiana si può calcolare in 16 miliardi di lire. Infine, aumento dell'importazione dei rottami della comunità e cassa di perequazione per l'importazione di terzi paesi. Da ultimo: diminuzione dei prezzi dei prodotti siderurgici dal 15 al 30 per cento, con una economia per i consumatori da 36 fino a 40 miliardi, data la nostra produzione di 3 miliardi di tonnellate di tali prodotti.
Il piano Schuman non costituisce, dunque, alcuna rinuncia ad una politica di investimenti; al contrario, essendo previsto che l'Alta Autorità faciliti la realizzazione di programmi di investimento, accordando prestiti alle imprese o dando garanzie a prestiti che esse contraggono, ne costituisce un incentivo.
Che la nostra adesione al piano Schuman sia basata anche su questioni politiche, è evidente. Ed è chiaro che l'aspetto politico non può andare disgiunto da un trattato della portata di questo. Affermare che esso non risponde alle esigenze economiche, è negare la realtà. A parte i vantaggi già menzionati, è evidente che l'Italia, a meno che non voglia instaurare una politica di autarchia, doveva in ogni modo cercare di inserire la sua industria carbo-siderurgica nel quadro di quella europea.
Si è lamentato che la C.G.I.L. è stata esclusa dagli organismi nei quali sono rappresentate le classi lavoratrici. È per lo meno logico che la comunità, nel designare le organizzazioni rappresentative, abbia escluso quelle che per il loro carattere essenzialmente politico anziché sindacale, hanno assunto un atteggiamento pregiudiziale e negativo e non apportano alcun fattivo contributo ai problemi pratici da affrontare.
L'onorevole Foa ha infine criticato il nostro programma, affermando che nessun accenno è stato fatto alla crisi che travaglia l'industria, in particolare quella di base, produttrice di beni strumentali. Egli ha continuato affermando che la crisi non è stata in nessun modo controbattuta dal Governo, il quale anzi ha abdicato ai suoi compiti di direzione economica; che la crisi è confermata dalla stagnazione della produzione agricola; che la nostra industria è in stato di arretratezza.
L'onorevole Foa non ha evidentemente meditato a sufficienza il nostro programma e non ricorda i provvedimenti già assunti dal precedente Governo per sviluppare la produzione agricola e industriale e per aumentare l'occupazione. Il piano dodecennale di sviluppo agricolo, la Cassa per il Mezzogiorno, il credito alla media e piccola industria, lo sviluppo delle fonti di energia e l'incremento dell'attività edilizia, i provvedimenti per il metano, quelli a favore delle esportazioni sono dettati dal duplice scopo di incrementare direttamente, da un lato, la produzione e dall'altro di favorire una maggiore occupazione e, attraverso l'aumento dei salari, un aumento dei consumi e quindi di produzione.
Con questi provvedimenti, come si può dire che il Governo ha abdicato ai suoi compiti di direzione economica? Non è con provvedimenti miracolistici che si sana un'economia, ma è con il lavoro paziente di anni, attraverso il concorso di tutte le forze economiche. Scopo dell'azione del Governo deve essere quello di creare le cosiddette condizioni di ambiente per migliorare la produzione e l'occupazione, non quello di intervenire in ogni singolo settore o, peggio ancora, in una singola azienda, con i danari di tutti, per mantenere in piedi una produzione antieconomica che nell'insieme dell'economia diviene addirittura antisociale.
In secondo luogo, esiste poi davvero questa crisi descrittaci a foschissimi colori anche dall'onorevole Togliatti? Non si tratta piuttosto di situazioni aziendali fin qui sostenute con grandi sacrifici e arrivate ormai a un punto di rottura? Io ritengo si tratti più di crisi di aziende che di crisi di settori. Se esaminiamo infatti l'indice della produzione industriale, notiamo che, nei primi cinque mesi dell'anno, esso è aumentato del 7 per cento rispetto ai primi cinque mesi del 1952. L'indice di maggio è aumentato del 5,3 per cento rispetto al mese precedente e del 5,4 per cento rispetto al maggio del 1952. Confrontando con il 1938, noi abbiamo un aumento del 50 per cento.
Negli altri settori, nei primi cinque mesi del 1953, abbiamo un aumento degli indici rispetto al corrispondente periodo del 1952 del 27,9 per cento nelle industrie estrattive, del 7,5 per cento nelle industrie manifatturiere, del 3,2 per cento nelle industrie elettriche.
Con ciò non ci nascondiamo il pericolo insito nelle situazioni di alcuni particolari rami; ed è per questo che stiamo studiando sistemi di interventi più razionali per il loro sollevamento.
La produzione agricola è in ristagno? Le notizie sui prossimi raccolti sembrano smentire questa asserzione. La produzione del grano è prevista, dopo il raccolto, in 81 milioni di quintali. Per l'olio siamo in anno di piena. Le prospettive per le altre colture sono altrettanto favorevoli.
Ancora: la nostra industria è in stato di arretratezza? «Era» in stato di arretratezza, vi dico io; e oggi abbiamo fatto molto per migliorarla. Abbiamo ricostruito su criteri nuovi, abbiamo rimodernato le aziende, abbiamo riattrezzato gli stabilimenti. Oltre 700 miliardi sono stati erogati a condizioni di favore quali finanziamenti per riattrezzature industriali.
La maggior parte degli aiuti americani è stata destinata a questo scopo, mentre nuove provvidenze, specialmente per la media e la piccola industria che ora cominciano ad attuarsi, ne aumenteranno la portata. Può darsi che siamo in condizioni peggiori di altri paesi, ma è certo che siamo in condizioni migliori, molto migliori, di qualsiasi altro precedente periodo dei nostro paese.
In altre osservazioni di minore rilievo, l'onorevole Foa ci accusa di avere rinunziato a svolgere qualsiasi politica commerciale autonoma. Non penso che l'onorevole Foa volesse alludere all'autarchia, che è una strada che abbiamo abbandonato.
In altri rilievi l'onorevole Foa osserva la diminuzione degli investimenti produttivi pubblici. Anche qui le cifre lo smentiscono. Ecco le cifre sulle spese di carattere economico, produttivo e sociale negli esercizi dal 1944-45 al 1951-52 (per il 1952-53 non ho ancora gli elementi). Per la parte effettiva: 1944-45, 49 miliardi; 1945-46, 231 miliardi; 1946-47, 397 miliardi; 1947-48, 572 miliardi; 1948-49, 670 miliardi; 1949-50, 585 miliardi, 1950-51, 653 miliardi; 1951-52, 749 miliardi. Il 1952-1953, secondo dati provvisori, conferma questa tendenza.
Un dato indiretto è quello della occupazione nelle opere pubbliche e di pubblica utilità. In aprile eravamo al di sopra del 34 per cento sull'aprile 1952; nei primi quattro mesi abbiamo superato del 27 per cento l'occupazione del corrispondente periodo del 1952; abbiamo occupato nell'aprile oltre 470 mila operai nelle opere pubbliche e di pubblica utilità, con un aumento di 119 mila operai sul periodo del 1952.
Vi sono i dolorosi licenziamenti in corso, è vero. Però va notato che riguardano solo il settore industriale. Nell'agricoltura, ad esempio, vi è ovunque un eccezionale fermento di opere. Anche per l'industria i licenziamenti non sono legati alla crisi dell'interno settore, ma a fatti di assestamento di alcuni rami specifici. Il settore industriale, nel suo complesso, segna un andamento favorevole con un aumento notevole di attività. L'intervento dei Governo continua intenso, e si deve sottolineare, oltre alle numerose provvidenze specifiche, lo sviluppo crescente delle opere pubbliche.
I licenziamenti riguardano i seguenti rami. Siderurgico: sono dovuti all'ammodernamento e al potenziamento di tutto il settore. Lo stato di arretratezza era tale che, quando nel 1947, cinque anni prima del piano Schuman, il Governo ha esaminato il problema, si poneva il seguente dilemma: o la rinunzia totale o il totale rinnovamento per il rinnovamento lo Stato ha destinato 140 miliardi per la siderurgia di Stato e 25 miliardi in prestiti per la siderurgia privata. Si sono costituiti così i moderni stabilimenti (come quelli di Bagnoli, Piombino, Cornigliano), assicurando il lavoro stabile ad un numero di operai non inferiore al numero di quelli precedentemente occupati nel ramo. L'ammodernamento, nel mentre ha portato a nuove assunzioni in alcune zone ha costretto a riduzioni inevitabili in altre zone, perché gli stabilimenti erano assolutamente antiquati e superati, i costi erano, a volte, quasi il doppio di quelli internazionali.
È troppo comodo fingere di ignorare la parte positiva e strillare sugli inevitabili provvedimenti di risanamento. Non sono mancate, per altro, provvidenze per le zone meno favorite, provvidenze accessorie, provvidenze che riguardano l'occupazione provvisoria.
Nel ramo tessile, nel dopoguerra, si è avuta una fase eccezionale di sviluppo nel settore, alla quale sono seguite difficoltà soprattutto per l'esportazione. Il Governo ha facilitato l'esportazione e continuerà a farlo, ha favorito in ogni modo l'aumento del consumo interno (si segnala, in ispecie, il maggior assorbimento di prodotti tessili nel Mezzogiorno, grazie al maggiore potere di acquisto provocato dalla Cassa per il Mezzogiorno).
Miniere. Nel complesso, nel settore minerario si è in forte aumento. Vi è unicamente la situazione di alcune miniere di piombo e di zinco, la cui attività, aumentata negli ultimi anni a causa della tensione internazionale, è oggi ridimensionata, e soprattutto il grave problema delle miniere di carbone del Sulcis.
Nelle miniere del Sulcis sono già stati profusi 20 miliardi. Eviteremo la chiusura ed assicureremo una certa attività, anche se in continua perdita; ma non potremo per altro tollerare che si continui nel ritmo attuale delle perdite: quasi cinque miliardi l'anno.
Si sono citate molte statistiche circa la diminuzione dei consumi, Vorrei che fra le statistiche se ne cercasse anche qualcuna che ha significato contrario. Il consumo di zucchero, che nel 1936 era pari a 6,9 chilogrammi pro capite e che nel 1945 era sceso a 2,8, ha raggiunto, in questi ultimi anni, livelli assai più elevati: 10,4 chilogrammi nel 1949, 12,4 nel 1950, 12,7 nel 1951; e questo incremento di consumo è dovuto, come è noto, alla sua maggiore diffusione fra le popolazioni contadine e montanare.
Sappiamo bene che questo consumo fondamentale è inferiore a quello di molti altri paesi, ma sappiamo anche che dall'anteguerra ad oggi la distanza fra noi e questi altri paesi è andata progressiva mente diminuendo.
L'onorevole Saragat ha voluto richiamare, nel suo intervento, alcune considerazioni fatte dal professore Vöchting, ordinario di economia all'università di Basilea. Noi sappiamo bene che il problema meridionale non si risolve con le sole opere pubbliche, ma con un'azione che abbracci tutti i settori dell'economia: dall'agricoltura all'industria e ai trasporti, dalla politica commerciale a quella doganale e creditizia. Ecco perché abbiamo affidato al Comitato dei ministri per il Mezzogiorno il coordinamento di questa azione a favore delle regioni meridionali ma è evidente che ogni trasformazione industriale del Mezzogiorno, ogni passo verso la creazione di una economia meridionale più complessa, deve poter contare su una preventiva opera di trasformazione ambientale, che renda possibili ed economiche iniziative integratrici da parte dello Stato e interventi di privati imprenditori. Un'effettiva modificazione della struttura economica e sociale del Mezzogiorno non può essere che lenta e graduale, come lo stesso onorevole Foa ha riconosciuto. L'azione del Governo può accelerare i tempi, non bruciarli, e non si deve dimenticare che l'attuale situazione di depressione dell'economia meridionale affonda le sue radici nei secoli.
L'onorevole Stillo, che ha avuto parole di riconoscimento per l'opera svolta nel Mezzogiorno, ha dato rilievo soprattutto al piano di costruzione di acquedotti ed ha raccomandato di intensificare gli sforzi per l'industrializzazione. Con la mia dichiarazione precedente ho già risposto, ma rilevo inoltre che al 30 giugno 1953 la Cassa per il Mezzogiorno aveva già deliberato finanziamenti a 70 iniziative di carattere industriale, per un totale di 11 miliardi e 149 milioni. I detti finanziamenti si riferiscono ad un investimento complessivo di 20 miliardi e 357 milioni.
La proposta dell'onorevole Sullo per un Ministero delle partecipazioni, mi ha preoccupato. Evidentemente, questo problema va studiato; non potevamo improvvisare in materia. Già l'onorevole La Malfa, a suo tempo, aveva raccolto tutti i dati necessari, bisognerà affrontare questo problema in un momento molto sereno, perché esige il superamento di straordinarie difficoltà di competenza.
Quanto alla politica agraria del Governo le critiche più notevoli sono state rivolte dall'onorevole Alicata da una parte e dall'onorevole Saragat dall'altra, con particolare riferimento alle due leggi: quella di riforma fondiaria generale e quella della riforma dei contratti agrari.
Sullo spirito informatore della politica del Governo, devesi prendere atto della realizzazione della riforma in applicazione delle leggi 12 maggio e 21 ottobre 1950 (cioè legge Sila e legge stralcio), sicché a tutt'oggi si sono già assegnati a 46 mila famiglie contadine, con loro piena soddisfazione, circa 230 mila ettari sui 610 mila espropriati. Si è eseguita una rilevante, difficile opera che ha impegnato larghissimi complessi di mano d'opera; ed è nostro proposito, chiaramente espresso, di portare decisamente a compimento l'attuazione di tali leggi nei brevi termini da esse stabiliti.
Va rilevato che l'esecuzione delle leggi è stata la migliore possibile, superandosi ostacoli che è facile intuire, e raggiungendosi le finalità prefisse e ispirandosi ad un solo sentimento: quello di una maggiore giustizia sociale al di sopra di ogni preoccupazione elettoralistica.
Ma io ammetto benissimo che siano necessarie rettifiche e modificazioni. Ho già detto nel mio discorso introduttivo che le critiche conclusive della Camera saranno tenute nella massima considerazione. È un campo nuovo ed un esperimento nuovo, ed evidentemente le collaborazioni della critica possono essere estremamente utili.
Quanto alla riforma fondiaria generale, è evidente che in materia così grave ed irta di difficoltà (si tratta di una legge che riguarda tutto il territorio nazionale) si debba procedere con prudenza e cautela esaminando il problema in rapporto ai rilevanti oneri finanziari, senza che ciò significhi intendimento di non parlarne più, come accennava l'onorevole Saragat. Saranno rispettati i princìpi della Costituzione, ricordati nelle mie dichiarazioni, ma essi non eliminano il presupposto della distinzione fra proprietà attiva e proprietà assenteista.
Quanto alla riforma dei contratti agrari, essa impone serie meditazioni per la grave difficoltà di regolare la materia, che interessa un grandissimo numero di persone, e per le condizioni diverse che incidono in un settore essenziale per la vita della nazione e toccano problemi di carattere giuridico, tecnico, economico e sociale. Oggetto di vivaci contrasti, essa ha già suscitato notevoli perplessità in Parlamento nella passata legislatura. Non può quindi criticarsi la volontà del Governo di un riesame della legge, tenendo conto dei rilievi fatti anche al Senato ed in rispondenza alla situazione attuale.
Non è vero poi che la nostra politica economica sia diretta verso una riduzione degli investimenti e che il proposito di risanare il bilancio dello Stato possa farci dimenticare il bilancio umano e possa tradursi in strumento di deflazione. Anche qui studiosi della politica del pieno impiego ci ammoniscono che essa è soddisfacente quando gli investimenti sono al livello del risparmio reale. Le statistiche degli ultimi anni ci dicono che il totale degli investimenti, pubblici e privati, non fu mai inferiore al risparmio reale, per cui la discussione può unicamente riguardare il rapporto fra investimenti pubblici e investimenti privati e la loro qualificazione per i diversi settori economici. Agli effetti di questa discussione generale, salvo più dettagliate analisi in occasione della discussione dei bilanci economici e finanziari, osservo che circa un terzo dei risparmi disponibili è andato agli investimenti pubblici e due terzi agli investimenti privati. Non si potrebbe, a mio avviso, e ad avviso anche di tecnici competenti, spostare il rapporto a favore degli uni o degli altri senza certi guai.
D'altra parte, onorevoli deputati che vi lagnate dell'eccessiva fretta di risanare il bilancio, sarebbe inconcepibile che entro il 1958 - termine previsto per il risanamento totale - la mèta a cui si tende non fosse raggiunta a distanza di tredici anni dalla fine della guerra. Dopo l'altra guerra 1915-1918 l'equilibrio del bilancio si ottenne entro sei anni. Non ci furono, è vero, allora, rovine di guerra così vaste, ma è altrettanto vero che non ci fu l'aiuto americano. Programmare un tempo doppio di quello di allora non ci sembra un orientamento troppo drastico. Ad ogni modo ne discuterete quando vi verrà presentato il bilancio.
Non è esatto dire che il bilancio equilibrato sia indice di politica scarsamente sociale. Vorrei ricordate all'amico Saragat l'esempio eloquente della Gran Bretagna che, sotto il governo laburista, si propone come immediato obiettivo quello del pareggio del bilancio. Come già accennai nelle mie dichiarazioni di martedì scorso, le minori esigenze dello Stato per coprire il suo deficit sono a vantaggio dell'economia, e nel discorso introduttivo ho anche esposto il perché.
Ad ogni modo non c'è da allarmarsi per un primo periodo. Ecco le somme che si trovano a disposizione delle singole amministrazioni e della Cassa per il Mezzogiorno al mattino del l° luglio 1953, cioè all'inizio dell'esercizio in corso per spese di investimenti pubblici, somme in teoria utilizzabili subito, compatibilmente ed esclusivamente con i tempi tecnici. Presumibile ammontare dei residui passivi per opere pubbliche di bonifica: miliardi 380; stanziamento per investimenti di competenza dell'esercizio 1953-1954: miliardi 363; programma di investimenti per le ferrovie dello Stato sul ricavo del prestito Elfer: 36 miliardi, a cui si debbono aggiungere le somme versate dal tesoro alle singole amministrazioni e da queste riversate al tesoro o presso banche in attesa di procedere a spese effettive; presso il tesoro: 126 miliardi; presso banche: 92 miliardi; Cassa per il Mezzogiorno: 126 miliardi; medio credito e cassa artigianato: 17 miliardi; fondo edilizio: 24 miliardi; fondo addestramento lavoratori: 24 miliardi; fondo Agip-metanodotti: 12 miliardi; fondo di dotazione agraria: 9 miliardi; totale disponibile: miliardi 1209.
Voi comprendete, onorevoli colleghi, che il programma attuale non è tanto quello di lasciarsi prendere dal facile fascino di nuove programmazioni e di nuovi piani quanto quello di utilizzare con la maggiore sollecitudine possibile i crediti esistenti. Per questo nelle mie dichiarazioni ho rilevato l'impegno di tutti i ministri di esaminare con la massima attenzione tutti i ritardi e di cercare ogni rimedio per eliminarli.
Ritornando sul piano generale, osservo che una politica di investimenti pubblici e privati che vada oltre il traguardo dei 2.000 miliardi raggiunto nel 1952 presuppone un maggior volume di risparmio a disposizione. Tale incremento si può fare solo su due strade, come è noto, aumento della produzione e diminuzione dei consumi. In Italia non si possono diminuire i consumi; l'hanno potuto fare gli inglesi, ma noi purtroppo abbiamo ancora una gran parte della popolazione ad un basso livello di vita, a meno che, attraverso le tasse più rigide che vogliamo introdurre ed applicare, si riducano i consumi di lusso delle classi abbienti. Ma non si può arrivare a concepire una riduzione generale; bisogna sforzarsi di aumentare la produzione.
Durante la discussione si è parlato dell'I.R.I. E primo che ne ha parlato è stato l'onorevole Foa, il quale ha detto che l'I.R.I. è ridotto al ruolo di riserva dell'industria privata al fine di assicurare a questa il flusso dei profitti monopolistici. Viceversa l'onorevole Covelli si è lamentato dell'I.R.I. come di un centro confusionario e di concorrenza per l'industria privata nell'economia generale. Qui bisognerà una volta per tutte che facciamo l'I.R.I. oggetto di un'ampia e profonda discussione, nella Camera, al fine di vedere come effettivamente stiano le cose. Per la verità, spesso ci troviamo dinanzi ad affermazioni veramente casuali, sia da parte dei banchi del Governo sia da parte degli onorevoli colleghi; ora, in sede di discussione dei bilanci, bisognerà affrontare il problema. Io non ho nulla in contrario a ricevere la più ampia collaborazione per vedervi dentro. Credetelo, il Governo vuole che l'I.R.I. diventi possibilmente uno strumento che snellisca, aiuti e solleciti in genere l'economia e non che eserciti la concorrenza. Dovrei anche osservare che probabilmente certi interessi, in alcuni settori e servizi pubblici, non è possibile abbandonarli all'organizzazione privata, a meno che questa organizzazione privata non diventi dal canto suo monopolista. Sta di fatto che ove si guardi al reale andamento produttivo dei singoli settori dell'I.R.I. si deve riconoscere come questi abbiano un ruolo primario di avanguardia, di propulsione. Così, ad esempio, abbiamo potuto impostare il programma di attrezzature e di ammodernamento della siderurgia, perché si trattava della Finsider; abbiamo potuto influire sopra l'attività dei settori elettrico e telefonico perché vi era la Finelettrica; abbiamo potuto provvedere alla marina mercantile perché c'era la Finmare, e non avremmo potuto chiedere tali sacrifici agli imprenditori privati. I sacrifici che abbiamo chiesto allo Stato, che voi stessi avete deliberato e sui quali si può discutere, è innegabile che sono sacrifici fatti non allo scopo di sostenere un Governo od un indirizzo, ma affrontati per lo sviluppo economico del paese e per migliorare i servizi pubblici. Ad ogni modo, poiché questo è un argomento che si presta a grandi discussioni, io non intendo affatto chiuderlo con queste mie dichiarazioni. Lo dovremo affrontare in un'ora più serena, occupandoci della materia ex professo: in quella sede i rappresentanti di tutte le tendenze potranno intervenire.
Politica estera. L'onorevole Nenni ha parlato di scelta, ma questa scelta è andata modificandosi nell'onorevole Nenni. Dapprima egli parlava di atlantismo o di neutralismo. Poi, contestatogli che il neutralismo porterebbe all'evidente isolamento dell'Italia, egli pose l'alternativa tra la comunità europea di difesa ed una presuntiva «Locarno» accennata nel discorso di Churchill. Questa alternativa fece i servizi di comodo durante la campagna elettorale. Poi, dimostratogli che questa alternativa non sussiste, almeno per quanto riguarda la volontà degli alleati, come è risultato dalle dichiarazioni di Washington che io ho letto (e lo feci per dimostrare che quelle dottrine, quei princìpi e quelle direttive erano proprio quanto avevano sostenuto i diplomatici italiani, ed io in particolare, nel corso delle conferenze internazionali e quindi a torto l'onorevole Togliatti ha affermato che la mia citazione delle dichiarazioni di Washington rappresentava una prova di servilismo e di mancanza di direttive autonome italiane), dimostrato all'onorevole Nenni che questa alternativa non esiste, ora egli dichiara che l'alternativa sarebbe fra l'oltranzismo atlantico e la tendenza di Londra per una pace senza vinti né vincitori.
Ma anche questo bivio è soltanto nel desiderio, nella fantasia molto ferace dell'onorevole Nenni; in realtà non esiste. La linea britannica che egli designa non è la linea britannica. Questa linea, proprio mentre l'onorevole Nenni parlava in questa assemblea, veniva indicata da Butler, in rappresentanza di Churchill, alla Camera dei comuni martedì scorso. Il cancelliere dello scacchiere Butler, in rappresentanza di Churchill, fissava in questo modo le direttive della politica estera britannica:
«Primo: il mondo occidentale deve mantenere la sua unità e la sua forza, e sviluppare le istituzioni dalle quali dipendono la sua sicurezza e la sua prosperità.
«Secondo: nessuna occasione deve essere perduta per diminuire la tensione internazionale, ma le istituzioni dell'occidente devono essere mantenute anche nella fortunata ipotesi di un componimento delle vertenze con l'Unione Sovietica. Noi - ha detto testualmente Butler - continuiamo fermamente sulla strada che abbiamo scelta: il patto atlantico e la più stretta unione europea attraverso la comunità del carbone e dell'acciaio e la comunità europea di difesa. Relativamente a quest'ultima ed alla Germania il cancelliere dello scacchiere ha dichiarato che nel pensiero del Governo britannico, la migliore sicurezza di tutti i paesi interessati consiste nella più stretta associazione possibile della Germania, sia come repubblica federale, sia come Germania unificata, con un'organizzazione puramente difensiva come la C.E.D. che è essa stessa parte di un'altra organizzazione difensiva, il patto atlantico.
«Terzo: comunque - ha proseguito Butler - i sacrifici compiuti dal mondo occidentale per creare e sviluppare tali istituzioni hanno contribuito a ristabilire l'equilibrio di potenza fra l'Unione Sovietica e l'occidente. Ed ha concluso: se l'orizzonte internazionale è ancora oggi meno fosco, ciò è dovuto in larga misura ai successi ottenuti dai paesi del patto atlantico nel creare e sviluppare la nostra forza difensiva».
«Siamo in presenza - diceva l'onorevole Nenni - di una asserita volontà distensiva in campo internazionale. Se la ragione trionferà sulla forza e il buon senso sull'odio e la paura, nessuno ne sara più lieto di noi che sappiamo l'ansia del popolo italiano di vedere finalmente prevalere in campo internazionale la ragione e il buon senso». Ecco parole alle quali completamente aderisco; ma non nutriamo in alcun modo l'illusione, che Nenni gratuitamente ci attribuisce, sul disfacimento del sistema interno sovietico. Il mondo occidentale è alla ricerca di segni tangibili che la distensione di cui tanto si parla sia veramente in atto. Esso è ora in attesa della risposta che l'Unione Sovietica darà alla nota alleata del 15 luglio su quello che è il problema chiave dell'Europa, il problema tedesco. I governanti sovietici hanno una eccellente occasione di confermare i loro propositi distensivi, non deludendo l'ansiosa attesa del mondo. L'occidente aspetta pure la risposta sovietica alla nota alleata del 15 giugno, con la quale è stato chiesto a Mosca di far conoscere a quali condizioni essa sia disposta a stipulare un trattato di pace che restituisca all'Austria la sua sovranità e la sua indipendenza.
Quindi, la linea britannica è la nostra linea. Non c'è questa alternativa. Ma l'onorevole Nenni si è rivolto soprattutto al passato e ci ha fatto rimprovero di avere concluso e mantenuto il patto atlantico, perché non avrebbe consentito di risolvere nessuna delle nostre questioni.
Egli ha detto: «un'alleanza la quale non ci ha consentito di risolvere nessuno dei nostri problemi nazionali ed ha compromesso il maggiore di essi, quello del territorio libero di Trieste». E più avanti ha dichiarato: «tanto la politica estera di Sforza quanto quella di De Gasperi non hanno ottenuto giustizia per il nostro popolo».
Quale poteva essere l'alternativa fino ad oggi al nostro inserimento nel consesso delle democrazie occidentali? O entrare nell'orbita dei satelliti moscoviti, oppure rimanere neutrali e isolati. Se entravamo nell'orbita dei satelliti, quale dei nostri problemi, secondo l'onorevole Nenni, si sarebbe potuto risolvere? Quello dell'emigrazione, della sovrappopolazione? No certamente, poiché negli Stati satelliti vi è eccesso di popolazione, né i comunisti italiani, quando erano al governo, o i sindacalisti comunisti, sono mai riusciti a far emigrare lavoratori nella Russia sovietica.
Neppure il problema di Trieste si sarebbe risolto con la Russia, la quale si oppose ad una equa soluzione italiana del problema nel momento in cui si presentò occasione propizia.
E dell'ingresso all'O.N.U. è troppo nota la storia per rievocarla un'altra volta.
E se fossimo rimasti neutrali, isolati, quali dei nostri problemi avremmo risolto? Ma della neutralità neppure Nenni parla ormai più cori entusiasmo. «Oggi - dice Nenni - non vogliamo una Italia isolata e rassegnata». Oggi Nenni parla di distensione. Insomma, dice che vi è una fase diplomatica che si chiude. Ecco le parole dell'onorevole Nenni: «l'Italia, a nostro giudizio, troverà nella détente internazionale la propria sicurezza e la via di soluzione dei suoi problemi nazionali, da quello di Trieste all'ingresso all'O.N.U. Una tale prospettiva - egli continua - renderebbe oggi possibile un incontro a mezza strada sulla base dell'impegno reciproco di controllare strettamente gli accordi internazionali e militari, per mantenerli e difenderli entro i limiti difensivi con cui si disse che fossero assunti, e di associare l'Italia ad ogni iniziativa di pace e di distensione volta al superamento del contrasto che tiene diviso il mondo, al componimento dei conflitti in corso, alla fine della guerra fredda e della guerra economica, all'accantonamento dei problemi che, come la ratifica del trattato della C.E.D., costituirebbero oggi un ostacolo alla distensione mondiale e alla stessa integrazione e unità politica».
Voi vedete che vi è il veleno nella coda: l'accantonamento della comunità di difesa. Questa è una distinzione sostanziale della nostra concezione, della nostra politica da quella di Nenni. Se io nella mia dichiarazione ad un certo punto ho detto che se qualche Stato più determinante cambiasse parere, anche noi naturalmente potremmo cambiar parere (noi Governo, perché la Camera si è sempre riservata la libertà di decidere), mi riferivo veramente alla C.E.D., e non perché io non sia convinto che quella è la strada dalla quale bisogna passare per arrivare all'unità europea. Proprio quello che dice Nenni ad un certo punto, perché gli è scappata detta una esaltazione della partecipazione attiva all'organizzazione della sicurezza collettiva e dell'eventuale mediazione per risolvere gli attriti. Ma noi non possiamo fare questi disegni teorici, dobbiamo cogliere le realtà che passano un momento solo davanti a noi e cavarne il nostro programma a soddisfacimento dei nostri interessi. Ecco perché io sono per la C.E.D., ecco perché io ritengo che dal punto di vista dell'interesse italiano la dobbiamo volere, con precauzioni che riguardino la nostra dignità, il carattere nazionale del nostro esercito, eccetera, ma queste precauzioni, che riguardano l'esecuzione, noi, come principio generale, non le possiamo sopravvalutare. Questo riferimento l'ho fatto con riguardo alla Francia. Se poi la Francia, che prima ci ha fatto la proposta, che per un anno ha trascinato questa questione e poi ha chiesto dei protocolli aggiuntivi ed interpretativi, che noi a fatica abbiamo concesso, non trovasse la possibilità di accettare un simile progetto, evidentemente il progetto non solo per se stesso cadrebbe, ma noi non lasceremmo nulla di intentato perché i nostri interessi in quel caso venissero salvaguardati.
Ma io sono per questo programma. Nessuno dubiti della profondità della mia convinzione, la quale non è nata ieri. La mia speranza di un'Europa unita è ancorata non soltanto ad una visione della fantasia, ma ad una tendenza cui partecipa tutto il mio spirito. Io credo che questo sia l'unico sbocco costruttivo in Europa, l'unica speranza, senza ripiombare nei passati conflitti e nelle passate negazioni.
Nenni ha citato il rapporto annuale del generale Ridgway per dimostrare che il miglioramento della situazione generale non può dipendere dallo sforzo militare dell'occidente. In altri termini - dice Nenni parafrasando il rapporto - il dispositivo atlantico rimarrebbe talmente inoperante rispetto al potenziale militare sovietico da essere attualmente impossibile far fronte con successo ad un attacco. Si leggeva nel rapporto che l'eventualità di un attacco sovietico troverebbe le forze alleate in uno stato di debolezza critica. Se l'onorevole Nenni sostiene questa tesi, egli non può sfuggire all'alternativa (ed egli di alternative se ne intende) (Commenti): o è vero ciò che egli dice, e allora aggressioni ed armamenti sono tutti dalla parte orientale, e allora l'occidente è più che giustificato nell'organizzare la propria difesa; o è inesatto, nel qual caso è veramente la difesa atlantica che ha il merito del miglioramento della situazione generale. (Applausi al centro). È probabile che la verità sia in entrambi gli assunti. È vero che l'efficienza del dispositivo di difesa occidentale non è paragonabile alle forze militari russe, ma è anche vero che la comunità atlantica (che non è solo organizzazione militare) costituisce un sempre crescente baluardo ed una remora contro ogni mira aggressiva ed imperialistica se esistesse, ed ha portato secondo la nostra convinzione a mutamenti di politica da parte sovietica, mutamenti di cui attendiamo però di vedere le prove.
Ed ora qualche parola all'onorevole De Marsanich. L'onorevole De Gasperi - ha detto l'onorevole De Marsanich - ha protestato con accenti appassionati contro gli errori degli alleati che chiamano a Washington rappresentanti jugoslavi. Mentre l'ambasciatore a Washington non ha protestato ed ha soltanto dichiarato che il suo Governo non ha gradito i colloqui.
Le cose stanno così: il 14 luglio gli ambasciatori degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e della Francia informarono confidenzialmente il Governo italiano della intenzione dei loro governi di riprendere a Washington con la Jugoslavia le conversazioni militari imbastite a Belgrado il novembre scorso. Ai tre ambasciatori venne subito esposto chiaramente il punto di vista italiano, che è stato riaffermato nella mia dichiarazione programmatica alla Camera; in pari tempo venivano date istruzioni ai nostri ambasciatori a Londra, Parigi e Washington di manifestare e illustrare tutte le riserve italiane nei confronti di simile iniziativa, riserve confermare poi con una nota scritta. Non è dunque esatto che noi non abbiamo fatto quanto necessario e possibile nella circostanza.
Un altro argomento trattato dall'onorevole De Marsanich è quello del trattato di pace: egli ha detto che solo la Francia, la Gran Bretagna ed altri quattro firmatari del trattato, cioè la Grecia, la Nuova Zelanda, il Belgio e i Paesi Bassi, hanno aderito alla richiesta di revisione. Non è esatto, perché anche altri paesi vi hanno aderito, ma, ad ogni modo, il Governo italiano non ha tenuto alcun conto della mancata adesione di altri Stati ed ha considerato la revisione derivata dall'accordo di Washington del settembre 1951 come un fatto compiuto e ne ha tratto le dovute conseguenze nel campo politico, economico industriale e militare. In tal senso si era, del resto, espresso ufficialmente il sottosegretario Taviani in un discorso tenuto il 27 febbraio 1952. È anche noto come, prendendo lo spunto dal quinto veto sovietico all'ammissione dell'Italia all'O.N.U., il nostro Governo abbia notificato a Mosca la propria determinazione di non applicare ulteriormente, nei confronti di quel paese, il trattato di pace.
Lo stesso onorevole De Marsanich ha chiesto al Governo un'attivazione della politica mediterranea, dove il patto balcanico tra Jugoslavia, Grecia e Turchia sarebbe venuto ad aggravare il nostro isolamento. È inesatto parlare di isolamento. Si ricordi, per quanto riguarda la Turchia, il patto di amicizia del 1950 e i successivi accordi in materia economica; per quanto riguarda la Grecia, il sollecito ristabilimento di cordiali rapporti di amicizia, gli accordi del 1948-49, nonché tutta l'azione svolta dall'Italia per l'ingresso della Grecia e della Turchia nel patto atlantico, superando la riluttanza di altri paesi.
Quanto al patto balcanico, esso ha per ora carattere regionale, ma rimane tuttora aperta la possibilità di adesione di altri Stati, e non si svela alcun segreto se si ricorda che, secondo ripetute dichiarazioni fatte al nostro Governo da quelli di Grecia e Turchia, la clausola che prevede la possibilità di adesione da parte di altri paesi fu da essi voluta soprattutto per creare il presupposto ad una auspicata partecipazione italiana. È dunque dalla volontà dell'Italia che dipende l'allargamento del patto di Ankara e, come è noto (e fu ripetuto più volte e da ultimo nella mia dichiarazione programmatica), l'Italia condiziona a sua volta la presa in esame di tale eventualità alla previa soddisfacente regolamentazione dei rapporti con la Jugoslavia.
Sempre per quanto riguarda la politica mediterranea, anche l'osservazione che noi abbiamo tenuto un atteggiamento di inerzia o non abbiamo fatto nulla addirittura, non corrisponde alla realtà. I rapporti dell'Italia con i paesi arabi non sono mai stati così strettamente cordiali; essi hanno trovato espressione formale nel trattato di amicizia del 1949 con il Libano, del 1950 con la Giordania, e nella istituzione, perfezionata in questi giorni, di regolari rapporti diplomatici, per la prima volta stabiliti tra Italia e Yemen, nonché nelle continue manifestazioni di amicizia dei paesi arabi all'O.N.U. (e segnalo quanto avvenuto recentemente nel consiglio di tutela), nello scambio di missioni e di visite e nello sviluppo di altre interessanti forme di collaborazione. Con l'Egitto in particolare i rapporti sono improntati alla più schietta cordialità: basti ricordare la visita del ministro della difesa del febbraio scorso e le recenti calorose dichiarazioni del presidente Neghib alla comunità italiana che, circondata dal rispetto e dalla stima degli egiziani, costituisce un elemento essenziale per la prosperità economica e il progresso sociale di quel paese. Si è fatto cenno anche alle esportazioni ortofrutticole, dicendo: andiamo male, c'è un regresso. Allora dobbiamo consultare le cifre. Le cifre, infatti, ci dicono che queste esportazioni sono aumentate nel totale da quintali 10 milioni e 275 mila del 1937 a quintali 11 milioni e 40 mila del 1952. L'esportazione di tali prodotti verso la Germania, che era prima della guerra, anche per ragioni politiche, uno dei più importanti sbocchi, è salita da quintali 4 milioni nel 1937 a quintali 4 milioni e 903 mila nel 1952: cifra, questa, molto notevole quando si pensi che questa volta si tratta della sola Germania occidentale.
L'onorevole Covelli ha trovato che è necessaria una animazione, una energia maggiore nell'attuazione dell'alleanza atlantica, in rapporto soprattutto ai nostri postulati particolari riguardo a Trieste. Non è che noi subiamo questa politica atlantica; è una politica collettiva che non si può formulare da soli e che si svolge in comune, apportando ciascun paese il proprio peso, il proprio contributo attivo e i propri problemi.
Ho detto prima che è esatto che all'origine della C.E.D. vi è un'iniziativa francese; ma l'onorevole Covelli sa che fu proprio l'Italia che subordinò la propria adesione all'ulteriore sviluppo verso la comunità politica. In questo senso possiamo dire che siamo andati oltre alle originarie proposte francesi; ma nel farlo abbiamo avuto di mira un senso nazionale - così interpretiamo noi! - degli interessi dell'Italia, soprattutto del mercato comune e del mercato del lavoro.
Per quanto riguarda Trieste, non ho che da riferirmi alle dichiarazioni che ho già fatto. Quando ho detto: «nulla potrà farci deflettere dal perseguire e raggiungere l'obiettivo» (avevo prima parlato della difesa degli interessi nostri, degli interessi italiani in quella regione), accennavo anche che «ogni dubbio sulla fedeltà verso riconoscimenti solennemente dichiarati costituisce una remora nel patto atlantico», il che vuol dire che ci si riferisce a riconoscimenti contenuti nella dichiarazione tripartita; il che significa anche che fra l'opinione mia e quella dell'onorevole Covelli non c'è differenza.
Anche l'onorevole Togliatti ha toccato l'argomento della politica autonoma; egli ha detto che l'Italia non ha dato mai contributo autonomo alla formazione di un punto di vista comune. Io dico invece: sì, preminentemente e prevalentemente abbiamo dato questo contributo per la formazione europea, e aggiungo anche che abbiamo preso l'iniziativa in questo caso ed anche prima, di chiedere la consultazione collettiva quando si tratta di problemi di grande portata che possono avere riflesso sui nostri interessi, sul nostro destino.
Non è vero che riconosciamo uno Stato-guida nello stesso modo o analogamente a quello che riconoscono i comunisti nello Stato operaio o nello Stato bolscevico. Noi non siamo a rimorchio d'uno Stato-guida come l'America. Vi è una astronomica differenza fra i rapporti di stretta dipendenza che vincolano i paesi satelliti all'Unione Sovietica e i partiti comunisti di tutto il mondo al partito comunista russo da una parte, e dall'altra le funzioni di preminente responsabilità che tutti i paesi liberi, a incominciare dal Commonwealth britannico, riconoscono agli Stati Uniti d'America, senza che ciò implichi, come numerose prove nostre ed altrui stanno a dimostrare, vincoli di soggezione o di subordinazione.
In ogni caso, la politica nostra è europeista, non è una politica che noi abbiamo imparato da Eisenhower. È Eisenhower che ha preso nota della nostra politica, quando essa era avviata e poteva risolvere il problema. (Commenti a sinistra).
L'onorevole Villabruna mi ha fatto rimprovero di non aver parlato della scuola. Non ho parlato della scuola come non ho parlato di molti altri settori dell'attività pubblica. Non vi era niente di immediato o di distinto, dell'attività finora svolta, che dovesse essere accentuato.
Si fa molto scandalo per il mio collega Bettiol. Può essere che nei circoli politici l'onorevole Bettiol sia più noto per le espressioni colorite e talvolta drastiche della sua polemica dialettica; ma nei circoli universitari e scientifici, nella comunità scientifica egli è giunto all'apice, prima ancora di entrare nell'agone politico, e ha dato numerose volte prova della sua competenza (Applausi al centro), che gli ha dato anche l'onore di poter rappresentare il pensiero giuridico italiano in parecchi Stati esteri, in molte occasioni. Ma anche nelle numerose commissioni giudicatrici di cui egli fece parte, si dimostrò sempre giudice imparziale del valore dei candidati, parecchi dei quali, di ogni tendenza politica (qualcuno siede anche su questi banchi), hanno ottenuto la cattedra indipendentemente da ogni loro tendenza.
Convinto che la scuola si difende nella libertà, egli crede sinceramente nella libertà della scuola, sia per quanto riguarda l'orientamento dell'articolazione da dire ad essa, sia per quanto concerne la forma istituzionale. Si parla, nell'ordine del giorno dei liberali, della apoliticità della scuola. Ma vorrei notare che l'apolicità della scuola statale è già pienamente assicurata col sistema attuale di nomina e trasferimento dei professori di ruolo e non di ruolo, e con la formazione dei programmi che toglie al potere esecutivo ogni discrezionalità, in modo che nessuna azione politica può essere esplicata dal Governo; semmai, tocca al Governo - talvolta - di combattere l'azione politica dei partiti che tentano di svolgerla. È per questo che fu sempre possibile una piena e leale collaborazione fra i ministri e il consiglio superiore della pubblica istruzione, presieduto sempre da un liberale l'onorevole Casati prima, e oggi dal professore Arangio Ruiz.
Quanto alla scuola privata, noterò che, mentre in passato la scuola privata laica aveva scarsa rilevanza, oggi le scuole private laiche periferiche raggiungono il numero di quelle private tenute da religiosi. Il controllo sulla scuola privata è effettivo, perché esercitato con riconoscimenti e prescrizioni e, soprattutto, con commissari di Stato nelle commissioni di esame per il passaggio di classe e negli esami di Stato al termine dei corsi. È accentuato nelle norme vigenti il carattere statalistico delle scuole di Stato. Nella nostra legislazione abbiamo conosciuto le scuole elementari «a sgravio», cioè tenute da enti, anche privati, che godono di un contributo statale in quanto alleggeriscono lo Stato da un onere derivante dall'istruzione elementare. Queste scuole sussistono tuttora e vi sono circa 2 mila classi elementari tenute da enti pubblici e privati, di fronte alle quali però lo Stato ha 162 mila classi elementari statali. Altri casi esistono nelle scuole popolari e materne, quasi tutte tenute soltanto da privati e sussidiate dallo Stato. Vero è che esiste la pressione, specie di docenti privati delle secondarie, perché sia resa possibile la loro equiparazione economica con quelle statali; questione che, fra molte altre, ha provocato anche l'inchiesta e delle proposte nella riforma Gonella. Ma non vi ho accennato perché non la credo di immediata attualità giacché si tratta di spese grosse. Bisogna prima discuterne tutta la possibilità di esecuzione e, comunque, in quell'occasione si potrà discutere anche sul principio. È certo che oggi, se abbiamo qualche possibilità di mezzi, dobbiamo concentrarla nello sviluppo dell'edilizia scolastica, come voi giustamente chiedete. È questo il programma anche immediato dell'attuale ministro, il quale, mentre dovrebbe studiare i mezzi più opportuni per incrementare nuove costruzioni, vorrebbe dare subito corso al piano pluriennale già predisposto d'accordo con la Cassa per il Mezzogiorno per le regioni più bisognose del sud.
In relazione a quanto ha detto l'onorevole Saragat, che ha lamentato lo scarso sviluppo dell'istruzione professionale, si fa presente che la questione non è stata trascurata. Il Ministero, consapevole della fondamentale importanza sociale del problema, ha dedicato in questi ultimi anni cure particolari a detto settore, In attesa del riordinamento generale dell'istruzione professionale, il Ministero ha già ordinato 61 nuovi istituti, di cui 38 per l'industria e per l'artigianato, 8 per l'agricoltura, 9 per le professioni femminili, 2 per il commercio, 4 per il settore turistico ed alberghiero.
Questo tipo di scuola, con il quale si viene incontro alle categorie lavoratrici, si è già dimostrato perfettamente rispondente alle esigenze delle categorie economiche, le quali hanno manifestato il loro compiacimento per quanto in questo settore la scuola italiana va realizzando.
È da notare, infine, che l'esame dello stato di previsione della spesa del Ministero della pubblica istruzione, per quanto riguarda l'istruzione tecnica professionale, permette di constatare quale incremento si sia avuto in questo settore a partire dall'immediato dopoguerra. Basta segnalare che per le attrezzature e il materiale tecnico e didattico lo stanziamento relativo alla scuola di avviamento professionale dai 3 milioni e 800 mila lire dell'esercizio 1944-45 è stato elevato nel bilancio 1952-53 a 300 milioni, cioè ad una cifra 80 volte maggiore.
Nello stesso settore della scuola di avviamento sono state inoltre realizzate 75 nuove scuole, mentre 510 corsi annuali o biennali sono stati e sono trasformati in scuole triennali complete.
Ancora un argomento. Si è parlato dell'amnistia. Il Governo si rende conto che da varie parti è stato invocato un provvedimento di clemenza a favore dei condannati politici, un provvedimento che tenga in particolare considerazione la posizione dei condannati latitanti. Occorre innanzitutto pensare che il provvedimento è di proporzione assai più ridotta di quello che generalmente si crede. Ho qui sentito, se non ho capito male, una cifra addirittura fantastica di decine di migliaia di persone. Invero il numero ufficiale dei latitanti condannati è di 319, e quello dei latitanti giudicabili di 47. Devesi tuttavia riconoscere che la posizione dei vari condannati in generale presenta disparità di trattamento giudiziario, specialmente per coloro che furono condannati prima dell'abolizione della pena di morte e coloro che furono condannati dopo questa abolizione.
Qui non voglio entrare in lunghi dettagli tecnici del come dovrebbe attuarsi questo provvedimento di clemenza. Credo che basterà che la Camera - che dovrà occuparsene, naturalmente ex professo - prenda atto della nostra intenzione e del nostro buon proposito.
Dovrei aggiungere che lo scopo, naturalmente, è quello della pacificazione: però bisogna fare in modo che questa pacificazione venga raggiunta, bisogna fare in modo che la riparazione di eventuali ingiustizie non crei altre ingiustizie. Un problema, come mi hanno detto i magistrati, non facile. Ma io vorrei che si tornasse a fissare i limiti di questo problema. Condannati con sentenza irrevocabile (parlo dei collaborazionisti al 30 giugno 1953), detenuti n. 225, latitanti n. 319, totale n. 544; giudicabili: detenuti 36, liberi 20, latitanti 47, totale n. 103, oltre a 12, che però hanno già riportato altra condanna irrevocabile e che sono compresi pertanto nella cifra anzidetta. Totale detenuti 261, liberi 20, latitanti 366, totale generale 647.
Non voglio qui entrare in altri particolari sull'argomento, ma mi pare che questo limiti o configuri il campo della nostra azione in modo che i provvedimenti che si possono prendere siano concreti e definitivi. Mi pare che esista fra gli ordini del giorno una affermazione particolare riguardante i danni di guerra. È inutile che io dica che il Governo, che aveva presentato un disegno di legge nella passata legislatura, è pronto a ripresentarlo e si augura che esso rapidamente venga accolto.
Prima di chiudere, vorrei fare ancora un doveroso accenno. L'onorevole Togliatti ha attaccato con violenza il capo di stato maggiore, Marras, attribuendogli delle dichiarazioni e tirando delle conclusioni o facendo delle affermazioni sopra il suo passato.
Il generale Marras dichiara di aver semplicemente detto ad Atene che i militari, anche comunisti, quando sono inquadrati nelle forze armate, tutti i militari alle armi, indipendentemente dalla loro fede politica, farebbero il loro dovere. Ciò, riferendosi essenzialmente alla capacità di inquadramento dei comandi.
Questa la dichiarazione fatta ad Atene. Riguardo al suo passato, o all'episodio descritto dall'onorevole Togliatti, egli precisa: «La mia evasione dal forte di Gavi, dove ero detenuto nell'agosto del 1944, insieme con quella di altri due ufficiali, fu da noi organizzata con l'aiuto di militari del reparto di custodia, dopo oculata opera di penetrazione. Usciti dal forte, trovammo appoggio presso un piccolo nucleo di partigiani non comunisti»... (Interruzioni a sinistra). ...«e soltanto dopo qualche giorno trovai con i miei due compagni di evasione ospitalità presso un più consistente nucleo di partigiani comunisti. Agli uni e agli altri fu portato un contributo di armi e munizioni sottratto al magazzino del reparto di custodia. Non ho mai promesso compensi né ricompense di sorta, né mi parve il caso di proporne, non essendosi verificati gli estremi per proporli. Fu soltanto mia cura che i militari che mi avevano accompagnato nell'evasione venissero sistemati in conformità ai loro desideri. Non ho mai mancato in seguito di dare appoggio nel modo migliore a me consentito a coloro che ebbero occasione di rivolgersi a me». Deploro vivamente l'attacco contro il benemerito capo di stato maggiore. Spero che le autorità dello Stato facciano sempre il loro dovere e non si lascino intimidire dalle diffamazioni che vengono da quella parte. (Vivi applausi al centro).
Per quanto riguarda il ministro della difesa, è vero che ha studiato a Oxford con inglesi, ma egli fu anche in Marmarica e ha combattuto contro gli inglesi. L'onorevole Togliatti, che io sappia, conosce il russo, ma non ha combattuto contro la Russia. (Vivi applausi al centro).

PRESIDENTE. Onorevole Presidente del Consiglio, mi riservo di chiedere, dopo l'esito del voto sull'ordine del giorno di fiducia, il suo parere sui quattro ordini del giorno che riguardano questioni particolari.

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Sta bene.
Desidero dichiarare che, semplicemente per una svista (di cui mi rammarico), non ho dato risposta all'onorevole Tinzl. È mio proposito estendere tutte le misure di pacificazione anche all'Alto Adige, dei cui problemi tratteremo in altro momento.

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la votazione e invito gli onorevoli segretari a procedere al computo dei voti.
(Gli onorevoli segretari procedono al computo dei voti).
Comunico il risultato della votazione:
Presenti 582
Astenuti 37
Votanti 545
Maggioranza 273
Hanno risposto sì 263
Hanno risposto no 282
(La Camera non approva - Vivi applausi a sinistra - Dai banchi del centro si grida: Viva De Gasperi! - I deputati di questi settori, in piedi, applaudono all'indirizzo del Presidente del Consiglio - Commenti a sinistra).
In seguito al risultato della votazione non porrò in votazione gli ordini del giorno che riguardano questioni particolari.

Una voce a sinistra. Viva il 7 giugno!

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DF GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri. Chiedo la sospensione dei lavori affinché io possa comunicare al Presidente della Repubblica le dimissioni del Governo.

PRESIDENTE. La Camera sarà convocata a domicilio.

On. Alcide De Gasperi
Camera dei Deputati
Roma, 28 luglio 1953

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di martedì 28 luglio 1953)


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