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LA RICOSTRUZIONE DELLA DIFESA ITALIANA: INTERVENTO SUL BILANCIO 1953-1954 DI PAOLO EMILIO TAVIANI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 9 ottobre 1953)

Paolo Emilio Taviani è stato Ministro della Difesa in tutti i governi della II legislatura repubblicana. Di fatto ha contribuito in maniera determinante alla ricostruzione delle Forze Armate italiane ed al loro inserimento nei contesti internazionali, soprattutto in ambito NATO.
Le politiche di bilancio sono l'occasione di dibattiti in Parlamento non solo sulla situazione degli organici, degli investimenti nel materiale d'armamento, sulle carriere, ecc. Ma sono soprattutto l'occasione di dibattiti sulla politica militare e internazionale del Paese.
In occasione della discussione sul bilancio 1953-1954 del Ministero della Difesa, Paolo Emilio Taviani interviene a conclusione del dibattito alla Camera dei Deputati il 9 ottobre 1953.

* * *

TAVIANI, Ministro della difesa. Signor Presidente, onorevoli colleghi, domando innanzi tutto venia alla Camera ed in particolar modo al primo relatore, onorevole Pagliuca, se il dovere di partecipare alla prima parte della riunione del Consiglio dei ministri mi ha impedito di essere presente durante la sua risposta ai vari interventi.
A proposito delle nostre forze armate abbiamo ascoltato qui - e, del resto, ci è dato di leggere ogni giorno - impressioni, pareri, giudizi assai disparati. La medesima strana convivenza di posizioni assai discordi noi ritroviamo nelle critiche parlamentari e nelle critiche che si fanno anche fuori dal Parlamento. Strana convivenza, dicevo; e più strano ancora è il fatto che dalla medesima parte ci vengono critiche a tal punto differenti e contraddittorie da neutralizzarsi le une con le altre.
Vorrei innanzi tutto tentare di fare il punto su questa congerie di voci. Io credo che non ci sia né da esaltarci né da deprimerci. Non c’è da esaltarci perché i compiti delle forze armate sono chiari, fissati nei principi della Costituzione, nei riguardi della quale - devo qui riaffermarlo - c’è nelle forze armate in ogni grado e livello, piena e sicura lealtà.
La missione delle forze armate italiane è una missione di difesa e di sicurezza, quindi una missione di pace.
Immediatamente dopo la fine della guerra quando ci siamo ritrovati. uomini delle stesse leve, dispersi prima in terre lontane - in Grecia, in Africa, in Russia - poi nei campi di prigionia o di concentramento ed infine nei due opposti fronti della guerra in Italia, quando ci siamo ritrovali - e ne mancavano molti dei nostri amici - pensavamo, o almeno parecchi fra noi pensavano, che una prova così tragica come quella testé vissuta avrebbe per molti decenni allontanato dalle nostre generazioni l’esperienza della guerra. E nello studiare, noi che eravamo nuovi a questo genere di cose, le tabelle del bilancio dello Stato (queste che con frase un po’ paradossale furono definite «una sorta di cabala del tempo moderno»), nello studiare queste tabelle, parecchi della nostra generazione pensarono allora e sperarono che oltre al capitolo del debito pubblico (falcidiato a carico dei risparmiatori a causa dell’inflazione), anche un altro capitolo, quello delle spese militari, avrebbe potuto essere ridotto ai minimi termini; quel tanto che bastasse per l’ordine pubblico, per le pensiioni e per la sistemazione del personale civile, per una ristretta - molto ristretta - aliquota di esercito, di marina e di aviazione.
Onorevoli colleghi, che questa fosse una illusione non ci vollero molti anni affinché tutti - io credo anche i più ottimisti - se ne rendessero conto.
Non voglio qui polemizzare con quelle che sono le responsabilità o le cause della guerra civile greca, del blocco di Berlino, dell’Indo-Cina, della Corea; sta di fatto che basta citare questi nomi (e, del resto, ancor prima lo stesso trattamento fatto all’Italia con il diktat ne era già una prova), perché chiunque, in buona fede, si convinca che quel grande bene che è la pace dei popoli non si può mantenere disgiunto dalla sicurezza, e la sicurezza non si può avere senza una forza che ne garantisca la difesa.
Ecco dunque il compito, ecco la missione delle nostre forze armate: difendere la sicurezza, difendere la pace con sicurezza del popolo italiano.
Chi in Italia o all’estero parla, a nostro riguardo, di imperialismo o di guerra aggressiva, o ignora la realtà militare del mondo moderno o specula sull’ignoranza altrui.
Ma non dobbiamo neppure deprimerci, onorevoli colleghi; dobbiamo, anzi, essere fieri dell’opera che è stata compiuta nei non molti anni che ci separano dalla fine delle ostilità: un’opera che è stata iniziata e svolta fra difficoltà e limitazioni senza confronti, con un continuo ricorrere a espedienti industriosi onde sopperire alla notevole penuria di mezzi e di materiali di ogni genere. La ricostituzione delle nostre forze armate costituisce una delle maggiori affermazioni nazionali del dopo guerra.
Alla fine della seconda guerra mondiale, ben poco rimaneva dell’esercito italiano prebellico: restavano efficienti soltanto cinque gruppi da combattimento con una forza di 47.160 uomini, con un certo numero di unità sussidiarie composte da elementi raccogliticci di tutte le armi.
Nell’immediato dopoguerra, si passò gradualmente al cosiddetto «esercito di transizione» previsto dalle clausole del diktat, un organismo quasi esclusivamente territoriale con funzioni di sicurezza interna, solo in via eccezionale impiegato in circoscritte azioni di frontiera. I reparti erano armati ed equipaggiati con materiale eterogeneo di provenienza varia, in gran parte residuato di guerra. Non si avevano scorte di alcun genere; le caserme semidistrutte o adibite a ricovero di sfollati.
A differenza dell’esercito, la marina possedeva ancora, al termine del conflitto, nonostante le gravi perdite e i sacrifici subiti, un notevole potenziale che tanto più faceva spicco quanto più era generale e profondo l’abbandono negli altri campi.
Tuttavia, il trattato di pace incise fortemente sul quel potenziale, e restammo con un modesto numero di unita più o meno antiquate, appena appena sufficienti alle esigenze dell’addestramento.
Fu un colpo terribile: esso infatti non toccò soltanto, come le distruzioni belliche, i materiali e gli strumenti, ma raggiunse e minacciò di recidere quello che di più importante vi è nelle forze armate come in tutte le cose del mondo: il morale, lo spirito degli uomini.
Il quadro dell’aviazione era, alla fine della guerra, ancora più critico di quello dell’esercito: i valorosi reparti ridotti a pochi vetusti velivoli di tipo eterogeneo, oppure a velivoli abbandonati dagli alleati: quattro gruppi da caccia e due da bombardamento, tutti di tipi i più disparati. Distrutto in gran parte il patrimonio demaniale; qualche aereoporto efficiente nella sola Italia meridionale, ma anche quelli con il novanta per cento delle attrezzature distrutte prima dai bombardamenti poi dai tedeschi; pressoché inesistente I’organizzazione scolastica; distrutta l’organizzazione dei magazzini, dei depositi, delle officine, dell’assistenza al volo, delle costruzioni.
Permettetemi, onorevoli colleghi, una considerazione. Quando ascolto o leggo certe facili critiche a questo o a quell’aspetto dell’odierna organizzazione militare, mi viene da pensare a un raccontino pedagogico della mia infanzia che era intitolato: «Guarda anche indietro», in cui si ammoniva a non perseguire o sognare soltanto il meglio dell’avvenire, ma a valutare anche serenamente il cammino percorso e il peggio del passato.
Questo non è ottimismo ad ogni costo, è sano realismo, almeno credo che sia sano realismo, e lo è tanto più in quanto non parliamo soltanto per noi, ma anche per chi, alleato o non alleato, dall’estero ci guarda e ci valuta. Ora, costoro come noi devono valutare la situazione delle nostre forze armate non solo sulla base di quello che oggi sono, ma anche alla luce di quello che è stato fatto partendo dal nulla e qualche volta dal peggio che nulla, per riportarle allo stadio attuale.
Il compito di riorganizzazione e di ricostruzione e in parte anche di creazione dal nulla, che dalla primavera del 1947 incominciò ad incombere sull’amministrazione militare appariva veramente arduo, ciò nonostante fu intrapreso con fede. I1 fatto che nel 1949 l’Italia partecipasse fra gli Stati fondatori del patto atlantico non modificò subito sostanzialmente la nostra situazione militare, né diminuì le immani difficoltà cui ci trovavamo di fronte. Fu invece l’anno successivo, per la dolorosa circostanza della guerra di Corea, l’anno del cosiddetto risveglio di tutto l’occidente. Il patto atlantico cessò di essere quello che nel primo anno, 1949, un giornalista straniero, un giornalista austriaco se non erro, definì «il castello senza armati». Col 1950 acquistarono progressivamente sempre più consistenza gli aiuti N.A.T.O.; si ebbero da parte nostra aumenti di bilancio, e, di fronte alle esigenze della realtà politica, la nostra ricostruzione militare divenne più rapida e più intensa.
Non credo necessario dilungarmi su tutta l’opera compiuta di anno in anno dal 1950 ad oggi; essa fu sempre ampiamente illustrata in ambedue i rami del Parlamento dal mio predecessore, onorevole Pacciardi. La situazione attuale è stata ampiamente illustrata dall’ottima relazione dei due relatori e in buona parte anche dalle risposte che i due relatori oggi hanno qui dato. Di fronte alle molte critiche che sono venute, dobbiamo dire che certo il quadro ha evidentemente, accanto alle sue luci - è la frase di poc’anzi dell’onorevole Baresi - anche i suoi limiti e le sue ombre, ma, né le une, né gli altri sono tali da offuscarne il valore.
Limiti. Può la Repubblica italiana ampliare ulteriormente il quadro prospettato delle sue forze armate ? Deve farlo ? Deve farlo entro date ravvicinate ? Ecco i quesiti che si pongono. La risposta a tali quesiti è però condizionata dalla generale situazione politica, ma più che dalla generale situazione politica anche da alcuni dati di fatto, dimenticando i quali si uscirebbe dai confini di quel realismo che ci siamo proposti di adottare non solo qui come criterio di valutazione, in sede politica di discussione di questo bilancio, ma anche come criterio di azione per il presente e per l’avvenire.
Una prima situazione di fatto mi pare che sia la realtà militare contemporanea. Ho letto proprio in questi giorni articoli di scrittori di alta levatura, per lo meno letteraria, e ho ascoltato anche qui (devo dire però molto più fondatamente qui che non su quegli articoli) certe critiche e certi rilievi, per esempio, su di una mancanza di sufficiente autonomia, soprattutto per quanto concerne la produzione industriale che sorregga l’armamento e il munizionamento, oppure per il fatto che le nostre alleanze costituiscono una condizione, un presupposto per una gran parte, almeno, del potenziamento delle nostre forze armate. Critiche e rilievi che senza dubbio sono stati fatti in buona fede, ma che non hanno fondamento alcuno. Infatti, io mi domando se costoro si siano resi conto di vivere nella seconda metà del secolo ventesimo o non credano invece di essere negli ultimi decenni del secolo scorso. Si sono resi conto di quale rivoluzione politica, sociale ed economica, e direi anche storica, e infine di quale rivoluzione militare, siano state, al tempo stesso, causa ed effetto la prima e la seconda guerra mondiale ?
In quest’aula vi è stato anche un garbato accenno alla possibilità che l’Italia si trovi domani dinanzi a quel tragico evento della guerra per evitare il quale tutti evidentemente lavoriamo. Ma oggi, nell’Europa e nel mondo del 1953, come è possibile una guerra completamente locale ? Dico locale non solo dal punto di vista geografico (perché in questo senso là Corea è un tipico esempio di guerra locale), ma soprattutto dal punto di vista della produzione che costituisce il supporto della guerra.
Vi possono essere indubbiamente varie interpretazioni sulle guerre che si sono combattute in quest’ultimo cinquantennio, dalla guerra del Transvaal ad oggi, ma indubbiamente di guerre veramente locali in tutti i sensi, anche per quanto concerne la produzione e la possibilità di alimentare i combattenti al fronte, ne vedo una soltanto: quella combattuta fra la Bolivia ed il Paraguay nel Chaco Boreal durata otto anni con vari intervalli.
Non mi sembra che si possano riscontrare altre guerre locali. La stessa guerra russofinlandese è stata uno dei prodromi della seconda guerra mondiale, mentre il conflitto greco-turco del 1921-22 è stato uno strascico e una conseguenza della prima guerra mondiale.
L’Italia non è certo né la Bolivia né il Paraguay. L’Italia - come rilevava l’onorevole Greco – è al centro di un mare, è sul meridiano centrale di un continente: mare e meridiano che sono, a loro volta, al centro - Dio non voglia - dei possibili scontri fra mondi e civiltà differenti e divergenti. Non fosse altro che per ragioni geografiche, non possiamo nel nostro caso ipotizzare quell’unica guerra a carattere locale verificatasi nelle ultime generazioni. Ecco perché ritengo che molte critiche fatte nel passato ed anche oggi non siano pertinenti. Partono da un punto di vista sbagliato, sbagliato non in senso politico e neppure nel senso di una interpretazione storica, ma in senso tecnico.
Un punto di vista simile non tiene conto del fatto che l’evoluzione della tecnica bellica e dell’economia, nonché il progresso sociale e politico delle masse popolari hanno fatto crollare tutto un sistema di rapporti internazionali. La nostra generazione è stata testimone di una delle più grandiose ed interessanti catastrofi storiche. A questo argomento hanno accennato vari oratori, sia pure senza trarne tutte le conseguenze: gli onorevoli Folchi, Cuttitta, Greco e Romualdi. Di questo parlammo quando si discusse il patto atlantico e ricordo che allora - intervenendo a nome del mio gruppo parlamentare - ebbi occasione di rilevare che, ormai. dopo aver assistito alla Blietz Krieg di Hitler ed alla resistenza di Leningrado e Stalingrado, alla fulminea riconquista della Francia da parte degli alleati ed ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, dovevamo riconoscere che un sistema di rapporti internazionali era crollato, il sistema dei bilanciarsi dei poteri e dell’equilibrio fra gli Stati sovrani nazionali, sistema che aveva retto l’Europa dalla guerra dei trent’anni alla prima guerra mondiale. Questo è un primo dato di fatto di cui non possiamo non tener conto nell’impostare la nostra politica militare.
L’altro dato di fatto è stato rilevato dall’onorevole Baresi prima che egli concludesse in un modo così commovente il suo intervento: questo dato di fatto è rappresentato dai limiti della nostra economia. Parecchi oratori (gli onorevoli Folchi, Cuttitta, Greco, Latanza, Romualdi e numerosi presentatori di ordini del giorno) si sono occupati, sia pure parzialmente, di questo problema e hanno lamentato l’insufficienza, in tutto o in parte, degli stanziamenti del bilancio.
Ora, come potrei non essere d’accordo con loro ? Intendo però teoricamente d’accordo, perché quando dalla teoria si scende nella pratica il problema diventa un po’ più complesso.
Dico subito che a me non piace contrapporre l’uno all’altro ministero, creando una specie di parlamento del Governo o degli uomini di Governo, nel quale l’opposizione sarebbe rappresentata da noi ministri della spesa ed il Governo sarebbe rappresentato dal povero ministro del tesoro. E neppure posso fare come ha fatto il Presidente del Consiglio martedì scorso, quando ha detto che il ministro degli esteri dirà una parolina al ministro del bilancio, perché in quel caso si trattava di una cifra - se non sbaglio – di 100 milioni. Qui si tratta, invece, di cifre che quando sono minime sono di qualche decina di miliardi, e che salgono facilmente ad una cinquantina di miliardi. Quindi, non vi sono paroline che possano risolvere la situazione.
La realtà è quella che è, ed il ministro della difesa, solidale con l’intero Governo che ciascun ministro rappresenta nelle singole competenze, questa realtà deve dirla con chiarezza e lealtà al Parlamento.
Ho ascoltato con vivo interesse tutti i suggerimenti dati circa la spesa delle somme stanziate, in questa o quella maniera differente dal previsto. Ma quando si parla di nuovi stanziamenti bisogna non ignorare che essi significano o riduzione di altri bilanci o ulteriori stanziamenti, che, se non vi sono delle entrate speciali, evidentemente implicano nuove imposte.
Sulla riduzione di altri bilanci non ho ascoltato altro suggerimento che quello – mi pare da parte dell’onorevole Latanza – riguardante un certo tipo di treno, e mi concederà che non è molto.
Circa nuove imposte, non penso che il problema sia tanto semplice.
Ecco dunque l’altro dato di fatto che non possiamo ignorare se vogliamo essere né ottimisti né pessimisti, ma realistici. Il dato di fatto è la povertà di questa nostra economia nazionale, priva di ferro, di carbone, di petrolio, con una popolazione esuberante e con le cicatrici della guerra ancora aperte.
Permettetemi di ricordare a questo proposito un episodio. Quando stavo trattando a Parigi per il piano Schuman, ricordo che sorse ad un certo momento una disputa fra il rappresentante tedesco e quello belga a proposito delle miniere di carbone. Vi era la questione della concorrenza fra le miniere di carbone belghe e quelle tedesche, e i belgi cercavano di avere qualche compenso per il fatto che in questa concorrenza si sarebbero trovati in stato di inferiorità, perché le miniere belghe sono molto più profonde di quelle tedesche (mi pare che la media delle miniere tedesche sia di 300 metri sottoterra, quella delle miniere belghe di 800 metri). Ad un certo momento il rappresentante belga disse: «Ma che ne possiamo noi se Domineddio ha messo le miniere belghe più profondamente sotto terra?». Allora io lo fermai e dissi: «Lasciamo stare Domineddio, perché allora che dovremmo dire noi, in Italia, che carbone non ne abbiamo affatto, e che anzi, secondo le ricerche geologiche, pare che sicuramente non potremo averne perchè la nostra terra è troppo giovane?».
Questi sono i dati di fatto dai quali non possiamo prescindere. Ed è tenendo conto di questi dati di fatto che noi dobbiamo impostare il nostro criterio di azione.
Per l’esercito, approfondire piuttosto che ampliare; perfezionare l’attrezzatura, completare quelle divisioni che, secondo i piani, secondo i programmi ed anche secondo gli impegni internazionali, non lo siano ancora.
Quindi, onorevole Cuttitta, le sue osservazioni, che sono un po’ troppo pessimistiche per essere del tutto esatte, non tengono conto del fatto che non è che si presenti una realtà e che poi questa realtà non sussista: si tratta di una realizzazione graduale di certi obbiettivi che risponde ai programmi, ed anche, come dicevo, agli impegni internazionali.
Migliorare e perfezionare l’addestramento, specie per quanto riguarda le divisioni corazzate, e soprattutto curare il munizionamento, che è forse oggi l’aspetto più delicato della situazione. Devo dire a questo proposito all’onorevole Greco, che ha toccato particolarmente il problema, che un polverificio, quello di Fontana Liri, è in istato di avanzata costruzione, e un altro, quello Pallerone-Colombera, i cui lavori sono già stati iniziati alcuni mesi fa, verrà apprestato definitivamente non appena terminate le dovute formalità di legge.
Per la marina, onorevole Priore - ella che ne ha parlato con accenti tanto caldi – verrà proseguito quanto è nel programma già esposto dall’onorevole Pacciardi nel suo intervento dell’anno scorso. So bene, onorevole Latanza, che non si tratta di quelle grandi cose che tutti desidererebbero e che i nostri valorosi quadri meriterebbero; ma le cifre sono quelle che sono, e la loro dura legge, anche se è molto dura, dobbiamo piuttosto subirla che dominarla.
Differente invece è il discorso per l’aeronautica. Questo tema è stato trattato da molti: Folchi, Veronesi, Romualdi, Di Bella, Boldrini, Antoniozzi, e mi pare ancora parecchi altri; domando venia se qualcuno può essere dimenticato. Qui c’è un primo punto che bisogna chiarire. Non è che non sia stato fatto sufficientemente per trascuratezza od altro. Anche questo era nei piani. Quando si comincia dal nulla o quasi, si deve fare una o due cose, non se ne possono fare cinque o sei contemporaneamente. Quindi si è cominciato da un determinato settore delle nostre forze armate, l’esercito, predisponendo (perché si tratta di un programma steso fin dall’anno scorso; devo dirlo per dovere di lealtà, perché non si creda che io venga qui a farmene bello come di una cosa nuova) il potenziamento successivo dell’aeronautica, sempre - sia detto a scanso di illusioni - nei limiti del bilancio. E certo che si deve ormai colmare questa lacuna che secondo il programma è venuta a determinarsi nella situazione generale delle nostre forze armate. Si è già fatto negli ultimi anni un magnifico lavoro di riorganizzazione e di riassestamento. Tuttavia concordo pienamente con gli onorevoli Baresi, Romualdi, Di Bella, Veronesi, che hanno detto che qui si tratta di incidere più particolarmente nel momento presente. Lascio a parte l’argomento dell’aviazione civile, su cui vorrò ritornare un po’ più innanzi.
Veniamo al problema del personale. Credo che sia inutile, con degli onorevoli deputati che sono quotidianamente o settimanalmente a contatto con la loro base elettorale, con gli ambienti del collegio, e ne sentono quindi le lamentele, le domande, le richieste, risalire alle origini delle aspirazioni (non vogliamo usare il termine rivendicazioni che in questo campo non sarebbe esatto) dei militari nel campo economico, in aggiunta ai disagi (trasferimenti continui e non prevedibili, logorio fisico, lunga permanenza nei vari gradi, prematura cessazione dal servizio) sopportati con consapevole abnegazione: consapevole perché propria di una carriera, che quando è stata intrapresa, già lasciava prevedere queste difficoltà. Il personale militare ha subito – mi pare che questo sia stato notato anche dall’onorevole Cuttitta e dall’onorevole Greco - le conseguenze di un ingiusto agganciamento all’ordinamento burocratico della gerarchia militare, la quale si è vista retrocedere dalle posizioni tradizionalmente proprie, si è sentita equiparare a funzioni, cariche, trattamenti, ben lontani materialmente e moralmente dalle funzioni, gradi, esigenze della vita militare.
E allora due sono i campi cui quali ci sforzeremo di agire, sempre in quei dati limiti e con quelle condizioni che sono stati presupposti come condizionamento della nostra azione politica: alloggi e trattamento economico. Sugli alloggi ha parlato in modo particolare l’onorevole Guadalupi. Ora vorrei dirgli che mi pare che dal suo discorso risultasse che egli era assai bene informato per molte questioni; ma su questa forse deve essergli sfuggito che in soli due anni, dalla primavera del 1951 ad oggi, sono stati costruiti e consegnati dall’«Incis», che ha operato in stretto coordinamento con gli organi della difesa, oltre 3 mila alloggi in molte località del territorio nazionale per ufficiali e sottufficiali, ed altri 2 mila circa sono in corso di costruzione. Inoltre in poco più di un anno sono stati costruiti direttamente 500 alloggi, 600 appaltati, 900 in corso di appalto attraverso l’I. N. A.-Casa e potrei aggiungere che ulteriori stanziamenti, soprattutto con l’utilizzazione dei famosi residui di cui ha parlato il Presidente del Consiglio, sono previsti a breve scadenza. Quindi, se vi è un settore che non merita appunti, è proprio questo degli alloggi. Naturalmente vi sono sempre dei casi penosi e degli inconvenienti, ma questi, data la natura della carriera, saranno sempre inevitabili.
Il secondo problema è quello del trattamento economico. Anche il ministro ne sente la gravità. E’ giusto naturalmente che anche questo problema vada inquadrato nello sforzo che si sta facendo per aiutare, in relazione alle possibilità di bilancio, tutti i dipendenti dello Stato.
L’onorevole Boldrini ha intravisto misteriose ragioni politiche nel fatto che ancora non sono giunte a perfezionamento le leggi sullo stato giuridico degli ufficiali e dei sottufficiali. Nessun mistero, onorevole Boldrini: i provvedimenti sono già stati presentati al Senato, hanno subito qualche giorno di ritardo per la banale mancanza di un timbro, ma ora devono essere deferiti alla Commissione, spero in sede legislativa, come credo avvenga per tutti i disegni già approvati da una delle Camere, in modo che si possa arrivare tra breve all’approvazione definitiva. D’accordo, onorevole Cuttitta, che sarebbe necessario qualche emendamento. ma, se non si tratta di modifiche formali, stiamo attenti perché si rischia di dover consultare nuovamente il Tesoro e di ritardare il varo della legge di qualche anno. Forse è preferibile approvare il progetto nel suo testo attuale, perché si tratta di un provvedimento assai atteso dagli interessati, salvo introdurre successivamente delle modifiche con nuovi provvedimenti di legge. La legge sull’avanzamento, invece, non è stata ancora presentata, perché si intravede la possibilità di qualche ritocco utile, specialmente in relazione ai limiti di età. Per questo, poi, onorevole Greco, desidero dire che sono perfettamente d’accordo che non si debba derogare dai limiti di età. Ci sono evidentemente dei casi eccezionalissimi, se l’italiano permette questa espressione; ma, all’infuori di questi, non si deve derogare, perché è giusto che ci siano continuamente delle forze giovani, senza con questo naturalmente togliere nulla a quelli che nel passato hanno bene meritato nell’ambito delle forze armate.
Per quello che riguarda la D.A.T. – ne ha parlato l’onorevole Greco - poche osservazioni soltanto. Non mi pare sia esatto che sia stata trascurata. Certo non sono sufficienti gli stanziamenti: abbiamo avuto però uno stanziamento di 2 miliardi nel 1949-50 (quindi prima ancora del potenziamento) di 5 miliardi e mezzo nel 1951-52, di 16 miliardi e mezzo nel 1952-53, di 13 miliardi e mezzo nel 1953-54. Non mi pare quindi che si possa parlare di trascuratezza.
Aviazione civile. Qui tocchiamo, direi, il problema su cui c’è stata veramente l’unanimità della Camera. E mi fa piacere che si sia raggiunta su un altro tema, oltre che su quello che è più vicino al cuore di tutti noi. Credo però che l’unanimità cessi quando si incomincia a parlare dell’organismo che vi si vuol preporre. Accade purtroppo sempre così, che sui fini ci si può trovare d’accordo, ma poi l’accordo si realizza molto più difficilmente, o cade, quando si discute dei mezzi.
Credo tuttavia sia giunto il momento di cercare di far qualche cosa. Non credo lo si possa con 2 miliardi stanziati nel bilancio. L’onorevole Pacciardi aveva già predisposto un progetto di legge, il quale poi non è stato più presentato per quel tale problema che esiste tra ministeri della spesa e Ministero del tesoro. Ora su quel programma cercheremo di proseguire, vedendo anche se ci sono delle idee che possano venirci suggerite, che non siano però astratte, avulse dalla realtà del bilancio: in questo caso saremo lieti di poterle accogliere.
L’onorevole Veronesi dice che non sono mancati tanto i denari in bilancio, ma che sono mancate le prove dell’amore. Pur avendo, come me, quarant’anni egli dice che le prove dell’amore si potevano dare anche senza soldi. Ebbene, io pure ho la convinzione che possiamo fare qualche cosa su questo terreno. Mi pare sia stato notato dallo stesso onorevole Veronesi che mentre ci troviamo dinanzi a problemi di carattere industriale, problemi gravi, che assillano tutto il nostro paese - come quello del ridimensionamento, o quello di vedere se una determinata industria sia connaturata al nostro organismo economico, o non sia per caso impostata su una finalità autarchica, che, comunque discutibile in passato, oggi certamente non è più realizzabile e attuabile - la situazione si presenta un po’ diversamente nei riguardi della nostra industria aeronautica.
Infatti, per quello che riguarda l’industria aeronautica, noi ci troviamo di fronte a un dato di fatto, che cioè la materia prima non incide così fortemente come nelle altre industrie. Mi pare che l’incidenza della materia prima nell’industria aeronautica sia stata valutata in ragione del 50 per cento, mentre tutto il resto è lavoro. Quindi questo è veramente un campo dove si può fare qualche cosa, anche perché - come giustamente ha ricordato, mi pare, l’onorevole Boldrini - l’alluminio di cui quell’industria largamente abbisogna lo troviamo in casa nostra, è una delle pochissime cose di cui noi disponiamo.
Mi pare quindi che su questo problema si possa procedere e si possa provvedere sia per quanto riguarda la riorganizzazione della aviazione civile (per il che terremo conto di tutte le osservazioni che sono state fatte dagli onorevoli Veronesi, Di Bella, Romualdi, Cuttitta) che per quanto riguarda il potenziamento della nostra industria aeronautica.
Ma v’è stato un oratore il quale ha detto: questo bilancio della difesa è un gran calderone. Ora, bisogna andar cauti su tale terreno; non è ragionevole insistere, ad esempio, sul fatto che il Ministero della difesa non dovrebbe occuparsi delle pensioni di guerra o sul fatto che i carabinieri non dovrebbero far parte delle forze armate, ma dipendere dal Ministero dell’interno. Come potrebbe, infatti, il Ministero della difesa curare il morale delle nostre forze armate rinunciando a preoccuparsi delle pensioni di guerra ? E potremmo sostenere che non riguarda la difesa l’arma dei carabinieri? Forse che i carabinieri non fanno parte delle nostre valorosissime forze armate ? Quindi, bisogna andar cauti. Tuttavia, è necessario evitare, altresì, di trovarci effettivamente di fronte ad un grande calderone, nel quale vi siano spese di tutti i ministeri; ad esempio, è certo che le spese per l’industria aeronautica non riguardano soltanto la, difesa e che dovrebbero essere curate in altra sede. A tale riguardo mi preme dire che esistono buone prospettive (mi pare di avere interrotto su questa materia l’onorevole Romualdi l’altra sera: erano le 22 e in aula non vi era più quasi nessuno). In particolare v’è la prospettiva che in una città italiana, a Torino, si vada costituendo un centro di produzione aeronautica di notevole importanza non solo dal punto di vista della nazione italiana, ma anche dal punto di vista europeo. Lo scopo di questo centro sarà una produzione che poggi non solo sul fabbisogno e sul mercato italiano, ma anche sul fabbisogno e sul mercato europeo.
Altre situazioni sono state prospettate, e le conosciamo ad una ad una. È un problema di fondi, di mezzi. Si cercherà di fare tutto il possibile, con la massima buona volontà, per superare questo che riteniamo un momento di congiuntura, nello sforzo di superare un determinato periodo, perché siamo convinti che, se un assestamento vi sarà, superato questo periodo di uno o due anni, le industrie di cui si è parlato potranno poi procedere di loro iniziativa e coi loro mezzi, senza più ricorrere periodicamente all’aiuto e ai sussidi dello Stato.
E passo ad un altro argomento. L’onorevole Guadalupi mi ha domandato come mai non sia stato ripresentato il disegno di legge sul riordinamento del tribunale supremo militare, al quale erano stati apportati emendamenti proposti dall’onorevole vicepresidente Leone. Il provvedimento sarà ripresentato (è questione di giorni).
Si è parlato anche di un processo che ha destato l’attenzione di larga parte del paese e, in particolare, anche della Camera. A proposito di quegli articoli, ormai ben noti, il 79 e seguenti del codice penale militare di pace, credo che tutti sappiano, e la stampa lo ha largamente pubblicato, che era stato presentato due anni fa un disegno di legge, per l’aggiornamento di quegli articoli. Mi pare che ciò faccia cadere tutte le insinuazioni contro il Governo, quando si ricorda che quegli articoli parlano di gran consiglio del fascismo, di capo del governo, ecc. No, l’aggiornamento, per quanto riguarda le istituzioni, fu tempestivamente proposto e, se non è stato discusso, non è colpa di questo o del precedente Governo.
Ma veniamo all’aspetto sostanziale, portato in discussione da talune proposte di legge presentate. Do atto all’onorevole Tolloy di avere riconosciuto che il Governo non può e non deve prendere iniziative in relazione al riserbo e al rispetto dovuti all’indipendenza della magistratura e assicuro che al momento in cui la Camera affronterà il problema, il Governo non mancherà di manifestare la sua posizione. Ma ella, onorevole Tolloy, ha spostato la questione al giudizio politico sulla guerra in Grecia. Sono due questioni distinte: giudizio politico su quella guerra e comportamento del nostro esercito. Giudizio politico: evidentemente il pensiero del Governo non è cambiato da quello che ella ha voluto citare. Resta il comportamento dell’esercito: su questo punto, credo che sono profondamente ingiuste tutte le critiche che vengono oggi ripetute e ribadite sulla base di quella questione o prendendo lo spunto da quella questione. Anche in quest’aula, nessuno ha avuto il coraggio di attaccare il valore del soldato italiano. Sono state attaccale singole persone, ma nel complesso tutti hanno dovuto riconoscere il valore dell’esercito italiano e del soldato italiano. E questo valore è stato riconosciuto da una persona, che potete discutere sul piano politico (so quello che mi potreste dire sul Presidente greco Papagos), ma che era pure il capo valoroso dell’esercito avversario.
Il generale Papagos ha detto nel brindisi di villa Madama, dopo di aver deposto la corona ai piedi del Milite Ignoto: « Ho inteso rendere omaggio a tutti i soldati italiani, del cui valore e della cui fierezza sono stato sempre un sincero ammiratore ». (Applausi al centro e a destra). E ciò ha ribadito il giorno dopo, parlando alla stampa: « sono stato molto felice di deporre una corona sulla tomba del Milite Ignoto. Con tale gesto non ho voluto soltanto rendere omaggio a coloro che sono morti per la patria, ma anche e soprattutto portare il saluto fraterno alle forze armate italiane e confermare l’ammirazione che abbiamo per le forze armate italiane ».
Non è soltanto di oggi questo giudizio, perché si potrà rispondere (lo so bene): ciò si dice oggi che siamo alleati. Non è così, perché lo ha scritto anche in un libro ... (Interruzioni dei deputati Amendola Giorgio e Pajetta Gian Carlo). Mi aspettavo questa interruzione, ma avevo detto chiaramente che non è una questione politica, perché si tratta di un militare che fu il capo di un esercito che ha combattuto contro il nostro. Nel suo libro, che è stato scritto nel 1945, egli più volte parla della « vigorosa difesa », dell’ « accanimento » con cui si è battuto bravamente il nostro esercito italiano. Quindi, non si tratta di un giudizio che viene soltanto oggi trattandosi di periodo di amicizia e di alleanza, ma un giudizio che è stato dato immediatamente alla fine della guerra, quando ancora questa amicizia ed alleanza non c’erano, anzi sussisteva una situazione politica diversa.
Veniamo alla questione delle basi militari e dei nostri rapporti con la N.A.T.O. Devo dire subito che sono stati fatti degli apprezzamenti sulle armi della N.A.T.O. che non posso assolutamente accogliere, che i tecnici non accolgono affatto. Non è vero che si tratta di armi antiquate, al contrario si tratta di armi fra le migliori, tra le più moderne. Non so, quindi, su che cosa siano fondati questi apprezzamenti.
Delle basi sarebbe inutile parlare, perché ne ha parlato oggi l’onorevole Baresi, ne aveva parlato largamente tempo addietro, sul bilancio degli affari esteri, il ministro degli esteri e Presidente del Consiglio di allora, onorevole De Gasperi; ma siccome viene continuamente ripetuta l’obiezione o la critica, evidentemente deve essere anche continuamente ripetuta la risposta, dicendo che non esiste in Italia nessuna base militare straniera. (Commenti a sinistra). Il centro sbarchi di Livorno ...

Una voce a sinistra. E Villafranca di Verona ?

Una voce a sinistra. E Augusta ?

TAVIANI, Ministro della difesa. Risponderò anche per ciò. Soltanto, se non fate interruzioni, faremo prima. E tenete conto che gli ordini del giorno sono molti. Il centro sbarchi di Livorno è costituito da magazzini che il Governo italiano ha concesso a quello nordamericano, onde permettere a tale governo di convogliare e sbarcare a Livorno i rifornimenti da avviare alle forze di occupazione in Austria. (Interruzione a sinistra). Non si può denominare « base militare », in quanto non esistono in detta città i presupposti della base militare, cioè i reparti di truppe con il compito di presidiare e difendere la zona. Questi sono i presupposti essenziali della base militare. Potete dire benissimo che vi sono presenti degli individui di forze armate straniere, e questo rientra ... (Interruzioni a sinistra). Ma, caro collega, quando ella parla di Napoli, le debbo dire che a Napoli vi è un comando della N.A.T.O.

ALICATA. Vi è la bandiera americana.

TAVIANI, Ministro della difesa. Non vi sono forse degli italiani, per esempio, nei comandi N.A.T.O. di Parigi e di Malta e altrove ? Da un canto ci obiettate come mai dei militari italiani partecipino a una esercitazione o si trovino in questo o quel posto, fuori del territorio nazionale, e poi vi lamentate dicendo che non vi è nessuna reciprocità nei riguardi dei militari alleati in Italia. Che cosa intendete voi per alleanza ? Capisco benissimo la vostra linea politica: essa è molto chiara, ho già avuto modo altre volte di dirlo. Voi non avete votato una determinata alleanza, perché forse ne avreste preferito un’altra. Si può discutere su ciò, se ne è discusso di più sul bilancio degli esteri, che non su quello della difesa. Evidentemente nessuno può proibirvi di discutere ciò. Ma quando entriamo nell’applicazione dell’alleanza, vorrei sapere come concepite voi le alleanze, quando pretendente che nessun ufficiale, soldato o aviere o marinaio italiano si trovi in territorio straniero per questa o quella funzione, e nel tempo stesso non si trovi da noi ...

PAJETTA GIULIANO. Da noi si trovano anche servizi di polizia militare americana.

TAVIANI, Ministro della difesa. Mi pare che il relatore l’onorevole Baresi abbia già detto che i servizi di polizia sono disimpegnati dai carabinieri.

AMENDOLA GIORGIO. A Napoli vi sono i gendarmi americani !

TAVIANI, Ministro della difesa. Macché gendarmi americani ! Sulla C.E.D. si è tanto parlato, ma, ritengo, uscendo un po’ fuori dal tema della nostra discussione. (Interruzione del deputato Pajetta Giuliano).

PRESIDENTE. Onorevole Pajetta, la prego di non interrompere in questo modo. Ella non può aver diritto di parola, ora; ha già parlato a suo tempo. (Interruzione del deputato Pajetta Giuliano). Onorevole Pajetta, la invito a non rivolgere domande ed a non interrompere.

PAJETTA GIULIANO. Il signor Presidente della Camera ha visto con i suoi occhi la polizia americana, a Livorno.

PRESIDENTE. Il regolamento le dà il modo di presentare, quando ella voglia, interpellanze e mozioni, ma non è questa la sede per trattare simili questioni.

PAJETTA GIULIANO. Ma ella a Livorno ha visto la polizia americana, e non vuol dirlo.

PRESIDENTE. Questo è un apprezzamento che respingo, perché ella non ha motivo di fare simile affermazione. (Applausi al centro). Cos’è questo metodo di resistere, anche con insolenza, all’autorità del Presidente? La richiamo all’ordine per la prima volta.
Prosegua, onorevole ministro.

TAVIANI, Ministro della difesa. Stavo dicendo che questa non è la sede per discutere sulla C.E.D. L’occasione verrà, e la discussione su questo argomento sarà molto lunga.
Rassicuro comunque l’onorevole Boldrini, per quanto riguarda i suoi sospetti a proposito delle leggi sullo stato giuridico e gli altri oratori, particolarmente l’onorevole Guadalupi, per tutte le altre questioni che sono state sollevate, che in ordine a questo problema non vi è nessun collegamento con un cosiddetto fatto compiuto, con situazioni precostituite, legate ad un trattato che il Parlamento non ha ancora discusso. Desidero chiarire un punto, rispondendo a certe obiezioni. Quando ci dice, parlando della Comunità europea, dell’ Europa, che non si può evidentemente pensare a uno spirito « patriottico europeo », in quanto la patria resta la nazione; e quando si dice che ci vorranno secoli perché il concetto di nazione si trasformi nella storia umana, io devo dichiarare che sono perfettamente d’accordo.
Non v’è dubbio. Avevo già obiettato altra volta che la bandiera è la bandiera reggimentale, ed evidentemente resta la bandiera nazionale. Nessuno ha mai dichiarato di vedere (io l’ho sempre affermato e così l’ha sempre riconosciuto il Governo precedente e quello attuale) questa Comunità europea come una nuova patria in sostituzione delle cinque, delle sei o delle sette, ma come una unione di queste patrie nazionali, la sola possibile, a mio parere, la sola capace di salvare nel nostro tempo, la dignità nazionale; perché altrimenti, senza questa impostazione europea, date le condizioni che abbiamo visto in precedenza, che restano a substrato della nostra situazione politica e delle nostre possibilità di orientamento politico, non vedo in quale altro modo potremmo riuscire a salvare e potenziare quel sentimento nazionale e quel valore nazionale che tutti noi coltiviamo nel nostro animo.
Ho tralasciato di rispondere, forse, a parecchi oratori, e mi riservo di farlo, sulle singole questioni specifiche, allorché risponderò agli ordini del giorno; ad altri ha già risposto brillantemente l’onorevole Baresi. Vorrei soltanto, prima di concludere, dire che da molti oratori è stato fatto l’elogio dei nostri soldati, dei nostri marinai, dei nostri avieri. Direi che su questo elogio vi è stata l’unanimità dei consensi. E di questo elogio sono tutti degni. Lo sono quelli che in formazione, un mese fa, hanno scalato il monte Bianco, come quelli che vigilano per la pace e la sicurezza del popolo somalo. Lo sono quelli che nel cielo di ogni nazione si fanno ammirare tra i migliori piloti del mondo, come quelli che sul mare custodiscono le nostre gloriose tradizioni, le lontane e recenti tradizioni della marina. Ne sono degni anche i più modesti, ed è in modo particolare a loro che credo di poter inviare il saluto riconoscente, non soltanto mio e del Governo, ma del Parlamento e, attraverso il Parlamento, del popolo italiano. (Applausi al centro e a destra).
Una parola vorrei aggiungere a proposito dei quadri degli ufficiali e sottufficiali. Gli ufficiali e sottufficiali hanno saputo, silenziosamente, con compostezza, attingendo forza al sentimento, alla dedizione al loro dovere, superare quella crisi che ha sconvolto l’animo di ogni cittadino nell’ultimo decennio, soprattutto al principio di esso.
L’elevatezza morale dei quadri ha saputo rendere accetta, senza insofferenze e senza recriminazioni, una vita che (lo abbiamo visto parlando del trattamento del personale) è quanto mai piena di sacrifici, sacrifici che non gravano soltanto sul militare, ma si estendono anche alle famiglie a causa dei numerosi trasferimenti, delle frequenti destinazioni in sedi disagiate.
È: stato esemplare il comportamento dei quadri. Oltre ad essere il migliore esempio per le giovani classi affluite alle armi, ha anche contribuito fortemente a far rinascere i legami di affetto che li unisce al paese. Si è parlato di un distacco fra forze armate e paese. Io ritengo, come ho già detto in un mio intervento che non vi sia più questo distacco. Quando andiamo in giro nei nostri collegi, nel paese, vediamo tutti che questo distacco non vi è tra le forze armate e il paese.
E’ indispensabile che tali legami diventino sempre più stretti. È necessario che si diffonda nella nazione sempre più la convinzione che gli sforzi fatti per l’esercito. la marina, l’aeronautica, non sono sforzi improduttivi (come forse erroneamente si poteva pensare quando avevamo quella illusione, alla fine della guerra, di poter entrare per sempre in un mondo migliore), ma costituiscono un fondamentale pilastro su cui poggiano la pace e la sicurezza del popolo italiano.
Devo aggiungere che respingo nella maniera più recisa tutte le insinuazioni o calunnie o critiche che si sono cercate di fare contro lo stato maggiore delle nostre forze armate. Desidero qui dire che ho visto, e mi auguro di essermi sbagliato, in questo un tentativo di separare il ministro, o anche il Governo, dagli stati maggiori, che sono la spina dorsale delle forze armate; ma chi vuole perseguire per questa strada la cambi, perché non è la strada buona. Devo dichiarare qui la mia fiduciosa solidarietà con chi, in mezzo a difficoltà di ogni genere, adempie la grave missione di reggere il comando generale delle forze armate e quelli singoli delle tre armi. (Applausi al centro e a destra).
E non dobbiamo neppure dimenticare i funzionari, gli impiegati, i salariati dell’amministrazione civile, che lavorano non di rado in condizioni di difficoltà, con senso di abnegazione, con serena disciplina. Talvolta si parla di loro come di un’appendice, come di qualche cosa di eterogeneo dell’amministrazione militare. Probabilmente anch’io prima avevo questa impressione; soltanto vivendo in mezzo a loro si comprende come essi siano parte integrante ed essenziale sostegno dell’amministrazione militare.
Ho detto che mi riprometto di rispondere ancora a coloro che hanno presentato degli ordini del giorno. Ho cercato di cogliere in tutti i discorsi, da qualsiasi parte provenissero, gli elementi costruttivi, anche quando questi elementi costruttivi erano di critica decisa e di critica profonda, e devo dire che in tutti i discorsi ho avuto modo di trovarli, e perciò indistintamente ringrazio tutti gli oratori.
« Tutti » è forse un po’ troppo, perché nel suo discorso, onorevole Pajetta, ho dovuto faticare assai per trovare uno spunto costruttivo. Creda che ho capito la fatica dei cercatori d’oro. Ma non di quelli dell’Alaska: di quelli dell’Olona. Settimane e settimane nella sabbia per trovare una pagliuzza d’oro. Ebbene, una pagliuzza d’oro l’ho trovata anch’io nel suo discorso ...

PAJETTA GIAN CARLO. Avrà trovato una paglietta !... (Si ride).

TAVIANI, Ministro della difesa. L’ho trovata laddove ella ricorda la guerra che insieme abbiamo combattuto. Ella mi ha ricordato la guerra che abbiamo combattuto e ha voluto consigliarmi di non sprecare quel patrimonio.
Ebbene, le rispondo proprio su questo punto, e vado anche più oltre, come italiano e come cristiano. No, non lo voglio sprecare. Non vogliamo sprecare il patrimonio della nostra generazione. È un patrimonio triste, ma prezioso. Tanti sono morti per lasciarlo a noi che restiamo. È questo il patrimonio che vogliamo e dobbiamo impiegare, ciascuno al suo posto di responsabilità, all’opposizione come al Governo, nel Parlamento come nel paese, per difendere la pace, la libertà, la dignità del popolo italiano. (Vivi applausi al centro e a destra - Congratulazioni).

On. Paolo Emilio Taviani
Camera dei Deputati
Roma, 9 ottobre 1953
(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta antimeridiana di venerdì 9 ottobre 1953)


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