LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA LEGGE ELETTORALE MAGGIORITARIA: DISCORSO DI ALCIDE DE GASPERI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 17 gennaio 1953)

La predisposizione della riforma della legge elettorale in senso maggioritario cade in un momento di debolezza elettorale della DC e dei suoi alleati centristi. In sé, la proposta di legge per il maggioritario anticipa i bisogni e le esigenze di governabilità del sistema politico italiano. Probabilmente, la legge che la feroce opposizione di sinistra appellò "legge truffa", è una delle più innovative ed anticipatrici del cenrismo degasperiano.
Anche in questo caso, il dibattito parlamentare è stato molto duro e battagliero, con i relativi tumulti fuori del Parlamento.
Alla Camera dei Deputati, il dibattito finale comincia il 17 gennaio 1953 e si conclude il 21 gennaio, con l'approvazione della legge. Al Senato, il dibattito dura tra l'8 ed il 29 marzo 1953. In entrambi i casi, si svolse una grande battaglia parlamentare intorno alla decisione del Governo di porre la questione di fiducia sugli articoli del provvidemnto in discussione.
Di seguito si pubblica il discorso di De Gasperi alla Camera dei Deputati del 17 gennaio 1953.

* * *

DE GASPERI, Presidente del Consiglio dei ministri, Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che potrò essere breve dopo i discorsi di questa giornata, discorsi che sono conclusivi.
Vorrei osservare da principio che delle obiezioni e delle accuse che sono state lanciate contro il Governo e contro di me in particolare durante il dibattito, mi hanno colpito non quelle più o meno ingiuriose o quelle che più insinuavano delle deficienze nel mio riguardo o nell'indirizzo politico, ma specialmente quella che mi è venuta da un partito di estrema destra, quando l'onorevole Roberti, se ho ben capito, ha detto al nostro indirizzo: «negano con i fatti l'ideologia nella quale hanno creduto e agiscono in opposizione all'ideale che hanno proclamato».
Questa accusa che viene da parte neofascista contro coloro che si sono battuti, e contro di me in particolare che mi sono battuto, per la libertà e la democrazia, in tempi difficili contro il fascismo, mi ha ferito più profondamente che ogni altra accusa, perché accetto rimproveri, valutazioni e sottovalutazioni di ogni genere, ma quello che mi pare impossibile accettare, che è contrario a tutto l'indirizzo, all'aspirazione della mia vita, è che si dica che volontariamente, di proposito, io tenda all'antidemocrazia o possa scivolare verso la dittatura. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra).
Vi è stata qui addirittura una vivisezione, una anatomizzazione delle proposte della maggioranza e soprattutto del progetto del Governo. L'onorevole Bettiol ha già riassunto la lunghezza e la profondità del dibattito in cifre, che non voglio ripetere; ma è chiaro a tutti, al paese e a voi, onorevoli colleghi, se interrogate la vostra coscienza e la vostra memoria, che il Governo ha pazientato per settimane e settimane, che non ha mai pensato di intervenire con la questione di fiducia, benché il progetto fosse stato presentato dal Governo stesso, che il Governo è intervenuto solo all'ultimo momento, quando ha avuto l'impressione che il continuare l'ostruzionismo come si faceva, non solo avrebbe fatto scadere i termini, rendendo nulla la legge, ma soprattutto creava quella atmosfera pericolosa che qui ebbe delle drammatiche dimostrazioni e manifestazioni, e fuori aveva delle ripercussioni delle quali ogni governo responsabile doveva preoccuparsi.
Solo allora siamo intervenuti con una impostazione di fiducia; e siamo intervenuti perché ci trovavamo dinanzi, non ad un rallentamento della macchina, ma già al sabotaggio, all'insabbiamento della macchina. E noi non avevamo un'altra alternativa, onorevoli colleghi, tranne la resa senza condizioni innanzi all'abuso del regolamento, innanzi alla negazione del principio, che è fondamentale per la convivenza fra maggioranza e minoranza, e cioè che la minoranza ha diritto alla critica e la maggioranza ha diritto alla decisione. (Approvazioni a sinistra, al centro e a destra).
Stamane, in tono molto commovente dinanzi alla cui sincerità mi inchino, l'onorevole Costa ha ricordato gli esempi di un grande paese, cioè la resistenza di O'Connell; ha ricordato un grande campione cattolico, quasi che la gloria di O'Connell sia consistita nell'ostruzionismo e non in altre cose. Non è che O'Connell sia stato riabilitato dalla storia per l'ostruzionismo, ma è stato riabilitato per ben altri meriti, meriti eroici di fronte alla sua nazione. Ma poiché l'onorevole Costa ha ricordato questo grande paese che in tutta la storia parlamentare italiana si cita sempre a titolo di esempio quando si fa riferimento alla storia delle libere istituzioni inglesi, vorrei ricordare anche che l'Inghilterra ha avuto il più grande esempio a proposito di lotta contro l'ostruzionismo, ed è quello di Gladstone, il quale ricorse a quella che poi si chiamò la «ghigliottina», ossia una formula preclusiva di ben altra gravità e di minor rischio di quello che può rappresentare l'imposizione del voto di fiducia. Di fronte al quale, se voi parlate di imposizione o di brutalità, vi è da rispondere che vi è anche, sull'altro piatto della bilancia, la caduta del Governo e la rinunzia ad un programma, o eventualmente all'attuazione di questo programma.
Ma è poi vero, onorevole Costa, che l'ostruzionismo ha sempre vinto e che vi è stata sempre una riabilitazione storica di coloro che hanno fatto l'ostruzionismo? Esaminiamo un po' la storia. Specialmente noi più anziani ricordiamo quello che è avvenuto qui nel 1922 e nel 1923.
È avvenuto che abbiamo combattuto contro il fascismo per la libertà e abbiamo sofferto per la libertà.
Domandiamoci ora se il fatto del preesistente ostruzionismo, non una volta sola, in un solo periodo, il fatto in genere del metodo parlamentare poco serio, non abbia contribuito in altri periodi della vita italiana a quella svalutazione del Parlamento per cui fu facile e rimase impunita l'ingiuria dell'«aula sorda e grigia» o del «bivacco dei manipoli». Vorrei dire che al di là (e prego gli onorevoli colleghi dell'estrema sinistra e dell'estrema destra di prendere atto di questa mia precisazione), che al di là delle intenzioni dei promotori vi è, come conseguenza dello ostruzionismo, una svalutazione, uno spregio che si radica nell'opinione pubblica: nasce il facile plauso a chi si crea un nuovo diritto rivoluzionario, e si manifesta il fermento della violenza che corrode ogni autorità e disciplina.
Come mai qui si osa opporre la democrazia alla disciplina? La democrazia è autodisciplina e la libertà è il rispetto della legge: al di fuori della legge non vi è libertà. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra - Commenti all'estrema sinistra).
Onorevoli colleghi, mi spiace di non poter sempre reagire alle vostre interruzioni, poiché non tutte arrivano alle mie orecchie. Comunque sia, vorrei che prendeste atto, lo crediate o non lo crediate, che ho agito veramente per la fede nel sistema democratico e nel regime parlamentare. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra).
Ho l'intima e profonda convinzione che se il Governo in questo momento non fosse intervenuto, il regime parlamentare sarebbe entrato in una malattia grave, in coma, forse. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra). Ciò indipendentemente dalle intenzioni e dai propositi di coloro che l'ostruzionismo hanno avviato e hanno continuato, e che forse non volevano continuare fino agli estremi a cui è arrivato.
Io vi domando se è possibile ancora pensare ad un ostruzionismo rallentatore. Quando si rallenta una macchina, potrà essere una questione di diminuzione del rendimento, ma essa continua a funzionare. Ma insabbiare significa sabotare.
Non esiste in Italia, dite voi, altro sfogo, altra maniera, altro ricorso. Ma, io vi dico, voi avete la trafila di due Camere equipollenti, in una delle quali non abbiamo nemmeno la maggioranza assoluta come partiti di centro e meno della maggioranza come partito di Governo. Ed esiste un altro appello, l'appello al popolo, perché quando si fanno le elezioni è al popolo che ci si rivolge. (Applausi a sinistra, al centro e a destra - Commenti all'estrema sinistra).
Egregi colleghi, qualunque sia il vostro giudizio sulla legge, potete chiamarla come volete voi, ma non potete negare questo: che la decisione viene presa a maggioranza assoluta, ci vuole la maggioranza per lo schieramento, e che solo lo schieramento che raggiunge la maggioranza assoluta avrà una maggiorazione dei propri seggi.
L'onorevole Corbino ieri, dopo avere valutato argomenti pro e contra, ha finito col decidere di non decidere, cioè di ritirarsi, di non partecipare alla votazione. Io rispetto il travaglio della sua coscienza, del suo temperamento, ma quello che è certo è che se egli fosse al Governo così non potrebbe agire, perché il Governo è responsabile davanti al paese. E davanti alla Camera si dà come ostaggio attraverso la posizione del voto di fiducia.
Si dice che noi, in questa impostazione, ci poniamo, forse, al di là di quel punto che desideriamo che cioè siamo su un piano inclinato. Tra coloro che lo dicono vi è anche qualcuno in buona fede.
È vero. Ne sono consapevole e sono preoccupato di questo. Ma io vi dico che qui si tratta di una procedura che in certi momenti - come questo - è doverosa, certamente lecita, ma non è normale: è usata in un momento anormale e straordinario, dinanzi a un procedimento straordinario. (Applausi al centro e a destra).
La procedura normale dell'attività parlamentare è quella che si fonda su due princìpi, su due criteri, ai quali ho prima accennato: libero controllo e discussione per tutti e decisione da parte della maggioranza. Quando questi due criteri vengono seguiti siamo sul binario giusto, normale, e non occorre allora ricorrere ad altri mezzi. Ma che cosa vuol dire questo? Vuol dire che non è vero che non abbiamo la consapevolezza dei limiti di questo atteggiamento e di questa impostazione e che non sentiamo, nella nostra coscienza, i limiti stessi che ci vengono imposti. È inutile creare degli spauracchi, è inutile dire che potremmo applicare lo stesso metodo all'intera legge sindacale o alla legge sulla stampa: sì, se voi userete il vostro metodo di ostruzionismo (Vivissimi applausi al centro e a destra - Interruzioni all'estrema sinistra); no, in caso di normalità.
Tutto dipende dalla premessa. Noi riteniamo, io ritengo fermissimamente, che il regime parlamentare non si salva se non si accetta la procedura normale, cioè se non si rinuncia all'ostruzionismo. Non è vero che l'ostruzionismo sia lecito! È spiegabile in qualche caso estremo, ma è sempre un qualche cosa di rivoluzionario, contro l'ordine della Camera.
Ora, chi si assume la responsabilità di applicare rivoluzionariamente questo metodo, si trova ad imporre una alternativa: o la resa, la capitolazione (il che vuol dire l'indebolimento del regime parlamentare e l'annullamento del criterio democratico) oppure la resistenza, una resistenza che può anche assumere delle forme straordinarie, purché sia fondata su un principio di fiducia, su un principio essenzialmente democratico.
Voi dite: dov'è questo limite? Chi può tirare una linea per impedire lo scivolamento su quel piano inclinato? Rispondo: quando vi saranno delle regole; e l'esperienza gioverà anche per porre delle norme nel futuro regolamento, perché spero che si trarranno da questa esperienza i dovuti ammaestramenti.
Cosa rispondete quando qualcuno vorrebbe - come la Costituzione stabilisce - introdurre delle regole per la limitazione dello sciopero, comunque per regolare e rendere normale la procedura dello sciopero? Cosa rispondete? Che bisogna lasciare alla coscienza operaia la decisione. Ma se così è per voi, perché volete negare a dei democratici la coscienza anche del limite, in questa misura? (Applausi al centro e a destra - Commenti all'estrema sinistra).
Ho sentito con stupore l'esposizione - o la perorazione - fatta con molta eleganza e con molta vibrazione dall'onorevole Basso, quando ha messo in dubbio la nostra coscienza democratica, specialmente perché noi apparteniamo alla zona cristiana, direi, della concezione politica.
Ma ritenete voi di sbrigare la classificazione, la nomenclatura degli schieramenti semplicemente con questa parola: clericale ? E credete di essere moderni, credete di rendervi conto dell'evoluzione ? (Vivi applausi al centro e a destra — Interruzioni all'estrema sinistra}. Ma siete ancora ai tempi di Gambetta ! Muovetevi un po', venite al passo col secolo XX ! (Applausi al centro e a destra — Interruzioni all'estrema sinistra}.
Quando i cattolici andarono sull'Aventino insieme con i socialisti, quando fecero dimostrazione antifascista e si separarono da Mussolini in nome della libertà, voi credete che sia stato un incidente, semplicemente un fatto contingente di gara per il potere ? No ! Il loro atteggiamento fu dettato dalla loro coscienza, contro tutti i vantaggi che attribuiva loro la situazione, ed essi agirono per moralità, per vera coscienza. E non è un fatto isolato, non è una contingenza storica isolata, no, è una evoluzione che voi dovete considerare e che trovate da per tutto, in tutti i paesi europei. Voi trovate dei cattolici ammodernati, vicini ai socialisti, nella ricostruzione sociale e anche nella difesa della libertà. Pensate al Belgio ! Quando non volete prendere atto di queste realtà, venite fuori con accuse come quelle dell'onorevole Basso, e accusate di avere aperto la strada al fascismo e al nazismo coloro che ne sono stati le vittime. Bruning cadde, e in realtà provocò la reazione nazista perché fece la riforma agraria ! Questo voi mettete come antesignano del nazismo ! Ma che storia è mai questa che il marxismo storico vi fa esprimere ? Che storia è questa ? Voi attribuite malafede a tutta la repubblica di Weimar, dove i socialisti e i cattolici collaborarono insieme per difendere la democrazia, che cadde poi sotto la spinta nazionalistica ! Ma che razza di storia fate voi, negando queste realtà ! Perfino i poveri austriaci, senza dubbio commisero allora degli errori, come Dollfuss; ma è gente che pagò con la vita gli errori fatti: furono le vittime degli oppressori ! Prendetene atto, egregi colleghi. Prendete atto che vi è stato per noi e per tutti un processo di chiarificazione negli ultimi decenni, un processo di chiarificazione e di assestamento fra autorità e libertà e soprattutto nei rapporti con le classi popolari. Prendetene atto, altrimenti sbagliate classifica e sbagliate anche schieramento.
Il 1° febbraio 1952, quando il Governo pose analogamente la questione di fiducia in relazione al disegno di legge per la revisione del trattamento economico dei dipendenti statali, io dissi parole che quasi potrei ripetere oggi: « Tutto per il Governo nel suo programma, nella sua attività si unisce e si collega. Perciò non possiamo partire dal punto di vista di una fiducia mancata o alternata o eventualmente condizionata ». Questo mio precedente è chiarissimo.
Mi sia permesso di ricordare analoghi precedenti della prassi parlamentare francese.
L'onorevole Togliatti ha detto che i precedenti risalgono anche alla monarchia e allo scudiscio da caccia del re; ma io parlo dei precedenti della repubblica francese, dell'ultima repubblica, che ha lo stesso statuto fondamentale e, direi, quasi letteralmente eguale al nostro, nei princìpi fondamentali. In Francia, dal 1947 ad oggi, si sono avuti almeno 11 casi, in cui la questione di fiducia è stata posta in relazione ad un progetto di legge, anzi in relazione a progetti spesso non limitati ad un solo articolo di legge, bensì contenenti un numeroso complesso di norme.
Amici miei, sapete perché in Francia vi si ricorre così spesso ? Non già per capriccio, né per una degenerazione della democrazia. In Francia, in mancanza di una maggioranza, che si formi, di caso in caso, ragionevolmente, sopra un dato problema, si è costretti a impostare spesso la fiducia. E volete che noi non ricorriamo mai a questo, soprattutto quando non ne abusiamo ? Aiutateci a fondare una maggioranza stabile.
Del resto, forse è lecito — mi pare che l'abbia fatto già qualche altro — citare anche l'onorevole Laconi, il quale nella seduta del 6 marzo 1951, quando il Governo pose la fiducia sull'ordine del giorno Bettiol, fece questa dichiarazione: « Però noi non riteniamo in modo assoluto che il Governo non possa proporre alla Camera la questione di fiducia quando e dove lo voglia; anzi riteniamo che, in qualunque circostanza, su qualunque disegno di legge, su qualunque oggetto di voto, che sia posto dinanzi alla Camera, il Governo abbia la facoltà di porre la questione di fiducia. Il Governo può porre la questione di fiducia su di una mozione, come su di un ordine del giorno, come su di un emendamento, come può dire: " Se spostate magari una virgola, io me ne vado; e faccio dipendere da questo la vostra fiducia nel Governo " ».Il Governo, quindi, non ha commesso abuso, ma ha esercitato un diritto e, direi, soprattutto ha assolto ad un dovere. Ora, mi pare che basti su questo, e parliamo delle due accuse principali: legge sul referendum e istituzione della Corte costituzionale. La critica riguardante la legge sul referendum è irrilevante per un duplice motivo. Temo assai che almeno la maggior parte dei colleghi non abbia presente il testo approvato dalle due Camere, perché ho l'impressione che se ne traggano illazioni assolutamente inapplicabili. Pertanto sarà opportuno ricordare di che cosa si tratta ed a quali condizioni si può indire il referendum.
La garanzia del referendum, che invocate come la chiave di volta della situazione, anche se oggi potesse entrare in vigore, sarebbe comunque praticamente inoperante nei confronti di questo disegno di legge elettorale, e ve lo dimostro. Ai sensi dell'articolo 12 del disegno di legge sul referendum nel testo già approvato dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica, è tassativamente stabilito che il referendum non solo non può essere indetto se non dopo la complessa procedura della verifica delle 500 mila firme dichiarate regolari e dopo la sentenza favorevole della Corte di cassazione a sezioni unite sull'ammissibilità costituzionale, ma inoltre non può essere effettuato se non in un giorno compreso tra il novantesimo ed il centottantesimo successivo alla data del decreto di indizione, ossia evidentemente, molto tempo dopo la data delle elezioni politiche. Ma non basta, perché, ai termini dello stesso articolo 12, il referendum non potrà effettuarsi se non sia decorso almeno un anno dalla data di ultima convocazione dei comizi elettorali per l'elezione delle Camere, cioè in parole povere non sarebbe prevedibilmente applicabile contro la legge elettorale prima del 1955.
Quindi vedete che le vostre speranze sono nulle e non potete rimproverarci di avervi derubato di uno strumento che in realtà oggi non vi serve e che, eventualmente, potrà servirvi domani. D'altro canto voi non potete negare che nelle elezioni generali è insito un principio di referendum. Quando noi facciamo le elezioni, in realtà domandiamo al popolo la stessa fiducia che domandiamo a voi e questa fiducia riguarda anche le questioni che si dibattono: quindi riguarda anche la legge elettorale. Comunque, le elezioni rappresentano la sanatoria e proprio per questo non avreste dovuto ricorrere all'ostruzionismo; perché noi adoperiamo questo strumento per affrontare il verdetto del popolo, non per creare uno strumento di tirannia.
Ora vengo a parlare della Corte costituzionale. Osservo che il Governo ha presentato tempestivamente il progetto il 5 aprile 1949. Mi si è detto che nella Commissione ormai si è arrivati ad una deliberazione e che prossimamente il progetto potrà essere ridiscusso dalla Camera. Il Governo non ha obiezioni da muovere contro la Corte costituzionale; però non può per suo conto fare delle pressioni.
Voi sapete che la questione che si dibatte fra Camera e Senato è quella su una certa formula a proposito della nomina dei giudici. Il Governo, naturalmente, deve limitare la sua ingerenza in questa questione, e voi ne farete la prova fra pochi giorni, quando il progetto verrà qui in discussione. Il Governo è pronto a dare i suoi buoni uffici per mettere d'accordo le due Camere. Questo vi dico onestamente e chiaramente. Se volete prenderne atto, prendetene atto, se no continuate le vostre discussioni. (Applausi al centro e a destra — Interruzioni all'estrema sinistra).
Devo farvi ora una confessione sulla vera ragione del perché abbiamo presentato questa legge di riforma elettorale. Forse non ve n'è bisogno perché io altrove, durante le discussioni feriali, ho già accennato a questo argomento. Lo abbiamo fatto perché qui abbiamo visto quello che sembrava poter essere presagio soltanto: abbiamo visto il congiungimento delle due ali, delle due estreme. (Applausi a sinistra, al centro e a destra — Interruzioni all'estrema sinistra e all'estrema destra).
In queste mie parole non vi sono insinuazioni né contro la destra, perché si mescola con la sinistra, né contro la sinistra, perché si mescola con la destra: conosco benissimo le distinzioni nelle origini, nelle finalità, nella procedura. Dico che questo fatto del congiungimento, del sincro-nismo e della collaborazione spontanea e naturale — si è visto lo stesso argomento essere ripetuto da una parte e dall'altra — questo fatto prefigura e fa presagire quello che sarebbe lo schieramento parlamentare in un Parlamento futuro che fosse eletto con la proporzionale.
Noi abbiamo avuto — e del resto basta pensare a quello che avviene in altri paesi — la preoccupazione che due ali, l'una pure in forte contrasto con l'altra, potessero unirsi nella negazione, nel dire di no, nel rendere impossibile un governo, o nel rendergli difficile la vita; che si creasse così anche in Italia una situazione che spesso si manifesta altrove: la paralisi del regime parlamentare. Per questo siamo ricorsi a questa legge. (Applausi a sinistra, al centro e a destra).
Ed abbiamo detto: dinanzi al pericolo del congiungimento delle due ali, bisogna rafforzare il centro democratico.
Questa è la ragione, perché, altrimenti, la decadenza parlamentare, la paralisi parlamentare avrebbe aperto la strada alle avventure e alle reazioni, reazione di qua o reazione di là, in tutti i casi una reazione mortale per tutta l'Italia. Perciò abbiamo detto che bisogna rafforzare il centro. Ma lo abbiamo fatto rispettando il principio di maggioranza, della maggioranza nazionale. Ci siamo imposti dei limiti, siamo rimasti lontani ancora dalla maggioranza qualificata per una revisione costituzionale. Ce li siamo imposti perché non vogliamo far nascere inutili preoccupazioni. Ma bisognava concentrare e radunare tutte le forze democratiche, senza riserva. Dico che bisognava radunarle: e badate che già all'atto stesso della presentazione di questa legge ho detto chiaro che noi non vogliamo creare cristallizzazioni: oggi, i quattro partiti che si possono chiamare democratici senza riserve sono quelli che vi ho nominato: domani ce ne potranno essere degli altri, verso sinistra o verso destra (Commenti all'estrema sinistra); sono pronto ad accettarli. Abbiamo messo per condizione soltanto di avere la massima cautela e preoccupazione, perché dovremo essere tutti d'accordo per qualsiasi ulteriore allargamento, perché tranquillo deve essere il nostro senso democratico e bandita ogni preoccupazione in questo senso.
E vero che avremmo potuto ricorrere al collegio uninominale. Io personalmente, vi confesso, avrei delle preferenze per il collegio uninominale; preferenze suggeritemi da recenti esperienze della vita e forse anche dovute al fatto che, essendo il collegio uninominale remoto, i difetti del sistema non si vedono: si vedono, invece, i difetti del sistema attuale; sono abbastanza ragionevole per comprendere che possa avvenire questo fenomeno. Comunque, avremmo potuto ricorrere al collegio uninominale. E allora avrei visto con curiosità entrare in lotta l'onorevole Nenni e tutti coloro che ricordano il lungo periodo glorioso del collegio uninominale, che ha permesso alla borghesia italiana prima e ai partiti proletari poi di conquistare dei seggi e crearsi a mano a mano una forza politica: li avrei visti pescare gli stessi argomenti per le polemiche anche contro questa proposta. Ma il collegio uninominale avrebbe supposto un riassestamento dei partiti, ciò che è difficile in questo momento.
E allora, invece del maggioritario puro, che per tanti anni, da un secolo, ha potuto agire in Italia e da tanti anni agisce in altri paesi, invece del sistema maggioritario puro, che con il collegio uninominale porta non già al dimezzamento degli elettori — come voi avete dato ad intendere ai vostri « agit-prop » — ma all'annullamento della metà meno uno di fronte alla metà più uno (eppure ciascuno ha l'uguaglianza del diritto), invece di ricorrere a questo sistema maggioritario puro, noi abbiamo introdotto una maggioranza ridotta in favore dello schieramento che nella nazione avrà raggiunto la maggioranza assoluta dei voti. È, forse, questa, una legge così mostruosa, così assurda da giustificare la vostra retorica o il vostro ostruzionismo ?Abbiamo fatto questo tentativo aperto ed onesto di conciliare il principio di maggioranza con la massima rappresentatività delle minoranze, uno sforzo per chiamare alla collaborazione più partiti e permettere una evoluzione e una reciproca comprensione fra correnti diverse e contrastanti, purché democratiche: impresa di cui io prevedo la difficoltà, perché veniamo da diverse origini, abbiamo mentalità in parte diverse; ma abbiamo una finalità tutti, senza dubbio: il bene del popolo; e sui mezzi potremo sempre discutere.
Abbiamo tutti fede in questa impresa difficile, e sapete perché: perché speriamo nella ragionevolezza, nel buon senso, nelle possibilità evolutive della democrazia e nella forza educativa della libertà. (Applausi a sinistra, al centro e a destra).
Onorevoli colleghi, la fiducia che vi ho chiesto a nome del Governo è un mezzo, uno strumento per riaffermare la vostra fede nell'avvenire del Parlamento e nella vitalità della democrazia. (Vivissimi, prolungati applausi a sinistra, al centro e a destra — I deputati di questi settori si levano in piedi — Rinnovati, vivissimi applausi).

On. Alcide De Gasperi
Camera dei Deputati
Roma, 17 gennaio 1953

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di sabato 17 gennaio 1953)


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