LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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CAMPAGNA ELETTORALE DEL 1953: DISCORSO DI ALCIDE DE GASPERI
(Roma, 5 giugno 1953)

Alcide De Gasperi chiude a Roma la campagna elettorale per le elezioni politiche del 7 giugno 1953. Le elezioni si svolgono con la nuova legge elettorale maggioritaria, che prevede un premio di maggioranza alla coalizione dei partiti che supera il 50% dei voti.

* * *

Miei giovani e miei vecchi amici romani, il segretario della Democrazia cristiana ha ricordato l'ultimo comizio e l'ultimo incontro che abbiamo avuto il 23 maggio 1952; allora prevedevo che la battaglia politica sarebbe stata ancora più aspra della battaglia per le amministrative e fui facile profeta; allora ricordavo nelle amministrative l'orrore, che sentivamo ancora riconfermarsi nelle ultime notizie, verso il regime bolscevico, ricordavo i 53 capi fucilati e ressi dai russi e non potevo dopo la morte prevedere la crisi in Russia avvenuta dopo la morte di Stalin; e voi sapete che li la crisi vuoi dire non mandare i Ministri in pensione, ma in prigionia; e ricordavo tutto quello che di analogo avveniva negli altri Paesi satelliti.
Oggi a un anno di distanza, le cose sono forse migliorate? La situazione è più rosea, più tranquilla, più calma? No. Dobbiamo ripetere che la parola odio da quei Paesi di oltre confine e di oltre cortina, questa parola, «odio», viene ripetuta. Vi porterò un esempio. E morto nel marzo scorso il Presidente della Repubblica cecoslovacca Gottwald, naturalmente un comunista.

L'odio di classe

Ebbene un giornale, un organo ufficiale del partito pubblicava a proposito di questa morte queste considerazioni che leggero, parola per parola: «L'odio di classe di Clemente Gottwald, un inflessibile rivoluzionario e un vero leader del popolo lavoratore cecoslovacco, veniva insegnato anche al lavoratori in modo che questi imparavano ad odiare nella stessa maniera. È stato con questo odio che egli ha creato la forza necessaria per la distruzione dei sistema capitalista e lo sconvolgimento del Governo sanguinario e borghese.
Dall'inizio della sua carriera il compagno Gottwald seguiva la strada indicata da Lenin e Stalin ed ha istruito il Partito comunista nell'odio verso la borghesia. Egli insegnava al suo popolo che la lotta di classe aumenta con la edificazione del socialismo e che è necessario essere particolarmente vigili per distruggere nel nascere ogni tentativo del nemico.
Come tutti i grandi rivoluzionari ha scoperto i traditori del tipo di Slanski (ex capo socialista fucilato) ed ha purgato il partito nella stessa maniera La grande eredità di Gottwald sarà attuata soltanto se il popolo continuerà ad aumentare la sua vigilanza rivoluzionaria e non cesserà di odiare sempre più il nemico di classe. Non si dovrà contrattare col nemico di classe, ma esso dovrà essere distrutto come condizione per l'esistenza del popolo».
Queste parole ufficiali del capo del comunismo cecoslovacco, confermano la gravità e la profondità dell'abisso che ci separa; confermano la gravità della minaccia che è contro di noi e la gravità dell'errore di questi principi. È questa dunque la situazione nostra in confronto all'estrema sinistra ed essa rimane uguale, né io qui ho da ripetervi tutti gli argomenti che furono da me espressi durante la campagna elettorale voi avete sentito ripetere dagli amici, contro codeste dottrine e codeste ispirazioni.

Minacce neo-fasciste

Ed ora mi volgo verso la destra: ecco, dicevo l'anno scorso, che noi siamo attaccati sulla destra con tale impudenza e tale falsità da far smarrire la mente, ricordando un periodo che sembrava impossibile ritornasse.
Ho detto durante la campagna elettorale, al missini e ai neo-fascisti: noi non vi chiediamo che voi rinneghiate quello che avete fatto nel passato, ma che non lo giustifichiate malgrado le sue tristissime conseguenze. Avevo invitato i fascisti non a recitare il «mea culpa», ma almeno a meditare, a fare un esame di coscienza sopra le responsabilità che essi hanno portato verso l'intera Nazione. I loro oratori mi hanno risposto per bocca di De Marsanich, qui a Roma e a Cagliari: «Noi non rinneghiamo nulla e non ci pentiamo di nulla».
Sentiteli: non rinnegano nulla, non si pentono di nulla. Ma c'è qualcuno, ed è il popolo italiano, che invece si pente perché ha dovuto pagare, ha dovuto pagare il prezzo del terribile esperimento. Gli economisti hanno valutato i danni causati dalla guerra a diecimila miliardi, nel valore in lire del 1949; gli oneri del Trattato di pace ascendono a duemila miliardi. Essi non vogliono pentirsi di questo. Forse perché chi ha pagato non sono essi, è il popolo italiano che ha pagato.
Miei amici romani, non è del passato che noi vorremmo essere qui a chiedere conto. Non siamo qui eretti a tribunale e lasciamo loro il giudizio sopra le responsabilità del passato. Noi siamo qui a chiedere che non giustifichino quel passato, perché temiamo le conseguenze per il presente, cioè perché temiamo che si confermi in loro lo spirito del passato. Ecco la gravità della situazione.
Recentemente a Roma un oratore fascista, che passa per moderato, Michelini, ha detto ricalcando le orme che tutti conoscono, che a noi in Italia non ci salverà nessun passaporto. In Italia, diceva, non si salveranno De Gasperi e i suoi soci; non li salverà nessun passaporto; dovranno rimanere in Italia e pagare di persona. Ebbene, io domando a questi forsennati, a questi giudici postumi, dinanzi alla testimonianza della Nazione, dinanzi a questa folla di popolo, domando perché dovrei pagare.
Perché? Forse, perché per 9 anni ho lavorato con il popolo italiano, perché ho servito la Nazione in Patria e all'estero insieme con tanti miei collaboratori che qui, ancora una volta, ringrazio per l'opera loro, e anche con l'appoggio di tutto il popolo e con l'aiuto della Nazione americana; dovrei pagare perché abbiamo salvato l'Italia dalla fame? O perché abbiamo restaurato il Paese dalle rovine, ricostruito ponti, strade, ferrovie, marina; rimesso in piedi l'esercito, il nostro glorioso esercito. E tutto questo con la forza, badate, non con la coazione, non con la violenza, ma con la ragione, con la libertà. Dovrei forse pagare perché abbiamo amnistiato le pene più gravi e ridotto ed attenuato le pene minori? Sì, forse, come voi dite, abbiamo fatto male.
E poi, dovremmo pagare di persona, secondo loro, quando si tratta di responsabilità odierne, mentre quando si tratta di responsabilità del recente passato essi dicono. «No, noi non siamo i responsabili, ma tutta l'Italia, tutto il popolo italiano ha sbagliato».
Ci resta, amici miei, nell'animo un senso di turbamento per una faziosità tanto aberrante. No, non è paura, non è pentimento. E forse soltanto colpa, come dite voi, di essere stati troppo ottimisti, di aver sperato nella giovinezza e nella bontà della nostra stirpe. Ed ora permettetemi di passare ad un altro capitolo: non posso certo sfogliare tutti i capitoli di questo libro che abbiamo sfogliato durante le settimane passate e specialmente quelle pagine che si riferiscono al monarchici ed al signor Lauro. Vi avverto che il fischiare porta degli equivoci. Anche ieri su una piazza di Napoli quando ho nominato Lauro si sono messi a fischiare i giornali, come il Secolo, dicono che hanno fischiato contro di me. Verso il comandante Lauro ho fatto un meritato elogio a Napoli. Veniamo ora a parlare del nostro Pietro Nenni, e statemi attenti. Nenni identifica la sua cosiddetta «alternativa socialista» con una politica internazionale di pace. Noi dovremmo essere neutrali ed amici di tutti, saremmo i più adatti ad avviare negoziati ed arrivare ad accordi per la pace.
Ed allora Nenni si aggrappa ad un'idea di Churchill: la Locarno dell'Est. Churchill disse ad un certo momento, pur senza darci veramente molta importanza, che, come c'era stata la Locarno con un impegno di difendere la Francia in caso di attacco della Germania e viceversa, così potrebbe fare l'Inghilterra: garantire la Germania e la Russia reciprocamente qualora l'una o l'altra fossero aggredite. Lasciamo stare e non mettiamoci a discutere sopra la formula di Locarno. Quello che Nenni dice è questo: aderiamo senza preoccuparci di programmi e di premesse e sopratutto senza preoccuparci dì concordia tra le Potenze atlantiche. Ecco proprio il punto che ci separa da lui in maniera decisiva. Se ci fosse una conferenza nella quale una parte degli atlantici, cioè gli inglesi, per esempio, fossero di diverso parere dagli americani ed arrivassero a diverse e conclusioni, allora saremmo in disaccordo col Patto Atlantico e questo sarebbe un successo della Russia, e non ci sarebbe pace.
Noi siamo d'accordo per qualunque sforzo per la pace, ma, sopratutto, la premessa indispensabile bisogna che sia prima un accordo, una linea comune di condotta tra i Paesi del Patto Atlantico. Aggiungiamo a questo un altro punto: che non bastano i grandi, i grandi i quali sono spesso piccoli quando si tratta di grandi questioni da risolvere. I grandi dei Paesi minori perché non possono risolvere le questioni degli Stati minori che siano assenti. Quindi io sollevai la questione che in una forma o nell'altra bisogna venga sentita anche la voce dei popoli, e anche quella dei vinti perché il periodo della divisione del inondo in vincitori e vinti dev'essere finalmente chi uso.

Alternativa socialista

Voi sapete che cosa ha inventato Nenni dopo il suo ritorno dalla Russia? Ha inventato una cosa che fu già introdotta in Italia nel 1933: il Patto di non aggressione fra Italia e Russia. Patto di non aggressione che giovò così poco che a poca distanza ci fu una guerra e nessuno si ricordò più della esistenza di quel patto. Di una tale «novità» noi non ci interessiamo.
Nenni dice che il Governo non tiene conto degli obiettivi di pace quasi che noi volessimo fare o provocare a qualunque costo un conflitto; egli dice che quando si parla di distensione internazionale sembra a lui come se il nostro Governo avesse un morto in casa, un morto da seppellire subito onde poter riprendere all'interno, egli dice, la politica di divisione, di rancore, di odio. E aggiunge: da De Gasperi non abbiamo sentito che balbettii intesi a conciliare ciò che è inconciliabile- l'oltranzismo atlantico e la distensione: la piccola Europa clericale e la nuova Locarno. Ma che vuol dire oltranzismo? È una delle parole coniate nella discussione per non dire chiaro e netto: Patto Atlantico. Che cosa significa «oltranzismo atlantico»? Significa stare nel patto oppure non starci? Essere lealmente alleati oppure essere semplicemente non belligeranti; in poche parole significa forse secondo lui che noi dovremmo mantenere il Patto concluso dall'Italia ma poi aggirarlo con un sotterfugio? Di una tale politica doppia abbiamo avuto una prova in passato: essa non ha giovato ed ha portato al disastro.
E poi «piccola Europa clericale» sarebbero i sei Stati che si raduneranno qui, a Roma, il 12 prossimo, per rinnovare lo sforzo diretto ad organizzare l'Europa. Ma sono sei Stati che hanno la volontà di farla, questa Europa, e se altri Stati non la vogliono fare, è certo che noi non possiamo fare l'Europa con Stati che non vogliono farla e dobbiamo cominciare col farla con quelli che la vogliono.
Ecco la nostra posizione: 1) trattative più rapide e concrete che sia possibile per risolvere i problemi uno ad uno; 2) la competenza degli interessati per risolverli. Possiamo, per esempio noi che non facciamo parte dell'Onu, che non abbiamo mandato combattere in Corea, essere gli iniziatori, i negoziatori dell'armistizio in Corea? No. Possiamo augurarlo che lo facciano gli altri; possiamo desiderare questo armistizio, che spero che entro le prossime ore sia concluso, ma non possiamo fare i mediatori.

Il problema austriaco

Passiamo al problema dell'Austria. I russi hanno dichiarato di non essere d'accordo per riconvocare la conferenza che deve stabilire finalmente i capisaldi del programma di pace dell'Austria. L'Austria non ha ancora un trattato di pace; è ancora occupata da truppe straniere. Ebbene, i russi si sono rifiutati di continuare queste trattative. Senza voler cercare di comprendere le ragioni dell'atteggiamento russo, risulta tuttavia chiaro che i sovietici non vogliono risolvere il problema austriaco separatamente, e ciò si traduce in un prolungamento della occupazione dell'Austria. In poche parole i russi stanno a Vienna, non si muovono di là fino a che tutto il problema sarà risolto.
E qui, a proposito dell'Austria, abbiamo il dovere di stare attenti e con il piede alzato, perché c'è chi vuole tirare dentro Trieste. Ma a proposito di Trieste - diciamo: il suo destino è ormai stabilito: Trieste è italiana.
Non c'è nessun intervento internazionale che può decidere di questa sorte: si potrà decidere la procedura, la forma dello sgombro delle truppe e l'entrata delle altre; si può decidere sui modi del passaggio di sovranità; sulla cosa stessa la decisione è fatta, è ormai della storia.

Unione Europea

Quanto al Patto Atlantico, noi vogliamo che si mantenga l'unità fra i 14 Stati, vogliamo che tutti lavorino per la pace, ma lavorino d'accordo e non cerchino di mettere ora gli inglesi contro gli americani, ora i tedeschi contro gli inglesi o i francesi: questa è vecchia politica che divide, vecchia politica che potevano fare altri Stati. L'Italia ha bisogno di concordia e di una Europa unita. In verità, a proposito dell'Unione europea confermo ancora che noi non possiamo fare la rande Europa che sogna Nenni (non so se vuole arrivare fino agli Urali), ma quando parliamo di Europa ci riferiamo anche ai rapporti di pace, di collaborazione fra la Francia e la Germania. Questo è il principio base. Poi c'è la possibilità di uno sviluppo ulteriore, di una estensione del campo di azione di questa Europa perché non si tratta soltanto dell'esercito comune e nemmeno del carbone e dei minerali, si tratta di un mercato comune, si tratta della libera circolazione del lavoro e delle merci. L'Italia è un paese proletario, ha bisogno di spazio per i suoi numerosi figli e l'unico modo è proprio questo, e potrà anche servire a liberare l'America dal peso dell'occupazione di una parte dell'Europa; creare un'Europa che sia capace di difendersi da sé. Soltanto allora gli americani potranno smobilitare lentamente dall'Europa senza perdere nulla del loro prestigio ed avranno compiuto così una grande ed una gloriosa funzione Storica. Ma per arrivare a questo bisogna che Nenni ed alcuni socialisti come Guy Mollet mettano fuori dalla porta loro l'anticlericalismo. Bisogna che pensino più ai lavoratori che ai giacobini, bisogna che guardino più all'interesse del popolo che alle storiche fazioni, ai conflitti fra diversi Stati.

I dipendenti pubblici

Amici, ora voglio dire alcune parole rivolte in special modo alle categorie e prima di tutto a quella dei miei collaboratori, dei collaboratori dell'Amministrazione dello Stato. Vorrei dire ai funzionari dello Stato una parola dignitosa che non chiede nulla all'infuori dell'adempimento del dovere.
Le categorie dei dipendenti pubblici, lo so, non sono del tutto soddisfatte della loro situazione economica. Se non è stato dato quello che si doveva, certo è stato dato molto di quello che si poteva. Noi dal 1949 abbiamo aumentato il nostro opere per 141 miliardi e 109 milioni, oltre a 52 miliardi per le pensioni. È vero che non basta, ma vuol dire che abbiamo una buona volontà di fare. La questione degli statali non si esaurisce in termini di trattamento materiale. Sono i nostri collaboratori, e rappresentano la burocrazia dello Stato, tante volte criticata, ma indispensabile nella sua struttura, nella sua funzione ed in ogni caso sempre piena di alte responsabilità.
Bisogna riconoscere lo sforzo che il Governo farà presentando la legge delega alla Camera la quale potrà cambiare e migliorare le condizioni della organizzazione burocratica e contemporaneamente anche la forma di pagamento unificandolo ed introducendo elementi di perequazione. Credo che questo lavoro potrà essere fatto durante la prossima estate e la classe impiegatizia vorrà darci la fiducia, aiutandoci in tutte le difficoltà esecutive di questo nostro piano.
Ma sopratutto, amici impiegati e dipendenti dello Stato, che qualche volta vi lagnate della disciplina o del lavoro, io vi chiedo di fare un confronto. Voi vi trovate in un regime di libertà e non vi sì chiede nulla contro la vostra coscienza, non c'è alcuna coartazione sulla vostra anima, sul vostro spirito. La vostra collaborazione è volontaria. Negli altri Stati che vengono invocati dall'onorevole Togliatti come «luminosi esempi della nuova organizzazione amministrativa», le cose sono diverse. Vi leggerò alcuni articoli del Codice Penale sovietico.
L'art. 59 dice: «qualsiasi atto che, pur non tendendo direttamente al rovesciamento del potere sovietico o dei governo operaio-contadino abbia lo scopo di turbare il funzionamento regolare degli organi della Amministrazione... è considerato delitto contro l'ordine amministrativo». Tra tali delitti c'è la partenza fuori orario dei treni e dei battelli: 10 anni o anche la fucilazione. E l'articolo 111 commina tre anni per nazione nel servizio, cioè in esecuzione da parte di un funzionario di atti del servizio quando la noncuranza abbia portato ritardi.
Vi ricordo, poi, quando, da noi, tutti erano costretti a mettere gli stivali ed il fez, e stare sull'attenti e quando il Ministro degli Esteri di Salò, in pochi mesi, licenziò 400 funzionari. Noi invece abbiamo licenziato i più compromessi, una trentina, ma con la pensione e con tutti gli arretrati.
Amici, molti hanno gridato poco fa: troppa libertà; ma è più facile sentirsi di un atto di coazione, di violenza, che dì una serie atti di libertà.
Nella libertà la conversione è possibile; l'appello alla coscienza ha una forza morale; nella coazione vi possono essere molte conseguenze della reazione che desta, e ben difficilmente si possono prevedere.

La legge sulle chiese

Ora vorrei richiamare la vostra attenzione sopra una situazione particolare. Al Senato, come anche alla Camera abbiamo discusso e votato la legge sulle chiese. Tutti hanno dovuto ammettere che in seguito allo sviluppo enorme delle città, bisognava pensare anche a facilitare il culto perchè era impossibile pretendere dalla povera gente che potesse dare un contributo sufficiente. Venne votata una legge sulle chiese. L'unico rappresentante missino, l'onorevole Franza, fu moderato e prudente. Nonostante ciò fece un discorso che pur senza essere contrario in principio a questo contributo per le chiese, diede occasione di sollevare una questione relativa ai rapporti fra Stato e Chiesa, affermando come fece che «esiste ormai ed è già in atto quella confusione di poteri che dal giorno della Conciliazione venne paventata». «La Santa Sede, disse, con il divieto di militare in partiti politici ai sacerdoti, assunse l'obbligo di natura permanente verso lo Stato italiano» e aggiunse che «il divieto avrebbe avuto per conseguenza di non poter sostenere apertamente e pubblicamente partiti politici, né affiancare nella lotta uomini di gruppi politici qualificati».

Clero e partiti politici

Ora, badate, il divieto di militare in partiti politici è stata una misura disciplinare di convenienza. Inoltre per quel senatore non si tratta di stabilire il limite di convenienza, o di misura, che è una questione sulla quale la Chiesa stessa si batte, ma un principio, il principio cioè di imbavagliare e disarmare il clero in un momento di persecuzione mondiale; è un principio veramente reazionario che non possiamo accettare: sarebbe annullare diritti costituzionali di cittadini, mentre si tratta di misura di disciplina per ragioni d'opportunità. Certamente, la funzione spirituale impone dei limiti e delle riservatezze, su cui la Chiesa è gelosa; ma impone anche dei doveri di legittima difesa, difesa disinteressata, difesa del clero, che in tutti i Paesi ha provato dì essere pronto al sacrificio, ma di non tradire le anime.
Noi, gelosi come cattolici della libertà, dell'incolumità della Chiesa, ricordiamoci, o romani, del nostro dovere di riconoscenza: il Papa salvò Roma e dobbiamo essere pronti con il Papa, a difendere la nostra famiglia; con il Papa, o uomini e donne di tutti i partiti, difendiamo la libertà nella pace e la pace nella libertà.
Abbiamo parlato in questa campagna elettorale di fatti, di fatti economici, di cifre, di progressi sociali, di riforme, di economia. Ma la democrazia politica è duplice: è formale e sostanziale. La forma è la garanzia dell'essenza, e l'essenza è il senso di giustizia e la giustizia vuole a libertà della persona e una equa disponibilità dei beni. Non c'è ispiratrice più forte di giustizia che la fraternità cristiana. Difendere, mantenere, alimentare lo spirito cristiano vuol dire inserire nei rapporti sociali ed economici il fermento evangelico perché li preservi d Fa corruzione e li muova verso la giustizia.
Perciò, romani, chiamiamo la nostra democrazia «Democrazia cristiana», non per menar vanto di una caratteristica esclusiva, ma per riaffermare che, fra i contributi nostri alla democrazia, il primo, quello cioè che è al disopra della esperienza sociale e della tecnica economica, è il contributo energetico della ispirazione cristiana che ricaviamo dalla nostra fede e dalla nostra storia.
Non si è trattato nella campagna elettorale solo dei fatto economico, delle leggi organiche o dei provvedimenti sociali, non solo della pace e della sicurezza, non è in causa solo la organizzazione politica, la struttura sociale, la vita materiale del popolo italiano; è in causa, anche lo spirito nazionale. È in causa non soltanto il corpo, ma in causa l'anima.
Quando parliamo di libertà, che cosa vogliamo difendere se non la libertà dello spirito contro ogni coazione o pressione violenta, o sistematica soffocazione? Quando riaffermiamo la democrazia cosa vogliamo sostenere se non i diritti naturali concessi all'uomo da Dio? Quando facciamo appello al popolo, è perché crediamo che esso, quando è illuminato al ragionamento della coscienza morale, parla con a voce di Dio: «vox populi, vox Dei».
Ma la coscienza morale è quella fiamma che da generazione in generazione ci fu trasmessa. come patrimonio sacro, dagli antenati. Non lasciatela spegnere, ci gridano da un secolo all'altro i nostri grandi; e con la stessa voce ci parla accorato Leonardo nell'Ultima Cena e risuona come grido terribile nel giudizio della Sistina. Lo scalpello, il bulino, il pennello degli artisti, la penna dei filosofi e dei poeti ripetono di secolo in secolo lo stesso ammonimento.

Ci battiamo per l'anima della Nazione

Anche oggi, amici, ci battiamo per l'anima della Nazione e per vincere questa battaglia abbiamo bisogno che in mezzo a questo popolo martoriato e quasi schiacciato dai problemi economici ma pur sempre assetato di idee e di ideali, si elevino al disopra delle cure quotidiane, gli uomini del pensiero, dell'arte, i cultori della poesia, gli araldi della scienza.
Ci fu un tempo in cui la democrazia delle arti e mestieri venne accompagnata da un'aristocrazia di artisti e di pensatori. Non si deve credere che il regime democratico si esaurisca nei piani quinquennali o dodecennali di produzione agricola e industriale, che le fonti energetiche indispensabili alla nostra rinascita debbano essere ricercate solo nelle acque defluenti dai nostri ghiacciai o fra i gas della terra; bisogna, amici, scavare più a fondo ancora, nella intimità degli spiriti, negli abissi misteriosi della moderna anima. agitata e s esso travolta, e cercarvi le sorgenti primitive della nostra si fonderle e conciliarle con le esigenze e con le aspirazioni del regime libero.
Non è un caso che la Cassa del Mezzogiorno abbia organizzato mostre d'arte e promosso scavi archeologici; che si siano istituiti premi «Roma» e «Incontri della Gioventù»; ma questi dovrebbero essere a pena sintomi preliminari di un movimento culturale che la deve a se stessa se vuole consolidarsi negli spiriti come nelle istituzioni.
Certo la democrazia moderna avrà pochi cortigiani e scarsi mecenati; ma può offrire ai pensatori e agli artisti lo spettacolo della solidarietà consapevole, il respiro della libertà morale e sopratutto il senso della fraternità sociale. Io penso che questo senso sia l'aspirazione più viva dell'anima popolare.
Il Machiavelli ci insegnò come governare; Frate Savonarola come governare e come morire. In questa dura campagna troppi predicarono Podio, l'odio della demolizione o l'odio della vendetta. Ma il popolo italiano ha bisogno di fraternità e di amore. Tutti ne abbiamo bisogno, i milioni di poveri che reclamano un'opera di redenzione sociale, appena cominciata; i milioni del ceto medio che mantengono a fatica, nelle accresciute esigenze, il decoro della vita; i milioni di giovani contesi e straziati da opposte fazioni. Più amore, più fraternità, più pace.
Con questo arcobaleno vorrei chiudere la mia fatica elettorale. Quando, migliorando il tenore di vita dei miseri, avremo fatto un passo definitivo verso la giustizia sociale; quando, nell'ordine e nella libertà, avremo sprigionato tutte le sane energie popolari, allora, o democrazia italiana, in questa atmosfera rinnovata dalla solidarietà cristiana, sorgerà anche il grande artista della tua epoca, interprete del sentimento che ti ispira e ti muove; il pennello farà allora risplendere ancora la luce del Suo volto nel Cenacolo ed il sorriso del Suo amore Divino.

On. Alcide De Gasperi
Campagna elettorale del 1953
Roma, 5 giugno 1953

(fonte: biblioteca Butini)


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