LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

 

V° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: RELAZIONE DI ALCIDE DE GASPERI
(Napoli, 26-29 giugno 1954)

Il V° Congresso si celebra a Napoli, nel decennale del Congresso interregionale del Partito che si tenne proprio a Napoli nel 1944.
Nel settembre 1953, dopo i risultati elettorali delle elezioni politiche del giugno 1953, che segnarono un evidente calo di consensi per la DC, ed il mancato "scatto" del meccanismo della nuova (e contestata) legge elettorale maggioritaria, l'on. Alcide De Gasperi viene eletto Segretario politico del Partito. Non è più Presidente del Consiglio, dopo il fallito tentativo del suo VIII° Governo.
Al momento della celebrazione del V° Congresso, Presidente del Consiglio è l'on. Mario Scelba, che guida un governo centrista.

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Nella lotta per la democrazia

Lo strumento con cui dobbiamo operare

Vediamo prima quale sia lo strumento col quale dobbiamo operare nella presente situazione della democrazia italiana. L'organizzazione del Partito si compone oggidì di 1.245.327 tesserati, suddivisi in 10.560 sezioni. Esso dispone di 263 deputati su 590, ossia del 45% dei mèmbri della Camera; di 116 senatori su 237, cioè del 49% dei mèmbri del Senato; amministra 4.128 comuni su 7.804, cioè il 53% circa; su 92 province 57, cioè il 62% circa sono ad amministrazione democratica cristiana e su 251 seggi regionali 91, cioè il 36% circa, sono coperti da democratici cristiani.
Con ciò ho segnato le dimensioni e i limiti del mandato politico e amministrativo affidato alla D.C.

La duplice funzione del Partito

Desidero ora ricordare quella che è la duplice funzione del partito. La funzione più specificamente sua è quella di dare una direttiva politica ai rappresentanti ed ai legislatori che hanno da esso origine e questa funzione sua propria esso la esercita democraticamente, cioè per decisione dei suoi militanti nelle sue assemblee e nei suoi organi direttivi. Ma il partito è nello stesso tempo il quadro di una realtà più vasta che deve interessare il corpo elettorale e, per suo mezzo, il popolo. E qui accanto al numero vale l'esperienza, la capacità personale, la posizione sociale. Ecco che qui entrano in scena i cosiddetti notabili, sia considerati come persone di qualità, sia considerati come rappresentanti di nuclei sociali o locali importanti. Se la decisione politica spetta agli organi del partito nei modi previsti dallo statuto, nel periodo invece di elaborazione di proposte legislative o di impostazioni generali e soprattutto quando si tratta di interessi di vasta portata converrà consultare anche la esperienza, la tecnica o la cultura e le rappresentanze d'interessi generali o locali e prendere contatto con loro. Ecco perché noi dovremo completare la nostra organizzazione in due sensi: avere al centro frequenti e costanti scambi di idee con forze parallele, benché d'altro carattere, come gli organismi professionali, sindacali, di educazione. Nelle regioni e alla periferia promuovere uno stabile contatto negli organi del partito con i notabili più autorevoli e più simpatizzanti, per consultarli sugli affari e gli interessi più importanti della regione e della nazione.
Per misurare la forza, la dimensione e i limiti di un partito bisognerebbe poter calcolare anche la risonanza che esso ha nella pubblica opinione. Ora la pubblica opinione si forma generalmente non in forza di una propaganda sistematica la quale, essendo avvertita, suscita altra contropropaganda che la paralizza. La pubblica opinione è piuttosto l'atmosfera sottile e penetrante che si forma per canali indiretti e non sempre avvertiti. Forse si può affermare che i veicoli normali della pubblica opinione sono il Parlamento e la Stampa.
Considerato sotto questo aspetto, il Parlamento si può definire un palcoscenico, aperto come il teatro antico in tutte le stagioni, sul quale si svolge il dramma quotidiano della Nazione.
Ora a proposito di questa attività parlamentare è caratteristico che il 60% degli interventi fra il 1948 e il 1953 venne effettuato da membri dell'opposizione, i quali non rappresentavano che il 35% del numero totale.
Se ne può dedurre che l'iniziativa dell'opposizione nei lavori parlamentari è stata più che proporzionale alla sua forza numerica. Non è che la maggioranza abbia mancato di spirito di combattimento o di zelo, la verità è che l'opposizione, svolgendo una tattica offensiva, prevalse nell'iniziativa e costrinse il Governo alla difensiva.
L'opposizione può cogliere la maggioranza di sorpresa, essa scopre i lati deboli, punta sulle deficienze e sugli errori, pungola e attacca l'amministrazione. Il Governo risponde solo dopo avere esaminato e controllato e intanto il tempo passa e l'incisione nella pubblica opinione è avvenuta. Il Governo responsabile, ponendo il piede in fallo, può mettere in repentaglio la sua esistenza; l'opposizione arrischia solo un insuccesso dialettico che per il grosso pubblico può essere dissimulato dalla teorica o dalla violenza.
Altri due aspetti costituiscono un aggravamento della situazione della maggioranza, la morbosità scandalistica che afferra facilmente gli spettatori dell'attività parlamentare, e il logorìo fisico e psicologico maggiore di chi deve amministrare lo Stato e nello stesso tempo battersi nell'agone parlamentare. Queste osservazioni vanno fatte come un contributo al giudizio sereno od equilibrato sulla risonanza dell'opera dei nostri Deputati e Senatori nella pubblica opinione. La situazione è resa tecnicamente pessima dall'esistenza di un regolamento che risale al 1900, allorché si tenevano 500 sedute in tutta la legislatura e si discutevano 1000 disegni di legge in luogo del numero doppio dei disegni di legge attuali. Il regolamento risente del clima politico di cinquant'anni fa, quando vigeva il sistema uninominale e il fair play dei gruppi contrapposti nell'alternarsi al potere. Esso mirava a tutelare il diritto delle minoranze a svolgere la loro azione, non certo a garantire ad una opposizione di regime la possibilità di impedire alla maggioranza la deliberazione.

Riaffermare e tutelare i diritti della maggioranza

Dopo l'introduzione del sistema proporzionale non sono più ora i diritti della minoranza che hanno bisogno di tutela particolare ma è la maggioranza che trova difficoltà ad esprimere il proprio volere sia pure dopo un dibattito ampio ed esauriente. Basta ricordare che nella prima legislatura si sono avuti ben due tentativi di impedire alla maggioranza il libero esercizio di tale suo elementare diritto; mentre in tutto il secolo precedente si ricorda solo un episodio del genere. In Francia l'Assemblea nazionale ha adattato il suo regolamento al nuovo sistema elettorale e prevede strumenti tali da impedire in radice l'ostruzionismo parlamentare. Esso consente infatti alla minoranza di esprimere i motivi del suo dissenso con un numero di interventi proporzionati nel tempo, ma assicura alla maggioranza di vedere posta ai voti la questione di fondo, senza che siano possibili ostruzionismi di qualsiasi genere. È doloroso che nel Parlamento italiano non si sia provveduto sul serio ad un'analoga riforma. Si è calcolato che col regolamento francese non solo non si sarebbe avuto ostruzionismo, ma si sarebbe risparmiato almeno il venti per cento del tempo per fare lo stesso lavoro. Questa precarietà, fragilità e faticosità del meccanismo parlamentare svaluta nell'opinione pubblica il prestigio dell'istituto, danneggiando soprattutto la reputazione della maggioranza responsabile e del Governo che si fonda su di essa. La lunghezza delle discussioni, la lentezza delle decisioni ritardano l'efficacia delle leggi e ne svigoriscono in anticipo l'effetto. Ogni sforzo energico, ogni iniziativa di Governo che il pubblico invoca con rapida attuazione si svigorisce entro gli ingranaggi del meccanismo parlamentare, se pur non avviene che l'opposizione ricorra ad accrescere le difficoltà procedurali con un mal dissimulato sabotaggio. Così, di bilancio in bilancio, si trascinano impegni divenuti attuabili solo in ritardo, quando l'urgenza del bisogno ha già fatto le sue vittime o i prezzi e le condizioni di esecuzione sono mutati. Questa situazione è una delle cause che ha spinto alla riforma elettorale del 1953. Più logico sarebbe stato allora il ritorno al collegio uninominale con ballottaggio o con voto alternato, ma dovendo tener conto di altre forze nucleari della democrazia, pensammo al collegamento tra i partiti democratici, i quali, se avessero ottenuto la maggioranza dei voti della Nazione, avrebbero fruito di un numero di seggi sufficiente per legiferare e governare con una certa stabilità, sia pure con alternative e oscillazioni fra i partiti che accettano sinceramente l'attuale democrazia. Il principio della legge era giusto, la nostra preoccupazione di consolidare la democrazia parlamentare era più che giustificata. Sventuratamente la elaborazione venne trascinata troppo a lungo e la lentezza dell'accordo favorì la violenta campagna avversaria, che si svolse anche nello sfondo di una situazione internazionale disorientata e piena di contrasti; tuttavia la legge sarebbe anche formalmente scattata, se si fosse preveduto un ufficio centrale imparziale che avesse giudicato rapidamente intorno alle contestazioni. Frattanto dopo la posizione assunta dai partiti minori dopo il 7 giugno, ogni possibilità di collegamento tra i gruppi democratici sembrava esclusa. Fu così che io stesso dovetti dichiarare la legge decaduta. Ma mai abbiamo accettata la presunta condanna morale che l'opposizione vuole attribuire al voto del 7 giugno. Sostengo ancora oggi l'onestà democratica della nostra iniziativa e solo spero che l'esperienza parlamentare futura non renda anche troppo evidente che il tentativo meritava maggior fortuna.
Il Governo attuale al punto XVI degli accordi di coalizione ha preso impegno di elaborare un progetto su base proporzionalistica, e sia; noi non vogliamo né possiamo creare difficoltà a transazioni che politicamente si imponessero al Governo, abbiamo però la responsabilità di avvertire che ogni sistema che facesse correre alla Camera italiana il rischio di non poter costituire una maggioranza di coalizione democratica aggraverebbe irrimediabilmente la paralisi parlamentare.

Una nuova forza sociale e politica

Lo strumento più efficace e più diretto per influire sulla opinione pubblica è la stampa periodica. Limitandoci ai quotidiani, chiediamoci quale forza noi vi rappresentiamo.
Il risultato è questo: la tiratura dei quotidiani, organi della Democrazia Cristiana, raggiunge il 12% di quella di tutti i giornali di partito, il 23% di quella dei quotidiani socialcomunisti e non più del 3,8% di quella dei quotidiani cosiddetti indipendenti che chiameremo meglio di informazione. Se poi consideriamo assieme la tiratura dei quotidiani democratici cristiani e di quelli dell'Azione Cattolica, troviamo che i due gruppi assieme raggiungono il 44% dei quotidiani di sinistra (socialcomunisti e fiancheggiatori). Inoltre la caratteristica della stampa di sinistra è la concentrazione, quella del settore democratico cristiano e cattolico la dispersione. Di fronte alle 328.500 copie delle quattro edizioni de l'Unità e alle 115.000 copie delle edizioni dell'Avanti! e del Lavoro noi abbiamo 332.500 copie ripartite in 15 quotidiani di tendenza cattolica.

La socialità della D.C.

Alle elezioni del 7 giugno ci siamo presentati con grande corredo di provvedimenti sociali deliberati o in corso di esecuzione. I piani di riforma agraria ed i risanamenti delle zone depresse rappresentavano da soli un colossale sforzo di rinnovamento della economia quale mai si era avuto. Non è soprattutto esatto l'affermare, come si è fatto nella polemica precongressuale, che la nostra ansia di socialità si sia espressa soltanto "in provvedimenti frammentari e di emergenza", senza caratterizzare di sé una coerente e larga impostazione politica. Questa frammentarietà della politica sodale potrebbe essere forse affermata per l'immediato dopoguerra quando era necessario lottare contro la fame e superare le punte più acute della crisi economica. Ma a partire dal 1947 fu preoccupazione fondamentale del Governo quella di delineare e porre in atto un programma organico. Ciò risulta dalle dichiarazioni programmatiche e dalle relazioni generali sulla situazione economica presentate annualmente al Parlamento. Oltre ad una sistematica politica dei prezzi si programmò contro l'inflazione una politica della stabilizzazione monetaria e soprattutto si intraprese un organico sviluppo ed un ammodernamento dei principali settori economia. Certamente siamo ancora lontani dal poter soddisfare le esigenze, ma da un punto di vista relativo non si può non affermare che il nostro Paese ha raggiunto un ritmo di aumento della produzione e del reddito superiore a quello di tutti i Paesi europei. Soprattutto a smentire l'affermata frammentarietà e la mancante organicità vale ricordare i programmi e i piani pluriennali presentati dal Governo di prima del 7 giugno e dai Governi seguenti: programmi dodecennali per il Mezzogiorno e le aree depresse del centro-sud; riforma fondiaria; piano decennale per lo sviluppo dell'agricoltura; piani pluriennali edilizi; provvedimenti in corso per la regolamentazione dei fiumi.
Né può accettarsi la critica rivolta contro la politica monetaria. Questa fu tale che già alla fine del '52 la ricostruzione nei depositi bancari dei valori reali costituiva un traguardo raggiunto.
Questo nostro Stato fu veramente, anche se imperfettamente, non uno Stato borghese a cui si possa rimproverare ogni assenza di socialità, ma uno Stato perequatore di giustizia sociale e basti fra tutti la politica tributaria del Ministro Vanoni, continuata dall'attuale Ministro, riforma tributaria del 1951, che con l'istituto della dichiarazione annua introduce la graduale e costante trasformazione del sistema tributario da una base reale ad una base personale.
Si tratta dunque di una vera riforma strutturale; e i provvedimenti di ordine fiscale per le società per azioni appartengono alla stessa politica. Parlare di "priorità delle spese sociali e degli investimenti pubblici", quasi che questa debba essere una nota discriminante in confronto della situazione presente è ignorare quanto i Governi in questo settore abbiano fatto con l'intervento statale.

La campagna denigratoria su due fronti

Eppure, nella campagna elettorale tutto questo sforzo non ebbe risonanza decisiva. Potevamo noi come partito fare di più? Forse sì, forse è vero che, intenti alle grandi opere, abbiamo negletto la piccola propaganda capillare e assistenziale. Ma il fatto è che l'estrema sinistra e l'estrema destra si buttarono con disperata violenza a svalutare e denigrare. Con assiduità difficilmente controbattuta si negarono i fatti compiuti, si esagerarono le locali deficienze delle amministrazioni, gli uni sollecitarono l'opposizione degli ex proprietari, gli altri stuzzicarono le reazioni degli assegnatari e tale fu il frastuono intorno alla riforma agraria che divenne difficile contrapporre ovunque un giudizio sereno e positivo, tanto che il contagio della denigrazione e della calunnia intaccò talvolta perfino degli amici che dubitarono dell'intrinseca bontà delle riforme e soprattutto della loro efficacia politica. Fu già in questa campagna che apparve chiaro che la lotta non si svolgeva prò o contro le provvidenze per le classi umili, per un miglioramento del tenore di vita, per il rinnovamento dell'economia, ma che il perno del conflitto era quello della conquista del potere. Se si fosse ammesso che i rappresentanti del social-comunismo andassero al Governo, la socialità sarebbe stata senz'altro riconosciuta anche a tutti coloro che avessero spianata loro la via o partecipato comunque a tale operazione. Decisivo e discriminante non era il piano sociale o la riforma per quanto incisiva; no, decisivo era chi la promovesse o la eseguisse, perché gli stessi provvedimenti, se fatti dai democratici cristiani, portano il sigillo del paternalismo e della reazione, se fatti dai sinistri sono opera di socialità, del terzo tempo della rinascita.
Questa non è una considerazione retrospettiva, ma una realtà che si è confermata vera anche nella tattica seguita dall'opposizione dopo il 7 giugno. Il caso Fanfani è stato il più dimostrativo. Si era invocata tanto la socialità. Egli volle mettere la Camera alla prova. Si presentò con un programma di provvedimenti concreti su progetti già elaborati e con finanziamenti particolari. Tutti sanno che il reperimento di mezzi è la parte più difficile per ogni Governo. Ebbene, egli compì rapidamente questa preparazione e accanto ad essa portò sul banco del Governo l'esperienza provata di organizzatore rapido e di abile esecutore: fu respinto a destra e a sinistra. Tutta quella roba, patrocinata da Nenni, poteva costituire l'inizio di una nuova era, di una grande politica sociale di sinistra, presentata da Fanfani era reazione.
La socialità quindi non è un fine, ma solo una lotta per la conquista politica del potere. Quando parlano di "elevazione delle masse operaie" intendono prima di tutto di dire che essi, soli autentici rappresentanti in tali campi, vadano al Governo. Il curioso è che vi sono fra noi stessi taluni che per amore della conclusione a cui tendono o per mimetismo, discutendo con uomini di sinistra, partono anch'essi dal punto di vista che la vera genuina socialità non può venire che da quella parte e con ciò più o meno implicitamente ammettono che lo Stato sociale debba sboccare fatalmente nella collaborazione dei socialisti. Ora questo della partecipazione dei socialisti al Governo è certo questione senza dubbio importante, questione che dovrà un giorno essere risolta. Ma tale soluzione non è possibile fare solamente dall'angolo visuale della socialità, ma deve affrontarsi in pieno come problema integrale di politica interna e internazionale esaminando principii, riserve e rischi.
Ne parliamo in altro contesto, ma qui esaminiamo pure, dopo averne ben limitato l'ambito, il lato sociale. È vero che il mondo economico si possa spaccare in due grandi campi nettamente antitetici: quello del sistema capitalista e quello del collettivismo comunista?
La divisione, storicamente esatta ad un certo momento della evoluzione economica, oggidì è decomposta dalla realtà contemporanea. Vi sono oggidì nel mondo vari modi di intendere e di applicare il sistema capitalista. Il capitalismo americano è diverso da quello europeo; il capitalismo inglese è differente da quello continentale; il capitalismo descritto dai classici dell'economia e confutato da Marx è in parte superato nei fatti e negli ordinamenti a causa dell'intervento dello Stato democratico, della pressione sindacale, della trasformazione organizzativa e meccanica dell'azienda, della crescente diffusione del credito.
D'altra parte non sarebbe difficile dimostrare che il comunismo ha sostituito il capitalismo di Stato al capitalismo classico, mentre che nell'area del capitalismo inglese ed europeo si sono fatti dei passi notevoli verso le nazionalizzazioni. Sarà dunque più esatto dire che anche nel campo economico ci si trova in un periodo di evoluzione verso un tipo misto che esclude la rigidità degli estremi dottrinali e segue nelle strutture e negli ordinamenti, per quanto in ritardo, le trasformazioni del regime democratico.

Solidarismo di popolo e prevalenza del lavoro

A questo punto anche per la scuola cristiano-sociale mi pare che le conclusioni della contemporanea esperienza si possano formulare così: né capitalismo né comunismo, ma solidarismo di popolo in cui lavoro e capitale si associno, con crescente prevalenza del lavoro, sotto il controllo e ove occorra con la propulsione dello Stato democratico. Il quale Stato si sente moralmente impegnato a garantire il lavoro e la sicurezza sociale, spingendo al massimo il suo sforzo perequativo dei tributi e dei redditi; e se per qualche settore lo Stato risultasse tributario di un altro più dotato di materie prime, di capitali, e di braccia, la coscienza moderna democratica reclama oramai il raggruppamento degli Stati in unità economiche più vaste e autosufficienti. Così va preparandosi la comunità soprannazionale che sarà la formula futura del progresso. Così va interpretata la nostra Costituzione che proclama la Repubblica democratica fondata sul lavoro: il quale fondamento dovrà però essere coordinato con tutti gli altri principii sociali della nostra Costituzione riguardanti le libertà sindacali, libertà dell'iniziativa economica pur con la riserva della utilità sociale, il riconoscimento della proprietà privata pur col diritto dello Stato di espropriazione per i servizi essenziali, il diritto per i lavoratori di collaborare nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi alla vitalità delle aziende, però in armonia con le esigenze della produzione. Si tratta dunque di una linea mediana, di un incontro fra due esigenze e due interessi: quelli della produzione e quelli del lavoro manuale. Questo incontro presuppone una solidarietà di interessi che, pur difendendo i più deboli, non crei il permanente antagonismo tra i fattori della produzione. È vero, noi siamo ancora lontani dalla pratica attuazione di tali principii. L'esistenza della minaccia comunista ed in genere l'asprezza della lotta ideologica di classe rende allo Stato e al partito difficile di garantire da ogni insidia la collaborazione auspicata. Il partito però deve dedicarsi con tenacia a tale opera di persuasione, suscitando fra gli imprenditori una coscienza sociale evoluta e appoggiando lo sforzo dei sindacati liberi che vogliono essere liberi anche da pregiudiziali politiche e marxiste.

Necessità di distinguere le funzioni politiche da quelle sindacali

Bisogna che il sindacato, salva sempre l'autonomia sua propria, s'inserisca nell'organismo democratico in modo da diventare interprete diretto dei lavoratori, categoria per categoria, e possa così contribuire con consultazioni e interventi allo sviluppo della branca rispettiva specie per quanto riguarda la produzione e i consumi. Anche in Germania la legislazione del '51 e del '52 prevede l'intervento dei sindacati. Ma è caratteristico che mai finora si ebbero colà interventi o scioperi di carattere politico.
E prendendo atto con compiacimento del concreto successo ottenuto dai sindacati liberi nella lunga e tenace battaglia per il conglobamento, la Direzione del partito ha augurato nell'interesse della democrazia che questo fecondo accordo costituisca l'inizio di una collaborazione nella quale i datori di lavoro debbano considerare il sindacato democratico come rappresentanza di cospicue forze sociali costruttive, libere da ogni pressione politica e gli operai aver sempre presente che l'aumento della produzione, favorito dalla pace sociale, rappresenta il modo migliore di contribuire a combattere la disoccupazione e la miseria. Senza volere invadere menomamente il campo autonomo dell'azione sindacale, il partito segue con interesse le proposte del Sindacato sui problemi della produttività, le proposte di nuove procedure di conciliazione e quelle di regolamento l'attività sindacale allo scopo di allargare la difesa contrattualistica. Il partito esamina con ogni attenzione la possibilità di misure di emergenza contro licenziamenti collettivi. In tale argomento si può discutere sui mezzi, non sul fine. Il partito ha preso atto delle dichiarazioni dell'on. Pastore che "i sindacati democratici rivendicano l'indipendenza e non accettano qualificazioni ideologiche di sorta"; tuttavia che, come dichiarò lo stesso Pastore nel dicembre del '53, "la rivendicazione di questa autonomia del sindacato libero non esclude rapporti di colleganza e di corresponsabilità con le forze politiche e democratiche, che nel rispetto delle reciproche competenze, è una garanzia di maggior difesa della democrazia".
Questo binario, questo parallelismo porta al partito il sacrificio di rinunziare a informare del suo contenuto cristiano-sociale l'organizzazione professionale dei lavoratori. Facciamo volentieri questo sacrificio sull'altare della democrazia, confidando che la forza unita dei sindacalisti democratici riesca col tempo a sottrarre il sindacato allo sfruttamento comunista. Ma desideriamo vivamente anche noi rapporti di amicizia e colleganza, il che impone ad entrambi chiara distinzione di responsabilità. Il partito non invade il campo sindacale, il sindacato non operi nel campo dell'organizzazione politica del partito. È tuttavia ben chiaro però che questo binario vale per gli organismi, non per le persone che hanno la duplice veste di sindacalisti e di democratici cristiani. I sindacalisti, quando agiscono sul terreno sindacale, sono soggetti allo statuto e alla disciplina del sindacato, quando agiscono sul terreno politico e parlamentare sono soggetti all'autorità e alla disciplina del partito.

Il Partito e le organizzazioni economiche

Così il partito di fronte alle organizzazioni economiche ha un primo compito: trasmettere in una sintesi attuabile i postulati che provengono dalla voce degli interessati, sia che essa salga direttamente dalle sezioni del partito, sia che essa emani da associazioni e rappresentanze d'interessi.
Questa sintesi può diventare base di elaborazione di disegni di legge governativi o di iniziative parlamentari. Il partito seguirà poi con opera incitatrice e vigilante l'attuazione dei provvedimenti da parte delle pubbliche amministrazioni e solleciterà le rettifiche e le integrazioni che si dimostrino necessarie. Così assieme alle rappresentanze professionali agricole abbiamo rivolto la nostra attenzione alle istanze dell'agricoltura, concludendo che il postulato massimo e più urgente è la stabilità dei redditi agricoli e la garanzia di un certo livello dei prezzi dei prodotti fondamentali come grano, riso, olio, canapa, ecc.; aumentare i fondi per la piccola cassa della proprietà contadina e quelli per la legge sulla montagna, ciò che il Governo sta facendo; attuare il piano di irrigazione che il C.I.R. ha costituito da parecchio tempo e che solo ora in seguito alle recenti deliberazioni del Governo Scelba diventa attuabile. L'aumento del credito agrario, la riforma dei contratti che è contemporaneamente argomento legislativo e di carattere sindacale, la stessa riforma fondiaria verrà presto affrontata con un disegno di legge che fisserà mezzi e modi per indurre i proprietari a contribuire alla riforma e all'aumento della produzione, alleggerendo così lo sforzo diretto, già notevole, dello Stato.
Abbiamo già preso nel Consiglio Nazionale la decisione di appoggiare la richiesta dei piccoli coltivatori per ottenere una congrua partecipazione alle assicurazioni sociali. Interventi analoghi sono stati chiesti per l'artigianato nella risoluzione del recente convegno di Firenze, promosso dal partito.
Questi obiettivi immediati ed altri che riguardano gli appartenenti ai ceti medi e ai servizi dell'amministrazione e la burocrazia pubblica, accompagnano l'opera quotidiana dei nostri mandatari. Ma qui mi pare di sentire un'obiezione: tutto ciò è poco di fronte alla suggestività del rivolgimento sociale preannunziato dal comunismo. Dovrei osservare che tale rivolgimento è una fata morgana, che in realtà le condizioni che ottengono i lavoratori nei regimi comunisti sono ben lontane dal corrispondere al proclamato ideale di giustizia e dall'assicurare rapporti di lavoro degni di un uomo libero, un reddito sufficiente e un tenore di vita sopportabile.

Un piano per un nuovo sviluppo

Ma un partito, senza essere visionario, ha l'obbligo di guardare oltre la contingenza e oltre il bilancio, e oggi, sentendo l'orgoglio di un decennio di lavoro e constatando i progressi raggiunti, forse dall'esperienza ricavare il piano di un'Italia rinnovata e assisa più sicura nel mondo del lavoro. Ecco che il Congresso accanto ai compiti di oggi e a quelli di domani leva lo sguardo verso le possibili evoluzioni di un prossimo decennio.
Noi e i Governi dovremo ripetere ogni giorno lo sforzo di progredire e marciare verso la giustizia sociale, ma quando sarà possibile superare totalmente e definitivamente la nostra cronica disoccupazione, pareggiando il conto fra aumento di reddito e aumento di consumo, sollevare stabilmente le classi più povere a un tenore di vita tollerabile, assicurare a ciascuno un lavoro, una casa, una sussistenza degna di un uomo libero?
Ecco la mèta cui bisogna tendere. Economisti, come il nostro Vanoni, calcolano che, a certe condizioni, la radiosa mèta è raggiungibile entro pochi anni. Noi chiediamo che il Consiglio Nazionale, valendosi dei calcoli degli esperti, elabori questo piano che senza inframmettere soste nello sforzo continuo dei Governi e dei Parlamenti, ci indichi le condizioni, alle quali la soluzione globale del problema può essere raggiunta. Forse il Ministro Vanoni potrà dare già qui qualche calcolo e qualche cifra; ma noi sappiamo già ora che la rinascita definitiva e intera non si potrà ottenere, se non a prezzo di un grande tenace sforzo di duplice solidarietà: prima una solidarietà interna del popolo italiano, associato nelle sue forze di produzione e di lavoro, secondo una solidarietà internazionale e soprattutto dei Paesi più ricchi esportatori di capitale e materie prime. A questi non dobbiamo chiedere soccorsi, ma prestiti, che la nostra solidità interna garantirà e ripagherà. Queste due solidarietà sono come due pilastri indispensabili su cui gettare il ponte che attraversa il fiume della miseria e della disoccupazione italiana. A questa grande mèta dovremo coordinare la nostra politica interna, politica di pacificazione sociale nell'elevazione delle classi operaie e nell'aumento della produzione, sicché guadagniamo la fiducia ed il credito delle Nazioni più forti, dell'America soprattutto. Ed è anche guardando a questa mèta che ci confermiamo nella bontà della politica estera che abbiamo fatto.

Politica nazionale ed europea

Circa la politica estera il discorso è breve. Nell'attuale situazione internazionale, in presenza dei due blocchi, in cui si divide il mondo, l'unica politica nazionale dell'Italia è quella della solidarietà con i popoli liberi, ossia — non si gridi al paradosso — la politica nazionale è la stessa politica internazionale e supranazionale. Ogni sviluppo, ogni legittima espansione della nostra forza presente, ogni prospettiva di progresso, ogni speranza di considerazione può attendersi ragionevolmente solo da un nostro progrediente inserimento nel tessuto internazionale, come fattore di sicurezza, di collaborazione leale, di partecipazione attiva. Inutile e pericoloso pensare e operare nel senso dell'isolamento: siamo uno Stato troppo periferico, per sperare che la nostra stessa posizione geografica ci renda indispensabili ( speranza che a torto o a ragione accarezzano certi circoli francesi) e siamo troppo deboli in materie prime e in risorse autonome per affidarci ad una neutralità sicura nelle frontiere e libera all'interno. Su tali premesse la nostra decisione di aderire all'alleanza atlantica è stata dettata da una chiara visione della realtà prima ancora che dalla affinità di sentimenti o dalla identità delle preoccupazioni. Ma è soprattutto l'unione europea che sta in cima ai nostri pensieri e in testa ai nostri interessi.
La comunità europea vuoi dire la pace assicurata tra la Francia e la Germania, vuol dire una modesta ma permanente funzione dell'Italia nel concerto europeo, vuol dire l'apertura al mercato comune di lavoro e il graduale accesso alle comuni risorse, vuol dire se non al fine, certo la compressione degli egoismi nazionali e la liberazione delle energie popolari. È ovvio che l'Italia voglia veder chiaro circa le conseguenze che l'unione difensiva porta al proprio territorio e alle proprie frontiere, specie in confronto di aspirazioni contrarie fatte valere da terzi; ma quando si tratterà di tirare le somme, si vedrà che l'alternativa che rimane è che quella parte dei nostri diritti che non trovasse immediata e concreta soddisfazione sarebbe meglio salvaguardata in una combinazione europea o in una posizione di resistenza e di isolamento.

L'unità nazionale

L'unità anzitutto è necessaria alla coscienza nazionale. La coscienza nazionale si alimenta delle tradizioni e attinge continuamente al suo patrimonio culturale e civile. Questa eredità è frutto della intelligenza dei nostri grandi ingegni, dell'esperienza dei nostri inventori, della fatica dei nostri operatori manuali o dirigenti, del sacrificio dei nostri combattenti, dell'abilità dei nostri uomini di Stato. Ma la civiltà italiana e la sua consapevolezza fluisce al disopra delle singole frasi storiche ne si arresta di fronte alle forme di regime. Per un secolo la monarchia ha esercitato una grande funzione unitaria: essa ha conciliato la via al suffragio universale, ha tenuto alta la bandiera della continuità legittima nel terribile frangente della sconfitta e con un nuovo patto costituzionale ha assicurato il passaggio di regime senza lotte, senza conflitti, senza sangue.
Nenni, rifacendo a modo suo la storia di quei tempi, accusa Ivanoe Bonomi e me in particolare di avere imposto un freno al suo acceleratore, ossia di avere impedito l'atto insurrezionale. In verità non possiamo attribuirci tale merito da soli; ma è vero che abbiamo fatto ogni sforzo per contenere la straripante fiumana entro l'alveo della legittimità, perché ci preoccupavamo soprattutto dell'unità morale della Nazione. Essa non poteva ottenersi che in unanime accettazione di un passaggio legittimo e legale, fondato sullo stesso principio plebiscitario, su cui la monarchia aveva costituita e conservata la unità italiana.
Credo ancora oggi che l'aver accettato tale principio e la sua logica applicazione sia stata una grande benemerenza storica della Corona, benemerenza che postume riserve non possono cancellare. È da questo spirito unitario che siamo partiti allora, quando ci trovavamo in urto con la negazione di tale unità e dei principii di legittimità, negazione incarnata nella repubblica sociale.
Ancora oggi operiamo nello stesso spirito. Noi abbiamo una costituzione deliberata in base ai risultati del plebiscito: essa è l'unica base esistente sulla quale possa oggi vivere e operare l'unità nazionale. Ne chi fa professione di anticomunismo e antisovversivismo può rimproverarci di operare lealmente su tale base, perché essa è anche la trincea dalla quale possiamo efficacemente difendere, contro la sovversione dell'estrema sinistra, l'unità e la libertà della Nazione. Mettete in forse la Costituzione in una sua parte essenziale e voi farete vacillare tutto: la legittimità, l'autorità, l'unità, il diritto storico e quello formale. Cerchino gli uomini pensosi di destra di comprendere queste nostre ragioni, che non rispondono a nessun risentimento, a nessuna svalutazione di sentimenti sinceri, ma ad un profondo senso di responsabilità. Ci comprendano soprattutto i fautori della repubblica sociale: noi vogliamo bensì, nell'interesse dell'unità nazionale, superare i conflitti passati, accogliere le più larghe giustificazioni personali che provino la buona fede di ciascun italiano onesto e riconoscere il sacrificio compiuto. Ma nell'interesse della stessa unità non possiamo ammettere la tesi che giustifichi in principio un gesto politico che ha portato a spezzare in Italia la legittimità e organizzare la rivolta. Non si tratta dunque solo del metodo dell'azione politica. Certo, democratico, può definirsi ciascun partito che si valga dei congegni democratici parlamentari previsti dalla Costituzione e non ricorre ne si riserva di ricorrere a forme rivoluzionarie.
Ma democratico costituzionale, cioè nel senso della democrazia italiana come è legittimamente nata e formata, è colui che sta in un rapporto di lealtà verso lo Stato democratico costituito a repubblica. Non voglio con ciò mettere in causa la personale coscienza di chicchessia, ma è la preoccupazione suprema dell'unità nazionale e della causa della democrazia, ad essa legata, che qui trova espressione. È questo, quello della solidarietà nazionale, un più ampio cerchio di vita che supera le discriminazioni create dall'organizzazione, dalla topografia parlamentare e dalla contingenza politica, perché rappresenta una virtù necessaria per quanti hanno a cuore il destino del Paese e devono presidiarlo con l'adesione più ampia possibile al sentimento di Nazione. Questa solidarietà deve preoccuparci sempre nella nostra attività di formazione e di educazione politica, specie nella preparazione degli animi giovanili: è la virtù che deve penetrare di sé le classi colte, sviluppare il prestigio della bandiera e lo spirito di disciplina delle forze armate, è il senso dello Stato nella burocrazia.

Unità operativa nel Parlamento e nel Governo

Vi è poi una più stretta unità operativa politica che deve svolgersi tra forze parlamentari e politiche che accettino lo spirito ed il metodo della democrazia costituzionale e siano perciò atte a condividere la responsabilità di Governo; è questa l'unità dei partiti democratici che trova espressione nell'attuale coalizione di governo. È questa una unità parlamentare, ma è da augurarsi che diventi una unità della democrazia operante nel Parlamento e nel Paese. Poiché non semplicemente ragioni parlamentari hanno portato alla presente coalizione, ma la tendenza di offrire a quei socialisti che hanno accettato senza riserve il sistema democratico il modo di recuperare le perdite subite e di impedire così l'ingrossarsi dei partiti che stanno al servizio del comunismo internazionale.
A proposito di questa unità democratica taluno vorrebbe allargarla fino a Nenni e al suo partito, sia con la partecipazione di costoro al Governo, sia col loro appoggio precostituito. Ed è qui che, abbandonando la cosiddetta tesi della socialità, si deve affrontare in pieno il problema e chiedersi quale sia il programma in politica interna e quale la linea di condotta della politica internazionale, patrocinata da Nenni, che sarebbe conciliabile con le nostre idee fondamentali e con le nostre concezioni di politica interna ed estera.
Noi possiamo collaborare con il partito socialista solo se esso accetta la democrazia, cioè il regime libero, contro ogni reazione. Ma reazione è oggi anche il regime bolscevico, il dominio delle armate russe, la volontà di conquista mondiale del comunismo euro-asiatico. Quali garanzie ci offre Nenni di volersi associare alla difesa della libertà? Di tutto il socialismo europeo egli è il solo che sta dall'altra parte della barricata. Il patto d'unità d'azione potrebbe essere forse considerato un pezzo di carta, ma il suo conformismo alla direttiva bolscevica si è rivelato così tenace e integrale nelle manifestazioni più significative, che egli ha cercato di spiegarlo e giustificarlo come una logica conseguenza del massimalismo marxista italiano, identificando cioè il leninismo con la scuola sua, con la sua dottrina, e con la sua prassi.
Stando così le cose, perché insistere in vane forme di accostamento dovute all'abilità del linguaggio, senza però che esso possa dissimulare la sostanzialità dell'antitesi che sussiste e rappresenta una incognita minacciosa?

Unità del Partito

Vi è una terza unità necessaria, quella del partito. L'unità non è una concezione paternalistica e patriarcale ma è una condizione necessaria della funzione propria del partito. Unità, forza, autonomia, capacità di azione, quindi libertà di svolgere un programma significano la stessa cosa.
Solo se siamo uniti, siamo forti; se siamo forti siamo liberi di agire, possiamo sviluppare il nostro piano di rinnovamento, convogliare le forze costruttive della Nazione, scegliere i nostri compagni di viaggio per libera volontà, per affinità di tendenza, per comunanza di programma d'azione, per una comune associazione di interessi, per una visione comune di riforme.
Se siamo divisi o indeboliti dalle nostre discordie, diventiamo schiavi della situazione parlamentare. Non sarà più il nostro pensiero programmatico che creerà congruenze e convergenze, ma sarà la situazione parlamentare, la ferrea necessità di avere un Governo che ci costringerà a qualunque coalizione, senza condizioni. Il gruppo parlamentare non avrà più la possibilità delle sue forze, non potrà metterle al servizio di una concezione politica propria o condivisa. Con ciò anche il partito rischia di perdere la fiamma dei suoi ideali ne può alimentare le speranze dei giovani; e diventa una macchina elettorale che arrugginisce. Noi siamo già sull'orlo di questo destino. Fate che per venir meno dell'unità nostra costante e operante o per artificio di sistema elettorale la Democrazia Cristiana perda qualche decina di mandati senza il compenso di almeno altrettanto nei partiti adatti alla coalizione, e voi avrete la situazione pendolare della Francia.
La seconda ragione della nostra unità, vale proprio per chi ritiene che un giorno o l'altro si imporrà la collaborazione dei socialisti, come accade in altri Paesi d'Europa. Abbiamo già visto che ciò potrebbe avvenire solo se avremo la garanzia che si tratti di un socialismo democratico, il quale abbia accettato definitivamente il regime libero e rinunziato alla dittatura marxista. Ma una seconda condizione di tale eventualità è che la Democrazia Cristiana, sia un organismo unito, consapevole del suo carattere popolare, convinta della sua missione nazionale, ancorata in una solida base ideologica, suggestiva nella sua forza propulsiva, sicché le presenti e le future alleanze, non siano ne appaiano combinazioni con tendenze nostre interne centrifughe e disgregarne!, ma cosciente, disciplinata cooperazione a cui sono arrivati gli organi direttivi per il senso comune di una responsabilità ponderata e risolutiva.
Infine, ho da rivolgermi alla coscienza cristiana di tutti i presenti, per chiedere loro: c'è fra voi chi, per ragioni personali, o di frazione o di classe si senta in diritto di venir meno al compito di salvezza, che ci fu affidato dal popolo italiano, quando esso ebbe la visione del pericolo che potrebbero correre le sue libertà, prima fra tutte la libertà religiosa? Nessuna ragione sussiste che possa giustificare una simile defezione; e non abbiamo alcun diritto di far trepidare per nostri minacciati dissensi l'animo dei cittadini cattolici, che si sono affidati alla forza e alla compattezza della D.C.
Non mi si accuserà spero di dar corpo alle ombre.
Non ci fu mai un periodo nel quale la discussione interna fosse più attaccata e più indifesa. Ho tentato invano con l'appoggio del Consiglio Nazionale di ottenere la rinunzia a quelle pubblicazioni di tendenza, che ospitano sfoghi di polemica interna, spesso ingiusta, sempre passionale. Taluna si dichiarò disposta a scomparire, ma talaltra volle arrivare al traguardo del Congresso.
È un argomento che mi amareggia e mi umilia. Sarebbe fatale se anche questo Congresso lasciasse dietro di sé la scia vischiosa di questa letteratura raramente utile, spesso perniciosa, e quasi sempre infeconda.

Chiarezza delle idee, precisione di linguaggio, distinzione di responsabilità

E qui al vecchio Presidente, che altra ambizione non può avere oramai che quella di finire in pace, dopo tanto travaglio, i suoi giorni, sarà lecito forse di fare alcune raccomandazioni confidenziali. La prima riguarda lo stile del nostro linguaggio e delle nostre manifestazioni. Non vi pare che talvolta, volontariamente o inconsapevolmente, subiamo il contagio della terminologia comunista? In parte ciò è dovuto all'anima candida della buona gente che vorrebbe dare al vocabolario materialista una interpretazione cristiana, come un tempo si interpretavano dai posteri cristianamente le idee di Platone o le norme morali di Marc'Aurelio; in parte si tratta di usare indiscriminatamente frasi e termini suggestivi che sono di voga. Così lentamente penetra nelle menti e nel linguaggio l'assioma che per rendere giustizia ai più deboli bisogna uscire di casa propria e incontrarsi almeno a mezza strada con coloro che si autodefiniscono rappresentanti e interpreti della classe lavoratrice e la "classe lavoratrice" sono solo i lavoratori manuali e più particolarmente la parte più attiva dei centri industriali, anche se sulla scala dei bisogni vengano prima i miseri e i disoccupati; e così si finisce col lasciare credere che l'avvento del lavoro possa compiersi solo per impulso e sotto l'egida della conquista politica bolscevica.
Il secondo debito di chiarezza ci riguarda come cattolici. Avviene talvolta che quando si ha bisogno di un paravento per una data manovra politica o tattica e si cerca un alibi per sottrarsi agli obblighi statutari e morali della disciplina del partito democratico cristiano si ricorra ai termini di "blocco dei cattolici" "mondo cattolico" e forse anche "Azione Cattolica".
E a questo proposito bisogna intendersi. Nessun dubbio che nella sfera che è della Chiesa la nostra adesione è piena, sincera. Tale sentimento si estende anche alle direttive morali e sociali, contenute nei documenti pontifici, che quasi quotidianamente hanno alimentato e formato la nostra vocazione alla vita pubblica. Di fronte ai suoi moniti e ai suoi interventi noi siamo in atteggiamento di figlioli che guardano con affettuosa fiducia alla loro veneranda e venerata Madre. E consideriamo il più alto vanto quello di essere cittadini di un Paese, in cui ha sede la Cattedra di Pietro, dalla quale, oggi particolarmente, emana così sfolgorante luce.
Ma è anche vero che per operare nel campo sociale e politico non basta né la fede né la virtù; conviene creare e alimentare uno strumento adatto ai tempi, il partito, cioè una organizzazione politica che abbia un programma, un metodo proprio, una responsabilità, autonoma, una fattura e una gestione democratica. Non è possibile operare in regime democratico nel secolo XX con il paternalismo di Bossuet. Soprattutto non è possibile ottenere dei risultati senza una disciplina volontaria, ma sincera. Il sistema democratico impone una diminuzione della zona individuale. Difendiamo la personalità, ma non possiamo difenderla che salvaguardando la libertà di tutti, cioè con uno sforzo di ciascuno, coordinato in uno sforzo collettivo. Ecco perché abbiamo bisogno di unità d'azione e questa, nel nostro regime, è solo possibile con la norma democratica di una discussione libera che concluda con un voto unanime o di maggioranza.
La Democrazia Cristiana è un partito che ha il suo statuto, le sue regole, i suoi organi deliberativi ed esecutivi. Quando uno vi entra sa gli obblighi che assume. Noi non gli diciamo: sei cattolico, quindi democratico cristiano. Diciamo: se sei democratico cristiano abbiamo il diritto di ritenere che tu sia un cattolico che sente il dovere di esercitare una funzione pubblica, quale gli interessi del Paese e la stessa difesa delle tue convinzioni esigono dalla tua coscienza. Non ci sono alibi ne paraventi: c'è una distinzione necessaria di funzioni e di doveri, ma le funzioni diverse non si escludono ne contrastano, purché la coscienza cristiana sia retta, e l'animo aperto alla realtà ed alle esigenze della vita. Certamente vi può essere chi in buona fede crede di potersi separare da noi, ma le ragioni o i pretesti saranno politici, economici, tattici, anche se in simili occasioni la tentazione di addossare le responsabilità del gesto politico a un movente ideologico, soglia palesarsi assai grande. A questa chiarezza di funzione noi contribuiremo, rimanendo per nostro conto rigorosamente nel nostro campo politico, rispettando le competenze, evitando contrasti e cercando consensi e cooperazione e amicizie che altamente e doverosamente apprezziamo.
E spero che anche il Congresso di Napoli si affianchi a quello di Roma nel confermare e rinnovare la essenziale e formale unità dei nostri intenti, la forza della nostra volontà innovatrice, l'impegno e la disciplina degli uomini liberi.

On. Alcide De Gasperi
V° Congresso Nazionale della DC
Napoli, 26-29 giugno 1954

(fonte: biblioteca Butini)


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