LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL GOVERNO SCELBA: REPLICA DI MARIO SCELBA ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 10 marzo 1954)

Il 10 febbraio 1954 si insedia il nuovo Governo centrista guidato da Mario Scelba, una coalizione tra DC, PSDI e PLI. Dopo l'arretramento elettorale della DC nelle elezioni politiche del 1953, e il fallimento della nuova legge elettorale, l'alleanza centrista vede innanzitutto la nascita prima del Governo Pella. Successivamente, dopo un tentativo di brevissima durata di Amintore Fanfani, si ricostituisce l'alleanza con PSDI e PLI con Scelba a capo del Governo.
Il Presidente del Consiglio Mario Scelba presenta le linee prohrammatiche del suo governo il 18 febbraio 1954 alla Camera dei Deputati. La replica avviene il 10 marzo.

* * *

SCELBA, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, osservatori e scrittori politici di ogni tendenza, a proposito del dibattito sul voto di fiducia, hanno ripreso ad esaminare e considerare i difetti e le imperfezioni del sistema dell'istituto parlamentare bicamerale, come è stato attuato dalla nostra Costituzione, che non ha riscontro e precedenti in nessun altro paese a regime parlamentare. La anomalia più grave si rileva soprattutto nel fatto che il nostro Parlamento è diviso in due Assemblee le quali hanno uguale autorità, derivante dalla comune origine popolare, e funzioni e poteri perfettamente identici. Ne deriva che la discussione successiva a quella effettuata in uno dei due rami del Parlamento, per quanto riguarda gli oratori di opposizione, si rivela quasi sempre come il prolungamento della prima e spesso si riduce ad una mera ripetizione di motivi già superati.
A rendere più dannoso l'errore del sistema concorrono da una parte la scarsa utilità della discussione, nei dibattiti di natura squisitamente politica, perché si determini un mutamento dei convincimenti personali o si maturi una decisione individuale - dato che le decisioni stesse vengono prese, molte volte, persino prima del dibattito, dagli organi responsabili - e dall'altra il presupposto che più che alla Camera si parla al paese, e per conseguenza più che a determinare la convinzione dei parlamentari si mira alla propaganda politica.
Se il sistema è difettoso di per sé, la prassi ne ha aggravato gli inconvenienti con l'appesantire notevolmente l'attività del Parlamento.
Gli inconvenienti indicati, che si ripetono per la discussione di ogni atto sottoposto alla approvazione delle due Assemblee, acquistano particolare gravità allorché si tratta del voto di fiducia al Governo. La lunghezza del dibattito in due Assemblee crea una stasi nell'attività legislativa e amministrativa dello Stato, dal momento che ogni Governo, per un dovere di correttezza parlamentare, è costretto a limitare la propria attività finché non abbia riportato !a fiducia delle Camere. Ci permettiamo di richiamare l'attenzione dell'Assemblea su queste osservazioni di metodo, perché tutto ciò che pregiudica la funzionalità degli istituti democratici, e in modo particolare del Parlamento e del Governo, potrebbe alla lunga incidere siilla essenza stessa del regime parlamentare.
Un tipico esempio di rigidità della discussione parlamentare e della scarsa considerazione, da parte degli avversari, degli argomenti esposti nel precedente dibattito, è dato dall'insistente ritorno al tema di una pretesa illegittimità - non si sa bene se politica o costituzionale - dell'attuale Governo, perché formato dai partiti che sarebbero stati battuti nelle elezioni del 7 giugno. Nessuno ha ritenuto di dover prendere atto in questa Assemblea di quanto è stato detto nell'altra, e cioè che la legittimità di un Governo procede dalla fiducia accordata dalla maggioranza del Parlamento; e che il mancato scatto della legge elettorale non può annullare il fatto che ben 13 milioni di elettori hanno validamente votato per i quattro partiti della coalizione democratica.
Gli oratori di estrema sinistra non hanno tenuto conto neppure di quanto ha scritto l'onorevole Togliatti dopo il 7 giugno, e cioè: «Il partito della D.C. - noi l'abbiamo sempre detto e riconosciuto e in qualsiasi momento siamo disposti a ripeterlo - ha ottenuto il maggior numero di seggi tanto alla Camera quanto al Senato e continua quindi ad essere il partito attorno al quale inevitabilmente si deve svolgere qualsiasi gioco parlamentare positivo».
La pretesa illegittimità del Governo nascerebbe pertanto solo dal presupposto che la democrazia cristiana, per realizzare la maggioranza parlamentare, senza la quale, come le esperienze delle ultime crisi hanno dimostrato, non è possibile governare, ha rivolto il proprio invito ad alcuni partiti piuttosto che ad altri. Ora, se è comprensibile il disappunto dei non prescelti, non è lecito trasformare una questione di scelta in argomento di illegittimità.
La formazione di un Governo di maggioranza, che è la regola dei regimi democratici - Governi di unione nazionale costituiscono l'eccezione e per periodi di emergenza – non significa per altro «la messa al bando» della vita democratica dei partiti, come si è da vari settori asserito, che non fanno parte della maggioranza e meno ancora delle istanze legittime di questi partiti. Un Governo, per il solo fatto di essere il Governo, ha il dovere di tener conto delle legittime richieste di qualsiasi gruppo sociale che è parte integrante della nazione. I limiti dell'accoglimento di queste istanze possono essere determinati da una valutazione politica, ma aprioristicamente nessun Governo potrebbe trascurarle soltanto perché esse sono proposte o caldeggiate da partiti che non sono entrati nella coalizione governativa. Ma, ammesso questo, si deve respingere come illegittima la pretesa delle minoranze di imporre alla maggioranza la politica da seguire. A parte che questo corrisponde alle regole del gioco democratico, che significato avrebbe il fatto che la democrazia cristiana, avendo ottenuto il maggior numero di seggi, costituisce il partito, come ha affermato l'onorevole Togliatti, «attorno al quale si deve svolgere qualsiasi gioco parlamentare positivo», se poi le si nega il diritto di realizzare la sua politica, si pongono veti contro i suoi rappresentanti, e si minaccia addirittura di sollevare il paese se essa chiede al Parlamento di attuare un punto fondamentale della sua politica, come per esempio la ratifica della C.E.D.?
Si consideri infine che in un regime democratico la partecipazione al potere non si realizza soltanto con la partecipazione al Governo, ma con le possibilità offerte a tutti dal sistema democratico, di porre istanze, di discuterle liberamente, di trovare consensi nella pubblica opinione, in sostanza con la facoltà data alle forze politiche e sindacali e morali di farsi valere, anche fuori del governo.
A nessuno verrebbe in niente, in un paese libero come l'Inghilterra, che si debba ritenere posta al bando della vita democratica la classe lavoratrice inglese che vota per i laburisti, per il solo fatto che al governo sono i conservatori. Simili assurdità possono accettarsi per difetto di senso critico e sostenersi per mascherare la concezione totalitaria del potere.
Queste asserzioni - verità semplici ed elementari - portano a concludere anche sulla assurdità della tesi che non possa farsi una politica di progresso sociale, senza il concorso dei partiti che di tale progresso si affermano i promotori, per altro arbitrariamente monopolistici, o una politica nazionale senza la partecipazione al governo di partiti che se ne presumono depositari unici. Simili tesi possono servire alla polemica spicciola per accusare come reazionari, o dotati di scarso senso patriottico, i partiti governativi e per nascondere una opposizione pregiudiziale che si fonda su ben altri e più sostanziali motivi.
Se nella dichiarazione programmatica e nel discorso di replica al Senato ci siamo soffermati sulle ragioni costitutive del Governo di coalizione democratica non è per una esigenza di pura storia, ma per rispondere a precise domande formulate dai partiti e per soddisfare alle istanze di larghi strati dell'opinione pubblica, dato che l'atteggiamento delle forze politiche ha un valore determinante nella scelta delle alleanze, con ripercussioni che possono essere di vasta portata per l'avvenire democratico del nostro paese. E se abbiamo insistito sul problema della cosiddetta alternativa socialista non è per continuare, in sede governativa, una polemica fra due partiti, ma per il particolare peso che la politica del P.S.I. ha nella vita nazionale.
Questo nostro interessamento costituisce, del resto, un indice della importanza che annettiamo ai problemi della classe lavoratrice di cui il P.S.I. è uno dei rappresentanti. Non potrà perciò dolersene il P.S.I. e tanto meno il Parlamento e le altre forze politiche impegnate al consolidamento delle istituzioni democratiche.
Contro il presente Governo si è dichiarata una opposizione di fondo - e a fondo – da parte dei socialcomunisti, per la formula, per la mancanza di un programma sociale e per gli uomini.
Vediamo quale è la realtà. L'onorevole Togliatti, parlando il giorno 30 gennaio ultimo scorso sulle dichiarazioni del governo Fanfani, rivolto ai deputati democratici cristiani affermava «Voi democristiani avete fatto circolare la voce che in questa Camera non vi possono essere maggioranze precostituite. Non è vero. Ma le maggioranze si precostituiscono sollecitando l'accordo politico con altri gruppi e non proclamando, come hanno fatto gli oratori democristiani, che o si accetta il programma clericale o non si fa un Ministero. Questo rivela l'aspirazione democristiana a mantenere il monopolio politico del potere. La vostra pretesa di mantenere il dominio assoluto del potere è il punto di partenza della crisi. Voi chiedete la collaborazione del partito liberale, quando il partito liberale vi chiede il dicastero della pubblica istruzione glielo negate, un altro partito vi chiede il dicastero della giustizia in cambio della sua collaborazione, e voi gli negate anche questo. Perché agite in tal modo? La prima esigenza che noi presentiamo - diceva con forza l'onorevole Togliatti - è dunque che la si faccia finita con la vostra rivendicazione del monopolio del potere; quel gruppo che appoggia il Governo ha il diritto di partecipare alla responsabilità ministeriale: questa è una regola di correttezza parlamentare».
La risposta da parte della democrazia cristiana all'onorevole Togliatti e a quanti di ogni settore politico si proclamarono d'accordo con lui, non tardò a venire con la formazione dell'attuale governo, sorto appunto sulla base di un preventivo accordo politico e programmatico di azione governativa. Un ministro liberale è al dicastero della pubblica istruzione, la democrazia cristiana ha offerto il ministero della giustizia al P.S.D.I., il quale lo ha rifiutato. A tre fra i più importanti dicasteri, attraverso i quali può realizzarsi una politica sociale, presiedono deputati socialdemocratici; per non parlare delle altre posizioni tenute dai partiti della coalizione governativa.
Nonostante ciò, l'atteggiamento dei socialcomunisti nei confronti del nuovo Governo non è mutato, anzi la loro opposizione si è manifestata in forme più rigorose, forse proprio per la formula del nuovo Governo, che può avere miglior successo di un Governo monocolore.
Quanto al programma sociale, l'onorevole Nenni, parlando il 19 gennaio a Torino, proclamava che «i problemi del terzo tempo sociale sono essenzialmente tre: il problema degli investimenti per industrializzare le zone cosiddette depresse, che deve provocare interventi e investimenti dello Stato, giacché la tanto celebrata iniziativa privata - la quale ha del resto un vastissimo campo in cui per ora e per molto tempo ancora non deve essere infastidita, giacché non può essere costituita - la tanta decantata iniziativa privata non può operare, poiché non esistono in queste zone le condizioni perché essa affronti il costo sociale della industrializzazione col solo criterio che vale per essa, quello del reddito sicuro, immediato ed abbondante. La seconda esigenza è riprendere la riforma fondiaria, estenderla in tutto il territorio nazionale, attuarla con criteri che non possono essere uniformi ... La terza esigenza è la riforma della burocrazia, del trattamento economico dei dipendenti statali, parastatali e degli enti pubblici fino alla disciplina ed al risanamento delle carriere …».
Può dirsi che il programma governativo non tenga conto di queste «esigenze» solo per la discordanza circa le modalità di attuazione, per altro non ancora definite, che potranno poi liberamente discutersi in sede di approvazione dei relativi disegni di legge? E' a tutti noto che proprio i problemi indicati dall'onorevole Nenni come fondamentali del terzo tempo sociale, hanno formato oggetto di misure legislative e costituiscono motivo d'orgoglio e titolo d'onore dei governi passati e dell'attività della precedente legislatura. La Cassa per il Mezzogiorno, le leggi sulla industrializzazione del Mezzogiorno, la legge-stralcio, stanno a dimostrare che l'attuazione del terzo tempo sociale è in marcia e da tempo. Il presente Governo si è impegnato ad accelerare i tempi di esecuzione delle leggi in vigore, ad ampliare i programmi, a reperire a tal fine, soprattutto attraverso la lotta alle evasioni fiscali, i mezzi finanziari occorrenti, e ha fatto propri i progetti elaborati per il settore sociale dagli onorevoli De Gasperi, Pella e Fanfani, mentre non mancherà di sollecitare interventi esteri, in attuazione del punto secondo del patto atlantico. E benché i ministri democristiani che si sono succeduti durante gli ultimi anni e nei dicasteri sociali e in quelli finanziari non siano venuti meno alle aspettative, abbiamo affidato a due uomini del partito socialdemocratico, gli onorevoli Tremelloni e Vigorelli, due dicasteri chiave dell'azione governativa sociale e ciò non soltanto per il loro valore personale, ma perché, presidenti delle due Commissioni per la disoccupazione e la miseria, potessero portare al Governo la esperienza diretta e immediata e la conoscenza più recente dei più gravi fenomeni che ci impegnano a lottare contro la miseria e la disoccupazione.
Ma tutto questo non conterebbe nulla ...
Per quanto riguarda gli uomini si è accennato anche alla politica di repressione - svolta negli anni passati - in occasione di agitazioni sindacali; e da più parti si è messa in contrasto tale politica con quella illuminata e liberale dell'onorevole Giolitti dopo il 1898.
Se gli oratori di opposizione avessero scorso gli annali dell'Avanti dal 1900 fino al 1910 - l'era aurea giolittiana - e poi la collezione del 1920, quando cioè ritornò al potere, avrebbero scoperto come l'onorevole Giolitti non esitò a ricorrere alle armi per reprimere i conflitti sociali di quegli anni; e che le vittime furono ben più numerose di quelle che si è soliti addebitare a chi ha avuto la grave responsabilità di tutelare l'ordine pubblico negli anni torbidi di questo dopoguerra (Commenti a sinistra). E poi, onorevole Nenni, quando si è trattato delle vittime, ben più numerose, e in un sol giorno, di quelle avutesi in tanti anni in Italia, dei carri armati e delle bombe proletarie di Berlino, da che parte ella si è schierato?
La verità e l'obiettività non andrebbero dimenticate nella più accesa lotta politica.
Se i motivi addotti per la opposizione di fondo contro il governo non sussistono, quali le vere ragioni della opposizione dell'estrema sinistra?
L'onorevole Riccardo Lombardi, abbandonando i vieti motivi portati qui dagli oratori di parte comunista e su cui da anni insiste la propaganda spicciola degli attivisti comunisti, ha cercato ieri col suo discorso di riportare i termini della lotta politica italiana sul piano della politica mondiale e classista. L'onorevole La Malfa gli ha brillantemente replicato (Commenti a sinistra), dimostrando come sotto l'ampia volta della grande costruzione si celi il tentativo di blandire le forze democratiche. E forse non ha torto lo stesso onorevole La Malfa ha affermato che è da preferirsi la franchezza dell'onorevole Togliatti alle lusinghe dell'onorevole Lombardi. Ma su un punto si potrebbe anche essere d'accordo con l'onorevole Lombardi, e cioè che la lotta che si combatte oggi nel mondo è lotta di imperialismi, se egli volesse però riconoscere che l'imperialismo sovietico è totalitario, negatore delle libertà personali e che di tale imperialismo sono strumento i partiti comunisti degli Stati democratici. Se l'onorevole Lombardi ammettesse esplicitamente - come li ammetterà certamente nel suo intimo - questi fatti, allora ci avrebbe fornito un altro argomento contro la politica perseguita dal suo partito e un ulteriore motivo di legittimità alla politica dei partiti democratici (Commenti a sinistra).
L'onorevole Lombardi, per giustificare il diverso atteggiamento del P.S.I. rispetto a quello di tutti gli altri partiti socialisti del mondo libero, che conducono una netta opposizione al P.C., ha affermato che la posizione del P.S.I. sarebbe determinata dalle condizioni economiche dell'Italia, pari a quelle dell'India, del Giappone e dell'Indonesia, dove però i partiti socialisti sostengono una lotta uguale a quella del partito socialista nenniano (Proteste a sinistra).

LIZZADRI. Partito socialista italiano.

SCELBA, Presidente del Consiglio dei ministri. Non è che non veda come l'onorevole Lombardi sia andato troppo lontano a cercare una giustificazione che ha tutta l'aria di una vera trovata: a nessuna può saltare in mente di mettere sullo stesso piano l'Italia con paesi così lontani dall'Europa. La verità è invece che la differenza consiste unicamente nella diversissima posizione che il partito socialista nenniano ha assunto rispetto ai problemi della libertà in confronto a quella dei partiti socialisti nei paesi liberi.

LIZZADRI. Che ne sa lei? Parli con rispetto del nostro partito!

PRESIDENTE. Non ho sentito che si mancasse di rispetto. La dizione sarà imprecisa o artificiosa, ma non costituisce evidentemente una mancanza di rispetto.

SCELBA, Presidente del Consiglio dei ministri. Scendendo dalla stratosfera della visione politica dell'onorevole Lombardi, la ragione vera dell'opposizione socialcomunista contro il presente Governo sta nell'atteggiamento che questo e i partiti della coalizione hanno assunto di fronte al totalitarismo comunista, nella loro riaffermata volontà di difendere la democrazia e la libertà contro la minaccia totalitaria.
Dal 7 giugno in poi, ad ogni crisi, viene ripresentata da parte dei socialcomunisti, e soprattutto dai nenniani ... (Rumori a sinistra), dai socialisti italiani, la tesi secondo la quale il Governo, per adeguarsi alla presunta volontà popolare, dovrebbe orientare la sua politica verso un nuovo corso caratterizzato dalla fine della lotta anticomunista. Questa proposta viene presentata in varie forme e configurata come una «tregua», come la «fine della rissa ideologica»», come una doverosa «non discriminazione», come una politica di «pacifica distensione degli animi». In politica estera ci si chiede, oltre alla distensione, un atteggiamento di equidistanza nel contrasto tra l'occidente e l'oriente. A queste condizioni qualsiasi Governo formato da partiti di sinistra, di centro e di destra, fosse a presiederlo anche un fascista, potrebbe sperare di avere la benevola astensione e persino i voti dei socialcomunisti. Chi non accetta una simile impostazione diviene un sanfedista in politica interna e un oltranzista in politica estera, quali che siano i suoi precedenti di democratico e di antifascista (Applausi al centro – Commenti a sinistra).
Si tratta di una tattica particolarmente insidiosa, come quella che ha tutta l'aria di chiedere poche cose e persino ragionevoli. Ci si chiede infatti non di rinunziare alla C.E.D., ma soltanto di non aver fretta, di non esagerare il pericolo sovietico, e ci si consente finanche di fare dell'atlantismo in sordina: politica, questa, che tutti potrebbero accettare, specie quanti amano il quieto vivere; e l'accetterebbero assai di buon grado anche i comunisti.
Le conseguenze sono ovvie: corpi senza anima diventerebbero i trattati ed errore imperdonabile i sacrifici per la difesa del paese. Con ciò ci staccheremmo insensibilmente dalle nazioni e dai popoli che lottano contro la marea del comunismo.
E all'interno? Anche qui ci si chiede di non esagerare col pericolo comunista, di far credito alla democrazia del partito comunista, di ammetterlo nel circolo dei partiti democratici, di coltivare la distensione. In sostanza, ci si chiede la complicità del silenzio, la rinuncia alla resistenza morale di fronte alla violenza, alla minaccia palese o larvata. Ci si chiede di spegnere ogni sensibilità morale (Proteste a sinistra), di rinunciare a chiamare bene il bene e male il male, di abbandonare il nostro posto nella battaglia per la libertà (Proteste a sinistra).
Ma poiché questo Governo sostiene di voler fronteggiare la minaccia comunista e riafferma la sua volontà di difendere la democrazia e la libertà all'interno, e di continuare la politica di solidarietà con le nazioni occidentali, gli si dichiara la guerra santa (sic !) nel Parlamento e nel paese.
L'unità della classe operaia, l'apertura sociale, la democrazia e l'indipendenza nazionale nulla hanno a che vedere con tutto ciò, e si spiega così il voto contrario a De Gasperi, la condiscendenza verso Pella - i cui intendimenti nei confronti del comunismo furono certo fraintesi - nonostante il bilancio da lui elaborato e di cui ci si fa carico e l'appoggio della destra; si spiega la condanna sommaria contro Fanfani, l'irosa opposizione contro questo Governo, che sarebbe rinnovata contro qualsiasi altro Governo, da chiunque formato, se riaffermasse la volontà di non subire l'ipoteca comunista.
Non si spiega il disappunto dell'onorevole Nenni perché nessuno gli avrebbe offerto nulla, o, come egli scrive, «neppure un'unghia». Al P.S.I. da tempo è stata data l'occasione di collaborare al consolidamento delle istituzioni democratiche e al progresso sociale, con un'azione conseguente. Ma l'onorevole Nenni per un calcolo errato circa la possibilità di conquista del potere da parte dei comunisti nelle elezioni del 1946 e per la paura di essere sorpreso, in una simile evenienza, al di là della barricata, si è trovato legato al carro comunista e però inventa pretesti e slogans per giustificare la sua politica (Proteste a sinistra). E quando proclama ad ogni pie' sospinto di voler salvare la democrazia in Italia non si accorge che proprio la sua paura, accrescendo la «paura di Mosca», ha la sola conseguenza di rendere più periglioso lo sviluppo della democrazia.
In una simile politica meno che mai trova posto l'apertura sociale, perché, come giustamente osservava l'onorevole Simonini (Commenti a sinistra), se crollasse la democrazia politica, la prima a soffrirne sarebbe proprio la classe lavoratrice. Conservare e consolidare la democrazia politica è la vera apertura sociale, o se si vuole, il condizionamento per ogni apertura sociale, come la storia di tanti liberi paesi sta a dimostrare.
Altrettanto vano è il tentativo di ridurre a «rissa ideologica» o a processo alle intenzioni la opposizione dei partiti democratici al comunismo, quasi che non ci fossero i fatti a parlare. E' forse processo alle intenzioni lo sbocco totalitario del comunismo in tutti i paesi nei quali si è affermato? E' fare il processo alle intenzioni dichiarare che il comunismo si è sempre stabilito al potere con la violenza e con la frode?
Circa la funzione dei partiti comunisti all'interno dei singoli Stati, il senatore Morandi, uno dei più autorevoli dirigenti del P.S.I., scriveva, non un secolo fa, ma appena nel 1946: «La difesa dell'U.R.S.S., il rafforzamento successivo e l'espansione della repubblica sovietica, costituiscono il motivo di origine e tuttora la ragione storica dei partiti comunisti, cosicché essi conservano sempre le caratteristiche peculiari di strumenti di una azione sul piano internazionale. Conforme alla propria funzione essi subordinano a questo fine nella direzione della classe lavoratrice le esigenze di carattere nazionale. Essendo loro prefissa la esecuzione di un piano preordinato su scala mondiale, il quale non può avere logicamente la partecipazione della massa dei militanti, essi non possono comportare come metodo la democrazia interna di partito» (Interruzione del deputato Lizzadri).
Se questa è la ragione storica del partito comunista e la sua funzione negli Stati democratici, la nostra opposizione al comunismo non può qualificarsi rissa ideologica; la discriminazione nei suoi confronti nasce nelle cose, l'atteggiamento di difesa è un diritto e un dovere (Applausi al centro - Commenti a sinistra). Diritto fondato sulla Costituzione, dovere imposto dalla necessità di difendere i valori morali della civiltà.
L'onorevole Marchesi ci ha domandato che cosa sia la civiltà che noi vogliamo difendere, quali i valori morali che intendiamo salvare. Domande volutamente ingenue, che perfettamente si inquadrano nella propaganda comunista tendente a negare la verità solare. Ma la risposta, onorevole Marchesi, gliela dà uno degli spiriti magni di quel liberalismo che ella ha rimpianto nel suo discorso, prospettando la teoria e la logica della società comunista e deducendone le conseguenze ideali: «Se una simile società - scrive Benedetto Croce - non è un cenobio che cosi si mortifichi pel regno dei cieli, sarà un esercito per fini che sono nella mente di coloro che la tengono sotto dittatura, o una ciurma di schiavi ben nutriti e ben addestrati che eleveranno stupefacenti piramidi; cioè le mancherà in ogni caso l'autonomia, per la quale una società è una società. E se anche il suo lavorare senza gli attriti, ma anche senza gli stimoli della concorrenza, accrescesse eventualmente i prodotti della terra e della mano dell'uomo, impoverirebbe pur sempre le anime che di quella ricchezza dovrebbero giovarsi, e in ultimo essiccherebbe la fonte vera della ricchezza, che è la libertà dello spirito umano, e gli uomini ridiventerebbero pari a quelli che Leonardo definiva «transiti di cibo» ideale religioso anche questo ma di vero e proprio e non metaforico abetissementi ...» (Applausi al centro - Commenti a sinistra).
Benedetto Croce, è vero, si riferiva alla logica del sistema, ma la realtà non ha tradito la logica ideale, e lo stesso Croce, assertore addirittura della religione della libertà, non esita ad affermare (Storia d'Europa, pagine 45-46) che in un regime di libertà «tutti gli ideali hanno libera la parola e la propaganda col solo limite di non rovesciare l'ordine liberale» (Commenti).
Questo principio sta a fondamento della nostra Costituzione ed è espressamente consacrato dall'articolo 30 della dichiarazione di diritti delle Nazioni Unite che, essendo stata accettata dall'Italia, fa parte del nostro diritto positivo: «Nessuna disposizione della presente dichiarazione può essere interpretata come riconoscimento a favore di uno Stato, di un gruppo o di un individuo del diritto di svolgere una attività o di compiere atti intesi alla distruzione dei diritti e delle libertà che vi sono enunciate».
Il valore civile e umano di questa norma, minimamente contestabile, è tale che persino gli Stati i quali in pratica lo rinnegano non hanno potuto sottrarsi dal sottoscriverla.
E l'onorevole Nenni vorrebbe ridurre tutto questo a «rissa ideologica», a sanfedismo od oltranzismo, e, peggio, tacciarci di violazione della Costituzione? E non si accorge l'onorevole Nenni, che pur protesta la sua fedeltà ai principi democratici, che schierandosi col suo partito accanto al partito comunista nella lotta contro la democrazia si rende quando meno corresponsabile dei fini internazionali del comunismo e delle conseguenze rispetto alla democrazia e nei confronti dei lavoratori? (Applausi al centro).
L'onorevole Roberti si è lamentato perché abbiamo considerato il M.S.I. tra i movimenti totalitari per la sua concezione strumentale del metodo della libertà, che è la base della Costituzione e la sua salvaguardia più sicura.
L'onorevole Roberti, se abbiamo ben compreso il suo pensiero, sostiene e vanta che il suo movimento può considerarsi democratico, perché, nell'attuare le sue soluzioni politiche e sociali, rifugge dalla violenza, e crede indebitamente che, non accettando gli istituti costituzionali, non si faccia opera antidemocratica in quanto non solo il M.S.I. ma anche uomini appartenenti alla democrazia denunziano la crisi dello Stato parlamentare e auspicano soluzioni diverse.
Ci consenta l'onorevole Roberti di osservare che, se questa sua concezione del metodo democratico fosse valida, anche i comunisti avrebbero il diritto di considerarsi democratici (Commenti a sinistra), solo che rinunciassero alla violenza. Ma nessuno pretende che per essere democratici sia necessario considerare intangibili tutti gli istituti costituzionali; neppure la Costituzione lo esige, se prevede perfino la procedura per eventuali modifiche.

ROBERTI. Esatto!

SCELBA, Presidente del Consiglio dei ministri. Il problema è di ben altra natura, riguarda infatti l'accettazione del complesso dei diritti personali, del metodo della libertà e degli istituti che ne costituiscono l'essenza.
Chi mira a costituire un regime che priva il cittadino del diritto e, se non del diritto, della possibilità pratica di modificarlo; chi programmaticamente pensa di rinnegare, una volta conquistato il potere, sia pure con libere elezioni e senza l'uso della violenza, i diritti degli uomini, il metodo della libertà e il complesso degli istituti che lo garantiscono, si pone fuori della democrazia e contro la Costituzione …

RORERTI. Lo dice lei!

SCELBA, Presidente del Consiglio dei ministri. ... la quale condanna la pretesa di avvalersi della libertà per distruggere la libertà.
Con le varie considerazioni che siamo venuti facendo lungo il discorso, abbiamo risposto indirettamente ma esplicitamente ad alcuni rilievi che sono stati mossi dagli oratori del partito monarchico.
Il Governo di maggioranza non esclude nessuno dalla vita costituzionale; e se la coalizione governativa la si vuole considerare, secondo l'espressione dell'onorevole Caramia, come una specie di «quadrato di Villafranca», questa vale solo e in quanto i partiti della coalizione vogliono essere i più decisi difensori delle istituzioni democratiche. Fin da quando abbiamo ricevuto l'incarico di costituire il Governo, insistentemente abbiamo ripetuto che i quattro partiti non si considerano gli unici depositarli della democrazia, non rivendicano monopoli od esclusivismi, né pongono discriminanti se non sul terreno della libertà, della democrazia e della giustizia sociale.
Nel discorso programmatico abbiamo altresì dichiarato apertamente che non è nell'interesse dei partiti governativi «spingere fuori delle forze democratiche quanti hanno comune con noi l'odio alla dittatura, l'aspirazione a restare uomini liberi»; anzi, abbiamo l'interesse contrario. Gli oratori monarchici, al Senato e alla Camera, hanno tenuto a riaffermare la loro fedeltà al metodo democratico e la volontà di «inserirsi - come ha detto l'onorevole Degli Occhi - sempre più intimamente nella vita democratica del paese senza, naturalmente, rinunciare alle proprie speranze, ma senza rinchiudersi neppure in cieche pregiudiziali di negazione». Se e in quanto un siffatto atteggiamento esprima il pensiero dell'intero partito monarchico e per quel tanto che le parole dell'onorevole Degli Occhi possano significare adesione leale alla forma dello Stato, non si può non prenderne atto. Gli stessi oratori hanno pure riaffermata la volontà di favorire le riforme sociali: a questo proposito essi lamentano, come fecero già con l'onorevole Fanfani, che i partiti democratici non sarebbero sufficientemente … progressisti! Sarebbe forse facile qualche ritorsione, dicendo che tra il dire e il fare c'è di mezzo mare delle buone intenzioni. Ci limitiamo per ora ad osservare che non mancherà occasione, in presenza di concreti progetti governativi, di dimostrare che lo spirito informatore non è fatto solo di buone intenzioni.
Gli interventi degli oratori di opposizione sulle comunicazioni del Governo si sono svolti quasi esclusivamente su temi politici.
Per quanto riguarda il programma economico-sociale, alcuni si sono limitati a denunciare la pretesa genericità, la mancanza di ogni novità e di ogni spirito riformatore; altri, in contraddizione con i primi, hanno affermato che si tratta di buone intenzioni, di programma velleitario, perché il Governo non ha e non avrà la forza per attuarlo.
Bene! Domandiamo che ci sia dato il tempo necessario per giudicarci. Di fronte a simile opposizione a noi non rimane che riconfermare gli indirizzi del Governo in campo sociale. La lotta contro la miseria e la disoccupazione, specie giovanile, l'eliminazione del tugurio, il consolidamento delle classi medie, la riforma della burocrazia, la giustizia tributaria, l'aumento della produzione agricola e industriale sono gli obiettivi fondamentali della politica del Governo. Nessuno si nasconde le difficoltà di una impresa che impegna l'opera dei governi per anni ed anni: sappiamo di quanto sarebbe facilitato il compito del Governo, se si potesse contare sulla leale collaborazione di tutte le organizzazioni sindacali.
Non è colpa nostra, onorevole Lombardi, se le organizzazioni sindacali di estrema sinistra svolgono la loro attività nel quadro e per i fini della politica comunista. Ciò dovrà impegnare maggiormente le organizzazioni sindacali democratiche -- sulla cui collaborazione il Governo fa pieno affidamento - a differenziare sempre più la loro azione in conformità ai diversi fini perseguiti.
Nel riaffermare che il Governo, pur non escludendo aumenti salariali in concomitanza coll'aumento del reddito o per correggere inique sperequazioni zonali o sezionali, intende ispirare la propria politica nel senso che la priorità va data ai disoccupati o ai sottoccupati, non si vuole seminare odio fra i lavoratori, come pretende l'onorevole Santi, ma soddisfare le esigenze della più elementare giustizia, facendo appello all'ancor vivo e profondo sentimento di solidarietà dei lavoratori.
Sono stati denunciati da più parti la sistematica violazione dei contratti di lavoro e l'abuso, specie nel mezzogiorno d'Italia, delle condizioni di sovrabbondanza di mano d'opera. E'nel programma governativo la presentazione della legge sindacale che dovrà attribuire valore giuridico alle stipulazioni sindacali e fissare le sanzioni per i casi di inosservanza. Ma sin da ora desideriamo rivolgere un monito a tutti i responsabili: la frode contro i lavoratori grida vendetta al cospetto di Dio (Applausi al centro).
Una politica di pura conservazione sociale consiglierebbe che siano eliminati miseria, ingiustizia ed abusi.

MATTEUCCI. Ma, nei sette anni in cui ella è stato ministro dell'interno, che cosa ha fatto?

SCELBA, Presidente del Consiglio dei ministri. Ma l'interesse per l'ordine politico e gravi doveri di coscienza ci impongono di agire là dove non basta il senso dell'utile.
Al termine di ogni anno i dirigenti delle organizzazioni sindacali, convitando a tavola la stampa, si compiacciono di dare pubblicamente il bilancio delle realizzazioni della classe lavoratrice dell'anno decorso. Chi scorre quei bilanci non può non trarne motivo di soddisfazione e di conforto: si tratta di una ascesa costante e di portata senza precedenti. E dovesse ammettersi che tutto il merito è delle organizzazioni sindacali - ci si consenta di dire che l'azione del Governo e dei partiti democratici vi ha una parte non indifferente - basterebbe sempre il fatto che il progresso sociale può realizzarsi in regime democratico e che non è necessaria la dittatura del proletariato per modificare i rapporti di classe, le strutture sociali a favore dei lavoratori (Applausi al centro). Questo ci conferma nella nostra fede nelle libere istituzioni.
A questo punto desideriamo dire una parola anche sulle vicende giudiziarie che appassionano in questi giorni l'opinione pubblica.
Nessuno può chiedere legittimamente che il Governo faccia propri le accuse ed i giudizi sommari, anzi ha il dovere di tutelare la onorabilità dei funzionari quando questa viene messa in giuoco con affermazioni non comprovate o con insinuazioni malevole e dettate da interesse di parte.
Né tanto meno potrebbe il Governo surrogarsi all'azione degli organi creati dalla Costituzione per la repressione dei reati e la tutela del buon nome dei cittadini.
Ma pur nel doveroso rispetto degli altri poteri dello Stato, il Governo intende assicurare il Parlamento ed il paese che considera con la dovuta serietà fatti e situazioni che nascono dalla facilità del guadagno e da torbide compiacenze amministrative; e che non mancherà di agire severamente nei limiti dei suoi poteri per diradare l'atmosfera di sospetto e di ombra che alla lunga finirebbe per incrinare la fiducia nello stesso regime democratico (Applausi al centro – Commenti a sinistra).
Nel contempo vorremmo rivolgere un invito a tutti gli organi della stampa perché vogliano evitare che, attraverso la caccia al sensazionale, si finisca per elevare a sistema, nell'opinione pubblica, fatti che, sebbene gravi, rimangono episodici, con offesa di quanti lavorano onestamente al servizio dello Stato e della collettività (Vivi applausi al centro - Commenti a sinistra).
Ringraziamo l'onorevole Pignatone per il suo completo e brillante intervento sulla politica generale del Governo, con il quale ha risposto a molte critiche, esonerando noi dal doverlo fare.
Problemi particolari ma di grande importanza hanno formato oggetto di interventi degli oratori della maggioranza, e in modo particolare degli onorevoli Riccio, Pecoraro, Giraudo, Colitto e Preti. Li ringraziamo per il contributo portato al dibattito e per i suggerimenti forniti. Nella lotta contro la miseria, la disoccupazione, il tugurio e l'analfabetismo, che tanta parte hanno nel mezzogiorno d'Italia, il problema meridionale trova il pieno riconoscimento, né è il caso di tacere che non vi è precedente nella storia d'Italia di un intervento massiccio e coordinato quale quello in atto nel sud d'Italia.
Lo scopo dell'intervento dello Stato nel Mezzogiorno, per quanto attiene all'economia, mira a trasformare strutture tipiche di paesi arretrati del sud, creando quei capitali sociali, bonifiche, strade, acquedotti, luce, opere ferroviarie, senza i quali è inutile parlare di maggiore attività, di più elevati redditi, di miglioramento del tenore di vita. Il processo di industrializzazione, che, per le leggi in vigore e per i mezzi forniti, è in atto, sarà facilitato in ogni modo.

DE MAURO. E 10 mila solfatari li state mettendo sul lastrico!

SCELBA, Presidente del Consiglio dei ministri. Possiamo assicurare l'onorevole Colitto che la politica agraria del governo affronterà, fra l'altro, anche il problema dei prezzi dei prodotti agricoli: sia alla produzione sia al consumo.
L'onorevole Giraudo ha toccato un problema, quello della montagna, che ci sta particolarmente a cuore e alla cui soluzione intendiamo dedicare ogni cura, involgendo esso aspetti morali, sociali e politici, di vasta portata e che riguardano sei milioni di lavoratori. Possiamo assicurare l'onorevole Girando che l'attuazione della legge 25 dicembre 1952, n. 991, sta già dando i suoi primi frutti e che la sua influenza sarà maggiormente sentita non appena entrerà in piena esecuzione il piano decennale che, come tutti i piani tecnici, è rallentato, all'inizio, dalle esigenze tecniche della programmazione. Con l'esecuzione della legge verranno anche corrette le eventuali discordanze che un piano generale inevitabilmente presenta con le situazioni locali, in modo da andare incontro a tutte le specifiche esigenze delle singole zone.
In merito alle condizioni dell'Alto Adige, di cui ha parlato l'onorevole Facchin, desidero anzitutto affermare che si tratta di un problema esclusivo di politica interna e che come tale va considerato. I cittadini di lingua tedesca sono cittadini italiani dai quali abbiamo il diritto di pretendere lealtà e fedeltà assolute allo Stato italiano, come da qualsiasi altro cittadino. Per contro il Governo intende, come è suo dovere, non solo applicare, nella lettera e nello spirito, le norme costituzionali e le leggi particolari in favore delle minoranze, per il rispetto del carattere etnico delle popolazioni di quella regione, ma anche di agevolarne lo sviluppo economico, perché l'economia della provincia di Bolzano e della regione Trentino-Alto Adige è parte integrante dell'economia italiana. Ma vane sarebbero le leggi se non fossero vivificate dallo spirito, ed è perciò che intendiamo favorire con ogni mezzo lo stabilimento di una cordiale collaborazione fra i due gruppi etnici, dal che non potranno derivarne che benefici per tutti e per la nazione.
Altri problemi particolari ma ugualmente importanti sono stati sollevati da oratori di diverso indirizzo politico mediante la presentazione di ordini del giorno.
Per quanto riguarda il distacco dell'I.R.I. e delle altre aziende di Stato dalla Confindustria, il Governo non disconosce il valore della ragione politica della richiesta, la cui attuazione involge anche problemi tecnici, organizzativi, di rappresentanza e di assistenza che meritano di essere vagliati; cosa che ci riserviamo di fare, se avremo la fiducia. Perché sia data una responsabile soluzione al problema.
Per quanto riguarda la abrogazione della legge elettorale il Governo si era astenuto deliberatamente dal farne cenno nella dichiarazione programmatica, per evitare il ripetersi di accuse mosse in passato proprio dai settori di estrema sinistra, contro il Governo e i partiti della maggioranza, i quali monopolizzerebbero la materia delle leggi elettorali che, interessando tutte le forze politiche, doveva essere lasciata alla libera ed esclusiva iniziativa del Parlamento. E di ciò è stata data pubblica lode al Governo da una parte della stampa. Di fronte alle contraddittorie sollecitazioni che oggi ci vengono rivolte, non abbiamo difficoltà a dichiarare che la posizione del Governo rimane quale è stata sancita nell'accordo programmatico intervenuto fra i quattro partiti della coalizione - che è di pubblica ragione - e cioè adesione alla abrogazione della legge maggioritaria mediante la sostituzione di altra legge ispirata al principio proporzionalistico. Lo stesso si può dire della riforma dei contratti agrari, per la quale la posizione del Governo è esplicitamente indicata nelle dichiarazioni programmatiche, ove è pure esplicito il proposito di una riorganizzazione dei servizi assistenziali e previdenziali, oggetto dell'ordine del giorno Lenza: materia di vasta portata, per cui sono stati compiuti studi e preparati progetti e che potrà trovare ampia trattazione nella sua sede naturale, cioè nella discussione del bilancio del Ministero del lavoro.
In questa sede potrà trovare anche una soluzione il problema della costituzione del dicastero dell'igiene e sanità e dell'assistenza, essendo l'argomento strettamente connesso al riordinamento generale della materia assistenziale e previdenziale.
La legge sull'ordinamento della Presidenza del Consiglio, che il Governo si prepara a sottoporre tempestivamente al Parlamento, regolerà la materia riguardante la costituzione di nuovi ministeri, la nomina di ministri senza portafoglio e il numero dei sottosegretari.
Nelle dichiarazioni programmatiche abbiamo affermato che fondamentale compito del Governo è la normalizzazione della vita costituzionale dello Stato riportando l'azione di tutti gli organi sotto l'imperio della legge. In questo quadro saranno considerati e risolti i delicati problemi su cui ha richiamato l'attenzione l'onorevole Preti e, con il loro ordine del giorno, gli onorevoli Coggiola ed altri.
Respingiamo la versione sulla causale dei fatti indicati nell'ordine del giorno Grasso Nicolosi ed altri e delle relative conseguenze, mentre assicuriamo la onorevole Giuliana Nenni e gli altri firmatari che istruzioni nel senso da essi indicato sono state impartite da tempo e anche dopo la costituzione del presente Governo.
Nella dichiarazione programmatica e, più diffusamente, nel discorso di replica al Senato, abbiamo illustrato le direttive della politica estera del Governo, i cui obiettivi fondamentali rimangono la pace e la sicurezza nella libertà.
Fra pochi giorni si compieranno cinque anni dalla firma del patto atlantico, che rimane la base della nostra politica estera. Contro le profezie dell'estrema sinistra secondo cui il patto atlantico avrebbe provocato a breve scadenza le più gravi catastrofi, non v'è oggi persona in buona fede che non debba riconoscere l'evoluzione distensiva seguita alla sua firma.
Così sarà anche per la Comunità europea di difesa. Come abbiamo detto al Senato, non riteniamo in questa sede di anticipare il dibattito che dovrà svolgersi in occasione della ratifica, ma, poiché molti onorevoli colleghi hanno toccato l'argomento, riteniamo doveroso confermare i principi fondamentali.
1°) Gli antagonismi nazionali - cui sono imputabili i più disastrosi conflitti - potranno trovare la loro pacifica composizione solo attraverso la ricomposizione dell'unità delle nazioni. La politica europeista, dopo il fallimento delle varie organizzazioni societarie e dei patti di sicurezza collettiva, tende appunto a realizzare tale unità.
2°) La ricomposizione dell'unità europea è la sola capace di restituire all'Europa la sua funzione storica e di equilibrio, in un mondo i cui valori si misurano ormai alla scala dei continenti.
3°) Chi pensa di mantenere indefinitamente una nazione dl 70 milioni di abitanti nel cuore dell'Europa - vorremmo dire qualsiasi nazione - in condizioni di ineguaglianza - è al di fuori della realtà storica. L'integrazione della Germania in un'Europa unita appare il solo mezzo per eliminare il ripetersi di conflitti che nel giro di pochi decenni hanno insanguinato tutto il mondo.
Non si tratta, onorevole Marchesi, di riverire i marescialli nazisti, che per altro la Russia sovietica ha onorato (Applausi al centro – Commenti a sinistra), ma della pace dei popoli, che rimarranno anche quando i generali nazisti saranno scomparsi.
Dai settori di estrema sinistra ci è stata rimproverata la stringatezza delle dichiarazioni del Governo per quanto riguarda l'est europeo, l'Unione Sovietica e la Cina.
Anche per la politica estera vale l'osservazione che le dichiarazioni programmatiche del Governo non si prestano ad una diffusa trattazione, che molto più opportunamente potrà avere luogo in sede di discussione del bilancio degli esteri.
Qui ci limiteremo ad osservare che i rapporti fra l'Italia e l'est europeo non possono prescindere dalle relazioni che uniscono i paesi della comunità atlantica, alla quale noi apparteniamo. I problemi fondamentali della libera convivenza dei popoli sono stati dai precedenti governi esaminati e discussi con i paesi amici in varie sedi. Il presente Governo conta di proseguire su tale strada, propugnando la franca e sincera ricerca di soluzioni concordate dai contrasti tra est e ovest e favorendo, per quanto possibile, la distensione e la conciliazione.
Nella valutazione della conferenza di Berlino, chiusa il 18 febbraio 1954, non possiamo che consentire con quanto ha detto l'onorevole Bettiol: i risultati non sono certamente incoraggianti e, altrettanto certamente, non si può ascrivere il nulla di fatto sui problemi della Germania e dell'Austria ad un mancato apporto di concrete, liberali e comprensive proposte da parte occidentale.
La conferenza di Berlino ha avuto il merito indiscutibile di eliminare numerosi punti oscuri e di averne chiariti molti altri che finora erano rimasti ambigui, permettendoci di conoscere, nei termini più esatti, i postulati della politica sovietica.
Sulla futura conferenza di Ginevra non possiamo non ripetere quanto avemmo occasione di dire in Senato: essa rappresenta una nota di apprezzabile interesse per quanto riguarda il continente asiatico. Ma, se essa aprirà la via ad una composizione dei problemi sul tappeto nel settore orientale, non mancherà di avere le più favorevoli ripercussioni anche nei rapporti fra la nostra libera comunità occidentale e gli altri paesi d'Europa.
Circa i traffici con la Cina, osserviamo che il loro ammontare da 574 milioni di lire nel 1951 è salito a circa 3 miliardi nel 1953.
La tendenza espansionistica sarà da noi facilitata, senza tuttavia nasconderci le difficoltà rappresentate dalla qualità e dai prezzi delle merci offerte dal mercato cinese.
Per quanto riguarda il mancato riconoscimento del governo di Pechino, va considerato il fatto che altri paesi, che hanno ben maggiori interessi di noi in estremo oriente, non sono riusciti a prendere contatto, da pari a pari, con il governo di Pechino. L'Inghilterra, ad esempio, che fra i primi riconobbe quel governo, è costretta a protrarre snervanti trattative per il ristabilimento di normali relazioni diplomatiche con quel paese, trattative che durano ormai da oltre quattro anni (Commenti a sinistra). Forse alla conferenza di Ginevra i rappresentanti della Cina popolare avranno maggiore agio di esporre le proprie idee su quello che essi intendono per rapporti con l'occidente. Il Governo italiano se lo augura sinceramente, e possiamo assicurarvi sin d'ora che non saremo fra gli ultimi a considerare tale questione, d'accordo con i paesi amici maggiormente interessati.
Ringraziamo l'onorevole La Malfa per la sua esauriente esposizione sulla nostra politica economica, esposizione che, ci sembra, è valsa a confutare efficacemente il preteso fallimento del piano Marshall nonché di altre istituzioni multilaterali, denunziato dall'onorevole Riccardo Lombardi. Può darsi, onorevole Lombardi, che il piano Marshall non abbia corrisposto a tutte le aspettative, ma rimarrebbe sempre da dimostrare come avrebbero fatto senza di esso le nazioni beneficiarie a superare le difficoltà del dopoguerra.
Ringraziamo l'onorevole Bettiol per aver attirato l'attenzione sulla situazione delle nostre relazioni con l'Etiopia, consentendoci così di assicurarlo che è preciso intendimento del Governo di proseguire con fiducia e buona volontà nella ricerca di un regolamento delle questioni pendenti con quello Stato.
Non si può dire d'altro canto che si sia verificato negli ultimi tempi un peggioramento di tali relazioni. La posizione dei nostri consoli generali all'Asmara e ad Addis Abeba è stata regolarizzata. I contatti per le trattative sulle questioni economiche e finanziarie sono stati ripresi.
Senza dubbio restano ancora difficoltà da superare, e, poiché da entrambe le parti si manifesta un reale desiderio di intesa, non dubitiamo che si giunga a stabilire fra i due governi quei rapporti di reciproca fiducia che noi vivamente auspichiamo.
In Somalia il Governo italiano ha un compito che, tanto in linea di diritto quanto in linea di fatto, è determinato con precisione dall'accordo di tutela da noi liberamente accettato, che deve essere portato a quel compimento che si chiama indipendenza del territorio nel 1960. Su questo punto non vi possono essere riserve di nessuna specie.
Questa azione ci collega a tutta la nostra politica in Africa ed in Asia, tendente a creare una atmosfera di fiducia e di cordiale collaborazione con quelle popolazioni.
Circa l'emigrazione possiamo – anche dopo aver sentito quanto in questa aula è stato detto dagli onorevoli Cafiero e Santi – ripetere quanto abbiamo già esposto nel nostro discorso in occasione della presentazione del nuovo governo, e cioè che è nostra intenzione presentare quanto prima al Parlamento concrete proposte per la ricostituzione del Consiglio superiore e del Commissariato per la emigrazione affinché possano coordinare e dirigere le attività che in questo settore svolgono le varie amministrazioni dello Stato ed altri enti privati.
Dall'inizio della presente legislatura non si è avuto dibattito sul programma governativo o su questioni di politica estera nel quale i parlamentari dell'estrema sinistra non abbiano cercato di schierarsi in prima linea nella difesa della italianità del Territorio Libero e nella protesta contro la perdurante occupazione straniera nelle due zone del medesimo.
La realtà è che per i comunisti la storia della questione di Trieste si divide in due fasi: la prima dal 1945 alla rottura tra Jugoslavia e Cominform nel 1948; la seconda dal 1948 ad oggi. Durante la prima fase qualunque azione, qualunque sopruso, qualunque pretesa jugoslava, venivano dai nostri comunisti non soltanto giustificati ma applauditi (Vive proteste a sinistra). Non furono essi, nel maggio 1945, ad invitare la popolazione di Trieste ad accogliere Tito come liberatore? Non furono essi che nel 1946, attraverso le dichiarazioni di Togliatti, proposero il baratto della sola città di Trieste con Gorizia e tutto il resto del Territorio Libero? Non furono essi che nel 1947 approvarono pienamente quella linea di condotta russa e jugoslava che rese impossibile la nomina di un governatore del Territorio Libero? (Applausi al centro – Proteste a sinistra).

SPALLONE. E' falso!

SCELBA, Presidente del Consiglio dei ministri. Dall'inizio della seconda fase, dal momento cioè della espulsione della Jugoslavia dal Cominform, i comunisti italiani sono diventati ad un tratto accesi nazionalisti. Ogni occasione è buona per denunciare le malefatte dell'occupazione straniera e per attaccare il Governo democratico che accetterebbe supinamente un così triste stato di cose. Essi fingono di credere che un puro e semplice ritorno da parte italiana al trattato di pace farebbe sgomberare per miracolo la zona B dalle truppe jugoslave e renderebbe possibile la creazione di quel Territorio Libero che gli stessi jugoslavi dichiarano oggi inattuabile (Proteste a sinistra).
In realtà, nell'attaccare il Governo sul problema di Trieste, l'estrema sinistra persegue soprattutto i suoi propositi di lotta contro la solidarietà occidentale, contro il patto atlantico e l'integrazione europea (Rumori a sinistra).
Mentre la posizione delle sinistre obbedisce a motivi ideologici e polemici di natura contingente, la posizione non solo del Governo ma di tutti gli italiani che hanno veramente a cuore la causa di Trieste si è ispirata e continuerà ad ispirarsi a considerazioni di ordine permanente che si riassumono nella difesa dell'italianità del Territorio Libero, nella salvaguardia dei legittimi interessi nazionali e nella soddisfazione delle giuste aspettative delle popolazioni giuliane e dell'intera nazione italiana (Commenti a sinistra). Tale difesa – e qui ci riferiamo a quanto hanno detto gli onorevoli Bettiol, Colitto e Roberti – pur considerata nel quadro della solidarietà e comprensione degli interessi vitali di ciascuno dei componenti di quella comunità, di cui siamo parte, si fonda sulla profonda convinzione del nostro buon diritto, quale deriva dalla situazione etnica del territorio e da due strumenti diplomatici pubblici e solenni che non intendiamo di archiviare né lasciare archiviare.
Se l'onorevole Roberti avesse letto, sgombro da spirito preconcetto, le nostre dichiarazioni riguardanti gli intendimenti del Governo nel celebrare la liberazione di Roma dalla occupazione straniera e la sua recuperata libertà politica, avrebbe trovato una felice occasione per potersi associare a una solennità che, pel significato che noi vi abbiamo attribuito, dovrebbe accomunare tutti gli italiani i quali, oltre che alle vicende storiche, guardino all'unità e alla libertà della patria come a beni supremi.
Ma l'onorevole Roberti è voluto restare idealmente entro il reticolato del campo di concentramento e, peggio, entro il reticolato delle nostalgie della sua parte. Se l'onorevole Roberti avesse vissuto, come noi l'abbiamo vissuta, la tragedia dell'occupazione tedesca di Roma, e con Roma di tutta Italia, e avesse trepidato con noi giorno e notte per mesi e mesi, quando l'arbitrio solo era legge …

ROMUALDI. Bisogna dimenticarle queste date, non celebrarle! Altrimenti si fa il danno dell'Italia! (Vive proteste a sinistra e al centro).

SCELBA, Presidente del Consiglio dei ministri. … forse non avrebbe (Vivaci proteste del deputato Leccisi).

PRESIDENTE. Onorevole Leccisi, la richiamo all'ordine!

SCELBA, Presidente del Consiglio dei ministri. … forse non avrebbe sciupato le parole «onore e dignità» del soldato italiano che insieme con le truppe alleate entrò in Roma con la bandiera della patria.

ROMUALDI. Noi l'abbiamo difesa la bandiera della patria! (Vive proteste a sinistra e al centro).

SCELBA, Presidente del Consiglio dei ministri. … con la bandiera della patria ancora fregiata dello scudo sabaudo, simbolo del potere legittimo. Avrebbe visto, come abbiamo visto noi – e il ricordo rimarrà incancellabile – tutta Roma (idealmente era presente tutta l'Italia, libera o ancora martoriata, ma anelante alla libertà) radunarsi in piazza San Pietro …

ROMUALDI. Strano concetto della libertà! (Rumori a sinistra).

PRESIDENTE. Onorevole Romualdi! (Proteste del deputato Leccisi). Onorevole Leccisi, non mi costringa a chiedere il suo allontanamento dall'aula! Avverto che sono pronto a farlo! (Applausi al centro – Commenti a destra – Rumori a sinistra – Scambio di vivaci apostrofi tra i deputati Anfuso e Audisio, Paletta Giuliano, Pertini e Taralli – Rumori a destra e a sinistra – Agitazione). Basta! Non mi costringano a sospendere la seduta! Onorevole Presidente del Consiglio, prosegua.

AMENDOLA GIORGIO. Ricordi piuttosto i partigiani, onorevole Scelba!

SCELBA, Presidente del Consiglio dei ministri. L'ho già fatto.
… ed ivi celebrare, nella fede dei padri, la riconquistata indipendenza e la ritrovata libertà.
Onorevoli colleghi, se voi ci onorerete della vostra fiducia, in questo spirito lavoreremo per la libertà del popolo italiano, per l'indipendenza della patria, per il progresso sociale (Vivissimi, prolungati applausi al centro – Molte congratulazioni).

On. Mario Scelba
Camera dei Deputati
Roma, 10 marzo 1954

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di mercoledì 10 marzo 1954)


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