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LA RICOSTRUZIONE DELLA DIFESA ITALIANA: INTERVENTO SUL BILANCIO 1954-1955 DI PAOLO EMILIO TAVIANI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 8 luglio 1954)

La Camera dei Deputati ha discusso il bilancio preventivo della Difesa per l'anno finanziario 19541955, dal 6 all'8 luglio 1954, con l'intervento nel dibattito degli onorevoli Priore, Viola, Micheli, Mario Angelucci, La Spada, Stefano Cavaliere, Armando Angelini, Gianquinto, Guadalupi, Saccenti, Tarozzi, Pino, Moscatelli, Di Leo, Giuliano Pajetta, Maglietta, Sammartino, Gatti, Ducci, Galli, Cuttitta, Capalozza, Cervellati, Bianco, Caprara, Bernieri, Roberti, Buffone, Graziadei, Faletra, Raffaelli, Bovetti, oltre ai relatori Sangalli e Villa.
Il Ministro della Difesa, on. Taviani, concludeva la discussione, l'8 luglio, con il seguente discorso.

* * *

TAVIANI, Ministro della Difesa. Signor Presidente, onorevoli colleghi, avrei voluto evitare di esporre nuovamente, all'inizio del mio intervento, una impostazione sulla linea di politica militare che già ho avuto occasione di illustrare otto mesi or sono qui, in questo ramo del Parlamento, e di ribadire due volte, a distanza di pochi mesi, nell'altra branca del Parlamento, al Senato. Ma poiché gli interventi, non direi più significativi (per non offendere evidentemente gli altri) ma più sintetici, che hanno affrontato in pieno il problema del bilancio nel suo complesso, hanno rimesso in causa il problema della linea di politica militare, io credo che qualche parola sia pure opportuno dirla, e domando venia se dovrò ripetere in qualche punto cose già dette. Del resto, anche i critici hanno ripetuto argomenti già trattati in altre occasioni.
Prima, però, una piccola questione di metodo: fra tutte le critiche che sono state rivolte al bilancio e all'opera del Ministero, una, o forse due, mi hanno dolorosamente colpito. La prima riguarda l'intervento dell'onorevole Clocchiatti; ma a questo credo di aver risposto in maniera chiara ed esauriente. La seconda è l'accenno fatto dall'onorevole Lenoci, quando ha parlato di bluff, di carosello di vanità, e di cose del genere, concludendo che bisogna dire la verità al popolo e al Parlamento.
Ho sempre reagito a chi imposta i problemi con dei complessi o di inferiorità o di superiorità. Ne accennavo proprio nell'ultima discussione del bilancio alla Camera. Oggi stesso ne abbiamo un esempio sulla stampa. Da una parte è anche vero che la stampa, specialmente quella serale, ha bisogno dei grossi titoli per impressionare l'opinione pubblica: è stato sempre così. Sono stato giornalista anch'io, e mi rendo conto che il pubblico fa una distinzione fra la stampa del mattino e quella del pomeriggio. Però sta di fatto che si vedono, da un lato, certi titoli che parlano di una divisione pronta non so per quale marcia trionfale, e dall'altro lato altri titoli che parlano di un presunto centro di spionaggio internazionale a Roma, o di cose del genere.
Questi sono proprio due esempi di complessi di inferiorità. Io non vorrei uscire dalla realtà, entro la quale desidero mantenere i limiti delle mie risposte e delle mie dichiarazioni. Credo di non aver mai derogato da questa regola, di parlare cioè un linguaggio di verità, anche quando questo linguaggio di verità può essere meno piacevole o quando può essere meno retoricamente estetico, perché certi voli pindarici non è il caso di farli se non corrispondono alla realtà della situazione odierna.
Proprio a questo proposito, devo ribadire qui ciò che altre volte ho detto in merito alle solite critiche che sono state fatte al bilancio dagli onorevoli Boldrini, Lenoci, Clocchiatti da un lato e dall'onorevole Romualdi dall'altro, con maggiore cortesia, ma pur sempre con impostazione di dissenso. La massima parte di queste critiche si basa su argomenti anacronistici, che non tengono conto dell'evoluzione della politica e della tecnica. Si parla del bilancio militare del 1954 come se fossimo ancora all'inizio del secolo o alla fine del secolo scorso o al massimo si arriva a tentare di applicare, con qualche aggiornamento, alla situazione odierna una mentalità adatta alla tecnica o alla politica militare di trenta anni fa, senza tener conto della evoluzione generale che in questi trent'anni c'è stata nel mondo: evoluzione politica, ma soprattutto — dato che siamo sul terreno militare — evoluzione della tecnica militare.
L'altro punto è questo: che, affinché una critica politica sia valida, sia consistente, deve essere fondata su una valida e consistente alternativa. Se alternativa non si dà, se alla linea politico-militare del Governo della Repubblica italiana non si dà una alternativa concreta, un'alternativa realisticamente possibile, ma si rimane solo in critiche di carattere generica o in impostazioni che si reggono solo su un piano astratto o teorico, evidentemente tutto il valore politico delle critiche viene a mancare.
Indubbiamente, vi potrà essere magari un senso di nostalgia per il secolo scorso, per il secolo in cui l'equilibrio europeo fra le singole sovranità era perfetto. Ammetto che qualcuno possa pensare che quella impostazione, quella situazione internazionale, fosse esteticamente — qualcuno potrà dire anche moralmente — più bella dell'attuale. Moralmente non sono d'accordo; comunque, sul piano estetico, i pareri possono essere diversi, e nessuno pretende che vi sia un criterio comune.
Però, sul piano politico, è necessario adeguarsi. Noi siano sul terreno del possibile, dell'arte del possibile, di quello che è possibile fare, di quello che è possibile realizzare. Ed ecco perché si comprende come si sia parlato (per esempio, da parte dell'onorevole Lenoci) di armamenti inutili, mentre l'onorevole Boldrini ha polemizzato contro la tesi (che non credo di aver mai sostenuto) del riarmo benefico. Non si tratta né di armamenti inutili e neppure di armamento benefico, perché non credo che i riarmi siano una beneficenza superflua.
Diciamo piuttosto: riarmo necessario.
Non è una beneficenza superflua. Se si potessero spendere tanti miliardi in altre spese più direttamente utili al benessere, alla pace e al progresso, io sarei d'accordo nel farlo. Però, noi ci troviamo di fronte alla realtà del mondo d'oggi. Non voglio polemizzare su quelle che ne sono state le cause, però credo che siamo tutti d'accordo sul fatto che non è stata certo l'Italia o il Governo italiano a provocare una situazione di questo genere. Tutti, all'indomani della fine della guerra, abbiamo avuto una sensazione e una speranza (e lo abbiamo detto pubblicamente, anche in quest'aula). Forse ci può essere stata un po' di illusione, perché il mondo è spesso più brutto di quanto noi lo speriamo. Vi è stata dunque la speranza, non dico che non si parlasse più di guerra (al riguardo, vi è una pagina di Benedetto Croce che dimostra come filosoficamente sia impossibile che le lotte umane non esplodano in un modo o in un altro), ma che per lo meno la nostra generazione o le nostre generazioni — compresa quella dei nostri figli — non dovessero più avere all'ordine del giorno questo argomento, e che quindi si potesse veramente pensare a un bilancio delle forze armate se non del tutto eliminato, almeno estremamente ridotto, ritenendolo pur sempre necessario, per la dignità nazionale, per l'ordine pubblico, per un minimo fondamentale di difesa.
Abbiamo visto come la situazione dopo il 1945 sia precipitata: Grecia, Corea, fatti di Berlino ed altri casi verificatisi qua e là per il mondo. Non è certo per la responsabilità del Governo italiano, e nemmeno è stato per la responsabilità dei Paesi del mondo libero, che oggi ci troviamo in questa situazione di fatto, di fronte alla quale anche l'Italia — in posizione centrale fra i due grandi complessi che oggi si fronteggiano nel mondo — ha dovuto trarre le sue conseguenze.
L'onorevole Romualdi ha detto: prendete la realtà com'è, non vi fate illusioni. Sono d'accordo. Però, egli dice: siamo in una situazione disastrosa (i suoi termini sono stati tuttavia meno gravi di quanto ho visto pubblicato su un giornale a lui vicino, in cui si parla di un'Italia inerme e indifesa).
Si pensa — come mi è sembrato di intendere da qualche frase dell’oratore che ho citato e anche di altri oratori — alla possibilità di guerre locali? Su questo argomento ho parlato a lungo al Senato otto mesi fa, in un momento indubbiamente più critico dell'attuale.
Anche a questo riguardo debbo ribadire quanto ho detto allora. Non credo che, sul piano politico, data l'attuale situazione mondiale, si possa parlare di guerre locali come di ipotesi concrete. La stessa guerra di Corea — come è stato riconosciuto unanimemente — è stata una guerra locale solo per quanto concerne il teatro del conflitto; ma per quanto attiene all'afflusso dei rifornimenti, ai mezzi di combattimento, alla partecipazione al conflitto, è stata una guerra mondiale con un limitato teatro di combattimento.
Le guerre locali sono ipotesi astratte che possiamo formulare teoricamente per esaminarle dal punto di vista della tecnica militare; ma sul terreno concreto non sono possibili. L'ultima guerra veramente locale che vi sia stata nel mondo fu la famosa guerra tra la Bolivia e il Paraguay, per il possesso del Chaco, durata dieci anni, sia pure a intervalli. Dopo quel conflitto, nessuna guerra è stata tipicamente locale, non dico per il teatro delle operazioni (perché le guerre di Spagna, di Etiopia e di Corea sono state locali, in questo limitato aspetto), ma per ciò che attiene alle forze partecipanti.
Anche volendo fare quest'ipotesi astratta, nella quale non credo, debbo dire che se noi ragionassimo in termini di guerra locale, alla domanda che ieri l'onorevole Romualdi ha formulato: l'Italia è pronta a difendere le sue frontiere ed è sicura di poterlo fare?, io con serena coscienza rispondo: sì, se ragioniamo in questi termini, che pure ritengo non siano né attuali, né praticamente possibili.
Escludere i termini della guerra locale significa, praticamente, escludere anche i termini della cosiddetta autarchia nazionale in campo militare. Il problema dell'autarchia è stato lungamente discusso, criticato da alcuni, sostenuto da altri. Probabilmente si può anche parlarne in certi Paesi, ma non credo si potrà mai parlarne in Italia, non solo dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto sul piano militare. Una simile concezione ritengo sia da considerarsi assolutamente al di fuori della realtà. Parlo di autarchia, non di indipendenza, che è un concetto del tutto diverso.
I termini della guerra moderna si pongono su un piano tecnico tale che parlare di autarchia nazionale o soltanto cercare di argomentare per dare ad alcuni nostri problemi militari una impostazione autarchica rappresenta a mio avviso — è uno dei casi in cui è necessario dire la verità e uscire dal « carosello della vanità » di cui ha parlato l'onorevole Lenoci, attribuendo a noi tale vanità — una vera e propria pazzia.
Basti pensare a quanto è accaduto nell'ultima guerra e nella penultima guerra mondiale.
Il Belgio ha potuto resistere nella guerra del 1914, quando era inerme e privo di una organizzazione militare, ma fornito solo di una guardia civica dotata di semplici fucili: in quel conflitto la nazione belga seppe organizzare una resistenza che servì ai fini della guerra. Invece, nell'ultima guerra mondiale, questo Paese, sebbene fosse armato, sostenuto da alleanze precostituite e ormai preparato a un attacco nemico (tutte condizioni che non esistevano nel precedente conflitto), è stato facilmente travolto.
Si veda, del resto, che cosa è accaduto nella vicina Francia, conquistata dagli uni e riconquistata dagli altri nel giro di un mese, con una impostazione di guerra, da parte dei conquistatori, tipicamente mondiale, tipicamente internazionale.
Né si dica, come in un primo momento era stato da qualcuno accennato, che nell'ultima guerra la tecnica ha fatto sì che gli attaccanti si siano trovati in vantaggio sui difensori. Questa impostazione ha la sua parte di validità, ma da sola non regge, perché vi sono state, a esempio, due grandi battaglie difensive, quella di Leningrado e l'altra di Stalingrado, che sono state vinte da chi si difendeva. Naturalmente, però, non si trattava di una nazione, ma di un complesso di nazioni (l'U.R.S.S. è composta di 35 nazioni), si trattavi cioè di un complesso mondiale in posizione di difesa.
Non ci troviamo, quindi, nella possibilità di poter discutere in termini di autarchia nazionale, sulla base dell'unità di misura nazionale. E' un bene o male che sia così: io non so: non posso esprimere un giudizio morale e neppure un giudizio estetico. Tutti i desideri e le aspirazioni nostalgiche sono possibili, si può anche cantare il bel tempo antico; dobbiamo, però, tener conto della realtà contemporanea.
Sapete, onorevoli colleghi, ad esempio, quale è stata la spesa sostenuta dagli Stati Uniti, una delle tante potenze dell’O.N.U. che hanno combattuto in Corea? Essa si aggira fra i 20 e i 25 miliardi di dollari, pari a 12-15 mila miliardi di lire italiane. Pensate, quindi, che cosa significhino queste cifre rapportate a quelle del nostro bilancio!
Detto questo, cade la tesi dell'unica alternativa che mi è sembrato potesse affiorare nei discorsi specialmente dalla parte socialista, cioè l'alternativa cosiddetta neutralista, che, oggi, veramente non viene più molto sbandierata né sulla stampa né nei loro discorsi, ma che era, ancora qualche anno fa, il cavallo di battaglia dell'onorevole Nenni.

FARALLI. Anche adesso!

TAVIANI, Ministro della Difesa. Meglio: così la mia risposta ha una pertinenza attuale.
Per poter sostenere una tesi di questo genere, bisogna pensare evidentemente a un bilancio militare che possa basarsi sulla piena autarchia nazionale: non solo sulla piena autarchia per l'immediata difesa, perché ciò evidentemente è il minimo a cui ogni Paese cerca di arrivare (se per autarchia si intende questo, allora tutti siamo d'accordo nel cercare di averla), ma anche per la possibilità di continuare a reggere la propria difesa nel caso che il Paese sia attaccato. (Interruzione del deputato Boldrini).
Verrò anche alla Svezia, onorevole Boldrini. Sa, onorevole collega, quanto spende la Svizzera per il suo bilancio militare? Il 37,5 per cento in proporzione al bilancio nazionale. Invece l'Italia spende circa il 19 per cento; e si deve considerare che nelle spese del nostro bilancio vi sono anche, come tutti sanno, quelle per i carabinieri. Ora, sottraendo dal bilancio della difesa le somme destinate al mantenimento dell'ordine pubblico, risulta che noi spendiamo il 16,5 per cento; senza contare che andrebbero poi escluse certe spese, sulle quali avremo occasione di tornare, che non sono strettamente attinenti alla difesa, ma che riguardano un complesso strutturale della difesa stessa che andrebbe ridimensionato. Ma tratteremo di tale argomento quando parleremo degli stabilimenti militari.
Dunque, siamo al 16,5 per cento del nostro bilancio nazionale, mentre la Svizzera è al 37,5 per cento (e per la Svizzera la gendarmeria non è compresa nel bilancio militare, ma fa parte invece del Ministero dell'Interno).
La Svezia, onorevole Boldrini, è al 26 per cento: un po' meno della Svizzera, ma sempre molto di più dell'Italia. Quindi, praticamente, la Svizzera spende il doppio dell'Italia, la Svezia una volta e mezzo quello che spende l'Italia.
E questi Paesi — si noti bene — hanno una posizione geografica e strategica completamente diversa della nostra: basti pensare alle frontiere naturali della Svezia, coperte dal ghiaccio per sei mesi dell'anno, e alla situazione montagnosa della Svizzera. Ma, a mio avviso, più importante della situazione strategica e delle frontiere è il fatto che questi Paesi non hanno fatto l'ultima guerra. Non è che essi non abbiano compiuto uno sforzo di apprestamento militare, perché, nel periodo bellico, hanno stanziato somme ancora maggiori per i bilanci militari. Così, la Svizzera, che oggi spende il 37,5 per cento, durante l'ultima guerra aveva stanziato il 55 per cento del suo bilancio per le spese militari, Tuttavia, nel periodo bellico essi sanno tutto accumulato, mentre noi abbiamo tutto perduto e abbiamo dovuto poi ricominciare a ricostruire tutto.
Se non vi fossero altre ragioni sul piano politico e sul piano economico a negare la validità della tesi neutralistica, basterebbero i rilievi fatti sul piano tecnico militare per escludere la possibilità di una simile alternativa. Sia ben chiaro però che — come ho avuto occasione di accennare poco fa — il constatare la impossibilità della autarchia e la necessità di un sistema di alleanze non significa per nulla toccare il principio fondamentale della indipendenza nazionale.
Qui si cerca talora di equivocare tra il principio di autarchia e il principio di indipendenza, anche se questa volta ciò è avvenuto con maggior cortesia e meno frequentemente. Sono pertanto costretto a ripetere la risposta data già alle stesse obiezioni: ci sono sì le basi miliari che ci vengono rinfacciate, ma sono basi costituite nel sistema atlantico, nel quale l'Italia si trova in posizione di piena indipendenza e libertà, a condizioni di parità con tutti gli altri partecipanti. (Commenti a sinistra).

Una voce dall'estrema sinistra. Ella ci crede?

TAVIANI, Ministro della Difesa. Ci credo, come ci crede la maggioranza del Parlamento.
Per quanto riguarda il rilievo dell'onorevole Stucchi, che non sarebbero stati fatti apprestamenti difensivi nella cerchia alpina, è chiaro che non posso portare qui i dati degli apprestamenti difensivi costruiti o ricostruiti. Io non so se l'onorevole collega provenga da una regione alpina; si informi meglio comunque, e vedrà che ne sono stati fatti. Quanto, poi, a dedurre da questi pretesi mancati apprestamenti difensivi che noi siamo pronti per una guerra offensiva, credo che bastino le cifre del nostro bilancio a smentirlo. Mi dispiace che asserzioni di questo genere partano dal Parlamento italiano, mentre è più comprensibile che ne vengano da personalità straniere, specialmente di un Paese che ben conosciamo. Ma come l'Italia può avere scopi imperialistici oggi, nella situazione attuale, nella nostra posizione mediterranea e con il nostro bilancio? E' l'insufficienza del bilancio stesso che dimostra l'assurdità di tali affermazioni: è il fatto che il ministro debba venir qui a dire agli onorevoli Greco, Priore, Di Bella, Veronesi, i quali hanno lamentato questa insufficienza, che purtroppo hanno ragione.
A questi onorevoli colleghi debbo però ripetere qualcosa che ho avuto occasione di dire altra volta: il bilancio dello Stato è condizionato da due punti fondamentali: la politica generale del paese e la situazione economica. Ora quest'ultima è quella che è, ed è certo che se il nostro bilancio non fosse deficitario, se non avessimo la situazione sociale che abbiamo, se non avessimo una massa ingente di manodopera disoccupata, uno sforzo maggiore si sarebbe potuto fare. Ma se noi abbiamo raggiunto il limite minimo, al di sotto del quale non si può andare — ma al di sopra del quale si dovrà andare in qualche forma — è vero che non si può non accettare questa critica — l'unica realisticamente valida — cioè che l'entità del bilancio è certamente molto ristretta. Giustamente l'onorevole Di Bella ha detto che noi non facciamo una politica bellicistica, anche se non è del tutto esatta la sua affermazione un po' pessimistica che, detratte certe spese non propriamente militari, il bilancio si riduce a 399 miliardi. Tale valutazione mi pare che risenta di una certa esagerazione. Bisogna stare attenti a non considerare, a esempio, come spese non militari le pensioni degli ufficiali: spesa che, anche se non serve direttamente per gli apprestamenti, rientra certamente nel bilancio militare, come avviene del resto nei bilanci militari di tutti i Paesi.
Si è ripetuta qui la critica alla quale era già stato risposto al Senato dal ministro Gava e, se non erro, è stata superata anche in quest'aula da un voto formale, relativamente alla spesa straordinaria di 83 miliardi. Si parla di aumento; va notato che il bilancio attuale presenta, invece, addirittura una diminuzione, rispetto al precedente, di 42 miliardi, tenendo conto dei 15 per i previsti aiuti sul piano NATO; mentre per quanto riguarda gli 83 miliardi, devo rispondere che noi saremmo stati ben lieti di includerli nella parte ordinaria del bilancio se il Ministero del Tesoro non avesse consigliato una certa gradualità e non avesse disposto il loro mantenimento nella parti straordinaria. Sta di fatto, comunque, che il nostro bilancio non è certo tale da far pensare a uno sperpero nel settore militare. Anzi, sulla base attuale non è consentito pensare neppure a un aumento delle forze armate. Bisogna invece arrivare a un approfondimento in tale opera, come giustamente ha rilevato l'onorevole Cuttitta e come io stesso avevo detto, parlando otto mesi fa a conclusione della discussione sul bilancio precedente.
Qualche cosa si è fatto in questo frattempo da parte dello Stato Maggiore sulle direttive del Governo, in modo da far sì che all'incremento dimensionale delle forze armate corrispondesse un adeguato approfondimento nella preparazione qualitativa e nella disponibilità dei mezzi, ivi compresi i munizionamenti e le giornate di fuoco. Certo, vi sono delle lacune, soprattutto nelle divisioni autotrasportate e in alcuni tipi di armi da fuoco e di munizioni; però, complessivamente posso dire che in questo periodo un progresso è stato fatto e altro se ne farà proseguendo sulla strada già intrapresa. I rilievi in proposito espressi da alcuni colleghi peccano di esagerazione e di pessimismo.
In tale materia sono stati anche dati dei consigli. Per esempio, è stata ravvisata l'opportunità di limitare le spese degli uffici per potere concentrare le disponibilità sulla spesa viva e in modo particolare sull'addestramento, soprattutto per quanto riguarda l'aviazione, che presenta una notevole importanza anche indipendentemente dal pericolo di una conflagrazione.
A questo punto ritengo di dover inserire un argomento toccato da parecchi oratori e, per ultimo, dall'onorevole Micheli: quello della soppressione di una parte dei distretti.
Non si tratta di un provvedimento affrettato o non coordinato. Esso, al contrario, fa parte di un piano organico da lungo tempo studiato e che anzi avrebbe dovuto esser messo in attuazione anche prima. In tutti i Paesi d'Europa e del mondo ormai si è data una certa organizzazione tecnica ai distretti e la si è adeguata ai moderni ritrovati con l'adozione di mezzi meccanografici e microfotografici. Tale strada abbiamo dovuto seguire anche noi, con la conseguenza che l'apparato distrettuale ne è stato notevolmente ridotto, così da consigliarci a porre in atto un piano di riduzione dei distretti che da 96, quanti sono attualmente, saranno diminuiti a circa 50.
E' quindi evidente che oggi siano stati soppressi soltanto i primi, e che altri dovranno subire la stessa sorte. Ora, io comprendo benissimo, e i miei collaboratori del Ministero lo comprendono bene al pari di me, che la popolazione di una città, la quale ha magari ancora il distretto dell'antico regno di Sardegna o di altri Stati precedenti l'unificazione d'Italia, possa sentirsi colpita non soltanto per ragioni di carattere economico, forse non gravi sotto questo riguardo, quanto piuttosto per il senso della tradizione, dell'amore per le tradizioni locali.
E' peraltro evidente che noi non possiamo — e la Camera, che è così sollecita nel richiedere sempre riforme e ammodernamenti, non può non ritrovarsi in quest'ordine di idee — continuare ad andare a cavallo quando ci solo le macchine e ci sono i mezzi corazzati. Io credo, a esempio, che abbia colpito di più la tradizione, il sentimento nobilissimo di tanti ufficiali, anche di complemento, il fatto che dalla cavalleria si sia passati ai carri armati, di quanto non debba ora colpire questo provvedimento.
E' d'altronde evidente che noi non possiamo mantenere un apparato che è addirittura anteriore alla prima guerra mondiale, quando abbiamo Paesi in Europa, come la vicina Francia, che, con un territorio quasi doppio del nostro, ha soltanto 58 distretti, rispetto ai 96 che accora sussistono da noi.
Ne verrà forse qualche disagio per le popolazioni, che cercheremo di alleviare. Ho già risposto ai colleghi che mi hanno presentato interrogazioni al riguardo, e ho anche risposto direttamente ai colleghi che sono venuti a parlarmene. E ho detto che il personale civile con di ruolo, per il quale, non essendo trasferibile potrebbero nutrirsi le preoccupazioni maggiori (giacché esso potrebbe andar soggetto al non rinnovo del contratto e quindi al licenziamento), sarà tutto mantenuto nei centri distrettuali o, qualora altri enti militari vi siano nella provincia, potrà essere ivi trasferito.
Saranno poi mantenuti i centri distrettuali che si sono chiamati finora provvisori e che d'ora in poi eviteremo di chiamare provvisori, per il fatto appunto che saranno mantenuti. Ci sono già infatti alcuni di questi centri, come quello di La Spezia, i quali rimarranno per l'accettazione delle richieste e l'inoltro dei documenti. Ma non si può andare di là da questo, non si può non mettere in attuazione un piano che è, oltre tutto, economico, giacché fa risparmiare parecchio allo Stato.
Ripeto ancora che, oltre alla ragione economica per cui si potrebbe magari ritardare il provvedimento di qualche tempo, c'è la ragione tecnica che, come ho detto, non può non far passar sopra anche a talune esigenze delle popolazioni.
Circa le questioni tecniche, vorrei dire ai colleghi che hanno parlato di aviazione, di marina, e a tutti coloro che hanno presentato ordini del giorno su questa o su quella altra questione di carattere strettamente tecnico, che io sono qui per rispondere sul piano politico, indubbiamente pronto a rispondere anche dell'operato dei miei collaboratori e dello Stato Maggiore in particolare; sul piano politico, ho detto, e sul piano economico-finanziario. Ma vi sono questioni che non sono politiche e non possono essere assolutamente affrontate e risolte come questioni politiche.
Nessun ministro della difesa, onorevoli colleghi, accetterebbe infatti di pronunciarsi in materia strettamente tecnica, e di sovrapporsi ai compiti e alle prerogative dello Stato Maggiore. Particolarmente poi nei paesi come il nostro, dove il ministro della difesa è solitamente un civile, il quale, come tale, non intende arrogarsi competenze tecniche. Ma quand'anche se le arrogasse, resterebbe sempre il fatto che questa non è materia di competenza del Parlamento, bensì degli Stati Maggiori.
Vorrei pertanto Chiedere al Parlamento che volesse avere questo senso di rispetto che io ho sempre avuto, come ho già dichiarato in quest'aula, nei riguardi del nostro Stato Maggiore.
Detto questo, vengo a questioni il cui carattere politico e amministrativo è più presente: sono le questioni in cui entra l'elemento umano, l'elemento uomo, è vero, onorevole Cuttitta? Ella ha fatto una divisione dell'esercito in due settori, che peraltro mi sembra un po' calcata; ella ha parlato dello stato degli ufficiali, e ne hanno parlato anche gli onorevoli Greco e Boldrini.
Lo stato degli ufficiali è una specie di contratto, per quanto il Governo e il Parlamento possano cambiarlo. Comunque, è una specie di contratto che si fa, in modo che ogni ufficiale sappia che il suo stato è esattamente questo e non verrà cambiato. Sono felicissimo che queste c se vengano dette da parlamentari, ma sarei ancor più lieto che essi le dicessero ai loro stessi colleghi, affinché si evitasse di presentare le proposte di legge, postulando orientamenti diversi per questo o per quel caso.
Ora, l'ho già dichiarato all'inizio della mia azione di ministro e lo ripeto qui io credo di non aver derogato di un millimetro, per nessuna delle tre armi, a questa impostazione: io sono e sarò il rigido custode della legge sullo stato, ivi compresi i limiti di età, che non possono essere mutati ogni momento e che, una volta stabiliti, devono essere rigorosamente rispettati. Su questo terreno, dò al Parlamento la massima garanzia che non derogherò; come pure non derogherò, sulla questione delle promozioni, a quello che mi pare in dovere del ministro, di attenersi cioè al giudizio degli organi competenti, salvo casi eccezionali che esulino dalla questione tecnica.
Ricevo molte segnalazioni, ma devo dichiarare che, mentre cerco di essere sollecito in altri campi, specialmente quando si tratta di soldati e quando si tratta di aiutare famiglie, su questo terreno sono il notaio delle tre Forze Armate le quali devono avere una loro linea, indipendentemente dalla posizione dei ministri che si avvicendano al dicastero della difesa. Non ammetto che si possa modificare un giudizio, di merito e di demerito, da chi si trova in un determinato momento in una posizione politica, di fronte a coloro che hanno la possibilità di dare pieno giudizio nei riguardi degli ufficiali, e che sono le commissioni giudicanti, composte di numerosi membri, soprattutto generali, altamente qualificati.
Veniamo all'altra questione, quella dei « Vas », cioè dei sottufficiali specializzati. E' stato comunicato dai giornali che i congedati sarebbero 7 mila. Non è vero: sono poco più di un migliaio, ed è bene precisarlo.
Si dice: perché non li tenete? Una parte si tengono, ma non è possibile tenerli tutti. E d'altro canto, non è stato promesso che sarebbero stati trattenuti o che sarebbero entrati in pieno nella carriera. Anche adesso, nel bando, ho fatto sì che sia ben chiaro che questa garanzia non venga neppure adombrata; perché è evidente che è necessaria una aliquota di specializzati fra i sottufficiali di complemento, per gli eventuali complementi in caso di mobilitazione.
E' stato detto che è un patrimonio che la nazione crea. D'accordo, ma non è soltanto un patrimonio avere sottufficiali di carriera specializzati; è anche un patrimonio, cui non è possibile rinunciare, avere dei sottufficiali di complemento specializzati che, al momento opportuno, possano corroborare le organizzazioni stabili del nostro ordinamento militare. Quindi, sarebbe un problema insolubile, se si volesse risolverlo nel senso di trattenerli tutti.
Si è ora provveduto a dare a tutti la possibilità di concorrere a permanere stabilmente nei ranghi dell'esercito. Per evitare che avvenga quanto purtroppo è avvenuto quest'anno — cioè che una parte di coloro che sono stati congedati non hanno potuto, perché non hanno raggiunto i limiti di legge, prender parte al concorso per la permanenza in carriera effettiva — si è provveduto, dicevo, a emanare norme opportune per gli anni prossimi.
Per l'altra questione, riguardante la promozione a maresciallo dei sergenti maggiori, ho già dato incarico all'onorevole sottosegretario Sullo, che collabora con me su questo problema, di approfondirne i vari aspetti per portarla a una soluzione, sia pure parziale, nel più breve tempo possibile.
Un argomento ancora più politicizzato è stato sollevato dall'onorevole Boldrini, a proposito della partecipazione dell'esercito nei recenti fatti di Ferrara. E' bene che qui si sappia (mi pare che sia stato dichiarato molto autorevolmente dal Presidente del Consiglio al Senato, è stato pubblicato anche dalla stampa ed è bene che sia ancora ribadito) che i reparti non sono intervenuti a vantaggio dell'una o dell'altra parte, né per salvare dalla distruzione il patrimonio di questo o di quello (fra l'altro c'era anche il patrimonio dell'ente Delta, che viene distribuito direttamente ai braccianti), ma per salvare un patrimonio che appartiene al popolo italiano. Tanto è vero che è stato esplicitamente dichiarato che se dall'intervento fosse derivato qualche anche minimo utile, come, per esempio, il latte, esso sarebbe stato immediatamente e interamente versato agli enti di beneficenza della provincia, senza tener conto dei proprietari, fossero essi piccoli o grandi. Quindi, è stato, come dicevo, un intervento a favore della collettività.
Qualunque possa essere la posizione di un ministro, qualunque fossa essere la sua idea — e in questo sono d'accordo con l'impostazione qui citata dall'onorevole Giolitti — l'esercito non può entrare a favore di una parte o dell'altra; esso è stato impiegato esclusivamente e soltanto per impedire la distruzione del patrimonio zootecnico nazionale.
L'onorevole Bodrini ha parlato, anche, in particolare della questione della ferma e ha domandato se mi sentivo di impegnarmi sulla dichiarazione che il trattato della Comunità europea difensiva non avrebbe condotto a un aumento della ferma militare. Assicuro l'onorevole Boldrini, come ho già fatto interrompendolo, che la ferma legale militare non sarà aumentata. Nell'articolo 12 del protocollo militare si parla della durata della ferma: « In tutti gli Stati membri la durata della ferma di leva è fissata a un minimo di 18 mesi. Questa può essere modificata dal Consiglio, deliberante all'unanimità ». Dunque le decisioni relative alla durata del servizio sono prese dal Consiglio dei ministri deliberante all'unanimità. Il Consiglio non è il Commissariato, il quale vota indipendentemente dalle deliberazioni dei Parlamenti nazionali; il Consiglio è il Consiglio dei ministri. Ora, i ministri nazionali non possono impegnarsi senza il voto del loro Parlamento. Quindi, in caso di entrata il vigore del trattato della C.E.D., per avere un aumento della ferma non solo è necessario il voto del Parlamento italiano, ma sono necessari il voto del Parlamento italiano e i voti di tutti gli altri cinque Parlamenti dei paesi aderenti alla C.E.D.
A maggior prova di ciò, osservo che vi è un protocollo del 27 maggio 1952, il quale dice che ci sarebbero state trattative per un accordo sulla durata del servizio militare. Le riunioni sono avvenute. Il Belgio ha tentato in ogni modo di portare la Francia, l'Italia e la Germania sulla linea della ferma di 21 mesi. Non vi è riuscito per il deciso rifiuto dell'Italia, della Francia e della Germania. E allora proprio il Belgio, dopo aver ratificato la C.E.D., ha portato la sua ferma a 18 mesi, allineandosi così con la C.E.D. L'Olanda stessa sta iniziando oggi un dibattito parlamentare per ridurre la ferma da 21 a 18 mesi, proprio per uniformarsi alla C.E.D.
Da quello che sta avvenendo negli altri Paesi si hanno ulteriori prove che la durata della ferma di 18 mesi non è minacciata, anzi, è garantita proprio dalla C.E.D.

PAJETTA GIULIANO. Onorevole ministro, ella ha fatto dichiarazioni molto interessanti. Ha detto che in tutti i casi in cui occorra un parere del Consiglio dei ministri unanime, si sottintende che questi ministri non possano impegnarsi senza un preventivo voto del Parlamento.

TAVIANI, Ministro della Difesa. Non vi è dubbio, onorevole Pajetta. Il Consiglio dei ministri è costituito da rappresentanti nazionali che sono soggetti al voto del Parlamento. E' la stessa situazione degli ambasciatori. Invece, non è così per il Commissariato, dove i 9 membri sono sganciati dalle posizioni nazionali; anzi essi non sono neppure direttamente eletti dalle rispettive nazioni. A questo proposito, per esempio, si continua a dire sulla stampa che l'onorevole Giacchero è il rappresentante italiano nell'Alta Autorità del carbone e dell'acciaio. Ciò non è vero: Giacchero è uno dei 9 membri dell'Alta Autorità, organo supernazionale. Il Consiglio dei ministri, invece, è un organo internazionale formato da rappresentanti nazionali, che hanno certo un maggior livello, ma dal punto di vista pratico e giuridico funzionano come degli ambasciatori del loro Paese. E' chiaro che domani, per questioni di secondaria importanza, un ministro potrà anche premere posizione in una votazione senza la preventiva consultazione del Parlamento, ma resterà sempre al Parlamento il potere di rinnegare la posizione del ministro e far cadere il Governo. Come oggi succederebbe se l'ambasciatore in Francia o nel Nord America prendesse una posizione che non è convalidata dal Parlamento; evidentemente il Parlamento può sempre far rimuovere l'ambasciatore o addirittura far cadere il Governo.
Su di un argomento così scottante come quello della ferma, nessun ministro potrà mai azzardarsi a decidere prima di sentire il proprio Parlamento. E' del resto una questione che ha inciso in senso determinante nelle elezioni del Belgio: figurarsi se un argomento di questo genere non potrebbe far cadere un Governo!

PAJETTA GIULLNO. Quale articolo della C.E.D. prevede l'autorizzazione preventiva?

TAVIANI, Ministro della Difesa. Sulla base dichiarata dal trattato che il Consiglio dei ministri è un consiglio dei ministri nazionali, quindi organo internazionale. E' come l' O.E.C.E. Se l'onorevole Vanoni, che partirà nei giorni prossimi per Londra per partecipare a riunioni dell' O.E.C.E., aderisse a una deliberazione cui fosse contrario il Parlamento italiano, è chiaro che appena tornato il Parlamento italiano potrebbe mettere in crisi il Governo. (Interruzione del deputato Giuliano Pajetta). Quando si tratta di problemi di particolare importanza, è evidente che occorre il preventivo parere del Parlamento; ma nessun ministro nazionale va all'estero a sostenere una posizione di importanza determinante senza il preventivo parere del Parlamento (salvo il caso della immediata urgenza, caso che è da escludersi per un problema come quello della ferma).
Ma c'è di più, onorevole Pajetta: le nazioni che sono fuori della C.E.D. o per lo meno sono fuori del complesso dei 6 paesi che hanno aderito alla Comunità europea del piano Schuman e che oggi hanno firmato e in parte ratificato la Comunità europea di difesa, hanno tutte o quasi tutte ferma più lunga di 18 mesi. Le darò ora un elenco delle durate delle ferme da cui ella potrà vedere che, restando fuori della C.E.D., vi è veramente la possibilità che la ferma possa aumentare.
Ecco l'elenco: Albania 24 mesi, Bulgaria 36, Canada 36, Cecoslovacchia 36, Gran Bretagna 24, Grecia 24, Jugoslavia 24, Polonia 24, Portogallo 18, Romania 36, Spagna 24, Stati Uniti d'America 24, Ungheria 36, Unione Sovietica 24.
Quindi, come vedete, gli Stati Uniti di America e l'Unione Sovietica, che sono fuori della C.E.D., hanno una ferma di 24 mesi; per cui restando fuori della C.E.D. vi è la possibilità di arrivare a 24 mesi, possibilità che invece praticamente non c'è, entrando nella C.E.D.
Per quanto riguarda la Svizzera — esempio che viene spesso addotto — è vero che la Svizzera ha una ferma di 12 mesi, ma è anche vero che essa comporta un richiamo annuale di 15 giorni, quindi la situazione è forse più gravosa di quanto non sia nel nostro Paese e nei Paesi della C.E.D.
Pratiche di pensione e inquadramenti nei ruoli. Le critiche erano state sollevate anche nel precedente dibattito. Ho dato incarico al sottosegretario Bosco di arrivare a una soluzione, la più rapida possibile. E' stato provveduto mediante una distribuzione razionale interna, con il trasferimento a questo settore di nuovo personale e soprattutto mediante un appello ai funzionari e agli impiegati, i quali hanno risposto pienamente.
Per tali misure il numero dei decreti concessivi di pensione ordinarti, che nel precedente esercizio non aveva raggiunto la cifra di 13 mila unità, ha raggiunto le 17.175 unità; le relazioni al comitato consultivo per le pensioni privilegiate e ordinarie sono salite da 3.715 a 7.381; le perequazioni e le riliquidazioni sono :alite da 15.031 a 26.640; anche le risposte alle richieste di informazioni — cosa che interessa particolarmente i parlamentari — sono aumentate, essendosi passati da 31.724 risposte a 41.560. Se si considera che questa imponente mole di lavoro ha fatto sì che nell'ultimo anno le pratiche arretrate siano diminuite di 18.000, si vede che il numero delle richieste di informazioni potrà anch'esso diminuire in misura adeguata.
Per quanto riguarda l'inquadramento del personale civile (per il quale ho visto, mi pare, degli ordini del giorno) sono state presentate, per l'Esercito, 12.303 domande; dedotte le 2.943 domande del personale di quarta categoria, per il quale non si può procedere all'inquadramento nei ruoli transitori, restano 9.300 domande. Su tale cifra si è provveduto all'inquadramento di 7.001 unità, di cui 3.200 nel 1951-52 e 3.801 nel 1953-54. Restano da inquadrare soltanto 460 unità del personale femminile di prima e seconda categoria, la maggior parte del quale sarà sistemata nell' ambito dell' amministrazione della difesa.
Per la Marina: 3.000 domande; 2.451 inquadramenti effettuati, 960 negli esercizi precedenti e 1.491 in questo esercizio.
Per l'Aeronautica (qui siamo un pochino in ritardo): domande presentate 2.798; inquadramenti avvenuti per 1.446 unità. Anche qui ci sono 64 unità del personale femminile, la maggior parte del quale sarà sistemata nell'ambito dell'amministrazione della difesa.
E veniamo al problema più scottante, almeno stando all'intervento dell'onorevole Barontini dell'altro ieri, relativo all'esuberanza del personale.
Faccio presente intanto all'onorevole Barontini che non è neppure lui d'accordo con alcuni suoi compagni di partito, perché su un giornale della sua parte si dice che dal bilancio della Difesa risulta che per amministrare circa 200.000 unità sotto le armi si trova attualmente in attività di servizio un esercito di 57 mila impiegati civili.
Ora, questo non è del tutto esatto. La notizia è riportata da Il Paese del 22 maggio di quest'anno.
E' stato detto che in certi stabilimenti manca il personale qualificato. Non c'è dubbio. Lo sappiamo benissimo. E' certo che vi sono alcuni settori di personale qualificato che non sono completamente coperti. Quando si parla di esuberanza, ci si riferisce al complesso del personale. Ora, non c'è dubbio che, nel complesso, ci troviamo di fronte a una esuberanza.
Oggi la Marina (tanto per riferirci all'arma di cui si è più parlato qui) ha 32.000 operai. Di questi 32.000, soltanto 20.000 sussistevano prima della guerra, quando avevamo una flotta tre volte più grande dell'attuale. Questa è la prova evidente che una certa esuberanza sussiste.
Si dice: ma allora perché vengono date delle ordinazioni alle industrie private?
Mi pare che nell'intervento di oggi dell'onorevole Clocchiatti si sia parlato di industria straniera. Su questo punto devo dire molto chiaramente che prima di dare l'autorizzazione per commesse dal commercio estero (non naturalmente per la merce regalata), quando si tratta di ordinazioni pagate, solo nei casi estremi di pezzi di ricambio assolutamente introvabili e non fabbricabili nel nostro Paese, data la situazione interna, e solo quando è accertata da una supercommissione di revisione che si tratta di una situazione veramente tale, soltanto in questi casi dò l'autorizzazione di ricorrere all'industria straniera. Ma, ripeto, si tratta di casi eccezionali e molto ridotti: qualche migliaio di dollari o qualche centinaio di sterline.
Per quanto riguarda l'industria privata italiana, perché alle volte vi si ricorre in modo particolare a La Spezia? Perché si devono eseguire contemporaneamente lavori su diverse unità navali con l'impiego di numerosi specializzati, che non sono reperibili, in quel determinato momento, nei nostri arsenali. Se fosse possibile perequare la distribuzione degli operai specializzati nei vari stabilimenti, senza tener conto della differenza delle armi, si potrebbe evitare questo ricorso all'industria privata. Purtroppo, però, noi sappiamo che questi spostamenti sono possibili solo nell'ambito della stessa città, perché i salariati non sono trasferibili fuori della sede cittadina, e quindi non possiamo, per esempio, trasferire l'eventuale esuberanza di personale esistente in una determinata base o in un certo stabilimento, in un altro settore che magari presenti una deficienza.
Quando si parla di ridimensionamento, occorre riferirsi solo a taluni stabilimenti. Si è spesso generalizzato, mentre invece il problema va ristretto a determinati stabilimenti: Venezia e Messina, mentre non riguarda La Spezia e Taranto.
Il problema dei ridimensionamenti è un problema di natura tecnico-militare. Indubbiamente il problema sussiste; ne ho già parlato al Senato, e ho detto chiaramente che non si ha alcuna intenzione di risolvere il problema mediante il mancato rinnovo dei contratti o mediante i licenziamenti, perché non si può aggravare usa situazione sociale — quale è quella italiana — con un'altra massa di manodopera che verrebbe a trovarsi sul mercato nazionale senza possibilità di utilizzazione.
Quindi, il problema sociale, il problema umano, è profondamente sentito dal ministro, come da tutto il Governo, e appunto per questo il Ministero della Difesa è costretto a fare il sacrificio — rilevato da alcuni — di qualche decina di miliardi in più, che vengono spesi per oneri non perfettamente militari. Non vorrei dire neppure per spese di beneficenza, perché la parola « beneficenza » nei rapporti tra Stato e persona, a parer mio, deve essere eliminata. Diremo allora e più propriamente: spese di assistenza sociale o spese sociali, che certo starebbero molto meglio sul bilancio del Lavoro che non su quello della Difesa.

GUADALUPI. E' la tesi dell'onorevole Pacciardi.

TAVIANI, Ministro della Difesa. Non è la tesi dell'onorevole Pacciardi: è la realtà. Del resto, ho già detto che il problema non si pone per tutti gli stabilimenti militari, ma solo per quelli nei quali risulta più chiaramente una esuberanza di manodopera non direttamente necessaria a opere difensive.
Quindi, quando ho detto che non si farà ricorso ai licenziamenti, mi pare che si sia data la più importante delle assicurazioni.
L'onorevole Barontini ha detto: se avete questo problema, risolvetelo. E' vero, il problema si pone come uno di quelli la cui soluzione è di carattere economico; una soluzione che non è tanto del Ministero della Difesa, ma dei ministeri economici. Certo, non è un'impresa tanto facile, perché provvedere al ridimensionamento senza alleggerimento di mano d'opera non è impresa da poco. Se ci riusciremo, sarà un grande risultato.
Si è anche parlato di questo allorché si è trattato l'argomento di alcuni mancati rinnovi di contratto. Onorevole Barontini, sa quanti contratti di lavoro sono stati rinnovati il 30 giugno? 73 mila. E sa quanti sono i contratti di lavoro che non sono stati rinnovati? Soltanto 32. Perciò, si può sollevare una questione economica o politica su questo argomento? Non vi è nessun problema politico. Vi sono dei problemi personali e umani, che hanno sempre il loro valore, perché anche un solo lavoratore ha diritto di essere tutelato. Ma non gli mancano i mezzi di questa tutela, voglio dire i mezzi di ricorso: se si sono fatte ingiustizie, il lavoratore ha modo di ricorrere.
Comunque, si tratta di casi personali, di casi singoli, e non può assolutamente parlarsi (come ho letto in un un'interrogazione pervenutami oggi) di «numerosi» casi. Aggiungerò anzi che la cifra è stata inferiore a qualsiasi altro momento di rinnovo dei contratti, perché al 31 gennaio la cifra dei non rinnovi era superiore.

GUADALUPI. Grazie alla lotta dei lavoratori!

TAVIANI, Ministro della Difesa. Onorevole Guadalupi, l'aspettavo su questo punto. E' facile montare una campagna e poi dire: grazie alla nostra lotta si è sventata quella certa minaccia. E poi vi siete lamentati perché, quando siete venuti da me, non vi ho risposto! All’onorevole Faralli, che è venuto in veste amichevole, ho risposto subito. Ma sapevo che voi avreste detto: la commissione ha ottenuto questo, mentre non vi è mai stato neppure il progetto di procedere a licenziamenti in massa, che voi per alcune settimane avete annunciato in vari centri d'Italia. E che questo progetto neppure sia esistito è provato dalla dichiarazione che io ho fatto al Senato e che voi avete zelantemente distribuito in tutta Italia attraverso dei manifesti. In quelle dichiarazioni era l'esplicita affermazione che non in quel modo pensavamo di risolvere il problema del ridimensionamento, che, indubbiamente, esiste.
L'onorevole Barontini ha parlato di un'inchiesta che si starebbe facendo. E' qualcosa di meno e qualcosa di più di un'inchiesta: è un periodico aggiornamento di dati che viene fatto ogni tre o quattro anni e che evidentemente non può non esser fatto, trattandosi di un settore così delicato come quello degli stabilimenti militari. In qualunque Paese del mondo vengono fatti periodicamente questi aggiornamenti di dati.
Per quanto riguarda poi la questione delle libertà democratiche l'onorevole Barontini ha parlato dell'abolizione di riconoscimenti e di altro. Non vi è stata alcuna abolizione del riconoscimento delle commissioni interne. Si è detto semplicemente che i membri delle commissioni interne devono partecipare come tutti gli altri lavoratori al lavoro; soltanto ultimato l'orario di lavoro — o, in casi eccezionali, chiedendo il permesso ai dirigenti durante l'orario di 1avoro — essi possono adempiere alle loro mansioni sindacali. (Proteste a sinistra). Onorevole Barontini, ella ha parlato di una misura fascista. Ebbene, prescindendo dal fatto che le commissioni interne furono abolite nel 1922-23, domando a lei, e se non lo sa lo chieda ai vecchi sindacalisti, come ho fatto io, se, prima del fascismo, le commissioni interne assolvevano alla loro funzione sindacale durante o fuori dell'orario di lavoro... (Rumori a sinistra). Ma le dico una cosa di più. Ella ha parlato di misura fascista. Ebbene, si informi — come mi sono informato io — del regime di lavoro che esiste in tutti i Paesi del mondo, democratico secondo voi e non secondo noi, o democratico secondo noi e non secondo voi, e vedrà che le nostre misure sono le più larghe. Se farà il confronto con la Francia, con l'Inghilterra, con l'Unione Sovietica, con la Cecoslovacchia, potrà constatare che le nostre misure di libertà di lavoro negli stabilimenti militari sono fra le più larghe oggi esistenti in Europa e nel mondo. (Vivi applausi al centro – Commenti a sinistra).
Onorevole Barontini, ella ha detto un'altra cosa che mi ha preoccupato, quando ha affermato che vi sono delle ditte che lavorano negli arsenali militari e che non pagano l'assicurazione. Sarò ben lieto se ella, magari in una conversazione privata, nel caso che non desideri fare dei nomi in pubblico, mi fornirà i nomi di queste ditte, anche se non potrà dare una precisa documentazione. La assicuro che su questo terreno procederemo inesorabilmente e con la massima rapidità. Un suo collega, molto vicino alla sua parte, mi ha fornito un elenco di ditte che, in un altro campo, non avrebbero adottato le misure prescritte dalla legge ai fini dell'assicurazione dei lavoratori. Abbiamo immediatamente proceduto a una rigorosa inchiesta e oggi stiamo provvedendo. Pertanto, su questo terreno saremo ben lieti di avere la collaborazione costruttiva di qualsiasi settore della Camera, per la protezione dei lavoratori.
Speravo che l'argomento degli emolumenti per i prigionieri di guerra non venisse più sollevato, ma oggi l'onorevole Tarozzi lo ha nuovamente prospettato. Io l'ho interrotto dicendogli che avrei riletto quanto ho dichiarato al Senato per smentire l'affermazione che il Governo non avrebbe detto nulla dopo la risposta data all'interrogazione dell'onorevole Fietta.
Ecco quanto dissi al Senato: « Sul finire del novembre, 1'edizione del Mezzogiorno dell'Unità — non parlo dell'edizione romana — ed i giornali comunisti toscani hanno stampato la notizia che al Ministero della Difesa vi sarebbero stati dei fondi da distribuire agli ex cooperatori prigionieri in Nordamerica. Appena veduta la notizia, il Ministero immediatamente ha provveduto alla smentita. Nonostante la smentita, sulla base di quelle dichiarazioni dell'Unità e degli altri giornali comunisti toscani, sono incominciate le distribuzioni di fogli per la richiesta di fondi al Ministero, e sono cominciate ad arrivare le domande al Ministero per le richieste a questo proposito. Allora è stata fatta una seconda smentita, con questa dichiarazione: "Al Ministero della Difesa pervengono, da parte degli ex prigionieri, numerose domande per competenza per aver prestato negli Stati Uniti di America lavoro in qualità di cooperatori. Il Ministero aveva già smentito questa notizia, essendo stato l'intero importo corrisposto dalle autorità americane totalmente devoluto agli interessati. Per queste ragioni, le richieste non hanno alcuna possibilità di accoglimento". Nonostante tutto questo si parla — dicevo allora al Senato — di silenzio del Ministero; su certi giornali si parla addirittura di uno scandalo (che non sarebbe avvenuto adesso, ma qualche anno fa) di 16 miliardi.
Dicevo ancora al Senato: « Ci siamo visti pervenire dai Prefetti una serie di segnalazioni. Non soltanto i cooperatori scrivevano individualmente al Ministero della Difesa, ma addirittura le varie sezioni della C.G.I.L. e delle camere del lavoro mandavano circolari agli interessati, nelle quali si comunicava che il Ministero della Difesa era l'organo competente per esaminare le domande degli ex prigionieri di guerra che reclamano ancora la liquidazione, con annessi moduli da riempire e da sottoscrivere da parte degli interessati ».
Indubbiamente, quando una persona si vede arrivare una circolare nella quale si dice che il Ministero della Difesa è competente a provvedere a una liquidazione che l'interessa, questa persona riempie il modulo e lo spedisce al Ministero.
Abbiamo fatto allora una ulteriore smentita. Quindi, tre smentite e le mie dichiarazioni al Senato, e oggi si continua a dire che il Ministero della Difesa non ha detto niente.

TAROZZI. Ma i moduli sono ai distretti? Si possono riempire?

TAVIANI, Ministro della Difesa. I distretti avevano i moduli. Comunque, voi vi siete provveduti di questi moduli e li avete distribuiti.

GUADAI.UPI. Ella non può impedire ai patronati dell' I.N.C.A. di fare l'assistenza.

TAVIANI, Ministro della Difesa. Se siete convinti che il Ministero non abbia dato tutto quello che doveva dare, dovete fare la questione giuridica, ma non dovevate montare l'opinione pubblica su questo argomento. Questa è una speculazione politica. (Interruzione a sinistra).
Dicevo sempre al Senato in quella occasione: « Il Governo italiano, per quell'accordo, si è assunto in proprio le obbligazioni verso la categoria dei prigionieri, mentre il Governo degli Stati Uniti si è liberato dai suoi impegni mediante il versamento al Tesoro italiano della somma di 26 milioni e 300 mila dollari, somma che è stata calcolata sulla base dell'importo dei singoli rilievi di conto. L'erogazione del fondo è stata affidata all'amministrazione militare che fino a ora ha effettuato circa 50 mila pagamenti. Tenuto conto del tasso di cambio di lire 573 per dollaro, tasso stabilito negli accordi del 1949, la somma fino a ora stanziata ascende a 15 miliardi 247 milioni e 590 mila lire. Restano ancora (allora, quando parlavo al Senato: oggi non ho con me le cifre precise) a disposizione dell'amministrazione militare 169 milioni per soddisfare alcune centinaia di reclami tuttora in corso di accertamento. L'accordo stipulato in data 14 gennaio 1949 specifica gli impegni assunti, che non comprendono la pretesa differenza di salario cui si riferiscono i reduci. L’equivoco può sorgere dal fatto di questa differenza di salario, ma essa non compare nell'accordo, per il quale il Governo italiano si è impegnato a distribuire quello che gli è stato dato, cioè quei 15 miliardi e 247 milioni, e questo è stato tutto distribuito ».
Potete fare la questione giuridica affermando che questo fondo non è stato distribuito: risulterà che non è vero. Potete dire che ci sono state delle malversazioni; ma c'e pure la Corte dei Conti: l'amministrazione militare non può mica fare quello che vuole. Pensate che soltanto per un mandato di 8 mila lire occorrono tre visti.

ANGELUCCI MARIO. E la questione del cambio?

TAVIANI, Ministro della Difesa. Il cambio era fissato dall'accordo. Potete fare l'obiezione che il Governo degli Stati Uniti non abbia dato abbastanza, che dovesse dare di più, come sarebbe stato promesso a questi cooperatori. Io non so che cosa sia stato promesso. So però che tutto quello che è stato dato è stato distribuito. L'unica azione politica che potrebbe promuovere il Ministero degli Esteri è un ricorso, ma esso andrebbe fatto non solo nei riguardi degli Stati Uniti d'America, ma anche della Gran Bretagna e dell'Unione Sovietica, i quali Paesi non hanno dato addirittura niente. Al di fuori di ciò non c'è alcuna possibilità di fare una ulteriore discussione su questo argomento. (Interruzione del deputato Tarozzi).
E veniamo all'aviazione civile, largamente trattata dall'onorevole Veronesi e ripresa da qualche altro. L'onorevole Veronesi ha detto che ci troviamo su un terreno di immobilismo. Io riconosco che speravo si potesse fare di più in questi mesi e che non tutto quello che era stato pubblicato si è potuto fare. Però non è giusto parlare di immobilismo, perché qualche cosa è stata fatta e avrò occasione di dimostrarla con la collaborazione dell'onorevole Bertinelli che si è occupato particolarmente di questo problema.
Ella, onorevole Veronesi, diceva che le società civili sono fuori dell'azione del Governo. Questo non è del tutto vero. Ella sa benissimo che c'è anche una partecipazione dell'Iri. In questi ultimi mesi c'è stato un miglioramento per quanto riguarda i servizi delle nostre due società civili di aviazione, e a questo miglioramento non è stata estranea l'azione del Governo. Ma il problema più grave dell'aviazione civile non è tanto quello del miglioramento che, sia pur lento ma costante, c'è, quanto quello degli impianti o, come ora si usa dire, delle « infrastrutture ». Anche per questo settore è stato fatto qualcosa.
Per quanto riguarda l'aeroporto di Genova c'è l'appalto in corso e fra qualche mese si potranno iniziare i lavori. Per l'aeroporto di Venezia c'è qualche cosa (questa non è né una garanzia né una promessa: a volte si mettono a fuoco i problemi e poi intervengono degli intralci; però siamo sulla strada che dovrebbe portarci alla conclusione anche in un tempo abbastanza ravvicinato). Dopo quello di Venezia, in ordine cronologico per l'importanza della base a terra, noi vediamo l'aeroporto di Palermo, che però adesso non possiamo ancora prendere in considerazione. (Interruzione del deputato Petrucci). Per l'aeroporto di Fiumicino ci sono state delle riunioni oggi, e l'aeroporto di Ciampino credo sia alla fine dei suoi lunghissimi lavori di riattamento.
L'aspetto dell'aviazione civile su cui si insiste di più è quello industriale, a proposito del quale debbo dire un'altra delle verità spiacevoli ma doverose. Bisogna sbarazzarsi dell'idea anacronistica che industria aeronautica possa vivere unicamente sulle commesse nazionali civili o militari. Tutt'al più, coi nostri piccoli mezzi, potremmo pensare a mantenere una piccolissima industria per i pezzi di ricambio. Se dovessimo infatti pensare a una industria nazionale completa in questo settore, è tale il costo di un apparecchio a reazione moderno, che dovremmo immediatamente triplicare il bilancio della aeronautica militare E anche in questo caso probabilmente non riusciremmo a mantenere efficiente una grande officina aeronautica. Il progresso è così rapido che un mercato nazionale non può mantenere una industria di tal genere, se non basandosi su un piano di vastità e di grandiosità notevoli. Quindi, non si può pensare a una anche piccola industria aeronautica italiana, ma la si deve inquadrare per lo meno nel mercato di tutta l'Europa. E' quello che si è cercato di fare nel caso di Torino, cui ho già accennato e per il quale ho recentemente ottenuto una prima commessa. A coloro poi che invocano le industrie che vivevano e fiorivano in passato, debbo rispondere che nel settore aeronautico tale paragone non può farsi perché nel volgere di 20 o 30 anni una tale industria è progredita per lo meno quanto gli altri settori hanno fatto fra il Settecento e l'Ottocento, in 150 anni.
Per quanto riguarda il caso specifico di Passignano del Trasimeno, sono state mantenute le commesse che erano siate sospese, conformemente al desiderio del collega che in proposito ha presentato un ordine del giorno. Per il resto cercheremo di fare tutto il possibile, tenendo presente però che noi siamo il Ministero delle Difesa e non quello dell'Industria o del Lavoro, e che i nostri limiti in proposito sono alquanto ristretti.
Io mi scuso se non ho risposto a tutti gli altri argomenti, pur importanti, che sono stati trattati nel corso della discussione. Ad alcuni risponderò in sede di esame degli ordini del giorno, ad altri in sede di risposta alle interrogazioni o interpellanze già presentate.
Vorrei concludere riferendomi a una frase pronunciata ieri dall'onorevole Stucchi. Egli ha detto che l'avvenire non è monopolio di pochi uomini di Governo. Sono perfettamente d'accordo. L'avvenire non è monopolio di pochi uomini di Governo né dell'opposizione. L'avvenire è del popolo italiano. Io posso solo garantire che per oggi e per l'avvenire il popolo italiano può contare sulla assoluta dedizione delle forze armate di terra, del mare e dell'aria. Le nostre non sono naturalmente le forze armate di una potenza imperiale, ma di una nazione che ha scopi di pace e di progresso civile. Sono di proporzioni limitate, ma, come ho avuto occasione di ampiamente illustrare, ogni anno che passa sono sempre più efficienti, sempre più perfezionate in profondità negli uomini, nei mezzi e nei servizi, sempre più fedeli alla Patria, che non è soltanto un nome, pur grande, che non è soltanto una bandiera, pur sacra; la Patria, come era per i nostri genitori che hanno combattuto sul Carso e sul Piave e come è per noi, è la grande famiglia di tutti gli italiani.
E le nostre Forze Armate sono tali da garantire, nel gran quadro dell'alleanza dei popoli liberi, la dignità, l'indipendenza e la pace con sicurezza del popolo italiano. (Vivi applausi al centro e a destra — Molte congratulazioni).

On. Paolo Emilio Taviani
Camera dei Deputati
Roma, 8 luglio 1954
(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di giovedì 8 luglio 1954)


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