LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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L'ADESIONE DELL'ITALIA ALLA UEO: INTERVENTO DI GUIDO GONELLA ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 22 dicembre 1954)

Fallita la C.E.D. (Comunità Europea di Difesa) a causa del voto contrario alla ratifica del relativo Trattato da parte del parlamento francese, i principali Paesi dell'Europa occidentale riavviarono il processo europeista anche nel settore della difesa attravreso l'U.E.O. (Unione Europea Occidentale).
La Camera dei Deputati, il 22 dicembre 1954, discute il disegno di legge di ratifica degli accordi di Parigi, che istituiscono l'U.E.O.
Relatore di maggioranza è Guido Gonella.
L'opposizione comunista, anche questa volta, è ostile e contraria alla scelta europeista ed atlantica.

* * *

GONELLA, Relatore per la maggioranza. Signor Presidente, onorevoli colleghi! La discussione sui protocolli di Parigi è stata ampia in tutti i settori e su ogni aspetto fondamentale dei problemi in esame. Credo non sia una difficile profezia il prevedere che nei parlamenti degli altri paesi interessati la discussione di questi accordi probabilmente non avrà quello sviluppo che ha avuto alla Camera italiana. (Commenti a sinistra).
Questo preliminare rilievo mi sembra opportuno per sottolineare, come il Parlamento ha sottolineato, la gravità del problema in discussione e il senso di responsabilità con il quale questa discussione è stata affrontata.
Ora, a nome della maggioranza della Commissione, risponderò alle osservazioni ed alle critiche che sono state mosse ai protocolli di Parigi. Una prima questione fondamentale riguarda la natura dell'Unione dell'Europa occidentale.
Dal complesso della discussione si rileva che il raffronto, già fatto nella nostra relazione, fra la natura della C.E.D. e la natura dell'U.E.O., è un raffronto molto utile per delineare, in comparazione, le caratteristiche dell'Unione dell'Europa occidentale.
A tale proposito, dobbiamo essere grati all'onorevole Nenni il quale, insistendo proprio su questo argomento, ha confutato, se non esplicitamente almeno implicitamente, la tesi dell'estrema sinistra che considera l'U.E.O. nient'altro che una «mascheratura» o un «surrogato» della C.E.D.
Non è così, ha osservato l'onorevole Nenni; si tratta – l'espressione è sua – di un «progresso» rispetto alla C.E.D. Naturalmente, bisogna precisare di che tipo di progresso si intende parlare. Progresso – egli dice – nel senso che quegli organi supernazionali che caratterizzavano l'istituzione precedentemente delineata sono venuti meno in questo nuovo progetto che è al nostro esame.
Noi, dal nostro punto di vista, diremo che si tratta di un progresso «involutivo» cioè di un regresso; ma vi è però quel mutamento di situazioni che l'estrema sinistra non intende riconoscere.
Personalmente non posso che condividere le parole precise che sono state pronunciate in quest'aula dagli onorevoli La Malfa, Rossi e Selvaggi, i quali hanno chiarito – direi in contrasto con la tesi dell'onorevole Nenni – che per noi federalisti l'U.E.O. non è che una semplice tappa di una ben lunga via che, confidiamo, potrà essere percorsa.
Qui siamo solo all'inizio di un cammino; si tratta di una posizione di partenza che non contraddice con la nostra ideologia federalista, ma che certamente – in quanto solo iniziale – non può rappresentare una sufficiente soddisfazione delle aspirazioni di cui ci siamo fatti interpreti.
È vero, la C.E.D. è caduta. L'onorevole Nenni, che ha detto di desiderare una fine d'anno con buoni bilanci, sicuramente può porre nel bilancio della sua parte la fine della C.E.D., caduta però per una singolare commistione di ragioni sostenute, da una parte, dal comunismo e, dall'altra, dal nazionalismo reazionario francese. Le due estreme si sono trovate alleate nella critica demolitrice.
Il bilancio è quindi positivo solo per chi voleva opporsi al progresso delle istituzioni internazionali; ma non può essere positivo per noi. Siamo però convinti che – se è stato battuto il federalismo in una sua concreta, se pur contingente, espressione storica – l'ideologia che stava alla base di questo primo tentativo di costituire organi supernazionali e diremmo anche l'esigenza storica che si desiderava soddisfare in questa maniera, sono per noi più che mai vive.
Il presidente del consiglio francese Mendès-France ha detto (egli ha parlato con tono forse ironico, ma a noi sia permesso di ripetere senza ironia) che la C.E.D. precorreva i tempi, e che i sostenitori della C.E.D. domani saranno salutati come «precursori». Certamente: precursori di una politica che risolve la più grave alternativa del nostro tempo in un modo il quale ogni giorno di più s'impone alla nostra responsabilità di uomini politici.
L'alternativa è fra la politica dell'imperialismo da una parte e la politica del federalismo dall'altra; fra la politica che rappresenta il passato con tutte le sue minacce e rovine, e la politica che – secondo noi – dovrebbe alimentare le speranze ed aprire le prospettive del futuro.
Di questa politica del federalismo ci dichiariamo più che mai fautori proprio alla soglia della nostra ragionata esposizione dei motivi che militano a favore degli accordi di Parigi. Ribadendo la nostra fiducia nel federalismo sappiamo – come osservava il Presidente De Gasperi – di essere nel solco della tradizione cristiana, ed anche sul piano dell'ideologia socialista, come pure nello spirito degli ideali mazziniani.
Il federalismo per noi rappresenta uno sforzo di maturazione politica dell'umanità, cioè lo sforzo per trovare una forma di articolazione della società degli Stati. Vogliamo concepire i rapporti tra le nazioni non semplicemente come furono fin qui concepiti, cioè come rapporti esclusivamente convenzionali che si concretano in trattati, o in altri strumenti internazionali posti in essere da una contingente e transeunte manifestazione di volontà dei singoli Stati; vogliamo concepire le relazioni fra gli Stati come qualcosa di organico, di permanente, cioè come qualche cosa che sia istituzionale e non semplicemente convenzionale. Non bastano dei semplici «fili» che uniscono interessi momentanei; bisogna che le relazioni fra i popoli siano dei «tessuti» permanenti, abbiano durata, consistenza, organicità, articolazione.
Il federalismo intende dar vita ad istituzioni nella quali gli Stati aderenti si devono trovare (in virtù della specificazione di funzioni) nell'impossibilità materiale di farsi guerre fra di loro, come pure si devono trovare coalizzati contro coloro che minacciassero guerre.
Il progresso dagli accordi comuni alle assemblee comuni e alle forze comuni si dovrà realizzare con il metodo dell'integrazione che stava alla base della C.E.D e che, sia pure in forma molto attenuata, è presente anche nell'U.E.O.
La moderna integrazione, quale noi la concepiamo, non va intesa nel significato comune del sommare forze ad altre forze: questa integrazione per mezzo di associazione ha sempre caratterizzato, fin dall'antichità, tutte le alleanze militari, per cui l'esercito di uno Stato aggiungeva, sommava, le proprie forze a quelle di un altro Stato. L'integrazione veniva intesa dalla C.E.D. in ben altro modo, in quanto era un'integrazione non semplicemente associativa ma pure funzionale: cioè si poneva in essere un condizionamento reciproco ed una interdipendenza funzionale tra le forze partecipanti alla coalizione, in modo che tutte le forze fossero necessarie, ma nessuna sufficiente a muovere la coalizione.
L'esercito integrato della C.E.D. era integrato proprio nel predetto senso funzionale, sicché con esso veniva meno, per ragioni strutturali, ogni possibilità di iniziativa bellica da parte di questo o quel membro della comunità. Ora, questa integrazione funzionale ha lasciato solo una traccia negli strumenti diplomatici che sono sottoposti al nostro esame.
Per questo si può dire che si è passati da un progetto di esercito integrato (C.E.D.) ad un progetto di integrazione di eserciti (U.E.O.).
Proseguendo in questa introduzione, devo rilevare che un altro punto è stato toccato, specialmente dall'estrema destra, ma anche dall'estrema sinistra, per una singolare ironia o capriccio o astuzia della storia: si tratta della difesa del principio di nazionalità.
Abbiamo sentito, sia da una parte sia dall'altra, tanto in Commissione quanto in Assemblea, insistere sui valori della nazionalità che queste intese internazionali potrebbero minacciare o compromettere.
Noi sosteniamo che i supremi valori di nazionalità appartengono in maniera così indiscussa al nostro patrimonio ideologico e politico che è già cosa grave il metterli in discussione. In fondo, costituiscono l'alfabeto politico con il quale c'è dato di parlare politicamente nella vita interna ed esterna della comunità nazionale.
Preferiamo invece soffermarci su un aspetto caratteristico della vita delle nazionalità quale ci è rivelato dalla recente esperienza storica, cioè sulla crisi della loro sicurezza. Affermare che le nazioni sono sovrane, indipendenti, intangibili, ecc., è tanto importante quanto facile, finché si resta sul terreno teorico. Ma la storia del XX secolo ci pone ripetutamente davanti il fatto storico di queste nazioni (sovrane, indipendenti, intangibili, ecc.) aggredite dagli imperialismi che ne minacciano l'integrità e pure l'esistenza.
È quindi la storia stessa che ci ammaestra sulla necessità di tutelare i valori nazionali efficacemente affermati fin dal secolo scorso, uscendo dal cerchio chiuso delle nazionalità le quali possono essere in sé perfette ma – in quanto isolate – sono imbelli di fronte all'attacco massiccio degli imperialismi; è la storia che ci fa sentire l'urgenza di trovare una via d'uscita per una più larga tutela, per una più sicura garanzia delle nazionalità. Questa via d'uscita e la cooperazione tra le nazioni per la difesa delle singole individualità nazionali. Al di là della nazione, non per negarla ma per meglio tutelarla: questo è il principio fondamentale cui s'ispira la nostra politica estera.
L'Unione dell'Europa occidentale è proprio una forma di cooperazione fra nazioni per la loro difesa dall'imperialismo che si è rivoltato contro la nazionalità da cui è sorto: appare questo una specie di matricidio, perché l'imperialismo è venuto a contraddire il principio stesso da cui ebbe vita opprimendo, con la politica degli spazi vitali, quelle nazionalità che, invece, devono tra loro coesistere se si vuole un'organica società di libere nazioni.
Vi è pure un ultimo tema di queste premesse generali sul quale hanno parlato, con molta insistenza, gli onorevoli Anfuso, Cavallari, Caprara, Basso ed altri. All'estrema destra e all'estrema sinistra si è preoccupati che intese, come quella in discussione, finiscano per incrinare e ledere il principio della sovranità che sta alla base del concetto stesso dello Stato moderno di cui dobbiamo essere custodi. Suscitando la critica dell'onorevole Cavallari, abbiamo cercato di sostenere nella nostra relazione che neppure al vertice dello Stato esistono volontà assolute, perché ogni volontà, anche se sovrana, ha dei limiti o nella legge morale o nel diritto naturale Per esempio, nessuna sovranità noi riconosciamo abilitata a violare le fondamentali libertà umane. Si tratta di limiti che s'impongono all'azione di ogni uomo e per ciò stesso all'azione delle umane società e quindi dei loro capi responsabili.
Ma, restando pure al di qua di questi limiti metapolitici, se ci poniamo sul terreno del diritto positivo, sul terreno della nostra Costituzione, vediamo prospettati dei limiti che lo Stato stesso pone in essere con una sua azione volontaria e, in quanto volontaria, libera. Non si lede il principio della sovranità promuovendo liberamente autolimitazioni volontarie, reciproche, paritarie e, quindi, tali da determinare una limitazione dei propri poteri sovrani accanto ad una limitazione di poteri sovrani di altri, nel quadro di una associazione di sovranità che rappresenta quanto di più progredito si possa oggi prospettare nello sviluppo della disciplina giuridica dei rapporti fra Stati.
Perciò non si tratta, onorevole Cavallari, di una «delega ad organi stranieri» come ella ha detto; non vi è alcuna «delega», e tanto meno ad organi «stranieri». Si tratta di una competenza liberamente e collegialmente riconosciuta ad organi internazionali, o, meglio, plurinazionali, nei quali la nostra volontà è presente e determinante non meno delle altre volontà, anche per il previsto sistema della unanimità dei consensi richiesta per la validità delle decisioni su determinate materie.
Si mira ad attuare una conciliazione fra i diritti di sovranità ed i doveri di cooperazione, fra i legittimi diritti di indipendenza ed i doveri che s'impongono ad ogni membro della comunità internazionale. Questa è – ripeto – la via del progresso giuridico che, all'interno degli Stati, si è realizzato con l'autolimitazione dei poteri dell'individuo e che, analogamente, nei rapporti fra gli Stati si può realizzare solo attraverso forme di autolimitazione dei poteri sovrani. Sono necessarie rinuncie a farsi giustizia da sé, in determinate materie, perché la giustizia sia fatta non con la forza ma con il diritto, non dai contendenti ma da superiori ed imparziali organi della società cui appartengono i contendenti.
Passiamo ora ad esaminare più specificamente il nostro tema: l'Unione dell'Europa occidentale.
L'evidenza stessa ci avverte che vi è una nota caratteristica la quale domina tutte le altre: cioè, trattiamo di una «unione» di natura difensiva fra paesi dell'occidente europeo. L'onorevole Anfuso, ricordando la C.E.D., ha parlato di un «coltello spezzato». Noi preferiamo dire: la Unione dell'Europa occidentale intende essere una corazza che si vuole sempre più larga e più temprata per resistere ad ogni tentativo di aggressione.
Ma qui intervengono, all'estrema sinistra, gli onorevoli Ingrao e Longo. Questa vostra Europa comprende anche Praga e Budapest? Queste città sono forse fuori dell'Europa? E l'onorevole Longo incalza: ma che accordi «europei» sono mai questi di Parigi, dai quali vengono «escluse» la Polonia, la Cecoslovacchia, l'Unione Sovietica? Credo che su questo punto dovremmo intenderci una volta per tutte, superando un certo noioso equivoco che forse vi poteva essere nel progetto della C. E. D.
Dobbiamo riconoscere che nella situazione politica attuale, in questa situazione contingente, non vi è un'Europa unita, ma vi sono due parti dell'Europa. Gli sviluppi della situazione postbellica hanno portato, contro la nostra volontà, all'impossibilità di realizzare, almeno per ora, il piano veramente progressista degli Stati uniti d'Europa; hanno portato a sentire l'esigenza imperiosa di consolidare anzitutto i legami fra le nazioni libere dell'occidente, di favorire preventivamente il consolidamento dell'associazione degli Stati dell'Europa occidentale, il consolidamento dell'organizzazione europea dei paesi appartenenti alla Comunità atlantica.
Non sarà mai sufficientemente osservato che questa non è la nostra soluzione ideale, né una soluzione di libera scelta, ma una determinazione di necessità, poiché questi progetti di coalizioni internazionali si basano su una situazione che non abbiamo creato noi, ma che riceviamo dalla storia, dagli sviluppi della vicenda bellica e postbellica.
E la situazione della quale nessuno qui ha parlato, ma che deve essere sempre davanti ai nostri occhi, è questa: la guerra calda, la guerra mondiale, finì quasi dieci anni fa con una crudele, insanata, e finora insanabile, discordia fra i vincitori. Questo è il dato di fatto. Noi potremo avere tutta la migliore buona volontà di intervenire con la nostra politica per mutare questa situazione di fatto, ma un fondamentale punto di partenza di questi progetti di associazione internazionale resta inevitabilmente questo: la divisione dei vincitori di ieri. Nella nostra discussione parlamentare si è parlato molto di rapporti fra vincitori e vinti, ma sarà bene insistere anzitutto sul predetto motivo: la divisione più grave e più caratteristica è non fra i vincitori e i vinti, bensì fra i vincitori di ieri.
Ora, se in questa lotta fra vincitori vogliamo o dobbiamo prendere posizione, si possono prospettare tre soluzioni: o essere neutrali o essere con una parte, o essere con l'altra parte.
L'onorevole Rossi, ribadendo i principi di una politica già ripetutamente discussa in quest'aula (specialmente in occasione del dibattito sul patto atlantico), ha dimostrato l'impossibilità di restare neutrali, ha dimostrato l'illusione della neutralità, la quale, ammissibile da un punto di vista teorico, si rivela invece inefficiente nell'attuale contingenza storica.
Non volendo abusare della vostra attenzione, preferisco non sviluppare in questo momento il tema della neutralità che mi porterebbe molto lontano. Del resto, basterebbe che noi considerassimo lo sviluppo della discussione in questa Assemblea per renderci conto che la controversia sugli accordi di Parigi ha avuto la tendenza a polarizzarsi non sulla soluzione della neutralità ma sulle altre due soluzioni: da una parte coloro che parteggiano per un gruppo di vincitori di ieri; dall'altra coloro che parteggiano per l'altro gruppo di vincitori di ieri.
Dobbiamo aggiungere che questo è pure il dramma dell'Italia nostra: l'Italia è interiormente divisa proprio in relazione a questo schieramento internazionale non certo artificioso, non certo casuale, bensì profondamente logico e pure rigido perché corrisponde a profonde distinzioni e opposizioni ideologiche. Sul terreno internazionale si riflette la dialettica della lotta politica interna: la democrazia contro la negazione della democrazia. La seconda guerra mondiale, invece, fu caratterizzata dall'alleanza fra Washington e Mosca e quindi non ebbe un così netto schieramento.
Allora, se vogliamo valutare le finalità politiche di questi accordi di Parigi, è evidente che dobbiamo formulare una nostra valutazione sulla natura e sulle prospettive dell'uno e dell'altro blocco.
Sforzandoci di avere la massima obiettività, rileviamo subito che- ambedue le parti in contesa hanno la stessa preoccupazione e sostengono la stessa tesi: ognuna delle due parti vuole la sicurezza per sé e teme l'aggressione dell'altra parte. Ciascuno dei due blocchi afferma: non aggredisco, ma sono minacciato di aggressione. Queste tesi contraddittorie significano un massimo di diffidenza ed uno zero di fiducia reciproca. Proprio in questo terreno affonda le radici la guerra fredda. Come si sblocca una situazione così inquietante?
È evidente che dobbiamo farci un'idea, e se ce la siamo già fatta dobbiamo riesaminarla o ribadirla, sulla politica effettiva dell'uno e dell'altro blocco, in modo di spezzare il circolo vizioso di responsabilità che fieramente si rifiutano e di imputazioni che gratuitamente si attribuiscono.
Da una parte vi sono le nazioni occidentali. Hanno combattuto una dura lotta, pure in aiuto dell'Unione Sovietica, contro il nazismo, e la lotta comune è stata coronata da una vittoria comune. Poi (bastano poche parole), si sono visti gli eserciti smobilitati, i materiali regalati o svenduti e le truppe ricondotte negli Stati Uniti o in Inghilterra. L'occidente ha creduto nei negoziati internazionali, cioè ha creduto – e molti proprio per ciò non risparmiano dure critiche a Roosevelt ed a Truman – che, attraverso gli accordi internazionali e le conferenze per la pace, fosse possibile la soluzione dei problemi rimasti in sospeso e fosse possibile arrivare a definitivi trattati di pace.
Inoltre, il rispetto della nazionalità e della indipendenza di ogni popolo è, e resta, una caratteristica fondamentale della politica dell'occidente. Precisiamo che solo due, e pur gravi, questioni relative alla nazionalità sono rimaste in parte o in toto insolute in questo settore: la questione della Venezia Giulia e la questione della Saar. Per il resto, nessuna sostanziale questione di nazionalità, nessun grave problema di annessione di territori extra-nazionali. Eppure, Mosca, non avrebbe potuto meravigliarsi se il Belgio, l'Olanda, la Francia, in 25 anni per due volte invasi dallo stesso nemico, avessero detto: noi dobbiamo prendere delle precauzioni contro i pericoli di ulteriori aggressioni. Mosca non avrebbe potuto meravigliarsi se avessero soggiunto: la nostra sicurezza esige che noi ci fermiamo permanentemente sul Reno, che noi poniamo stabili teste di ponte ben oltre il Reno. Ma tutto ciò non è accaduto.
Prescindendo dalla Jugoslavia, che non appartiene al blocco occidentale, possiamo dire che annessioni di importanti territori non si sono avute, e pensiamo che la storia recente è stata questa volta una maestra accorta ed ascoltata dalla saggezza di questi popoli dell'occidente, i quali hanno appreso dall'esperienza del nazismo, che avevano davanti agli occhi, che cosa significano le arbitrarie annessioni di territori.
Nella parte opposta non si smobilita. Questa è una delle caratteristiche della situazione del blocco orientale. L'onorevole Greco in un suo chiaro intervento in questa Assemblea ha ricordato le dichiarazioni fatte dal maresciallo Montgomery ai giornalisti, alcuni mesi fa. Per quanto sappiamo, non sono state smentite. Comunque, sono ricorrenti nella stampa le informazioni relative agli armamenti e alle truppe mobilitate nell'altra parte dell'Europa, nei paesi del blocco orientale.
È evidente, da parte dell'Unione Sovietica, la scarsa fiducia nei negoziati internazionali. Inoltre (e questo pure mi sembra caratteristico, e deve essere sottolineato), la sua politica provoca in altri il sospetto che l'U.R.S.S. – attraverso un'azione diplomatica logorante e pacificamente coesistente con una stabile mobilitazione di forze sovietiche – voglia volgere a proprio esclusivo beneficio almeno una gran parte dei frutti della vittoria che è stata la vittoria di una coalizione.
Non possiamo certamente dire che anche nell'Europa orientale tutte le libertà dei popoli siano state rispettate. Non possiamo dire che verso il principio di nazionalità siano stati usati uguali riguardi e che di annessioni non si sia parlato. Le autodecisioni furono mascherate e le nazionalità calpestate. L'onorevole Bettiol, presidente della nostra Commissione, nel suo intervento ha molto chiaramente precisato questo punto, ed ha parlato di «complessi» sovietici fra i quali due particolarmente meritano di essere sottolineati: il «complesso della sicurezza», com'egli ha detto, ed il «complesso dell'imperialismo», di cui l'ideologia comunista è responsabile congiuntamente ai secolari motivi razziali del panslavismo che la Russia sovietica non intende rinnegare.
Per essere molto sintetici, possiamo ricordare che nell'Europa orientale abbiamo assistito alla scomparsa di tre repubbliche indipendenti, quelle baltiche; abbiamo assistito all'annessione all'U.R.S.S. di territori già tedeschi,già polacchi, e già dei paesi danubiani; abbiamo assistito ad annessioni alla nuova Polonia di territori che appartenevano alla Germania e che per secoli sono stati considerati territori tedeschi; abbiamo assistito ad uno sforzo considerevole per spingere il più possibile ad ovest la cintura di sicurezza e per conservare l'occupazione dei territori della repubblica federale tedesca e dell'Austria che non hanno ancora un trattato di pace.
E, più oltre verso ovest, abbiamo visto svilupparsi il collegamento con i partiti comunisti dei paesi occidentali, collegamento effettuato da un'organizzazione internazionale dipendente da Mosca.
L'onorevole Pajetta si scandalizza quando si parla di Koenigsberg tedesca e non russa. Voglio solo osservare che, tedesca o non tedesca, Koenigsberg per noi finora è la patria di Kant, e non ci sembra che Kant possa essere engagé in una tradizione culturale alla quale non appartiene. Ora ci limitiamo a constatare che né da Churchill alla conferenza di Yalta (ove si parlò della linea Curzon), né da Attlee e Bevin alla conferenza di Potsdam, e neppure dalle numerose note internazionali scambiate successivamente fra Mosca e le potenze occidentali, sono state riconosciute (non dico dalla Germania – essendo a tutti note le riserve abituali che Adenauer fa nei suoi discorsi – ma da nessun altro paese occidentale) come definitive le delimitazioni territoriali imposte dall'Unione Sovietica nell'est europeo.
Giustamente, pertanto, il professor Salvatorelli in un articolo pubblicato nella rivista Comunità internazionale, cercando di caratterizzare la distinzione fra i due blocchi, osservava che ad occidente vi è una coalizione unitaria e paritaria di popoli liberi, mentre ad oriente il rapporto internazionale è concepito come relazione tra uno Stato dominante e singoli Stati deboli e vassalli che da quello dipendono. Questa è effettivamente la intelaiatura delle relazioni internazionali nella Europa orientale, dove ogni singolo paese fa capo non ad un organismo internazionale e collegiale ma ad un centro che tiene i fili e che ha l'unica responsabilità della politica, emanando esso solo le direttive per tutti vincolanti.
Un blocco di nazioni coordinate da una parte, ed un blocco di nazioni subordinate dall'altra.
Mentre venivano imposte paci dure e non durevoli, si favorivano guerre periferiche e si sabotava l'O.N.U., parlando di distensione e di «disgelo».
È logico che, di fronte a questi sviluppi della politica orientale, si facesse sentire nel mondo occidentale l'imperiosa esigenza d'impostare (come è stata impostata con il patto atlantico) una politica di difesa dell'occidente.
L'onorevole Anfuso ha ravvisato nei protocolli di Londra e Parigi «la fine del complesso di Potsdam», e in ciò ha indicato un motivo dell'adesione del suo gruppo. Noi vediamo le cose diversamente. Si tratta non tanto della fine di uno stato d'animo, quanto di una evoluzione oggettiva della situazione.
Hitler era schierato contro l'occidente, intendendo con questa parola un complesso di valori non solo politici, ma pure storici, culturali e spirituali. Anche, qui, nell'Italia influenzata dal nazismo – che dell'Italia fu la rovina – si pubblicava una rivista intitolata Antieuropa. La politica di Hitler contro l'occidente rappresentava proprio la lotta contro la libertà e la civiltà occidentale, come noi la intendiamo normalmente. E per questo noi eravamo contro Hitler. Oggi, invece, Adenauer intende fare una politica di collaborazione con l'occidente. Perché, dunque, noi non dovremmo essere con Adenauer? Non siamo noi che spostiamo gli obiettivi, ma è la politica altrui che si è mutata, se non capovolta, mentre il nostro metro di valutazione è rimasto sempre il medesimo.
L'Unione Sovietica, nell'ultima guerra mondiale, dopo aver partecipato all'aggressione della Polonia, si è trovata a combattere accanto alle democrazie occidentali e ha contribuito a sconfiggere quello che era considerato da noi tutti come un nemico della civiltà occidentale. Oggi, invece, l'Unione Sovietica, non è più a fianco delle potenze occidentali in lotta per la causa della libertà; di conseguenza appare logico che anche la nostra valutazione della politica dell'U.R.S.S. subisca una rettifica rispetto a quella della precedente situazione.
Quindi non è giusto, mi pare, imputare responsabilità di mutamenti a chi si mantiene fedele a una ideologia, a chi conserva una visione organica dei valori politici. Tali imputazioni vanno, semmai, riferite a chi ha la responsabilità del contraddittorio e drammatico sviluppo degli eventi nel dopoguerra. Nella storia moderna non sono certo mancati i ricorrenti pericoli per la libertà e l'indipendenza. A un certo momento si è parlato e poi riparlato di pangermanesimo, ed è logico che la politica delle nazioni che dovevano difendersene cercasse di dar vita a coalizioni contro quel nemico. Oggi il pangermanesimo a nessuno sembra rappresentare lo stesso pericolo. Oggi si parla più di ieri di panslavismo, e si teme che azioni di forza possano scatenarsi da punti dello schieramento politico diversi da quelli di ieri.
E qui vorrei ricordare ciò che l'onorevole Audisio osserva: voi fate sempre delle guerre di civiltà, ieri con l'uno, oggi con l'altro; per voi sono tutte guerre di civiltà. Gli rispondo: si capisce. Quando la civiltà, quando questi valori della nostra civiltà, come la libertà che fra di essi è uno dei maggiori, vengono minacciati, gli obiettivi della lotta si spostano là dove la civiltà è minacciata, ma il motivo della nostra lotta è sempre quello. (Applausi al centro – Interruzione del deputato Audisio – Commenti al centro).
PRESIDENTE. Onorevole Audisio, non interrompa: ella ha parlato in piena libertà. GONELLA, Relatore per la maggioranza. L'onorevole Audisio ha detto: voi affermate sempre di combattere per la civiltà. Io gli rispondo che i barbari cambiano nella storia, ma la nostra posizione di fronte ad essi resta immutata. (Applausi al centro).
Comunque non è questo il problema, perché tale giustificazione sarebbe troppo ampia per motivare la responsabilità specifica che noi in questo momento ci assumiamo. Si tratta piuttosto di vedere in quale modo, con quali forze, con quali amicizie internazionali noi vogliamo perseguire questo fine ideale e di civiltà. E allora bisogna dire che tre furono i momenti attraverso i quali, negli ultimi anni, si è venuta concretando questa politica di intesa europea.
Da principio si è avuto uno sforzo per creare una cornice di cooperazione fra le potenze dell'occidente europeo; e fu concluso il primo trattato di Bruxelles del 1948, e si diede vita al Consiglio d'Europa, e si promosse il patto atlantico.
In secondo luogo (e questa è una caratteristica della tappa attuale: l'avete sottolineato voi oppositori, ed io concordo con voi) si ha il tentativo d'inserire, come si vuoi inserire con questi accordi di Parigi, la Germania nella coalizione delle potenze occidentali.
In terzo luogo – voi avete sorvolato su ciò ma, se avrete pazienza, non vi sorvolerò certo io – si cerca di determinare uno stato di permanente limitazione e controllo militare della Germania nell'ambito di questa unione.
Voi obiettate: bell'amico questo! Un amico che viene accolto con dei sospetti. Si capisce; noi non siamo poi gli ingenui che voi pensate. Sospetti? Ma è la storia. Nel 1914 la Germania guglielmina ha aggredito queste nazioni occidentali; nel 1939 la Germania nazista ha aggredito queste nazioni occidentali. E allora, con il consenso perfino di Bonn, cioè di una democrazia che per prima non vuole essere schiacciata dal militarismo, l'esigenza di subordinare la potenza militare germanica nell'ambito della coalizione appare una esigenza ragionevole e prudenziale della coalizione stessa. (Commenti a sinistra).
E dobbiamo essere grati all'onorevole Basso, il quale – dopo avere osservato che se gli occidentali dovessero portare le loro truppe sull'Elba, la Russia si sentirebbe minacciata – ha pure riconosciuto che se la Germania occidentale entrasse nella sfera di influenza sovietica o, peggio (come ha detto l'onorevole Pintus), fosse abbandonata all'U.R.S.S. – l'equilibrio europeo verrebbe non solo scosso ma ridotto in frantumi.
Già attualmente le avanguardie sovietiche sono a circa 260 chilometri da Strasburgo, e i francesi sottolineano nella loro stampa che Strasburgo è più vicina agli avamposti sovietici che a Parigi.
Mendès-France, quando gli oppositori lo hanno attaccato proprio sull'opportunità o meno di associare la Germania a questo sforzo di difesa dell'occidente, ha risposto: ma cosa volete? Volete che noi cerchiamo di difendere la zona germanica dell'equilibrio europeo non solo senza la Germania, ma anche contro la Germania, contro la Germania democratica? Evidentemente tale difesa è possibile solo con la Germania.
Questo è il punto di vista di un uomo politico verso il quale, non più tardi di tre mesi fa, andavano molte ammirate e congratulanti parole dei settori di sinistra.
Perciò, in sintesi: unione, unione occidentale, unione con la Germania, unione (questo è un altro punto essenziale) per una assistenza automatica.
Ho cercato di chiarire nella relazione (ma penso che l'onorevole ministro lo farà da par suo nel suo discorso) questo problema, che è veramente capitale e che può essere pure angustiante: limiti dell'automatismo dell'assistenza e compatibilità degli impegni concernenti l'automatismo con le norme della nostra Costituzione relative al diritto del Parlamento di deliberare lo stato di guerra ed ala facoltà del Presidente della Repubblica di dichiarare lo stato di guerra deliberato dalle Camere.
Non vorrei aggiungere parole a quelle della relazione, ma devo essere grato anche su questo punto all'onorevole Nenni, il quale, in fondo, ha accettato la distinzione prospettata nella relazione, ed ha invitato il ministro ad approfondirla. Si tratta della distinzione fra l'automatismo di un'assistenza che dovrà essere meglio determinata nei suoi limiti, e la dichiarazione di guerra che si considera come non rientrante nell'ambito di quell'automatismo.
Io direi che il patto, quando prevede per gli Stati aderenti un'«assistenza con tutti i mezzi in loro potere», si riferisce ai mezzi che sono in potere non soltanto in senso materiale (armi, armati, strumenti bellici ed altri), ma anche nel senso giuridico, cioè nel senso di un potere che equivale ad una «facoltà». Il governo che non ha la «facoltà» di disporre di determinati mezzi, evidentemente non ha in suo «potere» tali mezzi. Questa è la mia interpretazione che il ministro, se crede, potrà confermare.
Inoltre nella norma citata c'è il richiamo all'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che pure può servire a chiarire questa materia veramente grave e delicata. Comunque, con la precisazione dell'onorevole Nenni, ci si è anche liberati da quell'accusa di «ipocrisia» che il suo compagno onorevole Basso aveva lanciata.
Riteniamo che l'automatismo possa essere utile proprio per scoraggiare i tentativi di aggressione. Tale è la finalità prima di questi accordi: non fare guerre ed impedire che si facciano.
Quando pensiamo che nel 1914 lord Grey non ebbe l'opportunità, malgrado i patti internazionali che impegnavano all'assistenza, di dichiarare che l'Inghilterra sarebbe intervenuta immediatamente a difendere la Francia e il Belgio, quando pensiamo all'esperienza di Monaco, cioè ad un'esperienza di accordi internazionali che hanno servito più ad incoraggiare l'aggressore che a scoraggiarlo; quando pensiamo alla politica di Ribbentrop (quale risulta dalle sue Memorie recentemente pubblicate, e forse interpolate, ma certo autentiche nel fondo), cioè quando pensiamo all'opera che il ministro degli esteri germanico in quell'epoca svolse per persuadere Hitler e la nazione tedesca che gli Stati Uniti non sarebbero entrati in guerra per assi-stere la Francia e l'Inghilterra e che, in ogni caso, l'intervento sarebbe stato inutile perché molto tardivo, dato che la macchina bellica della democrazia americana era pesante e lenta a mettersi in moto (argomenti che anche in Italia correvano abitualmente); quando soprattutto pensiamo al patto Ribbentrop-Molotov, che escludeva ogni assistenza sovietica alla Polonia da aggredire; quando pensiamo a tutto ciò, dobbiamo concludere che le incertezze sul funzionamento di tante alleanze internazionali (con le quali si martella la psicologia e la politica dei popoli nei tempi di pace) finiscono per essere complicità di primo piano nello scoppio di guerre e nel loro scivolamento verso le conflagrazioni.
Il patto atlantico ha eliminato una parte di queste incertezze, non per l'automatismo che non esiste in quel patto (molto esatte le osservazioni fatte e le citazioni di De Gasperi e dei relatori dell'epoca), ma perché ha allontanato gli Stati Uniti in maniera definitiva dalla politica dell'isolazionismo. In modo analogo, questi protocolli di Parigi per l'Unione dell'Europa occidentale allontanano l'Inghilterra da quella politica di insularità che finora aveva caratterizzato le principali iniziative di Londra.
Ed ora vengo specificamente alla Germania, al tema più dibattuto e più appassionante. Anche per quella delicatezza morale e storica che il problema stesso comporta, desidero analizzare l'argomento con il rispetto dovuto a tante vittime innocenti.
Non posso e non desidero che associarmi alle nobili parole che qui sono state dette a onore e rimpianto di coloro che furono vittime innocenti della barbarie nazista, ma il problema d'oggi deve essere guardato con senso di responsabilità di fronte alle situazioni nuove ed ai pericoli nuovi.
La nostra tesi politica può essere così formulata: noi desideriamo aiutare la Germania democratica d'oggi proprio per non essere costretti domani a subire un'altra Germania totalitaria di destra o di sinistra. Questo è il principio orientatore della nostra politica nei confronti della Germania, principio che, secondo la nostra interpretazione, sta alla base di questi accordi, principio che giustifica la nostra adesione ad essi.
Don Sturzo, con l'abituale acutezza, ha scritto un mese fa nel Giornale d'Italia un articolo ammonitore. «Passato che rivive», era il titolo. Egli, che aveva partecipato, come autorevole capo di un grande partito, ai principali sviluppi della politica internazionale dal 1919 al 1924, prima del suo esilio, porta ora una testimonianza di un valore capitale. Anzitutto ci rievoca la conferenza di Genova, nel corso della quale parlò con Lloyd George e con gli altri massimi esponenti della politica mondiale di quel momento; tema principale era la deplorazione della condotta di Poincaré che si era rifiutato di andare a discutere un'intesa con il rappresentante della Germania vinta.
Don Sturzo ci ha ricordato i nobili sforzi di Rathenau per realizzare comunque una intesa chiarificatrice tra la Germania ex-guglielmina, la Francia e le altre potenze occidentali, sforzi che furono spezzati con il dramma che concluse la vita di Rathenau; ci ha ricordato i tentativi di Stresemann, per ottenere credito internazionale a favore della Germania di Weimar, libera e democratica, nella quale vi era posto per tutti, anche per un grande partito socialista, anche per un imponente partito comunista. Tale era quella Germania dei cancellieri del centro cattolico. Ma gli sforzi di quei valentuomini della democrazia, i quali cercavano una intesa con le altre potenze occidentali, furono vani. La stessa Locarno (una piccola parentesi) non mise radici nelle coscienze dei responsabili di occidente, e quindi non lasciò un'impronta nella storia del tempo.
Intanto la marea nazista montava, ed Hitler afferrava il potere. Ricordo di aver visitato la Germania nel 1930-33, ed era visibile pure per lo straniero la prepotenza anche esteriore di questo movimento venuto su dalla palude delle disgrazie nazionali.
L'onorevole Folchi ha ricordato molto a proposito che, quando in Francia era al potere il famoso «fronte popolare» di Blum, si ribadiva un principio di per se molto civile e molto progressista: «la democrazia non conosce guerre profilattiche». Tutti dobbiamo sottoscrivere questo principio, ma dobbiamo anche badare attentamente a chi con disprezzo questo principio non riconosce. Cosa che non fecero i gonfi e sbadati retori del «fronte popolare». Ed intanto, nell'ombra e non nell'ombra, non solo sbraitava ma pur si agitava con folle furore l'uomo che non si poneva neppure il problema della liceità o meno di cure profilattiche. Aveva la sola finezza di attendere il sabato inglese (quando gli uomini politici andavano in melanconica vacanza) per compiere le sue grandi imprese di banditismo internazionale.
Era pure fallita la conferenza del disarmo, altro tentativo di trovare una cooperazione tra la Germania e gli occidentali in materia di armamenti. In quell'epoca si avvicendavano rapidamente al potere i Flandin ed i Laval, i quali, se non facevano sorrisi, si limitavano a mandare telegrammi di protesta quando Hitler, violando i trattati di pace, portava le sue truppe sul Reno. In Inghilterra, Chamberlain e sir Samuel Hoare, ed altri uomini austeri, in momenti decisivi dicevano frasi o così trite o così incomprensibili, perché spaesate e senza clima, che nel nostro animo muovevano un senso di ansia e di angoscia.
La marcia si compì, secondo la logica e la irruenza del demone liberticida; Renania occupata, Anschluss, Sudeti, Monaco, Danzica, Varsavia, conflitto mondiale. La Germania lasciata a sé divenne una polveriera, e si sviluppò — direbbe un grande storico, il Toynbee — secondo la dinamica della sfida e della risposta. Credo sia il più tipico caso in cui vi è stata una completa e rigorosa realizzazione di questo schema.
L'occidente si presentò con un volto rigido ai cancellieri tedeschi, sia democristiani sia socialdemocratici. Essi — si pensava — non meritano molta considerazione: facciano le anticamere. Intanto, mentre si praticava la politica dei forti con questi deboli capi, screditando ancor più le uniche forze della resistenza democratica, si finiva col preparare la strada alla crudeltà totalitaria, si finiva col divenire complici dei violenti che già maturavano nell'interno di quella storia.
Noi dobbiamo ora riconoscere che quella depressione morale ed economica (ricordate l'ultima crisi di Briining e la sua incapacità di ottenere credito all'estero) ha enormemente favorito la Germania di Hitler. Si sviluppava così la Reichswehr-nera fondata da Hitler e, scomparso il maresciallo Hindenburg, l'esercito veniva nazificato con il giuramento al caporale Hitler.
La depressione economica fu una valida collaboratrice di Hitler. Vi è nelle memorie di Von Papen una frase espressiva: le camicie brune diventarono milioni, ma molti tedeschi più che al bruno della camicia badavano ad avere una camicia. La Germania contava 6 milioni di disoccupati nella fase immediatamente precedente l'avvento di Hitler.
Ed ora, che fare? L'accademico di Francia ed insigne storico Pierre Gaxotte, in un articolo pubblicato nel Figaro, osserva: se non possiamo concretare ora una politica di fiducia e di collaborazione con la Germania, quando mai potremo farlo? Cosa è la Germania di oggi? Risponde Pierre Gaxotte: è la Germania che ha perduto due guerre mondiali, una dietro l'altra. È la Germania divisa non in due parti, come comunemente si dice, ma in cinque parti, perché una parte dei territori orientali è stata annessa alla Russia, un'altra parte dei territori orientali è stata annessa alla Polonia; inoltre vi è la Germania della repubblica democratica tedesca e poi la Germania della repubblica federale tedesca; infine vi è Berlino, che ha un suo regime speciale. La Germania è tagliata in cinque tronconi.
Inoltre, la Germania è occupata da eserciti stranieri: francesi, inglesi e americani ad ovest, russi ad est.
La Germania non aveva mai conosciuto la devastazione che conobbe dieci anni fa. Come altri fra noi, ho visitato più volte la Germania del dopoguerra e lo spettro di quelle rovine non si cancella facilmente dal nostro spirito. Guardate Darmstadt e vedrete una Pompei del XX secolo, una Pompei moltiplicata per cento.
Infine, è una Germania sconvolta causa le emigrazioni dalla repubblica democratica tedesca alla repubblica federale tedesca, cioè dall'est all'ovest; e sconvolta dalle barbariche deportazioni (il sostantivo deve avere il suo aggettivo più appropriato) dalla Germania orientale ad altri territori molto, molto più orientali.
Se ancor oggi è impossibile una politica, se non di simpatia, almeno di intesa con questa Germania democratica, quando mai sarà possibile una politica di intesa con il popolo tedesco?
Si dice: vi è di mezzo il nazismo che i democristiani — secondo voi comunisti — starebbero aiutando a riprendere fiato.
Ho già detto che mi associo alle parole delle onorevoli Maddalena Rossi, Gisella Floreanini, Giuliana Nenni e di altri che ci hanno raccontato quelle ben note atrocità le quali devono essere sempre presenti al nostro spirito.
Però devo soggiungere che molte di quelle parole di critica e di deplorazione che abbiamo sentito qui dentro, noi le dicevamo quindici anni fa. Allora non era comodo dirle; ma era più doveroso dirle. Comunque, quei sacrifici non devono avere neppure l'aria di diventare monopolio di qualcuno, perché questo tentativo di farne monopolio di parte li diminuirebbe e li impoverirebbe. (Applausi al centro).
Penso che ciò è nell'interesse di tutti perché, più questi sacrifici sono vicini ai cuori ed alle coscienze di tutti, più servono a redimerci tutti dalle nostre colpe, più sono idonei a rendere maggiormente sensibile e vibrante la nostra coscienza nazionale, ad illuminare le nostre mete, ad irrobustire le nostre responsabilità.
L'onorevole Longo osserva: il nazismo è stato sconfitto e schiacciato. Sono d'accordo con lui. Io direi che questa tesi e, fra l'altro, la più rispettosa degli sforzi e dei sacrifici che sono stati compiuti per la liberazione dal nazismo. Ma quale nazismo mai sarebbe stato sconfitto e schiacciato se – come poi dite voi stessi – i nazisti fossero in ogni momento per rispuntare e risorgere in tutti gli angoli d'Europa, in Germania, in Austria, in Italia,. dovunque? Che portata avrebbe avuto la guerra di liberazione contro questo nemico delle istituzioni democratiche? Voi comunisti dovete decidervi tra le due tesi del nazismo schiacciato o del nazismo così poco schiacciato da poter facilmente risorgere, della vittoria vera o della vittoria apparente contro il nazismo.
Voi comunisti soggiungete di essere favorevoli (è una delle vostre tesi) ad una Germania di nuovo unita. Ma, se veramente vi fossero quei pericoli di rinascita del nazismo dentro e fuori del progettato esercito, nella vita pubblica e privata, quel pericolo che qui avete con tanta insistenza denunciato, perché proprio voi dovreste essere favorevoli ad una Germania unita la quale – in quanto unita – non farebbe che aggravare questi pericoli che denunciate? Dovreste dire: noi preferiamo la pace di Westfalia, come si disse alle conferenze di Casablanca, del Cairo, di Teheran, e come a Yalta fu detto da Stalin. Lasciateci ricordare questo nome che voi comunisti avete dimenticato; non lo sentiamo più risuonare nei vostri discorsi. Potete leggere nelle Memorie di Churchill e di Hopkins che Stalin alla conferenza di Teheran disse che per risolvere il problema tedesco vi era una maniera molto spiccia: «si dovevano fucilare 50 mila fra ufficiali e tecnici tedeschi» e la Germania sarebbe stata mutata. A questo parole Churchill si alzò e disse che la discussione non avrebbe potuto continuare perché «il Parlamento e il popolo del Regno Unito non tollereranno mai esecuzioni in massa».
Si, siamo decisamente antinazisti, colleghi dell'estrema sinistra. Ma anche su questo dobbiamo parlar chiaro: lo siamo per ragioni diverse dalle vostre. E saremmo insinceri se noi non precisassimo questo punto.
Siamo contro il nazismo perché il nazismo rappresenta il sistema del partito unico, negatore della democrazia; siamo contro il nazismo perché rivendica la teoria della forza e della dittatura negatrici delle libertà dei popoli; siamo contro il nazismo perché rappresenta una politica imperialista nei rapporti internazionali; siamo contro il nazismo perché intende favorire all'interno un processo di statizzazione di tutta la vita civile di un popolo; infine – e non è poco per noi cristiani – siamo soprattutto contro il nazismo perché è un ateismo e un paganesimo militante contro la coscienza e la libertà religiosa dei popoli. (Applausi al centro).
Io prendo atto che voi eravate contro il nazismo; però debbo soggiungere che certamente lo eravate per ragioni diverse dalle nostre! (Applausi al centro).
La signora Gallico Spano ci ha ricordato, con parole commosse, le deportazioni degli ebrei, e non possiamo che partecipare alla sua commozione. Però noi abbiamo preferito lavorare per essi all'epoca delle deportazioni. E, se proprio vogliamo parlare di campi di concentramento, conviene precisare che allora si lottava per strappare gli ebrei dai campi di concentramento nazisti, ma che oggi, semmai, si deve pensare ad altri campi di concentramento! (Applausi al centro). Ci dovete dare atto che, almeno in ciò, sappiamo aggiornarci con la storia!
Ed ora un altro aspetto storico di questo tema.
L'onorevole Paolo Rossi ha fatto un rilievo molto grave ricordando che il nazismo, quando era al suo apice, aveva alleati solo i sovietici. Io penso che egli abbia inteso riferirsi non tanto al comunismo come sistema, quanto alla particolare azione diplomatica di Mosca in un periodo veramente critico e decisivo della pace europea.
Agosto 1939: patto Ribbentrop-Molotov. Non insisto. Una settimana dopo, la guerra. II Blitzkrieg fa il suo ingresso ,nella storia moderna e, mentre nei teatri di Mosca si rappresentavano le opere di Wagner, Hitler suonava una marcia alla Sigfrido con le sue colonne corazzate e con i suoi stormi di aerei sulla Polonia martire.
Novembre 1940: Molotov è chiamato a Berlino, dove Hitler e Ribbentrop lo invitano ad entrare nell'«asse», anzi, per essere precisi, ad aderire al «tripartito». Ormai si tratta di una storia documentata, come è documentato tutto il piano, predisposto in quell'occasione, per la progettazione delle sfere di influenza della Russia comunista da una parte e della Germania nazista dall'altra, pacificamente coesistenti.
Molotov torna in Russia ed al Kremlino si aspetta 12 giorni. Indubbiamente la domanda era imbarazzante. Ma dopo 12 giorni Mosca invia la risposta. La Russia accetta di aderire al «tripartito», però domanda una più vasta zona di influenza: annessione dei paesi baltici e di territori polacchi, influenza sulla Romania, controllo degli stretti con basi navali e militari, espansione verso il petrolio del medio oriente e verso il golfo Persico, ecc.
Hitler – dicono i testimoni – aveva la bava alla bocca quando apprese la risposta di Mosca. (Si dice, che Hitler, quando prendeva le grandi decisioni, aveva sempre la bava alla bocca). Le richieste sovietiche vennero respinte, e fu la guerra fra le due dittature: Hitler aggredì la Russia.
Che significato avevano le risposte sovietiche? Si trattava di rifiuto ad aderire alle proposte naziste solo perché non erano sufficientemente vasti i territori che dovevano essere sottratti alla libertà e all'indipendenza di varie nazioni. Se Hitler avesse allargato lo spazio vitale sovietico, l'accordo avrebbe potuto essere concluso.
Ma prima della rottura l'atmosfera era diversa. Desidero leggere queste parole che si direbbero di Goebbels: «La Germania è uno Stato che tende alla più rapida fase delle guerra e alla pace, mentre Inghilterra e Francia favoriscono la continuazione della guerra e si oppongono alla pace». Sono parole pronunciate non da Goebbels ma da Molotov il 31 ottobre 1939. Direte: ragion di Stato. Ma, se noi rilevassimo impostazioni di questo genere per dimostrare la compatibilità fra i due sistemi dittatoriali, indubbiamente voi cerchereste di confutarci. Saremmo stolti e indegni se non riconoscessimo il grande ed eroico sacrificio che ha fatto il popolo russo, ma dobbiamo anche rilevare che la politica dei suoi dirigenti non ha accresciuto la nobiltà di questo sacrificio! (Vivissimi applausi al centro).

SPALLONE. Senza quel sacrificio ella sarebbe ancora cittadino del Vaticano! (Rumori al centro).

GONELLA, Relatore per la maggioranza. Non facciamo esibizionismi. Se le interessa, io sono stato in prigione per ordine dei tedeschi!
Consideriamo un ulteriore punto della questione tedesca, il problema del militarismo. Ci si è detto: voi venite a sostenere una politica militarista dopo aver sostenuto una politica nazista. L'onorevole Boldrini ci ha chiesto: che cosa significa questo militarismo tedesco?
Con poche parole cerchiamo di rispondere e di caratterizzare la situazione. Per noi, Stato militarista è quello Stato nel quale la forza è preminente o sostitutiva del diritto, sostitutiva del consenso; mentre lo Stato di diritto è lo Stato nel quale la forza può solo essere chiamata in ausilio per tutelare l'ordine giuridico, o per ristabilirlo qualora sia stato violato. Prima di discutere sul militarismo tedesco sarei lieto se voi accettaste questa distinzione fra chi ammette la priorità della forza e chi ammette la priorità del diritto, fra chi considera la forza sostitutiva e chi la considera tutelatrice o rivendicatrice.
Che cosa è il militarismo tedesco, insiste l'onorevole Boldrini? Dovete ricordare che quando fu costituita la Reichswehr, Lenin mandò in Germania alcuni suoi emissari per intendersi con Von Seekt, proprio con il fondatore della Reichswehr. Quel criticato esercito servì (e vi fu pure un'intesa anche con il cancelliere Wirth) a fornire alla Russia bolscevica ufficiali e istruttori che dovevano collaborare alla formazione del nuovo esercito rivoluzionario dell'Unione Sovietica. E Von Seekt si incontrò anche con il ministro degli esteri Cicerin. Quindi l'inammissibilità dei contatti con questo contaminante militarismo non è stata sentita dai fondatori dell'Unione Sovietica. E bene facevano a così operare: dal loro punto di vista io non li condanno (li condanno dal mio punto di vista, che è cosa diversa...). (Si ride). Voi dite che l'esercito che viene dopo quello di Hitler e necessariamente l'esercito di Hitler; allora anche l'esercito venuto dopo quello zarista può essere definito un esercito dello zar tanto più che esso comprendeva molti ufficiali zaristi... (Interruzioni a sinistra).
L'onorevole Togliatti ci potrà dare atto che nelle formazioni militari sovietiche, almeno nella fase iniziale di Trotski (poi sconfessato e perseguitato per altre ragioni), vi erano molti comandanti dell'ex-esercito zarista che si erano convertiti, che si erano messi al servizio della rivoluzione... (Interruzioni a sinistra)... Ma non negate agli altri popoli quelle possibilità di convertirsi e di migliorare che ammettete nei casi che vi riguardano. (Applausi al centro).
L'onorevole Di Bernardo, nel suo preciso intervento da diplomatico e da uomo politico, ha ricordato che Byrnes, segretario di Stato americano, alla conferenza di Potsdam sostenne con fermezza la smilitarizzazione, la neutralità e l'unificazione della Germania. Queste erano tesi correnti fin dalla conferenza di Potsdam; era un luogo comune la richiesta della smilitarizzazione e della neutralizzazione della Germania (discusso era invece il problema dell'unità, per lungo tempo negata anche dai sovietici).
Ed allora dobbiamo chiederci: perché adesso vediamo le cose in una maniera diversa? Sono sorte nuove minacce! L'onorevole La Malfa ha ricordato: il principale promotore delle nuove iniziative militari è stato il primo ministro inglese. Egli si riferisce se ha ben capito – alle famose dichiarazioni che fece il primo ministro inglese al Consiglio d'Europa nel 1949 quando propose un esercito integrato europeo, con un comando unico europeo, evidentemente con la partecipazione della Germania che è nel Consiglio d'Europa. Vi prego di ricordare quella proposta, perché voi comunisti rammentate solo il famoso discorso di Churchill dell'11 maggio 1953 sulla distensione; ma la politica di Churchill ha questo tema ed anche quell'altro tema.
Nel 1950 seguì a New York un incontro fra i rappresentanti delle tre principali potenze occidentali (Stati Uniti, Inghilterra e Francia) nel corso del quale fu posto specificamente il problema della rimilitarizzazione della Germania. Vedete che non si tratta di una improvvisazione di oggi. Il comunicato conclusivo dell'incontro di New York diceva: «I ministri hanno preso nota dei sentimenti recentemente espressi in Germania ed altrove in favore di una partecipazione tedesca alle forze armate integrate...» (già quattro anni fa si parlava di esercito integrato) «...per la difesa della libertà europea. Le questioni sollevate dai problemi della partecipazione della repubblica federale tedesca alla difesa comune dell'Europa sono attualmente oggetto di studio e di scambi di vedute».
Nel frattempo le cose maturano. Nel 1952 anche l'Unione Sovietica arriva a sostenere la tesi del riarmo tedesco. Naturalmente, con una serie di premesse, di condizioni e di impegni che era giusto porre ed esigere, ma che non mancano certo nei protocolli in esame. Anzi le limitazioni e gli impegni per la Germania costituiscono – come vedremo – la parte centrale dei protocolli di Parigi.
È necessario ricordar bene questa Nota sovietica dal 10 marzo 1952; conviene rileggere almeno due periodi di questa nota, pure a scarico delle nostro responsabilità morali, che sono veramente gravi nel momento di prendere la nostra decisione. La nota di Mosca propone questo alle potenze occidentali: «Clausole pacifiche: tutti gli ex-appartenenti all'esercito tedesco, compresi ufficiali e generali, tutti gli ex-nazisti (eccettuati coloro che scontano una condanna per delitti commessi) debbono avere garantiti i diritti civili e politici alla pari con tutti gli altri cittadini tedeschi, allo scopo di partecipare alla edificazione di una Germania pacifica e democratica». Io sottoscrivo questa nota, ma essa non è intonata con le tesi che voi comunisti avete qui sostenuto.
La nota proseguiva con queste proposte: «Clausole militari: 1) Alla Germania sarà permesso di avere quelle ragionevoli forze armate di terra, di cielo, di mare necessarie per la difesa del paese; 2°) Alla Germania sarà consentito di produrre forniture e materiali militari, la qualità ed i tipi dei quali non debbono superare i limiti di quanto è richiesto per le forze armate stabilite per la Germania dal trattato di pace». Questo significa che la ripugnanza morale e politica che voi sentite a riconoscere l'uguaglianza di diritti fra ex-nazisti e non nazisti, ed a riconoscere la possibilità di un riarmo tedesco, non è, o non è stata, affatto condivisa dall'Unione Sovietica. Il riarmo era ammesso: si trattava solo di risolvere un problema di limiti da ,porre e di cautele da prendere.
E questo un tema capitale, di cui intendo occuparmi: i limiti del riarmo tedesco, e le garanzie contro la rinascita di un militarismo prussiano o hitleriano.
Nella nostra discussione, salvo qualche oratore della maggioranza, nessuno ha parlato di queste limitazioni e di queste garanzie, perché è logico che tale tema sia tenuto in ombra da coloro che vogliono combattere gli accordi di Parigi.
Quali sono le limitazioni e le garanzie?
Anzitutto: inquadramento dell'esercito tedesco nella coalizione della NA.T.O. Poi: comando non tedesco dell'esercito tedesco. Pensate che cosa sarebbe avvenuto nel 1914 se invece di Ludendorf o di Hindenburg ci fosse stato un generale Foch o Joffre alla testa dell'esercito tedesco; pensate che cosa sarebbe avvenuto nel 1939 se l'esercito tedesco fosse stato posto sotto il comando non di marescialli nazisti ma di un Eisenhower o di un Montgomery.
Inoltre: limitazione delle divisioni e degli armamenti. Ancora: divieti specifici di costruire armi atomiche, biologiche e chimiche, divieti di costruire navi da guerra ed aerei da bombardamento. Quindi: istituzione di un ente che controlla anche gli armamenti tedeschi. E ancora: permanenza di truppe alleate franco-anglo-americane in territorio tedesco.
Domando a voi come era possibile prendere delle garanzie più larghe e più impegnative di queste, senza arrivare ad incidere gravemente sulla sovranità e indipendenza dello Stato che accetta siffatte limitazioni.
Vi sono inoltre degli importanti impegni della Germania che pongo in secondo piano perché forse voi guardate ad essi con un certo scetticismo: impegno della Germania a rispettare i principi della Carta atlantica; impegno della Germania a non usare della forza di cui disporrà per due obiettivi che possono preoccupare, cioè per spostare comunque le frontiere fra la Germania occidentale o la Germania orientale e per realizzare l'unità di tutto il territorio tedesco; impegno a non muovere truppe senza l'autorizzazione dei comandi supremi; impegno a non stringere alleanze che siano inconciliabili con questi accordi.
Voi direte: parole dei trattati. Non sono parole. Questo è un sistema organico e concreto di garanzie reali e di controlli militari, e voi compireste un atto di omaggio alla verità se anche nei vostri comizi queste cose diceste! (Commenti a sinistra).
Ho avuto occasione di assistere ad un vostro comizio e ho sentito dire, per esempio: l'U.E.O. è causa di guerra. E non dite che l'U.E.O. pone fine al secolare conflitto franco-germanico, a quel conflitto che anche nel 1944 – cioè a guerra pressoché decisa – preoccupava ancora la Francia fino al punto di spingere De Gaulle a recarsi a Mosca per stringere con l'U.R.S.S. un accordo antitedesco: pone fine a quel conflitto che ancora preoccupava nel 1948 – cioè a guerra finita – quando le nazioni occidentali concludevano il patto di Bruxelles esplicitamente diretto, a termini di trattato, contro i pericoli di una nuova minaccia tedesca.
Non vi sembra che sia un contributo alla pace, l'aver concretato per mezzo degli accordi di Parigi una forma di associazione della Germania proprio con quelle potenze che non più tardi di sei anni fa (primo patto di Bruxelles) sentivano il bisogno di stringere accordi fra loro per cautelarsi contro il pericolo di una Germania che oggi, invece, entra nell'Unione difensiva (revisione e integrazione del patto di Bruxelles)?
Voi dite nei vostri comizi: con gli accordi di Parigi viene silurata l'unità germanica. Però vi dimenticate di dire che per dieci anni si è discusso sull'unità germanica, che una conferenza è succeduta all'altra, e che dieci anni di negoziati (compresi gli ultimi, di quest'anno, a Berlino) non hanno servito a fare un passo innanzi verso quella unità tedesca che pure noi desideriamo.
Voi dite nei vostri giornali: ma qui la Germania viene definitivamente legata ad una politica di cooperazione con l'occidente, mentre non possiamo prevedere che cosa penserà domani la Germania unita che ora si vorrebbe legare alla politica di Bonn. Vi hanno però risposto vari oratori, e ha risposto anche l'onorevole ministro degli esteri il quale in Commissione ha precisato – e penso che lo ribadirà qui in aula – che questo trattato non impegna la Germania unificata, la quale domani sarà libera di scegliere le sue amicizie internazionali.
Voi dite ancora: questo è un nuovo atto di servitù all'America. A me sembra l'opposto, cioè vedo questi accordi particolarmente confacenti con il prestigio delle nazioni europee, le quali, coalizzandosi fra loro nell'ambito della comunità atlantica, danno vita ad un organismo con una sua personalità, con una sua volontà che sarà più influente delle singole volontà, distinte e separate, nell'ambito di una stessa comunità.
Voi aggiungete: la integrazione è umiliante per gli eserciti nazionali, per le sovranità nazionali. Ma tacete che in un'altra parte d'Europa, in luogo di tenui integrazioni, si attuano coattivamente pesanti subordinazioni di Stati e di eserciti. (Applausi al centro).
Voi insinuate: il riarmo della Germania occidentale provocherà il riarmo anche della Germania orientale, ma non dite che questa è già riarmata, come precisò l'onorevole Colitto.
Voi concludete: ci preparate nuove rovine. E l'onorevole Caprara è arrivato a dire, «non sapete che nell'Italia meridionale si fanno le strade e gli alberghi mica per agevolare le popolazioni, ma perché possano servire a fini bellici?» (Si ride al centro). Se il Governo dovesse venire incontro alle richieste dell'onorevole Caprara, che cosa mai dovrebbe fare? Dovrebbe, per spirito di pace, non più costruire strade e alberghi nel Mezzogiorno, oppure dovrebbe costruire strade e alberghi in maniera tale che in caso di aggressione non potessero mai servire per difendere quelle popolazioni. Problemi imbarazzanti che l'amico Campilli cercherà di risolvere. (Commenti).
Noi scateneremmo la guerra atomica, secondo il rimprovero dell'onorevole Giolitti e di altri. Noi siamo sempre pronti a sottoscrivere ogni intesa che metta al bando la guerra atomica, e sono certo che l'onorevole ministro chiarirà gli equivoci che qui sono corsi a proposito delle recenti conclusioni della Conferenza dei ministri della N.A.T.O., a Parigi. Però qui, per obiettività storica, dobbiamo precisare che i tentativi fatti sul piano internazionale, per trovare forme concrete di rinuncia e di controllo operante, non hanno incontrato, pure da parte vostra, quella adesione che si poteva attendere. E infine voi ci dite e, scusate, questa è l'ultima obiezione che sentiamo spesso rivolgerci: «siete contro la storia. Non v'accorgete che non vedete nulla?». E l'onorevole Pajetta senior ha qui affermato: «la Russia è un fatto e conta come fatto. Non vi chiediamo se vi piaccia o non vi piaccia il mondo socialista, ma vi chiediamo se lo vedete». Rispondo che ci sforziamo di vederlo, per quanto esso si lascia vedere, e appunto perché lo vediamo dobbiamo dire che non ci piace. (Si ride al centro – Commenti).
Anche l'onorevole Togliatti spesso ci dice che siamo fuori della storia. (Commenti a sinistra). Lascio stare le citazioni di Hegel fatte dall'onorevole La Rocca, perché non voglio entrare in grossi problemi di filosofia della storia. Però l'accusa, spesso rivoltaci, di non riconoscere i fatti semplicemente perché non ci adattiamo ai fatti, noi la respingiamo. L'adattarci a ciò che non riconosciamo giusto è contro la divisa morale della nostra vita. Le stesse cose ci venivano ripetute all'inizio della guerra, quando molti ci dicevano apertamente ed altri ci sussurravano all'orecchio: siete fuori della storia, e non capite nulla. Non vedete che la guerra è decisa per l'«asse»? A che pensate? Siete proprio dei sognatori ed avete sbagliato mestiere, perché non sapete andare con la storia. E noi eravamo veramente fuori della storia, ed anche voi, ed è un merito questo. Noi eravamo fuori e contro quella storia che allora andava in quel senso. Ma eravamo con la nostra coscienza, e questo importava ben più che l'essere con la storia! in quel momento (Applausi al centro). Quella vicenda storica, lo sapete, aveva un suo filosofo della storia che si chiamava, onorevole La Rocca, non Hegel, ma il dottor Goebbels: egli era il filosofo di quella triste storia. E quel dottore passò travolto dallo stesso turbine di quella storia di sangue.
Debbo ancora dichiarare conclusivamente che la nostra presa di posizione sarebbe monca se noi non ribadissimo qui, come ha fatto ieri l'onorevole Di Vittorio (e non ho che da aderire a quello che egli ha detto, se si tratta non solamente di parole), la nostra volontà di favorire con ogni iniziativa la riduzione degli armamenti ed il disarmo. Voi potrete dire che questa affermazione è contraddittoria con gli impegni che ci accingiamo a sottoscrivere. Cercherò di chiarire che non è così, perché desideriamo solo una politica che miri a scoraggiare gli aggressori e quindi a favorire la rinuncia agli armamenti.
Non crediamo, non abbiamo mai creduto (e lo abbiamo detto quando era scomodo dirlo) che con le armi si rendano migliori gli uomini o si facciano progredire le civiltà. Noi non abbiamo mai creduto (mentre molti ci hanno creduto e ci credono) che con la morte si possa far trionfare la vita nella storia degli uomini.
Non crediamo a quel fatalismo bellico che paragona la vicenda della pace e della guerra all'eterna vicenda delle stagioni, come se la libera volontà degli uomini e la loro coscienza morale non potessero ad ogni istante far mutare il corso delle cose. Il nostro idealismo ci fa credere alla suprema forza determinante dello spirito; il nostro realismo ci fa guardare in faccia la realtà delle controversie. Non neghiamo le controversie: neghiamo che esse debbano o possano essere risolte solo con il ricorso alle armi.
Noi vediamo che la situazione attuale è una situazione sui generis. Si è trovato, per qualificare questa situazione, il termine nuovo di «guerra fredda». Cioè: né guerra, né pace. Cioè: guerra possibile, ma evitabile. E la nostra coscienza morale e la nostra volontà di uomini responsabili devono essere tanto più impegnate a evitare una guerra quanto più essa appare possibile. Questo è il nostro impegno di rappresentanti del popolo che anno dure responsabilità di fronte ai cittadini, di fronte alle famiglie, di fronte alla nazione, di fronte al sacrificio di tanti nostri fratelli: l'impegno della lotta per la pace facciamo tanti sforzi per vincere la guerra, perché non dovremmo farne cento volte di più per assicurare la pace agli uomini?
Ma che cosa significa la pace, quella pace di cui ieri parlava così bene l'onorevole Di Vittorio, ma purtroppo attribuendo alle sue parole quel significato soggettivo e particolare che ben conoscete? Molti vogliono la pace, ma pochi vogliono le cose che rendono possibile la pace! (Applausi al centro).
Anche Hitler diceva, nei suoi famosi discorsi-fiume, di volere la pace, ma soggiungeva di volere anche Danzica, vale a dire di voler ciò che distruggeva la pace (Commenti a sinistra).
Oggi, altri dicono di volere la pace, ma vogliono nello stesso tempo la Cina comunista, la Corea comunista, l'Indocina comunista, la Germania comunista. (Applausi al centro).
Siamo convinti che non si garantisce la pace né con una politica di isolazionismo (quella dell'agnello di fronte al lupo), né con una politica di egoismo (per pensare solo ai fatti propri si finisce con l'essere travolti da coloro che pensano ai fatti altrui), e nemmeno con una politica di acquiescenza ai sermoni e alle minacce del più forte, con le concessioni che non saziano ma stimolano gli appetiti, non frenano ma incoraggiano gli istinti, secondo l'insegnamento di Monaco.
Con queste politiche non si favorisce la pace; si diventa corresponsabili delle oppressioni e dei conseguenti immani sacrifici necessari per liberarsi dall'oppressore o, peggio, per esserne liberati.
La pace si favorisce solo, come l'esperienza ci ha insegnato, con la sicurezza nell'unità delle forze, sicurezza che sia idonea a scoraggiare l'aggressore, ad arrestarlo con la prospettiva dell'insuccesso e con il timore della rovina. Cioè, onorevoli colleghi, non desideriamo la pace a qualsiasi prezzo, ma la pace con la libertà e la conservazione e la difesa di quei valori spirituali che sono ancora più preziosi della pace, come abbiamo dimostrato di credere quando abbiamo accettato la lotta per l'indeclinabile difesa di quei valori. La pace sì, ma nella giustizia che la genera, secondo un grande insegnamento. La pace che non sia debolezza, la quale è una tentazione per chi manovra la forza, che non sia divisione dei popoli civili, la quale si risolve in una provocazione per i violenti.
Termino associandomi alle parole del presidente della Commissione Bettiol circa la nostra piena adesione alla ratifica, adesione che era già esplicita nella relazione e che smentisce l'onorevole Gian Carlo Pajetta, il quale ha ingiustamente accusato la maggioranza di essersi chiusa nella linea Maginot dell'indifferenza. A noi basterebbe, secondo il collega comunista, «dire di sì a chi chiede di dire di sì». Potremmo rispondere che molte volte abbiamo anche saputo dire di «no» e, comunque, dobbiamo ricordare che la nostra adesione, come ha riconosciuto lo stesso onorevole Nenni, fa capire anche le nostre preoccupazioni. Saremmo incoscienti se le ignorassimo, insinceri se le tacessimo; ma non intaccano la nostra adesione.
L'onorevole Pietro Nenni ha ricordato anche l'insegnamento dei Pontefici e ha fatto appello alla nostra coscienza cristiana di fronte a questa decisione. Su ciò è stato molto chiaro l'onorevole Montini, che ringrazio vivamente. Noi non vogliamo un'Europa confessionale, come andavano dicendo gli avversari della C.E.D., ma un'Europa in cui tutti i popoli liberi possano collaborare. A questo proposito ricordo un felice discorso che ci tenne Guy Mollet all'assemblea di Strasburgo in commemorazione di De Gasperi. Egli diceva di aver trovato nel grande uomo politico italiano quelle eminenti virtù del cristiano con le quali anche il socialismo poteva collaborare.
È con l'unione di queste forze religiose e laiche, sociali e nazionali, che noi possiamo costruire l'Europa di domani, concludeva Guy Mollet.
Quando l'onorevole Nenni, citando il Papa, ci ammonisce di non conciliare la pace armata con la pace cristiana, noi rispondiamo: sì, siamo d'accordo, ma sentiamo anche un altro dovere di coscienza. Vi diciamo, cioè, che non vogliamo, in nome di una pace disarmata, divenire collaboratori e complici della marcia del comunismo distruttore di quei valori religiosi a cui ora anche gli avversari si appellano per chiedere una assurda rinuncia al diritto di difesa. (Commenti a sinistra).
La catastrofe dei valori religiosi nei paesi oppressi dal comunismo — ed ora si aggiunge anche l'Indocina — non è senza profondo e doloroso significato, e ci rende ben responsabili e attenti su questo punto. Anche in considerazione di ciò confermiamo la nostra adesione a questi accordi, perché vogliamo una Europa che presidi le sue libertà ed una Italia operante nella coalizione dei popoli dell'occidente, per la difesa dell'occidente. (Vivissimi, prolungati applausi al centro e a destra — Moltissime congratulazioni).

On. Guido Gonella
Camera dei Deputati
Roma, 22 dicembre 1954

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta pomeridiana di mercoledì 22 dicembre 1954)


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