LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

 

VI° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: RELAZIONE DI AMINTORE FANFANI
(Trento, 14-18 ottobre 1956)

Il VI° Congresso nazionale della Democrazia Cristiana si svolge a Trento, in memoria della scomparsa di Alcide De Gasperi avvenuta due anni prima: questo è il primo congresso del partito dopo la morte dello statista trentino.
La Democrazia Cristiana, saldamente guidata da Amintore Fanfani, affronta la nuova situazione politica interna (tra i governi centristi con una esigua maggioranza parlamentare e le prime attenzioni verso le evoluzioni del PSI) ed internazionale (tra la destalinizzazione e la brutale invasione sovietica dell'Ungheria).

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LA DEMOCRAZIA CRISTIANA PER LO SVILUPPO DEMOCRATICO IN ITALIA

L'attuazione dei voti del 5° Congresso

Dobbiamo rendere conto al sesto Congresso del lavoro svolto per attuare i voti del quinto.
L'arduo impegno assunto a Napoli di concorrere a governare, attuando programmi concordati da una coalizione di centro sostenuta dall'esigua maggioranza scaturita dal 7 giugno, è stato svolto sinora, malgrado le palesi ed occulte difficoltà. Anche gli ostacoli insorti al momento del rimpasto del Gabinetto Scelba furono superati, ripresentando lo schieramento democratico solidale nel sostenere il programma del Gabinetto Segni. E chi ricorda quali scarse probabilità si assegnarono nella estate del 1953 alla legislatura di sopravvivere e alla maggioranza democratica di esprimere un governo e ad un governo di presentare e svolgere un programma di centro, può concludere riconoscendo che il senso civico dei partiti democratici ha prevalso. La costanza e l'abilità dei presidenti Scelba e Segni hanno provato che il sistema democratico può funzionare anche in condizioni difficili. Basta che non venga meno il senso di responsabilità e lo spirito di sacrificio dei suoi sostenitori.
Con cadenza superiore a quella consentita dai tempi, gli uomini della Democrazia Cristiana han continuato nel decorso biennio a svolgere i programmi approvati dal Partito, dedotti da quello generale che è all'origine della nostra vita. E così la ricostruzione fu completata, le riforme iniziate furono continuate. Il progresso economico visibilmente si accentuò, consentendo una maggiore serenità sociale, e mantenendo una ferma stabilità politica.
Gli elettori dimostrarono a più riprese d'aver consapevolezza e gratitudine per le difficoltà superate dalla Democrazia Cristiana e dai suoi alleati. Così si spiega la delusione delle sinistre e la vittoria democristiana in Val d'Aosta nel novembre 1954. Poi nel giugno 1955 gli eccezionali progressi della Democrazia Cristiana in Sicilia, resi più significativi dal primo regresso dopo dieci anni del Partito comunista. Infine, nel maggio del 1956 su tutto il territorio italiano l'accentuarsi in percentuali di votanti del regresso comunista, e delle sinistre in genere, sia rispetto al 1951-1952 che al 1953, accompagnato da analogo regresso delle destre. Invece nel loro insieme si ebbe un progresso dei partiti del centro democratico sul '51-'52 e sul '53, ed i cospicui progressi della D.C. rispetto alle analoghe elezioni del '51-'52 in percentuali di votanti, in numero assoluto di voti, in candidati eletti, in amministrazioni conquistate.

Il rinvigorimento organizzativo

Siamo lieti di riconoscere che l'inversione del trend elettorale annunziatasi nel novembre '54, pronunziatasi nel giugno '55, confermata nel maggio '56, ha coinciso con una riaffermazione della solidarietà dei partiti democratici, con la ripresa di svolgimento di programmi di centro. Ma nessuno ci accuserà di vanteria se aggiungiamo che quella inversione di trend accompagna a passo a passo lo svolgimento delle conclusioni del Congresso di Napoli, sul piano organizzativo. Sta il fatto che in conseguenza dei voti del V Congresso, ogni struttura organizzativa del Partito fu rinforzata, sia al centro che nell'estrema periferia. Grazie all'attività del neo-costituito Ufficio delle Zone Depresse 2.441 sezioni furono costituite o riaperte, 6 187 sezioni furono dotate di bandiera, 1 599 sezioni furono dotate di radio, 343 sezioni furono dotate di televisore.
Il Movimento Femminile ha segnato progressi di funzionalità e di adesioni, acquistando in due anni 80.000 nuove iscritte. Il Movimento Giovanile rendendo feconde le discussioni e i dibattiti che lo fanno vivace, ha acquistato forza interna e leadership in campo internazionale.
L'Ufficio Elettorale, quello Enti Locali, quello dei Problemi del Lavoro, quello Formazione, quello Culturale, quello Legislativo, quello Spes hanno avuto un impulso quale mai ebbero, e svolto un'attività centrale e periferica, che da sola può costituire un vanto di questo biennio.
Trovammo il Partito con diverse gestioni commissariali provinciali, lo portiamo al VI Congresso senza più alcuna gestione commissariale. Trovammo il Partito con schiaccianti oneri post-elettorali, lo riportiamo al VI Congresso, grazie alla continua rispondenza di tutti gli amici ai nostri appelli, in condizioni di sanità. Queste hanno consentito di liberare tutti i Comitati Provinciali — senza distinzione — dai debiti di precedenti gestioni, di dotarne alcuni e molte sezioni di sedi proprie, di affrontare la spesa per il Monumento a De Gasperi, di predisporre la realizzazione di un sogno decennale, quello della sede centrale propria del Partito. Il terreno dell'EUR è stato già acquistato e pagato, un concorso tra architetti italiani il 26 settembre ha segnato quattro progetti sui quali, opportunamente riveduti secondo le nostre esigenze, il 15 novembre si farà la scelta definitiva. Lasceremo quindi ai dirigenti del Partito, che voi eleggerete, anche il compito di procedere alla esecuzione del progetto prescelto. E a rendere più gradito tale compito accompagneremo la consegna del progetto con la consegna di buona parte dei fondi occorrenti.
E il rinvigorimento organizzativo perseguimmo non solo con rinforzi e adeguamenti materiali, ma mobilitando di tanto in tanto i nostri amici, ora per le feste del socio, o del dirigente, istituite annualmente a partire dal 1955; ora per i congressi degli amministratori, delle rappresentanze del Sud, degli editori, dei pescatori, dei mezzadri, degli artigiani, delle mamme contadine, degli assegnatari, ora per la raccolta di fondi che han provato nel sacrificio la consistenza di una fede. Gran parte di voi foste tra i mobilitati e quindi siete in grado di testimoniare come queste manifestazioni organizzative acquistarono sempre per l'elettorato e per noi stessi anche un valore ideologico, sia che riaffermassero il nostro programma, volgarizzandolo, sia che chiamassero ad aggiornarlo, perfezionandolo.
Il ricordo di queste manifestazioni nazionali, accompagnate da migliaia e migliaia di manifestazioni locali, testimonia che l'organizzazione non fu concepita come fine ma come mezzo per dar segno di vita, per controllare l'efficienza, per saggiare i programmi, per conquistare nuove prospettive, per gettare un ponte tra l'elettorato e il Governo, tra il Governo e l'elettorato.
La ripresa organizzativa concorse a dare i suoi effetti, portando i tesserati a 1.400.000, aumentando i voti, apportando un approfondimento programmatico per una migliore azione.
e il rinnovamento organizzativo fosse stato sterile ginnastica non avrebbe impensierito i comunisti da indurli ad occuparsi di esso più volte nei loro consessi, finche per vantare — a torto — di averlo generato con il proprio esempio. In realtà la Democrazia Cristiana rinvigorendo le proprie strutture organizzative, non ha inteso imitare il comunismo, ma intese combatterlo più efficacemente contrapponendo alle sue, armi più valide. E che la contrapposizione sia stata efficace lo dimostrano i successi ricordati della Val d'Aosta, di Sicilia e d'Italia. Allorché le nuove strutture saranno completate e saranno animate da una sempre e più viva conoscenza e coscienza ideale, le nostre vittorie sul comunismo non appariranno più occasionali. Diverranno progressione crescente cristiana ed umana, e la impostazione non cristiana ed inumana dei nostri principali avversari ci dà l'assoluta certezza.
Ma intanto mentre al compito più urgente, quello di dare seggi, bandiere, strumenti ai combattenti scudo-crociati si provvedeva, si iniziava, meno clamorosamente, il lavoro di determinazione, approfondimento e volgarizzazione ideologica. Anche in questo tornammo in primo luogo alle origini, quelle del '45-'46 quando in Roma il lavoro organizzativo fu fatto accompagnare dal lavoro ideologico, di studio e di formazione.
La villa della Camilluccia fu innanzitutto pagata, poi dotata di personale e di strumenti didattici, quindi dal 1 settembre 1954 diventò il Centro Studi Politici Alcide De Gasperi, cioè la scuola centrale dei dirigenti di Partito, ed il centro propulsore dell'attività didattica periferica.
E alla stampa ricorremmo come ad arma formidabile per aggiornare gli amici, per informare gli elettori. Stampa quotidiana di cui spesso ricevemmo strumenti più o meno efficaci, ma quasi sempre ancora da assestare. Ed assestammo e rinforzammo, migliorandoli sotto il profilo dei servizi interni ed esterni, del contenuto, dell'autorevolezza e della diffusione. Stampa periodica che riordinammo, pretendendo che i lettori da gratuiti divenissero paganti. Stampa non periodica, nell'ambito della quale incoraggiammo la nascita di una casa Editrice, quella delle Cinque Lune.
È un inizio, che va continuato e perfezionato. Esso rivela la preoccupazione viva che la Direzione ha avuto di accompagnare il rinvigorimento organizzativo con l'approfondimento ideologico.
Del complesso di questa attività succintamente ricordata sul piano di Governo, del Parlamento, del Partito, si è detto l'essenziale. Giudichi ognuno se fu secondo. A noi piace concludere l'argomento segnalando che essa, nel suo complesso e malgrado le deficienze, ha rinvigorito il Partito ed ha consentito ad esso di presentarsi a questo VI Congresso con la certezza di avere trovato la strada per compiere un ulteriore balzo avanti, il balzo decisivo verso la vittoria. I delegati del VI Congresso della D.C. non sono nello stato d'animo di chi vuol riparare ad una incompleta vittoria, quale fu quella del 7 giugno; ma nello stato d'animo di chi, constatata la sicura ripresa, esperimentata la bontà dei nuovi mezzi, avuto sentore dei propositi del multiforme avversario, chiede di conoscere presto i nuovi piani per poterli seguire con manovra adeguata, capace di dargli la vittoria. E di questa constatazione di stato d'animo dobbiamo essere particolarmente soddisfatti. L'esperienza dice che senza speranza non c'è successo, e l'aver riportato nel Partito una viva speranza, dobbiamo essere particolarmente contenti, per quanto gravi siano le fatiche e i sacrifici che tale ritorno è costato.

L'EVOLUZIONE DEL CAMPO POLITICO E I PROBLEMI DELLA DEMOCRAZIA ITALIANA

L'operazione Krusciov ha indubbiamente indebolito il comunismo mondiale. Ce ne fanno avvertiti le prese di posizione dei vari partiti comunisti, la rivolta ed il processo di Poznan, le stesse trivalenti dichiarazioni di Togliatti sulla destalinizzazione.
La crisi moscovita ha avuto ripercussioni anche in seno al comunismo italiano, in un momento in cui esso, per iniziativa nostra e del sindacalismo libero, si trovava già in difficoltà.
Della nuova crisi ci hanno detto gli elettori in maggio. Ci stanno avvertendo i comunisti nei comitati e nelle cellule da mesi. Continuano a farla constatare gli operai nelle elezioni delle Commissioni interne. E più ancora la rivelano le vane rettifiche di azione sindacale tentate dai dirigenti della CGIL.
Anche il PSI ha avvertito la crisi, e per suo conto Nenni, secondo le confessioni fatte a Commin, ha tentato di correre ai ripari, imbastendo l'operazione della unificazione socialista. Il PCI fa del suo meglio per tallonare Nenni. Consentendogli di agganciare il PSDI, confida di trovarsi alla conclusione in condizioni di agganciare tutti: PSDI, PSI, Unità Popolare ed altri minori gruppi socialisti. Per ogni evenienza autorizza Di Vittorio a prevenire Nenni, provocando una unificazione su quel piano sindacale in cui imprigionò sinora il PSI e dove spera evidentemente di imprigionarlo ancora insieme alla socialdemocrazia.

Comunisti e socialisti nell'ultimo decennio

Nel 1946, sicuro di batterci, Togliatti non cercò espedienti: con Nenni confidava più nel caos che nella Costituente. Nel 1948, per batterci, promosse il fronte con Nenni, e lo affidò alla guida di Garibaldi. Ma ci rimise anche il famoso paio di scarpe!
Nel 1953, non fidandosi più né di operazioni militari né di generali per batterci al fronte sostituì la distinzione da Nenni, al riparo del patto di unità rinsaldato. Nel 1956, spavaldamente accentuò la distinzione, almeno apparente, ma i risultati della giornata del 27 maggio sembrano aver consigliato a Togliatti di consentire una più accentuata divisione da Nenni. Però al riparo del patto di consultazione. Ma il perseguimento dell'unità di intenti rimane, e si conclama nella lotta alla Democrazia Cristiana, nel tentativo di isolarla, levandole ogni alleato, per vederla arrendersi a discrezione o alla destra o alla sinistra, nei due casi inimicandola a parte del suo elettorato. L'oggetto delle vigilanti manovre di Togliatti è il PSDI. Caduto questo bastione, sarebbe la volta del PRI, e magari del PLI, pur d'arrivare all'ultimo intento: ridurre la forza della D.C. ed averla a discrezione.
L'operazione diventa più urgente, perché ormai è chiaro che l'URSS rinunzia alla vecchia politica ed attende la caduta dell'Occidente in un tempo troppo lungo per le impazienze viminalesche dell'estrema sinistra nostrana.
Ora è chiaro che il progresso economico e civile d'Italia avvia il proletariato ad apprezzare finalmente i metodi costruttivi della democrazia.
L'estrema sinistra prevede il proprio progressivo indebolimento; lo teme e tenta di reagire.
La storia politica dell'ultimo decennio non può non avere amareggiato l'on. Nenni, per i fallimentari risultati della sua decennale collaborazione con Togliatti e con il Cremlino. Ciò potrebbe indurci a dar credito alle voci che dànno per sicuro un desiderio d autonomia finalmente sbocciato nell'animo del segretario del PSI. Ma non possiamo negare che al posto di Nenni anche un fedele di Mosca sinora non si sarebbe comportato diversamente. Ed è questa constatazione che invita ad essere più che mai guardinghi.
Chi ha la responsabilità di un popolo, come in gran parte noi abbiamo, non può lasciarsi prendere dalla benevolenza, dalla stanchezza, dall'imprudenza o dall'ingenuità.
Tanto più che una nostra ingenua arrendevolezza, o una nostra benevole imprudenza, agevolando il gioco del comunismo, non solo comprometterebbe tutto ciò che sinora abbiamo difeso; ma risarcirebbe anche la crisi che a destra stanno subendo altri avversari, che non possiamo perdere di vista.
Se ciò avremo chiaro, resteremo attaccati al nostro dovere di difendere i valori sinora difesi, e non faremo concessioni che potrebbero sembrare benevole o misericordiose, e sarebbero soltanto imprudenti.
Ora serve sottolineare che, essendo la situazione nei suoi elementi positivi il portato anche della nostra decennale azione di partito, conviene che essa venga completata e proseguita. Va innovata solo in quanto le novità possono giovare a consolidare la democrazia in Italia, congruamente sviluppandola.
Dobbiamo promuovere sì ogni progresso sociale, ma avendo la assoluta certezza di non compromettere la libertà. Dobbiamo non disprezzare a priori i programmi altrui; ma conservando fiducia in primo luogo nei nostri programmi.

I nuovi problemi della democrazia italiana

Il consolidamento della democrazia in Italia ha fatto notevoli progressi nei dieci anni trascorsi. Ma deve farne ancora. Occorre progredire per giungere a far sì che la difesa della democrazia sia il portato del quotidiano comportamento di ogni cittadino. A ciò dovrà condurci un approfondimento della coscienza civica, un accrescimento delle testimonianze della fecondità civile di un libero reggimento democratico, una eliminazione totale delle tentazioni economico-sociali che la coscienza civica ancora subisce.
La situazione italiana esige che si operi con costanza e generosità nei prossimi anni, per estendere la zona dei cittadini preparati a compiere il proprio dovere civico.
Bisogna estendere la zona di coloro che, con la propria personale attività economica o professionale, godono la gioia di contribuire a costruire la società in cui vivono. Per converso occorre ridurre il numero di coloro che, per la propria involontaria inattività, restano estraniati dalla costruzione e dal progresso della società in cui vivono.
È prossimo compito quello di ridurre le zone di depressione e di attenuare le differenze di sviluppo tra le varie regioni d'Italia, affinché oltre che i singoli cittadini, anche cospicui gruppi di essi non soffrano della menomata partecipazione e quindi del ridotto interesse ai progressi della comunità nazionale. In questo caso, riguardante le zone, come nel precedente riguardante gli individui, si tratta di eliminare o perlomeno progressivamente ridurre le differenze non nelle posizioni di arrivo dovute ad effettiva capacità, ma nelle posizioni di partenza dovute a noncuranza o, peggio, a palese ingiustizia di volontari inadatti provvedimenti o di tradizionali e antiquate strutture.
La linea di consolidamento della democrazia non può non essere una linea di eguaglianza di diritti, di doveri, di possibilità. Essa da noi deve concretarsi nella piena possibilità per ognuno, purché lo voglia, con parità di pena o di agevolazione, da qualunque ceto provenga, in qualunque zona sia nato, di dare totale prova delle sue capacità utilizzando tutti i propri talenti, occupando nella società il posto che in definitiva a lui si addice. Perseguendo tale linea di sviluppo si può consolidare la democrazia, dando ad ogni cittadino la gioia di vivere in essa grazie ad un pieno rispetto e ad una totale utilizzazione delle sue possibilità personali.
Sviluppare ulteriormente la democrazia in Italia vuol dire trasformare il cittadino da difensore di una libertà che talvolta commisera, e di una democrazia che sostiene di malavoglia pensando a chi è andato o a chi "ha da venì", nel propagandista di una libertà che gode e di una democrazia che elogia. Bisogna creare i motivi per la nascita di un entusiastico patriottismo per la Patria e le istituzioni democratiche.
La necessità di operare in tal senso imporrà l'adozione di conseguenti politiche scolastiche, politiche civiche, politiche economiche e sociali. Esse devono essere unificate nel fine: proporzionate, energiche e costanti azioni per dare ad ogni uomo la possibilità di un libero totale sviluppo secondo le sue capacità.
Per la via e secondo la linea ricordata non solo si risolvono gli attuali problemi italiani, ma si fondono e si superano i contrasti degli interessi particolari e le difficoltà del riformismo frammentario. Necessariamente si sostituisce alla politica del rivendicazionsmo un'articolata politica costruita per lo sviluppo della società italiana e per dare ad ogni italiano la gioia di sentirsi utile, la felicità di sentirsi libero, la serenità di sentirsi soddisfatto.
In questa linea rientra lo schema Vanoni, che appare più che una polarizzazione di tutte le nostre attenzioni, cure e risorse nel settore del progresso economico, la diagnosi prima e la cura poi per liberare il cittadino italiano da alcune delle più gravi tentazioni contro il suo attaccamento alla democrazia e alla libertà.
Quanti anni occorreranno per dare soluzione completa ai ricordati problemi? Sotto l'aspetto economico Vanoni parlava di 10 anni. Sotto l'aspetto della istruzione, nel recente progetto della D.C. per la istruzione ai meritevoli e capaci si parla di 12 anni. Accettiamo pure questo limite, e constatiamo quindi che per compiere la nuova tappa necessaria allo sviluppo della democrazia in Italia si ritiene che, per almeno 10-12 anni, la nostra politica sia essenzialmente diretta a creare le condizioni e gli ordinamenti che consentano a ogni cittadino di conseguire quella istruzione, quella educazione civica, quella autonomia professionale ed economica che lo rendano custode e promotore della nostra piena vita democratica.
Constatiamo, a scanso di equivoci, che, via via che la ricordata linea si snoderà come conseguenza del suo sviluppo, l'Italia compirà progressi su altre linee non meno necessarie al consolidamento democratico: la linea del progresso produttivo, la linea del maggior benessere, la linea della progressiva attuazione dei principii della Costituzione, la linea della naturale stabilità politica.

Le prospettive dello sviluppo democratico

Intanto varie sono in apparenza le prospettive o le scelte che di fatto si presentano o si offrono ai cittadini e ai partiti italiani per far fronte alle necessità del nostro sviluppo democratico. Cittadini e partiti debbono accortamente distinguere. Sulla base delle esperienze e memori di scelte già fatte e convalidate sul piano politico, i cittadini e i partiti democratici non debbono compiere alcun atto che rinneghi le costruttive scelte già fatte.
E non bisogna confondere la scelta del proprio destino con il piacere reso a chi si offre di accompagnarci senza avere i titoli in regola.
Per 10 anni l'elettorato italiano in maggioranza espresse il voto di vivere in libertà, senza ritorni al passato, senza avventure in futuro. A questo voto non possono contraddire gli atti di coloro che quel voto orientarono, sollecitarono e promisero di rispettare. Il rispetto di quel voto sinora ha dato pace, libertà, progresso all'Italia. II rispetto di quel voto continuerà a garantire all'Italia pace, libertà, progresso.
Ogni innovazione, per essere accettata, deve irrefutabilmente provarsi capace di accrescere, non diminuire, la pace, la libertà, il progresso, di cui sinora l'Italia ha goduto. I fatti del decennio si conoscono nella ispirazione, l'attuazione, negli effetti. All'alba del nuovo decennio essi non possono essere rinunziati per promesse verbali, specie se non chiare. Occorrono atti capaci di garantire che le conquiste fatte non andranno perdute, ed anzi si consolideranno e si accresceranno con nuove conquiste nello stesso senso, cioè nel senso della pace, della libertà, del progresso.
E quando si sappia interpretare attentamente l'anima della Nazione, si può sicuramente aggiungere che la pace, di cui il popolo nostro si è sinora compiaciuto e giovato, è anche una pace religiosa il cui mantenimento è condizione sine qua non per la valutazione positiva o negativa di qualsiasi innovazione.
La nostra democrazia italiana ha prospettive e problemi prossimi anche in campo internazionale. In vista dei quali, con ragionamento in parte analogico con quanto già detto, si arriva a concludere che occorre non rinunziare a nessuna amicizia sperimentata, consolidandone anzi i legami nel quadro generale occidentale e in quello particolare europeo, eliminando le incertezze e le incomprensioni con altri popoli.
Vale per il campo internazionale la linea riscontrata valida nel campo interno: accrescere i vincoli di amicizia e di cordiale stima tra i difensori della democrazia, acquisire alla stessa famiglia tutti gli altri che ad essa desiderano appartenere, avendone le qualità e i titoli necessari.
L'adozione di tale linea ci farà trovare in chiare posizioni alle tappe che si annunciano nei prossimi mesi ed anni, comunque da qui al prossimo nostro Congresso ordinario.
In ognuna di dette tappe l'efficace perseguimento delle linee, individuate come necessarie o almeno utili allo sviluppo della democrazia in Italia, esige che le forze costruttrici e sostenitrici dell'edificio democratico italiano si comportino con costante e coerente fedeltà ai principii che ispirarono la loro azione passata. Si debbono accettare con larghezza di idee e con generosità di spirito, le revisioni, gli accorgimenti, le correzioni che meglio possono fare applicare quei principii, e più rafforzano il campo democratico. Ma si debbono rifiutare, con fermezza le decisioni, le correzioni, gli accorgimenti che allontanino da quei principii, o che possono indebolire il campo democratico.

LE COLLABORAZIONI AUSPICATE

Per l'attuazione del suo programma — del suo vasto programma — ma più ancora per raggiungere il grande obiettivo dello sviluppo ulteriore della democrazia in Italia, la D.C. come per il passato, deve far conto su tutte le forze interessate ai nostri progressi democratici.

Regole della cooperazione tra partiti democratici

È di moda dire che la D.C., o almeno i suoi dirigenti, hanno velleità integralistiche e sete di monopolio del potere politico. Però tali velleità la D.C. non ebbe dopo il 18 aprile, se sollecitò la collaborazione di forze che dal punto di vista numerico non erano necessarie.
Velleità integraliste — dicono — hanno però i dirigenti eletti a Napoli. Ma quei dirigenti hanno sostenuto non uno ma due Governi di coalizione democratica, hanno costituito in Sicilia una Giunta pure di coalizione democratica, han predicato sulle piazze durante l'ultima campagna elettorale di votare per i partiti della coalizione democratica che più fossero graditi agli elettori, ed han resistito da mesi a pressioni favorevoli a Governi monocolori. Sotto l'impulso di questi integralisti, l'azione accorta e generosa della Democrazia Cristiana ha favorito, per la prima volta in un decennio, una ripresa elettorale dei propri alleati.
Lasciamo a Togliatti di accusarci di integralismo. Non esistendo al mondo ideologia e partito più integralista di quello comunista, l'accusa non è che un miserabile espediente per rivestire una pelle d'agnello con cui non si riesce però a coprire il vero corpo dell'orso.
Fu ed è nostro proposito riunire tutte le forze ed i gruppi ed i partiti che hanno vocazioni affini alla nostra o non contrastanti con essa, per sostenere e per attuare nel maggior numero possibile, con i più larghi consensi possibili, i fini che ci sono cari e che anche altri gruppi hanno a cuore. Visione del mondo, convinzioni profonde, cura dei fini che ci sono propri, constatata convergenza di forze diverse su fini comuni, ci conducono non a dividere ma ad unire, non ad allontanare ma ad avvicinare.
Naturalmente questa azione ha un limite ed il limite è la omogeneità dei fini dell'azione e del metodo per conseguirli. Sicché non possiamo dire che siamo disposti ad andare d'accordo con tutte le forze politiche solo perché sono forze politiche; diciamo anzi che non possiamo andare d'accordo con forze politiche le quali non ammettono i fini dell'ordinamento sociale che noi ammettiamo e non ammettono di perseguirli con il metodo e con l'azione che a noi sembrano i soli legittimi ed efficaci.

La politica delle cose

E non ci si inviti, come cosa normale, a collaborare per raggiungere cose concrete, credendo di superare sulla base di un rozzo empirismo le difficoltà create da principii e da metodi. La collaborazione per le cose concrete in un regime democratico è sempre possibile. Ma è possibile normalmente nell'urna parlamentare, quando l'opposizione, che apprezza le proposte della maggioranza su alcune cose concrete, abbandonando posizioni pregiudiziali, vota quelle proposte. Comportandosi come di regola non si sono quasi mai comportati in dieci anni i recenti fautori della politica delle cose concrete.
Altra forma di collaborazione, prevista dal sistema democratico, è quella dell'opposizione che si fonde con la maggioranza e la integra. Ma questa collaborazione non può normalmente stringersi soltanto per le cose concrete. Perché, prima di realizzare il previsto strumento di collaborazione, cioè il Governo, bisogna definire obiettivi finali, strada, metodi per percorrerla. E se il metodo, la strada, gli obiettivi, per una ragione o per l'altra, o creano l'impossibilità di una revisione al primo pericolo, o creano la possibilità di gravi rischi di deviazione, o creano la possibilità di ulteriori involontari passi verso ulteriori obiettivi, contraddittori con quelli finali accettati in origine, la collaborazione proposta è equivoca e pericolosa. Normalmente non può essere accettata. Ogni collaborazione per le cose concrete fatta non sul piano delle libere votazioni parlamentari occasionalmente confluenti, ma fatta sul piano delle intese permanenti di maggioranza o di Governo, esige la certezza che tra i compartecipi per metodo, azione, obiettivi non sorgano equivoci, anche ad evitare il trapasso insospettato da una situazione prevista e gradita ad un'altra situazione politica non prevista e non gradita.
Quando la D.C. si accorse — e se ne accorse in tempo — che la collaborazione con i socialcomunisti, fatta sulle cose, scivolava nella compromissione di metodi e di obiettivi finali, la ruppe. E la ruppe in tempo per evitare, che, sia pure per vie italiane, il Governo d'Italia facesse la fine di quello di Praga. Chi si lascia incantare ora dalla politica delle cose concrete non dimentichi che l'esperienza della politica delle cose concrete fu già fatta tra il 1945 e il 1946. Fu interrotta nel 1947, perché non poteva continuare, senza compromettere le sorti della democrazia, e la libertà d'Italia. Questa responsabilità la D.C. non volle prendersela, e di tanto coraggio gli elettori la premiarono il 18 aprile. De Gasperi ci ha già dato l'esempio storico dei limiti oltre i quali la politica delle cose concrete diventa una cosa impossibile. Ognuno di noi ne tragga le conseguenze. E parli e voti in questo Congresso affinché la D.C. non traligni da questa sua nobile e ferma tradizione.
Dal giugno 1947 abbiamo praticato una collaborazione con forze che volevano raggiungere con noi delle cose concrete, ma contemporaneamente condividevano con noi i metodi e l'azione prescelti; nonché davano a noi, come noi davamo a loro, assoluta garanzia di non servirsi della libertà per consentire un giorno a sé, o ad altri, restati fuori dell'uscio, di affidare la custodia della libertà alla dittatura del proletariato, e di sostituire alla democrazia la democrazia popolare ideata da Stalin e rivelataci da Krusciov. Questa collaborazione stiamo praticando da oltre nove anni, e abbiamo constatato che è stata praticata con frutto per il Paese, con successo per la democrazia. Tale collaborazione siamo sempre pronti a continuare, persuasi che ciò possa avvenire ancora con vantaggio per il Paese, con possibilità di sviluppo per la democrazia.
Riaffermando la nostra fiducia nella capacità della coalizione democratica di attuare il programma che ci sembra più idoneo a consolidare e sviluppare la democrazia in Italia, ammettiamo naturalmente che il programma che a noi pare idoneo possa essere integrato e migliorato dall'apporto delle scelte che in materia programmatica, anche i nostri alleati hanno la capacità ed il diritto di fare; alla condizione che tali scelte non menomino il ritmo ed il senso del progresso che a noi sembra necessari, oggi imprimere alla vita italiana.

Problemi della unificazione socialista

Settimane fa sembrò che — in linea teorica — altre e diverse possibilità potessero sorgere dalla realizzazione di un obiettivo che ogni democratico si augura possa un giorno raggiungersi. La riduzione delle forze della estrema sinistra totalitaria, e l'aumento delle forze democratiche di sinistra, sono certamente cose, nella situazione italiana, auspicabili per migliorarla. Ma l'auspicabilità è condizionata al contemporaneo avverarsi del fenomeno politico sotto i due aspetti ricordati, cioè quello della riduzione delle forze totalitarie di sinistra, e quello dell'aumento delle forze democratiche.
Di fronte alla ventilata possibilità di questo fatto, la Segreteria Politica della D.C. ha assunto un atteggiamento calmo e riservato. La Direzione Centrale ha approvato quell'atteggiamento. Gli sviluppi della vicenda hanno confermato la bontà e validità di esso, del resto fondato sulla consapevolezza della nostra forza. Sicché oggi a Trento non potrei che ripetere quanto dissi alla Verna il 9 settembre: «In circostanze difficili, per un decennio, la D.C. dimostrò di sapere scegliere gli alleai più sicuri e più idonei, per programmi, legami e propositi, a concorrere nell'opera di ricostruzione della Patria, nella difesa della democrazia, nell'attuazione di vaste riforme sociali, nel consolidamento dell'amicizia tra i popoli liberi. Anche nel futuro continueremo a dare la dimostrazione di saper collaborare con alleati che per programmi, legami e propositi rispondano ai criteri suddetti. Chi ad essi si avvicinerà conti su di noi; chi dai suddetti criteri si discosterà non conti su di noi; né su di noi conti chi ad essi fingerà di uniformarsi, per continuare invece a servire meglio forze e disegni che combattemmo aspramente e che decisamente continueremo a combattere fino alla vittoria».
Dal giorno di questa dichiarazione si sono verificati tanti fatti, anche contraddittori, attorno al cosiddetto processo di unificazione socialista. Una volontà chiara e costante di Nenni sembrando sinora quella di concorrere ad influenzare e turbare i lavori di questo nostro Congresso. Sarà bene quindi aggiungere a quanto detto alla Verna, qualche breve cosa.
L'unificazione essendo tentata tra il PSI e il PSDI, sui tempi, i modi, gli obiettivi di essa tocca al PSDI ed al PSI pronunziarsi.
L'operazione "unificazione" diventa anche di nostra competenza, quando pone il problema della collaborazione con noi del partito unificando, e il problema della nostra sostituzione con esso alla direzione del Paese.
Il patto di consultazione del 5 ottobre '56 tra il PCI e il PSI, dopo tante parole e vicende, può perfino essere ritenuto più pro-comunista del patto di unità del '46. Non è per questa via che ci si avvicina ad assumere i caratteri che la D.C. sinora apprezzò nei propri alleati. Tali caratteri rischierebbero di perderli anche coloro che incautamente accettassero di diventare consultori dei consultori dei comunisti.
Per quanto riguarda il problema della nostra sostituzione al Governo con le forze unificate, la soluzione è nelle mani degli elettori. Proclamare noi la volontà di restare e altri quella di sostituirci non serve a nulla. Serve operare in modo che gli elettori facciano una scelta chiara ed avveduta. Per provocarla più favorevole a noi ci siamo riuniti a Congresso e nel Congresso ci proponiamo di giungere alle più idonee determinazioni.
Da dieci anni a questa parte i consensi dell'elettorato nei nostri riguardi sono stati abbastanza costanti e consistenti. Perché mutino e mutino in meglio cercheremo di operare più intensamente, coerentemente, efficacemente di quanto facemmo in passato; facendo conoscere meglio le nostre idee e la nostra azione, presentandoci più uniti, liberandoci dalle scorie che fatalmente accompagnano le opere umane, organizzandoci in forme sempre più adeguate alle necessità. Non ci sono ragioni per dubitare mentre molte sono le ragioni per ben sperare in un nuovo successo.

IL RINNOVATO IMPEGNO DI PARTITO

Per passare dalle enunciazioni alle realizzazioni un partito ha bisogno di forza. E questa forza è di quattro specie: forza ideologica, forza organizzativa, forza elettorale, forza parlamentare.

Chiarezza ideologica

La forza ideologica si manifesta con il possesso di chiari ideali e programmi, con la fiducia in essi, con la conoscenza adeguata delle conseguenze, anche legislative, che se ne possono derivare.
La forza ideologica ha bisogno della forza organizzativa per difendere e diffondere gli ideali affermati. Ha bisogno della forza elettorale per farli accettare e sostenere. Con la conseguente forza parlamentare li farà adottare e tramutare da ideali in leggi e costume.
Immaginare che un programma possa attuarsi per semplice rigore di esposizione, è cosa assurda; tanto più che tale programma contrasta con un ordine preesistente, contrasta con notevoli interessi costituiti, contrasta con altri ordini pro-posti da forze politiche contrastanti.
La evidenza innovatrice del nostro programma postula un efficace strumento che lo sostenga, e questo strumento in una società organizzata si chiama partito. Si commenta talvolta l'errore di ritenere che un partito forte sia caratteristica di totalitarismo. Bisogna correggere: un partito prepotente ed unico è cagione e necessità di totalitarismo. Una democrazia libera e in sviluppo ha bisogno di partiti chiaramente costituiti, vigorosamente operanti; perché ha bisogno di dibattito ideale, di critica esauriente, di volgarizzazione di problemi politici, di educazione all'attività pubblica, tutte cose non facilmente ottenibili, anzi non ottenibili senza partiti robusti. E più vivace è la forza ideologica di un programma, più radicali le innovazioni proposte, più il partito che le sostiene deve avere strutture e possibilità adeguate.
Nel nostro caso la somma dei valori che difendiamo, la somma degli ideali che proponiamo, la somma delle responsabilità che abbiamo per la difesa della democrazia, ci impone ogni sforzo per far divenire sempre più la Democrazia Cristiana un partito adeguato ai suoi formidabili compiti.
In primo luogo dobbiamo avere forze e strumenti idonei ad approfondire, chiarire, specificare le nostre idee, concretandole negli opportuni programmi. Per il che dobbiamo acquisire e mantenere la conoscenza puntuale della situazione e del suo evolvere, delle aspirazioni e bisogni dei nostri concittadini e delle mutazioni di cose.

Forza organizzativa

Per tramutare le nostre idee e i nostri programmi da ipotesi e osservazioni di studio in idee e programmi politici, noi dobbiamo volgarizzare queste idee e questi programmi, acquisendo ad essi aderenti, propagandisti, attuatori.
Si è già entrati nel viso della esigenza organizzativa del Partito. E, se tanto forte è divenuta l'esigenza organizzativa rispetto ai primordi, ciò dipende dal primo successo del nostro esordio, dalla crescita delle nostre responsabilità, oltre che dal manifestarsi delle opposizioni avversarie.
Certo lo sviluppo della democrazia in Italia esige un più vasto impegno programmatico da parte della D.C.; ma esige nel contempo anche un suo più forte sviluppo organizzativo.
So che alcuni amici mi rimproverano tanta insistenza sul fattore organizzativo. Ma credo convenga affermare che, anche nel giorno della più smagliante vittoria, la nuova parola d'ordine dovrebbe essere: una migliore organizzazione. In quel giorno, per rendere feconda la vittoria, attuando il programma presentato; oggi, per render possibile la vittoria, divulgando il programma prescelto. In materia ideologica non basta la ricerca, la formulazione, l'approfondimento: occorre anche la divulgazione.
In una democrazia di massa la forza di un partito sono gli aderenti, i propagandisti, gli elettori; non si acquisiscono aderenti, non si formano propagandisti, non si conseguono elettori, se non ci fanno circolare le idee possedute e i programmi formulati. D'altro canto non si confermano aderenti, propagandisti, elettori, se non si porta a loro conoscenza l'efficace tramutazione degli ideali in leggi, o in decisioni politiche; e non si dimostra che dagli ideali degli elettori, dalle loro aspirazioni le leggi e le decisioni politiche furono orientate. Fu detto a Napoli che la D.C. doveva essere il partito ponte tra gli elettori e i legislatori, tra le leggi approvate e le esigenze dei cittadini. Ma nessun ponte si costruisce senza ingegneri, senza maestranze, senza materiali; né si gestisce senza custodi e restauratori. E sarà un ponte inutile se non avrà passanti.

Nuove strutture

La Democrazia Cristiana, per vocazione popolare e cristiana, per eventi storici massimo partito nazionale, per scelta di elettori massima garanzia della libertà italiana, deve assumere una struttura adeguata alle sue responsabilità.
Sulla base delle esperienze già fatte, approfondendole ed estendendole, dobbiamo dare al Partito le strutture di cui abbisogna per attendere alla elaborazione delle proprie ideologie e dei programmi. A questo proposito occorre dotare il Partito di un nucleo di pensatori e di ricercatori, il cui compito, liberati da preoccupazioni politiche o amministrative, sia unicamente quello di elaborare le nostre idee, affinarle, predisporne la divulgazione, derivarne le concrete commisurazioni alle necessità della vita politica. t uno dei compiti più urgenti, e una delle realizzazioni più attese. Dovrà essere una delle prime decisioni della nuova Direzione.
Un partito, ricco di ideologia e di programma, ad essi deve formare i propri aderenti e soprattutto i propri dirigenti. In questo campo cose importanti sono state fatte; occorre perfezionarle ed estenderle.
Il Centro Studi Politici, che ha inizio con corsi di emergenza richiesti dal succedersi continuo di scadenze elettorali, deve svolgere una più intensa ed organica azione formativa; deve svilupparsi ed organizzarsi in modo da offrire possibilità di adeguato aggiornamento a tutti gli undicimila segretari di Sezione e ad una cifra dieci volte maggiore di responsabili di seggio e di propagandisti. Il Partito deve svilupparsi in quanto raccoglitore di aderenti, di opinioni, di aspirazioni. Al qual proposito compaiono i ponderosi problemi delle sedi, delle dirigenze, delle strumentazioni, dell'attività delle Sezioni. Problemi materiali, formativi, funzionali.
Qualche cosa di notevole è stato iniziato. Occorre intensificare e sviluppare, formando i pionieri di tanta attività, fornendo i mezzi per essa orientandola e sostenendola fino a che un nuovo spirito di sacrificio e di iniziativa, e un nuovo gusto dell'attività civica non avrà fatto della Sezione un centro vivo per la discussione dei problemi locali, un centro vivo per la divulgazione del nostro pensiero e dei nostri atteggiamenti politici, un centro vivo di raccolta e selezione delle opinioni ed aspirazioni dei nostri concittadini.
Il più delle volte ancor oggi la Sezione è una stazione locale che riceve direttive e slogans propagandistici, ed una buca che raccoglie lettere di raccomandazione o richieste di lavoro. Questo la Sezione non cesserà mai di essere; ma deve divenire molto di più. La Sezione deve divenire la base essenziale, ramificazione locale del nostro organismo politico.
Il Partito mediante le Sezioni deve respirare ramificandosi in ogni agglomerato di cittadini, trasmettendo al centro ogni opinione, ogni critica, ogni suggerimento; affinché il Partito si orienti, si ambienti, operi, in conformità delle vive esigenze del Paese.
Ed il Partito — come un albero — sarà tanto più vigoroso e più maestoso, quanto più diffuso, verde, vivo, sensibile, sarà il suo fogliame, cioè l'insieme delle sue Sezioni. E la vitalità delle Sezioni genererà la vitalità dei Comitati Comunali, la vitalità delle Zone, la vitalità dei Comitati Provinciali. La vitalità delle Sezioni perfezionerà la democraticità delle nostre manifestazioni, eliminando le inframmettenze, i personalismi, le manovre di cacicchi, o le imposizioni esterne. La vitalità delle Sezioni, dei Comitati comunali, dei Comitati provinciali fornirà autorità e validità sufficiente per il legittimo controllo degli eletti del Partito a funzioni di vario genere.
Quando quindi si propone un gigantesco sforzo per dare ulteriore sviluppo alle Sezioni, ci si propone di fare del Partito una grande famiglia democratica, viva ed operante, capace di essere l'efficace guida e supporto di tutti i suoi rappresentanti nei consessi e nelle pubbliche amministrazioni.

Rapporti con l'elettorato

Ma particolare strutturazione più completa e perfetta deve assumere il Partito anche in quanto orientatore e mobilizzatore di elettori. Il banco di prova della nostra vitalità si ha nelle elezioni. E il rifornimento di energie politiche avviene in esse. Il Partito non deve ridursi ad un comitato elettorale. Contro questa concezione sono state combattute e vinte memorabili battaglie. Ma il Partito non deve mai dimenticare che la prova suprema della sua capacità e delle sue possibilità è affidati alle sorti delle giornate elettorali.
La verità è che un partito senza elettorato diventa oggetto di studio per i professori di scienze politiche e di storia, ma non è strumento di politica. Per noi non si presenta il problema di acquisire un elettorato, esiste quello di conservarlo, e se è possibile — come è ancora possibile — di accrescerlo.
Non è sfuggito a nessuno lo scandalo che manifestano i grossi partiti di sinistra, i medi di destra, ed anche i piccoli di centro all'idea che la Democrazia Cristiana voglia accrescere il proprio elettorato. Non è sfuggito il sospiro di sollievo che il 28 maggio avversari e alleati han tratto constatando che la D.C. non aveva superato il 18 aprile. A questi farisei che temono la maggioranza d.c. ma auspicano di conseguirla loro in alternativa con noi — bella traduzione moderna del: va via tu che mi ci metto io! — dobbiamo francamente rispondere che non abbiamo fondato un partito né lo guidiamo per fargli raggiungere al più presto e mantenere fermamente una posizione minoritaria. Rivendichiamo al nostro Partito ciò che i comunisti per dieci anni hanno promesso per il loro; e ciò che nei prossimi dieci anni Nenni si propone di conseguire per il suo. Rivendichiamo alla D.C. i titoli, il diritto di aspirare alla maggioranza, sicuri di poter garantire — e il 18 aprile lo dimostra — che anche in tal giorno non abuseremo del potere, e saremo ancora lieti di poterlo condividere con chi avrà idee da aggiungere alle nostre, programmi da integrare ai nostri, forze da completare le nostre.
La Direzione di ieri fece il possibile per superare la crisi successa al 7 giugno: ebbe la fortuna, sudata, di migliorare tutte le posizioni che furono messe in gioco. La Direzione di domani è chiamata a fare l'impossibile per migliorare le posizioni che verranno in gioco, ed una di esse tra due anni è particolarmente impegnativa.
Nenni che auspicava il correre la posta con un anno di anticipo, ora — secondo il piacere di Togliatti — è disposto ad attendere il 1958. Malagodi che tempestava contro la fretta di Nenni, ora — considerati i comodi di Togliatti e gli scomodi di Covelli — è disposto ad anticipare la corsa al 1957.
Per quello che io conosco del Partito posso assicurare che né il 1958 né il 1957 ci scomoderanno; saremo già pronti tra sei mesi, ma più pronti ancora saremo tra diciotto.
Visto l'incerto risultato della contesa tra i partiti in materia di data elettorale, la nuova Direzione farà bene a tenersi pronta per ogni evenienza. Il che significa per i nuovi eletti partire da Trento il 18 corrente con il proposito di impostare subito la preparazione della nuova campagna elettorale politica. E più lungo sarà poi l'intervallo, tanto meglio sarà per noi.

Riforme statutarie

E qui il discorso arriva al punto della strutturazione dei nostri organi centrali e periferici. Ricordate a Napoli l'accenno di De Gasperi ai notabili? Fu un modo di avvicinare il nostro problema, cioè il problema dell'azione più efficace per rendere la nostra azione legislativa ed amministrativa la più ricca di contenuto rispetto al nostro programma, alle attese dell'elettorato, alle necessità e possibilità nazionali.
La Direzione uscita dal Congresso di Napoli ha compiuto atti per inserire l'esperienza dei notabili interni ed esterni nel vivo degli organi del Partito. Ora al Congresso la Direzione uscente, sentita una apposita commissione, e sentito il Consiglio Nazionale, farà delle proposte concrete in tal senso, per arrivare a consentire la più rappresentativa possibile formazione del nostro massimo organo deliberante permanente, il Consiglio Nazionale. Fermo il metodo maggioritario di elezione che più si addice per parere di De Gasperi e di molti fra i massimi esperti della vita nostra, alle necessità di unità nella libertà e di efficienza nell'azione del nostro partito, proporremo di ridurre la maggioranza dai 4/5 ai 2/3, elevando la minoranza da 1/5 a 1/3. Manterremo la correzione del panachage già adattata nel passato. Per questa via crediamo che senza creare una situazione di difficile governo del partito, si apra in seno al Consiglio Nazionale la possibilità alle minoranze di avere non meno di 20 rappresentanti fra gli eletti dal Congresso, oltre quelli che vi arriveranno tramite le elezioni dei consiglieri regionali, e dei gruppi parlamentari.
Con queste proposte crediamo di aver configurato un Consiglio Nazionale ad alto grado di rappresentatività, capace di far confluire nel suo seno tutti gli uomini più esperti e più capaci del Partito, e quindi capace di giungere alle più informate ed apprezzabili deliberazioni. Nel biennio passato la Direzione, formandosi, invitò a farne parte anche i rappresentanti delle minoranze; essi credettero per ragioni apprezzabili di non accettare il replicato invito; è augurabile che in futuro la nuova Direzione si comporti ugualmente, rinnovando l'invito già fatto in passato, e che le minoranze possano mutare il loro passato atteggiamento.

L'AIUTO DELLE ALTRE FORZE CRISTIANE

La prima forza su cui dobbiamo contare, per l'attuazione del nostro programma, è la nostra. L'abbiano già detto.
Fortunatamente la nostra forza — e ciò sia detto per chi teme indebolimenti — non è la sola su cui sicuramente possiamo contare per attuare il nostro programma, e per condurre a vittorioso termine la battaglia per la libertà in Italia.

Movimenti cristiani

Il pensiero sociale cristiano ha suscitato fuori del campo strettamente politico altri Movimenti. Essi per finalità, programma, sfera e metodi d'azione, si differenziano dal nostro, ma intendono con il nostro concorrere a promuovere una riforma sociale cristiana.
Di questi Movimenti siamo gli alleati naturali, pur nel rispetto delle singole autonomie. Ma perché questa alleanza automaticamente funzioni e dia i massimi risultati occorre che noi e loro restiamo fedeli alla comune ispirazione. Per quanto attiene i suddetti Movimenti non sta a noi specialmente qui occuparcene, se non per confermare che apprezziamo i loro intenti ed esprimiamo ancora una volta la nostra gratitudine ammirata per la loro azione. E nella certezza che essa continui a svolgersi sempre con assoluto rispetto anche della nostra autonomia, che del resto concorrono a determinare e a garantire nostri amici partecipanti ai suddetti Movimenti, assicuriamo che il nostro proposito fu e resta quello di promuovere sul terreno politico, a noi proprio, l'attuazione completa di quegli ideali che sospinsero a promuovere i Movimenti cui alludiamo.

Sindacati liberi

Partecipano attivamente alla nostra vita di partito e operano fervidamente nel campo dei Sindacati liberi numerosi carissimi amici.
Al Movimento che li accoglie come sindacalisti non possiamo in questa sede che dirigere un vivo rallegramento per i fecondi riconoscimenti che i lavoratori hanno dato alla nobiltà ed intelligenza delle sue battaglie.
Aggiungiamo il fervido augurio che, secondo la sua breve ma nobile tradizione, il Sindacato che accoglie i nostri amici continui ad operare per sottrarre i lavoratori italiani alla suggestione di sindacati asserviti alla ideologia socialcomunista. Sanno i nostri amici quanto siamo stati rispettosi della loro autonoma responsabilità. sindacale; li dobbiamo assicurare che tale rispetto continuerà, certi che esso permetterà loro più vaste conquiste al servizio del lavoro e della libertà.

Azione Cattolica

Infine è doveroso ricordare, coi nostri amici che provengono e militano nell'Azione Cattolica, le Associazioni che ad essa aderiscono. Esse sono state la fucina dei nostri uomini migliori. Esse hanno forgiato e forgiano la coscienza religiosa di milioni di nostri elettori.
Ad esse esprimiamo riconoscente gratitudine per quanto hanno fatto per la nascita e per l'affermazione della Democrazia Cristiana, confermando fermissimamente i nostri propositi di lottare per la difesa sul terreno politico dei valori cristiani, e per la costruzione di una società conforme ai comuni ideali.
L'appassionata ricerca delle vie migliori all'uopo, ha potuto talvolta far credere che la discussione degenerasse oltre i limiti di verità, di carità, di giustizia; unanime questo Congresso, con la sua voce, il suo voto, le sue decisioni, assicurerà tutti gli amici delle forze cristiane che la nostra unità nella fedeltà al pensiero comune è compatta, la nostra decisione a non lasciarla infrangere per particolari vedute è ferma.
E proprio questa unità, nella fedeltà ai supremi valori, consente poi l'esercizio tra noi, in forme che ci auguriamo sempre più cordiali, di quella disparità di vedute particolari o di scelte personali, che si ricomporranno poi nella configurazione degli organi supremi e soprattutto nella linearità delle deliberazioni a cui tutti come in passato, così in avvenire, assicuriamo il democratico rispetto. E parlando delle ansie e delle attese delle forze cristiane, è impossibile anche in un congresso politico, però di cittadini che vogliono operare per l'avvento di una società più giusta, non levare il pensiero al Padre e alla Guida del popolo cristiano: pensiero di omaggio grato per le paterne cure, pensiero di devoto ossequio per l'alto Magistero, pensiero infine di fedeltà per tutto ciò che Egli rappresenta per i nostri cuori, per le nostre menti, per le nostre anime.
La nostra azione continuerà ad attingere la sua più alta ispirazione dagli ideali supremi della Cristianità, con fermezza di propositi, lealtà di sentimenti, fedeltà di adesione.
L'espressione aperta di questi propositi anche in questo Congresso non indebolirà certo i consensi che circondano la Democrazia Cristiana. Anzi la conferma di tali propositi e soprattutto il fermo rispetto di essi nel futuro costituiranno ulteriori garanzie per il successo delle nostre battaglie, per quanto aspre e difficili esse possano preannunciarsi.

PREVISIONI E CERTEZZE

La nostra prima e vera preoccupazione deve essere quella di mantenersi fedeli in ogni caso al nostro programma.
Questa fedeltà ci porterà malgrado l'asprezza delle battaglie a sudate ma sicure vittorie. Ce ne dà garanzia la realtà inconfutabile della nostra missione. I nostri ideali sono gli ideali verso l'attuazione dei quali per virtù di ragione e di grazia il mondo si muove. I progressi dell'umanità lo confermano, lo conferma il fallimento di tutte le sue utopie.
La nostra azione politica, in quanto fedele e coerente a detti ideali, si inserisce nella storia della loro progressiva attuazione, e ne riceve certezza di successo finale.
Eredi di una tradizione di lotte millenarie, di eroismi e di progressi, non dobbiamo dubitare della fecondità della nostra opera.
Resta incerta l'ora del pieno successo; ma essa sarà affrettata dalla nostra costanza e dalla nostra fermezza.
Vada dal nostro Congresso ad ogni amico, ad ogni italiano una parola chiara ed una parola ferma: sia la parola della Democrazia Cristiana, che assicura la fedeltà di noi tutti agli ideali del progresso, di giustizia, di libertà, di pace, per realizzare i quali dieci anni fa per la prima volta il nostro Partito chiese il voto degli elettori.
E al Capo della Nazione, insieme con l'omaggio degli antichi amici, pervenga l'assicurazione che la Democrazia Cristiana continuerà, accelerandola, la propria azione, perché il popolo italiano, secondo l'alto auspicio, abbia nel nuovo decennio un avvenire più degno della sua antica nobiltà più aderente alle sue più profonde aspirazioni.

On. Amintore Fanfani
VI° Congresso nazionale della DC
Trento, 14-18 ottobre 1956

(fonte: biblioteca Butini)


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