LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL GOVERNO CENTRISTA DI ZOLI: INTERVENTO DI AMINTORE FANFANI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 6 giugno 1957)

Dopo la crisi del I Governo Segni, l'alleanza centrista tra DC, PSDI e PLI, la II legislatura repubblicana vede insediarsi il Governo guidato da Adone Zoli, un monocolore democristiano. Zoli è anche Presidente del Consiglio nazionale della DC. Di seguito si riporta l'intervento del Segretario politico della DC, Amintore Fanfani, nel dibattito sulla fiducia al Governo Zoli alla Camera dei Deputati.

* * *

FANFANI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, le dispute attorno alle origini, per non dire alle colpe, di una crisi di Governo spesso prendono il sopravvento sul ragionamento che dovrebbe farsi per ben risolverla. E questo accade perché, per il curioso prevalere di sentimenti conservatori anche tra i più progressisti, nella crisi si tende a scorgere sempre una disturbante novità. Partire da concezioni errate, però, per intendere che cosa recentemente è avvenuto nel Governo, vuol dire - a mio giudizio - mettersi per una strada che non condurrà in porto.
La vita politica italiana si è sempre svolta, e per fortuna continua ancora a svolgersi, nell'ambito della vita politica mondiale, reca in essa i suoi contraccolpi, e spesso li subisce. Dal 1947, esattamente dieci anni fa, si è iniziata in Italia una non sempre facile, ma benefica, collaborazione tra quattro partiti, il partito democratico cristiano, il partito liberale, il partito repubblicano e il partito socialdemocratico. Questa collaborazione è stata tanto più salda e tanto più convinta quanto più ardui erano i problemi da risolvere e più violenta, assordante, pericolosa l'opposizione esterna di destra e di sinistra. Questa collaborazione ha rischiato sempre di divenire meno stretta, meno convinta, allorché essa appariva meno urgente, meno necessaria per la libertà, il progresso, la sicurezza della nazione; o quando essa appariva meno efficace al fine di ridurre i peso od il volume delle opposizioni di destra e di sinistra. Nell'anno 1953 i mutamenti seguiti alla morte di Stalin, i nuovi orientamenti inglesi manifestati - come ognuno ricorderà - da Churchill, l'esito delle elezioni politiche italiane, fecero sorgere dubbi sulla necessità, sulla efficacia, sulla utilità di proseguire la collaborazione tra i quattro partiti di centro. Tali dubbi presero talvolta il paese e, di riflesso, più o meno, anche i partiti della coa1izione. Mi risparmio qui ogni ricordo di ciò che avvenne o fu detto in quest'aula o fuori dopo il giugno del 1953, sia perché il ricordo è ancora vivo nella mente di tutti e nella esperienza di qualcuno, sia perché mi sono proposto di non accendere, né rinfocolare, polemiche con chicchessia.
In questo mio intervento vorrei - se mi sarà possibile - costruire qualche cosa; comunque non voglio demolire o rovinare nulla, né nel campo della politica, né soprattutto in quello delle amicizie.
Varie, doverose e dolorose esperienze. che sfatarono gli ottimismi dell'anno precedente, ricondussero i quattro partiti di centro, nel febbraio 1934, a costituire una intesa parlamentare. Non dico di proposito una coalizione di Governo, perché ad esso - come ognuno ricorda - non partecipò il partito repubblicano. Parve, a torto, che quell'assenza rosse di poco conto. Gli avvenimenti successivi dimostrarono che essa portò continue difficoltà, malgrado - dobbiamo riconoscerlo - la fedeltà dei repubblicani all'accordo di maggioranza parlamentare.
L'ultima delle suddette difficoltà si ebbe nel marzo 1957, con la decisione dei repubblicani di distaccarsi anche dalla maggioranza parlamentare. Quest'ultimo evento non può non collegarsi agli allettamenti suscitati, nella primavera del 1953, dalla proposta di alternativa socialista, seguita, nel settembre 1956, dalla proposta di unificazione, cui dette concreto corpo l'incontro di Pralognan nell'agosto dello stesso anno.
Ricordiamo tutti che, dopo la campagna elettorale del 7 giugno 1953, l'onorevole Saragat credette di dover saggiare la serietà dell'impegno dell'onorevole Nenni sull'alternativa socialista. Più facilmente, perché più vicino, ricordiamo che nel febbraio del 1957, dopo il congresso di Venezia, il partito repubblicano, accogliendo una tesi da tempo propugnata dall'onorevole La Malfa, decise di operare in modo da agevolare il preannunciato distacco del partito socialista italiano dal partito comunista, quale prodromo dell'auspicata unificazione delle forze socialiste sul piano democratico.
La crisi della coalizione quadripartita è in quella decisione; a meno che non la si voglia trovare già predisposta o preannunciata dalla richiesta formulata nel dicembre 1956 dai socialdemocratici di accantonare ogni voto in Parlamento sui patti agrari, in attesa del congresso socialista di Venezia.
Che poi i partiti interessati non abbiano subito avuto coscienza di quanto era accaduto o, avendo questa coscienza, non ne abbiano tratto le conseguenze, ciò non deve essere imputato frettolosamente a mancanza di sensibilità o di senso di responsabilità; ma, se mai, la previsione che una crisi non chiara offrisse maggiori ostacoli alla sua risoluzione può avere servito da remora o da incoraggiamento a non precipitare gli eventi.
Ho detto che il problema della unificazione socialista, tra l'agosto 1956 e il maggio 1957, è stato il fatto nuovo che, o per virtù di plausibili allettamenti tra i socialdemocratici o per virtù di ragionevoli stimoli a un chiarimento tra i repubblicani, o per virtù di spiegabili cautele tra gli altri due membri della coalizione - i democristiani e i liberali - ha messo a repentaglio più volte la vita del pur benemerito e operoso Governo Segni. L'abilità e la pazienza di Antonio Segni e un poco, me lo consentano, la comprensione dei liberali e della democrazia cristiana per il travaglio dei socialdemocratici, hanno più volte evitato situazioni difficilissime. Chi cita - e talvolta si cita - a spiegare la crisi e la sua preparazione, le ansie o i dubbi sul problema di Suez, che travagliò anche chi vi parla ed altri suoi colleghi, o le esigenze dei sindacalisti democratici, o la fermezza, per non dire la rigidezza, dei liberali cita delle circostanze che rivelano la vita di un corpo vivo nel seno del quale si discute perché si ricerca la verità; ma non cita la ragione vera per cui, ad un certo punto, due membri della coalizione, nel marzo i repubblicani, nell'aprile-maggio i socialdemocratici, si sono domandati prima se nell'interesse del paese era meglio per loro restare con la maggioranza o distaccarsene per favorire la riunificazione socialista, poi hanno deciso e si sono distaccati.
Il modo, la constatazione o gli accorgimenti di questo distacco, sono cose accessorie. I preannunci, così come sono stati dati, sono semmai segni di lealtà che, certamente, chi li ha ricevuti ha apprezzato anche se fino all'ultimo ha sperato che fossero segni annunciatori di non seguite tempeste. Sta il fatto che il motivo per il quale la coalizione si è spezzata è stato il desiderio o la necessità da parte di due partiti membri della stessa di affrontare, saggiare o facilitare (ognuno scelga il verbo che più gli aggrada) il preannunciato processo di unificazione socialista.
Gli uomini responsabili della democrazia cristiana, per quanto mi consta, hanno fatto ogni sforzo per impedire decisioni intempestive; non si poteva, però, da loro pretendere né avrebbero potuto farlo, di impedire ai membri della coalizione di compiere la libera scelta di servire il paese restando nella maggioranza o servirlo, come essi hanno creduto, uscendo dalla maggioranza per spianare la strada all'onorevole Nenni verso I'auspicata autonomia.
Possiamo, soltanto, constatare che finora la decisione presa ha procurato la scissione della coalizione democratica, ma, non ha fatto progredire l'unificazione. Ma non sarebbe questa la prima volta che a sacrifici così meritevoli non conseguano immediate ricompense.
Chi accetta questa obiettiva e, spero, onesta, spiegazione della crisi, sfrondata da ogni versione romanzata, arriva anche a comprendere perché sia restato inascoltato l'appello del 7 maggio della democrazia cristiana di ricostituire la coalizione di centro.
Vani sono stati anche gli sforzi compiuti proprio da chi vi parla per riportare ad una intesa i partiti di centro. Ogni proposta nostra ricevette la risposta che, pur auspicando il ripristino non lontano di una solidarietà democratica di centro, la situazione, forse, imponeva alla democrazia cristiana la doverosa costituzione di un gabinetto minoritario monocolore.
Evidentemente le nostre non erano impressioni fantastiche, se un prolungato e attento esame, dopo le rituali consultazioni, ha indotto il capo dello Stato ad analoga constatazione, chiedendo al senatore Zoli di assumersi l'incarico di costituire iin Governo di minoranza. E, che il Capo dello Stato non si sia ingannato nella diagnosi, dimostrano le vicende di questi ultimi giorni, la discussione in Senato, le decisioni dei partiti già facenti parte della coalizione di centro. Perciò, quando dicemmo, e oggi ripetiamo, che la democrazia cristiana ha accettato di compiere un grave e non desiderato dovere, assumendo l'onere di dar vita ad un Governo di minoranza, non facemmo della retorica, ma concludemmo sia pure tacitamente una pagina della recente cronaca della politica italiana.
Ho cercato di ricordare, onorevoli colleghi, per sommi capi le vicende che hanno portato a questo dibattito. Spero di non aver ceduto alle ragioni della polemica né alle tentazioni di partito. Se sono riuscito a mantenere l'obiettività e a rispettare la buona volontà e le buone intenzioni dei protagonisti di questa vicenda, domando un po' di attenzione ulteriore agli onorevoli colleghi per procedere ad una valutazione serena delle conseguenze dei fatti che ci stanno davanti.
La prima conseguenza è che siamo con un Governo sotto esame, formato dalla democrazia cristiana, stiamo in questa situazione a meno di un anno dal termine della legislatura, con tutti i bilanci da approvare, con alcuni gravissimi e utilissimi provvedimenti da completare, con due importanti trattati da ratificare, con una situazione internazionale (non giova nasconderlo) in movimento, con la impossibilità conclamata da parte dei partiti di centro di costituire una maggioranza, con la impossibilità proclamata (e da noi gradita) del partito comunista di appoggiare il Governo, con la decisione presa dal partito socialista italiano di dover fare altrettanto, con la determinazione dei partiti di destra di appoggiare il Governo, benché ad essi la democrazia cristiana dichiari di non richiedere e non gradire quei voti.
Il partito comunista, il partito socialdemocratico, il partito liberale descrivono i danni del Governo minoritario e monocolore; il partito socialista e il partito repubblicano riconoscono la ineluttabilità di tale Governo in questa situazione, ma dichiarano di non poterlo sostenere; il partito nazionale monarchico e il Movimento sociale italiano preferiscono al quadripartito il Governo monocolore e solo perciò, malgrado il programma, ne favoriscono il passaggio, imitati in misura attenuata dal partito monarchico popolare.
A chi le ascolta da questi banchi tutte queste decisioni sembrano facilmente adottate, anche perchè stimate di danno per la democrazia cristiana e in qualche caso perchè esimono comunque chi le prende da ben più gravi difficoltà.
A noi del partito di maggioranza relativa non è consentito di assumere atteggiamenti polemici, e dobbiamo cercare di affrontare le conseguenze della situazione con animo sereno e volontà pronta a far sì che esse non costituiscano una remora al progresso ulteriore e pur necessario del nostro paese.
La prima conseguenza della situazione creatasi è l'avvenuta costituzione di un Governo senza maggioranza precostituita.
Tutti si affannano a dimostrare i danni o i pericoli di questa formula e ognuno ne tace i vantaggi che ciascuno si propone di trarne a spese della democrazia cristiana.
A noi non sfuggono i danni che la formula ci fa e ci farà sopportare. Per questo abbiamo sempre parlato di dovere non desiderato da compiere. E siccome non ci sfuggano nemmeno i pericoli che in essa possono vedere altri gruppi politici, ci siamo preoccupati fin dalle origini di far intendere che la nostra adesione alla formula non avrebbe avuto un prezzo né con l'imposizione di tutto il nostro programma, né col dettato di condizioni tali da rendere la formazione del Governo minoritario un puro scherzo, una perfida manovra, una perdita di tempo per il Parlamento. E tanto più volentieri rinunciammo a dettare al Governo il nostro programma in quanto sapevamo che il limite di tempo ad esso dinanzi, le disponibilità di mezzi, gli impegni gia presi, i provvedimenti avviati avrebbero assorbito gran parte delle forze e forse esaurito la possibilità di azione del Governo stesso.
Le nostre affermazioni, reputate dai maligni una manovra, erano in realtà un aiuto al Governo che doveva dibattersi tra i seguenti scogli: ricerca dei voti mancanti, completamento di provvedimenti avviati ed urgenti, approvazione indilazionabile dei bilanci, risoluzione di annose questioni pendenti.
Scartammo l'ipotesi che il Governo minoritario si dovesse trasformare in Governo d'affari, almeno per quanto ci riguardava, reputando che l'insieme della situazione politica interna ed internazionale richiedesse un orientamento politico nel solco del quale anche le decisioni parziali dovessero procedere armoniosamente.
Il Presidente del Consiglio, onorevole Zoli, presentando il suo Governo, ha detto dei provvedimenti già approvali che deve attuare, di quelli che deve completare per essere già avviati, dei problemi che deve affrontare. Il lungo elenco non ha bisogno certo ora di essere ricordato. Le segnalazioni particolari trovano la nostra approvazione, la classificazione degli stessi provvedimenti fatta dall'onorevole Presidente del Consiglio ci è sembrata non solo opportuna, ma altamente significativa. L'apertura sociale che nel suo programma è stata codificata ci trova consenzienti: l'inquadramento di tutte le decisioni anche particolari merita di essere sottolineato. E ci sembra che un punto di riferimento di tutta l'azione del Governo debba essere proprio la politica estera che si riassume nello sforzo per garantire la pace al mondo estendendo l'area della libertà. La garanzia di pace non è distinguibile dalla sicurezza, certo, ed è collegata, questa sicurezza, alla risoluzione dei problemi del disarmo, dal quale dipende anche l'attesa sospensione degli esperimenti bellici nucleari.
Ma come conseguire la pace e il disarmo prescindendo dalla unificazione della Germania, dallo sviluppo pacifico del Medio Oriente, da normali relazioni dell'Europa con tutte le popolazioni dell'Africa, dal regolamento di relazioni economiche e politiche con tutti i paesi dell'orbita sovietica, dalla adozione in essi di più liberi ordinamenti?
A questi problemi anche un Governo come quello che ora si è costituito non può non prestare, ci sembra, la massima attenzione, non essendo essi indifferenti per la libertà e il progresso e la sicurezza del nostro paese. Fortunatamente non abbiamo già la certezza di poter affrontare tutti questi problemi senza correre avventure, e questa certezza ci è data dalla stretta solidarietà con i paesi liberi dell'occidente e dall'unione di intenti che esiste con quello tra essi che ha le massime possibilità di indurre l'Unione Sovietica ad aderire a sincere intese per la salvaguardia della pace.
Ma v'è inoltre un'altra garanzia di sviluppi positivi della nostra politica, ed è rappresentata dalla certezza che il nostro mondo occidentale avrà una nuova parola da dire quando tra non molto avrà compiuto i nuovi passi verso l'unità dell'Europa. Proprio lunedì 10 di questo mese a Roma si apre una grande conferenza parlamentare intereuropea. Dobbiamo congratularci con il collega Pacciardi di averla promossa ed organizzata, dobbiamo auspicare che al suo svolgimento il Governo dia il massimo appoggio, e mi si consenta di invitare la Camera ad esprimere in questa circostanza l'augurio che la conferenza non sia soltanto un fecondo incontro ma il segno della ripresa inarrestabile di un movimento unitario europeo. Il Parlamento ed il Governo dimostreranno di intendere il significato dell'avvenimento se lo faranno seguire a brevissima scadenza dalla discussione e dalla ratifica dei trattati per l'Euratorn ed il mercato comune (Applausi al centro).
Perché il 25 marzo segni una data nella storia del progresso morale, economico e civile e politico dell'Europa occorre che i trattati in quel giorno firmati a Roma siano prestissimo ratificati ed entrino al più presto in funzione. Occorre soprattutto che l'Italia orienti tutta la propria politica, specie economica e sociale, verso la nuova realtà che si apre. Essa deve costituire per il nostro paese una realtà di lavoro ed una realtà di progresso. Per questo diventa urgentissima I'approvazione dei nuovi stanziamenti per la Cassa del Mezzogiorno e le zone depresse del centro nord, per questo lo schema di sviluppo del compianto amico e ministro Vanoni, ideato e costruito in un determinato ambiente internazionale e fondato su certe prospettive anche interne, deve essere inserito nella realtà che i trattati per l'Euratom e per il mercato comune aprono alla economia.
Non esito a dire che le trattative di disarmo e soprattutto quelle di indirizzo a fini esclusivamente pacifici delle esperienze di utilizzazione nucleare obbligano ad un altro ripensamento e ridimensionamento dello stesso schema, così come obbligano alla costruzione di una nostra nuova politica dell'energia. Il Governo ha annunziato un grosso stanziamento per la ricerca nucleare. L'annuncio incontra ilnostro plauso, in quanto vi vediamo un segno della comprensione per la nuova realtà che avanza. Il Governo, nell'annunciare il rispetto delle decisioni prese dal Parlamento a proposito dell'I.R.I.,ha fatto cenno alla sua intenzione, nel quadro costituzionale del rispetto della iniziativa privata, di fare di queste imprese di Stato delle imprese pilota. Lodevole certo questa intenzione, ove essa però si armonizzi non solo con i criteri dell'economia ma anche con le esigenze che l'estendersi dell'automazione rende ormai pressanti e con quelle che il nostro inserimento nel mercato comune renderà sempre più evidenti.
Ricordiamo queste cose non perché pensiamo che questo Governo, per i limiti di tempo, di mezzi e di forze che ha a disposizione, possa risolvere tutti questi problemi, ma perché ci sembra che i pochi o molti passi pur nella stretta di quei limiti francamente debbano essere fatti, senza contraddire, anzi soddisfacendo ad esigenze che ormai avanzano e che sopravvivranno interamente alla vita di questo Governo. Possiamo applicare queste identiche considerazioni a tutti gli altri progetti e disegni economici che il Governo ha elaborato, appoggiato o detto di voler approvare. Cito i provvedimenti per il riscatto dei telefoni o quelli per la viabilità. Non è possibile che si prendano o si perfezionino decisioni nuove in queste materie dimenticando gli orizzonti mondiali che ci circondano e l'esigenza che in essi l'Italia si inserisca con perfetta capacità di movimento e quindi di vittoriosa concorrenza. Pertanto auspichiamo la più alta modernità delle nostre decisioni. Lo facciamo perché desideriamo la più grande efficienza, e questa efficienza chiediamo per ridurre i costi, per ridurre la fatica, per aumentare i rendimenti, per accrescere le retribuzioni, in una parola per consentire ai lavoratori italiani una vita più degna, meno sovraccarica di angustie, più ricca di soddisfazioni materiali e morali.
Auspicando in ogni decisione il meglio e il più efficiente, concorriamo a garantire un progresso economico e con esso, opportunamente accompagnato da un adeguato progresso sociale, il progresso civile del nostro paese sotto ogni riguardo. Far guadagnare al popolo italiano, e in esso alle categorie più depresse, altre posizioni sulla scala del progresso, vuol dire inserire sempre meglio e sempre più apertamente e profondamente l'Italia nei commerci e nella vita economica del mondo.
A tal proposito ci sembra che, pur nell'ambito della più ferma e convinta e solidale ricerca del mantenimento della sicurezza nostra e dei nostri alleati, si possano fare ulteriori progressi, dopo quelli già fatti per merito della politica estera e del commercio estero dei Governi Scelba e Segni, per consolidare e conquistare nuovi sbocchi ai nostri tecnici, al nostro lavoro e ai nostri prodotti. Una politica di pace nel Mediterraneo, una politica di amichevoli relazioni con i popoli del Medio Oriente, una ancor più sviluppata politica di relazioni con i popoli dell'America latina non ci sono mai sembrate, e non ci sembrano neppure oggi politiche in contrasto con i canoni e le norme dei trattati da noi firmati e onorati, ma ci sembrano anzi un mezzo per operare ed essere, in seno alla comunità cui apparteniamo, un membro capace di apportare ad essa un sempre maggiore contributo.
Di un provvedimento si è fatto anche in questa crisi un gran parlare: il provvedimento dei patti agrari. Un Governo minoritario non poteva non concludere come il Presidente del Consiglio ha concluso al Senato. Ci auguriamo quindi che il Parlamento, alla cui volontà il Governo si è rimesso, trovi le soluzioni più idonee a risolvere il problema sociale senza trascurare il problema economico.
Non è il caso ora, mi pare, di scendere ad ulteriori particolari del programma esposto dal senatore Zoli in materia sociale. Ma non possiamo celare la nostra soddisfazione nel sentire annunziare favorevole predisposizione alla concessione delle pensioni mezzadrili, all'integrazione delle pensioni minime di vecchiaia, alla proposta di legge relativa alla concessione di borse di studio a tutti i meritevoli e capaci. Si tratta sempre di misure atte ad accrescere la certezza, in seno al popolo italiano, che i meriti saranno riconosciuti, i bisogni sovvenuti, e i talenti dissotterrati. Misure tutte queste di giustizia sociale, produttive in primo luogo di speranza, e con la speranza di serenità, e con la serenità di nuove forze vitali di cui in primo luogo beneficerà l'ulteriore slancio di tutto il nostro popolo.
Sembrerà strano, signor Presidente, che dai larghi orizzonti internazionali nei quali sinora abbiamo incoraggiato il Governo ad inserire ogni suo atto di politica economica e sociale, sembrerà strano, dicevo che si passi ora a trattare di un'altra questione, molto agitata nel corso di questa crisi: parlo delle regioni. Giustamente chi l'ha agitata l'ha fatto soprattutto sotto il profilo dell'adempimento costituzionale, riguardo al quale con lode sono state annunziate anche altre misure sulle quali non mi soffermo. Per noi acquista ampio significato il deferimento ad uno speciale ente, in quattro regioni già creato e funzionante, di funzioni di cui è ritenuto meno efficace l'esercizio da parte del potere centrale. Chi prima di noi e poi tra noi sognò una società meglio articolata, più responsabile, più funzionale, meglio controllata, sbagliò ? Opina di sì chi pensa ai pericoli rappresentati dal prevalere di un particolare orientamento politico in certe zone. Opina di no chi pensa che un migliore funzionamento dell'amministrazione, una più diretta partecipazione del cittadino ad essa, un più facile controllo di essa, siano tutte circostanze che non solo accrescono la democraticità nel nostro ordinamento, ma allontanano la tentazione della sovversione ed i pericoli del totalitarismo.
Dopo tante polemiche sulle regioni, dopo tanti pericoli paventati, dopo alcuni inconvenienti constatati, ma anche, bisogna dirlo, dopo i ben maggiori vantaggi rilevati, dire che la democrazia cristiana è divenuta contraria all'ordinamento regionale sarebbe negare Ia verità. La democrazia cristiana ritiene di aver agito saggiamente nel promuovere I'autonomia della Sicilia, della Sardegna, dell'Alto Adige-Trentino, della Val d'Aosta; ritiene che su queste esperienze già fatte, certamente positive e vantaggiose per le popolazioni, si possa procedere ad una estensione del sistema previsto dalla Costituzione ad altre zone; ritiene però, proprio sulle esperienze già fatte, che tale estensione debba essere preceduta dalla certezza che i nuovi enti avranno i mezzi con cui operare senza dilazioni per essi e senza danno per Ia nazione.
Il Presidente del Consiglio ha annunziato di essersi orientato in questo senso, e il suo orientamento ha incontrato il nostro plauso. Si è espresso da qualche parte il timore che la democrazia cristiana, per un presunto ingigantimento nelle prossime consultazioni elettorali, possa rimangiarsi il proprio impegno in materia di decentramento e ordinamento regionale. Questo timore non tiene conto del fatto che ogni progresso delle forze sinceramente democratiche, fra cui penso tutti considerino la democrazia cristiana, sarebbe un argomento per far cadere le preoccupazioni degli antiregionalisti per paura di veder sorgere giunte regionali di marca rossa.
Con ciò anche su un altro punto molto importante della presente disputa ho avuto l'onore di esprimere il prevalente orientamento di massima della democrazia cristiana. Esso coincide, ripeto, con il punto di vista espresso dal Governo e ci consente anche in ciò di approvarne il programma. Approvando questo programma e sostenendo questo Governo che lo formula, la democrazia cristiana non fa il proprio comodo né approfitta d'una favorevole occasione per impadronirsi del potere. La democrazia cristiana adempie il dovere di concorrere a colmare un vuoto nell'unico modo consentito dalla situazione, in attesa che il Parlamento, se prima delle elezioni, o il paese, se dopo le elezioni, siano in grado di esprimere una maggioranza concorde ed omogenea.
Accettando di compiere questo dovere, la democrazia cristiana non ripiega il suo programma, né rinnega il suo passato, né svaluta la propria opera. Essa crede anzi più che mai di aver svolto quest'opera, acquisendo benemerenze verso il paese ed anche verso ciascun gruppo politico. Noi crediamo di aver evitato avventure, di aver dato nuovo volto, nuova prosperità e nuova dignità all'Italia, d'aver dato vita ad una libera Repubblica, d'aver consentito in essa la maturazione di alcuni benefici ripensamenti.
Ciò è motivo di fierezza per noi e di gratitudine sincera per i partiti che con noi, proprio dieci anni fa, si allearono per consentire al paese questo progresso nella sicurezza e nella libertà. Quando ricordiamo Alcide De Gasperi, onorevoli colleghi, noi dobbiamo unire al suo nome anche i nomi di Carlo Sforza, di Luigi Einaudi, di Giuseppe Saragat (Applausi al centro); che con i loro amici, in rappresentanza dei diversi partiti del centro democratico, iniziarono il compimento di un decennale dovere di cui si può, in momenti di malumore, ricordare i difetti e le manchevolezze, ma di cui non si dimenticheranno mai più nella storia d'Italia i sacrifici costati e chi li compiva, come i servigi che sono stati resi alla nazione (Applausi al centro – Commenti a sinistra).
Ed anche, onorevoli colleghi che non approvate, non si dimenticheranno i servigi che essi hanno reso a ciascun gruppo politico, servigi incalcolabili: verso quanti a destra hanno potuto accorgersi, in un clima di libertà, della inattuabilità di tesi sorpassate, verso quanti a sinistra hanno potuto leggere il rapporto Kruscev senza scorgere nell'elenco dei riabilitati alla memoria il nome dei loro capi italiani (Applausi al centro). Servigi incalcolabili anche a quanti, in prossimità dell'estrema sinistra, hanno potuto assistere alle giornate di Budapest e comprendere che tra la dittatura del proletariato e la democrazia non vi è ponte transitabile. Nell'ambito dello stesso centro, non abbiamo forse potuto tutti constatare quale attività apprezzabile sia quella di cristiani che, entrati nella pienezza dei loro diritti nella vita politica, in essa operano nel rispetto della liberta altrui e dei diritti propri dello Stato, non per erigere steccati o per esercitare coercizioni, ma per contribuire a rendere la vita della comunità più libera, più armoniosa, più feconda per tutti ? (Approvazioni al centro).
Ricordiamo tali servigi resi a ciascuno di noi, a noi tutti, alla nazione italiana, non per attendere un grazie, ma per domandare un po' di credito quando diciamo e proclamiamo solennemente che la democrazia cristiana non ha inteso né vuole da questa situazione politica trarre alcun vantaggio, né trasformare la propria minoranza vera in maggioranza supposta, né predisporre ipoteche di qualsiasi genere per la libertà dei cittadini o di singoli gruppi o per il progresso della nazione. Adempiamo un dovere, un non desiderato dovere - lo voglio ripetere - un gravoso dovere, e lo adempiamo con una sola speranza: quella che il Governo incontri anche negli altri gruppi politici la massima comprensione.
Per la necessità che ha imposto la sua costituzione e per la base minoritaria su cui è stato formato, il Governo ha bisogno di voti che si aggiungano a quelli del gruppo che l'ha costituito. Il gruppo che l'ha costituito, se non vuole fare soltanto una finta o una manovra e non adempiere sinceramente e veramente al proprio dovere, non può imporre condizioni al Governo, salvo quella di non prestarsi in nessuna occasione, per nessuna decisione, per nessuna imposizione a compromettere la libertà, il progresso e la sicurezza d'Italia.
Queste cose sono state già dette fuori di qui, ma dovevo ripeterle in quest'aula per rispetto di questa Assemblea e per confermare che non spetta alla democrazia cristiana, che ha dovuto costituire un Governo minoritario, impedire a questo Governo di conseguire i voti che riterrà più utili ad iniziare la sua azione. Il compito di fissare il limite oltre il quale non può andare spetta a chi è stato chiamato a varare e pilotare la barca del Governo. Egli fu scelto dal Capo dello Stato in modo da non contraddire o mettere in pericolo le caratteristiche di fondo che la Costituzione impone alla politica italiana. Egli ha determinato i tempi, i modi e i mezzi per il compimento del suo dovere; a lui spetta decidere quali sono gli ostacoli veri (non quelli supposti) e quali le spinte compromettenti che possano mettere in forse la realizzazione del suo programma. Fra tanto parlare di rispetto della Costituzione, mi pare sia giunto il momento di ricordare che tutto ciò è la Costituzione stessa a determinarlo.
La democrazia cristiana dà ben volentieri atto al Presidente Zoli di avere assunto con coraggio il compito, da lui definito penoso, di dare all'Italia un Governo nelle presenti dure condizioni di necessità. Intendo confortarlo in questo ingrato compito assicurandolo della solidarietà affettuosa di tutti i colleghi ed amici.
La larghezza di vedute con la quale attendiamo al nostro dovere di sostenere il Governo Zoli ci ha fatto sinceramente sperare che i passi verso l'autonomia tante volte promessa dal partito socialista italiano venissero finalmente fatti. Non ci è sfuggito quanto al Senato il Presidente Zoli ha comunicato per favorirla. Non ce ne dispiacciamo, coerenti con quanto sempre abbiamo detto e sostenuto circa il valore di ogni atto volto ad allargare una sicura base della democrazia nel Parlamento e nel paese. Ci dispiace invece di dover costatare che le decisioni e le conclusioni del Presidente Zoli finora abbiano ottenuto soltanto l'effetto di sentir qualificare sociale un programma che sociale appariva già agli occhi di tutti. Rispettosi, tuttavia, come siamo e come vogliamo essere, di ogni travaglio di coscienza, non aggiungiamo altre parole a quelle già dotte, pur non rinunciando ad attenderne gli effetti. Convinto che questo Governo obbedisce ad una precisa necessità, ho creduto mio dovere dire tutto ciò che penso dell'attuale situazione e delle prevedibili difficoltà, affinché ciascun gruppo con mente illuminata possa procedere ad avvedute determinazioni. E mi sia consentito di esprimere la speranza che proprio i nostri antichi alleati, sia quelli che nel programma del Governo non vedono menomazione, anzi accoglimento o avvicinamento al loro programma, sia quelli che valutano questo Governo come un ponte necessario o per giungere ad elezioni o per giungere ad altre intese, sappiano prestare con generosità la loro collaborazione all'adempimento di un dovere cui ci sottoponiamo anche nel loro interesse. Chiediamo comprensione per il nostro sforzo per avere anche la gioia di costatare che tanti anni di lotta e di sacrifici comuni non sono trascorsi invano, ai punto da far prevalere l'interesse di parte sull'interesse comune. Conservando questa speranza fino all'ultimo sulla comprensione dei nostri antichi alleati, riteniamo di dare una ulteriore prova di quanto stimiamo la loro propensione ad operare per il bene comune. Sia chiaro però che noi non chiediamo la comprensione dei nostri antichi alleati per timore che, senza il loro conforto, il sopraggiunto voto di persistenti e tenaci avversari possa comprometterci. Chi compie un dovere non è mai qualificato da chi per propri calcoli gli si avvicina; resta qualificato soltanto dalla natura del dovere che compie e dalla intenzione e dalla generosità con la quale ad esso attende.
Resta comunque chiaro che per sé la democrazia cristiana neppure in questa occasione chiede nulla, e a tutti dichiara senza equivoci di non rinunciare a nessuna delle sue caratteristiche, a nessuno dei suoi propositi, a nessuno dei suoi impegni verso i propri elettori. Non contraiamo nessuna nuova alleanza con nessuno: proseguiamo, sia pure in più difficili condizioni, il nostro servizio verso l'Italia democratica e cristiana (Vivissimi applausi al centro - Molte congratulazioni).

On. Amintore Fanfani
Camera dei Deputati
Roma, 6 giugno 1957

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di giovedì 6 giugno 1957)


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