LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL GOVERNO CENTRISTA DI ZOLI: REPLICA DI ADONE ZOLI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 7 giugno 1957)

Dopo la crisi del I Governo Segni, l'alleanza centrista tra DC, PSDI e PLI, la II legislatura repubblicana vede insediarsi il Governo guidato da Adone Zoli, un monocolore democristiano. Zoli è anche Presidente del Consiglio nazionale della DC. Di seguito si riporta la replica del Presidente del Consiglio Zoli nel dibattito sulla fiducia al suo Governo alla Camera dei Deputati, tre giorni dopo la conclusione del medesimo dibattito in Senato.

* * *

ZOLI, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, l'intensità del lavoro di questi due giorni ha fatto sì che, nonostante la brevità del tempo, ampio sia stato il dibattito anche in questo ramo del Parlamento. Ma io penso che, a conclusione, sia sufficiente che io legga una piuttosto breve dichiarazione. Ho detto che io legga, nonostante che io non sappia leggere (Commenti), per evitare che venga alla superficie l'abitudine della toga e il mio temperamento forse poco adatto – come anch'io ho sempre ritenuto - per un Presidente del Consiglio.
In ragione di questo temperamento la mia replica ha avuto in qualche punto dei toni un po' eccessivi, sui quali, non per calcolo politico, ma per dovere di lealtà, mi si impone di dire una parola.
Non ho nulla da modificare a quanto ebbi a scrivere in una lettera che è stata pubblicata. Non ho pubblicato la risposta, né la pubblicherò, ma l'ho messa in cassaforte, per conservarla non come documento, ma come cosa che mi piace conservare. Proprio per quei sentimenti di amicizia e di stima che erano nella mia lettera, di fronte a una frase che mi apparve dispregiativa, come mi parvero eccessive le reiterate accuse d'integralismo e di monopolio contro il mio partito, ebbero a uscire dalle mie labbra delle frasi forse impetuose. Questo spiega o giustifica, io penso, la mia reazione.
Dopo di ciò rientrerò nel tema, che non è rimasto quello che impostai nelle mie dichiarazioni programmatiche, ma che è divenuto diverso.
Io mi presentai dicendo che non intendevo venire qui senza una qualificazione politica; ma la qualificazione di un partito è data, in queste circostanze di tempo e di mezzi, più che dalla ripetizione – superflua per un partito che ha un'impostazione ideale nota ed una assai chiara ed espressiva attività - di enunciazioni teoriche, da un programma di cose concrete; e non intendo - aggiungevo - fare una scelta; e aggiungevo ancora che ritenevo e ritengo che non sarebbe serio fare una scelta, in maniera che gli avvocati direbbero puramente incidentale per il tempo e per l'occasione. Aggiungevo ancora che per attuare questo programma mi era necessario un lasciapassare; come per l'attuazione del programma mi occorrerà l'aggiunta di altri voti, ma non di voti pendolari, perché i voti pendolari sarebbero necessari se il programma fosse pendolare, e il mio programma non è pendolare.
La discussione assunse un carattere diverso. Del programma presentato da me si parlò piuttosto poco, tranne su due punti che già dissi al Senato di considerare importanti in senso assoluto, ma che non mi riusciva di considerare, in senso relativo, di interesse preminente, anzi, di interesse determinante. E se ci si dilungò su problemi di programma, lo si fece senza tener conto dei due limiti che le circostanze ponevano, imposto uno dal tempo e l'altro dai mezzi. E più che sul programma presentato si discusse sul programma non presentato e su temi politici.
Per questa diversità di temi di discussione, tra dichiarazioni programmatiche e replica vi fu qualche modifica. Dopo di che venne il voto del Senato che concesse la fiducia al Governo: una vera fiducia, e non già un appoggio.
In questa sede, la discussione sul programma ha diminuito ancora il suo rilievo, la discussione politica ha preso il sopravvento partendo dalle origini remote e lontane della crisi, fermandosi un poco anche sul carattere del Governo e dando invece luogo ad un acceso anche se pacato dibattito, non nei confronti del Governo, ma fra i vari partiti. Dibattito indubbiamente assai interessante ed elevato, ma che costituisce una cosa estranea, e direi più grande del Governo attuale, che è un Governo di un anno, con pochi mesi di attività secondo l'onorevole Filosa.
E' destinato questo Governo a conchiudere la sua vita il giorno in cui ai nuovi rappresentanti del paese spetterà il compito di assumere la responsabilità di attuare la volontà popolare; perciò solo non risponderò, come sarebbe doveroso e tradizionale, a tutti i singoli oratori.
Ad uno di essi debbo, però, subito rispondere, e cioè all'onorevole Fanfani. Desidero dire all'onorevole Fanfani che io sono pienamente d'accordo con quanto egli ha detto a proposito dei rapporti con il Governo. Su altri punti la divergenza apparente può dipendere dal fatto che il suo sguardo va più lontano di quanto non possa andare il mio e che il mio non va oltre un certo limite di tempo ed una scadenza.
Ma sul punto dei rapporti partito-Governo solo chi non ha una nozione esatta di quello che essi devono essere o chi, pur avendo questa nozione, manchi di buona fede può considerare il suo discorso un siluro.
Avevo usato nelle mie dichiarazioni scritte un aggettivo relativo all'azione di questo Governo, che avevo definito «autonoma», e proprio in ragione di questo concetto di autonomia non avevo trovato da ridire su taluni suoi discorsi, sul contenuto dei quali, il primo, (anche lei lo ha detto) ella, onorevole Fanfani, mi aveva cortesemente informato in precedenza.
Ella è stata ieri sera più esplicito oltre che, come sempre, felice nella forma, per esprimere lo stesso concetto. Ella, parlando del mio compito, ha detto: «Egli fu scelto dal Capo dello Stato in modo da non contraddire e mettere in pericolo le caratteristiche di fondo che la Costituzione impone alla politica italiana. Egli ha determinato i tempi, i modi e i mezzi per il compimento del suo dovere; a lui spetta decidere quali sono gli ostacoli veri o supposti e quali le spinte compromettenti che possono mettere in forse la realizzazione del Governo». E ha aggiunto dopo: «Rispettosi, tuttavia, come siamo e come vogliamo essere di ogni travaglio di coscienza, non aggiungiamo altre parole».
Io la ringrazio, onorevole Fanfani, di queste sue parole, anche per quanto attiene al travaglio di coscienza; aggiungo solo una cosa che ella non ha detto e cioè che io non devo pensare solo a ciò che riguarda la situazione attuale, ma ho l'obbligo di prospettarmi il poi, e questo è il vero travaglio di coscienza. Uno dei primi e più autorevoli oratori intervenuti in questo dibattito ha parlato di una situazione di confusione. Io non credo che fino a questo momento un osservatore spassionato riscontrerebbe la accennata confusione. Indubbiamente, elementi di minore chiarezza sono stati finora e sono nello schieramento politico italiano: uno dovuto alla non chiara, o fluida, se vogliamo usare una parola di moda, situazione del partito socialista italiano nei confronti del partito comunista (di essi neanche l'oratoria dell'onorevole Nenni riesce a rendere chiara a noi e tanto meno al suo elettorato né la situazione attuale, né gli sviluppi successivi); l'altro, sia pure meno determinante, per la diversa entità delle forze, è dato dagli accordi fra i due partiti di destra, monarchico l'uno e repubblicano l'altro, democratico l'uno e fascista, perché erede del fascismo, anzi di due fascismi, l'altro; conservatore in economia l'uno, anche se come conservatore afferma di essere socialmente aperto, poichè oggi non vi è alcuno che non lo sia, l'altro teoricamente sostenitore di audacissime innovazioni; e, nonostante le divergenze, apparentemente uniti non senza però una certa preminenza del minore sul maggiore, se di minore è consentito parlare, laddove, con un certo arrotondamento, su 3 milioni e mezzo di voti, stando alle elezioni del 1953, il Movimento sociale italiano ebbe un milione e 580 mila voti, mentre il partito nazionale monarchico 1 milione 855 mila voti. E' vero che questo partito era allora unito e non era scisso in due, ma quale che sia la parte distaccata, non ci sembra che sia certo in diritto il Movimento sociale di assumere il compito di partito-guida. In questa situazione un elemento di chiarezza era rappresentato dal quadripartito, coalizione di partiti democratici che erano concordi sulla linea di politica generale interna ed estera del Governo e sulle soluzioni dei maggiori problemi di fondo del momento attuale.
Questa compagine si è essenzialmente dissolta per l'affacciarsi di una possibilità che rappresenterebbe veramente una svolta nella vita politica del nostro paese: l'unificazione socialista su un piano chiaramente, decisamente democratico e perciò anti-antidemocratico; processo lento, ma che ha messo in evidenza in maniera sempre più chiara i profondi contrasti faticosamente composti. Cosicché chi ebbe l'incarico di fare il Governo non ha sentito l'obbligo di tentare, con la sicurezza della inutilità, di ricomporre ciò che si era spezzato.
In questa situazione così poco chiara il Governo monocolore della democrazia cristiana rappresentava e vuole rappresentare un contributo al processo di chiarificazione o più esattamente uno strumento che renda possibile, senza ulteriori confusioni, quella chiarificazione che dovrà trovare il suo sblocco nella consultazione elettorale.
Per non essere in contrasto con questo fine il Governo ha detto e ripete: nessuna scelta, e dice: nessuna svolta. Limiti di tempo e rispetto per l'elettorato vogliono così. E per questo il Governo reagisce a ogni tentativo di confusione. Fino ad oggi la confusione non v'è. Quando le risultanze di un esatto conto numerico non convengono si dice che si tratta di arzigogoli statistici o aritmetici, ma non è arzigogolo dire che la votazione al Senato ha dato la maggioranza al monocolore democristiano, lasciando completamente nella inutilità quei voti definiti da chi li dava non spontanei e che con chiarezza si diceva che non erano sollecitati e, con altro aggettivo che non so perché offenda l'onorevole Almirante, e che il senatore Ceschi aggiunse nella sua dichiarazione di voto per mio desiderio, sgraditi.
Oggi la situazione indiscutibilmente è questa: che 115 senatori hanno votato sì, la fiducia, la vera fiducia, e 110 no, e che se si vogliono anche trasferire, non si sa perché, 2 certi voti da una parte, dall'altra restano 113 sì e 112 no, cioè una maggioranza di stretta misura. Il che dimostra come siano artificiose certe affermazioni di vittoria da una parte e certe affermazioni di alleanza clerico-fascista dall'altra. Ciò non rappresenta però altro che uno dei delitti contro la democrazia, se, come ho detto, democrazia vuol dire anzitutto rispetto del popolo; e non è rispettare il popolo dirgli cose non vere.
V'è però questa Camera. Qui le cose sono diverse. Se volete restare, dovete accettare certi voti. Non è fra le cose indispensabili restare. D'altro canto io penso che nessuno dei gruppi pensi di essere vincolato al corrispondente gruppo dell'altro ramo del Parlamento. A che allora una seconda discussione e una seconda votazione ? Questa interessante discussione, interessante ma un po' faticosa per chi ha creduto suo dovere seguirla dalla prima all'ultima parola, avrebbe potuto essere risparmiata e sarebbe bastato affidare ai diligenti segretari, sulla base del volumetto che contiene l'elenco dei deputati, il compito di fare i conteggi. Ma così non è.
La votazione del Senato non rappresenta nel suo complesso e nel suo dettaglio nulla di definitivo, ed ecco perché si impone il riesame delle posizioni prese dai vari gruppi in questa sede. Come mi pare di aver già detto, non ai fini del programma.
Sul piano del programma ho constatato che tutti gli oratori che sono intervenuti avevano conoscenza della mia replica al Senato. Non potrei, alle dichiarazioni che ho fatto in tale sede, apportare modificazioni. Sarà forse scrupolo che rasenta la pignoleria, ma io penso che non siano consentiti in questa occasione emendamenti, perché le mie nuove dichiarazioni non ritornerebbero al Senato, dove la fiducia è stata data e concessa sulla base delle dichiarazioni che ho fatto in quella sede. A talune richieste di precisazioni di dettaglio o di termini ho risposto – ed è nel testo stenografico - con le mie troppo numerose interruzioni. Ma di esse talune sono stato utili, perché mi hanno consentito di parlare meno in sede di replica. Altre precisazioni sono più propriamente oggetto dell'imminente discussione dei bilanci, e comunque penso che non vi sia alcuna risposta su problemi di dettaglio che possa modificare il voto. Le modificazioni che potrebbero modificare il voto sono quelle relative ai problemi di fondo e, per le ragioni costituzionali che ho detto sopra, non mi sono consentite. Resta perciò la mia risposta soltanto agli intendimenti manifestati o riservati dai vari gruppi.
E comincio dagli ex alleati, non per seguire il segretario politico del mio partito. Io ritengo, infatti, che egli non abbia pensato (e come io sono libero dalle sue interpretazioni, così egli è dalle mie) per oggi né per I'immediato domani, ma per un dopo più lontano. E non mi occuperò di approfondire la estensione della solidarietà democratica cui egli accenna. Le dichiarazioni dei vari partiti della ex coalizione governativa non consentono a mio avviso, di considerare possibile la ricostituzione di questa. Tra le dichiarazioni dell'onorevole Malagodi e quelle dell'onorevole Saragat mi è parso di vedere la stessa inconciliabilità che c'è fra l'acqua ed il fuoco. E penso quindi che sia impossibile che i quattro partiti possano tornare assieme. Ma ciò non mi impedisce di pensare che, non per collaborare fra loro e non per collaborare con la democrazia cristiana, bensì per consentire l'attuazione di un programma che è per nove decimi loro, essi possano mettere nel fiume, troppo largo perché il Governo possa guadarlo da solo, quei sassi che consentano al Governo di passare di là. Mi fermo nel paragone. Agli ex alleati, perciò, mi rivolgo anzitutto; e primo fra essi, per ragioni sentimentali forse, al partito repubblicano. Perché, nonostante l'abilità dell'onorevole Macrelli, io non riesco a vedere una ragione sufficiente per il loro no.
Questo appello particolare si aggiunge all'invito che implicitamente era contenuto nella presentazione del monocolore. Ma esso non si estende al di là di quelli che considero i confini della democrazia, e perciò non si estende al gruppo comunista, e credo che non ci sia bisogno che per questo gruppo aggiunga altro dopo quello che ebbi a dire al Senato; e non si estende al movimento sociale italiano. Dato l'atteggiamento di quest'ultimo partito è necessario che più mi soffermi e chiarire il mio pensiero, e prego i deputati del movimento sociale italiano di lasciarmi parlare. Non ho alcun intendimento di offenderli, ma debbo confermare quello che dissi al Senato, e cioé che, quale che sia il risultato della votazione ed anche se questa mia decisione dovesse indurmi a proporre al Consiglio dei ministri di rassegnare il mandato, nonostante l'apparente fiducia, io detrarrò dal calcolo dei voti favorevoli i voti del Movimento sociale italiano (Applausi al centro - Vive proteste a destra).

DE MARSANICH. Non può farlo!

PAJETTA GIAN CARLO. E i nostri «no» ?

ROBERTI. Rispettate il Parlamento ! Signor Presidente del Consiglio, ella non rispetta la Costituzione ed ella, signor Presidente, la faccia rispettare !

PRESIDENTE. Onorevole Roberti, ella prenderà la parola in sede di dichiarazione di voto.

ROBERTI. Il Presidente del Consiglio ha offeso la Costituzione ed il Parlamento, ed ella non lo deve tollerare.

PRESIDENTE. Onorevole Roberti, ella ha posto un quesito. Vediamo se il Presidente del Consiglio ritiene di rispondere adesso o più tardi: questo mi pare che sia corretto. Ella afferma che sarebbe incostituzionale fare l'annunziata detrazione.

ROBERTI. Esatto !

ZOLI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Presidente, giacché si è detto che io manco di rispetto al Parlamento, desidero dichiarare che non considero quest'aula né sorda né grigia, né ho intenzione di farne un bivacco (Applausi a sinistra e al centro - Vive proteste a destra).

PRESIDENTE. Onorevole Romualdi ! Onorevole Foschini !'Onorevole Roberti ! Onorevole Spampanato !

NICOSIA. Io sono del 1926 !

PRESIDENTE. Onorevole Nicosia !

ANFUSO. L'onorevole Zoli offende lo Stato ! (Vive proteste a sinistra).

PRESIDENTE. Onorevole Anfuso, abbia la cortesia di sedersi !

ZOLI, Presidente del Consiglio dei ministri. Devo una risposta ad una interrogazione dell'onorevole Pajetta, il quale mi ha chiesto se accetto il loro «no». Dichiaro che se il loro «no» fosse un «sì», ugualmente non lo aggiungerei alla somma dei voti favorevoli. E mi pare che sia logico. (Applausi al centro).

PAJETTA GIAN CARLO. Non mi commuove nemmeno questa commedia.

ZOLI, Presidente del Consiglio dei ministri. Io non ho fatto mai commedie.

ANFUSO. E' una macchietta !

PRESIDENTE. Onorevole Anfuso, non so a chi ella si è rivolto: ecco perché non deploro.

ANFUSO. AI Presidente del Consiglio.

PRESIDENTE. E allora deploro: la richiamo all'ordine ! E non mi faccia andar oltre nella sanzione.
Onorevole Romualdi ! Nello stesso momento in cui il vostro capogruppo fa appello ai diritti del Parlamento, voi vi comportate in questo modo ? Onorevole Anfuso, simili contumelie nel Parlamento italiano ? (Vivi, prolungati rumori a destra).
Onorevole Anfuso, ascolti il suo capogruppo che mi pare un po' più ragionevole in questa situazione.
Onorevole Presidente del Consiglio, voglia riprendere la parola.

ZOLI, Presidente del Consiglio dei ministri. Gli oratori del Movimento sociale italiano sostengono che in tal modo agendo io vado contro la Costituzione e contro il mio stesso proposito di governare la nazione. Per quello che riguarda l'argomento costituzionale, non lo comprendo.

ANFUSO. Ella non comprende niente (Vive proteste al centro).

PRESIDENTE. Onorevole Anfuso, la richiamo all'ordine per la seconda volta. Il successivo eventuale provvedimento cui ancora ella dovesse costringermi sarà l'esclusione dall'aula. (Applausi al centro).
Non applaudite ! Non si applaude il Presidente in questi casi !
Onorevole Anfuso, ancora una volta le chiedo di ascoltarmi sul piano razionale: io non vorrei, trattandosi di un voto di fiducia, privare anche di una sola unità il Parlamento. Si disponga dunque ad esprimere il proprio pensiero senza contumelie e senza termini inammissibili.
Onorevole Presidente del Consiglio, voglia proseguire.

ZOLI, Presidente del Consiglio dei ministri. Io vorrei porre una domanda ai deputati del Movimento sociale: se la maggioranza fosse, poniamo, determinata congiuntamente dai voti del Movimento sociale e dei comunisti, credono i signori del Movimento sociale che io dovrei restare a questo posto ? (Vive proteste a sinistra e a destra).
Io non aggiungo ciò che disse l'onorevole Ferretti, il quale dichiarò che il loro voto non era spontaneo, ma aggiungo che non comprendo tale voto, che è contraddittorio. Voi avete detto al Senato che erano più i motivi di dissenso che quelli di consenso; lo stesso ha detto ieri l'onorevole Almirante. Oggi l'onorevole Roberti ha cercato di rettificare, dicendo che dei provvedimenti proposti taluni incontrano la loro approvazione, sia pure per .diversi di essi aggiungendo il classico «ma».
Ma stiano sicuri gli onorevoli deputati del Movimento sociale che in ciò non giocano risentimenti. Non ne sono capace e lo sapete (Commenti a destra).
D'altra parte. il cristiano perdona tutto, ma non dimentica.

Una voce a destra. Bel cristiano !

ZOLI, Presidente del Consiglio dei ministri. Nessun caso di coscienza potrebbe impedire, però, a me, anche con grande sforzo, di accettare il vostro voto ...

ANFUSO. Stia tranquillo che non glielo daremo.

PRESIDENTE. Allora la riunione di gruppo non la farete più (Ilarità).

ZOLI, Presidente del Consiglio dei ministri. ... se lo credessi (ma ella mi ha sollevato dal fare una sottrazione) ...

PRESIDENTE. Cerchiamo di superare lo scoglio delle operazioni aritmetiche (Ilarità).

ZOLI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ho detto che nessun caso di coscienza impedirebbe a me, anche con grande sforzo, di accettare il vostro voto se lo credessi necessario nell'interesse della nazione; ma io penso che sia nell'interesse della nazione decidere come ho deciso.

ANFUSO. Prenda il voto dell'onorevole Audisio (Rumori a sinistra).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, cerchiamo di arrivare in porto.

ZOLI, Presidente del Consiglio dei ministri. Non si governa per la nazione solo attraverso disegni di legge o provvedimenti amministrativi, ma si governa anche non turbando le coscienze e non disorientandole.

DE MARSANICH. Ma con quali voti vuol governare lei?

ZOLI, Presidente del Consiglio dei minisiri. Voi non vi siete limitati a dichiarare che il ventennio è un periodo che appartiene alla storia, avete detto e ripetuto di essere fieri ed orgogliosi di essere gli eredi del fascismo. Il fascismo significa per i democratici la soppressione dei partiti, il partito unico, il tribunale speciale e tante altre cose.

ANFUSO. È quello che vuol fare la democrazia cristiana con lei.

ZOLI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ce n'è quanto basta come antidemocrazia. I figli non hanno le colpe dei padri, ma coloro che accettano e sono fieri delle eredità ideali non possono pretendere di non assumere le responsabilità che da queste eredità derivano.

ROMUALDI. Siamo fierissimi.

ANFUSO. Abbasso i nonni !

ZOLI, Presidente del Consiglio dei ministri. Poiché ho finito, ripeto ciò che dissi all'inizio. Il Governo si presenta chiedendo che gli sia consentito di governare nell'interesse della nazione. L'interesse della nazione è concretato in una politica di amministrazione, in una politica interna, in una politica estera, di cui ha già esposto il programma, in una serie di provvedimenti legislativi che ha elencati. Ha assunto questo compito come dovere e pensando anche all'incertezza del domani, e non lo muove nessun desiderio di egemonia assoluta.
Ella, onorevole Malagodi, nel suo duro discorso, ha avuto una frase poco felice quando ha manifestato l'opinione che io sia andato alla tomba di De Gasperi per assicurarmi che fosse ben chiusa. AIcide De Gasperi è sempre vivo fra noi, con tutti i suoi insegnamenti, nessuno escluso ! Egli ci lasciò un testamento nella relazione faticosamente letta al congresso di Napoli due mesi prima di morire. Accettando la sua eredità abbiamo accettato il suo testamento ! E noi abbiamo la certezza che, senza svolte e senza scelte - che oggi, per i motivi esposti al Senato, non possiamo fare - vi sia un solo dovere, quello cioè di dare al paese un Governo che. con il suo programma, con la sua azione, affronti, nell'anno che ancora manca alle elezioni i problemi più urgenti e meno dilazionabili. Ed è per questo che a tutti i democratici io chiedo che all'interesse del popolo, senza sottili distinzioni, sappiano ispirarsi, come noi abbiamo la certezza di esserci ispirati (Applausi al centro).

On. Adone Zoli
Camera dei Deputati
Roma, 7 giugno 1957

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di venerdì 7 giugno 1957)


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