LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIA GLI UOMINI I CONGRESSI LE ELEZIONI LE CORRENTI
I DOCUMENTI LE IMMAGINI TESTIMONIANZE ISTITUTO BRANZI RINGRAZIAMENTI

 

LA SEGRETERIA FANFANI: RELAZIONE DI AMINTORE FANFANI AL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC
(Vallombrosa, 13 luglio 1957)

Con qualche sorpresa anche all'interno della stessa Democrazia Cristiana, il Segretario politico della DC Amintore Fanfani pone nel luglio 1957 nel Consiglio nazionale del partito svoltosi a Vallombrosa, in provincia di Firenze, il tema del socialismo democratico in Italia inquadrandolo in una dimensione europea ed internazionale, e sollecitando la DC ha svolgere un ruolo positivo per allargare le basi della democrazia italiana.
Non si può sottacere la costante preoccupazione che la classe dirigente democristiana del tempo ha posto per consolidare lo Stato democratico in Italia. E' un tratto distintivo della Democrazia Cristiana italiana. Il coinvolgimento di nuove forze politiche e sociali all'interno della democrazia, isolando le spinte centrifughe tese a sovvertire o superare le istituzioni democratiche che la Repubblica si è data, è una politica che è sempre stata di riferimento nel corso degli anni. Una politica problematica, a volte da accompagnare con la virtù della pazienza democratica, ma la determinazione a realizzare prima e consolidare poi le istituzioni democratiche nel Paese è stata costante nell'iniziativa politica della DC.
Prima la libertà e la democrazia, poi si discute su tutto il resto.
“Sempre nei dodici anni” dice Fanfani nel Consiglio nazionale DC a Vallombrosa nel 1957 “la DC ha seguito il precetto di garantire all'Italia in primo luogo una vita libera, per poi poter in essa filosofare sul buon vivere”.
“Anche di fronte ai progetti dell'Internazionale socialista, pur comprendendone le finalità non sempre amiche” continua Fanfani a Vallombrosa “la D.C. non ha abbandonato la sua linea di condotta: cooperare con ogni forza democratica che può accrescere le possibilità di vita libera all'Italia”.
Fanfani, tra le molte prudenze necessarie per non turbare la vita dei difficili governi della II Legislatura nata dopo le elezioni politiche del 1953 e per non allarmare troppo un elettorato democristiano non certo facilmente disponibile ad aprirsi verso i socialisti, mostra una linea di apertura ai socialisti italiani e una attenzione verso una loro possibile unificazione con i socialdemocratici.
Fanfani inquadra la recente crisi del Governo Segni proprio nella posizione assunta dal Partito socialdemocratico, e la soluzione della crisi con il nuovo Governo Zoli (monocolore democristiano senza maggioranza precostituita in Parlamento) nella necessità di non esasperare i rapporti tra la DC e gli altri partiti della vecchia coalizione.
Sono anni in cui la crisi elettorale del centrismo pone l'equilibrio politico del Paese in bilico tra una cauta e prudente apertura a sinistra e una nuova influenza parlamentare dei partiti di destra, in presenza di governi con una ridotta maggioranza in Parlamento o addirittura di minoranza. Questa è la sorte del governo Zoli, ampiamente descritta dal Segretario politico nel Consiglio nazionale della DC di Vallombrosa.

* * *

Alla Camera il 6 giugno ebbi occasione di richiamare l'attenzione dei deputati sull'importanza, per l'attività politica di questa seconda legislatura, di alcune vicende riguardanti in primo luogo il socialismo italiano ed europeo. Senza dimenticare o sottovalutare tanti altri eventi interni ed internazionali, alle accennate vicende del socialismo occidentale occorre rifarsi anche in questa assemblea proprio perché riunita, a norma di statuto, in primo luogo per esaminare lo svolgimento della recente crisi ministeriale e la soluzione da essa avuta.

Un importante orientamento socialista

Con il passare del tempo apparirà sempre più uno dei fatti più importanti dell'ultimo quinquennio il proposito formulato dall'Internazionale socialista di conseguire una maggiore intesa operativa fra tutti i partiti socialisti in Europa. Né si celò che, per giungere a tanto, sarebbe stato necessario sostituire le maggioranze democristiane in alcuni Paesi dell'Occidente, ed ovunque ridurre l'espansione del comunismo.
Dalla efficacia operativa di tale disegno si sono avuti sinora diversi concreti segni. Nel Belgio il Partito Sociale Cristiano è stato estromesso dal governo. In Baviera un evento identico è stato compiuto ai danni della Unione Democratico Cristiana. In Francia, con promessa di successive intese, i socialisti mantennero estraneo al governo il M.R.P. pur ottenendone l'appoggio.
Per i prossimi mesi note sono le aspettative che i socialdemocratici germanici nutrono sui risultati delle consultazioni del 15 settembre, per giungere a ridurre l'influenza dell'Unione Democratica Cristiana di Adenauer sul governo di Bonn.
Non è un mistero per nessuno che laburisti inglesi e socialisti francesi, negli ultimi dodici mesi, hanno preso particolarmente a cuore l'unificazione delle forze socialiste in Italia, per sottrarre il Partito Socialista Italiano dallo schieramento di sinistra influenzato dai comunisti, e così realizzare – come hanno dichiarato – un'alternativa di governo alla Democrazia Cristiana.
Consolidando i progressi nel Belgio e in Baviera, mantenendo il controllo della sempre aperta situazione francese, realizzando le ricordate speranze in Germania, unificando il socialismo in Italia, e con ciò alternativizzando al governo la Democrazia Cristiana, la grande azione per dare una direzione socialista all'Europa potrebbe divenire realtà intorno al 1958. Si comprende come in questa prospettiva anche il già dispregiato progetto democristiano di unificare politicamente l'Europa potesse cominciare ad essere rivalutato quale comodo strumento tanto più apprezzabile dall'Internazionale socialista, quanto più essa avesse nutrito fondata speranza, attraverso il laburismo, di arrivare al potere anche in Gran Bretagna, eliminando, grazie a governi di identica ispirazione, i temuti conflitti di interessi fra l'Europa continentale unificata e il Commonwealth.
Da questo disegno, dalla sua parziale attuazione e dalla speranza di completarlo, è stata influenzata, più di quanto normalmente si creda, la vita politica europea, e con essa la vita politica italiana.

Conseguenza per l'Europa

Da questo disegno, per nulla abbandonato da chi l'ha concepito, sarà ancora influenzata la vita politica europea e italiana nei prossimi dodici mesi. Il 15 settembre del 1957 per la Germania, le elezioni politiche del 1958 per l'Italia e per il Belgio, sono i traguardi ai quali il socialismo europeo si propone di verificare ulteriormente la bontà dei suoi progetti.
E' singolare il fatto che i socialdemocratici dell'Occidente europeo, nelle esecuzione dei loro progetti, abbiano avuto sinora un alleato nei liberali di Baviera, Belgio, Francia, Germania, ed un favoreggiatore nei comunisti di Mosca.
I liberali hanno dato una necessaria collaborazione in Baviera e nel Belgio ai socialisti, che solo grazie ad essa sono riusciti ad estromettere i democristiani dal governo dei due paesi. In Francia – nella versione del radicalismo di Mendes-France – i liberali furono necessari collaboratori dello S.F.I.O. quando si propose – sia pure per pochi mesi, come si diceva – di fare a meno della collaborazione del M.R.P. In Germania è noto quale aiuto i liberali del signor Dehler han dato ai socialisti di Ollenhauer per contrastare la politica estera di Adenauer e per produrre difficoltà al governo dell'Unione Democratico Cristiana.
Il parallelo svolgimento del disegno socialista e di quello comunista si può ormai ricostruire senza lacune. Il primo è stato diretto a dare unità e direzione socialista all'Europa occidentale, riducendo l'influenza democristiana, nella persuasione di eliminare il pericolo comunista. Nella persuasione invece di preparare in definitiva l'avvento del comunismo, il secondo è stato diretto a favorire momentaneamente la sostituzione dell'influenza democristiana con l'influenza socialista sui governi europei.

Sviluppo socialista con favore comunista

La storia degli ultimi cinque anni offre prove a iosa di un simile parallelo processo diretto a mete prossime identiche, pur avendo obiettivi finali diversi. Per onestà dobbiamo dire che proprio per gli obiettivi finali diversi i socialdemocratici europei si proposero di contrastare, in modo da loro ritenuto efficace, i disegni di Mosca. Ma per chiarezza dobbiamo aggiungere che Mosca non dubitò mai di favorire il trionfo del comunismo, secondando volpinamente in questa fase i disegni del socialismo democratico, sia pure opportunamente distorcendoli.
Evidentemente la Russia sovietica ed il comunismo immaginano più facile un passaggio dei paesi occidentali al sistema comunista partendo da una base socialista, anche se democratica.
Lasciamo ora stare se abbiano torto – come i paesi scandinavi sembrerebbero provare – o no, fatto sì è che i comunisti hanno cercato di inserirsi nel piano. Uno degli obiettivi dati da Krusciov alla sua politica e alla sterzata del XX Congresso è questo. L'occhio di triglia dei moscoviti a Bevan, l'amicizia non mai criticata fra Tito e i partiti socialisti dell'occidente, la tolleranza mostrata verso il P.S.I. liberamente manovrante tra Mosca e Londra, la politica russa verso la Germania per agevolare Ollenhauer contro Adenauer, sono altri sintomi della volontà dei dirigenti sovietici di non intralciare il tentativo socialista di acquisire, provvisoriamente, una supremazia in occidente.
Non possiamo certo dire che il comunismo abbia subito la nota crisi, che ancora lo travaglia, per favorire il socialismo. Ma certo è che la crisi del comunismo – il secondo grande fatto internazionale di questi ultimi quattro anni, indipendentemente dalla volontà dei dirigenti di Mosca, poteva riuscire ad agevolare il disegno di socializzare l'Europa, acquisendo al socialismo i comunisti delusi. In Italia apprezzabili risultati positivi non si sono avuti, anche per la politica incerta del P.S.I. nei confronti del P.C.I. e del P.S.D.I. nei confronti del P.S.I. Altra probabilmente sarebbe stata ora la nostra constatazione, se nel 1956 le forze socialiste italiane, con opportuna politica e magari con una chiara e pronta unificazione, sul piano democratico, avessero potuto sfruttare a fondo l'eco immediatamente avuta nell'animo degli elettori comunisti dal rapporto Krusciov, dalla rivolta di Poznan, dall'insurrezione ungherese.
Un intralcio imprevisto al tentativo socialista di prendere il sopravvento in Europa è stato costituito anche dall'affare di Suez. Esso ha diviso i socialisti francesi, promotori dell'intervento armato, dai laburisti inglesi ad esso contrari: ed ha diviso i socialisti nenniani tardivamente favorevoli alla linea laburista, dai socialisti democratici schierati in senso favorevole a Mollet.

Ripercussioni in Italia dell'iniziativa socialista

L'iniziativa dell'Internazionale socialista ha avuto notevoli ripercussioni anche sulla vita politica italiana. Subito dopo il 7 giugno tutti ricordano le difficoltà create a De Gasperi da certe preoccupazioni di Saragat verso Nenni. Da allora il P.S.I. ha ricevuto un risolto particolare, anche se spesso solo sul piano psicologico. Poi è sorta una frizione tra la D.C., fautrice della permanenza della solidarietà tra i partiti del centro democratico, e la socialdemocrazia invitata dall'Internazionale socialista alla unificazione con il P.S.I. e a dare una alternativa socialista alla D.C.; quindi sollecitata la socialdemocrazia a rompere la solidarietà con i suoi tradizionali alleati di governo. Da questi eventi il P.R.I. è stato chiamato a considerare sbocchi diversi da quelli tradizionali alla sua azione politica, al fine di superare i rischi del pericolo comunista senza correre più quelli di un temuto pericolo confessionale. Ma questo richiamo una volta accettato, sottoponeva a nuove trazioni centrifughe la tradizionale coalizione di centro. La prudente e persistente azione mediatrice della D.C., proprio perché disposta a comprendere e tollerare le esitazioni del P.S.D.I. e del P.R.I., ha finito per creare diffidenze e sospetti da parte del P.L.I. che, nel timore di pagare per tutti, ha considerato con crescente distacco la coalizione cui pure apparteneva.
Sotto questo profilo non si può negare che l'iniziativa dell'Internazionale socialista, senza raggiungere i suoi obiettivi, per ora in Italia ha soltanto indebolito la coalizione democratica, senza creare ad essa alcuna alternativa.
La preparazione alle elezioni amministrative del '56 con la nuova legge proporzionale ed anticoalizionista pretesa dai socialdemocratici fin dal gennaio 1954, manifestò già la crisi psicologica della coalizione di centro e la predisposizione di alcuni partiti di centro a cercare nuovi imprecisati appoggi.
Quanto avvenne subito dopo le elezioni amministrative, in materia di giunte, confermò che l'attrazione di Nenni verso i socialdemocratici e i repubblicani permaneva, e che la spinta al distacco dei minori dalla coalizione era ancora forte.
Le visite di Saragat a Pralognan nell'agosto del '56 e di Commin a Roma nel settembre dello stesso anno divaricarono le posizioni tra P.S.D.I. e coalizione di centro, ma, per converso, anche tra i liberali e la coalizione di centro, reputata troppo remissiva e tollerante nei confronti delle iniziative di Saragat.
La questione di Suez, servendo da metro degli orientamenti internazionali dei vari partiti, curiosamente riavvicinò socialdemocratici, repubblicani e liberali, orientati favorevolmente all'iniziativa di Mollet: ma divaricò da essi la D.C. nel cui ambito, alla iniziativa franco-inglese non mancarono critiche.
L'insurrezione ungherese, nella indignazione e nel pericolo, sembrò rinsaldare la coalizione; ma, in realtà, consentendo a Nenni di fare nuove manifestazioni di autonomia, rinforzò i richiami della socialdemocrazia verso l'unificazione, e quindi verso la distinzione dalla coalizione di governo. Non è a caso che in questo periodo, cioè in novembre-dicembre 1956, i socialdemocratici imposero al governo Segni di discutere alla Camera ma non di votare sui patti agrari. Il preannunciato Congresso socialista di Venezia era una tappa decisiva per i socialisti e per i socialdemocratici: quindi al suo configurarsi veniva ormai subordinato ogni altro atto.
Il Congresso di Venezia con le votazioni, più che con i discorsi, risospinse il P.S.I. verso il P.C.I.: quindi sembrò spingere il P.S.D.I. verso il governo.
Di ciò allarmato, il P.R.I. assunse l'iniziativa di non favorire quella che ad esso appariva una involuzione di un processo ormai chiaramente auspicato: e, per riattrarre il P.S.I. verso l'autonomia, prese l'iniziativa di tirar fuori il PSDI dal governo. Il P.R.I. uscì dalla maggioranza parlamentare. In tal modo la coalizione di centro in segreta crisi dal settembre 1956, entrò anche visibilmente in crisi nel marzo '57.
Si rimediò alla situazione parlamentare conseguendo voti di fiducia al governo tripartito, ormai senza più base quadripartita alle Camere. Ma ognuno di quei voti indeboliva, non rafforzava, il governo, e lo indeboliva perché accentuava le polemiche all'interno del P.S.D.I., cioè del più importante membro della coalizione dopo la D.C.

La consapevole azione della DC per favorire la democratizzazione delle forze socialiste

In tutto questo discorso, che in sostanza si iniziò subito dopo il 7 giugno 1953, anche se divenne più comprensibile solo nel 1956, la D.C. ha assunto consapevolmente un atteggiamento di difesa della coalizione tra i partiti democratici di centro. In essa ha visto l'unica garanzia contro i pericoli persistenti del comunismo e contro qualche tentazione involutiva di destra sia sul piano costituzionale che in quello politico ed economico. Nella coalizione di centro la D.C. ha visto un controllo del pur auspicato allargamento della base democratica dello Stato ed uno strumento efficace di sviluppo di una politica di libertà, di lavoro, di giustizia.
Non è sfuggito alla D.C. che il Paese era ormai sottoposto ad un processo di chiarimento. Ma perché esso si svolgesse con efficacia, la D.C. responsabilmente ha insistito nel farlo proteggere dalla persistente azione coalizzata. Essa ha agito bene. Ed ha prudentemente agito non solo nell'interesse della nazione e della sicurezza politica, ma anche nell'interesse della sopravvivenza di una forza politica così importante come quella del socialismo democratico, dandogli tempo e modo di assumere posizioni di forza anche nei confronti del PSI, evitando così anche a questo partito di continuare a subire, senza resistenza, pressioni non democratiche d'origine comunista. La D.C. ha agito con la consapevolezza che se la sua era una battaglia di contenimento, di incomposte evoluzioni, non poteva però essere una battaglia di arresto del processo di democratizzazione del socialismo in Italia.
Il problema che l'Internazionale socialista ha posto in Italia non si risolve serrando un partito socialdemocratico in accordi di governo, che forse può sottoscrivere, ma non può a lungo rispettare. Si risolve invece detto problema – e deve essere risolto per non dar luogo al persistere di gravi equivoci – favorendo il P.S.D.I. nell'azione per consentire l'unificazione socialista su basi di vera democrazia e di sostanziale autonomia dal comunismo. Il pericolo che ciò possa indebolire la D.C. non giustifica una sua opposizione. Se la D.C. è convinta che la democratizzazione vera del socialismo è un mezzo efficace per sbarrare definitivamente la strada al comunismo, la D.C. dando tempo alla socialdemocrazia ha reso un servizio alla democratizzazione del socialismo, e quindi ha reso un servizio alla democrazia.
Come poi la D.C. debba continuare ad agire per garantire la democrazia dai pericoli che pure per essa il socialismo rappresenta, questa è un'altra questione. Come pure è un'altra questione quella di vedere come la D.C. debba agire per garantire alla democrazia quella fisionomia che – secondo la D.C. – essa deve avere.
Sempre nei dodici anni la D.C. ha seguito il precetto di garantire all'Italia in primo luogo una vita libera, per poi poter in essa filosofare sul buon vivere.
Anche di fronte ai progetti dell'Internazionale socialista, pur comprendendone le finalità non sempre amiche, la D.C. non ha abbandonato la sua linea di condotta: cooperare con ogni forza democratica che può accrescere le possibilità di vita libera all'Italia: è, ciò fatto, agire perché tale vita libera si svolga nel modo migliore. Siamo convinti che tale modo migliore non può essere indicato dal socialismo e per ciò contrasteremo i suoi disegni. Ma nella misura in cui essi servono a preservare per tutti gli italiani la libertà di scelta, tali sforzi da noi non saranno contrastati, (come non furono contrastati nella esperienza socialdemocratica italiana), pur non rinunciando – come è nostro dovere – a vigilarli a controllarli ed anche a contrastarli ove escano dalla linea di difesa della libertà.
Queste considerazioni dovevano essere fatte per dare un senso politico, positivo e coerente all'azione decennale dei governi di coalizione di De Gasperi, di Scelba e di Segni per la difesa della democrazia; e soprattutto per dare senso politico a ciò che è stato compiuto dalla D.C. nell'interesse della vita libera degli italiani con infinita e calcolata pazienza specie tra il settembre del '56 e il maggio del '57. Proprio ciò che abbiamo fatto rigetta da noi la stupida accusa di integralismo e di pretesa monopolistica del potere.
Del resto se qualche politico di vertice non ha capito e quindi brontolato e criticato l'elettorato ha compreso benissimo la prudente e lineare azione da noi svolta. Altra spiegazione non hanno i risultati elettorali dell'autunno del '56 e della primavera del '57: vittorie e costante considerevole progresso della D.C.; lievi ma sicure perdite delle sinistre; regressi dei partiti minori e delle destre.

La crisi del Governo Segni

L'abituale costruttiva pazienza del Presidente Segni, al quale in questa riunione dobbiamo rivolgere un vivo ringraziamento per la meritoria opera svolta, ad un certo momento non bastò più. La socialdemocrazia, ai primi di maggio 1957, raggiunse il punto in cui un'ulteriore permanenza al governo non avrebbe più favorito un processo di unificazione del socialismo su basi democratiche; ed avrebbe probabilmente favorito un frazionamento del socialismo democratico e lo slittamento di una sua parte su un piano involutivo. Comunque, di ciò, giudici non potevano essere i democristiani. E quando i giudici competenti socialdemocratici decisero che la socialdemocrazia non poteva più stare nella coalizione tradizionale, ai democratici non restò che prenderne atto abbastanza in tempo e abbastanza serenamente per tentare di fronteggiare le nuove responsabilità. Chi ripensa alla pacata decisione di Segni, approvata dalla Segreteria D.C., forse ora intende bene che, in vista della prevedibile difficile susseguente situazione, sembrò prudente preferire una separazione cordiale ad una drammatica rottura. I fatti successivi hanno dimostrato che nemmeno la serena, non drammatica decisione, ha dato i frutti sperati. Tuttavia dobbiamo confermare che non siamo pentiti di averla presa, con la pacata comprensione con la quale la prendemmo. Se non altro ora dimostra che mai rinunziammo al fermo proposito ed alla speranza di fare della D.C. il punto d'incontro, non quello di divergenze, tra tutte le forze sinceramente democratiche d'Italia.
La disposizione di tutti i partiti della coalizione in crisi, quella dei partiti avversari, certe opinioni manifestate in seno alla D.C. fecero balzare alla ribalta l'ipotesi di dare alla crisi una soluzione minoritaria monocolore. A questa ipotesi fu fatta qualche obiezione pubblica: ma nessuna obiezione, in privato, da parte degli stessi pubblici avversari del monocolore. I partiti dell'ex coalizione ammettevano che nello stesso interesse di una eventuale e problematica rigenerazione futura della coalizione stessa era opportuno, anzi necessario, ricorrere al governo monocolore, benché esso, perché senza maggioranza precostituita, non avesse grandi possibilità di passare.
Sicuramente contrari sarebbero stati i voti dei partiti di centro, eccezion fatta in certe ipotesi per i repubblicani; contrari i voti dei comunisti, contrari i voti dei socialisti, salvo il miracolo in cui alcuni speravano, dimenticando le vicende e le esigenze della unificazione nel caso specifico controllate dal deciso voto contrario di Saragat. Si profilava invece l'ipotesi che potessero essere di attesa, se non di favore, i voti di alcuni partiti di destra.

Il Gabinetto Zoli

Il Presidente della Repubblica individuò nel governo di minoranza monocolore la sola forma possibile a metà maggio. I fatti hanno dimostrato che non sbagliò. Identificò nella persona del sen. Zoli l'uomo capace di portare la formula a raggiungere il “quorum” necessario. A molti la designazione di Zoli apparve atta a conseguire un “quorum” meno destrorso possibile, ed atta anche, in caso contrario, ad attenuare il significato politico di un voto del genere.
Si è discusso molto e si discuterà ancora se la scelta fu felice. La storia ha detto che fu più producente di quanto qualche incidente ha potuto fare apparire. Spetta a tutti i democristiani operare in modo che essa dia al paese i migliori frutti possibili. E quanto più essa appare imposta da parecchie circostanze ed accettata dal Presidente Zoli come un ingrato dovere, tanto più spetta ai democristiani fare in modo che essa dia il più lusinghiero risultato. In questo senso formuliamo un affettuoso augurio al nostro Presidente ed a tutti i suoi collaboratori.
Si è pure discusso se fatta quella scelta essa dovesse essere accompagnata da un diverso programma e da un diverso appoggio da parte del Partito.
Ritenni e ritengo – e non sono solo – che un Governo minoritario monocolore di fine legislatura non potesse presentarsi per antonomasia come il governo del partito di maggioranza relativa che lo ha formato, quindi non potesse e non possa presentarsi con il programma elettorale del suo partito. Ritenni e ritengo che per conseguire la fiducia, cioè per risolvere un problema e non per aprirne un altro, un governo minoritario monocolore di fine legislatura dovesse presentarsi con il programma indicato dai disegni e dai progetti di legge in sospeso, sui quali già esistono deliberazioni di fondo e di criteri, colmando le eventuali lacune di criteri, rimettendosi al Parlamento pur dando ad esso indicazioni orientatrici, ed integrando le eventuali lacune di provvedimenti, prendendo quelli più urgenti che le necessità impongono. Come fu detto, in ogni atto, comunque, si sarebbe dovuto favorire lo sviluppo coerente della linea politica da tempo determinata in materia di progresso, di libertà, di sicurezza. Non si sarebbero mai dovute prendere o subìre decisioni capaci di mettere a repentaglio la libertà, la sicurezza, il progresso del Paese.
La Direzione lodò il sen. Zoli di avere seguito questi criteri: ripeto il lamento che, non valutandoli attentamente, altri partiti all'infuori di quelli di destra non abbiano sentito il dovere di favorirne lo svolgimento con il proprio voto o con la propria benevola attesa.

Congresso di Trento e Governo Zoli

Al Consiglio Nazionale ed al Partito si deve ricordare che la Direzione ed i Comitati direttivi dei gruppi, agevolando ed approvando la formazione del Governo Zoli ed appoggiandone il passaggio si sono attenuti al deliberato finale del Congresso di Trento, che, ogni tanto, stampa male intenzionata distorce ad uso di lettori male informati. Esso, prudentemente prevedendo le difficoltà di questo finale di legislatura, accresciute dai pericoli delle tentazioni e dalle insidie del processo di unificazione socialista pur auspicando la continuità della “collaborazione delle forze democratiche”, prospettandosi nuove situazioni derivanti da eventuali ed auspicati allargamenti della base democratica del Paese, comandò di “vigilare affinché accrescimenti apparenti ed effimeri, compromettendo la sostanza della politica democratica sul piano interno ed internazionale, non portino all'arresto del reale sviluppo democratico della Nazione”. In tal senso dette mandato “agli organi responsabili del Partito di prendere di volta in volta ogni decisione atta ad assicurare, sulla base del programma e della funzione propria della D.C., gli interessi del Paese”.
La Direzione Centrale ritiene di aver adempiuto al punto sei della mozione del Congresso di Trento, nello autorizzare e nell'appoggiare la formazione del Governo Zoli, nel consentire alle sue dimissioni ai primi di giugno, e nell'approvare l'assunzione del nuovo onere che il Capo dello Stato gli ha imposto non accogliendo le dimissioni stesse.
A questo Consiglio Nazionale spetta il compito di esaminare l'operato della Direzione. Per facilitare tale giudizio sono stati raccolti nel fascicolo n. 30 della collana “Documenti”, edita dalle “5 Lune”, scritti, note e dichiarazioni riguardanti la crisi della primavera del 1957. Qualunque sia il libero giudizio di questo consesso, esso non potrà non riconoscere che la Direzione e il Presidente Zoli non hanno compiuto una scelta, ma hanno adempiuto ad un dovere. Convinti della necessità di una intesa tra i partiti democratici in nessuna circostanza o momento lesinammo sforzi per mantenere prima, e per riallacciare poi, forme di intesa con gli antichi alleati. Subito dopo la crisi, prova ne sono gli incontri dell'8-9 maggio, indi quelli del 5 giugno, dopo l'acuito dissenso tra D.C. e minori verificatosi in Senato. Ulteriore prova delle nostre intenzioni fu il mio pubblico appello del 6 giugno alla Camera. Ma anche quell'appello non dette concreti frutti, ed il Governo del senatore Zoli passò senza i voti del centro.
Poi vennero le revisioni del computo dei voti e la conseguente decisione del Governo Zoli di dimettersi, sulla quale decisione il Presidente della Repubblica con prudenza somma si riservò di decidere.

Tentativo di riformare il quadripartito

L'andamento della discussione parlamentare non avrebbe affatto consigliato, dopo le dimissioni di Zoli, il tentativo di ritornare al quadripartito. Ma i propositi pubblicamente manifestati dopo le dimissioni di Zoli da noi e da due altri partiti di centro, e la susseguente consultazione, consigliarono il Presidente della Repubblica di ricorrere ad una autorevole e non sospetta esplorazione in materia. Ne fu incaricato il Presidente Merzagora. Egli l'avrebbe accuratamente e chiaramente portata a termine – acquisendo nuove benemerenze – se una decisione del P.L.I., mettendo in forse legittimità ed efficacia dell'azione esplorante, non avesse costretto il Presidente Merzagora a interrompere bruscamente la propria missione.
I liberali chiedevano non un esploratore, ma un mediatore, ed allora il Presidente della Repubblica lo designò nella persona del Segretario politico della D.C. “Il Popolo” ha fatto la cronaca dettagliata dell'espletamento di quell'incarico. Non ho nulla qui da aggiungere a quanto fu scritto nel nostro quotidiano. Se sarà necessario potrò fare precisazioni ed indicare documenti, atti a confermare che il tentativo di ricostituire il quadripartito in sede governativa, o almeno parlamentare, fu fatto con la massima serietà ed il più vivo impegno. Esso non dette nessun risultato perché il quadro internazionale ed interno inizialmente illustrato non consentiva più ormai ad almeno un partito – il P.R.I. – di aderire ad una coalizione di centro, ad un secondo – il P.L.I. – imponeva di aderire solo se si fossero date determinate garanzie sulla limitazione del programma, mentre il terzo – il P.S.D.I. – pur dicendosi disposto ad aderire anche ad un programma minimo, non era in condizioni, per le nostre polemiche sulla unificazione, di assicurare al monte comune dei voti necessari tutti i propri voti disponibili.
Questo governo si sarebbe formato sulla base di D.C., P.L.I., P.S.D.I., con voto contrario del P.R.I., e quindi certamente con un deficit di voti sul “quorum” di maggioranza, salvo la sorpresa in aula di un ulteriore calo, per preannunziata malattia di almeno un deputato socialdemocratico, salvo un estendersi del contagio fino al limite da qualche socialdemocratico previsto, da diversi casi. Queste previsioni sconsigliarono il Segretario della D.C. di portare in aula un governo, per celebrare i solenni funerali dell'ultimo dei governi di coalizione; e crede tuttora di aver fatto bene per l'interesse della nazione, per la serietà della democrazia, per non troncare nel ridicolo una nobile tradizione di intese democratiche, per non aprire nuovi abissi tra le forze di centro, per non fare perdere un mese al Parlamento in discussioni inutili, per non consentire ai nostri avversari di dire che la D.C. sembrava preoccuparsi più di restare al governo che di governare, infine per non riaprire anche tra di noi una disputa su almeno una questione politica, meno agraria e più di principio di quanto solitamente si creda.
Credo di avere reso un servizio al Paese, alla democrazia, alla D.C. decidendo come ho deciso, del resto confortato da unanime consiglio della Direzione.
Il disegno di chi dal giorno delle dimissioni di Zoli aveva suggerito di non logorare quel governo, tenendolo di riserva, possibilmente rivalutando nel frattempo grazie ad una pronta azione amministrativa, ormai si rivelava lungimirante.
Tornati all'idea di un governo minoritario monocolore, incapace di ottenere voti dal centro, di ritenere appoggi da sinistra, e obbligato a ripetere la reiezione di voti dell'estrema destra, quale ragionamento poteva consigliare di andare a formare un nuovo governo monocolore che per le mancate critiche alla precedente composizione avrebbe dovuto essere uguale a quello dimissionario, e per le critiche al programma avrebbe dovuto semmai ridurlo? Le necessità amministrative create dalle alluvioni e dai nubifragi, quelle legislative rese più urgenti dall'inutile trascorrere di altro tempo, fecero domandare se dopo tutto conservare in carica il Governo che aveva avuto una maggioranza non fosse ancora la cosa più saggia.
Spetta ora al Governo dimostrare che la decisione presa è stata la migliore possibile. Il che potrà fare – come siamo convinti – svolgendo puntualmente il suo programma ed amministrando efficacemente il Paese.

Il giudizio dell'elettorato

La Democrazia Cristiana sa quali limiti il momento impone. E li accetta come un dovere. La Nazione deve comprendere che in questo scorcio di legislatura interessi politici contrapposti tengono la Democrazia Cristiana alla responsabilità del potere, per logorarla. Perciò il Paese deve apprezzare il nostro sacrificio e deve accingersi, nelle elezioni future, a compiere le scelte opportune affinché in futuro situazioni così incresciose non si abbiano più a ripetere.
Il giorno del giudizio del corpo elettorale ormai non è lontano. Meno di una anno da esso ci divide. E ad esso dobbiamo prepararci, per essere giudicati su ciò che abbiamo saputo fare e su ciò che abbiamo saputo evitare. Ad esso dobbiamo preparare il corpo elettorale, perché sappia compiere le sue scelte per il prossimo quinquennio, tenendo conto dei problemi internazionali ed interni.
Molti fatti stanno a dimostrare che non dobbiamo temere. Se qualcuno teme, costui fa parte della schiera di quei nostri avversari che non dormono, sognando in ogni notte dell'anno il 18 di aprile.
Un anno di molteplici prove, in condizioni le più disagiate, affrontate non sempre con abbondanza di mezzi e soprattutto con animo non sempre scevro di preoccupazioni, sta a dimostrare che il favore dell'elettorato italiano per la D.C. non è andato scemando. Mentre non altrettanto possono dire tutti gli altri partiti.
I risultati elettorali del 2° semestre del 1956 e quelli del 1° semestre del 1957 insieme e complessivamente considerati, su 2.635.555 voti validi emessi fanno constatare che la D.C. è passata dai 970.186 voti delle precedenti elezioni ad 1.088.139 delle nuove, con un aumento quindi di 117.935 voti, pari al 12,1% del totale conseguito nelle consultazioni anteriori. Il miglioramento della D.C. in percentuale dei votanti è di circa il 2%.
Contemporaneamente i tre partiti ex alleati della D.C., e cioè il P.L.I., il P.R.I., il P.S.D.I., nel loro complesso hanno conseguito 279.446 voti contro 286.749 delle precedenti elezioni, realizzando una perdita di 7.151 voti, pari al 2,5% del totale conseguito nelle elezioni anteriori. In percentuale dei votanti il peggioramento è di circa lo 0,8%.
I comunisti ed i socialisti nenniani, insieme considerati, passano da 978.032 voti a 985.611 con un aumento di 7.579 voti, pari al 0,7% del totale dei voti conseguiti nelle elezioni precedenti. In percentuale dei votanti i due partiti di sinistra realizzano però una perdita dell'1,3 per cento.
Le destre passano da 227.649 voti a 232.079, conseguendo un incremento di 4.430 voti, peri all'1,9% del totale conseguito nelle elezioni anteriori. Però in percentuale dei votanti ciò significa una perdita dello 0,4%.
Concludendo, nelle consultazioni degli ultimi mesi soltanto la D.C. ha conseguito un aumento in percentuale dei voti validi, pari al 2%. Partiti minori di centro, sinistre e destre hanno invece conseguito una perdita.

Inquietudini in seno al partito

In seno al Partito c'è tuttavia una maggiore inquietudine che in seno all'elettorato. Ma è doveroso attribuirla alla insoddisfazione di chi per amore del meglio, non sa apprezzare il bene che malgrado le enormi difficoltà, è stato conseguito. Mentre il nostro elettorato, apprezzando il valore del fattore tempo, ci fa credito e ci dà lode, alcuni ristretti gruppi dei nostri iscritti, indotti dalle astrazioni a disdegnare la concretezza ed i limiti del fattore tempo, non ci fanno ampio credito e ci negano anche i riconoscimenti che per stretta giustizia ci sarebbero dovuti.
Niente affatto scoraggiati meditiamo sulle critiche e le riserve di qualche nostro amico, ritenendo che possano essere utili per scorgere all'orizzonte lontani ed eventuali traguardi. Ma non possiamo sottovalutare il persistere e crescente favore dell'elettorato, ritenendo che esso indichi la terra sicura nella quale, nel frattempo, dobbiamo poggiare i piedi.

Il metro delle situazioni programmatiche

Ognuno ricorda la mozione finale di Trento. Essa si appella ad una mia relazione e nel suo quadro segnala alcuni problemi da affrontare:
1) condurre a termine la realizzazione della Costituzione repubblicana;
2) difendere e consolidare lo stato democratico;
3) perseguire e sviluppare la solidarietà politica ed economica fra i Paesi atlantici, favorendo in particolare ogni concreta iniziativa di unificazione europea, nell'intento di garantire la pace nella sicurezza dei popoli;
4) svolgere una vasta politica d'istruzione e di educazione;
5) esplicare ed attuare il piano Vanoni, valorizzando l'agricoltura, estendendo la proprietà coltivatrice e sviluppando l'industria grazie anche ad una razionale utilizzazione delle fonti di energia e ad una intensificazione della ricerca scientifica e tecnica;
6) completare l'iniziativa politica per il Mezzogiorno e le zone depresse;
7) una coraggiosa politica sociale del lavoro.
Dall'ottobre al maggio il Governo Segni ha compiuto ulteriori passi per il punto 1, ha – nella firma dei trattati di Roma – realizzato un progresso notevole per il punto 3, e nella presentazione di importanti disegni di legge ha operato per l'attuazione dei punti 5 e 6. Valorizziamo tutto ciò, anziché dimenticarlo e farlo dimenticare.
Il Governo Zoli, in questo breve periodo della sua attività, sta completando quanto Segni ha iniziato per il Mezzogiorno, per gli Enti di riforma, per le fonti di energia, ed ha provveduto prontamente ed egregiamente per i danni delle alluvioni. Ha preso fondamentali decisioni per le concessioni telefoniche. Siamo di fronte ad imminenti decisioni, che si annunciano favorevoli, per la ratifica dei fondamentali trattati di Roma. E' prossima la ripresa della discussione sui patti agrari, da condurre finalmente a termine nei due rami del Parlamento. Attendiamo decisioni conclusive alla nostra proposta per l'istruzione ai meritevoli e capaci, e alle proposte governative per le pensioni minime e per le pensioni contadine. Auspichiamo una chiara impostazione dell'attuazione costituzionale in merito alle regioni. Né dubitiamo un momento che il Governo Zoli negliga la difesa e lo sviluppo dello Stato democratico, quale che siano i voti sui quali possano di volta in volta passare i provvedimenti proposti da un governo senza maggioranza precostituita.
Così operando il Governo Zoli, nello scorcio di tempo a sua disposizione e malgrado le difficoltà, completerà la benemerita opera dei governi di Pella, di Scelba e di Segni, preparando, per la fine della seconda legislatura, un consuntivo tutt'altro che disprezzabile.

La D.C. e le future elezioni

Ad aiutare l'elettorato ad autorizzare con il suo voto un vasto preventivo dovrà pensare il Partito. E proprio mentre l'azione del Governo Zoli ci darà un periodo di tregua, per quanto operosa e benefica, il Partito dovrà prendere le ultime decisioni in coerenza con i deliberati congressuali per fronteggiare i problemi che incombono e incomberanno sull'elettorato, dandogli la possibilità di una chiara scelta.
E' certo che il Partito Liberale – lo desumiamo dalla sua condotta e dai quotidiani discorsi dei suoi dirigenti, oltre che dal suo comportamento internazionale – sferrerà la sua grande offensiva, contrastato, è presumibile, dalle destre monarchiche e dall'U.C.I.
E' certo che il comunismo, lodando gli orizzonti nuovi che la cricca del Cremlino vagheggia, tenterà di estendere a tutto il Paese qualche successo sinora conseguito localmente.
E' certo soprattutto che il socialismo prospetterà i traguardi del disegno europeo che più volte abbiamo richiamato, fiancheggiato in ciò, forse, dal P.R.I.
La Democrazia Cristiana non può tergiversare. La lotta le è imposta e dovrà affrontarla con lealtà, ma anche con grande chiarezza e fermezza. La D.C. supererà tutti i suoi avversari se riuscirà a far intendere all'elettorato la sua genuina voce. Quella voce che la distingue in modo inconfondibile dall'individualismo liberale e dal collettivismo marxista, comunque rimodernato; quella voce che le consente di prospettare all'uomo moderno desideratissimi operosi orizzonti di pace, di libertà, di giustizia.
Per circostanze molteplici la D.C. ha dovuto nelle prove del 1946, in quelle del '48 e del '53 adattare il suo programma alle contingenze delle alleanze, dei pericoli immediati, dei problemi più urgenti.
Nel 1958 la situazione politica interna ed internazionale, la natura dei problemi, il nesso dello schieramento elettorale è tale da imporre alla D.C. di dire tutto ciò che vuole, in tutte le direzioni, e non per provvedere alle piccole cose di un governo, ma per provvedere alle grandi cose che vanno oltre i giorni e gli anni.
Anche in futuro – secondo una eloquente tradizione del decennio – la espressione sincera e leale dei nostri ideali e del nostro programma non ostacolerà, ma postulerà la ricerca di oneste e attive collaborazioni democratiche. In esse vedremo – come abbiamo sempre visto – non un espediente per tutelare i nostri interessi particolari: ma uno strumento di pace politica, di progresso sociale, di garanzia per le sorti del Paese.
Più volte i nostri amici (e non tra essi in passato) dissero ai nostri dirigenti: svelate al popolo tutto ciò che la D.C. vuole e può fare. I nostri avversari sempre hanno detto a noi tutti, quasi a sfida: dite infine tutto ciò che volete. Il momento si approssima in cui a queste richieste, nostre ed altrui, la D.C. darà la opportuna risposta.
E il nostro popolo, adescato da destra e da sinistra, avrà il modo di scegliere guardando avanti e restando al centro, che è la posizione propria e originale della D.C., la strada del suo completo rinnovamento. La probabile attrattiva della novità del vasto proposito socialista deve acuire la nostra sensibilità per l'urgenza del momento. Non sul piano della concorrenza demagogica ma su quello della chiarezza programmatica, consentire all'elettore di intendere compiutamente la forza dei nostri ideali, la concreta bellezza costruttiva del nostro programma.

La proposta di un comitato per il programma elettorale

Per prepararci ad assolvere tanto gravoso dovere chiedo che il Consiglio Nazionale deleghi la Direzione a nominare un apposito Comitato, che sotto la presidenza del Segretario Politico predisponga il programma che la D.C. presenterà per le elezioni del 1958, sottoponendolo previamente all'esame e all'approvazione, in modi congrui ed opportuni, dei nostri iscritti e dei futuri candidati, che su di esso dovranno pubblicamente impegnarsi.
Sarà cura della Direzione comporre il predetto Comitato in modo da assicurare ad esso l'esperienza dei nostri uomini maggiori e la tecnica dei nostri più illuminati competenti.
Naturalmente sui lavori del Comitato suprema sanzione sarà riservata al Consiglio Nazionale.

Appello alle minoranze

Le prospettive di lavoro, di scelte, di responsabilità impongono al Segretario Politico – tanto più che alcune vacanze per decisioni proprie o per assunzioni di più alto incarico consentono di farlo senza recar torto a nessuno – di far appello ai consiglieri eletti nelle liste restate in minoranza affinché partecipino alla Direzione.
Già questo appello sinceramente fu fatto nel primo Consiglio Nazionale dopo il Congresso di Trento, ragioni apprezzabili indussero a non accettarlo.
Oggi è ripetuto: ragioni ben più apprezzabili devono indurre a non rifiutarlo. Sarà un atto di responsabilità altamente apprezzato da tutti. Sarà un atto di unità altamente valutato dal nostro elettorato. Sarà una premessa e una garanzia di lavoro efficace, preparatore della più completa presentazione della D.C. al corpo elettorale italiano.

I prossimi lavori della D.C.

E nel quadro della graduale preparazione del Partito alla grande prova che lo attende chiedo che il Presidente del Consiglio Nazionale entro il mese di ottobre riconvochi il nostro consesso per consentire ad esso di fare ulteriori passi verso l'assolvimento del mandato congressuale in ordine alla riforma dello statuto. Nel corso di questa riunione esamineremo i regolamenti per le elezioni in seno alle sezioni ed ai comitati provinciali, facendo un altro progresso nella regolarizzazione della nostra vita interna. Ma dobbiamo ancora aggiornare delle vere e proprie norme statutarie, di cui è in corso lo studio da parte degli uffici e che la Commissione dello statuto esaminerà prossimamente.
Chiedo fin d'ora questa sessione di ottobre per la revisione dello statuto, in quanto penso che non molto dopo bisognerà, in altra riunione del Consiglio, esaminare la situazione organizzativa proprio nel quadro della preparazione al cimento elettorale dell'anno prossimo. Ed anche la ripetuta e frequente convocazione di questo consesso contribuirà non poco a progredire nella necessaria fusione di tutte le nostre energie in quello sforzo che certamente sarà vittorioso se sarà illuminato e unitario.

On. Amintore Fanfani
Consiglio Nazionale della DC
Vallombrosa, 13 luglio 1957

(fonte: biblioteca Butini)


torna indietro home page stampa la pagina Portale della Democrazia Cristiana - un progetto ideato dall'Istituto "Renato Branzi" di Firenze
hogan interactive, hogan stivali scarpe, hogan scarpe 2015, hogan scarpe italia, hogan scarpe outlet, hogan scarpe 2014