LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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L'APERTURA A SINISTRA: ARTICOLO DI NICOLA PISTELLI PUBBLICATO SULLA RIVISTA "POLITICA"
(Firenze, 15 dicembre 1957)

Nicola Pistelli scrive a fine 1957 un articolo sulla rivista da lui fondata un articolo intitolato "Note sul problema socialista".
In parte tratta della questione socialista, dopo una conclusione del congresso di Venezia del PSI che ha deluso le aspettative sia del Segretario politico della DC Fanfani che della stessa corrente della sinistra democristiana. Mancanza di coraggio, imputa Pistelli ai socialisti.
Ma in buona parte l'articolo tratta delle condizioni possibili dell'unità della Democrazia Cristiana a fronte della situazione, con le spinte della gerarchia ecclesiastica per impedire il dialogo tra cattolici e socialisti, le pressioni crescenti delle associazioni degli industriali per tutelare gli interessi della destra economica.
Pistelli disegna un'alternativa per la DC tra l'opzione corporativa, che fa ricadere sul bilancio dello Stato ogni richiesta di categoria, e l'opzione neocapitalista contenuta nello schema Vanoni. L'unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana, secondo Pistelli, si garantisce con una vasta rappresentanza di candidati nelle imminenti elezioni politiche del 1958, con la chiara esclusione di ogni possibile alleanza coi liberali, coi fascisti e coi monarchici, e con una preferenza verso i socialdemocratici e (possibilmente) i repubblicani, in attesa che maturi il coraggio dei socialisti.

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NOTE SUL PROBLEMA SOCIALISTA


E' politico - nel senso che la gente attribuisce comunemente alla parola - colui che non dice quello che pensa; sotto le elezioni, l'arte sottile del dire e del non dire è considerata un'astuzia responsabile e necessaria per scontentare meno elettori possibile, mentre viene giudicato con bonaria indulgenza perfino colui che dice quello che non pensa, se lo scopo è di conquistare voti. Sembra che il nostro paese sia popolato di furbi, di gente vissuta che la sa lunga sulle malizie che ci vogliono per vivere.
Invece poi scopri che sono tutti moralisti, e chiedono cose pulite, e hanno dentro un insoddisfatto bisogno di chiarezza: "la politica è una cosa sporca". Quante volte abbiamo sentito questa frase, che non sappiamo se esprime scoraggiamento o rassegnazione?
Questo atteggiamento contraddittorio, così diffuso anche nella Democrazia Cristiana, può essere giudicato sotto l'aspetto morale, assai prima che sotto l'aspetto politico; "siate astuti come i serpenti, ma candidi come colombe" è un limite preciso ai lussi della tattica. I cultori dei termini difficili direbbero che esso segna il confine morale fra la tattica e il trasformismo. In altre parole, poiché la qualificazione più accertata del partito di maggioranza è la convinzione cattolica dei suoi iscritti, lo spirito di verità dovrebbe essere la preoccupazione prima dei nostri giudizi politici.
Certo, è un atteggiamento più scomodo di quanto sia l'arte del dire e del non dire. Ma noi cattolici, che ai teologi del sistema democratico abbiamo sempre risposto che la verità non si stabilisce con la maggioranza del 51% dal momento che folle intere di elettori possono essere solleticate nei loro istinti più facili, dobbiamo insegnare il coraggio dell'impopolarità.
Ecco allora che in questa vigilia preelettorale ci viene domandato se diamo ancora un giudizio benevolo del partito socialista.
A suo tempo la richiesta che venne dalla sinistra democratica cristiana, di iniziare una politica prudente ma sincera intesa a facilitare l'autonomia dei socialisti dal partito comunista, fi riferita all'opinione pubblica in termini volutamente deformati, sì da farla apparire una proposta irresponsabile: si disse allora che gli uomini della base volevano i socialisti subito al governo. Quando dalla sinistra democratica cristiana furono ripetuti come legittima precisazione i termini veri della proposta, non si perse l'occasione di affermare che gli uomini della base facevano marcia indietro, impressionati dalla ostilità dell'ambiente cattolico. Così, con una bugia sola, si ottennero due risultati insieme: presentare l'ala più innovatrice del partito come affetta da tenerezza filomarxiste, e suscitare la diffidenza verso le sue stupite proteste di ortodossia insinuando che erano dovute a una tardiva resipiscenza di opportunismo.
Ora l'onorevole Fanfani ha detto che i socialisti, dopo il timido tentativo veneziano, sono tornati alla sudditanza di prima; che è tempo di cessare la bendisposta attesa che il partito concesse durante il consiglio nazionale di Vallombrosa, per festeggiare l'ingresso della base in Direzione. Molti hanno commentato la sentenza dell'onorevole Fanfani con un sospiro che sembrava di dispiacere, come per dire: "peccato, ci avevamo sperato tanto". Ma chi ha l'orecchio abituato ha sentito che era un sospiro di sollievo.
E' da condividersi il giudizio del segretario del partito?
Quando afferma che i socialisti sono tornati alla sudditanza di prima, no. In questo giudizio, che vuole chiudere il problema socialista come se fosse oramai una prospettiva senza speranza, c'è il tono drastico e privo di quelle accorte sfumature che fecero la finezza politica di Alcide De Gasperi; il tono di chi al congresso nazionale delle ACLI ha risposto all'onorevole Nenni che ad atti di guerra risponderemo con atti di guerra.
Però è innegabile che i socialisti non hanno mostrato finora le idee, gli uomini e il coraggio che sono necessari per mettere in pratica le aspirazioni emerse nel congresso di Venezia; l'onorevole Lelio Basso non risparmia ironie sulle velleità impotenti dei cattolici verso una imprecisata "società cristiana"; e se lo dice lui, che è il consulente dell'Avanti sulla questione ecclesiastica, l'obiezione non è da ignorare. Ma cosa devono dire i democratici cristiani sulle velleità impotenti dei socialisti verso una imprecisata "unità della classe operaia", che li tiene lì, sempre col timore di avere sconfinato sul terreno dell'eresia?
"Bene, bene" scrive il giornale dell'onorevole Saragat; "questa è una testimonianza non sospetta, che perfino la sinistra democratica cristiana non sia soddisfatta dei socialisti". "Onesto riconoscimento, dicono alcuni ambienti cattolici, ma noi lo dicemmo subito che dai socialisti non c'era da aspettarsi niente".
Sì, che lo dissero; hanno fatto anche quello che potevano, perché i risultati non smentissero la loro previsione. Hanno posto ai socialisti la condizione impossibile di abbandonare le maggioranze di sinistra negli enti locali, hanno chiesto all'onorevole Nenni di non contrattare coi comunisti la presentazione alternata dei candidati al senato; condizioni che sembrano doverose riprove di buona volontà, e tuttavia nella situazione pratica diventano invece pesanti imposizioni di armistizio. Se i socialisti escono dalle giunte rosse, migliaia di comuni cadono in mano ai partiti di centro; se l'onorevole Nenni entra dovunque in concorrenza coi candidati comunisti, l'intero raccolto dei senatori lo prende la Democrazia Cristiana. Sì, forse due prove così gravose finirebbero per convincere l'elettorato d'ordine, giustamente sospettoso circa la sincerità delle intenzioni socialiste; ma gli operai ne ricaverebbero invece una impaurita sensazione di disfatta, e una confermata fiducia nella soffocante ma sicura tutela comunista.
Questo, gli esponenti dell'ambiente cattolico lo sapevano, quando hanno posto ai socialisti condizioni inaccettabili con l'aria di credere alla loro accettabilità; è la Democrazia Cristiana che non ha interesse alla scelta democratica dell'onorevole Nenni, perché il pericolo rosso - completo di comunisti e di socialisti - è una necessità funzionale alla sua struttura interna.
Quando la gerarchia ecclesiastica vide nel contatto coi socialisti il rischio di contaminazioni ideologiche, la sinistra democratica cristiana credette di dare una risposta pertinente assicurando la sua fermezza sui principi religiosi; laddove, per il fatto solo che la Democrazia Cristiana è il partito unitario dei cattolici e pertanto coinvolge sul piano temporale alcune espressioni apostoliche tra le più vicine al magistero della gerarchia, tale contaminazione esisterebbe indipendentemente dalla ortodossia dei contraenti di parte cattolica. La sola situazione che metterebbe l'autorità religiosa in condizione di lasciare ai cattolici libertà di trattativa politica - restando fermo e allora sì, sufficiente, l'obbligo della ortodossia personale e di gruppo sui presupposti morali - è l'articolazione dell'ambiente cattolico in due distinti partiti: uno clerico moderato, che inglobi i monarchici e raggiunga la consistenza presumibile di sette o otto milioni di voti, l'altro un partito popolare che trattenendo sotto la sua bandiera le forze sindacali metta insieme la somma presumibile di quattro o cinque milioni di elettori. Ma ha ragione la gerarchia, quando nega alla DC anche i preliminari più lontani di una alleanza coi socialisti, perché sarebbe essa a trovarsi per interposta persona a contatto con l'onorevole Nenni.
Non bisogna poi dimenticare che la gerarchia interviene con tutto il suo peso morale per spingere i credenti, ricchi e poveri, praticanti e tiepidi, antifascisti o soltanto anticomunisti a sostenere la Democrazia Cristiana, o almeno a tollerarla, condizione necessaria perché questo autorevole richiamo all'unità trovi costante ascolto, non è soltanto l'obbedienza che i cattolici devono ai loro pastori, ma anche una politica democratica cristiana che non scontenti troppo nessuna frangia del vasto elettorato bianco, e al contempo impedisca il coagularsi sul versante destro e sinistro di compagini politiche che possano esercitare comunque una attrazione centrifuga sulla opinione moderata.
La situazione non è ugualmente pericolosa sui due versanti; a sinistra, pensano le pavide incertezze dei patriarchi socialisti a dare una mano all'onorevole Fanfani. E' a destra che la minaccia si presenta più grave: qui, il potere economico delle massime associazioni di imprenditori, che si avvale di una crescente forza di pressione sulla opinione pubblica, chiede le concessioni più pesanti per essere contenuto ancora nella penombra del sottogoverno. Ecco allora una prima conclusione:se il disagio dei sindacalisti cristiani e della corrente di sinistra nasce da queste concessioni che sono necessarie perché soprattutto a destra si dia ascolto al monito unitario, nasce almeno in parte dagli stessi motivi che vietano di prendere in considerazione il problema socialista. Appare pertanto illusoria l'attesa di coloro che, avendo condannato con fieri accenti ogni ricerca dell'aiuto socialista, credono di essersi conquistati così il diritto di esigere però dalla Democrazia Cristiana un atteggiamento di ferma ostilità ai grandi privilegi; con o senza i socialisti, una politica che leda oltre lo stretto necessario alcuni interessi apre sul versante destro l'emorragia dei voti, e rompe l'equilibrio unitario.
Per quanto il costume politico italiano sia portato a sfarinarsi in cento aspetti difformi e quindi sfugga alle classificazioni precise, due sono gli schemi di soluzione ai quali potrebbe essere affidata la ulteriore compattezza della confederazione cattolica: l'adesione al moto neocapitalista, o la pratica corporativa.
Mentre anche in Italia alcuni tra i maggiori complessi industriali sembrano entrati nella convinzione che una politica di benessere aziendale e di alti salari serva oltretutto per estendere il mercato dei consumatori, finora circoscritto ai soli ceti agiati, la Democrazia Cristiana potrebbe vestire coi panni dell'interclassismo una conciliazione più lungimirante dei contrasti economici: per esempio, dimostrando alle classi medie che l'atteggiamento conservatore in esse tradizionale non fa neppure i loro interessi, dal momento che un accresciuto potere d'acquisto per i ceti poveri metterebbe a disposizione di commercianti e di professionisti una maggiore richiesta di merci e di servizi. Non discutiamo qui i limiti politici di una prospettiva del genere; ci basta osservare che dall'indirizzo neocapitalista sono intanto tagliati fuori tutti i settori arretrati di una economia sottosviluppata, sì che la Democrazia Cristiana dovrebbe innanzitutto entrare in urto con essi, e contestarne la scarsa funzione imprenditoriale. Ma l'oblio che tra una commemorazione e l'altra scende sullo schema Vanoni, è già una risposta.
Resta la pratica corporativa. Lasciando indisturbata la radice dei problemi più gravi, dove si annodano gli interessi in contrasto e a qualcuno si finisce sempre col dispiacere, essa vara provvedimenti per le singole categorie; quando per esempio l'opinione pubblica lamenta l'alto costo dei fitti, il costume corporativo evita di addebitarne la responsabilità alla speculazione edilizia sui terreni fabbricabili o ai profitti che vengono realizzati sul prezzo del cemento. Sopperisce col bilancio dello Stato, sapendo di mettere tutti d'accordo perché in Italia i quattrini della comunità sono i quattrini di nessuno, e costruisce case per i ferrovieri, case per i dipendenti comunali, case per i militari in congedo.
Certo, della coalzione cattolica è più facile dirne male che farne a meno. Ai laici che ci rimproverano - essi, così leggeri - il tenace attaccamento a questa pesante e composita Democrazia Cristiana, ricordiamo che in essa militano otto milioni di cattolici organizzati, la forza che decide da che parte sta la maggioranza; se già non bastasse il vincolo sentimentale che ci lega al partito, basterebbe tuttavia l'urgenza di restare qui, a contendere questa mirabile fanteria parrocchiale alla sollecitazione padronale e alla tentazione paternalista. Con quale esito, non sappiamo; ci preoccupa la decadenza della funzione centrista dai tempi di Alcide De Gasperi alle cronache di questa legislatura, che finisce senza che i voti fascisti si brucino fra le mani, come sarebbe accaduto appena pochi anni addietro. Che i comitati civici abbiano tentato il noleggio di novanta candidati democratici cristiani alla Confintesa, è certamente presagio di tempi non facili.
L'onorevole Fanfani pensa di conservare la disciplina unitaria della compagine cattolica facendo leva sull'apparato organizzativo della periferia - del quale ha il controllo sicuro - per operare una scelta severa dei candidati alla camera e al Senato; conta cioè di ricavare da un corpo elettorale indifferenziato una rappresentanza parlamentare filtrata. Non sappaimo quali criteri guideranno tale selezione, ma sentiamo il dovere di ricordare al partito che l'escludere una serie di nomi valendosi del predominio organizzativo anziché di una motivazione politica ottiene intanto il risultato di esautorare il parlamento, perché ne lascia fuori chi invece nel paese ha comunque un seguito.
La conserverà più sicuramente se vorrà escludere fino ad ora ogni alleanza coi liberali, coi fascisti, con ambedue le frazioni monarchiche. L'unità della Democrazia Cristiana è la sola formula che possa offrire al paese una durevole forza di governo, e pertanto è preziosa soprattutto a chi ha bisogno di tempo per maturare nei cattolici una più precisa coscienza politica; mentre i socialisti cercano di attrarre nell'orbita del loro partito i repubblicani dell'onorevole La Malfa e i socialdemocratici dell'onorevole Matteotti appunto per isolare la Democrazia Cristiana fra i quattro partiti della destra economica, chi ne accettasse il gioco dimostrerebbe di amministrare con scarsa saggezza il patrimonio unitario ereditato dalle mani di Alcide De Gasperi.
I socialdemocratici - purché ci presti garanzia la contemporanea presenza dei repubblicani - sono una piattaforma d'attesa per tenere unita la Democrazia Cristiana.

Nicola Pistelli
Rivista "Politica"
Firenze, 15 dicembre 1957

(fonte: biblioteca Butini)


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