LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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L'APERTURA A SINISTRA: ARTICOLO DI FIORENTINO SULLO PUBBLICATO SULLA RIVISTA "POLITICA"
(Firenze, 1 agosto 1957)

Il leader della corrente della sinistra democristiana (la “Base”) Fiorentino Sullo scrive un articolo intitolato “Speranze” sulla rivista fiorentina “Politica” a valle del Consiglio Nazionale della DC di Vallombrosa del luglio 1957. In quel Consiglio Nazionale il Segretario politico Amintore Fanfani prospetta i rapporti tra democristiani e socialisti nell'ambito di una analisi a livello europeo delle iniziative del socialismo democratico e dei partiti democratici cristiani.
Fiorentino Sullo esprime il suo gradimento all'analisi e alla iniziativa del Segretario politico del partito, sottolineando tre punti della relazione di Fanfani: la necessità di un superamento delle intese tra i quattro partiti di centro (DC, PSDI, PRI, PLI) nelle loro versioni posteriori ai governi De Gasperi; il respiro europeo dei rapporti tra democristiani e socialisti; l'invito alle minoranze democristiane di entrare nella Direzione centrale del Partito.
In Italia, rispetto agli altri paesi europei dove si sviluppa il confronto tra socialismo e democrazia cristiana, vi è una specifica questione in più: l'allargamento della base democratica dello Stato. Questione che altrove non sussiste.
Sullo spiega perché la sinistra della “Base” ha accettato l'invito a rientrare nella Direzione centrale della DC, proponendosi quindi di influire sulla formazione della volontà collegiale della DC di affrontare la nuova situazione che si prospetta.

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SPERANZE


Dal consiglio nazionale democratico cristiano di Vallombrosa emergono tre elementi nuovi, la cui incidenza si rivelerà in pienezza solo a distanza di tempo. Possiamo individuarli: nella sanzione ufficiale della DC all'abbandono del quadripartito nella sua realtà post-degasperiana; nella impostazione fanfaniana dei rapporti tra Democrazia Cristiana e socialismo in termini europei, e non meramente italiani; ed infine dell'ingresso delle minoranze in direzione, come testimonianza di più vivace, anche se meno appariscente, dialettica interna.
Un regime è genuinamente democratico quando consente che – senza strappi al sistema e senza pericolo per le istituzioni – il popolo possa liberamente scegliere il suo governo, sostituendone uno con un altro. Non vi è democrazia ove manca la possibilità di alternativa democratica.
Durante il quinquennio 1948-1953, nell'ambito della maggioranza dei quattro partiti di centro democratico, vi furono varie formazioni governative, imperniate sulla DC, a volte con i liberali e con i socialdemocratici, a volte senza di loro. La formula permetteva il ricambio e dava la sensazione della libertà della scelta legislativa: era dunque viva e vitale.
De Gasperi paventò la situazione che si sarebbe creata ove i quattro partiti, che nel loro complesso si andavano logorando, nelle elezioni del 1953 avessero dovuto ridurre il margine di maggioranza: la convivenza sarebbe stata meno elastica, così da diventare rigida e potenzialmente immobilistica. Con la legge maggioritaria, De Gasperi si proponeva di creare le alternative democratiche in seno alla stessa maggioranza parlamentare centrista.
La legge maggioritaria fallì nell'intento, e il suo insuccesso preparò le difficile ore dell'estate 1953. Vero è che con il quadripartito presieduto dall'on. Scelba la collaborazione con il centro democratico risorse, ma con un fascino particolare: esso nacque con tono polemico e di alternativa, rispetto al monocolore Pella che aveva raccolto in parlamento anche i voti monarchici.
Quando però, al congresso di Napoli, la Democrazia Cristiana, chiudendo vigorosamente a destra, rese non più attuale l'esperimento di centro-destra, il quadripartito si trasformò quasi in un governo di salute pubblica per la difesa democratica, senza alternativa. A destra come a sinistra la strada era sbarrata dai “nemici della democrazia”.
Ma un governo intransigente di salute pubblica a difesa della democrazia, senza alternativa e senza ricambio, è destinato ad un fatale logoramento.
Un popolo non sopporta per anni, con motivazioni meramente negative di difesa delle istituzioni, un governo che abbia un crisma di sacra insostituibilità.
Scottanti problemi trovarono divisi e discordi i partiti della coalizione, tutti divenuti indispensabili e condizionatori. Spesso il minimo comune denominatore fu il rinvio delle soluzioni. E questo impressionò negativamente la pubblica opinione.
Alla fine della legislatura, ad un anno di distanza da un nuovo ciclo, il problema indilazionabile per la giovane repubblica italiana è di allargare la base parlamentare della democrazia. Occorre scongelare e decantare: occorre sviluppare nuovi dialoghi, che potranno consentire, dopo le elezioni politiche, al parlamento una più vasta gamma di possibilità di governo: di alternative senza pericolo per le istituzioni.
Noi ci auguriamo che nel prossimo parlamento non si debba trangugiare un governo solo perché è l'unico strumento per impedire l'avvento dell'antidemocrazia: ci auguriamo che parecchi tipi di governo ci possano difendere dall'antidemocrazia e che tra questi si possa scegliere sulla scorta di valutazioni positive.
E a Vallombrosa il ruolo che la Democrazia Cristiana e il governo Zoli si sono assunti, permettendo di uscire dal dilemma governo centro democratico – opposizioni antidemocratiche, è stato approvato dai consiglieri nazionali con consapevolezza.
Più aperto, più realistico, sensibilmente diverso da altre volte, si è rivelato Fanfani nel trattare il tema dei rapporti fra democratici cristiani e socialisti. Fanfani ha inquadrato l'oggetto in un quadro europeo. Ed a noi pare che le critiche che gli sono state rivolte per tale visuale siano piuttosto immeritate.
L'allargamento della base democratica a sinistra è – non vi ha dubbio – un problema italiano, autonomo e nazionale.
Ma i rapporti tra il mondo inglese, francese e tedesco e il mondo italiano sono innegabili.
Ancora oggi, di fronte ai socialisti, una certa parte della borghesia italiana pone il problema come lo poneva Giolitti, e si prospetta il recupero del socialismo alla democrazia in termini che sono vecchi di un cinquantennio.
Ma il sogno di Giolitti non si avverò 50 anni fa. C'è verso che si avveri ora, in quella forma?
La riduzione delle masse socialiste italiane, da alcuni auspicata, alla dimensione socialdemocratica pare poco probabile.
Sotto un altro aspetto, il socialismo italiano, come non hanno difficoltà a riconoscere alcuni tra i suoi più intelligenti aderenti, è impregnato di massimalismo, cronica malattia che impedisce di vedere con occhi moderni i problemi economici e sociali del nostro tempo. Se in Europa non fossero in marcia fattori capaci di investire lo stesso socialismo italiano, forse saremmo pessimisti sulla capacità autonoma del socialismo italiano di assumere anche parziali responsabilità di direzione della cosa pubblica. Né ci dovrebbe meravigliare, perché anche per il partito socialista venti anni di parentesi fascista, e di inerzia obbligata, contano.
Ma il mercato comune, l'Euratom e la CECA non sono “flatus vocis”: sono organismi che dovrebbero dalla sfera del diritto passare alle strade della storia.
A chi obietta che mai i socialisti hanno mostrato tra di loro, nonostante le varie internazionali, concordia e unità fino a rammentare il recentissimo grave dissenso tra socialisti in Francia e laburisti in Gran Bretagna a proposito della spedizione di Egitto, si può replicare chiarendo che qui non si tratta del collegamento tra il socialismo di tutti i paesi, ma della interdipendenza inevitabile tra i partiti socialisti dell'Europa dei sei.
Il socialismo europeo si pone in posizione bivalente, di collaborazione o di conflitto, nei confronti della Democrazia Cristiana: ambedue le ipotesi sono verosimili.
Più che guardare con simpatia alla collaborazione o con preoccupazione al conflitto, è opportuno guardare ai modi con cui la collaborazione o il conflitto potranno manifestarsi.
Si può collaborare in termini immobilistici, come per una triste fatalità, e sarebbe una iattura. Si può collaborare in posizioni dinamiche e di concorrenza competitiva, e sarebbe il meglio.
Si può stare alla opposizione separati dalla barriera di una crociata ideologica, e sarebbe una tragedia. Si può stare all'opposizione sotto la spinta di una differenziata funzionalità sul piano spirituale e politico, e non cascherebbe il mondo.
Nei riguardi dei socialisti, noi democratici cristiani dovremmo essere alieni così dal misticismo collaborazionista, come dall'ostilità aprioristica: dovremmo respingere la crociata ideologica e l'abbraccio.
E' saggio approfondire, alla luce della nostra dottrina sociale, ciò che ci unisce e ciò che ci divide, senza confonderci quando combattiamo insieme, senza odiarci quando combattiamo contrapposti.
Che Fanfani a Vallombrosa abbia sposato le nostre tesi di Trento, sarebbe pura invenzione.
Anche noi non chiudiamo gli occhi dinanzi alla realtà, che non è quella dell'ottobre 1956.
Fanfani con la sua relazione ha, però, creato le premesse per una più libera circolazione delle idee, per un più chiaro confronto delle opinioni, per una più serena discussione sui temi di comune interesse.
La relazione di Fanfani era maturata già negli ultimi tempi. Se il nostro orientamento non è stato motivato dalla relazione di Fanfani, tuttavia è innegabile che il tono di Fanfani era previsto ed atteso.
Perché siamo entrati in Direzione? Perché – a nostro avviso – vi erano le condizioni perché la Direzione si trasformasse da organo monolitico di corrente in piattaforma di dibattiti e mezzo di azione unitaria.
I giornali comunisti e paracomunisti non si sono lasciati scappare l'occasione: ci hanno accusato di lasciarci “fagocitare” da Fanfani.
I comunisti vedono in noi coloro che, battendosi per l'allargamento democratico parlamentare fino a comprendervi il partito socialista, appaiono come i naturali sostenitori di una riduzione del partito comunista ad un ruolo marginale della vita del paese. E non possono che ricambiarci l'augurio di diventare marginali in seno alla Democrazia Cristiana …
Ai comunisti piacerebbe la posizione polemica interna di una corrente di sinistra della Democrazia Cristiana che fornisse con le sue censure la documentazione pubblica delle insufficienze della maggioranza e permettesse di queste critiche un demagogico sfruttamento elettorale da parte degli avversari della DC.
Noi siamo convinti, invece, che quando la Democrazia Cristiana avesse perduto la battaglia nel paese, ben magra soddisfazione toccherebbe alle minoranze nel mettere in luce che i loro rilievi erano fondati.
E' più utile far sentire ora – in un momento così delicato – in Direzione la nostra voce per contribuire ad attuare una saggia linea politica e per prevenire gli errori eventuali.
La funzione delle opposizioni nella vita parlamentare, come ci insegnò Benedetto Croce, è del tutto diversa dalla funzione delle correnti di opposizione nel seno dei partiti.
Finché saremo certi di poter influire sulle decisioni della Direzione, di essere bene accetti nelle critiche, di essere ascoltati nei suggerimenti, non ci pentiremo di collaborare in Direzione, lieti di influire, oggi, secondo la nostra coscienza sulla formazione della collegiale volontà della Democrazia Cristiana più che di dichiarare, domani, che “avevamo visto giusto”.

On. Fiorentino Sullo
Rivista "Politica"
Firenze, 1 agosto 1957

(fonte: biblioteca Butini)


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