LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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II° GOVERNO FANFANI: REPLICA DI AMINTORE FANFANI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 19 luglio 1958)

Le elezioni politiche del 1958 segnano un grande successo per la Democrazia Cristiana. Il Segretario politico della DC, Amintore Fanfani, uno dei principali artefici di tale successo elettorale, costituisce il primo governo della legislatura, un bicolore DC-PSDI aperto a nuove istanze riformatrici.
Fanfani presenta il suo governo il 9 luglio 1958 alla Camera dei Deputati, e replica il 19 luglio.

* * *

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, devo, a mo' di premessa, scusarmi in anticipo con quelli tra i colleghi che forse non riuscirò a ricordare benché il proposito sia di ricordare e di ringraziare fin d'ora tutti coloro che hanno preso parte a questa discussione, onorando il Governo della loro attenzione, anche se hanno dovuto accompagnare la loro attenzione spesso con espressioni di vivo rammarico e talvolta di cordoglio per non poter dare il voto al Governo.
Qualcuno dei membri di questa Camera - mi chiedo - per caso ha ingannato l'insonnia che in questi giorni, non per l'ansia dell'odierna discussione, ma per il susseguirsi degli avvenimenti, affligge i corpi, domandandosi quale sarebbe stato lo svolgimento di questo dibattito se formazione diversa da quella con cui il Governo si è presentato fosse apparsa su questi banchi?
Ieri sera mi sono rivolto questa domanda a mo' di preambolo all'esame di coscienza che dopo tante critiche dovevo farmi sulla condotta seguita nella risoluzione della crisi. E ho immaginato, anzi un po' fantasticamente ascoltato ciò che i fautori del monocolore democristiano avrebbero detto, se un governo monocolore si fosse davvero presentato il 9 luglio su questi banchi.
I voti gratuiti che sono stati fatti luccicare nei giorni scorsi, specie a destra, sarebbero stati certamente negati ove il 9 luglio si fosse presentato qui un governo monocolore, con il facile argomento che l'ora, carica di responsabilità e i gravi avvenimenti condannavano da soli, al di là della voce dei membri di questo Parlamento, la presunzione di un gabinetto minoritario. E da destra, forse, l'onorevole Anfuso, con più funebre tono di quanto ieri sera non abbia usato per esprimere il suo cordoglio a questo Governo, non avrebbe espresso le sue condoglianze all'ipotetico presidente - non io di certo -di un governo monocolore per aver voluto tentare da solo e senza una maggioranza un così difficile viaggio?
Quali sarebbero stati gli auguri dei partiti del centro democratico mi pare che è superfluo immaginare. Risparmio ogni pena alla fantasia: quei partiti che già ripetettero un mese fa che ad un governo monocolore avrebbero negato ogni consenso, avrebbero ripetuto questo loro fermo proposito in questa aula.
Quali epiteti, invece, al governo monocolore avrebbero diretto i partiti di sinistra, ognuno può immaginarlo data la costante accoglienza che hanno fatto al monocolore, non disposto a quelle aperture che la Democrazia Cristiana, nonostante tutte le insinuazioni, non è ancora disposta a praticare.
C'è allora bisogno di domandarsi, per passare ad un'altra ipotesi, quale accoglienza questo Parlamento avrebbe fatto ad un governo quadripartito? Per chi ancora non avesse capito la predisposizione espressa in materia, da mesi, da almeno uno, ed il più forte dopo la Democrazia Cristiana, dei quattro partiti necessari al quadripartito, ieri sera l'onorevole Saragat ha ripetuto che per il partito socialista democratico italiano il quadripartito è morto. E agli avventisti di esso ha ripetuto che nessuno ha in questa aula o fuori di qui il potere di farlo resuscitare.
Nemmeno c'è da perdere tempo, mi sembra, ad immaginare quale accoglienza il Parlamento avrebbe fatto ad un tripartito di cosiddetto centro-sinistra, dato che i tentativi fatti - e ne furono fatti sinora ! - per ricostituirlo hanno trovato ferma opposizione da parte del partito repubblicano, non disposto, in questo momento, a concludere come ha dichiarato espressamente l'onorevole Reale, questo o un dibattito analogo concedendo più che la astensione la diffidenza, sebbene non malevola, promessa alla nascente formula del bipartito.
Questo rapido esame ,mostra che la tanto criticata e bistrattata formula del bipartito è l'unica formula possibile nei confronti dell'impossibile quadripartito o del tripartito, e la meno criticabile nei confronti del monocolore, che poteva oggi presentarsi in questa Camera.
A destra ci si è ripetuto quello che già al Senato un senatore del partito monarchico popolare aveva detto e cioè che un altro governo bipartito, quello, ad esempio, fatto dalla Democrazia Cristiana e dal partito liberale, avrebbe avuto il sostegno fermo del partito monarchico popolare medesimo. Ma, pur a prescindere dalla volontà della Democrazia Cristiana di partecipare ad una simile formula capace di fondere sul governo 290 voti, anziché 295, come la formula realizzata, e solo praticamente capace di arrivare, con i voti esterni del partito monarchico popolare, a 304 voti, sta il fatto che, malgrado le ferme garanzie e le assicurazioni date a questa ipotetica formula dal gruppo parlamentare monarchico popolare al Senato ed alla Camera, da parte dei liberali né al Senato né alla Camera si è raccolto, non dico la sfida, ma l'invito. E di questo bisogna naturalmente tener conto. E questo silenzio ci sembra mollo significativo al fine di voler trasformare in realtà quel breve sogno di una corta notte di estate (come l'onorevole Cafiero ha detto, parafrasando un celebre titolo) che avrebbe a maggior ragione manifestato la sua evanescenza in una formula che, nella nascita e nella strada che avrebbe dovuto percorrere, non si era in anticipo garantito nessun voto, salvo quelli qui profferti dal partito monarchico popolare.
Giri quindi il problema come ognuno vuole e vedrà che proprio la luce dei più gravi ultimi avvenimenti fa, sì, apparire debole la presente formula per la sua consistenza parlamentare, ma la fa anche apparire meno debole dell'unica concorrente possibile, quella del monocolore.
L'unica reale, dunque, questa formula tra tutte le altre immaginabili in questo momento, quale quella quadripartita o tripartita che dir si voglia. Sicché non resta, a parlamentari capaci di ragionare sui fatti, che o rimproverare gli elettori di non aver votato in modo diverso o tentare di correggere, di fronte alle nuove realtà, il mandato degli elettori.
Non spetta a me né a noi del Governo indugiarci su questa ultima ipotesi per non udire da destra ripetere che i deputati di quel settore avevano ben capito da tempo che il nostro Governo voleva essere un ponte levatoio per consentire al cavallo di Nenni di introdursi nella famosa cittadella democratica di Ilio, o per non udire da sinistra ripetere di avere ben capito essere questo Governo un tappeto steso per consentire alle squadre di destra di entrare senza far rumore nella sagrestia in cui avremmo già serrato i socialdemocratici ed i repubblicani.
Abbiano dato il voto - come dice l'onorevole Togliatti che a sinistra abbiano fatto - con piena civile coscienza le masse dei dieci milioni e mezzo di consumatori di falci e martelli, o lo abbiano dato - come sempre Togliatti dice abbiano fatto al centro - con la trepida paura del diavolo e della morte i greggi pascolanti dei 12 milioni e mezzo di elettori caricati dello scudo crociato, sta il fatto che 12 milioni e mezzo di italiani hanno autorizzato il 50 per cento dei senatori (scusate, onorevoli deputati, se in questa Camera ricordo le fattezze dell'altra) ed il 45 per cento dei deputati eletti nelle liste della Democrazia Cristiana a cercare una maggioranza, la più stabile che fosse possibile, la più capace che fosse possibile a realizzare il programma che quegli elettori approvarono; e l'unica maggioranza (conviene che lo diciamo francamente, facendo eco a quanto ha già molto bene detto l'onorevole Rumor) che abbiamo potuto costituire è quella formata dalla Democrazia Cristiana, dal Partito Socialdemocratico e da «Comunità» (Commenti).
Che essa sia maggioranza al Senato non v'è ragione di dubitare (del resto, il voto lo ha dimostrato), che sia maggioranza alla Camera dipende dall'atteggiamento (dobbiamo riconoscerlo) del partito repubblicano, sinora, fuori di qui e dentro di qui per le recenti responsabili dichiarazioni dell'onorevole Reale, dimostratosi propenso a non impedire che la somma dei voti democristiani e socialdemocratici risulti una maggioranza. E a chi obbietta che così tale maggioranza si vede e non si vede, replichiamo con il cortese invito di ricordare che maggioranze ora visibili e ora invisibili per tre anni ressero nell'ultima legislatura ben due governi di coalizione.
Noi, per tempo, invitammo gli elettori a ridurre le difficoltà che negli ultimi cinque anni si erano manifestate, e qualche eco al nostro invito c'è stata se con due soli partiti riusciamo a raggiungere i voti che nei cinque anni decorsi per essere messi insieme obbligavano a riunire ben quattro partiti. Se le difficoltà siano ancora troppe e occorra ridurle, rifletteranno i futuri elettori. A noi spettava il dovere di non accrescerle. Tale dovere abbiamo adempiuto garantendo al programma che gli elettori hanno approvato, con le opportune integrazioni, il sostegno dei voti della Democrazia Cristiana, quello dei voti del Partito Socialdemocratico, quello del voto di «Comunità», quello dell'astensione del Partito Repubblicano italiano.
Si è ripetutamente detto in quest'aula, onorevoli colleghi, che abbiamo negoziato un altro sostegno, quello dell'astensione dei tre deputati altotesini. L'onorevole Ebner (e lo ringrazio) ha ieri riferito, secondo la più scrupolosa verità, che, quando venne da me informato, così come informai tutti gli altri dirigenti o presidenti di gruppi parlamentari esistenti, sulle mie intenzioni, circa la formazione e il programma del Governo, non solo non trattai, né con lui né con il senatore Tinzl che lo accompagnava, nulla di nulla, ma non chiesi neppure come avrebbero votato. E questa condotta tenni non perché la Costituzione mi autorizzi a considerare voti non considerabili quelli dei parlamentari eletti con il voto di cittadini italiani sia pure di lingua tedesca, ma perché mi sembrava e mi sembra che, specie pendendo all'interno del paese (sottolineo: all'interno del paese) una delicata disputa sulla situazione della minoranza altotesina di lingua tedesca, giovasse all'auspicata risoluzione di questa disputa che il Governo conservasse la piena autonomia delle sue decisioni, non legandole a vicende parlamentari o a trattative fra gruppi. Che poi i deputati altoatesini si astengano, quello Valdostano voti contro dopo che il suo collega al Senato si è astenuto, e altri parlamentari decidano pro o contro il Governo, questo è affare che riguarda solo il giudizio che la coscienza di ognuno dà al termine di ogni dibattito e darà anche al termine di questo, svoltosi in una atmosfera così ricca di emozioni per la gravità di ben noti avvenimenti internazionali.
Il Governo compie oggi interamente il suo dovere quando spiega la sua origine e la sua formula e difende il suo programma, astenendosi, per scrupolo e per rispetto della sua piccola ma pur esistente maggioranza, da qualsiasi manovra di attrazione sia pure fatta attraverso la tradizionale mozione degli affetti. Mi si è anzi rimproverato anche in quest'aula, come al Senato, una scarna esposizione programmatica, scevra - si è detto - di emotività e di grandi e grosse parole. Si è giunti a dire che non ho mai nominato la parola patria. Si è ripetuto da altri che non ho mai nominato il comunismo.
Questi rimproveri, a parte la pertinenza politica che non c'è, non potendosi legare il patriottismo o l'anticomunismo efficacemente alle parole ma solo ai fatti, provano soltanto che di proposito ho evitato di affidare la conquista di consensi a lacrimucce o a risentimenti. Ho inteso parlare a uomini consapevoli, a uomini forti, nel rispetto quindi della dignità di ciascuno, a uomini che in questa aula non furono mandati a commuoversi ma a decidere nel pieno dominio dei loro sentimenti e anche contro i loro affetti di tendenza o di parte, se una decisione contro i loro affetti l'interesse della patria richiedesse.
Per rispetto della personalità di ognuno di voi, onorevoli colleghi, non ho introdotto la retorica dove il recente responso elettorale, la realtà del paese, gli allarmi del mondo mi sembravano e mi sembrano tuttora sufficienti ad invitare ogni mente ad una attenta meditazione.
Ma non sarei sincero se non aggiungessi che il ricorso alle emozioni mi sono anche inibito per la consapevolezza che mai, ma meno che mai oggi, la tremenda responsabilità di governare un paese come il nostro in questo momento debba essere sollecitata, e vorrei dire facilitata, da arti sottili, quasi che non fosse per se stessa una croce che nessuno può portare serenamente se non ha la coscienza certa non solo di non averla desiderata ma di non essersela nemmeno procurata.
Ciò non vuol dire che non abbiamo il dovere, onorevoli colleghi, di difendere ciò che abbiamo fatto e ciò che abbiamo proposto. Questa difesa io personalmente la devo per le responsabilità che! mi sono assunte. La devo, questa difesa di ciò che abbiamo fatto e di ciò che ci siamo proposti, al Capo dello Stato che mi ha conferito l'incarico, ai colleghi che hanno così generosamente arrischiato con me questa impresa, ai partiti che hanno accettato di sostenermi, al Senato che mi ha concesso la fiducia, a voi tutti, onorevoli colleghi, che avete avuto la cortesia di soffermarvi sui miei propositi e ai più che trenta colleghi che mi hanno onorato della loro parola, recando il contributo della loro intelligenza, della loro capacità e della loro passione a questo dibattito. Devo questa difesa del nostro programma agli onorevoli Rumor, Saragat, Gui e Storti che particolarmente hanno difeso il Governo e ciò che il Governo si è proposto di fare. Questa difesa dei propositi e del programma del Governo la devo agli onorevoli Reale, Camangi ed Ebner, che per diversi motivi hanno detto di attenderlo all'opera, sia pure astenendosi. Questa difesa del nostro operato la devo a quanti sono intervenuti per esprimere il loro dispiacere di non poter votare a favore e a quanti sono intervenuti a dire la loro soddisfazione di poter votare contro il Governo. Questa difesa dei propositi del Governo la devo ai molti italiani che credono alla bontà del nostro programma e sperano nella conferma dei nostri propositi di accrescere, attuandolo, il lavoro ad essi, ai loro figli l'istruzione, alle loro famiglie possibilità di casa, alla nostra patria progresso e sicurezza.
Infine, se mi è consentito, la difesa del programma che abbiamo esposto io la devo anche agli alleati dell'Italia, agli alleati dell'Italia nel mondo, i quali hanno il diritto di sapere se, sia pure per pochi giorni o in attesa del voto del Parlamento, qui in questi banchi hanno seduto trepidi neutralisti o uomini decisi a far rispettare gli impegni della loro patria (Vivissimi applausi al centro).
Al programma di politica interna si sono fatte tre critiche di fondo. Da destra si è detto che esso non dà garanzie per la difesa contro il comunismo, non avendolo mai nominato, insinuandosi che non nominarvi, egregi colleghi dell'estrema sinistra, sarebbe stato dovuto a un trepido calcolo. Da sinistra si è detto che questo nostro programma non dà garanzie di libertà, non avendo parlato della discriminazione nel campo del lavoro o della situazione, non sempre degna, all'interno delle aziende.
Da sinistra e da destra, in edificante coro (connubio, direi, di un diavolo certo, consentitemi lo sproposito teologico-umano, con una pretesa acqua santa) coi laicisti di centro, sì lamentano fatti passati per dedurne arbitrariamente, e contrariamente alla realtà, che questo Governo non terrà fede al suo proposito di difendere l'autonomia dello Stato.
Tutti ricordano (è stato del resto da qualcuno rammentato nel corso di questo dibattito) che, per non lesinare affermazioni anticomuniste, nel gennaio del 1954 non ebbi voti né da sinistra, che non cercavo, né dal centro-sinistra, che desideravo. Ma i mangiacomunisti di destra, onorevoli colleghi, malgrado le mie affermazioni, non mi prestarono affatto le loro dentiere, preferendo conservarle per rodersi quando, dopo dieci giorni, videro rinascere il quadripartito.
Da allora mi sono dedicato alla lotta contro il comunismo nel seno del mio partito come dovevo nella mia responsabilità. Non posso dire di averlo sconfitto (Commenti a sinistra), ma è certo che l'ho battuto in Val d'Aosta nel 1954, nelle elezioni regionali siciliane nel 1935, nelle elezioni amministrative nel 1956, nelle elezioni regionali sarde nel 1957, nelle recenti elezioni politiche quando si è visto che, per la prima volta dal 1946, colleghi di parte comunista, siete rientrati in meno in questa Camera (Vivi applausi al centro - Proteste a sinistra).

CLOCCHIATTI. E' stata la legge elettorale.

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. La stessa legge elettorale ha fatto crescere noi e ha fatto calare voi: evidentemente è avvenuto qualcosa (Applausi al centro).
E mi scusino tutti gli anticomunisti verbali …

Una voce a destra. Verbali, no!

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Vedremo, se sono verbali.
Che nessuno venga a vantarsi di avere collaborato al nostro sforzo, perché, salvo il partito socialista democratico, il partito repubblicano e con certe riserve i monarchici nazionali, tutti gli altri partiti italiani durante la recente campagna elettorale, presi dal furore di denigrare, di distruggere la Democrazia Cristiana, non solo hanno dimenticato il pericolo comunista ... (Interruzione del deputato Cafiero). Anche voi, voi soprattutto liberali. Dicevo: non solo hanno dimenticato il pericolo comunista, ma quando noi lo agitavamo ci trattavano da burattini o da perfidi manovratori dell'opinione pubblica (Vivi applausi al centro), dimostrando, onorevole Togliatti, che ella ha avuto la buona ventura, nelle recenti elezioni, di trovare ossequienti alle sue direttive proprio gli uomini della destra (Applausi al centro).
Con i fatti, quindi, in posti di responsabilità abbiamo dimostrato di saperci esporre e di saper lottare come potevamo contro il comunismo.
Assunto a diversa e più alta responsabilità, consapevolmente ho pensato che non spettasse a me e a noi fare declamazioni, ma spettasse a noi agire perché nei limiti della Costituzione il pericolo comunista si riducesse. Non si può confondere un governo con un partito.
La prima azione anticomunista crediamo aver fatto con la costituzione di questo Governo, questo Governo della Democrazia Cristiana e del Partito Socialdemocratico. La seconda azione anticomunista crediamo di aver fatto redigendo un programma di ampio respiro sociale, quello che vi abbiamo presentato, che non siete riusciti a ridurre, ma vi siete sforzati di ampliare, contraddittoriamente aggiungendo altri suggerimenti (Applausi al centro).
La terza azione anticomunista crediamo di aver compiuto nel fermo e sereno adempimento, in questi tribolati e travagliati giorni, dei nostri obblighi di solidarietà con l'occidente, senza clamori, senza perdere la calma, senza cedere alla propaganda, né pro né contro.

CLOCCHIATTI. Ci parli degli aeroporti!

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Parlerò anche di aeroporti.
Il resto verrà. Ma non potrà venire se la Camera non ci darà la fiducia. E quando dico che verrà il resto, non intendo profferire minacce, né alludere ad azioni contrarie al giuramento che abbiamo prestato e che per noi, oltre che come cittadini, come credenti è sacro.
Intendo confermare quanto già esposi esordendo, e cioè che non lasceremo preordinare né permetteremo attentati alle libertà, agli ordinamenti, alle istituzioni, alla sicurezza degli italiani e della Repubblica. E quando leggiamo nei fogli paracomunisti o comunisti, o udiamo, come abbiamo udito in questo dibattito, oscure o chiare parole di minaccia, non perdiamo la calma, ma rispondiamo: attenzione, oratori e scrittori, alle parole, ma soprattutto attenzione ai fatti, perché ogni illusione sarebbe apportatrice per voi di ben gravi delusioni; per voi e per quanti sognano, nell'illusione, che arrivi prima Krusciov della giustizia italiana (Vivi applausi al centro e a destra - Proteste a sinistra). Non vi è bisogno di generali: in un paese ordinato non comandano i generali, ma i giudici (Applausi al centro).
Ciò premesso, più che mai restiamo convinti di quello che dicemmo a conclusione di questa parte della esposizione del nostro programma, e cioè che il programma di libertà, di sicurezza nella pace e di sviluppo economico e sociale che ci proponiamo di svolgere, sarà i! migliore antidoto non solo a tutte le tentazioni di sovversione disseminate con insidiosa propaganda in mezzo al popolo, ma, vorrei aggiungere, a tutte le necessità di ulteriori e diversi interventi.
Quanto alle accuse che dall'estrema sinistra ci sono state rivolte circa oblii, nel nostro discorso programmatico, dei problemi della sicurezza nelle aziende, la difesa è molto facile, rinviando a quelle considerazioni del nostro discorso in cui proprio si parlava di tale problema e si manifestava un'accorata preoccupazione che, se in sede di discorso programmatico può restare nei limiti di un'accorata preoccupazione, nell'azione di Governo non può restare in tali limiti: deve diventare azione per garantire che, nell'interno delle aziende, la serenità del lavoro da nessun motivo estraneo venga turbata.

Una voce a sinistra. Parole!

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Sì, ma parole molto chiare.
Circa le discriminazioni sul lavoro, mi permetto di ritorcere l'accusa che ci viene rivolta dai settori comunisti che nei paesi della nostra Toscana o della vostra Emilia ordinano e organizzano il più bestiale dei sabotaggi (Applausi al centro - Vive proteste all'estrema sinistra), ordinando il sistematico boicottaggio di artigiani e di commercianti non comunisti. Aggiungo che i governi democristiani già dimostrarono in maniera palmare di non essere inclini alla discriminazione quando affrontarono il rimprovero dei nostri stessi elettori e sostenitori assegnando terre e case (e quindi anche lavoro), senza alcun riferimento alle ideologie degli assegnatari o al loro voto nelle elezioni al Parlamento … (Interruzioni all'estrema sinistra - Proteste del deputato Assennato).

PRESIDENTE. Onorevole Assennato, non si erga come Farinata! (Si ride).

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Concludo, però, che è nostro dovere di governanti e, per ciascuno di noi che ha una fede, nostro dovere di credenti, e per ciascuno di noi uomo e uomo libero, nostro dovere di uomini liberi, di non ammettere discriminazioni nel campo del lavoro. (Commenti all'estrema sinistra). Preciso, perché è bene esaurire l'argomento ed essere chiari, che ciò non vuol dire ... (Interruzioni all'estrema sinistra).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, non sono disposto a consentire che si continui in questo modo!

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Preciso però che quanto ho detto circa il nostro dovere di non fare discriminazioni nel campo del lavoro non vuol dire che in posti di lavoro riguardanti la difesa e la sicurezza dello Stato possiamo mettere o mantenere cittadini che non dànno alcun affidamento ai fini della sicurezza e della difesa del paese (Vivi applausi al centro - Vivissime proteste all'estrema sinistra).

Voci all'estrema sinistra. Fascista!

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Un giorno verrò qui con l'elenco di tutti i fascisti che sono tra di voi (Proteste dei deputati Silvestri e Gian Carlo Pajetta).
Veda, onorevole Pajetta, so che mi si rimprovera di aver scritto qualcosa sul fascismo, ma io verrò qui un giorno con l'elenco di quelli di voi che al fascismo non recarono il contributo di qualche parola, ma il contributo dei loro fucili (Applausi al centro - Proteste a sinistra).

PAJETTA GIAN CARLO. Ma io le dico questo: portarono il loro fucile alla Resistenza!

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Completerò il pensiero, onorevole Pajetta, dicendo che l'elenco più ampio, comune a voi e a tutti i settori di questa Camera, di coloro che combatterono per la libertà farà cancellare l'altro (Vivaci proteste del deputato Gian Carlo Pajetta).

PRESIDENTE. Onorevole Gian Carlo Pajetta, la richiamo all'ordine!

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Debbo, signor Presidente, riprendere là dove sono stato interrotto e ripetere quindi che quanto ho detto circa la non discriminazione a cui ci obblighiamo nel campo del lavoro non vuol dire che in posti di lavoro riguardanti la difesa o la sicurezza dello Stato …

Una voce a sinistra. L'ha già detto!

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Lo ripeto per il caso che qualcuno nella confusione se ne fosse dimenticato (Applausi al centro - Proteste a sinistra) ... possiamo mettere o mantenere cittadini che non dànno alcun affidamento ai fini della sicurezza e della difesa che dovrebbero concorrere a garantire (Proteste a sinistra). Si tratta non di discriminazione, ma di elementari doveri che la Costituzione ci impone, e precisamente l'articolo 52 della Costituzione che afferma che il dovere di servire e di difendere la patria è sacro per ogni cittadino, quindi a maggior ragione per ciascuno di noi (Applausi al centro - Proteste a sinistra).

CLOCCHIATTI. Li denunci!

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Quanto al coro di destra e di sinistra attorno ai temi agitati dai sostenitori di una ideologia e di una dottrina laica, non ho che da ripetere quanto già dissi sugli impegni che noi prendiamo e intendiamo prendere. Essi naturalmente non possono essere retroattivi e quindi non tacitano, lo riconosco, le critiche sul passato, ma chiedono a tutti coloro che le critiche rivolgono che, per quanto riguarda l'avvenire, si rimandi e si rinvii un giudizio.
Ferme restando le nobili parole dette in quest'aula dall'onorevole Rumor, di rimprovero sereno a quanti sono preoccupati dei pericoli che lo Stato, dicono, stia correndo o possa correre ad opera della Chiesa, dirò che essi dimenticano o per lo meno non ricordano (perché penso che entro se stessi lo ricordino, ma non lo dicono) quali garanzie e quali aiuti la Chiesa stia dando in tutto il mondo, e non a parole, ma con sacrifici e con martiri, a difesa dell'uomo, della persona umana e dello Stato al servizio della persona umana (Vivissimi applausi al centro).
I nostri auguri per la crescente funzionalità del Parlamento, che avemmo occasione di esprimere nel discorso di presentazione, alla vigilia degli incontri tra i due rami del Parlamento diretti ad armonizzare i rispettivi regolamenti, sono stati ricambiati dall'onorevole Togliatti con la dichiarazione che i comunisti si opporranno ad ogni tentativo che volesse limitare la libertà o le funzioni del Parlamento.
Anche noi ci opporremo!
Durante le dichiarazioni dell'onorevole Togliatti, però, non ho invidiato ma ho ammirato da un punto di vista politico la mutevolezza della dottrina comunista, che consente a Roma di farsi paladini del Parlamento e a Budapest di prenderlo a cannonate (Vivi applausi al centro - Proteste a sinistra).
Le nostre idee sulla integrazione del Senato non sembrano essere di gusto del partito comunista. Ce ne dispiace, ma riconosciamo la libertà di mantenere posizioni ben note. E nostro dovere porre il problema, poiché il problema esiste, anzi è stato ereditato dalla precedente legislatura. E' anche nostro dovere avvertire che non saranno certo gli oltranzismi di nessuno a indurre la nostra maggioranza al Senato a non rendere gratuita soddisfazione alle attese del partito comunista, per cui dovreste proprio ringraziarci di aver fatto noi Governo un ponte tra le attese di alcuni gruppi politici e le attese diverse della nostra maggioranza.
E non vorremmo che, malgrado le nostre proposte, la situazione di fatto strutturale che esiste al Senato inducesse la maggioranza stessa a godersi in pace gli articoli della Costituzione e leggi vigenti che l'hanno originata.
Sui nostri propositi di moralizzazione non abbiamo avuto che consensi, indicazioni e auguri. Solo l'onorevole Cavaliere ha affermato che i nostri impegni starebbero a dimostrare che sinora, sino al momento in cui gli impegni abbiamo presi, la immoralità è dilagata. Se il richiamo avesse un minimo di consistenza, dovremmo invitare tutti i moralisti e filosofi a non occuparsi più di morale nella tema che invitando a far bene rechino la testimonianza che il bene non esiste (Commenti).
L'onorevole Scelba in un discorso che per le tante proposte aggiuntive alle nostre - mi consenta, onorevole Scelba - deve avergli procurato la definitiva antipatia dell'onorevole Malagodi, preoccupato del bilancio, ha garbatamente richiamato, in base alla sua lunga esperienza al Ministero dell'interno, la nostra attenzione sulle persistenti necessità della pubblica amministrazione. Le sue autorevoli ed esperte indicazioni, alle quali si sono aggiunte quelle dell'onorevole Schiratti, non potranno non essere tenute nella più alta considerazione, vista l'autorità da cui provengono, via via che svolgeremo il nostro programma. Debbo però assicurare l'onorevole Scelba che le sue preoccupazioni per quanto riguarda la finanza locale sono state per tempo anche le nostre, e, quando aggiungemmo qui, nel programma di Governo, il proposito fermo di prendere misure straordinarie per alleviare gli oneri esorbitanti degli enti locali, aggiungemmo: piccoli enti locali di zone depresse e del sud; tenevamo presente un'ampia statistica, aggiornata fino al 1957, la quale ci dimostrava (è per questo che proponemmo i provvedimenti) che i comuni del sud e delle zone depresse non sono meno indebitati di quelli del nord per il fatto che hanno meno necessità, ma per il fatto che debiti non hanno potuto contrarre data la loro persistente ed irrimediabile miseria. Sicché se proponemmo questo provvedimento, fu proprio per una realistica visione del problema: non per far torto ai grandi comuni o ai comuni delle zone più ricche, ma per praticare almeno di tanto in tanto una specie di anno giubilare e recare un po' di giustizia in questo settore che di giustizia ha tanto bisogno.
Le considerazioni sulla politica interna si sono concluse con un ampio dibattito sulle regioni. A destra l'onorevole Degli Occhi, l'onorevole Bruno Romano, l'onorevole De Marsanich, l'onorevole De Marzio e altri, che per brevità ma non per dimenticanza non ricordo, non le vogliono, dimenticando che oltre la Costituzione (si è tanto discusso a questo proposito) esiste una legge approvata nel 1953 che le istituisce. Al centro l'onorevole Malagodi non le vuole più dimenticando che quella stessa autorità di Luigi Einaudi, che egli ha citato in materia finanziaria tre o quattro volte, quella stessa autorità deve da lui essere onorata quando in testi non meno aurei e non meno attentamente seguiti da questa Assemblea nel 1947, se non sbaglio nel giugno, sosteneva qui, tra i più accesi fautori, la convenienza per l'unità del paese, per la struttura del sistema democratico, per l'educazione delle classi dirigenti, dell'istituzione delle regioni. Citi anche Luigi Einaudi quando parla di regioni, onorevole Malagodi (Applausi al centro).

PAJETTA GIAN CARLO. Ella sulle regioni è d'accordo con l'onorevole Malagodi?

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Se fossi stato d'accordo con l'onorevole Malagodi, egli, come si è detto in accordo con me per esempio sulla politica estera, avrebbe dichiarato con soddisfazione di essere d'accordo sulle regioni.

PAJETTA GIAN CARLO. Ma le regioni non si fanno.

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Questa è un'altra questione.
Penso che forse l'onorevole Malagodi non abbia citato in questa contesa materia l'onorevole Einaudi per il rispetto per l'alta carica da questi ricoperta e per la sua assenza dall'Assemblea Costituente. Ma poteva allora ricordare l'onorevole Martino, il quale si è trovato certamente ieri sera in un grave imbarazzo quando, toccando tutti i temi del suo così interessante discorso, il tema delle regioni non l'ha toccato per non trovarsi in contraddizione col segretario del suo partito, visto ciò che sostenne, proprio in materia di rinsaldamento dell'unità della patria attraverso l'organizzazione regionale, nel giugno del 1947 insieme con l'onorevole Bellavista in questa aula.

PAJETTA GIAN CARLO. Insomma le facciamo o no le regioni ?

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ora la sinistra, per le regioni, chiede se le facciamo o no. Ma dieci anni fa diceva: no! Tanto è vero che gli argomenti che abbiamo udito impiegati dalla destra, in quest'aula e tante volte nei comizi, non sono che la riproduzione degli argomenti che dieci anni fa si usavano qui da parte dell'estrema sinistra.

PAJETTA GIAN CARLO. Abbiamo il coraggio di applicare la Costituzione!

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Infatti ho detto che ora voi lo volete.
Nei confronti delle, regioni procederemo secondo l'iter che ci siamo tracciati; e nel corso di esso, onorevole Aldisio - mi riferisco al suo appassionato intervento di ieri in questa materia - ci soffermeremo con la dovuta attenzione, ma speriamo di poter poi procedere con speditezza, anche sui problemi rimasti insoluti relativi all'Alta Corte siciliana.
L'onorevole Reale trova un po' lento il nostro incedere; mi pare che anche l'onorevole Pajetta sia di questo avviso.

PAJETTA GIAN CARLO. Io vi trovo fermi.

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. In questo momento, è vero, siamo fermi.
Ma dobbiamo pur avere il tempo, onorevole Reale, di accertare se ha ragione l'onorevole Malagodi, quando afferma, con quel certo arrotondamento che gli è solito, che le regioni annualmente costeranno non meno di 500 miliardi di lire. Io non credo che questa sia la spesa; ma dato che dovremo poi fare una lunga discussione se si tratta di 500 miliardi o meno, anziché ricorrere al sistema dell'asta o dei ribassi in questa aula, ci si lasci un po' di tempo per accertare anche questo punto.

RUSSO SALVATORE. Altri dieci anni le bastano?

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Per me sono troppi. Le nostre dichiarazioni sulle attuazioni per la Val d'Aosta hanno determinato l'astensione del senatore Chabod al Senato; qui invece l'onorevole Caveri è sembrato annunziare, se non ho mal capito, il suo voto contrario.
Io non posso che confermare quelle dichiarazioni, chiare, oneste, responsabili. E ove quelle dichiarazioni dovessero essere causa della divisione per metà del birappresentato gruppo parlamentare valdostano, non mi resterebbe che citare la Scrittura, la quale prevede ciò che accade alle città quando sono in se stesse divise.
Sulla situazione del Trentino-Alto Adige hanno parlato gli onorevoli De Marsanich, Malagodi, Ebner e Berloffa in maniera specifica, e mi pare anche l'onorevole Anfuso ieri sera. Sono corse anche parole grosse, specie da destra per bocca dell'onorevole De Marsanich, con minacce di denunce alla Corte costituzionale per avere questo Governo - si è detto - manifestato il proposito di incontrare il governo austriaco, ed esattamente il ministro degli affari esteri austriaco, per discutere di tutti i problemi (e qui volutamente si è dimenticata questa estensione: «tutti») che - ne cito alcuni - le necessità di Trieste o la neutralità dell'Austria hanno fatto sorgere, dal momento che dall'ottobre del 1954 Trieste è tornata all'Italia, e l'Austria nel 1955 - non dimentichiamo questo particolare - è diventata uno Stato neutrale ai nostri confini.
In occasione dell'incontro, abbiamo detto di proporci in esso una conversazione anche sulla leale applicazione da parte nostra, per quanto riguarda il futuro, oltre che per quanto riguarda il passato, dell'accordo De Gasperi-Gruber. Ci si accusa, mi pare un po' leggermente, di tramare alla sicurezza dello Stato, e l'onorevole Malagodi ha detto, mi pare, che vogliamo tedeschizzare Bolzano. Rispondiamo semplicemente, sapendo quello che diciamo, che intendiamo rispettare un impegno preciso, scritto, che nell'aprile 1957 il ministro degli esteri del tempo onorevole Martino assunse e che nel luglio del 1957 il ministro degli esteri del tempo onorevole Pella confermò.
Quindi, onorevole De Marsanich, ella può immaginarsi quale gioia noi stiamo provando di andare alla Corte costituzionale accompagnati da due così illustri predecessori (Si ride).
Ma vorrei osservare che non vanno alla Corte costituzionale quanti osservano la Costituzione, ma vi vanno quanti la trasgrediscono; e non temono la Corte costituzionale quanti con cosciente e responsabile azione tentano di allontanare dalla patria la riapertura in consessi internazionali di problemi interni, preordinandone all'interno dello Stato italiano la soluzione e dimostrando così in amichevoli conversazioni che un vecchio accordo è stato e sarà eseguito.
Per il Friuli-Venezia Giulia, abbiamo sentito due campane: l'onorevole Bologna e l'onorevole Schiratti da una parte, l'onorevole Gefter Wondrich dall'altra; lodi e timori per il proposito espresso di istituire la regione Friuli-Venezia Giulia. Ci sembra che la discussione, in realtà, sarà meglio farla su un concreto disegno di legge, il quale consentirà di trasferire quindi in una sede più opportuna, più concreta, un dibattito che altrimenti in questa sede non solo non appare possibile, ma non può se non sfociare nel problema di una revisione della Costituzione per la quale noi non abbiamo - lo confesso chiaramente - alcuna predisposizione.
Per i problemi e le necessità di Trieste, io debbo, riprendendo quanto ebbe a testimoniare qui l'onorevole Bologna e quanto in parte disse già e riconobbe l'onorevole Gefter Wondrich, dire che non mancarono ad opera dei Governi che ci hanno preceduto - Scelba, Segni, Zoli - concreti interessamenti. Questi interessamenti, lo riconosco, debbono essere mantenuti ed intensificati; ma sono le difficoltà della città di Trieste quelle cui dobbiamo andare incontro e, se mancasse la ragione, dovrebbe soccorrere l'affetto di tutti gli italiani per alleviare la situazione difficile in cui i nostri concittadini di quella nobile città vengono a trovarsi.
E voi vedete che così, per considerazioni, secondo me, indebite fatte da alcuni interlocutori in materia regionale, si sta, non dico scivolando, ma affacciandoci alla soglia di quello che è stato il nucleo centrale del nostro dibattito, quello cioè intorno alla politica estera. Sulla politica estera, il necessario, largo, del resto previsto dibattito ha assunto anche toni drammatici che - è inutile nasconderlo - hanno destato apprensione e (perché non aggiungerlo?) suscitato preoccupazioni.
Preoccupazioni, onorevole Nenni, specie in chi - ed io sono tra questi - da anni andava ripetendo e continua a ripetere che quella zona meritava e merita maggior ponderata attenzione.
Con ampi riferimenti, molti discorsi, ma specialmente quelli degli onorevoli Anfuso, Dominedò, Martino Gaetano, Nenni, Reale, Rumor, Saragat e Togliatti, con diverse interrogazioni di parte comunista, socialista, democristiana e missina (mi pare di non aver dimenticato nessuno), hanno intrecciato problemi tradizionali permanenti a quelli, ad essi correlativi, insorti in queste così calde giornate. Anzi, onorevole Presidente, col passo del mio discorso che ora vado ad iniziare, intendo non soltanto replicare ai vari interventi, ma complessivamente rispondere anche alle interrogazioni che sono state presentate.
Prima di tutto mi sia consentito di esprimere un vivo ringraziamento agli onorevoli Reale, Rumor e Malagodi per il riconoscimento dato alla bontà e chiarezza del programma governativo in materia di politica estera. Esso, questo programma che ebbi l'onore di esporre, s'intende qui letteralmente ripetuto, a conferma che non l'ho improvvisato, né che gli ultimi avvenimenti o il corso di questo dibattito ci hanno indotto a mutarlo.
L'onorevole Saragat, ieri sera, ha dichiarato esplicitamente, per ben due volte (ricordo la cosa per alcuni che nel prosieguo del dibattito l'avessero dimenticato) e in maniera sostenuta, che il partito socialista democratico italiano è impegnato a sostenere il programma esposto dal Governo.
E ciò doveva servire ad evitare alcune illazioni, fatte o corse in quest'aula dopo il discorso dell'onorevole Saragat, sol perché egli, a dette precise, impegnative e leali e ripetute dichiarazioni, ha fatto seguire l'espressione della sua preoccupazione per quanto sta accadendo e il ricordo di dottrine proprie o di altri partiti socialdemocratici del continente su tutta la materia della politica estera e sull'avvenire del mondo.
Ma si comprende troppo bene come, in una fase tanto delicata e nella lotta accanita contro questo Governo, dimenticando il solenne impegno preso e ripetuto in quest'aula dall'onorevole Saragat, gli oppositori abbiano colto la buona occasione per lanciarsi sui bastioni e tentare di allargare una breccia sulle posizioni governative.
A nome del Governo e mio personale, come Presidente del Consiglio e ministro degli esteri, confermo che tutto quanto dissi a proposito della politica di integrazione economica e di unità politica dell'Europa resta fermo.
Non ho nulla da aggiungere a quanto già dissi sul patto atlantico e sulla ferma solidarietà occidentale. I pericoli in cui il mondo si trova possono, se mai, indurre ad accentuare, anziché ad attenuare, i vincoli di solidarietà e di intesa che uniscono l'Italia agli altri 5 paesi d'Europa e l'Italia agli altri paesi della N.A.T.O. (Vivi applausi al centro).
E se siamo convinti che la nascente solidarietà in passato sventò la guerra e nella sicurezza garantì al nostro continente la pace, dobbiamo convincerci che nelle attuali contingenze il restare uniti e solidali è ancora l'unica garanzia di pace nella sicurezza. Questo fu il perno della politica estera dell'Italia negli scorsi dieci anni, questo resta il perno della politica estera dell'Italia. E mi pare che il dibattito svoltosi confermi che, su questo punto, larghissimo è il consenso che le nostre parole trovano nel Parlamento.
Completammo la nostra esposizione affermando il proposito dell'Italia di operare in seno all'0.N.U. per allargare l'area della prosperità e della libertà, specie - aggiungemmo - nel Mediterraneo. Anche questo proposito non può non essere confermato, in modo da non suscitare o far nascere equivoci di nessun genere. Dicemmo che, a rendere più sicura la solidarietà che ci unisce ai nostri cinque soci europei e agli alleati atlantici, avremmo richiesto, promosso, secondato consultazioni ed esami in seno ai sei paesi dell'integrazione europea e alla N.A.T.O., esami di problemi comuni per arrivare in tempo a concordi conclusioni capaci di evitare interne discordie ed esterne divisioni. Quel proposito resta fermo a garanzia della sempre più efficiente ed unitaria solidarietà.
Gli avvenimenti che dal 14 luglio si sono succeduti nel medio oriente ci hanno consentito di mostrare che il nostro programma non era fatto di parole. La nostra solidarietà non è venuta meno, i nostri doveri di alleati li abbiamo adempiuti, i nostri diritti di alleati li abbiamo vantati in seno alla alleanza. Per questo chiedemmo la convocazione del Consiglio atlantico, per questo abbiamo fatto osservare con la Germania che, nei limiti lasciati dagli avvenimenti, non si deve mai trascurare la previa informazione e la necessaria discussione delle cose comuni; per questo abbiamo espresso il nostro parere che bene fecero gli Stati Uniti prima e la Gran Bretagna dopo a dichiarare di sottomettere i casi urgentemente insorti e in cui si sono trovati coinvolti all'O.N.U., incoraggiando a trovare prima possibile una definitiva soddisfazione in seno all'O.N.U. alle garanzie di difesa chieste dal Libano e dalla Giordania. E affinché i casi di Giordania e del Libano non subissero amplificazioni, temute da tutti i popoli e in se stesse - al di là dell'apprezzamento di ciascuno di noi - pericolose, ci rivolgemmo a voce e per iscritto, onorevole Martino, a quanti, o per indiretta responsabilità, o per l'amicizia di cui ci onorano, sappiamo poter operare o nel senso della limitazione delle difficoltà o in quello della prevenzione di altre difficoltà, o in quello, infine, del consolidamento della solidarietà tra i popoli liberi.
Rientra negli obblighi della nostra solidarietà il permesso dato ad alcuni aerei della N.A.T.O. e degli Stati Uniti di far sosta in due campi italiani per trasferirsi nell'ambito dell'area N.A.T.O. (Applausi al centro e a destra).

CLOCCHIATTI. E se quelli rispondono?

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Se quelli rispondono, questa è un'altra complicazione non dovuta alla nostra volontà, ma dovuta agli altri. Con questo sistema, onorevole Clocchiatti, non si assumono impegni del genere di quelli presi, si scompare dalla faccia della terra e ci prega il Signore che ci accolga in cielo (Vivissimi applausi al centro e a destra).
Rientra nel rispetto dei nostri elementari doveri l'assistenza prestata sollecitamente e totalmente alla nostra piccolissima colonia dell'Iraq, la quale finora (mi piace confermarlo, aggiornando quanto già dissi) non ha subito alcun danno; rientrano nel rispetto dei nostri doveri per il mantenimento della pace il passo che il ministro degli esteri di questo Governo ha fatto presso l'ambasciatore della R.A.U. qui a Roma e la direttiva data al nostro delegato permanente all'0.N.U. di appoggiare il rientro, sotto tutti gli aspetti, delle operazioni compiute nel Libano e in Giordania dagli Stati Uniti d'America e dalla Gran Bretagna nell'ambito delle decisioni dell'0.N.U. Rientrerà nei nostri doveri quando, usciti dalle momentanee comuni difficoltà che tribolano il mondo, dovremo guardare all'avvenire nostro e altrui, operare in modo che anche dalla recente esperienza si tragga giovamento per consolidare le istituzioni comuni e la solidarietà operante fra gli alleati e perché i problemi del medio oriente, in parte acuiti dalle manovre del comunismo internazionale, ma in parte maggiore autonomamente nascenti da condizioni esistenti, vengano sottoposti ad un collegiale esame fra alleati e nell'0.N.U. in modo da non ritrovarci periodicamente a sopportare gli scossoni di un fatale assestamento, senza aver dimostrato la capacità, che pure l'occidente ha dimostrato in India e altrove, di sapere concorrere ad amministrare i popoli interessati ad ascendere, senza perderne l'amicizia (Vivi applausi al centro).
Quale rispetto e considerazione abbia incontrato presso il maggiore dei nostri alleati la nostra responsabile azione sin qui svolta, diretta a consolidare senza infingimenti la solidarietà tra gli alleati ed a metterla al servizio della pace, è dimostrato dal fatto che proprio stamane il segretario di Stato americano signor Foster Dulles in un messaggio indirizzatomi personalmente ha espresso il desiderio di incontrarsi, prima che sia possibile, con il Presidente del Consiglio e ministro degli esteri d'Italia, per un ampio, esauriente esame della situazione (Applausi al centro - Commenti a sinistra). Onorevoli colleghi, non ho dimenticato di avere esordito il 9 corrente, nel discorso programmatico, dichiarando di identificare nella pace, in tutte le sue articolazioni, la principale attesa del nostro popolo. Ho chiara la coscienza che la pace cui aspirano gli italiani è quella di uomini liberi, in un paese sicuro. La politica estera che vi proponiamo è diretta a questo fine: continuare a garantire agli italiani libertà, sicurezza, pace; e contribuire francamente e sistematicamente alla libertà, alla pace, alla sicurezza del mondo (Vivi applausi al centro).
Gli appunti, onorevoli colleghi, alla parte economica e sociale del nostro programma riguardano ora la vastità e ora le difficoltà di finanziamento. Veramente, ad allargare la vastità del programma che ci viene rimproverata hanno contribuito un po' tutti aggiungendo alle cose da noi proposte altre cose, non sempre gratuite.
Assicuro tutti i colleghi che sono intervenuti con attente considerazioni in materia di politica agraria che terrò conto delle loro osservazioni: in particolare l'onorevole Foa per quanto riguarda, ad esempio, i contributi e la connessione tra contributi e miglioramenti ed eventuali espropri; in materia di tempi tecnici circa l'applicazione dei miglioramenti, l'onorevole Daniele; in materia di montagna, l'onorevole Schiratti; in materia di quattro interventi miglioratori l'onorevole Rumor; in materia di prezzo del grano gli onorevoli Aldisio e Scelba.
Una parola di assicurazione debbo dire circa l'attenzione che abbiamo prestata diligentemente annotando e che presteremo se avremo la vostra fiducia, rimeditando le cose che, con acume e dottrina, sono state suggerite per fare della nostra politica agraria non un atto involutivo ma un atto di progresso.
Si è dall'onorevole Malagodi lamentato che gli enti si vadano moltiplicando. L'onorevole Malagodi ci poteva dare atto che in materia di enti di riforma abbiamo tentato di imboccare la strada della liquidazione, non del rafforzamento, persuasi come siamo che una riforma agraria che sostituisse massicciamente ai numerosi grossi o medi proprietari il grande proprietario dello Stato, mal rappresentato da enti elefantiaci, non sarebbe una riforma agraria della libertà ma sarebbe la riforma agraria della confusione.
Si è rimproverato il troppo breve termine lasciato per i miglioramenti (un triennio). Io ho ammirato la dottrina e la prudenza di tutti coloro che sono intervenuti su questa materia, ma - mi si consenta l'immodestia - devo ricordare che per due anni ho lavorato come ho potuto al Ministero dell'agricoltura, per cui qualche esperienza l'ho portata con me.

MICELI. Ha portato con sé i patti agrari ...

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. No, onorevole Miceli. Io non volevo toccare l'argomento, ma poiché qualcuno me lo ha rimproverato, devo dire che ho provveduto alla applicazione integrale della legge di riforma dell'onorevole Segni.
Le cose che allora si sono fatte hanno servito, anche in virtù di alcune disposizioni della legge-stralcio, ad accertare che un triennio di prova migliorataria è sufficiente, quando coloro che determinano il piano sanno essere accorti per incoraggiare con le loro indicazioni i proprietari seri che intendono dimostrare la loro passione e la loro capacità di trasformare la terra.
La dottrina dei socialdemocratici e anche quella dei democristiani non immagina che la proprietà possa essere assenteista né nell'industria né nell'agricoltura. E coloro che mi hanno rimproverato di avere rivolto parole di disprezzo verso l'iniziativa privata sono stati ingiusti, perché ciò che ho detto in Senato non è stato ispirato a disprezzo ma a considerazione ed a rivalutazione. Sarebbe bastato, infatti, che avessero considerato il sistema che abbiamo propugnato, ad esempio in agricoltura, per capire che i primi alleati nella trasformazione dell'agricoltura non sono per noi gli enti di Stato, ma i proprietari, se avranno la coscienza di non avere nelle loro mani cospicui talenti solo per fare una vita tranquilla, ma anche per provare ciò di cui sono capaci a favore del progresso e della collettività nazionale.

MICELI. Con i denari dello Stato ...

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Con il contributo dello Stato e con i loro denari, onorevole Miceli: con quel contributo che non è stato lesinato nelle recenti opere di riforma agraria.
Sono stati rivolti dei rilievi in materia edilizia dall'onorevole Camangi in maniera dettagliatissinia e dall'onorevole Aldisio con la esperienza che gli deriva dalla sua benefica permanenza al Ministero dei lavori pubblici. Devo dire che in questa materia le cose che ci siamo proposti di fare non portano (come qualcuno ha sostenuto amplificando ad arte le cose precise che in materia abbiamo detto) a far trovare, sia pure statisticamente, al termine di un quinquennio, un vano ad ogni italiano. Noi fummo prudenti e dicemmo che si sperava, ci si proponeva di camminare verso questo traguardo. L'onorevole Togni è ottimista in proposito, io lo sono meno e penso non sia facile raggiungere tale meta in 5 anni. Tuttavia abbiamo il dovere di procedere verso questo traguardo ed abbiamo indicato i mezzi tecnici ed i mezzi economici per farlo. Qualcuno ha accolto i nostri propositi con diffidenza, altri con scetticismo, altri ancora con critiche, ma io ho già risposto ad un senatore di parte socialista che non mi sono nuove le diffidenze, gli scetticismi e le critiche in materia di edilizia, pur potendo dire che ho sempre potuto superarle opponendo alle critiche altrui i miei fatti. Quindi ci proponiamo, in questo particolare settore, ove il Parlamento ci dia via libera per procedere, di seguire particolarmente l'attività che intendiamo svolgere per far sì che come attività di propulsione, onorevole Reale e onorevole Camangi, come attività di volano correttiva e come (e .questa è l'ansia più forte al di là del fattore economico) fattore di rinnovamento sociale e anche strutturale, la casa per gli italiani si avvii ad essere non più un sogno per tutti, ma una larga realizzazione per il massimo numero possibile di famiglie italiane.
Sono stati sollevati dei problemi a proposito dello sviluppo delle zone depresse e del Mezzogiorno. La piccola novità degli ispettori per le zone depresse ha distolto l'attenzione dei più dai problemi di fondo, sicché qualche volta mi è venuto il sospetto che involontariamente fossi stato malizioso lanciando un esca per distrarre gli altri. Ma non è stato così (Interruzione del deputato Miceli). In realtà, questi ispettori non sono, come qualcuno ha voluto dire, per reminiscenze evidenti di paesi visitati da loro e non da noi, commissari politici. Questi ispettori non sono sovrapposizioni burocratiche. L'idea di questi ispettori mi è stata suggerita in parecchi giri d'Italia che, come ministro del lavoro e ministro dell'agricoltura, ho fatto attraversando le zone più abbandonate. Molti sanno per esperienza quanto sia facile ai grandi comuni fare progetti e farli appoggiare in Parlamento e quanto sia difficile alle sperdute popolazioni redigere un progetto per portarlo a realizzazione (Applausi al centro).
Siccome si parla tanto di assistenti sociali, per analogia dovrei forse usare la denominazione di assistenti sociali alle zone depresse, avvocati dei poveri, avvocati di coloro che non sono sempre assistiti dai loro parlamentari (Applausi al centro).

MICELI. Dopo le buone prove degli enti di riforma, li moltiplichi!

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. La questione non ha niente a che vedere con gli enti di riforma.
L'onorevole Cafiero, se non erro, ha invitato il Presidente del Consiglio a risiedere un mese all'anno nell'Italia meridionale. In questo invito, onorevole Cafiero, vedo implicito l'augurio che il Governo duri almeno un mese. Non è però un problema di residenza; e hanno avuto torto coloro che hanno voluto avanzare dubbi sulla politica meridionalistica di questo Governo, collegando i loro dubbi alla presenza nel Governo di questa o quella persona. La considerazione è ingiusta, perché si è dimenticato (e ringrazio l'oratore che ne ha fatto richiamo) che dobbiamo riferirci non ai nati nell'Italia meridionale ma agli eletti.
Tra i ministri che mi circondano sei furono eletti nell'Italia meridionale, e tra i sottosegretari ve ne sono 14; cosicché (poiché è stato sollevato questo problema meschino, io devo trattarlo) due quinti dei sottosegretari e un terzo dei ministri provengono dall'elettorato meridionale (Applausi al centro - Commenti a sinistra).
Ma, onorevoli colleghi meridionali, avete mai sentito deputati settentrionali lamentarsi quando negli anni scorsi Presidente del Consiglio era un degnissimo rappresentante dell'Italia meridionale?

PAJETTA GIAN CARLO. Sì! Di Scelba (Commenta - Si ride).

FANFANI, Presidente del Consiglio dei ministri. Questa è un'altra faccenda. Io credo, onorevole Pajetta, che forse le sue lamentele sarebbero state maggiori se l'onorevole Scelba, insieme con le doti, che tutti gli riconosciamo, di vigoroso meridionale avesse avuto anche quelle di non meno vigoroso piemontese.
Ad ogni modo, io penso che, trattandosi di un problema così serio come quello della formazione e dell'efficienza dei governi, sia l'ora di smetterla con questi dosaggi su base campanilistica e regionalistica (Applausi ad centro).
La questione che veramente interessa il popolo italiano non è il sapere dove sono nati i ministri, ma il constatare che cosa essi fanno per risolvere unitariamente, e non frammentariamente, i problemi della nostra nazione (Vivi applausi d centro - Proteste a sinistra).
E' stata approvata recentemente una legge relativa al nuovo sviluppo della Cassa per il mezzogiorno e noi non dubitiamo, onorevole Pastore (anche per questo ci siamo permessi di importunarla, chiedendo la sua collaborazione), che in base a quella legge e sulla scorta dei criteri indicati in quest'aula parlamentare ella riuscirà a far progredire ulteriormente la attività nel settore a lei affidato, in modo che - come è stato ricordato qui e anche al Senato - l'ormai prossimo centenario dell'incontro dei patrioti del Mezzogiorno con i patrioti del centro e del nord venga celebrato con un monumento certamente indistruttibile, quello della unificazione totale, anche dal punto di vista economico, delle due zone d'Italia (Commenti a sinistra).
Per il nostro programma sulla scuola, dati i consensi, riaffermo quanto già detto.
A fare apparire più difficile in quest'aula il problema dei finanziamenti hanno contribuito le previsioni dell'onorevole Malagodi. Mi perdoni, onorevole Malagodi, se semplicemente per scherzosa amicizia e antica consuetudine mi sono permesso di rispondere al suo invito a classificarla con una scherzosa replica, che non aveva alcuna attinenza né con le sue riconosciute capacità né col mio, più o meno severo, giudizio: si trattava semplicemente di un modo per alleviare l'aura pesante che in quest'aula si era andata determinando per la pioggia di migliaia di miliardi che ella aveva fatto precipitare.
In realtà, onorevole Malagodi, io credo che ella abbia dato in questa discussione la prova di possedere una dote che finora nessuno le ha attribuito: quella della fantasia. Ho sentito molti elogi della sua persona; ma non ho mai sentito dire che ella è un uomo di fantasia. Ha dimostrato invece di esserlo quando, dando corpo alle ombre, aggiungendo gli zeri agli «uno» e premettendo gli «uno» e i «cinque» agli zeri è giunto alla conclusione che per l'attuazione del programma di Governo occorrerebbero 1.500 miliardi all'anno in aggiunta a quelli già stanziati.
Naturalmente, se queste previsioni fossero esatte, non ci resterebbe che chiudere bottega perché veramente di questo programma - come ella, onorevole Malagodi, ha detto - non vi sarebbe proprio nulla di attuabile, perché a nessuno sfugge la contraddizione implicita tra una valutazione del tipo di quella che ella ha fatto e la affermazione, da noi ribadita, che intendiamo rispettare e difendere la sanità della moneta e il sano equilibrio del bilancio, senza torchiare il contribuente italiano oltre quel limite immaginario che uno degli oratori di destra ha, così, lanciato in aria (e nessuno ha raccolto, forse perché tutti erano un po' assonnati) dicendo che ben il 32 per cento del reddito italiano è riscosso solo in imposte dirette. Dopo di che potete immaginare che tutte le critiche che dall'estrema sinistra si rivolgono al funzionamento e alla inefficienza del sistema fiscale italiano in questa materia, sarebbero crollate.
Onorevole Malagodi, spero di poterle dimostrare, se la Camera ce lo consente, che le sue previsioni erano errate, come errato è il calcolo dei 104 punti che minuziosamente ha elencato come sviluppo dei 20.

MALAGODI. Ho detto: tra i 115 e i 120 punti.

FANFANI, Presidente del Consiglio del ministri. Si vede che la capacità generativa dei 48 punti della Democrazia Cristiana con i 18 dei socialdemocratici è maggiore di quello che immaginavamo.
Ad ogni modo i 120 punti non esistono. Il numero dei progetti che dal nostro programma sono collegati è molto minore. Molti di questi progetti, per fortuna, non costano nulla, salvo la fatica che il Parlamento dovrà fare ad esaminarli, laddove si tratta non di capitali da investire, ma di dare avvio ad organi o a strumentazioni.
Noi abbiamo indicato come intendiamo risolvere il problema finanziario. Lo abbiamo fatto in termini precisi replicando, al Senato, alle illazioni o interpretazioni false o errate che delle prime nostre affermazioni si erano fatte. E' in quei limiti che noi pensiamo che il nostro programma si possa attuare; che lo attui il nostro o altri governi che dopo di noi verranno, questo dipenderà dalla congiuntura politica, ma questo programma, attuandosi, non metterà affatto a repentaglio né la moneta né il bilancio italiano.
Ad ogni modo, se le mie affermazioni fossero vanterie vane e avesse ragione l'onorevole Malagodi, non resterebbe sempre nelle vostre mani, onorevoli colleghi, lo strumento per dare ragione all'onorevole Malagodi e dare torto a me, lo strumento per tarpare le ali dei nostri vani sogni e ricondurre tutto alla realtà nell'equilibrio delle finanze del bilancio italiano, quel famoso articolo 81 di cui voi siete i principali adoperatori?
Ma sul programma e sul suo finanziamento non avrei da ripetere che quanto già dissi al Senato nelle affermazioni che feci in replica. Io qui prego gli onorevoli colleghi di riandare ad esse, se ne abbiano tempo, desiderio e volontà. Questo non perché abbia dimenticato quello che qui si è detto o lo abbia trascurato, ma perché mi pare, senza offendere nessuno, che sulla falsariga di molte affermazioni che in materia sono state fatte al Senato (ed era un fatto naturale data la presenza degli stessi gruppi politici qui e nell'altro ramo del Parlamento) si è proceduto da parte di molti oratori che sono intervenuti.
Onorevoli deputati, è nostro dovere chiedervi un voto di fiducia, fa parte della difesa che avevamo il dovere di fare di questo Governo, della sua formula, del suo programma. Ma chiedendovelo, scusate l'immodestia, data la situazione e le difficoltà, sappiamo di offrirvi più di quanto voi ci date, di offrire a voi e alla patria in un momento arduo, la nostra opera e il nostro sacrificio. Questo sacrificio sarà fecondo e quell'opera sarà efficace, se al voto odierno seguirà sempre la cordiale assistenza del vostro consiglio e della vostra cooperazione.
A tutti noi l'elettorato affidò un mandato: la vostra fiducia, solo la vostra fiducia, in parte può trasferire questo mandato comune a noi. Ma noi non potremo eseguirlo (lo dichiaro francamente) se accanto al vostro voto e in virtù di esso e della nostra opera non conseguiremo un crescente consenso del popolo e sulla nostra fatica non otterremo la benedizione di Dio (Vivissimi, prolungati applausi al centro - Moltissime congratulazioni).

On. Amintore Fanfani
Camera dei Deputati
Roma, 19 luglio 1958

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di sabato 19 luglio 1958)


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