LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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L'APERTURA A SINISTRA: LETTERE DI MARIO ZAGARI, MATTEO MATTEOTTI, TRISTANO CODIGNOLA, UGO LA MALFA E REPLICA DI GIORGIO GIOVANNONI PUBBLICATE SULLA RIVISTA "POLITICA"
(Firenze, febbraio - maggio 1958)

Tra febbraio e maggio 1958, negli ultimi mesi della III legislatura e alla vigilia delle elezioni politiche del 25 maggio 1958, alcuni esponenti del PSI, del PSDI e del PRI partecipano al dibattito sulla rivista fiorentina Politica della corrente democristiana della "Base", incentrato sull'apertura a sinistra e le prospettive di una politica di centro-sinistra.
Dopo il vice segretario del Partito socialista Lelio Basso, scrivono Mario Zagari, l'on. Matteo Matteotti della sinistra socialdemocratica, l'on. Tristano Codignola del Partito socialista e Ugo La Malfa.
Il dibattito sembra incoraggiare una iniziativa autonoma della sinistra di "Base", quasi fino alla spaccatura della Democrazia Cristiana, per poter realizzare una politica di centro-sinistra che, altrimenti, appare complicata se non irrealizzabile nell'opinione degli esponenti socialisti, socialdemocratici e reapubblicani.
Ad essi risponde Giorgio Giovannoni della rivista Politica, rimettendo un po' a posto il quadro di riferimento, escludendo qualunque uscita dalla Democrazia Cristiana degli uomini che stanno sostenendo la prospettiva del centro-sinistra.

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DOMANI E' TROPPO TARDI


Il dibattito sull'« incontro » va impostato in termini politici, cioè tenendo conto della situazione dei socialisti e dei cattolici in quanto partiti organizzati e concorrenti nell'agone politico, ma non da un punto di vista che potrebbe dirsi sociologico, e cioè in rapporto ai concreti interessi delle masse che fanno parte dei due partiti. Non che questo ultimo modo di considerare il problema non sia esso pure politico, ma lo è in un modo più vasto e prescindendo dalla concreta situazione attuale.
Qui, a mio giudizio, sta il sofisma che si annida nell'impostazione di Basso: non considerando queste due posizioni, le sovrappone, e, in realtà, si appiglia alla seconda, che è, indubbiamente, nella scia della ortodossia marxista, di lungo periodo. Basso pensa che ci possa essere un dialogo tra socialisti e cattolici impostato sul fatto innegabile che molta parte della base cattolica ha i medesimi interessi economici della base socialista, ma non si ferma a considerare, dal punto di vista politico contingente, che ciò che si postula è un dialogo tra socialisti appartenenti a formazioni organizzate e cattolici militanti nella DC. Questo equivoco infirma tutto il valore del dibattito e fa sì che l'apporto di Basso non sia positivo.
Il fatto si è che oggi interessa assai più vedere in quale modo e per quali vie è possibile rompere lo stagno dell'immobilismo (per non dire della degenerazione del potere connessa all'esercizio che ne è fatto da una forza monocolore premuta dall'unica preoccupazione di nascondere le proprie antitesi interne), che descrivere, sulla base dell'indagine sociologica e della logica dottrinale, il futuro incontro tra le stesse forze che oggi sono tratte a combattersi.
La tesi di molti socialisti si fonda sulla necessità che, sulla linea di sviluppo storica della democrazia, le attuali contraddizioni siano destinate a essere assorbite e annullate, dando poco conto al problema della strumentazione politica che il problema richiede. È un modo di metterlo in sospensiva, invece che di affrontarlo. Com'è il modo per ignorare il problema di una politica nuova, oggi, limitarsi a dire che masse comuniste e masse socialiste hanno gli stessi interessi. La difficoltà non risiede nel riconoscere questa elementare verità, ma nel fare in modo che gli « stessi interessi » siano serviti allo stesso modo. E per far questo occorre una politica univoca e omogenea per tutta la « classe ».
Così avviene che l'incontro con i cattolici è rinviato al futuro, al modo stesso che non si fa una parola dell'unità democratica di classe, unità che presuppone una identica politica e gli stessi fini (comunisti, intendendo per fini comunisti quelli delle masse militanti, per fini socialisti, quelli indipendenti, e anche opposti, agli interessi burocratici).
D'altra parte, anche la posizione del Pistelli sfugge per altro verso ai termini del quesito da lui posto. Se si tratta infatti di vedere quale possibilità vi sia, oggi in concreto, partendo dalle premesse di fatto accennate, di trovare una via d'intesa non solo tra le sinistre democristiana e socialdemocratica, ma tra tutti i socialisti e tutti i cattolici organizzati, bisogna pur vedere se quest'intesa possa essere raggiunta senza superare le attuali contraddizioni delle singole formazioni.
È solo una semplificazione parlare di identici interessi, quando non tutti ne hanno coscienza, o se nei rispettivi aggruppamenti gli interessi non sono univoci. Infatti nei partiti socialisti e nella democrazia cristiana le correnti antagoniste, o concorrenti che si dica, tendono a politiche diverse, seguono diversi orientamenti. Come è possibile promuovere l'incontro con i cattolici se questi non vogliono tutti la stessa politica e se i socialisti anche essi non vogliono la stessa politica?
Vista in prospettiva — quelli del « lungo periodo » —,. la questione è di agevole soluzione, in quanto suppone in astratto che il tempo farà cadere remore, superstizioni, confusioni e alibi ideologici (o pseudo-ideologici) che oggi offuscano la coscienza politica; ma posto oggi, il problema è politico, e, in quanto tale, non è ideologico. Il messaggio di Gronchi, il piano Vanoni — per citare il Pistelli — sono dei punti che potrebbero essere « discriminati » prescindendo dalla contrapposizione dei principii. i quali servono spesso a far dimenticare questi « punti ».
Quando poi si dice — come dice Lelio Basso — che i cattolici dovrebbero, se e in quanto sono dei proletari, farsi socialisti, e i socialisti abbandonare il filo-comunismo e il centrismo, si fa lo stesso ragionamento, anche se muovendo da punti di vista diversi e anzi opposti. Sarebbe troppo pretendere dalla « spontaneità », per scegliere la milizia politica corrispondente alla propria condizione e all'essere sociale, o che i socialisti diventino quali « dovrebbero essere » e i cattolici socialisti, attendere che tetti acquistino coscienza della propria condizione in tempo utile. Se fosse così, la funzione dei partiti sarebbe assai modesta e si potrebbe pensare a una democrazia diretta senza la loro mediazione. Oggi si tratta invece di volere o non volere quell'incontro su punti determinati, per esempio su quelli indicati da Pistelli, e di adoperarsi a provocare uno strumento adatto.
A nostro avviso la soluzione del problema dev'essere cercata in una direzione che, con manifesta difficoltà, può solo scaturire da un rapporto di forza. Essa può essere meno lontana di quanto sembri se i socialisti miglioreranno elettoralmente la loro posizione, se accresceranno la loro forza e sapranno costringere i democratici-cristiani ad allentare la loro pressione ideologica (integralismo tendenziale); se, al tempo stesso, gli stessi socialisti sentiranno la necessità di attenuare, per ragioni e necessità di cose, il loro rigore marxista in un eventuale incontro al governo.
Solo in questo caso il dialogo potrà condurre a concrete conseguenze. In altro modo si tratterà pur sempre di un dialogo, utile sempre, ma senza immediate prospettive.

Mario Zagari
Rivista "Politica"
Firenze, 1 febbraio 1958

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PRIMA L'IUNIFICAZIONE DEI SOCIALISTI


Caro Pistelli,
ho letto con interesse gli articoli pubblicati sugli ultimi numeri di Politica e la ringrazio per avermi dato l'opportunità di intervenire nel dibattito su di un argomento che acquista ogni giorno maggiore importanza ed attualità. Si tratta di esaminare se il nuovo equilibrio parlamentare che uscirà dalle prossime elezioni renderà possibile una collaborazione tra democratici cristiani, socialdemocratici, socialisti e forze della sinistra laica. Anch'io sono convinto che il problema socialista sia legato a quello democratico cristiano, poiché il dialogo fra queste forze corrisponde ad una prospettiva di fondo della lotta politica ed è, in Italia, una delle condizioni per una soluzione democratica dei grandi problemi sociali. Concordo con lei che per inserire la classe operaia nello stato, attuandone le aspirazioni di libertà e giustizia, occorre superare i margini ristretti di una società sottosviluppata nella struttura economica e nella coscienza civile. L'esperienza ha provato che queste condizioni non sono state sostanzialmente modificate dai governi di coalizione e monocolori perché, come lei afferma, la DC non è riuscita ad allontanare da sé gli interessi reddituari, gli ambienti precapitalistici e tutte quelle forze che ne condizionano e ne hanno condizionato gran parte della politica negli ultimi dieci anni. Il PSDI, partecipando ai governi di coalizione dal 1948 al 1950 e dal 1954 al 1957, ha sperimentato l'incapacità della democrazia cristiana ad impegnarsi con decisione per un profondo e reale rinnovamento dello stato, verificando come il partito di maggioranza si sia sempre più ancorato a interessi conservatori che, sotto l'usbergo dell'interclassismo, ne hanno arrestato ogni slancio riformatore.
Come si può favorire un indirizzo nuovo della democrazia cristiana? È questo, mi sembra, uno degli interrogativi del suo scritto.
Il problema, a mio giudizio, non si restringe ad una « depurazione » della destra democratica cristiana, come reazione meccanica alla alleanza di quel partito con i socialdemocratici ed i repubblicani. Gli esperimenti delle alleanze di questi anni hanno dimostrato anzi che le forze di destra sanno perfettamente che, in una società come la nostra, la difesa dei privilegi economici non si può efficacemente perseguire, isolandosi in formazioni estremiste. Nella scelta tra l'avventura totalitaria, resa ormai quasi impossibile dalla situazione interna ed internazionale, e la permanenza nei partiti democratici, le più importanti forze di destra optano per quest'ultima soluzione. La DC del resto ne offre una prova chiara ed evidente. Così il suo richiamo al 1946, che torna a prospettare la guida di una minoranza, mi sembra, nell'attuale fase, un po' utopistico. Infatti, ben diversi elementi contribuirono allora a formare l'orientamento dei democratici cristiani il cui partito aveva trovato nella resistenza importanti forze di guida che ne informarono lo sviluppo, la selezione dei dirigenti e, soprattutto, la politica verso le masse popolari. L'investitura ufficiosa della chiesa di cui lei parla è per di più da alcuni anni la condizione dell'unità dei cattolici nella democrazia cristiane e la ragione del suo immobilismo programmatico, che largamente corrisponde alle esigenze delle massime gerarchie ecclesiastiche.
Gli sviluppi internazionali dal 1945 hanno inoltre contribuito a modificare profondamente le prospettive della lotta politica in Italia. Come non constatare oggi che gli strumenti decisivi per un efficiente e libero funzionamento dello stato democratico e parlamentare sono oggi in mani ben diverse da quelle della fase post-insurrezionale? Se queste coalizioni di interessi sono cosa potenti da condizionare spesso la vita politica, quali pressioni esse esercitano e di quanta forza dispongono verso il partito che da anni monopolizza in pratica governo e potere in Italia? Mi riferisco agli enti economici privati ed alla conduzione di quelli statali, alla stampa, alla burocrazia, e a quella concezione deformante del potere che informa tanta parte della democrazia cristiana assicurando a quel partito il facile ricambio dei vecchi iscritti ed il consenso di vaste zone elettorali. Non basta che nel partito democratico cristiano militino uomini di destra ed altri di sinistra se questi ultimi non attuano i loro programmi scegliendo le alleanze sul terreno politico e non religioso. È questo, mi sembra, un chiari mento che va ricercato all'interno del suo partito, per collocare nei suoi giusti limiti « l'impegno riformatore » della DC. Solo nella necessaria e rigorosa distinzione fra politica e religione sarà infatti possibile per le masse proletarie cattoliche lottare assieme agli altri lavoratori senza pregiudiziali di fede. La deputazione della destra, se mai sarà possibile, potrà essere una conseguenza del rinnovamento della democrazia cristiana e della presenza attiva di un grande partito socialista. Nessuno di noi ritiene che, essendo la sinistra DC una piccola minoranza, i contatti vanno tenuti con l'on. Fanfani. Riteniamo invece che, per consentire alla sinistra DC di concorrere alla elaborazione di una nuova politica, sia necessario condizionare quel partito sul piano di un reale rapporto di forze e non degli « impegni leali » e del rispetto dei « valori tradizionali » rappresentati dagli alleati. La democrazia non sfugge alla legge dei numeri. Il quadripartito ha favorito il coagularsi nella DC di forze eterogenee, assicurando al partito di maggioranza relativa un equilibrio fittizio che di volta in volta attribuiva le colpe delle carenze governative ai socialdemocratici ed ai liberali, responsabili della politica del tiro della fune. Non è con alcuni ministeri che si esercita il potere effettivo. Spesso il potere apparente rischia di corrompere e travolgere i partiti più piccoli nel complesso dell'imponente amministrazione ligia al partito più forte. La DC controlla oggi tutti i gangli della vita pubblica ed economica e non li lascerebbe certo per soddisfare esigenze socialdemocratiche e repubblicane. Dobbiamo anzi lottare per impedire che l'attuale classe dirigente, per conservare il monopolio del potere, tenti di risolvere i problemi del controllo democratico degli strumenti economia dando ai partiti « minori » più di quanto il loro peso politico meriti, favorendo così la loro degenerazione. È una formula efficace quella de lei proposta? Un governo DC-PSDI-PRI può — come lei afferma — essere accettato da tutta la democrazia cristiana poiché non rappresenterebbe un'avventura agli occhi dell'opinione pubblica cattolica e lascerebbe aperto il problema socialista, garantendo infine l'unità dei due partiti minori. Ma proprio per il fatto che questa coalizione sarebbe accettabile a tutta la DC, non incoraggerebbe l'esodo della destra cattolica, rafforzando piuttosto la tendenza all'immobilismo e ricostituendo sotto un'altra etichetta quella stessa formula centrista che lei giudica negativa. Non disconosco affatto l'apporto dei repubblicani per un atteggiamento comune delle forze di sinistra laica in vista di una futura collaborazione con la DC. Ma sono però convinto che dopo un eventuale slancio iniziale il « nuovo » tripartito subirebbe la brutale legge del rapporto di forze e l'immobilismo provocato dai gruppi conservatori all'interno della DC annullerebbe nuovamente ogni impulso riformatore. Alcuni deputati in più del PSDI e l'apporto del PRI potranno forse mutare la situazione quando il rapporto di forze fra la DC e gli altri due partiti rimarrebbe quasi simile a quello attuale? Le ipoteche clericali e conservatrici non si eliminano con quaranta deputati di forze laiche ed anzi si rischia di ricacciare nel centrismo i socialdemocratici e nei frontismo i socialisti. L'orientamento attuale della DC lascia per di più intravedere un orientamento ben diverso da quello di un tripartito che favorisca il progressivo inserimento dei socialisti nella maggioranza parlamentare. Perciò sono contrario ad un esperimento di collaborazione che rischierebbe di riportarci all'immobilismo e di svilire l'azione politica dei socialdemocratici, impegnati ormai nel tentativo di realizzare l'unificazione di tutti i socialisti. Oggi la democrazia non è più in pericolo. Molti passi sono stati fatti negli ultimi anni per consolidare gli istituti di libertà in Italia. La rinuncia al ricorso della violenza nelle competizioni sociali, il riconoscimento della funzione insostituibile del parlamento, la larga partecipazione dei cittadini alle consultazioni politiche ed amministrative hanno conferito agli istituti della democrazia maggior forza e validità. Però, ben altro occorre per rendere più giusto e forte il nostro sistema democratico. Senza giustizia sociale, senza eliminare la disoccupazione e ridistribuire le ricchezze non vi può essere stabilità politica né sicurezza.
È per realizzare questi urgenti ed indilazionabili obiettivi che la socialdemocrazia deve impegnare tutte le sue energie. Questa è la strada — come lei ha osservato, notando l'arretratezza delle strutture economiche italiane — che porta all'incontro tra le masse cattoliche e quelle socialiste. Non accetto tranquillamente l'idea di una alleanza per la prossima legislatura tra la DC e le destre, di cui i liberali sarebbero gli alleati più seri. Ma cosa dobbiamo fare per impedirlo realmente risolvendo e non eludendo o procrastinando i problemi?
La strada maestra è di mettere assieme una forza di democrazia socialista che, autonoma dal comunismo ed esente da vocazioni ministerialiste, otterrebbe sui suoi programmi di riforma larghe adesioni nella classe operaia, tra il ceto medio e gli intellettuali. Un partito socialista unificato, forte dell'adesione di milioni di lavoratori, sarebbe in grado di collaborare con la democrazia cristiana su una posizione di forza con un programma comune senza rinunce dottrinali di nessuno dei due partiti. Solo una forza socialista potente può spostare l'equilibrio interno della DC ed indurla ad intendersi veramente con la sinistra democratica e socialista.
Molti democratici cristiani obietteranno che il PSI non dà garanzie sufficienti di volere le riforme della libertà perché esso è ancora legato al comunismo. Siamo d'accordo nel riconoscere che il PSI è ancora legato al movimento comunista nei sindacati, nei comuni. Occorre però dargli una alternativa. Occorre soprattutto individuare le leggi di tendenza che lo portano verso l'autonomia e favorirle senza impazienza e senza ultimatum. Le faccio infine una domanda: pensa che il suo partito sarebbe disposto domani a collaborare con un movimento socialista unificato, forte di 5-6 milioni di voti, autonomo dal comunismo, che chiedesse l'attuazione della costituzione, la riforma agraria, una legislazione antimonopolistica, una riforma seria della scuola, una legge sindacale che sancisca la libertà di sciopero, un indirizzo economico volto a combattere seriamente la disoccupazione ed a ridurre i dislivelli sociali? Se sì, allora mi creda che la strada migliore è preparare questa prospettiva con calma, con pazienza, senza scosse, senza frapporre formule di comodo o di temporaneo rimedio che in realtà intralcerebbero il processo di unificazione socialista rischiando di risospingere il PSI verso il comunismo. Se il suo partito invece non volesse rinunciare al suo orientamento integralista, ai socialisti in Italia non resterebbe che seguire la strada percorsa dagli altri partiti fratelli in Europa, dalla Germania al Belgio.
Caro Pistelli, mi creda, è proprio per non rischiare una crisi di regime che ai socialdemocratici ed ai democratici cristiani si imporranno dopo le prossime elezioni scelte di fondo.

Matteo Matteotti
Rivista "Politica"
Firenze, 15 febbraio 1958

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L'ACCORDO NON GIOVA AI SOCIALISTI


Cari amici di Politica,
volentieri partecipo al dibattito che avete aperto, e nel quale sono già intervenuti compagni ed amici eminenti: se non altro a testimoniarvi il riconoscimento del vostro coraggio politico (confermato nel recente episodio della giunta capitolina) e della vostra sensibilità, che vi ha consigliato di porre esplicitamente oggi, alla vigilia delle elezioni, il problema di fondo della vita italiana, il nodo sciogliendo il quale può attuarsi un sostanziale spostamento dell'asse politico del paese. La vostra azione di pattuglia all'interno della DC è stata coerente a questo fine: ma è importante che abbiate ora favorito un dibattito aperto ad alcuni di coloro che, all'interno dei partiti, portano una parte di responsabilità delle prossime battaglie, su un tema a tutti comune.
Mi pare che le risposte di Basso, di Zagari e di Matteotti abbiano gli messo a fuoco la situazione e non richiedano molte integrazioni ed aggiunte; e tuttavia non direi che sia del tutto giustificato un certo scoramento che traspare nell'ultimo intervento di Pezzati, « Imitando Gentiloni ». Direi piuttosto che le risposte che avete pubblicato hanno riportato su un terreno più concreto le prospettive immediatamente possibili, e sciolto quei tanto di astratto che permaneva nell'articolo introduttivo di Pistelli. E spiegherò il perché.
Pistelli proponeva in quel primo articolo, come reale avviamento ad un nuovo schieramento di governo capace di « depurare » la DC dei peso determinante della sua destra, un tripartito postelettorale con socialdemocratici e repubblicani. Avviamento — ripeto — a una ulteriore maturazione della situazione italiana, che consentisse successivamente una più diretta inserzione, tramite il partito socialista, delle forze proletarie nella guida dello stato democratico. Posto il carattere puramente ipotetico della eventualità d'un doppio partito cattolico che sbloccasse la situazione immobilizzata dal centrismo conservatore, sembrava a Pistelli che l'alternativa praticabile non potesse essere che quella sopraindicata: non così « scandalosa » da non poter essere accettata dalla DC come corpo unitario, e sopportata dalla chiesa; ma sufficiente per determinare una netta sterzata sulla pratica di governo e di sottogoverno, un respiro che — interrompendo la corsa al regime — consentisse anche una più audace ripresa d'iniziativa socialista nel settore operaio.
E non c'è dubbio che, se il tripartito così ipotizzato fosse veramente un passo, un avviamento verso lo sbloccamento del centrismo, verso un nuovo collocamento reciproco delle forze di rinnovamento operanti nei vari partiti, codesti passo andrebbe incoraggiato e favorito da parte socialista. Ma la questione è: ci sono le condizioni, all'interno dei tre partiti interessati, ci sono le condizioni nell'elettorato perché così sia?
Anzitutto, è ovvio, sarebbe necessario che il partito di maggioranza si trovasse con le spalle al muro di fronte ai risultati delle elezioni: si trovasse cioè nella necessità assoluta di trattare il tripartito, per mancanza di una qualsiasi praticabile alternativa alla propria destra. Ma è concreta questa prospettiva? Orsello ha già offerto, molto chiaramente, la candidatura del PLI al bipartito di centro-destra; e se non bastasse, i monarchici saranno pronti al rincalzo; e non sembra che questo sarebbe un passo tale da procurare reazioni eversive all'interno della DC. Quale margine di negoziato resterebbe in questa situazione ai due partiti della sinistra democratica?
E all'interno dei tre partiti, vi sono, vi sarebbero le condizioni per cui ad un sussulto, o addirittura ad un parziale ricambio (ipotetico, per ora) della classe dirigente democristiana, disposta a marciare per questa via, corrispondesse nel PSDI una condizione atta a consentire l'iniziativa a Matteotti e a Zagari, e nel PRI un definitivo consolidamento della sinistra? Qualcuno di voi ha chiesto se, presentandosi l'eventualità, le posizioni di sinistra socialdemocratica e repubblicana sarebbero in grado di imporre una delegazione governativa che non si personificasse ancora in Saragat, Simonini, Rossi, Pacciardi. Ma la risposta dipende dalle condizioni politiche in cui l'esperimento si attuerebbe. Se la collaborazione con la DC avviene in evidenti condizioni d'inferiorità, come complementi e non determinanti, essa non potrà che essere realizzata da codesti uomini. Sono essi i governativi per vocazione, non gli altri; la forza degli altri sta appunto nella polemica contro codesto tipo di alleanza. Se la svolta non si manifesta preventivamente nell'orientamento dell'elettorato e dentro la DC, gli altri non potrebbero che restare all'opposizione, più o meno inerti: a meno di non perdere quello che faticosamente hanno guadagnato dentro i rispettivi partiti. Il tripartito da ipotizzare, salvo imprevedibili sconvolgimenti elettorali, è con quegli uomini, non con gli altri. Credete che sarebbero i più idonei ad attribuire all'operazione il carattere di « choc » che vi ripromettete? E se quel carattere mancasse, come sperare che l'operazione sarebbe capace essa stessa di dare il via alla chiarificazione interna del partito cattolico?
Se lo choc non avviene, se non si manifesta con clamore, se la rottura di collusioni lungamente intessute non avviene con scandalo; se la forza condizionante di socialdemocratici e repubblicani non è tale da assicurare una svolta reale e se essa non s'inserisce in una crisi effettiva dentro la DC l'operazione è in perdita. E crisi vuol dire, ripeto: ricambio almeno parziale della classe dirigente; migliorati rapporti di forza a favore della sinistra cattolica; minore rappresentatività degli interessi conservatori a seguito di una effettiva perdita, da parte della DC, di qualche controllo di potere. Si parla in generale delle leve economiche, ed è appena il caso di sottolineare il carattere massiccio dell'apprensione di esse da parte democristiana; ma sarebbe sufficiente (e tuttavia, quanto difficile!) che qualcuna di esse passasse in altre mani? il problema è anche, ormai, di libertà politica, di garanzie sul punto della sovranità dello stato; la DC corre, forse inconsapevolmente, al regime; se la direzione della politica interna, dell'istruzione e della giustizia, non passa ad altri, oltre alle partecipazioni statali e ad una parte essenziale del controllo della politica economica; se la stessa delegazione al governo della DC non è espressione di un rivoluzionamento interno ma continua ad essere frutto di un compromesso generale cui partecipano Pella ed Andreotti: lo choc non si produce, l'effetto sarà tutt'altro che quello ipotizzato: sarà al contrario il netto rafforzamento delle destre DC, che in naturale collusione colle destre esterne alla DC, si sforzeranno di trasformare il nuovo esperimento in definitivo assorbimento delle forze di democrazia laica in un rinnovato centrismo.
Legittima è la preoccupa:ione che esprimete: avete considerato — ci dite — che cosa possa significare in Italia spingere la DC all'accordo organico con le destre? E’ tema al quale si deve certo riflettere: ma mi sembra che Matteotti vi abbia correttamente risposto. I pericoli di questo esperimento, certo, ci sono: ma è da valutare anche il disorientamento ch'essi creerebbe in larghi strati di elettorato cattolico, la rivalutazione che ne deriverebbe a un'alternativa democratica e socialista: e, d'altronde, il problema di fondo non è quello (negativo) di un governo di compromesso che consenta di evitare un monocolore o un governo di destra, ma quello (positivo) della formazione di una scelta valida per il domani. Vi domando: credete che, allo stato delle cose, questa scelta, questa alternativa sarà facilitata dal tripartito da voi proposto, o dalla creazione all'opposizione, di condizioni più idonee anche se di più lunga scadenza? È a questo che bisogna rispondere.
Giudicate d'altronde i pericoli dell'opposto settore. Quale potrebbe essere la posizione del partito socialista? La via dell'alternativa democratica non è facile per noi socialisti; e non la si batte né attraverso affermazioni verbali di anticomunismo né attraverso i fatti — lo riconoscete anche voi — che Saragat chiede. È — soltanto — una via d'iniziativa politica. È, diciamolo chiaro, una via competitiva nei riguardi dei comunisti, una via le cointeressa tutte le forze di orientamento democratico. Giustamente Pezzati nell'ultimo intervento osserva che se c'è un mito dell'unità dei cattolici (rispetto al quale ci sono ormai cattolici militanti in aperta posizione critica) c'è anche un mito dell'unità della classe operaia (rispetto al quale, tuttavia, non mancano posizioni critiche anche fra i socialisti). È verissimo infatti che, al di fuori dell'azione sindacale dove quel mito è un'idea-forza, esso rischia di bloccare ogni volontà d'iniziativa socialista intorno a una formula, alla quale la realtà sfugge per proprio conto. Ma questo non significa che il problema dei socialisti non resti quello di rappresentare la porzione più larga possibile di proletariato operaio e contadino; e di portarlo avanti con parole d'ordine, con proposte di riforma di struttura, con una prospettiva generale dello stato e della società, che cointeressano allo stesso tempo altre forze, altre masse, il cui consenso è necessario per impostare una politica di alternativa. Ebbene, questa difficile politica la si può fare solo alla condizione che il PSI sappia mantenere solida la propria rappresentanza operaia, la sappia estendere, sappia allo stesso tempo mantenere il legame con le altre forze che occorrono per codesta politica. Il tripartito, nei rapporti di forza in atto nel paese e dentro i partiti, rischia di rompere questa delicata operazione. O esso infatti determina un cedimento socialista e quindi la perdita di un essenziale contatto con le masse proletarie; o la dialettica stessa del giuoco politico trascinerà il PSI ad irrigidirsi contro il neocentrismo a cui saranno rapidamente portati i minori al governo. Come sviluppare allora una propria iniziativa politica, se mancherà lo spazio per tentarla? come spingere avanti una politica di alternativa, audace e misurata insieme, capace di delineare di fronte al proletariato una strada democratica di conquista del potere, che esige nuove alleanze?
Allo stato degli atti, par dunque difficile sfuggire al dilemma: o ricomposizione del centrismo sotto spoglia tripartitica, o isolamento e spinta a destra della DC. È una prospettiva grave, certo, ma forse la più realistica. Il congresso di Venezia è stato uno sforzo, un grido d'allarme, che Saragat non ha voluto né saputo raccogliere. Non si può sperare che l'elettorato sia maturo per offrire al PSI da solo le forze di un'alternativa, o per lo meno di un condizionamento decisivo. Non sembra che vi possa essere altra strada di quella d'un'alternativa socialista e democratica che si organizza all'opposizione. Contro le apparenze, questa è anche la strada da battere per evitare nuove esperienze frontiste.
Le quali non costituiscono un pericolo se i socialisti e i democratici, e i cattolici democratici, hanno idee chiare sull'alternativa da costruire. Zagari ha manifestato delle critiche e delle riserve nei confronti di Basso, che non posso in generale condividere; ma c'è certo un punto da chiarire, ed è che non soltanto su un'analisi sociologica di esigenze comuni di classe si può sperare d'impostare il problema del dialogo fra cattolici e socialisti. Il vero diaframma è un altro. Si potrebbe giungere fino alla identità di giudizio su alcune riforme di struttura, senza che per questo si sia superato l'equivoco in cui il mito dell'unità politica dei cattolici ha gettato la democrazia italiana. È sul terreno delle libertà politiche e della concezione dello stato moderno, è sul terreno dei limiti — interni allo stesso cattolicesimo — dell'intervento della chiesa nella scelta politica, è sulla legittimità di questo intervento vista dall'angolo visuale della ortodossia che bisogna finalmente intendersi. In che limiti, cioè, può la chiesa limitare la scelta politica del cattolico, senza compiere essa stessa un abuso d'autorità rispetto al credente? Su questo terreno, è certamente possibile un incontro dei socialisti che non vogliono negare alla chiesa l'espletamento pieno della sua missione spirituale ma vogliono porle il limite della libertà di tutti, garantita dal concetto moderno di stato; coi cattolici che, sentendosi parte di questo stato e insieme alla chiesa, hanno più di un altro il bisogno che codesto limite sia chiaramente e fermamente delineate. È inutile sfuggire ai grandi problemi — cittadino e stato, cittadino e chiesa, statuto familiare, libertà delle minoranze religiose, impegno pubblico nell'educazione e nell'assistenza — credendo di trovarci d'accordo su alcuni problemi di ordine economico. Un incontro serio sulle riforme di struttura presuppone anzitutto una generazione di cattolici capace di sentire in proprio e non per delegazione della chiesa i problemi dello stato; è una generazione di socialisti che proponendosi di costituire l'alternativa democratica allo stato autoritario e feudale che è ancora lo stato italiano sa di non poterla fare senza chiamare a raccolta, fuori da ogni preclusione ideologica o dottrinaria, anche quei cattolici. Bisogna dunque operare come se fosse già in atto quella ipotesi dei due partiti cattolici di cui parlava Pistelli, ma con una prospettiva diversa: una parte dei cattolici che si muovono come legittima componente di un grande schieramento di democrazia socialista, contrapposta a un'altra parte di cattolici che resistono con le altre forze retrive del paese per la conservazione e l'immobilismo. È solo spingendo avanti questa prospettiva dovunque ci si trovi a militare, che si opera per rendere i cattolici partecipi, da uomini liberi, di una contesa civile.
Forse queste mie conclusioni vi sembreranno sconfortanti. Esse infatti prorogano nel tempo soluzioni che voi speravate più prossime. Ma non è saggio, e non è politico, voler spingere forze inconciliabili ad un impossibile connubio. Poiché non è pensabile (e voi lo sapete meglio di ogni altro) che la DC così com'è oggi si proponga seriamente un comune cammino coi socialisti, è inutile girare l'ostacolo interponendovi i buoni uffici di terzi o quei buoni uffici saranno riassorbiti dall'esperimento centrista, e allontaneranno l'obiettivo; o non riusciranno, per la stessa ragione per la quale l'ostacolo vero resta insuperabile. Meglio allora lavorare per il futuro, per la costruzione d'una posizione di forza di alternativa democratica che attiri progressivamente la parte democratica dell'elettorato cattolico e richieda la collaborazione di alcuni strati cattolici dirigenti, ponendo drammaticamente alla DC la sua scelta interna. Perché, credetelo, alla fine tutto si riconduce qui: è dentro e non fuori la DC che si spezza il centrismo (come è dentro, e non fuori dal PSI, che si son poste le basi per rigettare il frontismo). Da parte di noi socialisti, non dimentichiamo certo, molti di noi almeno, le nostre responsabilità: che consistono, in fin dei conti nell'adeguare il nostro partito alla sua funzione di strumento principale dell'alternativa democratica italiana; nell'impedire che, per scoramento o stanchezza, essa si abbandoni nel combattervi gli stessi sintomi della malattia che attacca e corrode l'intero nostro apparato pubblico: il conformismo, il deficiente ricambio, la sclerosi burocratica. Operando per un'attivazione critica, per una riconquistata fiducia in se stessi, per un rinnovamento di ogni forma di democrazia diretta, per una ripresa del discorso « dal basso all'alto » anziché « dall'alto in basso », si opera sostanzialmente per lo stesso fine a cui voi state operando.
Una sincera e fattiva intesa, ad ogni livello, fra gli uomini di buona volontà disposti a lavorare per l'alternativa democratica, in qualunque partito essi si trovino, è in fondo la cosa più seria e duratura che si possa oggi fare: più seria e più duratura di ogni effimero accordo di vertici.
Credetemi cordialmente il vostro

Tristano Codignola
Rivista "Politica"
Firenze, 1 marzo 1958

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UNA GRANDE SINISTRA


Credo che sia sfuggito alla maggior parte degli osservatori politici il significato profondo della crisi ideologica e politica che, da qualche anno, investe tutto lo schieramento italiano di sinistra. Partendo dai quadri dirigenti, intellettuali e politici, del partito comunista, tale crisi ideologica passa attraverso i due partiti socialisti; investe la formazione repubblicana e radicale e getta i suoi riflessi sugli stessi cattolici di sinistra. Ed essa pare avere un solo implicito significato: in quali condizioni ideologiche e politiche, la sinistra può, per la prima volta, partecipare essa stessa, e far partecipare le masse popolari che rappresenta, alla vita dello stato repubblicano, democratizzandolo e trasformandone, secondo i dettami della costituzione, gli istituti politici e la struttura economica e sociale.
La sinistra italiana non ha una brillante storia. Sconfitta nel risorgimento, divenuta trasformistica nel post-risorgimento, con l'avvento del socialismo marxista si è divisa in due grandi tendenze: la massimalistica, che ha registrato più sconfitte che vittorie e si è assunta pesanti responsabilità di ordine storico; la riformistica che, abile e costruttiva, sul terreno delle conquiste sindacali, salariali e previdenziali, non ha saputo mai incidere sulla struttura dello stato e sui grandi problemi della vita collettiva. La costituzione e l'affermazione del partito comunista dovevano rappresentare lo sbocco della crisi della sinistra, dandoci un partito moderno, anche se di formazione ideologica totalitaria. Ma l'esperienza di questi anni ha dimostrato che il partito comunista, riformistico o massimalistico che fosse nella tattica, non aveva possibilità di dare, proprio per la sua natura ideologica totalitaria, un concreto sbocco alla sua azione politica.
Sicché, dopo il fallimento di quel partito comunista, che doveva rappresentare il superamento delle posizioni massimalistiche e riformistiche del socialismo marxista, siamo tornati a non avere più gli strumenti politici idonei ad una politica di sinistra. Esistono tuttora, con estese masse organizzate, il partito comunista, il partito socialista, il partito socialdemocratico, esistono i radicali e i repubblicani, esistono i cattolici di sinistra. Ma che esista una sinistra capace di spostare concretamente e rapidamente l'asse della vita politica e sociale italiana, nessuno può onestamente sostenere.
D'altra parte, se la sinistra, nelle sue varie e successive incarnazioni politiche, dal risorgimento in poi, è fallita, noi dobbiamo considerare lo stato di disgregazione ideologica attuale e la confusione e l debolezza politica che ne sono conseguenza, come un elemento positivo della situazione. Se la sinistra forse per molti anni ancora non potrà porsi concreti obiettivi politici, il suo travaglio ideologico potrà finalmente consentire la costruzione di una formazione politica, che senta tutti i problemi dello stato e della società moderni, come essi realmente si pongono, secondo un pensiero dottrinario e un'esperienza per tanti decenni estranei alla cultura del nostro paese. Indicativo di questa ricerca ideologica aperti sono le diverse posizioni che i comunisti usciti dal partito, come Giolitti, come Onofri, come Calvino, come Muscetta come E. Reale, come altri, vanno assumendo nella pubblicistica di sinistra. Ma il fenomeno non si ferma agli ex comunisti, poiché gli stessi fermenti di nuova ricerca ideologica noi troviamo fra i socialisti ed i socialdemocratici, fra i radicali ed i repubblicani, e fra gli stessi cattolici di sinistra.
Il problema concreto che sta sorgendo, sul terreno ideologico e politico, è come debba operare una grande formazione di sinistra per incidere sulle strutture politiche, economiche e sociali del nostro paese, tenendo conto dei dati storici costitutivi della società italiana, del suo inserimento in un dato ambiente di civiltà, del carattere peculiare delle forze che si vogliono combattere. Un ripensamento, quindi, del problema italiano, secondo nuovi dati e nuove esperienze, con superamento di tutte le posizioni, dottrinarie e politiche con cui i partiti di sinistra l'hanno finora affrontato.
Bisogna guardare a questo travaglio, che ci porterà lontano, con estremo interesse e con acuta attenzione. La sinistra italiana non ha mai partecipato alla vita dello stato, appunto perché i suoi presupposti ideologici e politici, e !'esame storico che essa faceva della società nazionale, erano così erronei, da non consentirle una cosciente e positiva azione politica. È la prima volta che la sinistra si pone in termini concreti e realistici il problema della conquista democratica dello stato. Collaboriamo, con tutte le nostre forze, al processo di revisione e alla nuova costruzione.

Ugo La Malfa
Rivista "Politica"
Firenze, 1 maggio 1958

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IN TERMINI CHIARI


Sarà che i problemi posti da questa vigilia preelettorale sono oggettivamente difficili, o sarà piuttosto che gli uomini si rivelano impari alle situazioni politiche che si prefiggono di affrontare: ma il fatto è che tanti mesi di discussione con i partiti della sinistra democratica — i cui esponenti abbiamo ospitati su queste colonne perché l'opinione cattolica, di solito così impermeabile alle voci esterne, potesse ascoltarli in versione originale — non hanno evidentemente chiarito la reciproca posizione in misura sufficiente. Altrimenti l'onorevole La Malfa non avanzerebbe, come nuove, proposte che abbiamo già ribattute a chi lo ha preceduto di poche settimane.
Ora, ci si darà atto che dopo avere combattuto con una certa franchezza gli equivoci presenti nella democrazia cristiana — dove pure avrebbe potuto trattenerci il patriottismo di partito — abbiamo i titoli sufficienti per accusare gli equivoci della sinistra democratica.
Abbiamo salutato con favore la faticosa battaglia degli autonomisti nelle file del partito socialista, e abbiamo un orizzonte mentale abbastanza aperto per augurarci una affermazione elettorale dei partiti laici che offra ai socialisti una alternativa di solidarietà anticomunista sì ma democratica; ma non vogliamo la sconfitta del nostro partito, perché non a caso restiamo democratici cristiani anziché diventare socialisti o radicali. Se poi il discorso politico più preciso che andiamo conducendo allontanerà dallo scudo crociato qualche elettore che un discorso più equivoco e polivalente avrebbe invece trattenuto, sia chiaro che non lo facciamo con la nascosta intenzione di sabotare la democrazia cristiana.
Il fatto che ci auguriamo anche la crescita quantitativa dei liberali, perché l'onorevole Malagodi possa sgravare la democrazia dal ruolo di primo partito conservatore, dovrebbe far capire all'onorevole La Malfa che l'atteggiamento della sinistra democratica cristiana parte da un disegno generale nel quale l'interesse del paese non ha come condizione la sconfitta del partito di maggioranza: se una più accentuata autonomia dei socialisti farà cadere dalle mani di alcuni ambienti cattolici il pretesto ossessivo del pericolo rosso, se una maggiore forza dei liberali contenderà alla destra cattolica la rappresentanza dei peggiori interessi conservatori, tutta la situazione interna della democrazia cristiana ne resterà chiarita, e l'ambiente cattolico dovrà esprimere allora le sue energie migliori per conservare il potere.
Il suo schieramento mostra di ritenere astratta questa prospettiva: appena venisse meno il cemento anticomunista e il supporto degli interessi conservatori, dice da tempo la rivista Il mondo, l'intera democrazia cristiana si rivelerà una coalizione artificiale e i suoi frantumi saranno ereditati dalle restanti formazioni politiche; forti di questa convinzione gli uomini della sinistra democratica possono allora attendere tranquilli. Tranquilli come noi che riteniamo almeno superficiale questa profezia. Il tempo deciderà chi aveva ragione.
Se avevamo sostenuto come punto di passaggio per una collaborazione più ampia una alleanza sul piano governativo con il partito socialdemocratico ed i repubblicani, lo avevamo fatto perché ritenevamo che già la salutare rottura della formula quadripartita fosse stata occasione sufficiente per assicurare maggiore libertà alla forza crescente delle correnti di sinistra dei due partiti laici, e facilitare così la loro partecipazione alla coalizione governativa. Che poi questa formula non ripetesse il vecchio centrismo ci sembrava sufficiente garanzia la mancanza dei liberali.
Da parte socialdemocratica l'on. Matteotti ci ha risposto che riteneva necessario trovare più nelle forze degli altri schieramenti di sinistra sostegno alle proprie tesi che non all'interno dello stesso proprio partito e formulava la costituzione di un vasto fronte di sinistra che nel tempo si sarebbe potuto porre come alternativa ed avrebbe facilitato il processo di unificazione socialista.
È a questo punto che non condividiamo l'impostazione poiché ad un frontismo socialcomunista si sostituirebbe una nuova formulazione frontista di tipo democratico, astratta perché non crediamo nella coesistenza ideologica fra correnti di partiti che hanno tradizioni ed interessi troppo diversi.
Potrebbe sembrare questo l'inizio ad una pratica di tipo riformista, laddove se inteso in senso dinamico è la ricerca di un inserimento concreto nella situazione politica italiana senza rimandare a domani quello che è possibile attuare oggi, anche perché un'opposizione che si limiti alla ricerca astratta di formule che la possano ritrovare unita rischia di lasciare agli altri quello che sul piano concreto potrebbe essere proprio un punto di incontro.
Cose che abbiamo ripetuto al vicesegretario del partito liberale, avvocato Orsello; e all'onorevole Lelio Basso, vicesegretario del partito socialista, e a Tristano Codignola. E a Mario Zagari, e all'onorevole Matteo Matteotti che scriveva a nome della sinistra socialdemocratica. Sono tutti esponenti noti dei partiti laici, eppure tutti hanno conservato il silenzio su questa ferma precisazione. Perché? Perché in fondo il solo concetto che i partiti laici hanno chiaro, è anche per essi un concetto negativo: bisogna togliere il potere alla democrazia cristiana.
Perché allora — sapendo questo limite della sinistra democratica — le auguriamo tuttavia un sufficiente successo elettorale? E continuiamo ad augurarlo, pur avendo sperimentato prima con l'onorevole Basso e l'onorevole Matteotti e ora anche con l'onorevole La Malfa che l'augurio viene frainteso dagli interessati, portati a ragionare anch'essi in termini miopemente partitici, e li spinge a sperare addirittura nel nostro aiuto contro la democrazia cristiana?
Perché la rigida contrapposizione della politica italiana tra fronte sovversivo e baluardo anticomunista ha costretto la libera scelta degli elettori a deformarsi in voto di necessità: « chi non vota per i partiti di sinistra regala la sua scheda ai padroni », « chi non vota per la democrazia cristiana fa il gioco dei comunisti ». In mezzo ai voti di necessità, è certamente utile che si erga — il 25 maggio — un cuneo sufficiente di voti di rottura; che non sono ancora — né tantomeno lo sono per sé stessi — una scelta positiva. Ma possono affrettarne l'avvento.
La sinistra democratica ha cioè — oggi — un valore tutto strumentale; non a caso delle sue componenti più significative l'una — i socialisti — piantano le radici nel versante operaio mentre l'altra — i radicali — rappresentano niente più che la parte più intelligente e moderna della borghesia, figurando come forza di sinistra soltanto perché il secondo termine di confronto è offerto dall'onorevole Malagodi.
Che due forze così diverse trovino molti punti di convergenza sia pure diffidente, è naturale e anche opportuno; che un ceto borghese fieramente ostile alla politica reddituaria della Confintesa sia premessa indispensabile perché i socialisti escano finalmente dalla protesta massimalista, appare logico; ma l'entusiasmo per avere raggiunto questa intesa fra laici non deve illudere gli amici repubblicani di potere rappresentare negli anni futuri anche l'ambiente cattolico, che resta estraneo per la sua dimensione religiosa all'incrociarsi della base operaia con l'altezza radicale. La dimensione religiosa è una terza dimensione che dà echi e profondità diversa allo stesso problema economico, alle soluzioni offerte dalla cultura, all'impegno politico degli uomini che lavorano per la comunità.
E nell'ambiente cattolico ha titolo di cittadinanza la sinistra democratica cristiana; che seguirà tutta la vicenda del suo partito, dividendone la battaglia anche quando non ne approva i principi direttivi.
Ci permetta l'onorevole La Malfa di ricordargli che restare per intima convinzione sotto la propria bandiera pur riconoscendo le ragioni e la utilità altrui, significa senso dello stato; rischia di dimenticarlo chi sta organizzando la crociata contro la democrazia cristiana.

Giorgio Giovannoni
Rivista "Politica"
Firenze, 1 maggio 1958

(fonte: biblioteca Butini)


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