LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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L'APERTURA A SINISTRA: LETTERA DEL SOCIALISTA LELIO BASSO E REPLICA DI NICOLA PISTELLI PUBBLICATE SULLA RIVISTA "POLITICA"
(Firenze, 15 gennaio 1958)

L'on. Lelio Basso, socialista, invia una lettera alla rivista fiorentina "Politica" della sinistra democristiana, a seguito di un articolo scritto dal fondatore della rivista Nicola Pistelli nel numero del 15 dicembre 1957. Nella lettera, Basso sostiene che il congresso di Venezia del PSI ha chiesto alla socialdemocrazia italiana di schierarsi per l'alternativa democratica al centrismo. Tutte illusioni, quindi, quelle che volevano che fosse il PSI ha ricercare un processo di riunificazione con il PSDI su posizioni più vicine a quelle del socialismo democratico.
Basso non ritiene di trovare la DC lungo il cammino di "alternativa democratica" intrapreso, secondo lui, dal PSI nel suo congresso di Venezia. Sembra che tale cammino sia possibile per i cattolici, ma quelli fuori dalla DC. Lelio Bassio sostiene che un valido contributo all'edificazione dello stato democratico in Italia si avrebbe senza l'unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana, e la stessa ventilata e ipotizzata spaccatura in due della DC tra forze cattoliche conservatrici e forze cattoliche "democratiche" sembra non bastare nell'analisi del socialista Basso.
Pistelli replica alla lettera del socialista Lelio Basso nello stesso numero di "Politica".

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INSIEME ALLA SINISTRA LAICA


Caro Pistelli,
non sono il consulente ufficiale dell'Avanti! sulla questione ecclesiastica, ma solo un militante che si sforza di portare il suo contributo ad un difficile problema - quello dell'unità dei lavoratori e dei democratici sul terreno politico al di sopra delle differenze ideologiche -, difficile problema ma cruciale nella situazione attuale del nostro paese. E non faccio ironie sulle velleità impotenti dei cattolici: tutti siamo stati purtroppo impotenti fino ad oggi ad assicurare una vita democratica in Italia. Mi faccio, se mai, interprete delle lacrime delle cose, e in primo luogo della lacrimevole esperienza delle varie sinistre democristiane dalla liberazione ad oggi, un'esperienza a cui ho peraltro guardato con simpatia e trepidazione.
Ma naturalmente respingo anche l'accusa, contenuta nel suo ultimo articolo, che di quella impotenza gran parte di responsabilità vada alle "pavide incertezze dei patriarchi socialisti" e al fatto che "i socialisti non hanno mostrato finora le idee, gli uomini e il coraggio per mettere in pratica le aspirazioni emerse al congresso di Venezia". Quali sono queste aspirazioni? Lei certo non ignora che nell'interpretare il significato di quel nostro congresso, la stampa e gli uomini politici di tutti gli altri partiti ci hanno in realtà messo molto del loro, e ci hanno prestato, da destra e da sinistra, intenzioni che non avevamo affatto. Così tutti coloro che hanno interpretato l' "autonomia" del partito e il superamento dei patti organici con il PCI come un avviamento alla rottura di ogni rapporto con i comunisti e addirittura al passaggio del PSI su posizioni socialdemocratiche e centriste, hanno voluto ingannarsi. Lei stesso riconosce che il PSI non può non stringere accordi con i comunisti ogni qual volta lo esiga la logica delle leggi elettorali, così come non può e non vuole aggravare lo stato di frantumazione sindacale del movimento operaio aggiungendovi una nuova scissione. Chi si aspettava questi sviluppi dalla politica di Venezia può rimproverarsi di essere stato un cattivo osservatore.
Neppure il congresso di Venezia può essere interpretato come il congresso dell'unificazione, come è parso ai più: in realtà l'unificazione fu vista a Venezia in una prospettiva di sviluppo politico che portasse i socialdemocratici ad allinearsi sulla politica dell'alternativa democratica, e quindi non come punto di partenza di una nuova politica, ma come punto d'arrivo di un processo di convergenza che richiedeva dei mutamenti d'indirizzo assai più profondi per i socialdemocratici che per noi. La socialdemocrazia non ha ritenuto di allinearsi su questa posizione e ha preferito riconfermare la vocazione centrista dell'on. Saragat: noi non possiamo perciò che combattere risolutamente questa socialdemocrazia, così come l'abbiamo combattuta in passato, senza escluderne quei "sinistri" che, attraverso l'accordo con Saragat, si sono resi corresponsabili della sua stessa scelta, e dobbiamo fare viceversa appello alla base socialdemocratica perché combatta nel PSI o col PSI la sua battaglia socialista.
Quali furono dunque le "aspirazioni", come lei dice, del congresso veneziano? A mio giudizio essenzialmente tre:
a) l'autonomia intesa come superamento di ogni vincolo organico e di ogni concezione aprioristica dell'unità di classe, e quindi come volontà di apportare al movimento operaio il proprio originale contributo di pensiero e di indirizzo politico, nella speranza di riuscire a fare l'unità su questo indirizzo, il che implica evidentemente il permanere di una collaborazione dialettica con i comunisti;
b) la ricera di una via democratica e pacifica al socialismo, pur nella consapevolezza delle gravi difficoltà che la classe dirigente italiana, con le sue ritornanti tentazioni totalitarie, oppone a questa esperienza storica, e la volontà di lavorare seriamente per questo obiettivo;
c) l' "alternativa democratica" intesa come passaggio obbligato per questa via pacifica al socialismo. Il discorso a questo proposito potrebbe farsi lungo, ma ho appena scritto, proprio su questo argomento, un ampio saggio per l'ultimo fascicolo di Nuovi argomenti: se avrà occasione di scorrerlo potrà probabilmente trovarvi assai più di quanto qui potrei dire in poche righe.
Non mi pare si possa seriamente sostenere che da Venezia in poi il PSI sia venuto meno all'una o all'altra di queste esigenze, anche se certamente si può dire che non ne ha abbastanza approfondito gli aspetti e chiariti i termini alla pubblica opinione. Certo non abbiamo chiarito abbastanza che la democrazia di cui noi parliamo è la democrazia della Costituzione, intesa nella sua lettera e nel suo spirito, o, se piace meglio, la democrazia del messaggio presidenziale, e che il peggior nemico di questa democrazia così come la più grave minaccia per il prossimo avvenire sono rappresentati proprio dal cosiddetto "centro democratico", e in modo particolare dalla DC, responsabili dell'attuale grave carenza costituzionale e della mancata edificazione dello stato democratico.
Stia tranquillo, caro Pistelli, che i dirigenti del PSI non avrebbero "pavide incertezze" di fronte ad una convergenza con i cattolici, purché fosse su queste posizioni di alternativa democratica. Ma lei che vive all'interno della DC, e conosce uomini e cose, crede sul serio che il suo partito possa, adesso o nel corso dei prossimi anni, operare una tale conversione politica che lo porti su posizioni così lontane da quelle seguite sin qui? Io non locredo, come ho scritto molte volte, per la duplice ipoteca, confessionale e capitalistica, che grava sulla DC e che le impedisce di abbandonare l'attuale indirizzo profondamente antidemocratico. Invece quando noi parliamo di "alternativa democratica" intendiamo precisamente  una nuova politica che, sotto ogni rispetto possa qualificarsi democratica. I termini di questa politica sono abbastanza noyi, ma li riassumo per maggior chiarezza di discorso.
In primo luogo, come ho detto, l'attuazione integrale e senza riserve della Costituzione, ciò che, dopo 10 anni dalla sua entrata in vigore, è il minimo che si possa chiedere. E nessuno può certamente dubitare che, se ciò non è avvenuto in 10 anni, è appunto perché il partito di maggioranza non l'ha voluto.
In campo internazionale un indirizzo politico che aiuti in ogni modo il processo di distenzione, favorendo la discussione fra i blocchi per giungere al superamento dei blocchi, la creazione di zone neutrali, la cessazione della gara degli armamenti, l'emancipazione dei popoli coloniali, il riconoscimento della Cina, la riunificazione della Germania, ecc.
In campo economico e sociale l'adozione e l'applicazione di un piano di sviluppo "per risolvere, come dice Galloni, le differenze strutturali fra zone sviluppate e zone depresse e per risolvere i problemi vitali del nostro popolo", che riprenda insomma l'idea centrale del compianto amico Vanoni e operi le scelte politiche necessarie per attuarle.
Infine - ed è questo per dei cattolici il punot più delicato - la difesa dell'indipendenza e della sovranità dello Stato contro ogni ingerenza clericale. Non voglio dicutere se la pretesa della Chiesa ad invadere la sfera del potere civile e addirittura ad esercitare un generale super-potere sovrapposto a quello delle autorità civili, sia legittimo dal punto di vista della dottrina cattolica: certo non lo è di fronte alla concezione che noi abbiamo dello Stato moderno, nato proprio dallo sforzo di liberarsi dalla tutela clericale per affermare la propria indipendenza di fronte alla Chiesa, così come l'indipendenza della politicadi fronte alla religione, e l'indipendenza ad ogni autorità esterna. Questo non significa, l'ho ripetuto infinite volte, che il cattolico debba rinunciare alla propria ispirazione cattolica quando fa politica, ma deve trovare solo nella propria coscienza ove quell'ispirazione è presente la capacità e la responsabilità delle scelte necessarie circa gli strumenti temporali e politici che quella ispirazione devono tradurre in atto. Questa è condizione essenziale di vita per la democrazia: se il cattolico non può accettare questa condizione significa purtroppo che esso è immaturo per la democrazia e legato ancora a una mentalità teocratica. In questo caso il nostro discorso è perlomeno prematuro. Ma moltissimi cattolici all'estero, e molti del resto, anche in Italia, accettano già oggi questa impostazione, ed è ciò appunto che m'induce a sperare.
Sono questi, in sintesi, i punti essenziali di un'alternativa democratica alla politica del centrismo conservatore, e il PSI è ben deciso a battersi per la realizzazione di questi principi, e ben lieto di incontrarsi con tutti coloro che si sentono impegnati nella stessa battaglia. Fra costoro è difficile possa trovarsi la DC, ed è per questo che io ritengo che all'alternativa politica debba corrispondere anche un'alternativa di forze politiche: tuttavia fra queste forse politiche deve essere compresa una larga aliquota di cattolici, liberati dall'ipoteca conservatrice e dall'ipoteca confessionale, cioè praticamente di cattolici che operino fuori della DC.
E' valida l'ipotesi, contenuta nel suo articolo, di una scissione dell'attuale unico partito cattolico in due partiti, di cui uno raccogliente le forze conservatrici e l'altro le forze democratiche? Io ho sempre creduto difficle che la gerarchia lo consentisse, e d'altra parte ho sempre pensato che la più sicura garanzia per i legittimi interessi della Chiesa avrebbe potuto consistere in una larga presenza di voto cattolico all'interno di tutti i partiti, beninteso di partiti il cui indirizzo non contrasti con la coscienza cattolica. E ho anche sempre creduto che a questo si potesse un giorno arrivare sotto la pressione di un laicato cattolico moderno, liberato dai numerosi complessi che hanno afflitto in passato e affliggono tuttora il movimento politico dei cattolici, e diventato più fiducioso nei valori essenziali della democrazia e della libertà.
Ma se invece l'ipotesi dei due partiti fosse realizzabile, essa recherebbe certamente un notevole contributo a quell'incontro fra masse cattoliche e masse socialiste che, nella situazione attuale del nostro paese, costituirebbe una spinta importante verso l'edificazione dello stato democratico.
Mi consenta tuttavia, caro Pistelli, di credere che fra tutte le soluzioni possibili, quella meno fruttuosa dal punto di vista della democrazia sia di rimanere in "questa pesante e composita Democrazia Cristiana": è vero che in essa milita la fanteria parrocchiale, otto milioni di cattolici organizzati, ma non è vero che la sinistra DC abbia possibilità serie di contendere questa fanteria "alla sollecitazione padronale e alla tentazione paternalista". La storia delle varie sinistre DC sta a provare il contrario: finché i cattolici saranno uniti in un solo partito, necessariamente interclassista, saranno sempre le forze di destra che avranno la meglio. E gli uomini di sinistra che vi rimangono, coltivando per sé e per gli altri l'illusione di un mutamento futuro, fanno in realtà soltanto il gioco del padronato e del paternalismo, esattamente come la sinistra socialdemocratica fa ormai il gioco di Saragt e del centrismo. Uscendone, invece, essi offrirebbero una testimonianza di coraggio democratico proprio a quegli otto milioni di cattolici che non possono essere perennemente considerati dei minorenni incapaci di vita democratica.
Comunque, mi pare sia difficile rimproverare al PSI delle "pavide incertezze": per una politica come quella che ho tratteggiato, il PSI non si tirerà mai indietro e non avrà paura di collaborare con chicchessia, ma per una politica che continui il centrismo, per la politica di Fanfani in una parola, non contate su di noi. Su quella strada si possono incontrare volta a volta socialdemocratici e liberali, monarchici e fascisti, ma, pur cambiando l'etichetta, la mercanzia resta sempre la stessa, come del resto sono più o meno gli stessi gli uomini cha la DC offre per queste varie combinazioni.
Caro Pistelli, quel che noi recisamente non vogliamo è di essere soltanto una nuova etichetta per questa vecchia mercanzia.
Mi creda, con la più viva simpatia,
suo
Lelio Basso

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ALTERNATIVA A CHE?

No, dal congresso di Venezia non aspettavamo la resa dei socialisti alla politica di centro; più volte abbiamo precisato ai nostri amici di partito che il giudizio sul passato frontista dei socialisti non poteva essere impostato da confessore a penitente, perché anche la politica praticata dalla Democrazia Cristiana aveva le sue responsabilità.
Nel discorso che andiamo svolgendo da alcuni mesi abbiamo infatti affermato che il problema socialista è legato con quello democratico cristiano: se il suo partito - nel tentativo di portare l'intera classe operaia sulle tesi espresse dal congresso di Venezia - urta contro i margini ristretti di una società sottosviluppata nella coscienza civile e nella struttura economica, urta appunto contro i problemi che i governi della Democrazia Cristiana non hanno ancora avviato a soluzione. Perché lo sviluppo del sistema democratico da metodo formale a costume politico - auspicato nel messaggio del presidente Gronchi - e lo schema di espansione economica tracciato dal ministro Vanoni trovino negli anni prossimi l'attuazione che finora non hanno avuto, bisogna che la Democrazia Cristiana allontani dalle sue file gli interessi reddituari, gli ambienti precapitalisti e i residui del periodo fascista che oggi ne appesantiscono l'azione in sede di governo.
E' possibile che il mio partito riesca a liberarsi da queste incrostazioni, che testimoniano l'azione deformante del potere, oppure è la formula unitaria che lo condanna ad accogliere senza obiezione tutti i credenti, compresi i novissimi convertiti che usano la religione come baluardo di rassegnazione e strumento di potere? Noi crediamo che sia possibile, se nel '46 una minoranza di antifascisti usciti dalla resistenza riuscì a imporre la Costituzione e la Repubblica a otto milioni di cattolici che erano soprattutto anticomunisti.
Una Democrazia Cristiana che facesse del messaggio presidenziale norma di condotta politica, anziché oggetto di ossequio ufficiale, avrebbe due risultati: permetterebbe il coagularsi alla sua destra di una forza centrifuga che sugge dalle sue file gli interessi peggiori, e avviando a mutamento la situazione del paese sgraverebbe l'elettorato di sinistra dall'atteggiamento di negazione protestataria che alimenta la sorda ostilità dei comunisti alla politica di autonomia socialista.
Non è vero che l'unità della Democrazia Cristiana possa fondarsi solo sull'equivoco, perché la sua depauperazione può ottenersi per deflusso di forze verso la destra politica, sol che la volontà dei miei dirigenti di tenere fede agli impegni di riforma rendesse scomoda per alcuni battezzati la milizia democratica cristiana e li spingesse a chiedere alla gerarchia libertà di atteggiamento per se stessi e per i loro interessi; è invece il permanere dell'equivoco che minaccia l'unità della Democrazia Cristiana, perché aggravando il disagio di molti iscritti finisce per suggerire loro la tentazione pericolosa di una scissione sull'ala sinistra.
Ecco perché abbiamo negato qualsiasi possibilità pratica - e perfino la ragionevolezza - di una alleanza fra i socialisti e la Democrazia Cristiana come espressione unitaria di tutti i cattolici: noi che davanti ai richiami della gerarchia ci domandavamo addolorati perché la Chiesa dubitasse della nostra personale ortodossia, comprendiamo oggi che il fatto solo di un partito che rappresenta per investitura ufficiosa tutti i fedeli praticanti coinvolgerebbe nel contatto il pontificato romano, sì che la compromissione dottrinale ne apparirebbe la conseguenza implicita e magari avversata nelle intenzioni personali, ma pur sempre oggettiva. Inoltre, che obbedienza troverebbe l'invito della Chiesa a votare per il partito cattolico, se la politica della Democrazia Cristiana non si muovesse con cautela talvolta immobile fra i contrastanti interessi economici del suo elettorato, e tuttavia costretta a fare le concessioni maggiori ai postulanti più forti?
Questi sono gli interrogativi posti nell'articolo "Note sul problema socialista", che i radicali del Mondo hanno giudicato come una "gravissima ammissione" di sapore clericale; non sappiamo se impossibilitati a capire per la fretta di procedere verso la coalizione anticlericale, o se ingannati dalla concezione luterana della fede come dubbio intimo.
Ma non possiamo continuare a scambiarci questa doppia partita, dove nella prima colonna scriviamo tutti gli aspetti positivi di una collaborazione coi socialisti, elencando poi nella seconda i giusti motivi che, ahimè, ci dividono.
In un partito che va perdendo per atrofia il gusto della libertà noi teniamo viva la migliore tradizione democratica cristiana quando ci opponiamo con ogni nostro strumento all'accordo postelettorale coi liberali, coi reddituari del mito monarchico, coi fascisti, ma non possiamo fare di più dal momento che per i democratici cristiani come per i socialisti la soluzione viene dall'urto dei fatti esterni. Sì, noi abbiamo indicato i socialdemocratici e i repubblicani come i soli alleati possibili della Democrazia Cristiana: accettabili per l'opinione moderata che guarda con sufficiente simpatia agli onorevoli Saragat e Pacciardi, accettabili per noi che contiamo sugli onorevoli Matteotti e Zagari, sull'onorevole La Malfa e i suoi amici radicali. Questa formula tripartita non può certo essere dipinta come una avventura agli occhi della opinione cattolica, e tuttavia lascia aperto il problema socialista portando come garanzia l'unità dei due partiti minori. Ma possiamo contarci davvero sulla sinistra socialdemocratica, oppure essa disconosce l'urgenza dell'apporto repubblicano per un atteggiamento finalmente comune delle forze laiche?
E soprattutto, la proposta della sinistra democratica cristiana trova consenso fra i socialdemocratici e i repubblicani, oppure anche gli onorevoli Matteotti e Zagari - osservando che la Base è un'apprezzabile minoranza, ma i conti vanno fatti con l'onorevole Fanfani - riterranno preferibile quella "alternativa democratica" in opposizione al mio partito che la trova, insieme ai radicali, convinto promotore?
Certo lei avrà fatto i suoi calcoli, se accetta tranquillo la prospettiva di una intera legislatura durante la quale i liberali arrivino ad essere l'alleato più decente della Democrazia Cristiana; se, non bastando l'operosa fatica che alcuni esponenti cattolici già dedicano alla migrazione verso destra del partito di governo, anche i socialisti si prestano a spingere. Da parte nostra pensiamo che il contatto dei radicali con la politica socialista - mentre espone i suoi compagni di partito all'esercizio di un paternalismo sottile, che resta inavvertito perchè tutta l'attenzione è volta a respingere il paternalismo confessionale - è tuttavia un fatto positivo perché costringe i socialisti a precisare i loro concetti in materia di politica estera e di politica interna: la vaga impostazione neutralista che sorride buona agli editoriali dell'Avanti! non è la stessa cosa che la critica del Mondo allo schieramento occidentale, accusato di non sviluppare sul traliccio militare una iniziativa politica sufficiente e concorde; la simpatia che il suo partito dimostra alla causa dei popolo coloniali è più vicina alla intuizione afroasiatica di Giorgio La Pira che alla secca diffidenza dei radicali per i dittatori arabi; ma forse, nel condurre insieme l'onesta polemica contro i monopoli, la concezione neocapitalista che ispira i partiti laici della sinistra democratica finirà per trasmettere una maggiore concretezza ai propositi socialisti nel settore economico.
Le due soluzioni al problema dello schieramento postelettorale, la nostra e la sua, sono mosse anche da preoccupazioni di carattere interno: la sinistra democratca cristiana, dopo avere combattuto la copertura bilaterale che ci imprigionava finora dentro la coalizione di centro, vede nella ineccepibile alleanza coi socialdemocratici e i repubblicani lo strumento per incoraggiare l'esodo di alcune forze dalla Democrazia Cristiana ai partiti della destra archeologica, che offrono una più pacifica ospitalità. Il partito socialista ha bisogno invece di diventare il punto di riferimento delle forze laiche, che lo aiutano nella difficile coesistenza competitiva col partito comunista.
Se i motivi di carattere interno occupano tanta parte delle preoccupazioni nella federazione cattolica e in campo socialista, questo significa una cosa sola: l'esatta avvertenza che il problema vero non è tanto quello di mutare con una brusca manovra lo schieramento esistente in Italia, quanto piuttosto l'urgenza di restituire una pacata elesticità alla situazione politica operando col gioco delle correnti il responsabile lavoro di sutura che metta la democrazia italiana in grado di mutare schieramento senza rischiare una crisi di regime.
E' per accertare le possibilità di questa politica che abbiamo aperto il dibattito; e sentiamo il bisogno di ringraziarla della sua autorevole partecipazione a nome del partito socialista.


Nicola Pistelli
Rivista "Politica"
Firenze, 15 gennaio 1958

(fonte: biblioteca Butini)


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