LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VII CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI GIULIO ANDREOTTI
(Firenze, 27 ottobre 1959)

Giulio Andreotti non aderì al “correntone” di Iniziativa Democratica, quella grande maggioranza della Democrazia Cristiana che aveva portato Amintore Fanfani alla segreteria del partito dopo il Congresso nazionale del 1954 a Napoli, e confermata vincente anche nel Congresso nazionale della DC del 1956 a Trento. Non aderì e scelse l'opposizione interna alla segreteria Fanfani.
Andreotti nel suo intervento al Congresso della Pergola nega l'esistenza di una scelta dirimente che la DC avrebbe davanti a sé. E sottolinea le sue divergenze con Fanfani, con la sinistra interna, contro la politica di apertura a sinistra verso i socialisti.
Fra consuete battute (prima c'era una corrente di Iniziativa Democratica, dopo la scissione dei dorotei contro Fanfani ce ne sono due...) e attacchi ad alcuni giornali quali “Il Giorno” ispirato alle posizioni del presidente dell'ENI Enrico Mattei, Andreotti chiede chiarezza sulle accuse avanzate dai sostenitori del centro-sinistra che ci siano “gruppi di potere” ostili a tale politica. L'insistenza di Andreotti sul punto è una conferma indiretta dell'effettiva esistenza di tali “gruppi di potere”.
Andreotti difende il governo monocolore in carica, di cui è ministro della Difesa. Invita la destra italiana a riflettere sulla propria storia e ad aprirsi alla democrazia. E immagina che la sinistra democratica di domani non sarà come l'attuale socialdemocrazia o l'attuale PSI, ma un qualcosa di nuovo.
Andreotti sembra non voler proseguire su una linea che ricerca i rapporti con il PSI, ma sul proseguimento di un'azione di governo che, modificando in modo incisivo la realtà sociale, porterebbe l'elettorato dello stesso PSI verso forme di collaborazione con i democristiani. Paventa che insistere sulla strada dei rapporti con i dirigenti del PSI piuttosto che con gli elettori possa creare talmente tante apprensioni da minare l'esistenza stessa della DC in Italia.

* * *

A Trento, quasi involontariamente, presi le mosse nel mio intervento ricordando un avvenimento che è legato alla storia di quella città certamente di più della nostra assise del 1956, cioè il grande Concilio di Trento. Sembra quasi che la DC abbia la vocazione (una parola molto usata in questo Congresso) conciliare; e anche qui a Firenze, difatti, nella storia della Chiesa si ricordano molti Concili ecumenici, tra cui il più importante ed ultimo è quello che vide qui, dal 1438 al 1445, una grande e difficile discussione per superare il cosiddetto grande scisma d'Occidente, cioè per ricongiungere la Chiesa latina e la Chiesa greca. Alla fine si arrivò a conclusioni che furono salutate da tutti come molto soddisfacenti, e nel 1452 il Metropolita, nominato Cardinale e avente giurisdizione su tutte le Russie, annunciò dalla cattedra di S. Sofia a Costantinopoli questa grande realtà: a riunificazione delle Chiese. Purtroppo, cinque mesi dopo, Maometto II conquistava Costantinopoli e metteva nel nulla tutto il lavoro del Concilio di Firenze …
Noi abbiamo sentito nell'estate ripetere che questo sarebbe stato il Congresso della periferia, della verità, delle scelte precise, dei bivi. Io non appartengo, come è noto, alla maggioranze dei due ultimi Congressi, non sono così cattivo verso quei Congressi da ritenere che essi non siano stati Congressi della verità, della periferia, delle scelte precise o dei bivi. Lasciamo andare il raffronto col 1946, con la scelta tra la Repubblica e la Monarchia. Se dovessimo stare a questo dibattito congressuale e trasferire all'interno del Partito la scelta tra l'istituto della Repubblica e quello della Monarchia, non so bene quale parte sceglierebbe la Repubblica e quale la Monarchia …
Noi siamo però rimasti preoccupati da alcune enunciazioni ed io sono lieto di parlare ora, prima dell'on. Fanfani, per poter porre, con uno sforzo di precisione, alcuni temi, alcune preoccupazioni che spero saranno sufficientemente fugate dal discorso dell'on. Fanfani stesso. Sono rimasto molto stupito dinanzi alla proposizione di un'alternativa, quella tra conservazione e progresso. Ma è veramente da porsi, dopo così tanti anni di attività di Partito, in cui tutti insieme abbiamo sommato aspirazioni, realizzazioni, anche errori se volete, questo bivio tra conservazione e progresso? A noi pare che questo rappresenti un semplicismo politico e non possa proprio costituire una discriminante di effettivo indirizzo.
Sono un lettore attento degli atti del Partito Popolare Italiano e posso quindi affermare che gli atti, gli scritti e le tradizioni orali attestano la profondità e la nobiltà di certe discussioni. Ma quei dibattiti, in cui si scontravano le tesi di Sturzo e di Migliori sugli indirizzi di politica agraria, dove c'erano diversi modi di vedere la collettivizzazione, eccetera, quei dibattiti, anche se appassionati, rappresentavano veramente una scelta. Noi qui, fino a questo momento, non abbiamo affatto sentito proporre i termini per cui si possa dire che i democristiani siano di fronte ad una scelta.
Ieri Colombo ha deplorato giustamente che noi abbiamo la tentazione di considerarci all'anno zero. Vorrei dire a Colombo che non siamo né all'anno zero, né all'anno cinque; cioè che il Partito non solo non comincia oggi, ma neppure è cominciato a Napoli.
E' un'occasione fortunata questa di poter parlare anche ad amici che non la pensano come me; ed io sono grato ai Segretari provinciali che mi hanno invitato in questa preparazione precongressuale, specialmente a quelli che non la pensano come io la penso sui problemi politici, e che tuttavia mi hanno invitato a discutere. Perché noi abbiamo una strana abitudine, quella di attribuire delle qualificazioni secondo il proprio comodo: da un lato c'è la “Base”, a cui si attribuisce l'apertura a sinistra, il colloquio con i socialisti; dall'altra ci saremmo noi, che saremmo per forza sostenitori, teorizzandolo, del monocolore e perciò con tutta un'appendice di qualificazioni che ci metterebbero quasi sotto l'ambito della legge contro il neofascismo. L'occasione, ora, è buona per poter dire quello che noi vogliamo, perché se veramente sentissi qui proporre delle cose nuove, che potessero costituire, nella sicurezza della libertà, un processo di rinnovamento rapido e possibile, di elevazione delle condizioni di vita del nostro popolo effettiva e non soltanto enunciata, sarei disposto a dare i miei 2.500 voti, a dare la mia delega, perché come cittadino, come padre di famiglia, oltreché come democristiano, uscirei confortato da questa prospettiva.
Noi ci siamo lamentati di “Iniziativa Democratica” e forse abbiamo fatto male perché prima ne avevamo una e adesso … ne abbiamo due! Noi, se fosse utile al Partito, in una ripartizione non subdola ma leale di posizioni e di funzioni, saremmo anche disposti a scottarci le mani tenendo questo famoso cerino di destra che ognuno si affretta a spegnere nell'imminenza dei Congressi. Ma vogliamo chiarire, sia pure nel breve tempo imposto dai lavori del Congresso, perché vogliamo essere giudicati per quello che siamo e non per quelli che ad altri fa comodo di attribuire a noi e ai nostri amici. Noi vogliamo specialmente mantenerci fedeli alle stesse posizioni che ci animano durante la preparazione elettorale. Sono attento alla produzione della SPES. Quando siamo in vigilia elettorale, la SPES pubblica, per i cittadini più frettolosi, dei manifesti tra i quali ne ricordo uno in cui c'è una figura con due facce: quella di Nenni da una parte e quella di Togliatti dall'altra. E ciò proprio per significare che tra i due non c'è nessuna differenza. Io desidero, anche nel Congresso, rimanere fedele agli stessi discorsi che faccio durante il periodo della campagna elettorale.
Noi sentiamo che il “centro-sinistra” non è una posizione chiara anche se una parte dei delegati, in perfetta buona fede, crede di poter avere un determinato rapporto con i socialisti italiani attraverso una specie di alternativa alla situazione attuale. E' una posizione chiara. Ma dai discorsi fatti dall'on. Fanfani abbiamo appreso che questa non è, a quanto sembra, la sua posizione. E anche perciò, proprio questa sera, io prego l'on. Fanfani di volerci con chiarezza dire quale sia la posizione di centro-sinistra del nostro Partito nei confronti dell'on. Nenni e se ci siano delle novità, delle prospettive differenti da quelle che noi conosciamo. Perché, amici congressisti, tra noi deputati, uomini di Governo, ci conosciamo abbastanza bene e conosciamo anche i limiti oggettivi delle nostre possibilità di azione. Abbiamo, credo, il dovere, quando veniamo davanti a voi, di farvi partecipi non solo delle prospettive rosee, di quello che desidereremmo fare, m anche delle esperienze che ciascuno di noi ha fatto e che portano a dover concludere che non sempre tutto quello che si vorrebbe si può attuare, anche se dobbiamo mantenere l'anelito di poterlo fare un giorno, altrimenti ci si adatterebbe ad una acquiescenza che intiepidirebbe la nostra attività.
Noi abbiamo sentito ripetere qui più volte che esistono “gruppi di potere” che avrebbero premuto contro gli alleati e contro la DC. E chi nega che esistano dei “gruppi di potere” in senso generale nella formazione dell'opinione pubblica? Io vorrei dire in materia di “gruppi di potere” che, per esempio, la indipendenza della magistratura non riposa solo sulla Costituzione o sulle leggi, ma sulla purezza di coscienza dei singoli magistrati, sulla libertà di carattere degli uomini. Questo vale anche nei confronti degli uomini politici. Io non mi sono mai trovato (e sono sicuro che il discorso vale anche per altri) a dover porre un'alternativa dinanzi al mio cammino in seguito a pressioni dei “gruppi di potere”. I quali naturalmente esistono senz'altro: vi sono “gruppi di potere” privati, gruppi semi-privati, “gruppi di potere” pubblici.
Si è accennato anche ai giornali. Credete voi che essi rappresentino sempre l'interesse o l'orientamento dei proprietari delle testate o delle aziende cui fanno capo? Ebbene, c'è un giornale che è proprietà delle aziende di Stato e che in questi giorni, seguendo i nostri lavori, dimostra di avere un indirizzo che non credo possa essere quello delle aziende di Stato che ne posseggono la testata. Quando questa mattina abbiamo visto il titolo de “Il Giorno”: “La DC al bivio di rottura”, io veramente mi sono sentito umiliato.
Noi crediamo che la Direzione del Partito, comunque sia composta, debba porsi il problema della effettiva impossibilità di deviare in qualunque modo il corso della normalità democratica, ed a me pare che Moro, nella sua relazione, quando ha giustamente richiamato il suffragio universale come fondamento della nostra convivenza politica, abbia voluto dare un indirizzo non eversivo, un indirizzo che non serva a chiudere la bocca o debba distornare degli interessamenti, ma un indirizzo che mi pare destinato a creare quello Stato ordinato senza del quale veramente sarebbe vano pensare alla costruzione di una società democratica più ampia o al mantenimento della stessa società oggi esistente.
Io mi trovo imbarazzato ad accennare alla relazione di Moro, perché non vorrei comprometterlo. Tuttavia quando ho sentito quella relazione, veramente ad alto livello, mi pareva di essere tornati a tempi in cui eravamo tutti migliori, quando cioè non ci occupavamo di politica, al tempo delle relazioni di Moro alla FUCI. E veramente pensavo (non per creare un sansepolcrismo di Partito) che, se noi fossimo sempre tutti un po' più attenti nell'affidare posizioni di responsabilità ad uomini che quella esperienza non hanno vissuto (non parlo evidentemente solo dell'esperienza della FUCI), probabilmente noi potremmo avere anche dei dissensi politici, ma non potremmo mai avere quei dissensi di carattere umano che in questi giorni ci hanno lasciato un sapore amaro in bocca ed hanno reso in alcuni momenti veramente triste ed opprimente questa atmosfera.
Noi siamo convinti che qui sarà detta una parola chiara su questo argomento dei “gruppi di potere”, perché le denunce, anche se contro ignoti, lasciano delle ferite, lasciano dei dubbi e delle perplessità che poi fruttificano situazioni amare delle quali non potremo né meravigliarci né dolerci.
Ma io vorrei dire a tutti gli amici, comunque la pensino: state attenti alle promesse troppo facili, perché queste promesse, se aiutano a conquistare il potere all'interno o all'esterno del Partito, poi si ripercuotono contro i loro autori (quando sono appunto promesse facili). Ed allora gli autori di esse sono indotti a battere o la strada dei diversivi o, peggio, quella della compressione di forme libere proprio per non dover rendere conto di quelle promesse in base a cui si erano create determinate situazioni.
Io penso che possiamo parlare e discutere – come ha fatto Verga di Milano – di nazionalizzazione delle fonti di energia, ed ognuno in proposito può avere le sue idee. Ma dire che uno non è amico del popolo mentre un altro lo è, rappresenta un discorso da Barbanera, e non da Congresso di Partito.
Noi siamo in una fase – lo ha detto Moro – che non consente alternative democratiche: da qui la necessità per la DC di governare, perché accanto ad obblighi di carattere generale per il perseguimento dei nostri ideali ultimi e definitivi, noi abbiamo anche obblighi di carattere contingente. E noi dobbiamo realizzare, anche in questo secondo genere di attività (questo il nostro segreto, in fondo) il massimo possibile di attuazione delle nostre aspirazioni di carattere generale. A Napoli, se ben ricordo, io parlai di Marte e Maria, cioè della ripartizione delle funzioni: da un lato la funzione attiva e dall'altro la funzione di studio e di approfondimento. E' vero che la parte migliore se la scelse Maria, secondo il Vangelo, ma ora è accaduti ai dorotei di tramutare la Domus Mariae in Domus Marthae, cioè di dover attendere a un'attività di carattere pratico, di non poter stare a guardare sempre le stelle, ma di dover guardare anche dinanzi ai propri passi per non perdere l'orientamento e per non inciampare nel proprio cammino. Infatti se la Democrazia Cristiana inciampa, le stelle non le potranno più guardare non solo i democristiani, ma nessun democratico del nostro Paese. Noi domandiamo ai nostri amici che amministrano comuni, province o aziende, e che sentono spesso questo contrasto fra le aspirazioni e le possibilità, di riflettere prima di dare giudizi di carattere definitivo; e di non giudicare male il cosiddetto “obbligato realismo” di coloro che governano.
Noi qui, in sede di Congresso, dobbiamo raccogliere queste aspirazioni, perché i Congressi sono come una staffetta ideale nel cammino, che ci auguriamo interminabile, della DC. Importa poco chi siano i portatori; quello che importa è che questa fiamma di purezza, di solidarietà, di libertà tenuta alta dalla DC resti sempre in mani solide, e non passi mai in altre mani, che non siano di democratici cristiani né di democratici.
Dal 1954 ad oggi noi insistiamo sulla necessità di non dare troppa importanza alle formule. Dagli altri eravamo poco considerati proprio per questo; oggi questo concetto è entrato nel patrimonio comune di tutti: la funzione delle minoranze è proprio questa, di battersi per le idee che crede giuste, senza stancarsi mai di ripeterle! Noi, amici, dobbiamo disincantare l'opinione pubblica dalla critica pregiudiziale al monocolore, per le ragioni che conoscete e per alcune considerazioni che ora esporrò. Non è serio affermare – come faceva un foglio giovanile del nostro Partito – che il monocolore sarebbe un “chiodo fisso” mio e dei miei quattro amici, se da Trento ad oggi, su trentasei mesi, noi ne abbiamo avuti ventidue di monocolore e soltanto quattordici di Governi di collaborazione! E ciò perché il Partito non è un'accademia di studi ma, appunto, un Partito politico, che deve tenere conto della realtà e delle concrete possibilità che si presentano, salvo tenere viva la tensione per potere superare senza danni le difficoltà del momento.
Vi è una pagina di uno scrittore negro americano in cui si parla del fallimento della campagna antiproibizionista di un propagandista dell'abolizionismo, ai tempi della proibizione degli alcoolici, al quale ad un certo punto viene consigliato di lasciare che le cose continuino ad andare come sempre, perché in quel modo restavano tutti contenti... Ebbene, io penso qualche volta a ciò a proposito dei voti delle destre...
Noi crediamo che il discorso politico del Congresso debba essere rivolto a trenta milioni e più di elettori; non deve essere quindi un discorso di sottobanco, ma va fatto alla luce del sole; deve essere un discorso che non dia incremento a quelle correnti non organizzate, ma esistenti, che una volta mi permisi di chiamare dei “Nicodemi”, con riferimento al personaggio evangelico che osava recarsi da Gesù solo di notte per timore che qualcuno lo vedesse... E “Nicodemi” appunto io chiamo coloro i quali pensano che bisogna intrecciare silenziosamente, nottetempo, i rapporti politici; noi siamo contrari a qualunque “nicodemismo”, quale che sia la corrente che a questo sistema faccia ricorso!
Noi abbiamo avuto una serie differente, per posizioni e per momenti storico-parlamentari, di esperienze monocolori. Forse che quando De Gasperi, il 28 luglio del 1953, chiese ai monarchici quella “tregua per conoscerci”, credete che non ne soffrisse nel suo intimo? Ma egli valutò che, in quel momento, si trattava di una scelta obbligata. Numerosi sono stati, nella recente storia parlamentare, i governi monocolore, riusciti o non. Io credo che noi dobbiamo, amici del Partito, fare uno sforzo di meditazione, pensando seriamente se non siamo su di una strada che è di fatto obbligata, tanto che tutti sono costretti poi a percorrerla in certe situazioni.
Ma il tema del Congresso è l'ampliamento dei consensi allo Stato democratico, ed è questo allargamento della base democratica del Paese che noi dobbiamo ricercare. Per raggiungere tale scopo abbiamo alcune idee, che intendiamo sottoporre al Congresso attraverso una mozione nella quale questi principi sono enunciati.
Non facciamo qui il gioco di dire chi sia più anticomunista tra noi... Ogni tanto risorge questa specie di gioco di società all'interno della DC. Ricordo, ad esempio, che ad un Consiglio nazionale, ad Anzio, Gonella e Ravaioli accusarono De Gasperi e Scelba di non essere sufficientemente attivi nella lotta contro il comunismo... Nell'ottobre del 1955, poi, durante il Governo Segni, un corsivo dell'on. Fanfani su “Il Popolo” accusava lo stesso Segni e Tambroni di non essere sufficientemente forti nell'anticomunismo... Noi dobbiamo unicamente riconoscere che deve essere non tanto il lancio del Lunik o la distensione (anche se si tratta di avvenimenti che certamente non vanno sottovalutati), ma l'esperienza storica acquisita ad indirizzarci verso forme nuove di lotta al comunismo. Quali queste forme nuove siano, lo dirò subito, giacché a me non piacciono i discorsi in cui si dice che “bisogna costruire qualche cosa di moderno” ma non si dice chiaramente in che cosa questo “moderno” consista...
Per quanto riguarda il partito socialdemocratico, un punto deve rimanere fermo: noi dobbiamo considerare l'accrescimento elettorale di quel partito come un'esigenza di lealtà e anche di intelligenza politica, né dobbiamo mai dare al PSDI il sospetto che lo si voglia aggirare per arrivare direttamente ad intessere rapporti con il PSI. Come noi non vogliamo che altri partiti discutano con le frazioni e con le correnti della Democrazia Cristiana, così dobbiamo anche noi non intessere mai discussioni con le frazioni e le correnti degli altri partiti, sia del PSI che di qualsiasi altra formazione dello schieramento politico italiano.
Noi dobbiamo mirare non ai partiti, ma agli elettori; e questa mi pare una delle novità della nostra impostazione. Per molti anni abbiamo discusso dei rapporti fra la DC e gli altri partiti, non ottenendo però né uno sfaldamento della sinistra né un alleggerimento della sua pressione. Ma rivolgendoci direttamente agli elettori potremmo ottenere cospicui risultati. Noi dobbiamo parlare ai cittadini, e non ai partiti, sotto il profilo dell'allargamento delle basi democratiche. Io provo una gran pena ogni volta che devo dire che sono antidemocratici degli uomini (non importa a quale corrente del socialismo appartengano) che però hanno dimostrato di sapere pagare di persona, duramente, quando si è trattato di testimoniare per la libertà. Noi dobbiamo certo, con la nostra azione, impedire che essi, magari involontariamente, rendano agli altri quello che hanno avuto da terzi ormai scomparsi; noi non possiamo dimenticare questi valori morali e tanto meno dobbiamo porre quello del socialismo come problema di “conversione” di Nenni, come molti dei nostri amici “ab immemorabili” hanno posto, a mio giudizio sbagliando completamente. E' diverso il problema perché non si tratta di attuare un'operazione Nenni, che se fosse stralciata da una condizione profondamente mutata della base degli iscritti e più ancora degli elettori socialisti, non avrebbe alcun significato. Noi dobbiamo guardare agli elettori e dobbiamo tener conto che molti non sono soltanto anti democratici cristiani, ma sono anti lo Stato, che considerano incarnato in una forma di borghesia volgente di momento in momento con caratteristiche diverse, ma sempre in qualche modo espressione di un capitalismo.
Si è fatto un notevole passo avanti quando abbiamo tolto dal campo dei contrasti il punto di discriminazione del senso dello Stato, rispetto a quando si diceva che i cattolici (questo vale per i socialisti e per i liberali) non potevano avere il senso dello Stato, che i cattolici non potevano avere il senso del patriottismo, il senso della dignità dei valori nazionali. Questo è stato stradimostrato falso. Ma ci sono pregiudiziali e sospetti che rimangono ancora, sospetti di ordine morale, sospetti di ordine religioso, sospetti di ordine sociale, sospetti di ordine economico. Ed allora è attraverso la nostra azione che dobbiamo scegliere concordemente e poi difendere concordemente le nostre scelte, altrimenti non si ottiene il risultato politico proprio nei confronti dell'allargamento dei consensi, che è il problema di questo Congresso. Un'opera di educazione, fatta con il concorso e con la pressione (questa sì “pressione”) democratica della nostra azione politica; un'opera di educazione e di acquisizione, fatta portando larghi strati dell'elettorato verso alvei naturali in cui possono entrare.
Non è necessario che entrino nella DC. L'importante è che entrino nei loro alvei naturali, dando alla destra una sua funzione. La destra dovrebbe meditare (lo dico senza alcuna punta di ironia, lo dico perché mi pare pertinente) su quella che è stata l'involuzione del Partito Repubblicano Italiano. Non si campa di ricordi, di emblemi: si deve campare di un avvenire. Per cui la creazione di una destra democratica non disturba affatto, anzi darà a noi la possibilità di svolgere più serenamente il nostro lavoro. E la creazione di una sinistra democratica più rafforzata come sarà? Probabilmente non sarà né la socialdemocrazia nella sua forma politica attuale, né certamente il PSI: sarà qualche cosa di nuovo. La stessa socialdemocrazia sta recuperando gli ex-comunisti, che in fatto di garanzie contro il comunismo credo che veramente possano essere considerati degli uomini sicuri.
Qui abbiamo sentito parlare dei miti. Si parla di Vallombrosa. Ma se prendiamo gli atti di Vallombrosa (non parlo degli atti interni del Partito), come ne ha parlato “Il Popolo”, vediamo che a Vallombrosa avemmo una prospettazione – come oggi si usa dire – di alcuni avvenimenti che avrebbero potuto mutare in senso socialista il volto dell'Europa. E dicemmo che avremmo avuto, almeno fra le ipotesi che potevano essere fatte nell'autunno 1957 sulle elezioni germaniche, una forza maggiore dei socialisti democratici tedeschi nei confronti di Adenauer, che avremmo avuto (non invento io queste cose, sono negli atti di Vallombrosa) una possibilità di ritorno dei laburisti al Governo del Regno di Sua Maestà britannica, che avremmo avuto, attraverso la pressione dell'Internazionale socialista, l'unificazione socialista nel nostro Paese. Tutti avvenimenti che non si sono verificati. E a me pare che questa debba portarci a concludere proprio che il discorso non è un discorso di formule.
A me è piaciuto il discorso di De Mita, anche se ha parlato di clerico-moderati e d'altro. Mi pare che De Mita abbia parlato in modo serio quando ha detto di spostare il problema dei rapporti con il PSI dai termini formali di un problema giuridicizzante, da carta da bollo. Proprio l'errore di questi anni è stato di concepire questo problema come una specie di atto notarile. Credo che possiamo in questo campo ricordare all'on. Fanfani, allorché era vincolato in certo modo dai risultati di tre imminenti Congressi, il suo triplice augurio: quello ai repubblicani perché passassero da una forma di astensione ad una forma di collaborazione attraverso il loro Congresso, quello ai socialisti perché trovassero la strada di un distacco dai comunisti nel Congresso di Napoli, e quello ai liberali perché passassero da una opposizione astiosa ad una opposizione costruttiva. Che cosa accadde dopo il Congresso di Napoli? Che vedemmo Nenni ribadire i suoi vincoli al Partito comunista. Non badate alle cose che si dicono o ad alcuni interventi stralciati per opportune tesi di comodo, ma guardate alla realtà delle conclusioni sicure. In fondo vedemmo ribadire addirittura un passo indietro, cioè il concetto di “autonomia socialista” in confronto del concetto precedente di “alternativa democratica”, sul quale pure erano state intessute molte congetture nel campo nostro.
Noi pensiamo in che modo questo può essere sinteticamente da noi raggiunto, cioè come possiamo ottenere questa fiducia non con espedienti, ma con una linea politica seria. Il modo, a mio giudizio, è questo: noi abbiamo tutti insieme sofferto l'esperienza del Governo dell'on. Fanfani, sofferto specialmente per la umiliazione. Io non faccio qui (è stata fatta molto) la facile dissertazione sui “franchi tiratori”. Noi abbiamo fatto nella nostra mozione una proposta concreta, che non è un espediente, ma è veramente una proposta di significato politico, quello cioè che i nostri Gruppi Parlamentari siano dal Congresso invitati a riprendere la proposta di Sturzo per abolire il sistema dello scrutinio segreto dalle votazioni parlamentari. E' un omaggio tra l'altro alla memoria di Sturzo, del quale oggi tutti dicono bene, ma del quale bisogna ancora ulteriormente approfondire la conoscenza perché vi sono cose che vanno ancora illustrate e discusse. Lo Sturzo (capita a tutti il turno di essere considerati espressione della destra, della Confindustria o della conservazione), vissuto e morto in quella piccola e nuda stanzetta delle Suore Canossiane, era rappresentato, anche da nostri amici, come un servo più o meno sciocco di quelli che erano i grandi interessi padronali, di cui non riusciva ad avvedersi. Noi sentiamo come questo o quell'altro argomento di Sturzo debbano essere approfonditi, come la sua intransigenza. Io lodo l'intransigenza di Sturzo nel 1922, ma lodo anche l'intransigenza di Sturzo verso i comunisti e i socialisti in tutti questi anni del dopoguerra, perché mi pare che rappresentasse ina visione chiara in un uomo che certo in fatto di libertà e di democrazia non aveva bisogni di lezioni da nessuno.
Ma c'è oggi questa bipartizione (torniamo ai bivi) tra i clerico-moderati e i cattolici progressisti. A me pare che questo sia un muoversi in una concezione di Stato che è superata. Non esiste oggi il partito dei moderati a sostegno dello Stato moderato a cui i cattolici offrivano, in una loro frazione, un determinato apporto. E specialmente oggi la cosa è diversa, perché i cattolici non sono più fuori dello Stato liberale, a lottare per l'ingresso in questo Stato. Sono dentro anzi sono al centro della direzione politica dello Stato. Penso quindi che i nostri amici debbano porre diversamente il problema. Essi debbono cioè domandarsi: c'è chi è soddisfatto della realtà sociale attuale? Se la risposta è sì, allora c'è un'ala conservatrice; se la risposta è no, quest'ala conservatrice non esiste. E per noi la risposta è: no!
Ma allora noi, una volta che riteniamo (e chi non lo sente!) che vi sia questo profondo e importante cammino ancora da percorrere, senza voler negare tutto quello che è stato percorso fin qui dalla Democrazia Cristiana e dallo Stato, dobbiamo chiederci cosa possiamo fare e in che modo. Qual'è la società da creare e che per ora è appena abbozzata? Per noi questa consiste in una società in cui la generalità dei soci sia composta da ceti medi robusti e abili nella produzione, abili nella vita sociale, abili nella rappresentanza politica. Non dite, amici, che questo è un centrismo deteriore. Ho sentito addirittura un giovane, che credo avesse digerito un po' male, sia pure in buona fede, gli inni sacri, dire: “Ma come, il Signore ha detto che deporrà i potenti dalle sedie e ci metterà gli umili!”.
Amici, noi riteniamo che questa sia la vera espressione dello Stato (socialdemocratico o comunque voi dite che sia non importa): di uno Stato dove sia assicurata la libertà e dove, anche se esistono perplessità e problemi, perché i problemi non si esauriscono nell'ordine economico ma costituiscono la certezza della stabilità democratica, essi costituiscono la sicurezza di un organismo civile in cui, attraverso questo progressivo livellamento in alto, suscitato da aspirazioni ben radicalizzate, e attraverso specialmente una solida politica fiscale, nel proseguimento e nella scia delle linee della politica tributaria del piano Vanoni, si abbia veramente questa trasformazione, questa possibilità di ricongiungimento e di acquisizione allo Stato di larghissime masse. In quel momento non esisterà più un complesso di rapporti tra i dirigenti della Democrazia Cristiana e i dirigenti del PSI: esisterà una realtà diversa, nella quale sarà molto più facile intessere, nelle forme parlamentari, quelle collaborazioni che altrimenti sarebbero degli espedienti destinati a suscitare tante apprensioni che probabilmente minaccerebbero l'equilibrio e l'esistenza stessa della Democrazia Cristiana nel nostro Paese. Uno Stato in cui le cooperative, i consorzi veramente costituiscano il centro dell'attività, della vita economica e dell'organizzazione produttiva.
Qui si è criticato il credito. In parte ne ha parlato il Ministro Tambroni, ma su questo discorso darò più avanti un piccolo giudizio politico. In molti punti della parte economico-sociale non trovo differenziazioni, se non in una accentuazione di tono, da quella che credo sia la linea che fin qui è stata seguita dalla D.C. Mi pare che quella non possa essere una discriminante. Ma si è fatta una critica al credito. Lasciatemi dire con molta spregiudicatezza, amici, che il credito ha un fondamento: la restituzione. Non cerchiamo, amici, delle trasformazioni di cose che già abbiamo. Esiste già il Comitato del credito e io posso domandare, io che ho vissuto questa attività: c'è stato un solo caso di iniziative serie, di società dello Stato (ENI, IRI, eccetera) o di privati seri che non abbia avuto il finanziamento In questi dieci o dodici anni? Io credo che si debba dire onestamente di no. Io domando veramente se qualcuno può responsabilmente sostenere che per le aziende di Stato ci sia stata qualche limitazione al finanziamento di iniziative in Italia e all'estero.
Ho già detto che non vedo delle scelte differenti, vedo le scelte tra cose serie e cose non serie, tra cose buone e cose non buone. Noi abbiamo negato le garanzie di credito per iniziative che costituivano un carico per la collettività, i vantaggi delle quali sarebbero stati solo degli azionisti o dei beneficiari. Questo sì. Noi abbiamo spostato quella che era stata la mina dell'altro dopoguerra; chi non è più giovane o chi, giovane, lo ha letto o studiato, ricorda che cosa è stato il fallimento della Banca di sconto, che cosa è stata la minaccia di fallimento di altri grossi istituti bancari e se un giorno forse si farà la storia della marcia su Roma un po’ più approfondita si vedrà che questi temi hanno giocato anch'essi prepotentemente nei confronti di una deviazione, di una involuzione politica nel nostro Paese.
Esistono Paesi in cui il risparmio, essendo raccolto in molti rivoli e quindi non facilmente collocabile dal suo detentore, non è solo un'attività ordinaria delle banche, ma per lo più del credito a breve termine. E' necessario creare degli strumenti che consentano di avere la possibilità di maggiori finanziamenti in libertà e con rischio dei depositari. E' necessario avere dei « trusts » di investimenti, che in altre occasioni creano davvero la possibilità per lo Stato di intervenire nelle zone depresse e non solo con i rischi di tutti noi contribuenti italiani, ma in particolare con i rischi di finanziatori e depositanti. Ma non è certo qui il caso di entrare nei dettagli.
La seconda nostra proposta riguarda la necessità di creare nel Partito, al centro e nelle province, un Ufficio, come ha accennato Ceschi, per l'aggiornamento politico, via via, dello schema Vanoni. Sugli obiettivi dello schema Vanoni siamo tutti concordi, e come potremmo non esserlo? Siamo però necessariamente portati a doverne considerare a mano a mano le contingenze. Qui sono stati citati dati diversi. Probabilmente c'è un errore che dipende da noi, dal non aver segnalato cioè a suo tempo che mentre le previsioni iniziali dello schema Vanoni erano impostate secondo determinati parametri, quelle delle osservazioni del prof. Saraceno, che fu il collaboratore primo del sen. Vanoni anche nella formulazione dello schema, sono fatte secondo i criteri della relazione economica generale, che non sono gli stessi. Perciò è facile molte volte confondersi; in buona fede si può arrivare a dare dei giudizi negativi per alcuni capitoli positivi, e viceversa.
Ma c’è un'osservazione psicologica, ed è questa: meno si parla di sinistra e più si può fare una politica anche ardita di carattere finanziario. In Inghilterra i conservatori, gli appartenenti cioè a un partito che non è certamente di destra (adesso che ha vinto le elezioni sono tutti concordi nell'affermarlo), quest’anno nel bilancio hanno stanziato 823 milioni di sterline per spese di investimenti di cui solo cento o poco più sono coperti dalle entrate cui bilancio; il resto è frutto di debito pubblico. Se lo facesse un Governo su cui pesasse il sospetto (e sappiamo che delle volte le apparenze in politica pesano altrettanto come i motivi di sostanza) di voler fare una politica di sinistra, non avrebbe questa possibilità di attuare un programma così ardito. Si avrebbe invece la fuga dei capitali, uno di quei periodi di inaridimento che costituiscono una vergogna nazionale. Siccome non siamo soltanto uomini che hanno preoccupazioni morali, ma anche uomini politici, dobbiamo preoccuparci di superare nel nostro sistema il sospetto per rendere attuabili queste iniziative all'interno del nostro Paese.
De Gasperi, nel 1949-50, l'anno bello della democrazia, delle grandi riforme, non parlò mai di sinistra, di centro-sinistra, perché non voleva allarmare, voleva fare. Ha fatto il giro quest'estate la frase di De Gasperi, sembrava il punto discriminante, del « centro marciante verso sinistra ». E' un brutto sistema quello di isolare una frase. (Meno male che non si scrive più sui muri delle case lungo le strade nazionali!). E' un brutto sistema, e se si devono canonizzare delle frasi, pregherei di ricordare quello che De Gasperi disse nel discorso di Predazzo nell'estate del 1952: «Amici, la D.C. è un Partito di conservazione e insieme di progresso ». Questa certo non avrà un veicolo di propaganda altrettanto veloce quanto la frase precedente...
Su questo punto non ho possibilità di soffermarmi. Vorrei solo dire che bisogna avere il coraggio di spostare il nostro asse orientativo dell'attuazione dello schema Vanoni dal piano della austerità a quello del benessere. Non mi si accusi di essere contro l'austerità intesa in senso morale. Si tratta di un giudizio di carattere politico-economico, che noi diamo. Mi pare che quando vediamo non solo l'esperienza, molto diversa oggi ma all'inizio no, dell'economia americana e soprattutto l'esperienza dell'economia tedesca di questo dopoguerra, che facendo leva sugli stessi concetti ha creato una società non solo viva, ma molto più giusta della nostra società, rileviamo che vi sono meno scioperi e più armonia nelle fabbriche. Ma questo dipende proprio dal fatto della diversa impostazione che associa concretamente tutti i fattori della creazione della ricchezza nazionale.
Io preferisco riferirmi alla Germania e non alla Francia. In una parabola discendente i nostri amici francesi hanno avuto profonde umiliazioni (non esprimo un giudizio politico su un altro Paese, ma su un partito) quando il Presidente del Consiglio Pflimlin ha dovuto premiare con le sue mani i generali che avevano, attraverso la ribellione al suo Governo, creato una situazione che certo dei democratici effettivi non possono considerare rosea. Noi guardiamo senza dubbio alla D.C. italiana; ma se dobbiamo avere la coda dell'occhio verso dei nostri colleghi di altre nazioni, guardiamo a quello che hanno potuto fare i democratici cristiani tedeschi piuttosto che a quello che non hanno potuto fare i democratici cristiani francesi, pur sempre ricchi di idee, di programmi, di libri, di ordini del giorno, tutte cose brillanti, mentre la politica va vista nel concreto delle realizzazioni e non solo nell'astratto teorico e talvolta accademico delle sue enunciazioni.
Un'altra osservazione. Si considerano le opere pubbliche come opere che non danno a questa concezione di investimenti produttivi un notevole apporto. Ciononostante noi sentiamo che c'è molto da fare in questo campo. Non vorrei essere frainteso. Poiché la solidarietà verso i poveri è universale, mi auguro che noi possiamo fare molto per i poveri dei Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente; però prego di non dimenticare mai che esiste un dovere primario verso i poveri del nostro Paese. Il limite della nostra posizione attuale è questo: noi siamo costretti a rinnovare un ponte completamente, ma senza mai interromperne del tutto il traffico. Noi vogliamo rinnovare, non dico tutto, perché molte cose esistono e sono anche buone, ma profondamente il ponte della vita degli italiani, non interrompendo però mai quello che è il cammino dell'attività quotidiana.
Di qua viene l'assoluta inconsistenza dell'accusa di apertura a destra. Se noi abbiamo una colpa, questa è un merito; cioè se noi abbiamo discusso di questo, significa che ciò serviva a evitare che quando i « monocolori » dovevano necessariamente farsi ci fosse dello scandalo nell'opinione pubblica e all'interno del Paese. Noi sentiamo che questo non è affatto in contrasto con quella che è stata chiamata la vocazione popolare e antifascista della D.C. Io preferisco dire « post-fascista » e con tutto ciò ho dei dubbi perché parlare troppo di antifascismo e di Resistenza spesso è inversamente proporzionale alla presenza attiva nell'uno e nell'altra. Noi siamo coscienti di aver fatto il nostro dovere e pensiamo sempre con dolcezza al nostro lavoro nel periodo della Resistenza; non per questo però ci viene in mente di farcene un vessillo da sbandierare, e non già perché non ne sentiamo il valore morale oltreché politico, ma perché preferiamo supporre che ci sia una concordia di valutazione a questo riguardo. Noi preghiamo fin d'ora la Direzione del Partito che uscirà dal Congresso di voler ricordare alle nuove generazioni la Resistenza, onde anche gli uomini della Resistenza, i più spiccati dentro il Partito, siano degnamente ricordati. Da quando è morto De Gasperi non ricordo più manifestazioni per onorare il generale Cadorna, ed ho visto che l'amico Marazza non ha avuto nelle ultime consultazioni un riconoscimento di ordine elettorale degno della sua opera. Sentiamo che c'è una Resistenza che continua e che dobbiamo sempre tener viva e presente nelle nostre enunciazioni politiche.
Ma quale è il pericolo più grosso, oggi? E' il senso, direi, cinico delle mimetizzazioni del Partito comunista. Non esiste un problema di alleanze, esiste un problema di orbita: il comunismo combatte la Democrazia Cristiana cercando di togliere dall'orbita, vicina o lontana che sia, della sua concezione politica il massimo possibile di partiti, di raggruppamenti, di cittadini. Nel 1958, in Val d'Aosta il gruppo comunista si unì per le elezioni senatoriali ad altri partiti e riuscì ad isolare la Democrazia Cristiana, per cui perdemmo un deputato e un senatore. E cos'altro è l'« operazione Milazzo » se non la grande concentrazione antidemocristiana? Perché siamo preoccupatissimi dell'attuale situazione? Amico Stagno D'Alcontres, e non vorrei chiamandoti amico danneggiarti, non si sa mai, tu hai parlato prima delle cose di Sicilia: non ti ripeterò. Dico solo che ho molte preoccupazioni per la primavera, non la « Primavera » nostra, ma quella dell’anno venturo per la grande tornata delle elezioni amministrative.
Non è vero quello che alcuni dicono, che non importa perdere voti a destra perché si guadagnano a sinistra. Anche questa è una delle tante litanie, dei luoghi comuni. Certo che se mi si dicesse: togli un milione di voti alla sinistra e perdili a destra, non starei due volte a pensarci. Ma attenti, perché esistono due pericoli: se rafforziamo le sinistre (e qui si vede veramente chi è amico delle destre o amico del giaguaro) esse possono essere portate a moltiplicare nelle giunte queste neo-alleanze di tipo milazziano con le conseguenze che tutti possono immaginare; onde molti dubbiosi comincerebbero ad avere di quelle crisi di coscienza che affiorano quando le cose volgono all'incerto e quando il barometro politico segna variabile. Ma l'altro pericolo è che le destre si rafforzino e il giorno in cui si verificasse ciò nascerebbe in loro un forte richiamo della foresta monarchica (meno importante) o fascista, a seconda dei casi, che creerebbe condizioni di impossibilità di carattere politico anche sul piano delle semplici situazioni transitorie. Importerebbe poi ben poco dire « lo avevamo detto », perché i risultati per noi e per il nostro Paese sarebbero egualmente disastrosi. Dobbiamo capire che questa è la tattica odierna del comunismo. Ciò non vuol dire che determini le unioni sacre (e chi le vuole?), ma il comunismo ha impostato le piattaforme di queste concentrazioni un po' ovunque, non esclusa Roma, in seno all'amministrazione provinciale, dove si vedono in giunta i monarchici insieme al socialisti e comunisti formare disinvoltamente la maggioranza.
Non possiamo responsabilmente dimenticare che 11 problema vivo è quello di evitare di creare queste situazioni nella vita del nostro Paese. Noi non facciamo discriminazioni religiose. Si è detto: ma si può stare al Governo senza andare a Messa. (Direi, molto sottovoce, che mi contenterei che ci andassero sempre tutti i democristiani). Mi guardo bene dal fare queste sciocche considerazioni (sciocche, s'intende, non nella sostanza: non vorrei crearmi difficoltà di carattere religioso perché per un uomo politico salvarsi l'anima è già più difficile). Ma io domando: c'è qualcuno tra voi che crede che i popolari erano nati per essere dopo pochi anni il supporto del Governo Mussolini? Certo no. Ma purtroppo questo è avvenuto nel nostro Paese. Noi dobbiamo allora dire quello che il precongresso e un po' tutta la stampa ha detto e ripetuto. C'è qualcuno che pensa, per quanto possa essere ostile nei confronti di Giolitti, che questi fosse peggiore (dal punto di vista politico, non della persona) di Mussolini? No. Noi perciò abbiamo sempre detto che non vogliamo né Governi tipo Milazzo né Governi mussoliniani, ma che, se si fosse costretti a scegliere tra avere il voto dalle destre e dare il voto alle destre, sia da preferire certamente la prima ipotesi.
E attenti a non suscitare i massimalismi, nemmeno quelli dl destra. Il sen. Zoli, in occasione della presentazione del suo Governo, mise a dura prova la capacità di incassare delle destre. Come nella commedia di De Filippo un personaggio continua a dire sempre: « Non ti pago, non ti pago »; così le destre, nonostante le offese (in senso politico naturalmente) di Zoli, continuavano a dire « E noi ti votiamo ». Ma attenti, ripeto, a non metterci nella situazione di dover davvero pagare dei tributi alle destre per l'appoggio che ci danno.
Né si dica che noi abbiamo paura delle elezioni. Io sono d'avviso che normalmente le legislature debbano scadere nel termine costituzionale. Ma in tempi di democrazia e specialmente dl Governi difficili, le sorprese sono sempre possibili e la necessità, anche obiettiva, di rifare le elezioni può presentarsi da un momento all'altro: da qui la necessità di essere sempre pronti, di aver un Partito vigoroso e valido e non cominciare la preparazione elettorale solo sei mesi prima della scadenza delle Camere.
Qualcuno ha detto che la situazione attuale fa sentire qualche ripercussione negli ambienti dei lavoratori. E' possibilissimo: se la situazione non la capisce nemmeno qualche Segretario di sezione che pure segue normalmente le vicende politiche, è ammissibile che qualche datore di lavoro creda che sia venuto il momento per prendersi qualche rivincita. Ma dobbiamo essere noi a chiarire le cose, a dimostrare che questo non è un Governo che pieghi a destra. E’ il Governo che ha voluto la legge « erga omnes », le cui difficoltà di cammino sono note perché da dieci anni era ferma in Parlamento. Si dica che è una legge di questo Governo o, per lo meno, se non si vuol attribuire a noi questo merito, si dica che essa è passata « nonostante » questo Governo, mentre, in precedenza, « nonostante » i precedenti Governi di sinistra, non si era riusciti a farla passare. Ma si pensi, del resto, se la situazione attuale riesce a far sentire ripercussioni di questo genere, alle ripercussioni che si registrerebbero se si avesse non il semplice sospetto, ma la certezza che il Governo è andato a sinistra. Ben diverse e ben peggiori sarebbero le conseguenze.
Ma, a parte questa necessità di chiarimento e di propaganda, noi pensiamo che qualche cosa di più ancora si debba fare, sul piano pratico, per mostrare chi siamo e che cosa vogliamo e per mostrare il nostro vero volto ai lavoratori. Nella nostra mozione noi abbiano messo, sulla scia della tradizione e del pensiero sociale cristiano, la richiesta di istituzione della partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende. Noi pensiamo che questo non è contro lo schema Vanoni, perché noi non vogliamo dare ai lavoratori la fetta di utili che sarebbe spettata allo Stato (che lo Stato deve conservare per effettuare investimenti pubblici o a sollievo della disoccupazione), ma una parte dei profitti dei datori di lavoro. E non pensiamo nemmeno che si tratti di una posizione di sinistra. Non è né di sinistra, né di destra, ma solo una cosa seria e come tale noi la proponiamo. Noi pensiamo che così si possa offrire ai lavoratori questa arma concreta a dimostrazione di quello che realmente è la D.C. e mi auguro che la nostra proposta non solo venga accolta, ma sia anche attuata.
Termino con una constatazione. Noi abbiamo approvato il programma di cui tutti abbiamo parlato: abbiamo anche fatto una pubblicazione per scendere dalle cose astratte a quelle concrete. I programmi sono tracciati e subiranno la sorte di tutti i programmi: finché sono sulla carta sono delle meravigliose affermazioni, mentre quando sono realizzati diventano solo un povero elenco di cose. Questa è la sorte di tutti i programmi. Ma noi pensiamo che se un Partito vuole affermare la sua unità non nel sentimento (che pure ha il suo valore) ma sulla base di una linea politica, questa unità noi possiamo ritrovare in questo programma, che non può essere sottovalutato per il solo fatto che il Governo che lo ha fatto proprio è, per la prima volta nel dopoguerra, un Governo che dal Parlamento ha avuto investitura ad attuare un programma democristiano.
Non facciamo il processo alle intenzioni! Mettiamo alla prova questo Governo. E', questo, un momento in cui si aprono favorevoli prospettive per il miglioramento della congiuntura, per l'entità dei crediti esteri, per la possibilità di impiego di notevoli capitali. Guai se avessimo dovuto sostenere un monocolore in queste condizioni in alcuni momenti difficili che abbiamo attraversato in questo dopoguerra: avremmo infatti avvertito scricchiolii quotidiani della D.C. Questo è un momento in cui il nostro programma può essere attuato; attuiamolo, senza dargli una etichetta di centro-sinistra! L'on. Tambroni rifletta che il programma che egli ha qui enunciato non è un programma di centro-sinistra. E' un programma di centro. Dandogli l'etichetta di centro-sinistra, involontariamente ci si mette nelle condizioni di creare tutta una serie di obiezioni psicologiche e di difficoltà attorno alla possibilità di attuazione di quel programma.
A Trento accennai ad una certa stanchezza nella D.C. nella lotta contro gli antidemocratici. Oggi questa stanchezza può diventare molto più pericolosa perché la situazione internazionale può accelerare un processo di formazione di stati d'animo che da aspirazioni nobili alla pace vanno all'opportunismo pacifista premiato (sia pure con restituzione successiva di premi, il che dimostra che si consideravano quei danari il premio di Giuda, che doveva essere restituito), a momenti di viltà o di rinunzia. Pochi sono i coraggiosi, molti coloro che hanno la tentazione di crearsi degli alibi. Noi dobbiamo evitare di creare così lo spappolamento di questa società democratica; dobbiamo quindi rinnovare un discorso non sulle intese pratiche o contingenti o sulle formule, ma di difesa effettiva della democrazia in Italia. In questo senso io dico che la Resistenza continua; quella resistenza che ha visto il mondo rivolto verso Berlino schierato in due parti, diviso fra coloro che vogliono e coloro che non vogliono garantire la libertà a due milioni e mezzo di uomini; due milioni e mezzo o 400 milioni poco importa, dal momento che si tratta di uomini, di anime. Questa resistenza non è solo nostra, ma fa affidamento sulla coscienza democratica di tutti gli italiani e specie della D.C. Noi sentiamo che, anche sotto questo profilo, avremo forse un inverno di mesi caldi all'esterno e, Dio non voglia, all'interno del nostro Partito. Noi sentiamo che dobbiamo tenere sempre presente la importanza di questo problema ed a tutti gli altri partiti (specialmente ai cosiddetti « partiti minori ») dobbiamo dire che noi li rispettiamo, purché essi non vogliano rafforzarsi solo ai danni della D.C., e specialmente denigrando la D.C. Per il resto il colloquio è possibile e la situazione è facile.
Mi sia consentito, da ultimo, fare alcune osservazioni sul Partito. Io non avevo rivelazioni da fare, non avevo particolari problemi da riferire al Congresso del Partito. Noi sentiamo che sarebbe ingenuo, però, ricercare l'allargamento dell'area democratica se avessimo un restringimento dell'area interna della D.C. Noi abbiamo ascoltato l'on. Moro quando ha reso omaggio alla funzione di tutte le minoranze e alle esigenze di una Direzione largamente rappresentativa. I voti saranno quelli che saranno, e le possibilità tecniche sono quelle che sono; ciò non ha molta importanza: l'essenziale è che da questo Congresso nasca lo spirito dell'unità e che ritroviamo quella fraternità di altri tempi, di quando cantavamo insieme «Bianco fiore » e si sapeva meglio comporre eventuali dissensi. Sono piccole cose, si dirà; ma sono cose che hanno la loro importanza, che sono indicative di una situazione degli spiriti che deve essere premessa degli indirizzi politici del Partito. Noi ci auguriamo veramente che le correnti vengano superate, dopo questo Congresso, anche perché le difficoltà dei mesi prossimi richiederanno l'impegno concorde di tutto il Partito. Se noi ascolteremo il richiamo che ci viene da Sturzo, da De Gasperi, da Vanoni, sentiremo che il raggiungimento di questo obiettivo non è impossibile.
Noi ci siamo radunati a Firenze, in questo Congresso difficile e delicato, in un momento particolare. Agli inizi di questi nostri lavori il Segretario provinciale di Firenze ci ha ricordato fra gli altri — ed ha fatto bene — Dante Alighieri. Vorrei ricordarlo anch'io, citando una terzina che egli riferisce a Firenze ma che in realtà riguarda tutta la situazione italiana, del suo e del nostro tempo:

Verso di te, che fai tanto sottili
provvedimenti che a mezzo novembre
non giunge quel che tu d'ottobre fili...

Noi ci siamo radunati in questo Congresso a Firenze, di ottobre, trentasette anni dopo un ottobre molto triste per il popolo italiano e per l'attività dei cattolici nel campo della vita pubblica del nostro Paese. Non vogliamo qui dire se oggi vi sia un « Patto Gentiloni » o no; caso mai sarebbe un « Patto Gentiloni » rovesciato, e sarebbe una rivincita storica di tanti che hanno sofferto al momento di quel patto.
Il 20 di ottobre del 1922 il Consiglio nazionale del Partito Popolare approvò un meraviglioso ordine del giorno in cui, ponendosi nell'equidistanza fra il socialismo rivoluzionario e massimalista e lo Stato borghese e reazionario, indicava la strada della libertà. Otto giorni dopo i nostri uomini dovevano entrare, in una situazione credo politicamente obbligata, nel Governo di Mussolini.
Abituiamoci, amici, a dissentire anche a fondo tra di noi sulle cose serie, ma abituiamoci a lavorare sempre in modo che non debbano più venire settimane di questo genere, in cui si è passati dalla affermazione della stupenda bellezza dei nostri ideali alla tristezza di una contraddizione effettiva proprio con quelle che sono le nostre aspirazioni, quello che è il nostro desiderio, quella che è la nostra grande possibilità di effettivo rinnovamento.



On. Giulio Andreotti
VII Congresso Nazionale della DC
Firenze, 27 ottobre 1959

(fonte: biblioteca Butini)


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