LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VII CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI AMINTORE FANFANI
(Firenze, 27 ottobre 1959)

Il 25 maggio 1958, più di un anno prima del VII Congresso nazionale di Firenze, la Democrazia Cristiana aveva conseguito un grande risultato elettorale, riportando quello che sarà il secondo miglior risultato elettorale della sua esistenza dopo quello del 1948.
Sullo sfondo del Congresso, ci sono le dimissioni da tutte le cariche (Presidenza del Consiglio, Ministero degli Esteri, Segreteria politica della DC) che Fanfani aveva dato nei mesi precedenti, le polemiche per l'apertura a sinistra, il milazzismo siciliano. C'è, soprattutto, la rottura della maggioranza del partito al Consiglio nazionale della Domus Mariae, dopo una serie di votazioni parlamentari caratterizzate dai franchi tiratori, che hanno fatto cadere il bipartito DC-PSDI guidato da Fanfani, e nascere un monocolore guidato da Antonio Segni con voti della destra. La Domus Mariae ha segnato la nascita della corrente dei dorotei, e la nuova segreteria politica di Aldo Moro.
Il Congresso si svolge in clima molto teso, con momenti di elevata tensione drammatica.

* * *

Onorevole Presidente, col suo permesso premetto al mio intervento una spiegazione di cui alcuni mi hanno indicato come debitore verso gli amici delegati. Debbo e desidero spiegare perché non ho - come qualcuno ha detto e scritto ch'io dovessi - preso la parola subito o quasi subito dopo la relazione del Segretario politico on. Moro.
Chi attendeva ciò evidentemente ha immaginato questo Congresso come l'arena di un duello tra il nuovo ed il vecchio Segretario politico. Non condividendo io questa supposizione immaginosa e infelice, ho creduto mio dovere evitare ogni manifestazione da parte mia che potesse accreditarla. A questo Congresso sono venuto come semplice iscritto e parlamentare che al suo Partito non ha nulla da chiedere, ha un affettuoso ringraziamento da rivolgere per le tante prove di stima ricevute, ha qualche consiglio da dare nella fiducia che possa tornar utile. E per far questo non avevo il diritto di chiedere la parola subito dopo la relazione del Segretario politico, assumendo la ridicola posa di "regina madre", o quella non veritiera dell'antagonista, o quella irrispettosa verso il Congresso dell'aspirante alla successione.

I problemi dell'era cosmica

Quindi per amore alla verità delle cose, a prova della considerazione in cui ho sempre tenuto l'amico Moro, e per rispetto dei delegati non ho chiesto subito la parola.
Dal giugno sostengo che questo Congresso avrebbe dovuto essere il Congresso degli iscritti, coerentemente sono venuto qui non per sciorinare sin dal primo istante il mio parere, ma innanzitutto per ascoltare, e dopo aver ascoltato per aggiungere al dialogo anche qualche mia considerazione.
Ed ora che ho ascoltato con la dovuta attenzione l'ampia relazione del Segretario politico e molti interventi, spesso autorevoli, sempre interessanti; domando a Lei, Signor Presidente, e agli amici delegati, la cortesia di un po' di pazienza. Cercherò di non essere lunghissimo, ma qualche decina di minuti dovrò occuparla.
Ad evitare euqivoci, e per non indulgere alla solita prassi di auspicare un radioso futuro dimenticando le benemerenze e le fatiche passate, debbo premettere al mio dire un invito - che rivolgo in primo luogo a me e poi a tutti gli amici - a ricordarci e a ricordare ai concittadini, prima di qualsiasi nuova prospettiva, le tante buone cose compiute, i sani indirizzi seguiti, la fedeltà dimostrata agli impegni. Non per boria di partito, ma per fierezza della storia patria, e un poco anche per umana riconoscenza verso i nostri pionieri morti, e verso quei nostri amici che vivono con la coscienza tranquilla del dovere compiuto. Personalmente li ricordo tutti, al di sopra e al di fuori di ogni discussione, e li raccomando al grato ricordo di tutti gli amici.
Dopo la spiegazione doverosa, e la premessa ancor più doverosa, vi espongo, o cari amici, alcune mie osservazioni attorno al tema del nostro Congresso.
S'era già avviato il nostro dialogo pre-congressuale, imperniato sulla portata e sulla fedeltà al valido impegno del 25 maggio, allorché, a metà settembre, un missile sovietico arrivava sulla luna ed il primo ministro dell'URSS giungeva a Washington.
I due contemporanei arrivi hanno consegnato alla storia il settembre 1959.
Vent'anni dopo l'inizio della seconda guerra mondiale nello stesso mese, l'era cosmica succedeva a quella oceanica; mentre si compiva il tentativo, certamente singolare, di far passare l'umanità dal lungo armistizio alla pace, a quella pace preannunziata quarantadue anni or sono a Fatima.
Contrastanti sono state le valutazioni dei due eccezionali avvenimenti. Su tutte prevale ormai la certezza del progresso e la speranza della pace.
Anche in questa assise i due avvenimenti, in sé e per il campo politico che li ha provocati, non possono non costituire punti di riferimento per chi deve dire - rispondendo al tema del VII Congresso - quale azione può svolgere la DC per accrescere consensi allo Stato democratico.
I nuovi eventi non mutano il giudizio etico sulla ideologia comunista, ma spuntano certi nostri argomenti contro di essa e danno ai suoi sostenitori nuove possibilità non solo propagandistiche. Per ciò stesso i nuovi eventi impongono accurate valutazioni da parte di chi ideologia e propaganda comunista intende continuare a contrastare con la tradizionale fermezza.
E i problemi generati dai due nuovi eventi impongono un più ampio esame della situazione proprio da parte di chi vuole procurare nuovi consensi allo Stato democratico, dimostrandone la validità e l'efficacia operativa anche nei confronti delle forme comuniste di pubblico reggimento.
Chi ricorda la natura e la fisionomia che alla Democrazia Cristiana hanno assegnato la sua ispirazione, le decisioni sinora prese, i replicati mandati dell'elettorato, non teme certamente che i nuovi eventi possano ridurre il significato della sua missione. Personalmente credo che dopo i nuovi eventi la missione della Democrazia Cristiana risulti più accentuata ed urgente, di conseguenza imponendosi a noi tutti un più forte impegno, disciplinatamente unitario, per cooperare a svolgerla.
Certo ci si pongono dinanzi obiettivi ardui. Ma i partiti non sono associazioni di rassegnati; sibbene incontri di volontari desiderosi di affrontare e vincere la propria battaglia. Sentire annunciare questa battaglia più impegnativa e più decisiva non spegnerà certamente ardori ed entusiasmi. Stimolerà invece nuove forme di presenza, dando alla nostra azione precisi obiettivi che ne accrescano concretezza e quindi vigore.
Uniti e concordi dal 1943 sono tutti gli amici per auspicare e dare alla DC una funzione di rilievo nella vita nazionale. Si discute dei limiti di questa funzione e sui modi per esercitarla efficacemente.
Con Dossetti prima, con altri amici poi, sostenemmo sempre che la particolare funzione della DC nella vita nazionale dovesse essere svolta con tenace ardimento, così dando la prova della sua capacità pionieristica per la soddisfazione delle fondamentali giuste aspirazioni dell'uomo contemporaneo. Non mutammo parere ieri, siamo di questo parere anche oggi; perciò sottoscriviamo le descrizioni impeccabili degli ideali permanenti del nostro partito contenute nella relazione dell'on. Moro, ma rileviamo che devono essere accompagnate da conseguenti chiare indicazioni di un'azione vasta e dinamica di avanguardia.
Le conquiste altrui non debbono impensierirci. Debbono invece stimolarci a dare nuove prove che l'ispirazione cristiana che ci anima ha ancora ampi margini per contribuire a favorire in Italia progresso, libertà e pace. Ed in questa convinzione alla Democrazia Cristiana più di ieri auguro oggi alto sentire, lungimiranti obiettivi, fermi propositi, dinamica azione, compagnie democratiche ed omogenee, rispetto al suo programma. Questa è la condizione per accendere sempre più grandi e fondate speranze. E le grandi speranze - non deluse - circonderanno noi anziani di crescenti schiere di giovani, ostenitori della battaglia e garanti della vittoria.
Di fronte alle novità e alle complicazioni quindi, non pensiamo soltanto alle difficoltà e alle remore, pensiamo soprattutto alle sempre più doverose conquiste.
A metà marzo del 1958 Pio XII, grande Pontefice di felice memoria, confortava i cristiani con l'annuncio di una prossima fioritura di giustizia agli uomini, di concordia ai popoli, di unità alla Chiesa.
Credemmo e crediamo tuttora alla fondatezza di quella previsione. Ma per avere l'onore di partecipare al suo adempimento anche le forze cristiane che operano in politica debbono preparare la nuova fioritura, offrendosi per un'azione generosa e costruttiva in seno alla Patria, e tramite essa, in seno a tutta l'Umanità.

Doveri dei cristiani in Italia

Per singolare positura geografica, storica e spirituale l'Italiaha particolare doveri; e tra gli italiani li hanno particolarissimi i cristiani, specie quelli che si sono assunti la responsabilità di operare in politica. Di ciò dobbiamo prendere sempre maggiore coscienza, dando di ciò chiara coscienza soprattutto alla gioventù. In tal modo la nostra azione politica, anziché in una somma di raccomandazioni espletate, di interrogazioni svolte, di leggi emendate, si risolverà in un apostolato, testimoniato dalle riforme e reso fecondo da un ardente colloquio illuminatore di cittadini e conquistatore di coscienze.
Sentiamo ripetere continuamente anche in questo Congresso che la Democrazia Cristiana non è sorta per puntellare lo Stato liberale, né per favorire l'avvento dello Stato totalitario. Ne siamo convinti. Ma per sostituire lo Stato liberale e impedire l'avvento di uno Stato totalitario occorre tra l'altro un entusiasmo almeno pari a quello che i liberali posero nel costruire lo Stato che ci hanno tramandato, ed almeno pari all'entusiasmo che i totalitari pongono nel preparare l'avvento della società da essi preconizzata. E parlando d'entusiasmo non alludiamo solo a passeggeri stati d'animo ma a tutta una prospettiva, a tutta un'azione, a tutta una concezione del Partito e dei suoi compiti, e di quanti in esso accettano di militare. Parlando di entusiasmo superiamo i problemi dell'unità degli intenti e dell'azione, non appellandoci alla disciplina, ma alla coscienza del dovere e alla rischiosità dei compiti. Parlando infine di entusiasmo risolviamo i problemi delle alleanze escludendo in radice la ragione di contrarne con coloro che vogliono mantenere lo Stato che noi vogliamo riformare e tra coloro che vogliono preparare la società che noi vogliamo evitare.
Mi si scusi di questa premessa ma essa era necessaria per indicare con quale carica ideale occorre che il VII Congresso della DC affronti i problemi dello Stato italiano nel contesto dei problemi mondiali, se vuole in Firenze piantare una pedana di lancio per ulteriori decisive conquiste.
E proprio Firenze, per la sua storia e per l'ispirazione della sua particolare civiltà, nonché - piaccia o non piaccia - per le iniziative dell'ultimo decennio che l'hanno posta in certo modo all'avanguardia dei tempi nuovi, ci incoraggia a credere che queste conquiste sono possibili, saranno decisive, e soddisferanno le più alte esigenze dello spirito umano.
Apparentemente qui siamo stati convocati per obiettivi più modesti. Dico apparentemente, perché in realtà cercare nuovi consensi allo Stato democratico non vuol dire individuare nuove forme di propaganda, né contentarsi di consensi piovuti dal cielo per riposare nell'inerzia. D'altro canto il particolare momento storico ci avverte che la conquista di consensi allo Stato democratico sta per diventare più difficile, specie se lo Stato democratico non riuscirà a dimostrare una sua propria più grande efficienza nei confronti dei modelli non democratici i cui sostenitori ci contendono i consensi popolari.
Il tema di questo Congresso si riallaccia al tema del Congresso di Napoli, in certo senso lo prolunga e lo completa. Il 7 giugno 1953 aveva veduto scendere la Democrazia Cristiana dai 12.742.000 voti del 18 aprile 1948 a 10.864.000. Mentre socialisti e comunisti, con le liste fiancheggiatrici di disturbo, erano saliti da 8.136.000 a 10 miliomi e 80.000 voti.
Insomma rispetto al 1948 nel 1953 la DC aveva perduto 1.878.000 voti; mentre i comunisti e i socialisti avevano guadagnato 1.956.000 voti.
Il 7 giugno 1953 il margine di vantaggio della DC sul blocco socialista e comunista si era ridotto dai 4.606.000 voti del 1948 a 784.000.
Dicevano i critici che il calo della DC dipendeva dalle riforme, specialmente dalla riforma agraria.
Assemblee e pre-congressi discussero nella primavera del 1954 questo argomento.
A fine giugno nel V Congresso di Napoli si trassero le conclusioni.
Pertanto per l'ultima volta al Consiglio Nazionale, il 16 luglio 1954, Alcide De Gasperi ci ricordò che la DC avrebbe arrestato le perdite e conquistato nuovi consensi se, adeguatamente organizzata, fosse restata unita nella lotta per la libertà, nella difesa per la democrazia, al servizio del progresso del popolo, specie nelle classi più povere. Definendoci così la ragione della nostra unità, l'obiettivo del nostro interclassismo.
E sotto lo stimolo di questo riassuntivo ammonimento ci accingemmo a tener fede alle conclusioni di Napoli.
A trento nel 1956 le approfondimmo e ribadimmo.
Di fronte a nuove prospettive nel luglio 1957, nel Consiglio Nazionale di Vallombrosa confermammo il proposito della DC di assumere primario impegno per accrescere consensi allo Stato democratico, affrontando la battaglia, se fosse necessario, anche in concorrenza di quel socialismo, che preannunciava propositi di unificazione, di autonomia e di più chiara democraticità.
Qualche assaggio compiuto in Val d'Aosta nel 1954, in Sicilia nel 1955, in trentino Alto-Adige e in tutti i Comuni e Province nel 1956, in Sardegna nel 1957 aveva cominciato a provare che lo sforzo intrapreso poteva riuscire. Nei giorni delle vittorie il cosiddetto "apparato" riceveva verbali e telegrafici elogi, salvo essere deprecato poi da chi voleva prendersi ogni licenza durante i successivi ozi di Capua e da chi restava e resta nella convinzione che bastino le buone idee e i chiari metodi anche senza programmi e senza organizzazione, come se diversi partiti proprio in Italia in questo decennio non avessero dimostrato che le idee non bastano. Per pensare basta una testa pensante, ma per ripararsi dai colpi del nemico sopra la testa ci vuole un elmetto. Solo così si salva la testa, e si continua a pensare.

La vittoria del maggio 1958

Dalla metà del 1957 la validità dell'impegno di Napoli fu sottoposta a quella che per i partiti in regime democratico è la prova suprema: il giudizio elettorale.
A mezzo agosto chiedemmo a 12.000 segretari di sezione di suggerire i temi del futuro programma elettorale.
Tra dicembre '57 e gennaio '59 a Roma per i giovani, a Bologna per gli anziani, a Napoli per le donne, chiedemmo a 150.000 responsabili di seggio di mobilitare tutto il partito.
Dal 12 aprile al milione e mezzo di iscritti chiedemmo di procurare alle liste dello Scudo Crociato due nuovi voti per ogni dieci già ottenuti nel 1953.
E all'alba del 27 maggio 1958 apprendemmo che lo sforzo non era fallito. La DC dai 10.864.000 voti del 1953 risaliva a 12.520.000 voti, con un guadagno di 1.656.000 voti, cioé del 15,2%. Socialisti e comunisti salivano da 10.080.000 a 10.911.000, guadagnando 831.000 voti, cioé la metà di quanto avesse guadagnato la DC. Così la differenza tra la DC e comunisti e socialisti, che nel 1953 si era ridotta a soli 784.000 voti, risaliva a 1.609.000: il famoso argine raddoppiava di altezza. Ecco la risposta ad una enfatica domanda partita da questa tribuna su ciò che hanno fatto l'on. Forlani ed i suoi colleghi di direzione per contrastare il comunismo.
A questo punto, consenta il Presidente del Congresso on. Piccioni che io mi rivolga, oltre che alla platea dei delegati, ai palchi e al loggione degli invitati. Sono pieni di dirigenti e di soci, sono i combattenti del 25 maggio ed, anche in deroga al regolamento, chi ad essi chiese tanti sacrifici desidera ringraziarli.
Le speranze suscitate dal programma e dal dialogo elettorale della primavera del 1958 avevano portato alla attesa vittoria. E la vittoria faceva fiorire la fondata speranza che il rispetto del programma, del dialogo, del voto facesse conseguire ulteriori successi. Questo era l'unanime convincimento dei democristiani del giugno 1958. E questo era anche il timore di tutti i nostri avversari.
E proprio il fatto che i più preoccupati fossero i comunisti, convalida il dubbio che avessimo intuito giusto nella primavera del 1958 nell'immaginare che certe esemplificazioni programmatiche ed omogenee alleanze per attuarle potessero mantenere alle forze democratiche italiane l'inizitiva nella appassionata ricerca di nuovi progressi sociali all'interno e di una rinnovata concordia nella sicurezza in campo internazionale.
Non diciamo questo per aggravare le responsabilità di coloro che a Palermo suscitarono incredibili difficoltà alla DC ed ai nostri fedeli amici siciliani, dei quali l'on. Moro ha giustamente ricordato lo spirito di sacrificio. Né lo diciamo per aggravare le responsabilità di coloro che a Roma facilitarono l'interruzione dell'opera intrapresa. Diciamo questo per richiamare l'attenzione pacat di tutti sulla non ancora smentita validità dell'impostazione comune. E quegli amici che ancora la rivendicano come patrimonio comune non possono limitarsi ad un pur apprezzato ricordo elogiativo di essa e alla condanna dei sabotatori. Tutti coloro che rivendicano quella impostazione devono coerentemente non soggiacere rassegnati ad un cosiddetto stato di necessità e dimostrare la validità delle loro affermazioni virilmente concorrendo a riprendere l'opera interrotta. Chi non fa questo, mi consenta di dirlo l'on. Rumor, cerca di dimostrare di essere ancora su una linea teorica che ci fu comune, ma da essa trae erronee deduzioni, giustificando quindi un'azione incoerente con le premesse.
Queste sono le possibili osservazioni a impostazioni fatte da alcuni colleghi intervenuti in questo dibattito, preoccupati di mostrarsi non staccati da impostazioni che ci furono comuni, ma altrettanto preoccupati di negare che al Consiglio Nazionale della "Domus Mariae" fu fatta una scelta politica.

Il Consiglio Nazionale della "Domus Mariae"

Si tenta di dire che errai io a non andare al Consiglio della Domus Mariae. Ma si dimentica che tra i tanti motivi di critica contro di me v'era quello - ridicolo - che nelle riunioni influenzavo i colleghi. Anche per non influenzarli e lasciarli liberi pensai di non andare.
La mia lettera parlava chiaro: mi dimettevo per togliere ogni pretesto a chi attentava all'unità del Partito: si diceva che alucni nostri amici votavano male a scrutinio segreto per protestare contro l'apparato, contro il mio carattere, contro di me. Lasciai quindi totalmente libero il Consiglio Nazionale di decidere se quelli dei franchi tiratori erano pretesti o no. Lo feci per un atto d'amore verso il Partito, come con giusta espressione disse - e lo ringrazio ancora - l'on. Moro il 3 luglio nel suo discorso ai Segretari Provinciali.
E il Consiglio Nazionale accettando le mie dimissioni, senza nemmeno respingerle pro-forma con il riguardo, come ha cortesemente notato stamani l'amico Tambroni, che di solito si usa all'ultimo consigliere comunale del più piccolo comune, dette l'impressione di credere che la mia presenza non offriva pretesti contro l'unità del Partito, ma era veramente d'ostacolo ad essa. L'on. Moro ci ha assicurato che per i franchi tiratori non ci sarà amnistia: credo alle parole di Moro e quindi penso che sarà così per la prossima volta; ma per il passato anche i ciechi constatano che per i franchi tiratori c'è stato l'ambito premio: il loro obiettivo è stato eliminato.
Consapevolmente o inconsapevolmente la maggioranza formatasi alla Domus Mariae, praticamente affermando la subordinazione della linea politica al superamento delle difficoltà parlamentari, si scostò dalle impostazioni del 25 maggio, nonché da quelle di Napoli e di Trento.
Da quando a metà di aprile ripresi a ricordare la validità dell'impegno del 25 maggio, quel programma è tornato di moda e tutti se ne affermano paladini. Però l'unanimità dei consensi ad esso persiste fino a che di quel programma si ricordano complessivamente le 49 esemplificazioni di cose da fare in esso indicate. Quella unanimità di consensi sparirebbe se alle stesse cose si desse un ordine di priorità. E sparisce ogni volta che si ricorda che quel programma consta di 49 esemplificazioni di cose da fare ma anche di obiettivi politici e di strumenti parlamentari e governativi.
Forse alla "Domus Mariae" e dopo non si sono perduti i consensi di certi amici alle "cose" del 25 maggio. Però si è perduto il loro assenso alla persistente ricerca di omogenei strumenti parlamentari per attuare quelle cose. E così si è perduta la possibilità di raggiungere gli obiettivi politici che concordemente ci eravamo proposti di raggiungere nel prossimo futuro: preparare ed operare uno sfondamento elettorale a sinistra comprovando ai ceti lavoratori la vitalità sociale dello Stato democratico.
Si è tanto discusso se la maggioranza di Trento e di Napoli potesse e dovessi ricomporsi. Per parte nostra, messo da parte ogni pretesto e ragione personale, si è sempre detto che quella maggioranza - al di fuori di ogni formalità di corrente, anacronistica con la fine ormai inesorabile delle correnti di vertice esportate in periferia - poteva ricomporsi nel riconoscimento sia pure simbolico dello smarrimento momentaneo subìto, e nel riconoscimento dell'urgenza di riprendere e mantenere tutto l'impegno del 25 maggio: nel programma completo, con omogenei sostegni, per gli obiettivi politici noti. Convinti che le maggioranze politiche non di potere si formano sulle idee e sulle linee, coerentemente proponemmo che su una linea e conseguenti applicazioni si cercasse pure di formare una maggioranza. Per la nuova maggioranza non inventavamo una nuova linea, ma proponevamo quella su cui il Partito unito aveva vinto la grande battaglia elettorale del 25 maggio alla quale si era preparato per quattro anni da Napoli. Quella linea nei pre-congressi ha conseguito una sicura maggioranza relativa, che diviene maggioranza schiacciante, se si tiene presente quanti delegati sono stati eletti sulla base di poco chiari elogi del 25 maggio, del tipo di quelli che anche in questo Congresso abbiamo udito e criticato.

Il governo del 25 maggio

Nel dibattito pre-congressuale qualcuno mi ha attribuito la stolta pretesa di volermi attribuire la paternità del programma ed i meriti della vittoria del 25 maggio.
Gli amici che tale pretesa mi hanno attribuito, non avendo evidentemente ascoltato né letto i miei discorsi, sono stati male informati.
Ovunque e sempre - anche a Padova - ho rivendicato alla intera DC e specialmente agli oscuri amici della perifieria e agli appassionati Segretari di sezione, di zona, di provincia, di regione, la paternità della sostanza del programma ed il merito della vittoria del 25 maggio.
In ogni assemblea, cui mi si è fatto l'onore di invitarmi, a nome della Direzione del 25 maggio ho espresso la gratitudine a tutti gli iscritti che quella vittoria hanno conquistato.
A me ho rivendicato la responsabilità di ricordare come alla vittoria si pervenne, da qual parte si aumentarono i voti, quanto ricchi e quanti poveri ce li dettero e quale utilizzazione essi si attendevano dei loro voti e della comune vittoria.
Il Consiglio Nazionale il 10 giugno 1958, quando autorizzò la formazione di un governo omogeneo al programma del 25 maggio, dette avvio alle deduzioni operative dal successo conseguito.
Ne proseguì l'utilizzazione il Consiglio Nazionale del 6 agosto 1958, allorché ratificò l'avvenuta costituzione del governo bipartito, formato dalla DC e dal PSDI.
Al di là di ogni polemica si ammette che di quelle decisioni fecero apprezzare i primi frutti gli atti internazionali del luglio e dell'agosto del 1958 di cui il governo bipartito fu protagonista e le decisioni prese dal Consiglio dei Ministri in attuazione del programma. I cittadini, convocati per le elezioni amministrative parziali dell'autunno 1958, giudicarono positivamente quei frutti: e la DC e il PSDI videro accrescersi i loro voti anche rispetto al 25 maggio, mentre diminuirono i voti di tutti gli altri partiti, socialisti e comunisti compresi.
purtroppo la reazione delle sinistre e delle destre al governo bipartito, anziché cementare, divise clandestinamente il Gruppo parlamentare della Camera ed in inverno la nostra manifesta disunione e l'azione delle sinistre divisero anche il PSDI.
La indisciplina di alcuni nostri consoci e la scissione del PSDI segnarono la vittoria dell'ibrido connubio delle sinistre e delle destre, cioè del monopolismo capitalista e del proletarismo marxista. El'iniziata coerente utilizzazione della vittoria del 25 maggio fu così interrotta.
Non ricordo che questa interruzione, negli elogi postumi di alcuni amici, in possesso evidentemente di piccoli argomenti fu attribuita al carattere del Presidente del Consiglio del tempo. E non lo ricordo, per non mancare di rispetto ai redattori del nostro Statuto che non hanno prescritto di accertare il carattere dei candidati alle varie cariche sottoponendoli ad apposita visita psicotecnica.
La crisi dell'autunno-inverno ha dimostrato che qualche nostro collega alle scarse maggioranze palesi preferisce le maggioranze occulte, magari proibite. E questa constatazione dovrebbe ammonire ad essere prudenti quanti ora domandano accorati: ma se dovesse cadere il governo dove troveremmo la maggioranza? Qualche impertinente potrebbe rispondere: ma perché così zelanti preoccupazioni non vi presero quando la maggioranza c'era e la lasciaste perdere?
La crisi dell'autunno ha anche dimostrato che non tutti i partiti democratici seppero collaborare con la DC per formare maggioranze consistenti ed omogenee.
Infine la crisi dell'autunno-inverno 1958 ha dimostrato che i partiti delle estreme preferiscono spingere (da sinistra) ed attirare (da destra) la DC nel tranello di governi senza maggioranza, nella speranza che la DC ceda alle lusinghe di destra e si comprometta di fronte all'elettorato che essa per vocazione storica da anni cerca di guadagnare nei ceti popolari.
Di fronte a questi dati il tema del VII Congresso acquista un particolare sapore di attualità: bisogna accrescere consensi allo Stato democratico, e per esso ai partiti democratici e tra essi alla DC.
E l'attualità del tema è accresciuta dal rischio che gli avvenimenti internazionali di cui i governanti sovietici cercano di essere protagonisti, i progressi tecnici del mondo comunista, qualche movimento demografico e sociale italiano, oltre che note situazioni governativo-parlamentari possano rendere più difficile l'auspicata crescita di consensi.
Quando ci si domanda cosa fare per accrescere consensi alla DC e suo tramite allo Stato democratico, la triplice risposta più ovvia è la seguente: non interrompere nemmeno nelle apparenze la nostra tradizione; confermare e riprendere lo svolgimento del nostro più recente impegno; adempiere uniti nel rispetto della disciplina al nostro dovere.
Quindi l'obiettivo deve restare quello di accrescere consensi allo Stato democratico perseguendo lo sfondamento elettorale a sinistra, per recuperare larghi ceti popolari, evidentemente non conservatori, alla base democratica dello Stato, con lo svolgimento puntuale della nostra realizzatrice testimonianza cristiana tra gli umili.
Tra l'elettorato di destra del resto non c'è disponibilità per recuperare tutti i consensi di cui lo Stato democratico ha bisogno. Né vediamo cosa avrebbe da guadagnare nel suo complesso la base dello Stato democratico ove tutti gli elettori delle destre passassero a partiti democratici, grazie ad una propaganda, ad un'azione e a decisioni che evidentemente farebbero fuggire dai partiti democratici verso i partiti di sinistra tale numero di elettori da compensare largamente le acquisizioni provenienti da destra, generando in definitiva quel rinforzamento della estrema sinistra, che potrebbe essere capace di dare ad essa il potere per via elettorale senza bisogno di atti rivoluzionari. Qualora questa previsione potesse sembrare azzardata ricordi ognuno che se la DC d'oggi con i suoi 12 milioni e mezzo di voti perdesse soltanto 850.000 voti a favore delle sinistre, essa si ridurrebbe a 11.650.000, mentre socialisti e comunisti salirebbero a 11 milioni e 750.000, e la partita sarebbe perduta.
Stiano attenti quindi coloro che in Parlamento non temono le aperture a destra, perché esse possono sostituire soluzioni di centro e di centro-sinistra nonché le temute aperture a sinistra in Parlamento, ma preparano definitive soluzioni di sinistra nelle urne elettorali.

Sfondamento a sinistra

Lo sfondamento elettorale a spese delle sinistre che noi insistiamo a proporre è evidentemente cosa più seria di quanto certi critici immaginino, se i comunisti lo temettero ed ancora lo temono. Comunque è l'operazione che rende superflue le tentazioni di non omogenee maggioranze nate da incontri aperturistici. E' l'operazione che può staccare dal PCI gli elettori che per esso votano solo per amore della giustizia. Riuscendo, quella operazione può agevolare il da tutti auspicato distacco del PSI dal PCI, provocandolo per crisi democratica e non per allettamento parlamentare.
La nostra proposta è criticata da chi la ritiene impossibile. Se ciò fosse vero, non ci sarebbe che da spegnere il lume e attendere la fine. Ma ciò non è vero.
In parecchie provincie nella giornata del 25 maggio un inizio di sfondamento a sinistra c'è stato. In esse i guadagni della DC sono avvenuti per perdita delle sinistre.
Tutti quelli che hanno partecipato attivamente, personalmente, capillarmente alla campagna elettorale del 25 maggio dicono che si stavano ponendo le premesse per ripensamenti, crisi di coscienza e futuri sfondamenti a sinistra.
I nostri attivisti, sindacalisti ed aclisti, ci dissero e ci confermano che nell'estate e nell'autunno del 1958 nei posti di lavoro un vento più favorevole spirava per la propaganda e le azioni democratiche.
E le paure del PCI e del PSI e la loro accanita azione contro il governo del 25 maggio confermano che le previsioni dei nosrti amici non erano senza fondamento, come del resto provarono i risultati delle parziali ricordate elezioni amministrative dell'autunno 1958.
La possibilità reale di sfondamento a sinistra da che cosa fu generata e da che cosa è condizionata? Dalla nostra capacità di mantenere le promesse del 25 maggio, su tutte le cose, sulle direttive esemplificate dalle cose, sui modi di realizzazione delle cose e quindi sulle forze protagoniste della medesima attuazione.
Non possiamo nasconderci che alle prospettive di guadagni sul terreno elettorale aperte dalle nostre impostazioni fanno riscontro ostacoli che si accentuano all'interno e fatti nuovi sopravvenuti in campo internazionale.
L'infittirsi delle occupazioni extra domestiche delle donne conserverà intatti i consensi della DC tra le elettrici? Qualche sondaggio getta in proposito dei preoccupanti allarmi.
Lo spostamento delle popolazioni dalla campagna alla citàà ed il contemporaneo passaggio dei lavoratori da occupazioni agricole ed artigiane ad altre occupazioni, concentra gli elettori in luoghi di abitazione e di lavoro più favorevoli alla propagazione ed al mantenimento di ispirazioni e di ideali a noi cari? Anche qui qualche indagine fa nascere preoccupanti dubbi.
Le iniziative di pace dell'URSS ed i progressi scientifico-tecnici, se estesi ad altri campi dopo l'astronautica, spuntano o rinforzano le armi propagandistiche del comunismo, specie in certi ceti sociali ed in certe classi di età?
Ed è in questo complesso sistema di quesiti che si deve vagliare la nostra fede sul programma del 25 maggio per tentare la decisiva operazione elettorale dello sfondamento a sinistra, banco di prova delle nostre possibilità di accrescere consensi allo Stato democratico e quindi base di partenza per accrescerne democraticamente la stabilità e la validità.
E nel complesso sistema di quesiti da poco enunciati, ed alla base delle esperienze già fatte, mentre riconfermiamo la nostra fedeltà al programma del 25 maggio, richiamiamo l'attenzione del Congresso e, speriamo, la sua approvazione su quattro scelte prioritarie.
La prima riguarda l'occupazione.
La seconda riguarda l'istruzione.
La terza riguarda la pace.
La quarta riguarda la garanzia che il popolo inserito nello Stato non veda tradite le proprie decisioni e stravolta la propria volontà.
Da Napoli la DC agita il problema dello sviluppo economico, organico e armonico per accrescere il reddito e l'occupazione.

Dallo schema al piano di occupazione

La morte di Ezio Vanoni ha reso più difficile il trapasso dallo schema al piano. La congiuntura favorevole ha diffuso l'opinione che una semplice ispirazione della nostra politica a quello schema fosse stata già sufficiente a dare i risultati previsti.
La recessione prima e le verifiche poi hanno reso palese che invece bisogna passare dallo schema al programma. Vediamo a questo punto profilarsi motivi per nuove delusioni quando sentiamo esprimere fiducia piena nei piani regionali, che in mancanza del piano nazionale farebbero la fine del solito carro dinanzi ai soliti buoi.
Bisogna passare dallo schema al programma. Ma ad evitare di essere d'accordo sulle cose generiche, dobbiamo aggiungere che il programma deve imperniarsi sulla occupazione per garantirla di massima a tutti, assicurando in ogni caso la sussistenza agli involontariamente disoccupati. So di toccare un punctum dolens della opinione pubblica quando essa sia limitata ai benestanti. Ma insisto: bisogna passare dallo schema al programma di occupazione che in ogni caso assicuri ai disoccupati involontari la sussistenza. E questo programma dobbiamo redigerlo e svolgerlo perché lo Stato nostro ha bisogno di perfezionare le sue conquiste in fatto di giustizia sociale e deve accrescere la serenità dei suoi concittadini.
Credo di non pensar male immaginando che qualcuno sorga ad opporre al preconizzato programma i limiti della libera iniziativa e quelli della proprietà.
La programmazione ormai indilazionabile è un modo di estendere la razionalizzazione, che ogni libero operatore reclama e persegue nella sua impresa privata, a tutto il complesso sistema delle attività economiche nazionali. E come nessuno si sogna di dire che l'imprenditore privato limita l'iniziativa privata dell'operaio cje accetta di lavorare davanti a certi congegni, secondo certi piani, entro certi tempi, e nella prospettiva di prefissata retribuzione; così non si capisce perché si dovrebbe insistere a dire che un programma per la produzione a certi costi, in certi tempi, con certe modalità, dell'insieme di un prodotto o di un complesso di prodotti dovrebbe limitare la iniziativa dell'imprenditore che accetta - come l'operaio nella impresa - di partecipare alla esecuzione del programma stesso.
Situazioni di questo genere sono accettate dagli imprenditori privati quando i piani sono fatti dai trusts e dai cartelli; perché dovrebbero continuare ad essere contrastate quando le determinano organi appositi, democraticamente formati e vigilati in seno alla comunità nazionale?
Situazioni molto più limitative di queste sono accettate quando il bene della sicurezza è messo in pericolo dal nemico minaccioso; perché non dovrebbero essere sopportate quando il bene della libertà politica è minacciato dalla disoccupazione e dalla miseria che trasforma i bisognosi in rivoluzionari?
Abbiamo tante volte ripetuto che siamo difensori della proprietà privata. Precisiamo che difendiamo l'istituto della proprietà privata e quindi per coerenza difendiamo colui che proprietario è già. Ma di colui che proprietario può e vuole diventare non dobbiamo preoccuparci, o diammo preoccuparcene solo quando si tratta di diffondere la proprietà coltivatrice? E che razza di difesa della proprietà sarebbe mai la nostra, se non ci organizzassimo socialmente per far sì che ogni uomo cominci con l'avere il lavoro, e con il lavoro cominci con l'avere la possibilità di vivere e di risparmiare, e con il risparmio la possibilità di divenire proprietario?
Un ragionamento limitato alla prima parte rivelerebbe che noi siamo dei conservatori, dei protettori di quelli che già riuscirono, magari per i risparmi dei nonni, a divenire proprietari; ma non siamo dei riformatori desiderosi di far accedere tutti alla proprietà, difendendo il primo strumento di cui l'uomo è proprietario: la propria capacità di lavoro.
Quindi senza abbandonare i principi che ci fanno sostenitori della proprietà privata, noi dobbiamo estendere la validità di quel principio, oltre che a colui che già possiede, anche a colui che onestamente si accinge a possedere, tutelandone la capacità di lavoro, garantendone l'occupazione, assicurandone la giusta mercede, non defraudandogliela con manovre monetarie.
Chi è davvero per la proprietà privata, deve dimostrarlo garantendo oggi ad ogni uomo un'occupazione e la busta paga: questa è la concreta maniera per trasformare ogni proletario in proprietario della propria continuità d'impiego, della giustezza della propria mercede, della stabilità della medesima.
Queste cose scaturiscono dalla nostra ideologia e vanno incontro alla più viva aspirazione del nostro popolo. E' difficile perciò per noi non farle; e il farle ci darà la gioia della coerenza ed il premio del consenso: "cercate il mio regno e la sua giustizia, avrete tutto il resto", anche la fiducia e il consenso del popolo.
E per uscrire dalle constatazioni di principio, visto che esse ci incoraggiano ad agire, dobbiamo concludere proponendo che il Congresso impegni la nuova Direzione a nominare una commissione di esperti che con la partecipazione attiva dei nostri sindacalisti, entro sei mesi da oggi, predisponga un programma da proporre al Governo ed al Parlamento per far conseguire in virtù di congrui provvedimenti e di intese delle associazioni sindacali interessate, occupazione di massima a tutti e in caso contrario sussistenza ai disoccupati involontari.
In questo programma devono essere inserite le imprese a prevalente partecipazione statale quali strumenti essenziali per operare in settori e in zone ove l'iniziativa privata o è stata insufficiente o non può essere sufficiente e tempestiva. In questo programma non si può prescindere evidentemente dagli obiettivi e dalle condizioni acquisiti in virtù delle Comunità economiche già operanti.
Uno Stato cristiano non può non compiere ogni sforzo per far sì che la preghiera domenicale si adempia, ed ognuno abbia sulla mensa, doverosamente sudato o solidariamente distribuito, il suo pane quotidiano.
Dice la nostra Costituzione che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro. La formula non fu scelta a caso dai democristiani. Bisogna dimostrare che essa è valida dando alla comunità nazionale ordinamenti che assicurino ai cittadini lavoro, e in ogni caso il pane.
Questo dovrebbe essere il primo impegno storico del Congresso di Firenze, in concreta attuazione e in concreto sviluppo del programma del 25 maggio.

Il piano per la scuola

Al primo impegno, organicamente, si connette il secondo. Esso riguarda l'istruzione. Che sarebbe a dire anche la preparazione al lavoro.
In attuazione del programma del 25 maggio fu presentato al Parlamento il piano decennale per la scuola. Per cause note, troppo se ne è ritardata l'approvazione. Bisogna richiederla, ed ottenerla con tutti gli emendamenti in grado di perfezionare il piano. Contemporaneamente bisogna presentare le leggi dal piano presupposte e preannunciate, formulandole in modo non contraddittorio ai fini del piano, che sono quelli di realizzare di fronte al bene della cultura parità di diritti e possibilità pari alle doti naturali di ciascuno, indipendentemente dal luogo di nascita e dlla fortuna dei parenti, come si addice ad una vera democrazia.
Osservatori obiettivi attribuiscono gli accelerati progressi tecnici della Russia in buona parte alla scelta degli ideonei alle più ardite ricerche tra la universalità dei giovani avviati agli studi.
La cosa non sorprende. Avviene in ogni campo dello scibile che la selezione dà i migliori risultati quando la base scelta è più larga. Ed anche per questo, ma non solo per questo, la democrazia italiana bisognosa e desiderosa di recuperare il tempo perduto deve dissotterrare ogni talento ovunque posto, comunque nascosto, per dare all'agognato sviluppo economico, culturale e civile l'apporto pieno di tutti gli ingegni disponibili.
Si è detto anche in questo Congresso, giustamente, che pensando alla scuola, bisogna pensare alla attività didattica, alla preparazione, alla vita, al prestigio degli insegnanti. Niente di più sacrosanto poteva essere detto, e l'applauso che lo ha salutato è di per sé già una significativa approvazione.
Ricordiamoci che alle prossime elezioni del 1963 del piano si deve ridiscorrere non come di una promessa, ma come di una esemplificazione di come le promesse del 25 maggio sono in via di attuazione.

Politica di pace

Il terzo impegno prioritario del Congresso di Firenze deve riguardare la pace.
I democratici cristiani hanno il diritto di dire che hanno sempre voluto la pace e l'hanno ricercata con i mezzi ritenuti più idonei, dimostratisi sinora storicamente validi.
Nel rinnovato impegno per la pace non c'è dunque né palese né occulta la critica alla politica estera sinora svolta dall'Italia. C'è invece la presa di coscienza che i dati del problema stanno in parte mutando.
Gli sviluppi della tecnica militare rendono lo scatenamento della guerra un assurdo. Allo stato attuale chi inizia una guerra non può pensare ad una vittoria sua od almeno ad un armistizio onorevole; può pensare - se è saggio - soltanto ad una universale ecatombe, o, se vuole risparmiarsi lo sforzo di fantasia, alla fine del mondo descritta dal Vangelo.
E se il ricorso alla guerra per far valere in caso estremo le proprie ragioni da un punto di vista razionale diventa impossibile, perché sicuramente scompare il titolare delle ragioni, prima che esse possano essere rese, ne deriva che la guerra in questa previsione di universale e totale rovina appare strumento più che mai sproporzionato al fine che i suoi promotori intenderebbero raggiungere.
In questa situazione, se né l'interesse né la giustizia rendono concepibile una guerra, evidentemente ai politici più che mai spetta la grave responsabilità di dedicarsi a risolvere i problemi della pace, per realizzarla nel migliore dei modi, nel più sollecito dei tempi, con il maggiore vantaggio per tutti.
Li sproni a tanta opera la visione dei benefici che la pace ha sempre apportato. La certezza della quantità di beni che una sicura e non effimera pace libererà da investimenti difensivi logorati quotidianamente da nuovi perfezionamenti tecnici; la speranza di poter aumentare le somme destinate ad investimenti produttivi.
I problemi dello sviluppo delle zone arretrate avranno ardite soluzioni grazie ai risparmi che sul piano mondiale il disarmo e la pace consentiranno.
L'integrazione economica e la unità politica dell'Europa a sei ed oltre avranno nuove possibilità con la scomparsa delle preoccupazioni difensive, che non furono e non sono piccola parte delle resistenze alla rinuncia alla cosiddetta sovranità nazionale a favore della autorità sopra-nazionale, che integrazione e unità europea reclamano.
A noi cristiani la pace deve apparirci anche come la condizione ideale per la convocazione e lo svolgimento di quel Concilio ecumenico dal quale attende nuovo vigore la Chiesa ed unità il mondo cristiano. Se la pace recasse in dono soltanto il grandioso evento storico, religioso e politico insieme, dell'unità dei cristiani, sarebbe abbastanza per impegnare noi tutti ad uno sforzo deciso, tenace e costruttivo per raggiungere la più ardua delle mete. Ma la pace, si è detto, altri doni munifici recherà in altri tempi: lavorando per essa, favorendo ogni iniziativa idonea a realizzarla, noi dobbiamo avere la consapevolezza di lavorare per raggiungere la più alta meta dei nostri tempi.
Il VII Congresso, da Firenze, che fu la città in cui cinque secoli orsono sembrò realizzarsi l'unità dei cristiani, ed è stata la città in cui in questo decennio si sono chiamati a raccolta i popoli per la pace e la civiltà cristiana, deve impegnare la Democrazia Cristiana a continuare a essere con fervore adeguato ai tempi il partito della pace, nella sicurezza, e concorrere a fare dell'Italia in seno alle comunità politiche cui partecipa una costruttrice di pace.
Non dovrebbe ostacolarci - mi pare! - lo zelo che per la pace ha dimostrato in modo esemplare Eisenhower, capo del più grande dei nostri alleati. Dovrebbe incoraggiarci la vittoria che MacMillan, capo del secondo dei nostri alleati, ha conseguito nelle recenti elezioni inglesi proprio grazie alle sue illuminate iniziative di pace. Infine deve stimolarci l'attesa che tanti popoli a noi vicini hanno per la nostra azione, apprezzata proprio in quanto ha voluto e saputo essere azione di pace e di cooperazione nel Mediterraneo.
Siamo negli ultimi giorni di un mese che l'enciclica Grata recordatio ha dedicato alla preghiera, affinché agli incontri di vertice del settembre scorso seguissero attesi sviluppi di pace. Anche noi abbiamo accolto, pregando, il generoso invito di Papa Giovanni XXIII ricordandone oggi la vigilia del primo anniversario della sua assunzione al pontificato. Ma dobbiamo testimoniare la sincerità della nostra orazione e concorrere a provarne la concreta fecondità nel Congresso dei cattolici italiani operanti in politica, decidendo che, insiem a quello del lavoro e dell'istruzione, ci impegniamo ad acquisire il dono della pace al nostro popolo.

Azione antimonopolistica per la libertà

E così giungiamo a parlare del quarto impegno prioritario per l'attuazione del programma del 25 maggio.
Si ripete spesso che bisogna immettere il popolo nello Stato democratico. La locuzione letteralmente è in ritardo sulla realtà. Il popolo è già nello Stato democratico e partecipa universalmente ad esprimere le sovrane decisioni.
Quella locuzione però non è priva di senso, quando la si intenda come invito a rimuovere le cause che talore, dopo che è stata espressa, mortificano la sovranità popolare, in modi surrettizi surrogandone o modificandone le scelte o le decisioni.
E' stato più volte notato, e ne abbiamo avuti clamorosi esempi, che sulla volontà e le scelte democratiche finiscono per far premio la volontà e le scelte di ristretti gruppi oligarchici, che abilmente si mascherano da democratici dietro l'accesa ed acre critica alla partitocrazia. Questi gruppi ricevono mezzi e potenza dai profitti dei monopoli detenuti, ed ottengono l'influenza grazie allo spregiudicato uso di quei mezzi ed alla soggezione cui sottopongono l'opinione pubblica con sfrenate campagne di stampa.
Per la difesa della democrazia bisogna farla finita con queste intrusioni. Altrimenti ci illuderemo di avere di volta in volta accresciuto consensi allo Stato democratico, ma poi constateremo di non potere usare i consensi ottenuti nel senso voluto dagli elettori che li hanno dati.
Ogni nostro proposito di oggi e di domani fallirà, se non libereremo lo Stato democratico italiano dalla residua influenza dei monopolizzatori di parte della potenza economica.
Due Repubbliche italiane ci ammoniscono: Firenze perdette la libertà perché non prevenne il formarsi di un ristretto gruppo monopolizzatore del credito e del commercio; a Venezia sopravvisse per tre secoli perché si prevenne il formarsi e l'accumularsi di immense fortune.
E nei tempi moderni tutti i paesi retti a democrazia, e non rosi della tentazione del comunismo, hanno provveduto con tempestive leggi antimonopolistiche ed opportune misure anche fiscali ad impedire o almeno a moderare il formarsi di fortune imponenti, il cui uso finisce per influenzare la politica ed il funzionamento delle istituzioni tanto più quanto più i titolari delle grosse fortune, schifiltosi, dicono di non volersi sporcare occupandosi direttamente e personalmente di politica.
Proponiamo quindi che il VII Congresso della DC per non rendere vana l'emissione dei precedenti propositi decida di impegnarsi alla presentazione di serie misure antimonopolistiche, accompagnate da efficace disciplina delle società di comodo e di quelle a catena e coronate da disposizioni fiscali che non consentano ai redditieri italiani annue accumulazioni di patrimoni che nessun paese del mondo capitalista consente.
I quattro impegni prioritari or ora proposti testimonieranno al popolo italiano la decisa volontà di rinnovamento della DC ed il suo impegno di realizzare nel campo del lavoro, della istruzione, della pace e del rispetto della volontà popolare le più elementari e le più diffuse aspirazioni del nostro tempo.
Ci dicono e qui è stato ripetuto che molti o tutti accettano il programma del 25 maggio. La notizia ci ha sempre fatto molto piacere. Attendiamo di vederla accompagnata dall'altra notizia, quella che anche le suddette quattro indicazioni prioritarie di ciò che il programma del 25 maggio propone, vengono accettate con lo stesso entusiasmo con cui noi le abbiamo prospettate.

Ricerca di alleanze omogenee

A questo punto nasce il problema degli esecutori del programma. Non mi riferisco alle persone, non potendosi nulla obiettare in linea di principio alle decisioni degli organi responsabili di partito in fatto di scelta di esecutori delle decisioni legittimamente prese. Mi riferisco alle formule, cioè alle combinazioni parlamentari-governative cui è affidata la esecuzione del programma prescelto.
L'indifferenza in questa materia non può esistere. Gli esecutori di un programma politico non sono automi; hanno volontà politica e quindi scelgono modalità e tempi di esecuzione. E come se ciò non fosse abbastanza, dobbiamo convenire che gli esecutori di un programma politico hanno un volto politico e quindi, in virtù di esso, indipendentemente dalla loro buona volontà, suscitano tipi diversi di reazione. E di esse deve tener conto il gruppo che propone un programma per conseguire determinati effetti dalla sua attuazione.
Quindi per ragioni oggettive di prevedibili diversità di modo e di tempo e di esecuzione, per ragioni soggettive di umore e valutazione degli elettori da conquistare, piaccia o non piaccia, la scelta degli esecutori e dei sostenitori di un programma politico non è indifferente al fine del dialogo con gli elettori da conservare e da conquistare.
Quelli che dicono "badiamo al programma", senza preoccuparsi di coloro che ci aiutano o ci appoggiano a svolgerlo, se, come pensiamo, sono in buona fede, per lo meno si sbagliano.
Si direbbe che alcuni di essi non si preoccupano delle compagnie perché si sono incontrate a destra; tanto è vero che ieri si preoccupavano moltissimo delle compagnie, al punto di scambiare i nostri alleati socialdemocratici per avamposti dei loro antagonisti, cioè dei socialisti di Nenni.
Quando ci sforziamo di immaginare completamente sinceri quanti dicono che bisogna badare al programma, senza preoccuparsi di chi ci aiuta a seguirlo, ci sorge il dubbio che in definitiva essi siano incauti inauguratori del sistema delle aperture: non si accorgono che, giustificandolo con tanta spigliatezza a destra, essi preparano gli argomenti e l'esempio per chi domani sorgesse a proporre di praticarlo in senso opposto.
Quindi insistiamo: nella esecuzione di un programma politico con determinati obiettivi politici ed anche elettorali, le compagnie e gli aiuti non sono indifferenti.
Se il programma vuole servire la democrazia con efficace speditezza e senza attenuazioni, la sua esecuzione ha bisogno di compagnie democratiche ed omogenee.
Le due caratteristiche devono essere contemporanee e coesistenti: per non snaturare il programma, per non rallentarne comunque l'esecuzione.
Si può rinunziare alla completa omogeneità sul programma in caso di rischio sommo per la democrazia. In tal caso ogni programma evidentemente si riduce alla suprema norma della difesa della democrazia. E per attendere ad essa è sufficiente che le compagnie politiche siano democratiche, al metro della democraticità riducendosi ogni esigenza di omogeneità.
Ma nel caso - come quello della primavera del 1958 - di sortita per rompere le forze assedianti e da esse, con esplicazione tempestiva di apposito programma, trarre nuove reclute per la democrazia, le compagnie di cui chi tenta la sortita ha bisogno, oltre che democratiche, devono essere omogenee, per poter marciare speditamente nella stessa direzione.
E se - sempre per restare sul caso in questione - le compagnie democratiche ed omogenee c'erano e sono perdute, chi ha la responsabilità di eseguire il programma di recupero di elettori alla democrazia, ha il dovere di tentare di recuperare quelle forze, ricercandole sul serio.
Se poi le compagnie democratiche ed omogenee per fatto loro proprio si sono ridotte, chi ha la responsabilità di eseguire il programma suddetto, ha il dovere di cercare di integrarle, non escludendo la convertibilità di nessuno, ma esigendola sul serio. E deve essere conversione di democrazia e conversione di omogeneità.
Se infine compagnie democratiche ed omogenee non si ritrovano o non si accrescono per conversione, si ha il dovere di attendere alla esecuzione del programma di recupero degli elettori alla democrazia, anche con governi monocolori o pluricolori minoritari, che vivano di doni parlamentari di convenienza, non condizionati però da rinunzie programmatiche e non ripagati con adesioni e richieste, che mettano in pericolo le priorità del programma, e senza ringraziamenti o gradimenti che incidano sulla psicologia degli elettori, allontanando da noi quelli che conquistammo e precludendoci la possibilità di conquistarne altri.
E poiché siamo già in presenza di un governo minoritario monocolore - non indigiamoci sulle cause che lo hanno generato, riconoscendo volentieri il senso del dovere che ha indotto l'on. Segni e gli altri nostri amici a parteciparvi e la volontà di attuare il nostro programma replicatamente espressa - lealmente e coerentemente con le convinzioni esposte lo incoraggiamo ad espletare il dovere assunto nel modo più efficace per l'azione del partito, aggiornando il programma secondo le priorità proposte, e non esprimendo gratitudine per i voti che gli hanno dato altre forze politiche non democratiche e non omogenee rispetto al programma.
Non proponiamo un trattamento di sfavore per il governo presieduto dall'on. Segni. Ho il piacere di ricordare che il 6 giugno 1957 parlai alla Camera recando al monocolore Zoli il voto della Democrazia Cristiana, ponendo come condizione che non chiedesse né gradisse i voti di partiti non democratici. Tutti ricordano come Zoli rispettò questo voto del Partito. E tutti constatammo come quella condotta, perché lineare, non impedì al monocolore di portarci al recupero di 1.700.00 voti il 25 maggio. Quindi nessun rimprovero a Segni per aver fatto il monocolore, e ad esso il nostro appoggio per eseguire il nostro programma con le indicate prioritàse approvate dal Congresso, e con l'intesa che i voti di partiti non democratici e non omogenei dalla Democrazia Cristiana non saranno richiesti né ad essa saranno graditi.
Ma mentre un governo monocolore nel modo suddetto compie un oneroso dovere verso il Partito che lo ha espresso, questo stesso Partito, per riaffermare che affronta uno stato di necessità sopporta un dovere, e non gode un piacere, deve non desistere dalla ricerca di alleanze che gli consentano di confermare la sua vocazione alla collaborazione con forze democratiche; di assicurare il tranquillo adempimento del mandato elettorale; di evitare di scivolare nel destrismo prima e nel sinistrismo per successiva reazione poi; di non lasciare con indifferenza che i partiti democratici socialmente a noi più omogenei scivolino nell'apparato frontista mantenuto sempre pronto dal comunismo; di operare perché dal comunismo non si senta attratto con rinnovata solidarietà quel Partito socialista di cui qui non uno ha dichiarato essere indifferente l'auspicato autonomismo ai fini della crescita della base democratica dello Stato.
Mi permetto di ricordare agli amici che, date le possibilità limitate offerte dallo schieramento elettorale italiano, la crescita dei consensi allo Stato democratico - per riduzione dei consensi ad esso sottratti dal comunismo e dai suoi alleati - o si ottiene con lo sfondamento a sinistra in campo elettorale da noi proposto ai fiduciosi nella efficace azione di partito, o si ottiene con il distacco del PSI dal PCI. E non chiudo con ciò la porta all speranze di coloro che pensano potersi più rapidamente ottenere il risultato sperato con il conseguimento simultaneo dello sfondamento nostro a sinistra e con il distacco del PSI dal PCI. L'unica cosa a cui non credo è che i consensi allo Stato democratico crescano con combinazioni di destra.

Occhio alle elezioni!

Questa articolata impostazione ci sembra consenta di dimostrare la ferma volontà della DC di mantenere fede ai suoi impegni, sia che le alleanze deomcratiche ed omogenee ci siano, sia che non si riescano momentaneamente a trovare. E mantenendo fede ai nostri impegni, senza cedimenti e gradimenti contraddittori con la democrazia, saremo in condizione di prepararci alle elzioni senza avere mai perduta la faccia, e di uscire dalle future prove elettorali senza perdere voti.
Chi parla di elezioni è accusato di volerle subito da chi dimentica che lo stesso tema del Congresso invita a tener d'occhio le elezioni; a meno che quel tema debba essere interpretato come un invito a tener d'occhio il distacco del PSI dal PCI.
Premesso che a Napoli nel 1954 parlai di elezioni, dimostrando con i fatti, poi, di averlo fatto per prerarare per tempo quelle del 1958, dirò oggi che le elezioni non c'è bisogno di anticiparle, perché di fatto stanno per giungere. Nel 1960 avremo le elezioni, sia pure soltanto amministrative. E perché saranno pressoché generali, e perché avverranno a metà della legislatura, e perché si celebreranno dopo tanti eventi, dicono a tutti che esse avranno un certo significato. Non dirò che sia politico ma certo che sarà particolare.
Ricordiamoci che le elezioni del 1956, andando bene, allontanarono fino al termine della legislatura quelle politiche di cui Alcide De Gasperi parlava fin dall'autunno del 1953. E proprio Alcide De Gasperi a metà dell'agosto 1954 mi scriveva esortandomi a non temere le elezioni qualora il Governo di Scelba non avesse potuto continuare il suo lavoro. E proprio perché le amministrative del 1956 andarono bene, esse ci misero in condizione di fare andar meglio quelle politiche del 1958.
Bisogna quindi che le elezioni del 1960 vadano bene, per non tornare al calvario delle giunte difficili, supposto che nuove ricette non vengano trovate, per risparmiare commissari ai Comuni, per allontanare infine anche la più debole eventualità di anticipate elezioni politiche.
Siamo preparati alle elezioni amministrative del 1960? Ci stiamo preparando? Preparano ad un successo certe vicende che lamentiamo? Facilita l'accrescimento di consensi alle amministrazioni democratiche l'indifferentismo proclamato in sede politica sulle formule di Governo? Crediamo davvero che il lassismo in materia di formule e di appoggi parlamentari riduca o aumenti i casi di amministrazioni sospese nel vuoto? E si è sicuri che detta sospensione avvenga in un solo senso, quello che piace in pratica ai laudatori dell'indifferentismo in fatto di formule?
Vedete che parlare di elezioni non è intempestivo, visto che almeno quelle amministrative tra non molto si cominceranno ad avere. E se ne parlo già oggi è perché non mi ha abbandonato quella passionaccia di vedere progredire il nostro partito.
Questa stessa passione mi fa essere prudente. E la prudenza m'invitò e mi invita a parlarvi anche delle elezioni politiche. Ci saranno certamente nel 1963! Mancano quattro anni. Ma chi sa cosa significa, per esperienza, preparare bene una campagna elettorale, deve dire che quattro anni sono pochi per preparare la battaglia in modo da vincerla.
Tanto più che non vincerla non si può. Il margine di 1.600.000 voti che ci divide dalle forze socialiste e comuniste non è tale da consentire il rischio di ritirate. Bisogna ulteriormente avanzare. E l'avanzata è condizionata alla testimonianza di opere o appena messe in cantiere o ancora da mettere in cantiere. L'avviamento è lento, il rodaggio non lo è di meno.
Il nostro invito a guardare alle elezioni non è quindi né una richiesta né uno spauracchio in anticipo. E' un allarme sulla brevità del tempo; un ammonimento sulla vastità del compito; un grido sull'importanza della nuova prova.
Chiedo la cortesia di non dimenticare quanto in precedenza ho già detto: gli errori fatti, le tentazioni che ci gravano, l'evoluzione della vita internazionale, i progressi dell'URSS, gli spostamenti demografici ed economici italiani non alleggeriscono affatto il nostro compito, anzi in un certo senso lo aggravano. Quindi impongono una triplice riflessione: una riflessione sul programma - e l'abbiamo già fatta; unariflessione sui governi e le compagnie parlamentari - e l'abbiamo pure fatta; una riflessione sul Partito - e questa dobbiamo farla.

L'azione del Partito

Il Partito, con i suoi organi e le sue rappresentanze parlamentari e governative ha due compiti prevalenti in questa situazione: 1) predisporre i programmi per l'occupazione, la istruzione, la pace, il rispetto della volontà popolare; 2) operare sul piano governativo e parlamentare perché essi siano attuati con le forze democratiche più omogenee possibili, come si è già detto.
Il Partito, in sé, ha un terzo compito: prepararsi alle elezioni amministrative del 1960, fare accrescere consensi alle amministrazioni democratiche, per far progredire la democrazia anche sul piano amministrativo, per allontanare con successo l'ipotesi di elezioni anticipate.
Contemporaneamente il Partito deve prepararsi alle elezioni politiche del 1963 per accrescere consensi allo Stato democratico, consolidare la democrazia in Italia, prendere nuovi slanci per un ulteriore progresso civile.
Taccio, ma non dimentico, i compiti che al Partito spettano in ordine al reclutamento ed alla formazione dei soci, alla libera attività di essi e dei movimenti specializzati, al continuo e vivace dialogo lievitatore della cittadinanza italiana.
Taccio pure, e pure non dimentico, la più complessa azione che, moribonde o scomparse le correnti di vertice, il Partito dovrà svolgere per alimentare, incoraggiare e sviluppare nella libertà il manifestarsi della volontà degli iscritti dalla periferia al centro e delle maggioranze dalla base al vertice.
Un solo cenno dedico alla cura sempre più intensa per liberare il Partito dalle residue influenze di associazioni, enti e propagande che tendono a falsare la volontà degli iscritti e atrascinare la DC fuori della strada prescelta. E come il Partito rivendica la sua giusta autonomia, così deve riconoscere quella delle associazioni collaterali o di quelle sindacali in cui operano i suoi iscritti.
Conosco per esperienza quanto sia difficile progredire nell'adempimento di tutti questi compiti. Ma l'esperienza mi dice anche che arrestarsi non si può, se non si vuole che il Partito intristisca prima e traligni poi.
Il Congresso può fare qualche cosa di molto importante perché tutto quanto si è detto possa compiersi.
Cominci con l'approvare una mozione che adotti quanto prospettato con le integrazioni miglioratrici che la discussione potrà suggerire.
Elegga un Consiglio Nazionale capace di avere una maggioranza omogenea rispetto alla mozione adottata.
Con la elezione del Consiglio Nazionale il Congresso prepari la formazione di una Direzione che rispecchi in primo luogo la maggioranza che accetta la mozione approvata, anche se per ragioni di maggiore unità potesse invitare nel proprio seno le rappresentanze di liste minoritarie.

L'eco della voce degli iscritti

In ossequio a quanto una notevole parte degli iscritti ha deciso nei pre-congressi provinciali sta per essere presentata la mozione "Per la continuità della missione della DC ed il rispetto dell'impegno del 25 maggio".
Per quanto mi riguarda ad essa aderisco. Conseguentemente invito i delegati a sostenerla e a votarla.
Gli amici presentatori della mozione "Per la continuità della missione della DC ed il rispetto dell'impegno del 25 maggio", stanno predisponendo una lista di candidati per le elezioni al Consiglio Nazionale. Essi cortesemente mi hanno domandato di aprire quella dei parlamentari. Li ho ringraziati dell'onore fattomi con la loro proposta, ma li ho pregati di inserirmi nnella lista soltanto secondo l'ordine alfabetico. Ho il piacere di comunicare che, aderendo ad una mia proposta, per conto dei presentatori sono autorizzato a rivolgere pubblico invito a Adone Zoli di aprire con il suo nome la detta lista.
Esprimo quindi questo invito, con lo stesso spirito con cui a Napoli pubblicamente lo rivolsi ad Alcide De Gasperi.
Questa decisione vuole essere una dimostrazione del rispetto della tradizione del Partito e di quanti in mezzo a noi con onore lo rappresentano. Vuole altresì essere una nuova prova della riconoscenza che dobbiamo ad Adone Zoli per ciò che ha fatto e per le testimonianze che ha dato.
Confidiamo che la scelta fatta del capolista, servirà ad indicare con quale spirito scevro da personalismi gli amici che con me si presentano hanno operato ed intendono operare.
Aderendo al discreto invito contenuto nella relazione del Segretario politico e per concorrere nell'attuale situazione a garantire una rappresentanza a tutte le minoranze la lista suddetta sarà incompleta, cioé aperta; con l'auspico che i posti disponibili servano ai votanti per completarla con l'indicazione di nomi candidati delle liste che non concorrono alla maggioranza e che meno si discostano dalla linea politica che abbiamo difesa.
Mi perdonino gli amici se non ho affrontato in questo intervento tutti i rilievi da essi rivolti alla mia opera ed alla mia persona. Quando esortato da migliaia di amici decisi di riprendere la mia attività di iscritto in mezzo agli iscritti, non mi proposi né rivincite né polemiche. Talvolta mi è occorso di dover replicare a qualche affermazione imprecisa nel corso del dibattito congressuale. In queste assise ho deciso di parlare unicamente di ciò che a mio giudizio può accrescere consensi alla Democrazia Cristiana e per essa allo Stato democratico. A questo proposito ho cercato di attenermi anche in questo intervento. Il tempo in terra ed il giudizio di Dio in Cielo darà modo di sceverare gli apprezzamenti ingiusti da quelli giusti. Forse questa mia decisione lascerà qualche curiosità insoddisfatta, spero però dia a tutti la soddisfazione di constatare che il proposito di contribuire positivamente (serenamente e senza ricordi tristi) alla costruzione comune è più che mai fermo.
L'essenziale - o amici - è che le decisioni del Congresso di Firenze aumentino vigore alla Democrazia Cristiana, il resto non deve contare per noi tutti e tra tutti anche per chi una cosa sola ha ambito: quella di concorrere ad accrescere consensi e prestigio al nostro Partito.
E di nuovo accresciuto vigore la Democrazia Cristiana ha bisogno, perché la sua opera non è finita, la sua missione continua, e s'accresce di nuova responsabilità.
Spetta a tutti noi la responsabilità di accrescere la fiducia degli italiani nella Democrazia Cristiana.
E date le necessità e le prospettive dell'Italia spetta alla Democrazia Cristiana concorrere ad accrescere la fiducia degli stranieri verso l'Italia.

Un modello per le nuove aspirazioni

Lamentiamo spesso che i nuovi popoli si modellino sull'esempio comunista. Noi sappiamo quanto per essi sia difficile ispirarsi ai modelli dei loro antichi dominatori. Ma l'Occidente, anche quello cattolico, è riuscito sinora ad offrire ai popoli nuovi un terzo possibile modello da imitare?
Si guarda all'Italia con simpatia. E cosa succederebbe nel mondo, nel mondo dei popoli nuovi, se alla simpatia si potesse accompagnare l'ammirazione per un paese capace di offrire particolare esempio di ordinata vita civile, libera e prospera, operosa e giusta, non oberata dalle mende del capitalismo e non avvinta dalle tentazioni del comunismo?
Ci confidiamo tante volte la speranza che i popoli soggetti al comunismo un giorno si liberino degli errori da esso sparsi. Ma possiamo sperare che quei popoli nel giorno della liberazione dagli errori del comunismo, corrano a ripristinare le istituzioni capitalistiche alle quali già si ribellarono? E cosa succederebbe nel mondo, nel mondo dei popoli soggetti al comunismo, ove ad esso apparisse un modello che, esente dalle tentazioni della miseria, ed esente dalle oppressioni della mal distribuita ricchezza, mostrasse un popolo libero e prospero, operoso e giusto, fiero della sua esemplare vita civile?
Ai giovani che mi ascoltano in questo Congresso ed agli altri che ad esso non assistono, domando se non meriti la loro attenzione ed il loro impegno l'opera immane di continuare l'opera degli anziani, sviluppandola e portandola dalla meritoria fase della ricostruzione della Patria alla nuova fase del rinnovamento cristiano del nostro popolo.
Se i giovani mi intendono prendano dalle mani degli anziani e rendendo ad essi giustizia ed onore il glorioso vessillo di pace, di lavoro e di libertà e ne facciano il gonfalone della nuova impresa.
Tutti insieme facemmo della Democrazia Cristiana la ricostruttrice della Patria. Facciano i giovani della Democrazia Cristiana la costruttrice di un'Italia nuova, modello a quanti sono stanchi della conservazione e dell'annunzio di rivoluzioni e cercano un rinnovamento democratico ed un rinnovamento cristiano.
Il mondo sta attraversando una grande ora. In essa tutto sembra sconvolgersi e rimescolarsi. Sconvolte e rimescolate sono anche le forze che presiedono alla vita dei popoli e tra esse anche i partiti.
In questa singolare congiuntura si è svolto il VII Congresso di Firenze. Esso sarà degno dell'eccezionale momento storico se darà idee ardite e conseguenti forze per fare della Democrazia Cristiana - sempre rinascente - la rinnovatrice della nostra Nazione e tramite questo rinnovamento la ispiratrice di nuovi progressi a molte genti.
L'ora è grave.
Fate o amici tutti della Democrazia Cristiana che in questa ora, decisive siano le vostre determinazioni.
Non potete fallire - ricordatevi dell'ammonimento di De Gasperi.
Perché non falliste anch'io ho compiuto nella vigilia pre-congressuale, senza risparmio di forze, il mio dovere di parlare. Ora spetta a voi, delegati, compiere il vostro dovere di decidere. Fatelo con coraggio pari alle necessità del momento.

On. Amintore Fanfani
VII Congresso Nazionale della DC
Firenze, 27 ottobre 1959

(fonte: biblioteca Butini)


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